CINEMA A BOMBA!

venerdì 2 maggio 2025

GLI INEDITI: GOOD MOURNING, STRAFUMATI ON THE ROCK

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2022
93'
Regia: Machine Gun Kelly, Mod Sun
Interpreti: Machine Gun Kelly, Mod Sun, Megan Fox, Becky G, Dove Cameron, Danny Trejo, Dennis Rodman, Avril Lavigne.


L'attore London Clash (MGK) - un chiaro omaggio al leggendario gruppo inglese guidato da Joe Strummer - è in lizza per un ruolo nel prossimo film di Batman.

Ma un ambiguo sms arrivatogli dalla propria fidanzata (Becky G) metterà in moto una serie di eventi che metterà a rischio il loro rapporto e la di lui carriera...


Avete presente MGK e Mod Sun?
Il primo (al secolo Colson Baker) è uno dei cantanti di maggior successo degli ultimi anni e abbiamo già recensito un documentario su di lui; il secondo (vero nome Derek Smith) è il suo miglior amico e 2/3 della nostra Redazione è andata a vederlo in concerto un paio di anni fa...

I due punk-rapper hanno anche l'ambizione di fare cinema: qualche anno fa avevano realizzato il cortometraggio Downfalls High (il cui principale merito è stato quello di aver lanciato l'attrice Sydney Sweeney), ma è questo il loro esordio ufficiale come registi e sceneggiatori.

Buona la prima?
Non proprio: su Rotten Tomatoes - popolare aggregatore online di recensioni - detiene una strabiliante percentuale dello 0% ed è stato pure "premiato" per la peggior regia ai Golden Raspberry Awards (delle specie di premi Oscar al contrario, assegnati ai film più brutti dell'anno).

In effetti il lungometraggio, che nelle intenzioni degli autori voleva probabilmente essere una commedia degli equivoci, sembra un film di Cheech & Chong in salsa punk-rock e fuori tempo massimo.
La "comicità" dello script e la sua esecuzione sono talmente grossolane che il tutto pare uno sketch stirato per un'ora e mezza.

Lo spunto di partenza è dichiaratamente ispirato ad un incidente realmente accaduto a Baker, ma questo non lo rende né più vero né più interessante.
Tutte le persone coinvolte nel progetto sembrano essersi divertite a girarlo, ma l'euforia non arriva allo spettatore.

L'unico elemento di curiosità potrebbe risiedere nei numerosi cammei, ma la statuaria Megan Fox (Transformers, Tartarughe Ninja) e la popstar canadese Avril Lavigne compaiono solo in quanto compagne dei due improvvisati registi.
Si segnala anche l'apparizione di Dove Cameron, attuale fidanzata dell'italico Damiano David dei Manekskin.

Tutto il resto è una stoner comedy con l'accento sul primo termine, spessa come la carta velina e facilmente dimenticabile.
Un po' poco, anche per i fan più accaniti.


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martedì 1 ottobre 2024

I CORTI: PANIC ON THE STREETS OF SPRINGFIELD, IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MORRISSEY

A sinistra Morrissey e a destra il suo "doppio" Quilloughby (clicca sull'immagine per ascoltare la canzone del secondo). 

USA, 2021
23'
Regia: Matthew Nastuk
Voci originali: Benedict Cumberbatch, Yeardley Smith, Dan Castellaneta, Julie Kavner, Nancy Cartwright, Hank Azaria.


Lisa (Smith) diventa fan di una band inglese degli anni 80, The Snuffs, e comincia ad avere come amico immaginario il suo frontman, il vegetariano militante Quilloughby (Cumberbatch).

Ma una volta imbucatisi al festival musicale dove suona il vero Quilloughby, i due avranno un'amara sorpresa...


Per chi non lo sapesse, gli Smiths sono stati un complesso britannico di grande successo e influenza: furono per il post-punk ciò che i Clash - di poco antecedenti - erano stati per il punk-rock.
Pur con tematiche e stili assai differenti, in comune con Joe Strummer e soci ebbero anche una notevole e duratura affermazione negli Stati Uniti.

In particolare, gode di una certa fama Oltreoceano il cantante - diventato solista dopo lo scioglimento della band - Morrissey, un po' per l'attuale residenza californiana e un po' per le infelici esternazioni che da anni rilascia alla stampa.

Quando non litiga a distanza con l'ex sodale Johnny Marr (chitarrista e compositore degli Smiths, ora brillante cantautore), l'ex frontman si distingue per improvvide affermazioni spesso interpretate come bigotte e razziste.

È a lui che ovviamente gli autori de I Simpson si sono ispirati per creare il protagonista di questo corto, cui presta la voce - con ironia sardonica e tipicamente british - nientemeno che Benedict Cumberbatch, che tutti conosciamo come Doctor Strange.

Ovviamente il breve film, che poi è semplicemente un episodio autoconclusivo della serie tv, è divertente in proporzione a quanto bene si conosce il soggetto trattato, ma per quanti sono in grado di cogliere i riferimenti è uno spasso notevole e una satira pungente come I Simpson non ci avevano più abituato da anni.

Benché gli autori abbiano affermato che Quilloughby sia ispirato a vari musicisti inglesi di quegli anni, l'aspetto, i manierismi e le contraddizioni del personaggio sono chiaramente "rubati" a Morrissey (che infatti si è risentito della presa in giro).

Anche le canzoni che si ascoltano sono ovvie parodie di quelle degli Smiths: Hamburger Homicide è praticamente Meat is Murder, mentre Everybody is Horrid Except Me (and Possibly You) - per sentirla cliccate sulla foto in alto! - suona come Everyday is Like Sunday.

Panic on the Streets of Springfield (anche il titolo è un omaggio ad un pezzo del gruppo inglese) è consigliabile ai fan dei Simpson o ai vegani duri-e-puri in stile Behind the Mask, ma ancor più ai fan degli Smiths e ai detrattori di Morrissey.

E spiega l'evoluzione/involuzione del cantante meglio di qualsiasi tabloid.


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martedì 24 settembre 2024

GLI INEDITI: WALKER, JOE STRUMMER BARBONE PER UN REGISTA-ICARO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA/Messico, 1987
94'
Regia: Alex Cox
Interpreti: Ed Harris, Peter Boyle, Marlee Matlin, John Diehl, Xander Barkeley, Zander Schloss, Sy Richardson, Dick Rude, Joe Strummer (non accreditato).


1855. La storia vera - ancorché molto romanzata - dell'ambizioso filibustero americano William Walker (Harris), che alla guida di un manipolo di soldati di ventura (da lui pomposamente chiamati "gli Immortali") conquistò il Nicaragua e ne divenne il dittatore.
Almeno finché non venne arrestato e fucilato dall'esercito honduregno.


1987. Subito dopo lo sgangherato pseudo-spaghetti western Straight to Hell, il regista Alex Cox e il cantautore Joe Strummer decidono di lavorare insieme ad un'altra pellicola.
Il primo è un cineasta di discreto successo, il secondo è in cerca di nuove sfide dopo lo scioglimento dei Clash.

Il musicista inglese - attratto anche dalla familiarità con l'ambientazione nicaraguense, avendo realizzato qualche anno prima l'album triplo Sandinista! - accetta la sfida di scrivere le musiche originali.
Si chiude in una stanza con una chitarra acustica, un synth e un registratore a quattro piste, e compone 14 tracce: 3 cantate e le altre interamente strumentali.

Insieme a lui c'è l'amico Zander Schloss (ex Circle Jerks) con la propria spanish guitar, e il risultato è una colonna sonora memorabile, con echi di Ennio Morricone e decisamente migliore del lungometraggio che accompagna.

Joe - che in questo periodo si è dato alla recitazione - interpreta Faucet, il lavapiatti dei mercenari di Walker.
Peccato che quasi tutte le sue scene siano state tagliate in fase di montaggio: alcuni frammenti verranno poi recuperati nel documentario Il Futuro Non è Scritto, ma nel film il nostro compare solo pochi secondi - sfoggiando un insolito hippy look, con capelli a boccoli e barba lunga - mentre si tuffa in un fiume dove delle donne si stanno lavando.

Cox decide di girare realmente in Nicaragua, approfittando delle sovvenzioni del governo sandinista e della Chiesa cattolica, ma il distastro finanziario e il massacro della critica che ne conseguiranno metteranno di fatto fine alla sua carriera.
Peccato, perché il cast e i contributi tecnici sono di buon livello, a cominciare dal copione redatto dallo sceneggiatore underground Rudy Wurlitzer, lo stesso di Strada a Doppia Corsia di Hellman, Pat Garrett & Billy The Kid di Peckinpah e Candy Mountain (sempre con Strummer in un breve ruolo).

Che cosa non ha funzionato, allora?
Forse un eccesso di hubris da parte del regista, convinto di essere al livello del Coppola di Apocalypse Now o del Friedkin di Sorcerer; forse i continui e voluti anacronismi (compaiono elicotteri, riviste e orologi da polso); forse la ricerca troppo insistita di un parallelismo tra il Nicaragua di metà 1800 e quello di metà anni 80.

La pellicola è una satira non molto velata dell'imperialismo USA e della "guerra sporca" dei Contras - gli antirivoluzionari al soldo della CIA - voluta da Reagan per rovesciare il governo sandinista (tentativo fallito, per la cronaca).
Ma il messaggio risulta indebolito dalla crasi imperfetta tra la serietà del tema trattato e gli innesti di umorismo nero.

Questo bizzarro biopic è indirizzato piuttosto ai fan di Joe Strummer e agli appassionati di un certo cinema d'autore, quello così ambizioso ed esagerato da portare il proprio regista a diventare una sorta di artistico Icaro: coraggioso nel proposito di volare vicino al sole, ma troppo cieco per accorgersi che la cera della proprie ali si sta sciogliendo.


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venerdì 27 gennaio 2023

I DOC: THE FANTASY LIFE OF POETRY & CRIME, LA SECONDA VITA DI PETE DOHERTY

(Clicca sulla foto per vedere il documentario). 

Francia, 2022
61'
Con: Peter Doherty, Frédéric Lo.


Cantautore punk e poeta maledetto, edonista bohémien e irridemibile junkie.
Pete Doherty è stato, nel primo decennio del nuovo millennio, il sogno incarnato dei tabloid britannici, che hanno vivisezionato ogni aspetto della sua immagine pubblica e privata.

La turbolenta relazione con la supermodella Kate Moss, i continui dentro-e-fuori da carceri e rehab, le attività extracurriculari (una distastrosa mostra da improvvisato pittore concettuale, un film in costume da attore protagonista) hanno finito per mettere in ombra ciò che più lo definisce: la sua carriera musicale.

Vent'anni dopo, l'irrequieto Pete - o Peter, come gli piace farsi chiamare quando vuole essere preso sul serio - ha cambiato completamente vita.
Si è disintossicato, continua a suonare con la sua band storica (i Libertines, che per un po' sono stati considerati gli eredi dei Clash) e soprattutto ha lasciato la perfida Albione per trasferirsi Oltremanica, insieme a moglie e cani.

Qui ha conosciuto il polistrumentista Frédéric Lo e in coppia con lui ha registrato un album intimista da chansonnier franco-anglofono (uno dei migliori usciti nel 2022): The Fantasy Life of Poetry and Crime, da cui prende il titolo il documentario che vi stiamo recensendo.

Prodotta e trasmessa dal website transalpino Arte Concert, la pellicola è stata girata integralmente a Értetat (Normandia), in un'enorme e splendida villa di campagna del XIX secolo adibita a sala prove, la stessa location in cui la "strana coppia" ha registrato il proprio lavoro.

Accompagnati da un gruppo di session musician, il trasandato Doherty - imbolsito da una dieta a base di toast al formaggio - e l'azzimato Lo si esibiscono in tutte le 12 tracce del disco, suonate e riprese integralmente e dal vivo.

Un film-concerto dunque, utilissimo a conoscere le nuove canzoni, ma che ha i momenti di maggior interesse negli intermezzi in cui i nostri osservano il mare o sono semplicemente seduti in cucina.
Divertente la scena in cui Frédéric accenna English Rose dei Jam con la chitarra e Pete cerca di cantare il ritornello, di cui non sa o non ricorda le parole.

Consigliabile alle/ai fan di Doherty oppure agli appassionati del cantautorato raffinato e un po' naïf.


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domenica 23 gennaio 2022

I CLASSICI: MYSTERY TRAIN, JOE STRUMMER BASETTONE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA/Giappone, 1989
113'
Regia: Jim Jarmusch
Con: Joe Strummer, Steve Buscemi, Nicoletta Braschi, Sy Richardson, Vondie Curtis-Hall, Chiqué Lee, Screamin' Jay Hawkins, Tom Waits (voce originale).


Memphis, Tennessee, citta natale di Elvis Presley.
Tre storie si incrociano nella stessa notte e nello stesso albergo.

Nella prima, una coppia di giovani Giapponesi è alla ricerca dei luoghi mitici del rock'n'roll.
Nella seconda, una donna italiana (Braschi) incontra prima una ragazza che ha appena lasciato il fidanzato e poi il fantasma di Elvis.

Nella terza, un inglese ubriaco e depresso (Strummer) si mette nei guai - insieme al cognato (Buscemi) e ad un amico afro - con un' improvvisata rapina a mano armata.



Per chi non lo sapesse o ricordasse, Joe Strummer ha avuto una breve carriera nel cinema.
Nella seconda metà degli anni 80, dopo lo scioglimento dei Clash, il punk-rocker britannico si riciclò per qualche anno come autore di colonne sonore e occasionalmente anche come attore.

Nel primo campo, i suoi contributi più significativi sono stati per pellicole indipendenti quali Permanent Record, Walker e When Pigs Fly.
Nel secondo, vanno ricordati almeno il pulp-western Straight to Hell e il lungometraggio che vi stiamo recensendo.

Jim Jarmusch, che pochi anni prima aveva diretto Daunbailò con l'italico Roberto Benigni (il che spiega la partecipazione qui della di lui moglie Nicoletta Braschi), volle a tutti i costi Joe nei panni dell'inaffidabile Johnny detto Elvis, al punto da scrivergli la parte su misura e dichiarando che, se questi non avesse accettato l'ingaggio, probabilmente non avrebbe girato il film.

Per fortuna le cose sono andate come sappiamo, anche perché l'ultimo capitolo è in realtà l'unico veramente interessante dei tre.
Per apprezzarlo al meglio consigliamo la versione in lingua originale: molte battute si perdono nella traduzione (ad esempio, quella che proprio Strummer fa sul duo vocale Sam & Dave nella versione italiana diventa un commento senza senso su Gianni & Pinotto).

Nei ruoli di supporto, fanno macchia un giovane Steve Buscemi prima de Il Grande Lebowski (i suoi duetti comici con Joe sono la parte migliore del film) e Chiqué Lee, fratello minore del più famoso Spike.
Occhio pure agli altri musicisti in trasferta artistica: oltre al leader dei Clash, compaiono Screamin' Jay Hawkins (il portiere dell'albergo) e Tom Waits (il DJ alla radio).

Mystery Train non è certo il capolavoro di Jarmusch (di questo talentuoso ma discontinuo regista ricordiamo anche il recente I Morti non Muoiono, presentato al Festival di Cannes nel 2019), ma vale la pena guardarlo per gustarsi la migliore e più credibile performance di Joe Strummer in ambito recitativo.

E chissà che non vi faccia venire voglia di riascoltare qualche sua vecchia canzone...



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martedì 6 ottobre 2020

I DOC: THE DECLINE OF WESTERN CIVILIZATION, QUANDO IL PUNK DIVENNE HARDCORE

(Clicca sulla locandina per vedere il film intero in italiano). 

USA, 1981
100'
Regia: Penelope Spheeris


Il punk - inteso come musica, cultura, etica ed estetica - è sempre stata una faccenda essenzialmente americana.
Nasce a metà degli anni 70 sulla East Coast come evoluzione del rock'n'roll (Ramones, Johnny Thunders), emigra in Gran Bretagna dove viene codificato da gruppi come Sex Pistols e The Clash, infine ritorna Oltreoceano, ma stavolta sulla costa occidentale.

Tra la fine degli anni 70 e l'inizio degli 80, il punk-rock lascia spazio al cosiddetto hardcore punk.
La velocità è raddoppiata, avvicinandosi a quella di certo heavy metal, ma senza la stessa perizia tecnica; la protesta sociale (esplicita soprattutto in Inghilterra) è diventata un nichilismo disfattista e senza via d'uscita; lo sberleffo si è fatto disgusto.






Documentarista ambiziosa e interessata, Penelope Spheeris ha indagato su questo fenomeno dilagante, sottoproletario, estremo.
Ha filmato diverse band durante i loro concerti-rissa a Los Angeles, intervistando off-stage musicisti, proprietari dei locali, avventori.
Ha realizzato quindi un film che ha fatto epoca, più o meno l'equivalente yankee del britannico Punk Rock Movie.

Si vedono all'opera alcuni gruppi francamente atroci; altri ancora acerbi, come Black Flag (pre-Henry Rollins, purtroppo) e Circle Jerks (ancora orfani di Zandler Schloss); i più impressionanti sono Germs, X e Fear.

I Germs registrarono un solo album più la colonna sonora di Cruising, sordido giallo urbano diretto da William Friedkin (leggenda vuole che il Maestro pogasse durante le registrazioni!).
Più che negli intellegibili sermoni dello strafattissimo cantante Darby Crash (che infatti morì di overdose subito dopo le riprese), la loro forza risiede nei riff "sporchi" di Pat Smear, futuro chitarrista di Nirvana e Foo Fighters.






Gli X sono "punk" per modo di dire: le loro palesi influenze country e rockabilly tradiscono una preparazione tecnica di gran lunga superiore a quella degli altri complessi.
I due cantanti - la poetessa beat Exene Cervenka e il carismatico bassista John Doe - si cimenteranno anche nella recitazione, senza risultati eclatanti.

Originari di San Francisco, i Fear sono gli unici "esterni" all'ambiente losangelino.
Il grande comico John Belushi ne rimase affascinato dopo averli visti in questo film, divenne loro amico e cercò senza successo di lanciarli a Hollywood, prima di morire - anche lui - di overdose, l'anno successivo.
L'aggressivo frontman Lee Ving riuscì successivamente a riciclarsi come attore di seconda fila.

Pur con alcuni evidenti limiti (inclinazione al sensazionalismo, malcelato disprezzo verso il soggetto trattato), The Decline of Western Civilization resta un documento fondamentale per comprendere un'epoca, una società, un mondo rimasto spesso lontano dai riflettori.
Da guardare senza pregiudizi.




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giovedì 27 agosto 2020

GLI INEDITI: STRAIGHT TO HELL, JOE STRUMMER PISTOLERO

(Clicca sulla locandina per vedere il film intero in italiano). 

USA/Regno Unito/Spagna, 1987
86'
Regia: Alex Cox
Con: Joe Strummer, Sy Richardson, Dick Rude, Jennifer Balgobin, Courtney Love, Miguel Sandoval, Zander Schloss, The Pogues, Elvis Costello, Jim Jarmusch, Grace Jones, Dennis Hopper.


Tre killer imbranati (Richardson, Rude e Strummer) si svegliano in un albergo dopo una sbronza: hanno fatto tardi, perdendo "l'appuntamento" con la propria vittima.

Incerti sul da farsi, rapinano una banca e scappano in Messico portandosi dietro un'odiosa ragazzina incinta (Love).

Seppelliscono il denaro e si stabiliscono in un villaggio dimenticato da Dio in mezzo al deserto, governato da una banda di gangster caffeinomani (i Pogues e altri).

Qui tutti aspettano l'arrivo del misterioso e temuto Mr. Dade (Jarmusch).
Ecatombe finale con proiettili a go-go.






Eravamo indecisi se classificare questo scalcinato western moderno tra I CLASSICI oppure nella sezione dedicata a GLI INEDITI.
Abbiamo optato per la seconda opzione: in Italia non è passato dal grande schermo; su qualche televisione commerciale e ora anche sulle piattaforme online è possibile reperirne una versione doppiata con approssimazione, dal titolo Diritti all'Inferno (sic).

Una cine-avventura nata per caso, quando un nutrito gruppo di musicisti si ritrova improvvisamente inoccupato dopo che l'ambizioso progetto di un tour-carovana è fallito.
Il cineasta indipendente Alex Cox - uno che ai tempi andava per la maggiore, grazie a pellicole come Repo Man - propone loro un'alternativa: perché invece non fare un film tutti insieme?

Detto fatto: il regista scrive la sceneggiatura in soli 4 giorni con l'aiuto del co-protagonista Rude (un copione lungo appena 66 pagine!) e le riprese iniziano ad Almeria, in Spagna, lo stesso posto dove Sergio Leone aveva girato i suoi primi western spaghetti.
Per questioni di budget, viene persino riciclato l'intero set del mediocre Valdez il Mezzosangue.

Che dire di una pellicola come Straight to Hell (il titolo è preso in prestito da una delle più famose canzoni dei Clash)?
Se cercate coesione, verosimiglianza, introspezione, epica... girate al largo!

Senza alcun rispetto per la logica narrativa, Cox e compagnia hanno prodotto un pulp-western nervoso e iperrealista, che gira spudoratamente a vuoto e non riesce a graffiare né con le unghie dell'umorismo né con quelle della satira.
Tutti quelli coinvolti nelle riprese danno l'impressione di essersi divertiti un mondo, ma il contagio non arriva allo spettatore.






Eppure quest'opera da due soldi possiede un certo fascino trash.
I meriti sono essenzialmente da ricercare nel cast e nella bella colonna sonora.

Dei Pogues, il peggiore a recitare è senza dubbio il cantante Shane MacGowan, mentre il tin whistler Spider Stacy sembra possedere un certo talento naturale.
La statuaria Jennifer Balgobin batte 10 a 0 l'insopportabile Courtney Love, futura signora Cobain.
Jarmusch e Hopper sono quasi solo nomi da esibire sulla locandina.

E poi c'è lui, Joe Strummer, che vale da solo tutto il film.
L'ex frontman dei Clash si costruisce addosso un personaggio iconico e indimenticabile, un assassino maldestro e casanova (le scenette con l'assatanata moglie del commerciante sono tra le cose migliori del film), coi vestiti sfatti e i capelli perennemente impomatati.

"Un Humphrey Bogart più giovane e trasandato", come lo ha definito una delle attrici.
Ma anche incline al "metodo" dell'Actor's Studio, se è vero che - per rimanere nel personaggio - il nostro non si è cambiato i vestiti per tutta la durata delle riprese.

Il suo connubio artistico con Cox proseguirà l'anno successivo in Walker, un altro "pseudo-western" che metterà fine una volta per tutte alla promettente carriera del regista e vedrà quasi tutte le scene con Joe tagliate in fase di montaggio.

Ma questa è già un'altra storia.
Un giorno, forse, ve la racconteremo.




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sabato 13 giugno 2020

I DOC: SEX PISTOLS-OSCENITÁ E FURORE, MA QUALE TRUFFA DEL ROCK'N'ROLL?

(Clicca su Sid per vedere il trailer). 

UK, 2000
108'
Regia: Julien Temple


1980.
Julian Temple, cineasta indipendente, firma The Great Rock'n'Roll Swindle (tradotto: "la grande truffa del rock'n'roll"), controversa docufiction sul gruppo punk inglese Sex Pistols.

La tesi che fa discutere è questa: la band era in realtà solo un artifizio pubblicitario e i suoi componenti delle mere marionette nelle mani del manager-pigmalione Malcolm McLaren.

2000.
Con vent'anni di ritardo, il regista torna sul luogo del delitto per ascoltare l'altra campana, ossia i Sex Pistols stessi.
I vari membri della band - tutti tranne il defunto Sid Vicious - raccontano una verità ben diversa...






Autore, in anni più recenti, di Il Futuro Non è Scritto-Joe Strummer, imperdibile pellicola sulla storia del compianto leader dei Clash, Temple è uno che di musica - punk rock, in particolare - se ne intende.

Nessuno come lui - a parte forse l'eclettico Don Letts, documentarista, oltre che videomaker, DJ e musicista nei Big Audio Dynamite di Mick Jones (il chitarrista dei succitati Clash) - ha saputo cogliere lo spirito di quell'epoca unica e irripetibile, senza peraltro celarne gli aspetti negativi e le contraddizioni.

I Sex Pistols sono stati, se non la più importante, di certo la più rappresentativa band britannica del genere, nonostante la breve vita (sono stati attivi, tardive reunion a parte, solo nel biennio 1976-78).

Johnny Rotten (voce), Steve Jones (chitarra), Glen Matlock (basso) e Paul Cook (batteria) iniziarono giovanissimi a suonare nei club un rock'n'roll grezzo e provocatorio che in un attimo sarebbe diventato la colonna sonora di un'intera società, se non di un'intera generazione.

Sostituito il talentuoso Matlock con l'impreparato ma iconico Sid Vicious, il gruppo si disciolse all'apice della fama dopo un disastroso tour negli Stati Uniti e una lunga serie di incomprensioni interne.






A questo punto il film, un po' troppo sintetico per i nostri gusti, si interrompe bruscamente.
Peccato, perché sul periodo post-Pistols ci sarebbe abbastanza materiale da girare un altro lungometraggio.

Il merito principale è stato invece aver dato voce ai componenti della band, ritratti in penombra come per celarne l'identità.
La storia che raccontano è diametralmente opposta a quella di McLaren, e c'è da crederci: ma quale progetto costruito a tavolino, questi sono quasi tutti musicisti veri (specie Jones e Cook) che compongono canzoni di livello e sembrano sinceri nella loro "missione" anarchica e antisistema.

Alternando interviste e immagini di repertorio, il documentario ha almeno due momenti memorabili: il matinée per i bambini, figli di vigili del fuoco in sciopero, e la voce rotta di Lydon (cioè Rotten) quando ricorda la triste fine di Vicious, ucciso da un'overdose a soli 22 anni.

Imperdibile per i fan dei Sex Pistols e preziosa per gli appassionati di musica (e cultura) punk, Oscenità e Furore è un'opera che vale la pena guardare, senza moralismi né preconcetti.

Non ci si trova dentro alcuna Grande Truffa, solo tanto Rock'n'Roll.




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martedì 5 giugno 2018

I CLASSICI: SINGLES, IL FILM "GRUNGE" PER ECCELLENZA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 1992
99'
Regia: Cameron Crowe
Interpreti: Matt Dillon, Bridget Fonda, Campbell Scott, Kyra Sedgwick, Bill Pullman, Sheila Kelley, James LeGros, Tom Skerritt, Eric Stoltz, Tim Burton, Tad Doyle, Soundgarden, Alice in Chains, Pearl Jam.


La storia di due coppie a Seattle, all'inizio degli anni 90.

Il serio Steve (Scott) si innamora - ricambiato - di Linda (Sedgwick), che fatica a fidarsi degli uomini dopo essere stata tradita dal suo ultimo ragazzo.

L'allegra Janet (Fonda) è invece cotta persa di Cliff (Dillon), velleitario cantante rock che aspira al successo.

Intorno a loro, intanto, stanno fiorendo la musica e la cultura grunge...






Se esiste un film che più di ogni altro è riuscito a cogliere lo spirito del Seattle sound, allora è questo.

Girato nella Città del Caffè durante il periodo di massima esplosione del fenomeno grunge, Singles è - a suo modo - una delle pellicole più rappresentative degli anni 90 (occhio al titolo, ha 3 significati diversi: si riferisce ai piccoli appartamenti in cui vivono i personaggi, ma allude pure alla condizione sentimentale dei protagonisti - per l'appunto single in cerca di relazioni stabili - e ai singoli musicali).

Crowe è uno sceneggiatore/regista che nella propria carriera ha mostrato qualche limite (romanticismo affettato, tendenza al patetismo), ma qui dimostra di avere pochi eguali nel raccontare gli ambienti del rock.

Lo aiuta senza dubbio l'esperienza pregressa come giornalista di settore, che lo ha portato - tra le altre cose - a dirigere Pearl Jam Twenty, uno dei migliori documentari musicali degli ultimi anni (doveva concorrere a Venezia 2011, ma all'ultimo non venne selezionato, ricordate?).

In effetti la pellicola che recensiamo oggi vale, più che per le vicende sentimentali, per la trascinante colonna sonora firmata da Paul Westerberg (ex leader del gruppo punk/alt-rock The Replacements) e per le appassionate esibizioni dal vivo di Alice In Chains e Soundgarden.






Ma le band guidate, rispettivamente, dai compianti Layne Staley e Chris Cornell non sono le uniche apparizioni di musicisti grunge.
In piccoli ruoli fanno capolino anche Tad Doyle dei Tad e soprattutto i Pearl Jam nelle vesti dei Citizen Dick, il gruppo capitanato da Matt Dillon nel film (con Eddie Vedder come batterista!).

A proposito di Dillon, è suo il personaggio più riuscito del mazzo: un cantante così scalcinato e ridicolo nelle proprie aspirazioni da rock star da risultare sinceramente tenero e simpatico, molto più "a fuoco" degli altri protagonisti, in verità un po' piatti e manierati.

La lacuna principale di Singles?
Indubbiamente la mancata partecipazione - in qualunque forma - dei Nirvana, la band di punta della scena di Seattle.

Kurt Cobain e soci declinarono qualsiasi coinvolgimento nel progetto e la loro assenza in effetti pesa: in pratica come girare un film sul rock'n'roll senza i Rolling Stones o un film sul punk senza i Clash.

Nonostante questo, la pellicola di Crowe è riuscita a travalicare persino le proprie ambizioni e diventare il documento di un momento e di un mondo che non esistono più e probabilmente - ahinoi! - non torneranno.

Ma che mancano.
Eccome, se mancano.




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mercoledì 26 novembre 2014

I DOC: IL FUTURO NON E' SCRITTO, VITA E ARTE DEL PARTIGIANO JOE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

Gran Bretagna/USA/Irlanda, 2007
123'
Regia: Julian Temple
Con: Joe Strummer, Mick Jones, Topper Headon, Bono, Flea, Courtney Love, Jim Jarmusch, Steve Buscemi, Johnny Depp, Matt Dillon, Martin Scorsese.


Per realizzare il definitivo documentario-tributo al "signore della guerra del punk-rock" (auto-definizione di Joe stesso) ci sono voluti 5 anni, a partire da quel maledetto 22 Dicembre 2002, quando un banale attacco cardiaco privò il mondo del più significativo cantautore che il rock'n'roll abbia mai espresso: Joe Strummer, naturalmente.

Il britannico Julian Temple - già autore di due documentari sui Sex Pistols e regista di fiction - ha raccolto meticolosamente ogni filmato, fotografia, intervista; ha chiamato a raccolta musicisti, star del cinema, amici e conoscenti che in qualche modo avevano incrociato la strada con Joe.
Li ha fatti mettere intorno a un fuoco da campo - come quelli che Strummer stesso amava - e ha lasciato che parlassero a ruota libera, ricordando e, in più di un caso, commuovendosi.

Il regista segue l'ordine cronologico degli eventi, alternando qua e là ai filmati spezzoni di film e animazioni grafiche ricavate da schizzi a matita di Joe, che era anche un notevole illustratore.
Si parte quindi dall'infanzia del nostro, di cui non si era mai saputo tantissimo (quanti sospettavano che fosse stato uno scout?), poi si passa agli anni difficili in collegio, alla ribellione adolescenziale e alla vita da hippy negli squat, dove avviene la scoperta del proprio talento musicale.

Qui John Graham Mellor - il suo vero nome - diventa prima Woody (in onore di Woody Guthrie), poi Joe Strummer, lo "strimpellatore".
Mentre suona e canta nella pub band 101'ers viene notato dall'aspirante manager Bernie Rhodes e diventa il leader di quello che anni dopo Andy Warhol proclamerà "l'unico gruppo che conta": i Clash.

Il resto è storia: l'ascesa internazionale, il passaggio dalla punk music dei primi anni all'eclettico mix sperimentale di album come London Calling e Sandinista!, il ruolo sempre più impegnativo di portavoce politico di una generazione, l'improvviso e drammatico scioglimento della band, gli anni della solitudine e della depressione, infine il ritorno sulle scene coi Mescaleros e la riappacificazione con se stesso.

Il documentario di Temple ha qualche carenza (manca il punto di vista del bassista dei Clash, Paul Simonon; il riassunto è molto sintetico, tanto che alcuni episodi della vita di Joe sono espunti o solo accennati) e molti pregi; tra questi sicuramente quello di non aver nascosto i difetti e le debolezze dell'artista.
Il Futuro Non è Scritto è il racconto sincero e in parte impietoso di un novello Prometeo che si è sempre ribellato alle convenzioni e alle autorità, che ha conosciuto la vetta dall'Olimpo dello star system e ha avuto l'ambizione smisurata di cambiare per sempre la musica - e perché no? - anche il mondo attraverso di essa.

Ma il destino di Joe Strummer, nella sua vertigine egocentrica, non poteva non essere simile a quello del Titano.
Precipitato dagli dei - o dai suoi demoni - sulla terra, egli è però riuscito a rialzarsi e a ricominciare mettendosi nuovamente in discussione, arrestato nella sua risalita soltanto dalla morte prematura.

Come l'eroe mitologico, anche Joe ha lasciato in eredità ai posteri il fuoco: non quello effimero di un falò, ma quello della passione per la musica.
Un fuoco che non si spegnerà mai in chi ha amato e continua a cantare le sue canzoni.

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