CINEMA A BOMBA!

domenica 6 giugno 2021

I CORTI: I SERPENTI DELLA NOTTE + SEGNO DI MORTE, PILLOLE DI "MAESTRIA"

Dall'alto: due sequenze tratte rispettivamente da I Serpenti della Notte e Segno di Morte


I SERPENTI DELLA NOTTE
USA, 1985
18'
Regia: William Friedkin
Interpreti: Scott Paulin, James Whitmore Jr., Robert Swan, Exene Cervenka.

SEGNO DI MORTE
USA, 1992
29'
Regia: William Friedkin
Interpreti: Yul Vazquez, Sherrie Rose, Tia Carrere, Gregg Allman, Steve Jones.


Che lo conosciate come Billy, Hurricane (a causa del suo carattere temepestoso) oppure Maestro (ricordate la nostra gag di quasi un decennio fa a Venezia?), dovreste sapere che William Friedkin è uno dei più grandi cineasti viventi.

Premio Oscar per Il Braccio Violento della Legge e autore di alcuni dei lungometraggi più memorabili della storia del cinema (dall'epocale horror L'Esorcista al grottesco neo-pulp Killer Joe, passando per il poliziesco cult Vivere e Morire a Los Angeles), il regista di Chicago iniziò la propria carriera dalla televisione.

Siccome il primo amore non si scorda mai, il nostro è occasionalmente tornato al piccolo schermo nel corso degli anni, con risultati tuttavia altalenanti.

Un paio dei contributi più significativi ve li presentiamo di seguito.
Qual è dei due il vostro preferito? Scrivetelo nei commenti!



I Serpenti della Notte (1985)

Notte. In uno sperduto diner di provincia entra un uomo misterioso.
È un reduce dal Vietnam, pieno di rimorsi per aver abbandonato i propri commilitoni nella giungla e vittima di un incubo ricorrente in cui proprio la sua vecchia unità ritorna dal mondo dei morti per vendicarsi.

Lo sceriffo sospetta che sia lui il responsabile della strage avvenuta in un motel lì vicino, e lo tempesta di domande sempre più insistenti.
Il soldato svela il proprio temibile segreto, e all'improvviso...

Non aggiungiamo altro per non rovinare il colpo di scena di finale.
Che pure è previdibile e tutto sommato non fondamentale: il punto di forza di questo episodio della serie Ai Confini della Realtà (in originale The Twilight Zone) è in realtà l'atmosfera sospesa della prima parte, carica di tensione e pronta a esplodere in efficaci effetti pirotecnici.

Girato on location in soli 5 giorni con una perizia da lungometraggio, è in pratica l'unico excursus televisivo che Friedkin nomina nella propria autobiografia.
Non è un caso: si tratta di uno dei migliori cimenti del Maestro col piccolo schermo.

La morale antibellicista è nascosta tra le righe del racconto, ma neppure tanto.
Alla faccia dei detrattori che da sempre etichettano Billy come un regista "reazionario" (uh-uh, come no).

Da segnalare, nel ruolo della cameriera, Exene Cervenka del gruppo country-punk X (vedi The Decline of the Western Civilization).



Segno di Morte (1992)

Il cantante di un emergente gruppo grunge/metal odia a tal punto la moglie del suo chitarrista e migliore amico che... si fa tatuare la sua faccia sul petto.

Peccato che il tatuaggio prenda vita: basterà asportarselo e far fuori la ragazza per liberarsi della maledizione?

La trama non è certo la cosa migliore di questo corto, realizzato per la serie tv I Racconti della Cripta (in originale Tales from the Crypt).
Non lo è neppure il fatto che la band si chiami Exorcist, lampante - e poco originale - riferimento al film più famoso di Friedkin, per l'appunto L'Esorcista.

Benché inferiore a I Serpenti della Notte, questo grandguignolesco mini-horror vale però per il sotteso umorismo nero (merito più del regista che del copione, probabilmente) e per le comparsate di alcuni veri musicisti.

In ruoli secondari si possono infatti scorgere Gregg Allman degli Allman Brothers e Steve Jones dei Sex Pistols (vedi Oscenità e Furore).

Notevole anche il reparto femminile, con la mora Tia Carrere (Relic Hunter, Sol Levante) in una parte alla Yoko Ono e la bionda Sherrie Rose come groupie a contendersi fisicamente la scena.


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lunedì 14 dicembre 2020

I DOC: MARADONA DI KUSTURICA, VITA SREGOLATA DI UN CAMPIONE IN SALSA BALKAN ROCK

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 



Spagna/Francia, 2008
90'
Regia: Emir Kusturica
Con: Diego Armando Maradona, Emir Kusturica, Fidel Castro, Hugo Chávez, Evo Morales, Manu Chao.


Il 25 Novembre 2020 è morto per un arresto cardiaco Diego Armando Maradona, all'età di 60 anni (compiuti neanche un mese prima).

Quello che è considerato - probabilmente non a torto - il più talentuoso calciatore di tutti i tempi ha vissuto una vita piuttosto tumultuosa e disordinata: la povertà in gioventù, il riscatto grazie al calcio, i trionfi sportivi (un Mondiale conquistato con la sua Argentina nel 1986, due scudeti con il Napoli, tra gli altri), l'acclamazione mondiale, una vita privata costantemente sotto i riflettori, gli eccessi in campo e fuori, la caduta per colpa di droga e doping, la morte prematura.

Pochi personaggi sportivi sono stati tanto controversi da dividere in due parti contrapposte chi ne ammirava le gesta sportive e soprassedeva sui suoi vizi privati e chi vedeva in lui uno bravo con la palla ma un pessimo esempio da seguire.


Maradona ha ispirato film, libri, documentari.

Tra questi ultimi, il più recente è di Anif Kapadia, è stato presentato fuori concorso a Cannes 2019, e si sofferma soprattutto sugli anni passati dal Pibe de Oro all'ombra del Vesuvio.

Noi di CINEMA A BOMBA! ve ne presentiamo uno non recentissimo né aggiornatissimo (risale al 2008), ma che raffigura il campione in modo insolito: come un personaggio da film.

E non film qualsiasi, ma film à la Kusturica.

Chi ha visto Underground (vincitore della Palma d'Oro a Cannes nel 1995), Gatto Nero Gatto Bianco (1998) o il più recente On The Milky Road (con Monica Bellucci, presentato a Venezia 2016) sa di cosa stiamo parlando: storie surreali, spesso grottesche e satiriche, caratterizzate da un turbinio caotico al ritmo di musica punk rock balcanica (lo stesso regista fa parte di una band nota in patria).

In questo documentario si sente spesso la celebre God Save The Queen dei Sex Pistols, e l'intento è piuttosto provocatorio - vedere nell'indimenticabile vittoria della nazionale argentina ai Mondiali del 1986 sull'Inghilterra (quella, per intenderci del "goal del secolo" e della scorretta ma iconica "Mano de Dios", la rete segnata con la mano dal fuoriclasse) il riscatto di una Nazione povera che era stata sconfitta solo pochi anni prima - questa volta militarmente, nella Guerra delle Falklands/Malvinas - da una potenza coloniale e capitalista.

È un'opera più ideologica che sportiva, quindi, quella del cineasta serbo: partendo dalla famosa partita, Kusturica fa parlare Maradona soprattutto di politica - sottolineando i suoi rapporti con leader latino-americani controversi come Fidel Castro, Hugo Chávez, Evo Morales - e vita privata - povertà, famiglia, droga.

Ma è soprattutto un'opera di Kusturica tout court, molto personale: è il regista che vuole incontrare il suo idolo sportivo; è il regista che "dirige", che decide il taglio da dare e i temi da trattare; è il regista che vede delle affinità con i personaggi dei suoi film (si vedono qua e là scene tratte da sue pellicole precedenti, come se il Pibe de Oro fosse parte del suo immaginario e del suo vissuto cinematografico).

Maradona ne esce fuori come un campione dello sport, il simbolo della rivincita di un'intera Nazione, un paladino dell'anticapitalismo, una persona travolta da una vita di fama e successo, un uomo trascinato nel caos e in balia degli eventi, un anticonformista contraddittorio e confuso.

Intorno a lui, un circo fatto di devoti al suo culto (letteralmente!), tifosi, curiosi, giornalisti, paparazzi, consiglieri, guardie del corpo, criminali, approfittatori...

Sì: Maradona è stato proprio un personaggio degno di un film di Kusturica.


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martedì 6 ottobre 2020

I DOC: THE DECLINE OF WESTERN CIVILIZATION, QUANDO IL PUNK DIVENNE HARDCORE

(Clicca sulla locandina per vedere il film intero in italiano). 

USA, 1981
100'
Regia: Penelope Spheeris


Il punk - inteso come musica, cultura, etica ed estetica - è sempre stata una faccenda essenzialmente americana.
Nasce a metà degli anni 70 sulla East Coast come evoluzione del rock'n'roll (Ramones, Johnny Thunders), emigra in Gran Bretagna dove viene codificato da gruppi come Sex Pistols e The Clash, infine ritorna Oltreoceano, ma stavolta sulla costa occidentale.

Tra la fine degli anni 70 e l'inizio degli 80, il punk-rock lascia spazio al cosiddetto hardcore punk.
La velocità è raddoppiata, avvicinandosi a quella di certo heavy metal, ma senza la stessa perizia tecnica; la protesta sociale (esplicita soprattutto in Inghilterra) è diventata un nichilismo disfattista e senza via d'uscita; lo sberleffo si è fatto disgusto.






Documentarista ambiziosa e interessata, Penelope Spheeris ha indagato su questo fenomeno dilagante, sottoproletario, estremo.
Ha filmato diverse band durante i loro concerti-rissa a Los Angeles, intervistando off-stage musicisti, proprietari dei locali, avventori.
Ha realizzato quindi un film che ha fatto epoca, più o meno l'equivalente yankee del britannico Punk Rock Movie.

Si vedono all'opera alcuni gruppi francamente atroci; altri ancora acerbi, come Black Flag (pre-Henry Rollins, purtroppo) e Circle Jerks (ancora orfani di Zandler Schloss); i più impressionanti sono Germs, X e Fear.

I Germs registrarono un solo album più la colonna sonora di Cruising, sordido giallo urbano diretto da William Friedkin (leggenda vuole che il Maestro pogasse durante le registrazioni!).
Più che negli intellegibili sermoni dello strafattissimo cantante Darby Crash (che infatti morì di overdose subito dopo le riprese), la loro forza risiede nei riff "sporchi" di Pat Smear, futuro chitarrista di Nirvana e Foo Fighters.






Gli X sono "punk" per modo di dire: le loro palesi influenze country e rockabilly tradiscono una preparazione tecnica di gran lunga superiore a quella degli altri complessi.
I due cantanti - la poetessa beat Exene Cervenka e il carismatico bassista John Doe - si cimenteranno anche nella recitazione, senza risultati eclatanti.

Originari di San Francisco, i Fear sono gli unici "esterni" all'ambiente losangelino.
Il grande comico John Belushi ne rimase affascinato dopo averli visti in questo film, divenne loro amico e cercò senza successo di lanciarli a Hollywood, prima di morire - anche lui - di overdose, l'anno successivo.
L'aggressivo frontman Lee Ving riuscì successivamente a riciclarsi come attore di seconda fila.

Pur con alcuni evidenti limiti (inclinazione al sensazionalismo, malcelato disprezzo verso il soggetto trattato), The Decline of Western Civilization resta un documento fondamentale per comprendere un'epoca, una società, un mondo rimasto spesso lontano dai riflettori.
Da guardare senza pregiudizi.




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sabato 13 giugno 2020

I DOC: SEX PISTOLS-OSCENITÁ E FURORE, MA QUALE TRUFFA DEL ROCK'N'ROLL?

(Clicca su Sid per vedere il trailer). 

UK, 2000
108'
Regia: Julien Temple


1980.
Julian Temple, cineasta indipendente, firma The Great Rock'n'Roll Swindle (tradotto: "la grande truffa del rock'n'roll"), controversa docufiction sul gruppo punk inglese Sex Pistols.

La tesi che fa discutere è questa: la band era in realtà solo un artifizio pubblicitario e i suoi componenti delle mere marionette nelle mani del manager-pigmalione Malcolm McLaren.

2000.
Con vent'anni di ritardo, il regista torna sul luogo del delitto per ascoltare l'altra campana, ossia i Sex Pistols stessi.
I vari membri della band - tutti tranne il defunto Sid Vicious - raccontano una verità ben diversa...






Autore, in anni più recenti, di Il Futuro Non è Scritto-Joe Strummer, imperdibile pellicola sulla storia del compianto leader dei Clash, Temple è uno che di musica - punk rock, in particolare - se ne intende.

Nessuno come lui - a parte forse l'eclettico Don Letts, documentarista, oltre che videomaker, DJ e musicista nei Big Audio Dynamite di Mick Jones (il chitarrista dei succitati Clash) - ha saputo cogliere lo spirito di quell'epoca unica e irripetibile, senza peraltro celarne gli aspetti negativi e le contraddizioni.

I Sex Pistols sono stati, se non la più importante, di certo la più rappresentativa band britannica del genere, nonostante la breve vita (sono stati attivi, tardive reunion a parte, solo nel biennio 1976-78).

Johnny Rotten (voce), Steve Jones (chitarra), Glen Matlock (basso) e Paul Cook (batteria) iniziarono giovanissimi a suonare nei club un rock'n'roll grezzo e provocatorio che in un attimo sarebbe diventato la colonna sonora di un'intera società, se non di un'intera generazione.

Sostituito il talentuoso Matlock con l'impreparato ma iconico Sid Vicious, il gruppo si disciolse all'apice della fama dopo un disastroso tour negli Stati Uniti e una lunga serie di incomprensioni interne.






A questo punto il film, un po' troppo sintetico per i nostri gusti, si interrompe bruscamente.
Peccato, perché sul periodo post-Pistols ci sarebbe abbastanza materiale da girare un altro lungometraggio.

Il merito principale è stato invece aver dato voce ai componenti della band, ritratti in penombra come per celarne l'identità.
La storia che raccontano è diametralmente opposta a quella di McLaren, e c'è da crederci: ma quale progetto costruito a tavolino, questi sono quasi tutti musicisti veri (specie Jones e Cook) che compongono canzoni di livello e sembrano sinceri nella loro "missione" anarchica e antisistema.

Alternando interviste e immagini di repertorio, il documentario ha almeno due momenti memorabili: il matinée per i bambini, figli di vigili del fuoco in sciopero, e la voce rotta di Lydon (cioè Rotten) quando ricorda la triste fine di Vicious, ucciso da un'overdose a soli 22 anni.

Imperdibile per i fan dei Sex Pistols e preziosa per gli appassionati di musica (e cultura) punk, Oscenità e Furore è un'opera che vale la pena guardare, senza moralismi né preconcetti.

Non ci si trova dentro alcuna Grande Truffa, solo tanto Rock'n'Roll.




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