CINEMA A BOMBA!

domenica 10 maggio 2026

I CLASSICI: SOLO DIO PERDONA, FACCIO A PUGNI CON TE (POI TI VENGO A CERCARE)

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

Danimarca/Francia, 2013
90'
Regia: Nicolas Winding Refn
Interpreti: Ryan Gosling, Vithaya Pansringarm, Rhatha Phongam, Gordon Brown, Tom Burke, Kristin Scott Thomas.


Bangkok. Due fratelli americani gestiscono una palestra di Muay Thai che in realtà è una facciata per il traffico di droga.

Quando uno, psicopatico e violento, viene giustiziato per aver ucciso una prostituta minorenne, l'altro (Gosling, più laconico del solito) viene costretto dalla madre criminale (Scott Thomas, a metà tra Lady Macbeth e Donatella Versace) a vendicarlo.

Ma il responsabile dell'omicidio del congiunto non è una persona qualsiasi: è un poliziotto in pensione con l'hobby del karaoke che funge da vigilante e Angelo della Morte (Pansringarm)...


Dimenticate Drive.
Due anni dopo quel cult movie ritorna la coppia attore-regista Gosling-Refn, ma il tono è molto diverso, più vicino alle precedenti pellicole del controverso cineasta danese, tipo la trilogia Pusher o Walhalla Rising.

Intinto in un'atmosfera plumbea e buia, illuminata solo da luci al neon, il film mette insieme poliziesco e arti marziali, thriller e melodramma.
E lo fa con quel citazionismo post-moderno che è il marchio di fabbrica del suo autore.

Infatti, i riferimenti stilistici sono orgogliosamente e arrogantemente evidenti: i ralenti epici di Sam Peckinpah, la violenza belluina di Gaspar Noé, il misticismo visionario di Alejandro Jodorowsky.
L'ambizioso regista si è persino arrischiato a paragonare la propria pellicola a Il Salario della Paura del mitico William Friedkin (anche meno, Nic).

Moderno western - anzi, eastern - con Ryan Gosling novello cowboy, vorrebbe essere una parabola esistenziale, una storia di redenzione, un'interrogazione sul silenzio di Dio il cui climax è la scazzottata finale tra i due protagonisti e avversari.

Uno scontro di thai boxe in preparazione del quale Ryan si era sottoposto a sessioni intensive di allenamento (il che è tanto paradossale quanto sconcertante, se avete visto la scena nel film).

Presentato in concorso al Festival di Cannes nel 2013, dove fu per lo più coperto di fischi, Solo Dio Perdona è un'opera che nasconde temi grandi sotto un'estetica patinata e dentro una cornice compositiva ricercata e compiaciuta.

Principale estimatore di se stesso, NWR ha fatto un lungometraggio consigliabile solo ai suoi fan più indefessi o a cinefili dallo stomaco forte che prediligono la forma al contenuto.
Un cult degli anni 10, nel bene e nel male.


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martedì 24 settembre 2024

GLI INEDITI: WALKER, JOE STRUMMER BARBONE PER UN REGISTA-ICARO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA/Messico, 1987
94'
Regia: Alex Cox
Interpreti: Ed Harris, Peter Boyle, Marlee Matlin, John Diehl, Xander Barkeley, Zander Schloss, Sy Richardson, Dick Rude, Joe Strummer (non accreditato).


1855. La storia vera - ancorché molto romanzata - dell'ambizioso filibustero americano William Walker (Harris), che alla guida di un manipolo di soldati di ventura (da lui pomposamente chiamati "gli Immortali") conquistò il Nicaragua e ne divenne il dittatore.
Almeno finché non venne arrestato e fucilato dall'esercito honduregno.


1987. Subito dopo lo sgangherato pseudo-spaghetti western Straight to Hell, il regista Alex Cox e il cantautore Joe Strummer decidono di lavorare insieme ad un'altra pellicola.
Il primo è un cineasta di discreto successo, il secondo è in cerca di nuove sfide dopo lo scioglimento dei Clash.

Il musicista inglese - attratto anche dalla familiarità con l'ambientazione nicaraguense, avendo realizzato qualche anno prima l'album triplo Sandinista! - accetta la sfida di scrivere le musiche originali.
Si chiude in una stanza con una chitarra acustica, un synth e un registratore a quattro piste, e compone 14 tracce: 3 cantate e le altre interamente strumentali.

Insieme a lui c'è l'amico Zander Schloss (ex Circle Jerks) con la propria spanish guitar, e il risultato è una colonna sonora memorabile, con echi di Ennio Morricone e decisamente migliore del lungometraggio che accompagna.

Joe - che in questo periodo si è dato alla recitazione - interpreta Faucet, il lavapiatti dei mercenari di Walker.
Peccato che quasi tutte le sue scene siano state tagliate in fase di montaggio: alcuni frammenti verranno poi recuperati nel documentario Il Futuro Non è Scritto, ma nel film il nostro compare solo pochi secondi - sfoggiando un insolito hippy look, con capelli a boccoli e barba lunga - mentre si tuffa in un fiume dove delle donne si stanno lavando.

Cox decide di girare realmente in Nicaragua, approfittando delle sovvenzioni del governo sandinista e della Chiesa cattolica, ma il distastro finanziario e il massacro della critica che ne conseguiranno metteranno di fatto fine alla sua carriera.
Peccato, perché il cast e i contributi tecnici sono di buon livello, a cominciare dal copione redatto dallo sceneggiatore underground Rudy Wurlitzer, lo stesso di Strada a Doppia Corsia di Hellman, Pat Garrett & Billy The Kid di Peckinpah e Candy Mountain (sempre con Strummer in un breve ruolo).

Che cosa non ha funzionato, allora?
Forse un eccesso di hubris da parte del regista, convinto di essere al livello del Coppola di Apocalypse Now o del Friedkin di Sorcerer; forse i continui e voluti anacronismi (compaiono elicotteri, riviste e orologi da polso); forse la ricerca troppo insistita di un parallelismo tra il Nicaragua di metà 1800 e quello di metà anni 80.

La pellicola è una satira non molto velata dell'imperialismo USA e della "guerra sporca" dei Contras - gli antirivoluzionari al soldo della CIA - voluta da Reagan per rovesciare il governo sandinista (tentativo fallito, per la cronaca).
Ma il messaggio risulta indebolito dalla crasi imperfetta tra la serietà del tema trattato e gli innesti di umorismo nero.

Questo bizzarro biopic è indirizzato piuttosto ai fan di Joe Strummer e agli appassionati di un certo cinema d'autore, quello così ambizioso ed esagerato da portare il proprio regista a diventare una sorta di artistico Icaro: coraggioso nel proposito di volare vicino al sole, ma troppo cieco per accorgersi che la cera della proprie ali si sta sciogliendo.


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mercoledì 18 ottobre 2023

I DOC: IL MISTERO PICASSO, SHH... L'ARTISTA STA CREANDO!

Pablo Picasso in azione (clicca sull'immagine per vedere il documentario). 



Francia, 1956
78'
Regia: Henri-Georges Clouzot
Con: Pablo Picasso, Henri-Georges Clouzot, Claude Renoir.


Pagheremmo qualsiasi cosa per sapere cosa pensava Rimbaud metre scriveva "Il Battello Ebbro"; cosa pensava Mozart mentre componeva la "Sinfonia Jupiter"; per conoscere quel meccanismo segreto che guida il creatore nella sua pericolosa avventura.

Grazie a Dio, ciò che non è possibile con la poesia e la musica è realizzabile con la pittura.

Per sapere cosa succede nella testa di un pittore, basta seguire la sua mano.

Forse non in molti lo sapranno ma Malaga, la vivace "capitale" della Costa del Sol, ha dato i natali ad uno dei più grandi geni della storia dell'arte: nella bella città andalusa, una delle tappe del viaggio di nozze di Fran e Deb nel 2022 (che abbiamo ricordato con The Limits of Control e con la pietra miliare surrealista Un Chien Andalou), nel 1881 è infatti nato Pablo Picasso, figlio del pittore José Ruiz Blasco e di una donna di origini liguri (nella sua carriera artistica abbandonerà il cognome del padre ma conserverà quello della madre, considerato più "esotico" e inusuale).

Pablo lascerà Malaga all'età di 10 anni, ma non vi farà più ritorno; nel 1936 dirà anzi addio definitivamente alla Spagna a causa della guerra civile, essendo un convinto antifranchista.

La città natale però non l'ha dimenticato: a lui sono stati dedicati, tra le altre cose, l'aeroporto internazionale (uno dei più trafficati della penisola iberica), una statua, un museo (molto visitato, è uno dei soli quattro musei intitolati a Picasso nel mondo, insieme a quello di Barcellona, Parigi e Antibes).

Morirà in Francia nel 1973, cioè 50 anni fa.

Per ricordarlo abbiamo scelto un documentario molto particolare.

L'incipit di questo post lo abbiamo preso proprio da lì.

Ed è lo stesso regista a declamarlo - e non è un regista qualsiasi.

Maestro del genere noir, Henri-Georges Clouzot è autore di veri e propri capolavori della storia del cinema, quali Les Diaboliques (oggetto di diversi remake, tra i quali uno del 1996 con Sharon Stone, Isabelle Adjani, Kathy Bates e Chazz Palminteri) e soprattutto Vite Vendute-Le Salaire de la Peur (dal quale il compianto William Friedkin trarrà il memorabile e maledetto Il Salario della Paura).

Ma come conciliare gli stilemi del thriller con la descrizione di un processo creativo?

Non certo con una semplice intervista: la scelta di Clouzot è quella di lasciare mano libera (è il caso di dirlo) al suo interlocutore.

Imprevedibilità, colpi di scena, svolte inaspettate, scenari spiazzanti sono tipici del genere padroneggiato dal cineasta francese, ma sono sempre stati nelle corde anche di Picasso.

E allora perché non affidarsi allo stesso pittore, lasciando che questi si prenda la scena con la sua abilità, il suo carisma, la sua presenza?

Egli viene pertanto ripreso mentre crea in tempo reale, ed è impressionante vedere come, da pochi tratti e nel giro di pochi minuti, egli riesca a dar vita ad immagini inimmaginabili fino a poco prima.

E così ecco comparire dal nulla figure femminili, una corrida, un torero incornato da un toro, una pianta che diventa un pesce che diventa un gallo che diventa una misteriosa figura, disegni che da nitidi si fanno forme astratte, affollate scene estive che cambiano con poche pennellate...

L'artista gigioneggia, si presta alle sfide postegli dal regista, gioca con lo spettatore.

Il risultato?

Una divertente esibizione di uno degli artisti più geniali e originali del Novecento, una guasconata in pieno stile Picasso che lascia intravedere il suo metodo di lavoro e le potenzialità del suo grande talento, senza spiegazioni e interpretazioni.

Ma attenzione agli ultimi fotogrammi: il regista alla fine, con una sorta di coup de théâtre e per pochi secondi, trasforma di fatto Picasso in un personaggio dei suoi film, un personaggio da poliziesco, e si riprende così il film alla sua maniera.

A la Clouzot.


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mercoledì 6 aprile 2016

OSCAR 2016. THE REVENANT, COSA NON SI FA PER VINCERE UN OSCAR...

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2015
156'
Regia: Alejandro González Iñárritu
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Will Poulter, Domhnall Gleeson, Lukas Haas.


1823. Il trapper Hugh Glass (DiCaprio) guida una spedizione attraverso il freddo Nord Dakota (Nord degli Stati Uniti, al confine col Canada), territorio reso ostile dalle avverse condizioni atmosferiche e dalla presenza di Indiani e Francesi.

Andando in perlustrazione, ad un certo punto, egli rimane da solo in mezzo ad un bosco; qui viene attaccato da una femmina di orso che vuole difendere i suoi piccoli e rimane gravemente ferito.

Creduto ormai in fin di vita, viene lasciato indietro per non rallentare la marcia, in compagnia del figlio meticcio avuto da una squaw e di altri due compagni.
Uno di questi, il violento Fitzgerald (Hardy, che pare Tom Berenger in Platoon), cerca di soffocare il moribondo considerandolo solo un peso, ma finisce per uccidere il ragazzo sotto gli occhi del padre.

Costui viene abbandonato in una fossa improvvisata, al gelo.
Ma nonostante tutto riesce a sopravvivere e a percorrere la lunga e faticosa strada verso la propria vendetta.

Il termine revenant, di origine francese, è di scarso utilizzo nella lingua parlata inglese, e significa - consultando il vocabolario Devoto-Oli - "l'anima di un morto che si presume ritorni dall'aldilà in forma corporea", "persona che ricompare dopo una lunga assenza", oppure "sopravvissuto, superstite".

Tutte definizioni che ben descrivono - di certo meglio del termine redivivo appiccicato al titolo nella versione italiana - la figura quasi mitica dell'esploratore Hugh Glass, che aveva già ispirato Uomo Bianco, Va' Col Tuo Dio del 1971 con Richard Harris e John Huston.
A incarnarlo uno dei più celebri, celebrati e talentuosi attori di questo nuovo secolo: Leonardo DiCaprio.

Preparazione maniacale e serietà professionale sono da sempre i suoi approcci ad ogni ruolo, ma questa volta ha dovuto: mangiare fegato di bisonte crudo (lui che è vegetariano!), sottoporsi a ore di trucco dopo essersi svegliato in piena notte, imparare a sparare con un moschetto, accendere un fuoco coi legnetti, indossare pellicce d'alce e orso pesanti quasi 50 chili, recitare con una bronchite a parecchi gradi sotto zero...

Buon per lui che almeno l'orsa che lo attacca non sia vera: si tratta di uno stuntman che indossa una tuta blu. L'animale è stato creato in post-produzione con effetti speciali digitali: unica concessione al rigoroso realismo imposto da Alejandro G. Iñárritu.

Proprio in nome del realismo, il regista messicano ha deciso di girare gli esterni in location incontaminate, per rappresentare al meglio le aree più selvagge del Nord America della prima metà del XIX secolo, servendosi solo di luci naturali.

Questo ha posto una serie di problemi: le località scelte - principalmente la Columbia Britannica (Canada) e, per finire le riprese, la parte argentina della Terra del Fuoco - erano remote, impervie e selvagge, raggiungibili dopo ore di cammino.

Una volta in loco, a tutti era richiesto di svolgere i propri compiti in modo pressoché perfetto, essendo il tempo a disposizione assai limitato (circa 90 minuti al giorno di luce, per la gioia - si fa per dire - del direttore della fotografia Emmanuel Lubezki).
E tutto questo a -30/40°.

Immaginate il clima, atmosferico e tra le persone: tra il regista e Tom Hardy c'è stata infatti una lite furibonda (ma i due sono noti per il proprio caratteraccio), mentre alcuni membri della troupe hanno lasciato le riprese a causa delle troppe difficoltà incontrate o sono stati cacciati dal regista per via delle reiterate proteste.

La scelta, poi, di girare le scene in ordine cronologico ha allungato ulteriormente i tempi e ha fatto di conseguenza lievitare i costi: dagli iniziali 60 milioni di dollari si è arrivati alla cifra di 135 finali!

Un'abile operazione pubblicitaria ha implicitamente accostato il processo di realizzazione a quello di altre pellicole "maledette", quali Aguirre, Furore di Dio (1972) e Fitzcarraldo (1982) di Werner Herzog, Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola e Il Salario della Paura di William Friedkin.
Al di là delle esagerazioni del caso, pensiamo veramente che sia stata un'esperienza dura per tutti coloro che vi hanno lavorato.

Ma ne è valsa la pena?

A parte Iñárritu, Lubezki e DiCaprio, per il resto del cast e delle maestranze le condizioni nelle quali hanno dovuto lavorare non hanno portato ai risultati sperati.

The Revenant si è presentato alla vigilia forte di ben 12 nomination (il primato di questa edizione), ma alla fine si è accontentato di sole tre statuette.

Niente gloria quindi per Tom Hardy (non protagonista), per gli autori della colonna sonora - Ryūichi Sakamoto (sue le musiche di film di Bernardo Bertolucci quali L'Ultimo Imperatore - per il quale vinse l'Oscar nel 1988 -, Il Tè nel Deserto e Il Piccolo Buddha), il sofisticato compositore tedesco Alva Noto e il chitarrista Bryce Dessner del gruppo indie The National, che comunque non sono stati neppure candidati -, per i tecnici (di montaggio, scenografia, costumi, trucco, effetti speciali, sonoro, montaggio sonoro).

Per quel che riguarda i produttori, nominati per il miglior film, essi possono bilanciare il mancato premio con i risultati al botteghino.

Finora la pellicola ha infatti incassato più di 400 milioni nel mondo: un ottimo riscontro di pubblico, ben superiore a quello ottenuto dalle precedenti pellicole dirette da Iñárritu: Amores Perros (2000), 21 Grammi (2003), Babel (2006), Biutiful (2010) e Birdman (2014).

Per quest'ultima, il regista aveva ottenuto la soddisfazione di vincere personalmente l'Oscar per la migliore regia (secondo messicano consecutivo dopo Alfonso Cuarón l'anno precedente) - unitamente a quello per il film e la sceneggiatura originale.

Bissare la prestigiosa statuetta un anno dopo aver agguantato la prima era però impresa che era riuscita ad un solo cineasta, Joseph L. Mankiewicz (per Lettera a Tre Mogli nel 1950 ed Eva Contro Eva nel 1951) - prima di lui solo il mitico John Ford ce l'aveva fatta (nel 1941 e nel 1942), ma ne aveva già vinta un'altra nel 1936.

Ma, riuscendoci, Iñárritu è entrato nella storia del cinema.

Come Emmanuel Lubezki: nessun direttore della fotografia prima di lui, invece, è riuscito a fregiarsi dell'Academy Award per tre (!) edizioni consecutive - il primo, nel 2014, era per Gravity, il secondo per il già citato Birdman.

Lavorare con un maestro come Terrence Malick - per The New World, una delle ispirazioni più palesi per filmare i paesaggi incontaminati canadesi e argentini con la sola luce naturale, The Tree of Life e To the Wonder - gli ha sicuramente giovato.

Ma dal pubblico The Revenant verrà ricordato soprattutto come il film che ha finalmente consentito a Leonardo DiCaprio di vincere il suo primo Oscar.

Era ora, dopo ben 6 nomination - nel 1993 (a soli 19 anni, quindi) per Buon Compleanno Mr. Grape, nel 2005 per The Aviator, nel 2007 per Blood Diamond, nel 2014 per The Wolf of Wall Street (due, una come attore protagonista, l'altra come produttore).

Certo, a Peter O'Toole (8 candidature), Richard Burton (7), Deborah Kerr, Thelma Ritter e Glenn Close (6) è andata peggio - non hanno mai vinto niente (sebbene quest'ultima sia ancora in tempo per rifarsi) -, ma era da anni che si chiedeva a gran voce di riconoscere degnamente il talento dell'italo-americano.
Che comunque, tra i numerosi premi guadagnati, può fregiarsi anche di ben tre Golden Globe: nel 2005, 2014 e quest'anno.

Interpretare Hugh Glass, però, ha rappresentato una vera sfida.

Il buon Leo non era nuovo a ritratti di uomini straordinari realmente esistiti - è stato l'artista punk Jim Carroll (Ritorno dal Nulla di Scott Kalvert, 1995), il poeta maledetto Arthur Rimbaud (Poeti dall'Inferno di Agnieszka Holland, stesso anno), il re di Francia Luigi XIV e la Maschera di Ferro (La Maschera di Ferro, appunto, di Randall Wallace, 1998), il truffatore trasformista Frank Abagnale Jr. (Prova a Prendermi di Steven Spielberg, 2002), l'eccentrico miliardario Howard Hughes (The Aviator di Martin Scorsese, 2004), lo storico direttore dell'FBI J. Edgar Hoover (J. Edgar di Clint Eastwood, 2011), lo spregiudicato broker Jordan Belfort (il sopraccitato The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese, 2013).

Ma questa volta ha dovuto affrontare il ruolo di un uomo che resta solo per gran parte della durata della pellicola: e ciò ha comportato inevitabilmente pochi dialoghi, poche iterazioni con gli altri attori, molti primi piani, molta fisicità, un'espressività espressamente non troppo esagerata.
E soprattutto la responsabilità di sostenere sulle proprie spalle quasi tutto il film.

Solo un fuoriclasse poteva riuscirci senza perdere credibilità o farsi trascinare da un egotismo ipertrofico.
Ovvio, se poi ti rivolgi ad uno dei migliori sulla piazza, vai sul sicuro.

Eppure, al di là delle molte difficoltà che ha incontrato e che abbiamo citato e alla credibilità che ha infuso nel personaggio, DiCaprio dona alla propria interpretazione forza, incisività e potere iconico - la barba lunga e congelata che si confonde con la spessa pelliccia, gli occhi azzurri freddi come il clima, l'incedere faticoso ma risoluto, le profonde ferite su corpo e viso... tratteggiano efficacemente la figura di un Übermensch (cioè, un superuomo come lo intendeva il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche) che sopravvive grazie al proprio titanico volere e ad un'inestinguibile sete di vendetta.

Se non lo avessero premiato, l'Academy avrebbe perso ogni credibilità e sarebbe incorsa nell'ira funesta dei tanti fan del divo - già la questione degli Oscar "troppo bianchi" (ne avevamo accennato qui) aveva creato un bel polverone.

Comunque il riconoscimento è stra-meritato e la consegna del premio è un momento che resterà impresso anche nel futuro.

Un (disgustoso) fegato di bisonte val bene un Oscar, in fondo.

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mercoledì 15 luglio 2015

BABADOOK, MOSTRO NERO DISAGIO VERO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

Australia, 2014
89'
Regia: Jennifer Kent
Interpreti: Essie Davis, Noah Wieseman, Daniel Henshall, Hayley McElhinney, Barbara West, Benjamin Winspear.


I've never seen a more terrifying movie than The Babadook. It will scare the hell out of you as it did me.
[Non ho mai visto un film più terrificante di The Babadook. Vi spaventerà a morte come ha fatto con me - William Friedkin]

Che cosa ha spinto il Maestro - uno che se ne intende, avendo diretto cult quali L'Esorcista, Il Salario della Paura e Bug - ad una dichiarazione così entusiastica?
La stessa ragione che ha portato una diva del calibro di Jessica Chastain a scrivere sui social network:
This film owned me. I highly recommend every brilliant, terrifying second. ‪‎Jennifer Kent‬ and ‪Essie Davis‬ are on my list of dream collaborators. [Questo film si è impossessato di me. Ne consiglio caldamente ogni geniale e terrificante secondo. Jennifer Kent e Essie Davis sono nella mia lista dei collaboratori ideali.]
E' una piacevole sorpresa, questo prodotto a basso costo (finanziato in gran parte grazie al crowd-funding tramite la piattaforma Kickstarter), opera prima - se si escludono alcuni corti precedenti, tra i quali Monster del 2005, al quale questo film si ispira - di una regista australiana, la succitata Jennifer Kent.

Passato al Sundance Film Festival del 2014, dopo un successo di passaparola, recensioni lusinghiere, plausi importanti (ricordiamo anche quello di Stephen King), Babadook è uscito finalmente anche in Italia.

Ma veniamo alla trama: dopo sei anni, la povera Amelia non riesce ancora a riprendersi dalla morte dell'amato marito - deceduto in un incidente stradale mentre l'accompagnava in ospedale per partorire - e ha difficoltà a gestire il figlio, che ha seri problemi comportamentali.

Una sera, per farlo addormentare, gli legge un libro pop-up trovato misteriosamente in casa che parla di un mostro spaventoso e minaccioso, Mister Babadook (lo avete notato? L'anagramma di "Babadook" è "a bad book"...).
Da quel momento le vite della madre e del bambino non saranno più le stesse.

Attenzione: non si tratta del solito horror pieno di effettacci, colpi di scena che vi fanno balzare dalla sedia, sangue, morti, immagini crude.

È vero, il mostro c'è.
E sembra uscito da un vecchio film in bianco e nero: infatti ha una faccia che sembra quella di Conrad Veidt in L'Uomo Che Ride di Paul Leni del 1928 e un corpo simile a quello allampanato di Max Schreck nel Nosferatu di Friedrich Wilhelm Murnau del 1922 (già preso a modello da Tim Burton in Batman-Il Ritorno).
Insomma, un uomo nero insidioso che vive e si muove nell'oscurità, un babau che nessun bambino vorrebbe trovare sotto il letto o dentro ad un armadio.

Ed è vero: la tensione è resa (benissimo) in modo classico da un montaggio e da inquadrature che costruiscono un senso di attesa, da contrasti luce/ombra molto suggestivi che ricordano quelli utilizzati dai maestri dell'espressionismo tedesco (citati in più occasioni), da scricchiolii e rumori inquietanti.

Ma l'aver immesso questi elementi nel contesto di una vicenda già di per sé drammatica è ciò che distingue questa dalle altre pellicole di genere.
Una vicenda trattata con tatto e sensibilità, non in modo superficiale, che parla di abbandono, solitudine, rapporti tra una madre esaurita ed il figlio problematico, difficile elaborazione di un lutto terribile e sempre vivo, emarginazione, disagio.
E probabilmente non è un caso che regista e protagonista siano due donne.

Il risultato è quello di suscitare un senso di inquietudine profonda nello spettatore, grazie alle atmosfere e al coinvolgimento emotivo della storia, accentuato da sequenze oniriche e orrorifiche (come quella dello zapping in Tv, dove tra l'altro appaiono sequenze di I Tre Volti della Paura di Mario Bava) e da primi piani dell'espressiva e bravissima attrice teatrale Essie Davis.

Insomma, Jennifer Kent ha fatto un'opera notevole e originale, spiazzante perfino nell'insolito finale.
Speriamo che il suo talento e la sua immaginazione non vadano dispersi in futuro.

Nel frattempo, merita di godersi i complimenti.

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mercoledì 2 ottobre 2013

WILLIAM FRIEDKIN. BUG, TUTTO IL RESTO È (PARA)NOIA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2006
102'
Regia: William Friedkin
Interpreti: Ashley Judd, Michael Shannon, Lynn Collins, Brian F. O'Byrne, Harry Connick, Jr.


Anni 70: Il Braccio Violento della Legge, L'Esorcista, Il Salario della Paura.
Anni 80: Vivere e Morire a Los Angeles.
Anni 90: Jade.
Anni 10 (del nuovo secolo): Killer Joe.

All’appello manca solo il primo decennio del 2000: qual è il film di William Friedkin più rappresentativo di quegli anni?
La nostra scelta è caduta su Bug, colpevolmente ignorato dai distributori italiani, tanto che da noi è uscito in ritardo e soltanto in DVD.
Presentato al Festival di Cannes, ottiene buone recensioni e vince a sorpresa il premio Fipresci, tradizionalmente assegnato a opere prime o a giovani cineasti, non certo a ultrasettantenni leoni del cinema.

Billy sta attraversando un periodo di forte insoddisfazione professionale – il suo ultimo lavoro davvero memorabile risale ad almeno 20 anni prima! – quando fa un incontro che darà una nuova svolta alla propria carriera.
Si tratta del drammaturgo/attore Tracy Letts, che ha adattato per il cinema una propria pièce e sta cercando un regista per trasferirla sul grande schermo.

Agnes (Judd), cameriera con un figlio scomparso e un ex marito violento, vive di alcol e droghe in uno squallido motel nel deserto.
Qui incontra Peter (Shannon), timido e disadattato reduce dalla guerra del Golfo, ossessionato dagli insetti e dai complotti governativi.
Insieme, i due percorreranno un’allucinante spirale di follia e violenza, che li porterà a compiere un gesto estremo e definitivo.

Dramma esistenziale, love story non ortodossa o horror psicologico? Nessuna delle tre, o forse tutte ("Non rientra facilmente in alcuna categoria", ha affermato Friedkin in un'intervista).
Opera n.20 del regista, è una pellicola essenziale, girata con pochi mezzi, un piccolo set e due protagonisti in stato di grazia.
L'italoamericana Ashley Judd - vero cognome Ciminella - si immerge anima e corpo (soprattutto corpo) in un personaggio non facile con vibrante emotività, mentre il collega Michael Shannon - che riprende il ruolo già interpretato on stage - è un ottimo attore cui basta alzare un sopraciglio per sembrare ora rassicurante ora minaccioso (ve lo ricordate in Take Shelter?).

Il meglio del film è rappresentato dalla capacità del Maestro - quando è in vena è davvero tale - di trascendere la dimensione teatrale del copione e puntare all'allegoria.
Bug rappresenta infatti l'ennesima doccia fredda per i detrattori "politici" del nostro, da sempre accusato di reazionarismo (ma è anche lo stesso che ha diretto L'Affare del Secolo, lampante satira antimilitarista col comico liberal Chevy Chase).
La paranoia schizoide del reduce Peter (ma poi è davvero pazzo?) dice molto più sulla crisi americana post 11 Settembre e post Iraq di tante altre pellicole più esplicitamente dedicate all'argomento.

E' in fondo la storia di due solitudini che soltanto nell'amore reciproco trovano rifugio dalle minacce esterne (l'ex marito violento, il dottore) ed interne (gli insetti, che lo spettatore non vede mai), sommersi in un mondo estraneo, indifferente o ostile.
Forse qui non si parla solo degli USA. Forse si parla di tutti noi.

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domenica 29 settembre 2013

WILLIAM FRIEDKIN. JADE, ECCESSO BUGIE E VIDEOTAPE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 1995
95'
Regia: William Friedkin
Interpreti: David Caruso, Linda Fiorentino, Chazz Palminteri, Michael Biehn, Richard Crenna, Angie Everhart, Victor Wong.


Vecchio porco, appartenente all'aristocrazia di San Francisco, viene trovato orribilmente assassinato nel proprio megavillone.
Si incarica del caso un ambizioso viceprocuratore distrettuale (Caruso), che concentra i sospetti su una sua vecchia fiamma (Fiorentino), ora sposata con un potente e cinico avvocato (Palminteri).
Ma nelle indagini è coinvolto persino il Governatore (Crenna)...

Un regista Premio Oscar, autore di capolavori che hanno rivoluzionato il cinema (indovinate di chi stiamo parlando).
Una bella attrice reduce da lodi sperticate per la sua interpretazione da femme fatale in un piccolo film dai buoni incassi, L'Ultima Seduzione (Linda Fiorentino).
Un popolare divo televisivo in cerca della consacrazione definitiva sul grande schermo (David Caruso).
Un attore fresco di nomination per Pallottole su Broadway di Woody Allen, nonché autore del copione di Bronx, convincente esordio dietro alla macchina da presa di Robert De Niro (Chazz Palminteri).
Lo sceneggiatore più pagato del momento (Joe Eszterhas, quello di Basic Instinct, per intenderci).
Un apprezzato autore di colonne sonore (James Horner).

Gli ingredienti per fare di Jade un successo c'erano tutti, almeno sulla carta. Il problema è che in gran parte sulla carta sono rimasti.
Non che il sottogenere "thriller erotico" faccia normalmente accorrere il pubblico a frotte nelle sale; ma se aggiungiamo a ciò alcuni gravi errori, ecco che non risulta poi inspiegabile il flop di questa pellicola.

Qualche esempio.
La scelta dei protagonisti: Caruso è ancora lontano dal ruolo dell'iconico eroe televisivo Horatio Caine di CSI: Miami; la Fiorentino è poco credibile e qui sfoggia un sex appeal pari a quello di una triglia bollita.
La fotografia: patinata come quella dei tipici porno soft di quegli anni.
Il copione: infarcito di luoghi comuni e con colpi di scena poco scioccanti.
Le scene di sesso: più o meno esplicite, ma fintamente trasgressive, cercano di provocare lo spettatore facendolo diventare – suo malgrado – un voyeur come i personaggi del film (insomma, la tipica "eszterhasata").

Allora perché recensire nello Speciale Friedkin un film che nel complesso non ci è piaciuto?
Perché dopo i fasti di Il Braccio Violento della Legge e L'Esorcista, e dopo film notevoli ma incompresi come Il Salario della Paura e Vivere e Morire a Los Angeles, il nostro ha vissuto un lungo periodo di crisi artistica.
E Jade - che pure negli anni Novanta tra i suoi lavori è il meno peggio - ne è la dimostrazione.

Ma non tutto è da buttare, anzi.
A partire dalla lunga sequenza - 8 minuti buoni - dell’inseguimento automobilistico, vero marchio di fabbrica del Maestro, che questa volta si diverte a giocare col ritmo: prima forsennato tra le ripide strade di San Francisco; poi di una lentezza esasperata quando inseguitore e inseguito si ritrovano rallentati dal carnevale cinese; infine sospeso, ma carico di tensione e attesa, nel finale sul porticciolo, con le due vetture che sembrano muoversi come predatori in procinto di attaccare la preda.
Un pezzo di rara maestria registica che da solo vale la visione del film.

Tra le altre cose da salvare: la colonna sonora, con brani di Loreena Mckennitt e di Stravinskij; la descrizione ambientale, condotta con virtuosismo quasi compiaciuto (vedere l’inizio, mentre scorrono i titoli di testa); la sottile satira antiborghese, probabilmente dovuta alle modifiche effettuate sulla sceneggiatura personalmente da Friedkin.

Per queste ragioni, nonostante tutto, Jade ha lasciato un ottimo ricordo ad Hurricane Billy, che ancora oggi lo annovera tra i suoi lavori più riusciti.
Sarà poi l’incontro con il drammaturgo Tracy Letts - autore prima delle pièce e poi dei copioni di Bug e Killer Joe - a ravvivare nel nostro, una volta per tutte, l’ispirazione dei tempi migliori.
Ma questa è un’altra storia.

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domenica 15 settembre 2013

WILLIAM FRIEDKIN. IL BRACCIO VIOLENTO DELLA LEGGE, LA POLIZIA SI INC***A

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 1971
103'
Regia: William Friedkin
Interpreti: Gene Hackman, Roy Scheider, Fernando Rey, Tony Lo Bianco, Eddie Egan, Sonny Grosso.


Dopo la recensione de Il Salario della Paura, presentato in versione rimasterizzata a Venezia 2013 in occasione del compleanno di William Friedkin (ivi insignito dello strameritato Leone d'Oro alla carriera), continuiamo il nostro speciale sul Maestro tornando indietro di qualche anno.

Siamo all'inizio degli anni 70.
Il nostro, dopo una buona gavetta in televisione, è reduce da un pugno di lungometraggi sperimentali che lo hanno reso un nome noto nei circuiti underground.
Viene notato anche dallo sveglio produttore Philip D'Antoni, che gli propone di dirigere un poliziesco metropolitano, The French Connection; una vera fortuna per il regista, che ha la possibilità di cimentarsi in un genere per lui inusuale (finora).

Il copione, affidato all’esperto Ernest Tidyman - romanziere di Shaft, da cui verrà tratta la celebre pellicola omonima con Richard Roundtree - è ispirato alle vicende di due veri poliziotti, Egan & Grosso, i quali partecipano alle riprese sia come consulenti tecnici sia come attori, in ruoli minori.
New York: il rozzo sbirro "Popeye" Doyle (Hackman), insieme al laconico collega "Cloudy" Russo (Scheider), dà la caccia ad un raffinato trafficante marsigliese (Rey), giunto negli USA per portare a destinazione un importante e ingente carico di droga. La sfida sarà senza esclusione di colpi.

Risultato? 5 premi Oscar, tutti meritatissimi: miglior film, regia (ad oggi la sola statuetta vinta dal Maestro), Hackman attore protagonista, sceneggiatura e montaggio.
Ma insieme ai premi e al successo commerciale arrivano anche le polemiche di parte della critica, che dipinge film e regista come "reazionari": un’accusa idiota che accompagnerà Billy per tutta la carriera, e che dimostra quanto questo autore sia stato e sia tuttora poco capito.

Come abbiamo già visto nel post dedicato a Il Salario della Paura, al nostro interessa realizzare opere il più possibile vicine al reale: non solo verosimili, ma "vere" (non dimentichiamo che Friedkin viene dai documentari).
La vita dei poliziotti è dura e violenta? Allora la finzione deve riprodurre quella durezza e quella violenza, senza filtri o edulcoranti: il personaggio di Popeye - interpretato da un grande Gene Hackman - è razzista e spietato perché sono l’ambiente in cui si muove e il mestiere che fa che lo hanno reso così.

Questa fissazione per il "realismo metropolitano" spiega alcune precise scelte di regia, quali girare totalmente on location (ossia senza l'utilizzo alcuno di set cinematografici), coinvolgere nelle riprese i protagonisti della vicenda originale (il meccanico che nella realtà aiutò Egan e Grosso, tale Irving Abrahams, compare nel ruolo di se stesso) o utilizzare un vero campione di eroina per la scena del test sulla purezza della droga (una sequenza che ricorda quella dei dollari falsi di Vivere e Morire a Los Angeles).

La sequenza più memorabile del film rimane però quella nella quale Doyle rincorre il sicario francese: 10 magistrali minuti senza musica che danno il via ad un’ ideale "trilogia degli inseguimenti", che proseguirà nel succitato Vivere e Morire a Los Angeles, fino a concludersi con Jade.
Notare che le 3 pellicole sono girate in decenni diversi (anni 70, 80 e 90) e ambientate in differenti metropoli (New York, Los Angeles, San Francisco), quasi rappresentassero dei veri e propri "giri di boa" per il regista, continuamente impegnato a superare se stesso e al contempo cimentarsi in qualcosa di nuovo, pur mantenendo il proprio originalissimo stile.

A distanza di oltre 40 anni, Il Braccio Violento della Legge fa ancora scuola, e rappresenta non solo una vetta nell'itinerario artistico di William Friedkin, ma anche uno dei più significativi connubi tra il cinema di genere e quello d'autore.

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domenica 1 settembre 2013

WILLIAM FRIEDKIN. IL SALARIO DELLA PAURA, UN' OPERA DA MANEGGIARE CON CURA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 1977
121'
Regia: William Friedkin
Interpreti: Roy Scheider, Bruno Cremer, Francisco Rabal, Amidou.


«Apocalypse Now, Aguirre-Furore di Dio e il mio Il Salario della Paura sembrano in effetti aver sofferto dello stesso male. Sapete, la maggior parte dei registi ha un solo desiderio: quello di vivere sul filo del rasoio. Sapendo che un regista non ha sempre un controllo assoluto sulla propria creazione è evidente che egli ha forzatamente voglia di andare vicino al punto di rottura di una situazione data per provare al mondo di essere in grado di ritornare, all’ultimo minuto, padrone del suo destino».

Un camion che pare venuto dall'inferno - col muso che ricorda un demone e con sbuffi di fumo che escono da tubi che sembrano corna - attraversa un ponte di corde lacere e assi di legno putride, scosso da raffiche di vento e pioggia battente.
Sbanda, sembra poter cadere nel fiume da un momento all'altro.
I movimenti sono lenti, i volti del conducente e di chi sta guidando il mostro meccanico dal ponte sono terrei e tesi per l'attenzione e la preoccupazione: i due sanno che un minimo movimento brusco potrebbe far scoppiare il carico - delle casse di nitroglicerina - e ucciderli all'istante.

È questa la scena-simbolo di Il Salario della Paura, storia di quattro disperati in fuga dal mondo che si incontrano in un remoto villaggio dell'America Latina e che accettano per necessità il lavoro di trasportare dell'esplosivo attraverso la foresta, tra mille insidie e percorsi a dir poco accidentati.
Una sequenza di pochi minuti che però venne a costare un decimo dell'intero budget e fece guadagnare al regista il nomignolo di Hurricane Billy.

Circa un anno fa, CINEMA A BOMBA! - rispondendo ad un accorato appello apparso nelle pagine di Facebook e Twitter da parte del gruppo Save Sorcerer - sottoscrisse petizioni e fece pressioni sulla Paramount e sull'Universal per salvare le pellicole negative originali 35mm del film più impegnativo e maledetto di William Friedkin.

Immaginate quindi la nostra soddisfazione nel sapere a Febbraio di quest'anno - e nell'avere la relativa conferma a Maggio - del salvataggio di Il Salario della Paura.
Non solo, ma anche di una sua presentazione a Venezia 2013 in una nuova edizione restaurata e rimasterizzata, nel giorno del compleanno del suo autore e della consegna del prestigiosissimo Leone d'Oro alla carriera!

Il "maledettismo" della pellicola fu dovuto ai costi esorbitanti sostenuti dalla produzione negli scomodissimi esterni dominicani, al massacro dei critici all'uscita nelle sale e allo scarso risultato al botteghino.
Un flop che segnò in modo indelebile la carriera del cineasta di Chicago, allora considerato uno dei più talentuosi e promettenti della propria generazione.

Al disastro contribuirono di certo gli inadeguati interpreti, quasi tutti quinte o addirittura seste scelte (Scheider è chiaramente al posto di Steve McQueen); il fuorviante titolo originale Sorcerer, "stregone", riferito - ma l'associazione è tutt'altro che scontata - al destino malvagio; l'uscita nelle sale in concomitanza con quella dell'epocale Guerre Stellari.
E infine il perfezionismo maniacale di Friedkin, che per la scena dell'incidente nel prologo arrivò a far distruggere dodici automobili di fila (12!) prima di ritenersi soddisfatto.

Eppure l'opera in questione è notevole e decisamente non merita l'oblio al quale sembrava inesorabilmente condannata.
Potente, forgiata da una forza titanica, investe lo spettatore con il fango, la pioggia, l'umidità, il fumo e le fiamme incandescenti che tormentano i quattro antieroi, e gli fa vivere i loro stessi brividi.
L'accentuato realismo è sempre stato in fondo uno dei principali marchi di fabbrica del Maestro, allergico agli artifici spettacolari fini a se stessi.

Il senso di tensione, strisciante fin dalle prime sequenze, cresce progressivamente lungo lo svolgersi della vicenda, senza risparmiare il finale, amaro e sospeso.
Solo un grande regista poteva rendere la fisicità, la materia della storia in modo così efficace.
William Friedkin ci è riuscito.

«Di tutti i film che ho girato, questo è il mio preferito. E' uno dei pochi che posso rivedere perché è venuto quasi esattamente come volevo».

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giovedì 29 agosto 2013

WILLIAM FRIEDKIN. PERCHE' UNO SPECIALE



Oggi, 29 Agosto 2013, compie gli anni William Friedkin.

Il suo nome dirà forse poco a chi non frequenta assiduamente CINEMA A BOMBA!: dopo averne parlato in parecchi post, abbiamo finalmente deciso di dedicare a questo grande regista uno speciale per festeggiare il meritatissimo Leone d'Oro alla carriera che la Mostra del Cinema di Venezia gli ha attribuito proprio il giorno del suo 78o compleanno.
Per l'occasione verrà presentata altresì una nuova versione di Il Salario della Paura, ambizioso ma sfortunato capolavoro (che non mancheremo di recensire a breve!) il cui insuccesso di pubblico pose fine alla sua vorticosa ascesa verso l'empireo hollywoodiano.

Il nostro era infatti reduce dai trionfi ottenuti da due pellicole che fecero epoca: Il Braccio Violento della Legge (che gli permise di vincere il suo finora unico Oscar, per la regia) e L'Esorcista (uno dei più eclatanti campioni d'incassi di tutti i tempi).
Nulla sembrava in grado di fermarlo.

Friedkin non riuscirà più, invece, a replicare i fasti delle sue opere più famose.
Un vero peccato, perché un film come Vivere e Morire a Los Angeles - rivalutato in ritardo dalla critica - avrebbe meritato una sorte più benigna.
Nonostante ciò, il Maestro è recentemente tornato a far parlare di sé con un noir provocatorio e immaginifico, che col passare del tempo sta assurgendo sempre più allo status di cult: Killer Joe, presentato in concorso a Venezia nel 2011.

Col riaccendersi delle luci della ribalta e sull'onda dell'entusiasmo, il cineasta di Chicago si è scatenato: oltre al riconoscimento che riceverà al Lido e al ritorno nelle sale di Il Salario della Paura in versione rimasterizzata, egli ha dato alle stampe la sua autobiografia (The Friedkin Connection - gioco di parole col titolo originale di Il Braccio Violento della Legge, cioé The French Connection; in Italia esce oggi con il modesto titolo Il Buio e la Luce) e sta lavorando ad un nuovo film - Trapped - con Demián Bichir.

Insomma, Hurricane Billy - com'è chiamato per il suo carattere turbolento - sta tornando alla grande, e dopo aver gigioneggiato in occasione della sua ultima apparizione sul red carpet del Lido (ricordate il simpatico siparietto che ha fatto con noi della redazione di CINEMA A BOMBA! due anni fa?), promette ancora sicuro spettacolo.
Vai così, Maestro!

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domenica 5 maggio 2013

LEONE D'ORO A FRIEDKIN, GRAZIE ANCHE A CINEMA A BOMBA!




Il Leone d'Oro alla carriera quest'anno verrà assegnato al Maestro.
William Friedkin lo riceverà a Venezia in concomitanza col proprio compleanno, il 29 agosto.
Nell'occasione, Hurricane Billy - come il nostro viene chiamato per il carattere turbolento - presenterà una versione restaurata del suo classico del 1977, Il Salario della Paura.

Il film - remake di una pellicola francese del 1953, Vite Vendute - non è tra i più famosi del nostro, ma è assurto allo stato di cult a causa della travagliatissime riprese nella giungla dominicana, e lo stesso William lo considera uno dei propri lavori più personali e riusciti.

Nella motivazione del premio, il direttore della Mostra del Cinema Alberto Barbera ha riconosciuto a Friedkin: “una fedeltà rischiosa ai propri ideali che, allontanandolo dal centro del cinema hollywoodiano, lo ha spinto a cercare nel cinema indipendente quella libertà necessaria a perseguire la ricerca di un linguaggio fatto di spiazzamenti continui, di istinto visivo folgorante, visionario, allucinatorio, eppure insaziabilmente affamato di realtà anche quando sembra perdersi nel delirio cinetico, astratto e perfezionistico delle prepotenti sequenze d’azione e d’inseguimento che caratterizzano la sua opera in maniera emblematica.
William Friedkin rappresenta ancora oggi l’esempio di un cinema esigente, intellettualmente onesto, emotivamente intenso, programmaticamente avventuroso ed erratico: un antidoto potente e generoso al crescente livellamento del cinema contemporaneo
”.

Visti gli articoli entusiastici che abbiamo dedicato al nostro e il bombardamento mediatico di post e tweet nei principali social network a favore suo e del restauro di Il Salario della Paura, ci piace pensare di aver contribuito - anche se in minima parte - alla rivalutazione di uno dei cineasti più originali ed innovativi della storia del cinema, ingiustamente incompreso ed emarginato dal giro che conta ad Hollywood nel corso della sua carriera, per le sue scelte troppo in anticipo sui tempi.

Per festeggiare quindi degnamente l'importante riconoscimento, CINEMA A BOMBA! ha in serbo per il futuro uno speciale sul regista di Chicago.

Così, dopo avervi fatto conoscere Killer Joe e riscoprire Vivere e Morire a Los Angeles, continueremo insieme lo sconvolgente viaggio negli inferi di un'America in balia del male, specchio della crisi materiale e di valori della nostra società occidentale.

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