CINEMA A BOMBA!

domenica 19 gennaio 2020

I MIGLIORI FILM DEL DECENNIO (2010-2019)

Dall'alto: Jessica Chastain e Brad Pitt in The Tree of Life; gli Avengers Chris Evans e Robert Downey Jr.; Joaquin Phoenix nei panni del Joker


Ora che sono ufficialmente iniziati gli Anni 20 del Nuovo Millennio, sono in molti a chiedersi: quali sono stati i film migliori nel decennio appena trascorso?

Una domanda alla quale stanno provando a rispondere molti giornali e siti specializzati, con risultati a dir poco eterogenei.
Anche noi di CINEMA A BOMBA! ci siamo prestati al gioco, stilando due personali classifiche.

Di seguito le trovate entrambe, divise in cinque categorie: Top 10, Top 20, Top 30, Top 40 e Top 50.
All'interno di ognuna di esse, le pellicole sono riportate in mero ordine cronologico.

Leggete e provate anche voi a fare la vostra personale selezione!
Chissà quanti gusti abbiamo in comune...






Qui di seguito la selezione di Fran:

TOP 10
Inception 2010
The Tree of Life 2011
Zero Dark Thirty 2012
American Sniper 2014
Whiplash 2014
Il Ponte delle Spie 2015
Mad Max: Fury Road 2015
La Battaglia di Hacksaw Ridge 2016
Dunkirk 2017
Joker 2019

TOP 20
Wilde Salomé 2011
Le Avventure di Tintin 2011
The Master 2012
Il Cavaliere Oscuro-Il Ritorno 2012
The Lego Movie 2014
La La Land 2016
Tre Manifesti a Ebbing, Missouri 2017
A Star Is Born 2018
Spider-Man: Un Nuovo Universo 2018
Roma 2018

TOP 30
Killer Joe 2011
Le Idi di Marzo 2011
The Artist 2011
Mud 2012
The Wolf of Wall Street 2013
Gravity 2013
Babadook 2014
Guardiani della Galassia 2014
Animali Notturni 2016
Ready Player One 2018

TOP 40
Take Shelter 2011
Django Unchained 2012
The Disappearance of Eleanor Rigby 2013
Interstellar 2014
Birdman 2014
The Revenant 2015
Deadpool 2016
Hell or High Water 2016
Avengers: Infinity War 2018
Venom 2018

TOP 50
Cave of Forgotten Dreams 2010
Alois Nebel 2011
Drive 2011
Boyhood 2014
A Most Violent Year 2014
Lion-La Strada Verso Casa 2016
The Shape of Water 2017
Scappa-Get Out 2017
First Man 2018
Bohemian Rhapsody 2018






Qui di seguito la selezione di Fede:

TOP 10
The Artist 2011
The Tree of Life 2011
Zero Dark Thirty 2012
The Disappearance of Eleanor Rigby 2013
Interstellar 2014
Birdman 2014
Star Wars-Il Risveglio della Forza 2015
La La Land 2016
Wonder Woman 2017
Avengers: Endgame 2019

TOP 20
Inception 2010
Wilde Salomé 2011
Le Avventure di Tintin 2011
Le Idi di Marzo 2011
Django Unchained 2012
Les Misérables 2012
The Martian 2015
Batman v Superman: Dawn of Justice 2016
Spider-Man: Homecoming 2017
Avengers: Infinity War 2018

TOP 30
Road To Nowhere 2010
Killer Joe 2011
Drive 2011
The Lego Movie 2014
Whiplash 2014
Deadpool 2016
Captain America: Civil War 2016
Twin Peaks-The Return 2017
The Greatest Showman 2017
Ready Player One 2018

TOP 40
Argo 2012
Lo Hobbit-La Battaglia delle 5 Armate 2014
Boyhood 2014
Il Ponte delle Spie 2015
Il Caso Spotlight 2015
Inside Out 2015
Justice League 2017
Thor: Ragnarok 2017
The Devil and Father Amorth 2018
Spider-Man: Un Nuovo Universo 2018

TOP 50
Alois Nebel 2011
Take Shelter 2011
Pearl Jam Twenty 2011
Twixt 2011
Captain America: Il Primo Vendicatore 2011
To The Wonder 2012
L'Uomo d'Acciaio 2013
Babadook 2014
Guardiani della Galassia 2014
The Shape of Water 2017




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mercoledì 15 maggio 2019

CANNES 2019. NON SOLO QUENTIN

Dall'alto: il presidente della giuria Alejandro G. Iñárritu; Brad Pitt e Leonardo DiCaprio in una scena di C'era una Volta a Hollywood; Terrence Malick sul set di A Hidden Life


Avete dato un'occhiata al programma completo del 72° Festival di Cannes?

I riflettori sono puntati per lo più su C'era una Volta a... Hollywood, il film con cui Quentin Tarantino punta ad ottenere un doppio risultato: far dimenticare il deludente The Hateful Eight e replicare il successo di Pulp Fiction, ottenuto proprio qui sulla Croisette nell'ormai lontano 1995.

La pellicola - come al solito girata in assoluto riserbo - è stata ammessa in concorso dopo una lungo tira-e-molla e gode di un cast divistico da pelle d'oca: Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Al Pacino, Margot Robbie, il compianto Luke Perry...
C'è da aggiungere altro?

Ma il principale obiettivo del cineasta italo-americano non sarà così semplice da raggiungere.
In concorso troviamo almeno altri due colleghi desiderosi di fare il bis: Ken Loach e Terrence Malick.






Il primo era già uscito vincente dall'edizione di 3 anni or sono con I, Daniel Blake.
Anche questa volta si presenta con un'opera impegnata scritta dall'avvocato progressista Paul Laverty, suo sceneggiatore di fiducia, e ha buone possibilità di affermarsi.

Il secondo è un altro beniamino della kermesse.
La sua aurea di autore di culto si è un po' indebolita negli ultimi anni a causa di pellicole controverse come To The Wonder e Knight of Cups, ma nessuno ha dimenticato l'emozionante The Tree of Life, Palma d'Oro nel 2011.
Con A Hidden Life il regista texano è tornato ad una struttura narrativa più convenzionale: basterà?

La competizione, avviata dal promettente I Morti non Muoiono di quel volpone di Jim Jarmusch (una commedia-horror in odore di George A. Romero e Zombieland), ha tra i suoi protagonisti anche un film italiano.

Il Traditore, diretto da Marco Bellocchio (che avevamo incontrato una notte a Venezia 2011, ricordate?), parla di mafia - in particolare di un noto pentito - e probabilmente farà discutere.

Segnaliamo infine il ritorno del mitico Werner Herzog nella sezione Proiezioni Speciali.
Il cineasta cosmopolita ha scelto di rimanere fuori dalla gara, ma è difficile che il suo film passi inosservato.

Non resta che aspettare il verdetto della giuria presieduta da Alejandro G. Iñárritu.
Chi vincerà?




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giovedì 1 settembre 2016

VENEZIA 2016. IL RITORNO DELLA MOSTRA

(Il direttore Alberto Barbera seduto sul red carpet


La Mostra del Cinema di Venezia è tornata!

Chiariamo: non è che se ne fosse mai andata, ma alla memorabile edizione del 2011 si erano susseguiti diversi anni deludenti, caratterizzati da selezioni mediocri.
L'anno scorso, all'apice dello sconforto, avevamo scritto un post molto duro che teorizzava la fine delle grandi rassegne cinematografiche.

Forse è solo una coincidenza, forse Thierry Frémaux (responsabile artistico del Festival di Cannes) e Alberto Barbera (direttore della Mostra) non sono lettori di CINEMA A BOMBA!, ma è un fatto che il nostro appello sia stato ascoltato.

Pochi mesi fa la rassegna della Croisette aveva presentato un programma da leccarsi i baffi e adesso Venezia sembra rispondere a tono: scorrendo l' elenco dei film di questa edizione - in concorso e non - sembra esserci molto pane per i denti dei cinefili più accaniti.

Si parte subito forte con La La Land, commedia sentimental-musicale firmata da uno dei nomi di punta del nuovo cinema made in USA, il giovane Damien Chazelle di Whiplash.
Nel cast, oltre alla coppia protagonista formata da Ryan Gosling (quello di Drive) e Emma Stone (già vista in Magic in the Moonlight), troviamo due Premi Oscar dello scorso anno: il grande J.K. Simmons (vincitore proprio con Whiplash) e il cantautore John Legend.

In competizione - anche questa è un'inversione di tendenza - c'è molto spazio per gli Americani: l'orrorifico The Bad Batch vedrà Jason Momoa (Aquaman di Batman v Superman) affiancare due divi come Keanu Reeves e Jim Carrey; l'indipendente Derek Cianfrance presenta un dramma storico con protagonisti Michael Fassbender (Magneto degli X-Men) e la Premio Oscar Alicia Vikander, attualmente coppia anche nella vita; lo stilista Tom Ford è tornato dietro la cinepresa per dirigere un thriller in cui compaiono, tra gli altri, l'ottima Amy Adams (vista in The Master a Venezia 2012 e in Her-Lei) e il sempre troppo sottovalutato Michael Shannon (ve lo ricordate in Bug e Mud?).

E poi ancora: il cileno Pablo Larraín (autore di No con Gael García Bernal) in trasferta yankee, dove ha trasformato Natalie Portman (la principessa Amidala di Star Wars) in Jackie Kennedy; l'attesissimo fantascientifico Arrival del canadese Denis Villeneuve con Amy Adams (ancora lei!) e Jeremy Renner (Occhio di Falco degli Avengers); il tedesco errante Wim Wenders che ha coinvolto il cantautore Nick Cave nella coproduzione Les Beaux Jours d'Aranjuez.

Ritroviamo anche il vecchio Terrence Malick, abitué da qualche anno dei festival, qui alle prese con un genere per lui nuovo: il documentario.
L'autore di To the Wonder e Knight of Cups si è aggiudicato un nome d'eccezione per la colonna sonora sonora: Ennio Morricone, reduce dal Premio Oscar conquistato con The Hateful Eight; è la seconda collaborazione tra i due, dopo I Giorni del Cielo del 1978.
Voyage of Time è una sorta di spin-off di The Tree of Life e si avvale anche in questo caso della supervisione del vecchio Douglas Trumbull (2001-Odissea nello spazio) negli effetti speciali.

Il cinema italiano è rappresentato da un altro documentario, Spira Mirabilis, sul tema dell'immortalità, della coppia di video-artisti Martina Parenti e Massimo d'Anolfi (riusciranno a emulare Gianfranco Rosi, vincitore del Leone d'Oro a Venezia 2013?), dal drammatico Piuma di Roan Johnson (padre inglese, madre italiana e italiano lui a sua volta) e da Questi Giorni del veterano Giuseppe Piccioni con l'inossidabile Margherita Buy, che avevamo molto apprezzato in Mia Madre.
Forza gente, qualche speranza c'è.

Gli outsider potrebbero essere l'eclettico Emir Kusturica, che riporta davanti alla macchina da presa la nostra Monica Bellucci, e l'apprezzato russo Andrei Konchalovsky col suo drammatico Paradise.

E se pensate di essere già soddisfatti coi film in concorso, date un'occhiata alle altre selezioni!

Ritroviamo Natalie Portman (Planetarium) e Nick Cave (One More Time with Feeling, dell'ambizioso Andrew Dominik), possiamo scegliere tra il remake dei Magnifici Sette con un super cast, il ritorno di Mel Gibson alla regia (Hacksaw Ridge è tratto dalla storia del primo obiettore di coscienza a ricevere la medaglia d'onore al valor militare per il suo servizio svolto nella Seconda Guerra Mondiale), l'anteprima della serie Tv The Young Pope firmata dall'autore di La Grande Bellezza Paolo Sorrentino, la storia del pugile che resistette ben 15 round contro Muhammad Ali e che ha ispirato il personaggio di Rocky Balboa (The Bleeder).

Il programma di documentari e cortometraggi è come al solito molto ricco e variegato: visto l'apprezzamento che nutriamo per questi due modi di fare cinema, nel precedente post abbiamo quindi voluto presentarli tutti.
E, davvero, ce n'è per tutti i palati.

Così come nella nuovissima sezione "Cinema nel Giardino", ove accanto alle proiezioni di film - e tra questi vi segnaliamo In Dubious Battle della nostra vecchia conoscenza James Franco, il cartone animato Pets-Vita da Animali e il documentario di Michele Santoro Robinù - sono previsti incontri e dibattiti aperti al pubblico con autori, attori, gente del mondo della cultura.

Un ulteriore motivo per seguire la Mostra del Cinema è legato agli Oscar: i vincitori effettivi e morali delle ultime edizioni degli Academy Awards - Il Caso Spotlight nel 2016, Birdman nel 2015, Gravity nel 2014 - sono tutti passati dal Lido.

Sarà un caso? Noi pensiamo di no.
Perciò, a chi toccherà stavolta?







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mercoledì 27 aprile 2016

GLI INEDITI: KNIGHT OF CUPS, MALICK TAROCCATO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2015
118'
Regia: Terrence Malick
Interpreti: Christian Bale, Cate Blanchett, Natalie Portman, Imogen Poots, Teresa Palmer, Jason Clarke, Wes Bentley, Brian Dennehy, Joe Manganiello, Joel Kinnaman, Freida Pinto, Antonio Banderas, Ryan O'Neal, Armin Mueller-Stahl, Isabel Lucas, Ben Kingsley (voce).


Il Fante di Coppe (il Knight of Cups del titolo ne è la traduzione in lingua inglese), secondo i tarocchi, rappresenta la persona perennemente annoiata e in cerca di stimoli, ma anche amabile, di forti principi morali, sensibile ma a forte rischio di perdersi.

È una carta ambivalente: se è letta rivolta all'insù, essa significa cambiamenti, nuove avventure, opportunità, offerte; se invece è rivolta in giù, inaffidabilità, temerarietà, false promesse, inganni, difficoltà a distinguere il falso dal vero.

Rick (Bale) è proprio così: pur essendo uno sceneggiatore di successo, la tragica morte di uno dei suoi due fratelli sembra averlo svuotato.
È un uomo che usa le parole per vivere, ma che paradossalmente non parla mai.

Cerca di riempire vanamente la propria esistenza frequentando feste vip - in una di queste incontra Antonio Banderas, Jason Clarke, Ryan O'Neal e Joe Manganiello -, uscendo con belle donne - una (Blanchett) addirittura la sposa, le altre (Pinto, Portman, Lucas, Poots, Palmer...) sono semplici amorazzi passeggeri -, stordendosi con luci artificiali, rumori, confusione.

Il suo cammino procederà per esperienze diverse, per tappe - ognuna delle quali ispirata ad una carta dei tarocchi e ad un personaggio-chiave: La Luna, L'Appeso, L'Eremita, Il Giudizio, La Torre, La Papessa, La Morte, La Libertà - che lo porteranno a riconciliarsi con Dio, con padre (Dennehy) e fratello (Bentley), e col mondo.

Terrence Malick è cambiato.
Un tempo era un autore schivo fino all'eccesso, che si teneva lontano dai mass media, lavorava ogni 20 anni e puntava a realizzare opere grandiose che puntualmente facevano gridare al capolavoro.

Da qualche anno invece si fa fotografare sul set, mette in cantiere un progetto dopo l'altro e lavora per continua sottrazione, girando film sempre più rarefatti e astratti: riprese contemplative con camera a mano, dialoghi pressoché inesistenti, voce fuori campo come se piovesse, paesaggi che scorrono.

Il pante-umanista The Tree of Life - che, tra le altre cose, ha avuto il merito di far conoscere al mondo Jessica Chastain - è stato non solo il suo acme creativo, ma anche il punto di non ritorno.

In questi termini, si può dire allora che Knight of Cups sia praticamente un To The Wonder Parte 2, con Christian Bale al posto di Ben Affleck (da un Batman all'altro: il primo lo è stato nella trilogia di Christopher Nolan, il secondo nel nuovo Batman v Superman).

Anche in questo caso il cineasta texano non ha scritto una sceneggiatura vera e propria, ma si è limitato a dare istruzioni agli attori, lasciandoli liberi di improvvisare e scegliere i dialoghi che preferivano.

In aggiunta si è servito di una tecnica chiamata torpedoing, che consiste nell'introdurre a sorpresa un personaggio nella scena mentre gli altri attori stanno girando, così da filmare la loro reazione.

Il supercast ha retto bene il gioco: se Bale si è limitato a "essere" piuttosto che a recitare, sono da segnalare le prove dell'intensa Cate Blanchett (già Premio Oscar nel 2005 e nel 2014) e di una tormentata Natalie Portman (la Principessa Amidala della trilogia prequel di Star Wars).

Come al solito, risultano fondamentali i contributi tecnici: il tema principale è scritto dal compianto compositore polacco di colonne sonore Wojciech Kilar, mentre la fotografia è firmata dal virtuoso messicano Emmanuel Lubezki (da poco entrato nella storia dopo aver vinto ben 3 Oscar consecutivi).

Detto questo, bisogna però ammettere che qualcosa, questa volta, si inceppa.

La mancanza di dialoghi, nella lunga distanza, si sente: affidare la narrazione allo scorrere delle immagini e alle poche voci fuori campo rende il film sì contemplativo e riflessivo, ma anche poco scorrevole.

Si sa, Malick è un autore che non fa troppe concessioni: le sue opere - mai banali - sono profonde e suggestive; ma anche sempre più personali e sperimentali, con buona pace dell'accessibilità al pubblico.

Presentato in anteprima mondiale in competizione alla Berlinale del 2015, Knight of Cups ha infatti trovato scarsa distribuzione e successo negli USA (in Italia è ancora inedito), ma l'imperterrito regista guarda già al prossimo futuro.

Sempre quest'anno sono previste le uscite di Weightless - girato back-to-back con questo film e quasi con gli stessi attori - e di un ambizioso documentario che narra della nascita e della morte dell'universo conosciuto, dal titolo The Voyage of Time (uno spin-off di The Tree of Life?).

Siamo di fronte ad una risposta "d'autore" alla serialità delle pellicole di eroi & supereroi targate Disney/Marvel/Lucasfilm o Warner Bros/DC Comics?

Speriamo solo che corregga un po' il tiro.
Altrimenti ci troveremo a rimpiangere il Malick poco prolifico.

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mercoledì 6 aprile 2016

OSCAR 2016. THE REVENANT, COSA NON SI FA PER VINCERE UN OSCAR...

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2015
156'
Regia: Alejandro González Iñárritu
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Will Poulter, Domhnall Gleeson, Lukas Haas.


1823. Il trapper Hugh Glass (DiCaprio) guida una spedizione attraverso il freddo Nord Dakota (Nord degli Stati Uniti, al confine col Canada), territorio reso ostile dalle avverse condizioni atmosferiche e dalla presenza di Indiani e Francesi.

Andando in perlustrazione, ad un certo punto, egli rimane da solo in mezzo ad un bosco; qui viene attaccato da una femmina di orso che vuole difendere i suoi piccoli e rimane gravemente ferito.

Creduto ormai in fin di vita, viene lasciato indietro per non rallentare la marcia, in compagnia del figlio meticcio avuto da una squaw e di altri due compagni.
Uno di questi, il violento Fitzgerald (Hardy, che pare Tom Berenger in Platoon), cerca di soffocare il moribondo considerandolo solo un peso, ma finisce per uccidere il ragazzo sotto gli occhi del padre.

Costui viene abbandonato in una fossa improvvisata, al gelo.
Ma nonostante tutto riesce a sopravvivere e a percorrere la lunga e faticosa strada verso la propria vendetta.

Il termine revenant, di origine francese, è di scarso utilizzo nella lingua parlata inglese, e significa - consultando il vocabolario Devoto-Oli - "l'anima di un morto che si presume ritorni dall'aldilà in forma corporea", "persona che ricompare dopo una lunga assenza", oppure "sopravvissuto, superstite".

Tutte definizioni che ben descrivono - di certo meglio del termine redivivo appiccicato al titolo nella versione italiana - la figura quasi mitica dell'esploratore Hugh Glass, che aveva già ispirato Uomo Bianco, Va' Col Tuo Dio del 1971 con Richard Harris e John Huston.
A incarnarlo uno dei più celebri, celebrati e talentuosi attori di questo nuovo secolo: Leonardo DiCaprio.

Preparazione maniacale e serietà professionale sono da sempre i suoi approcci ad ogni ruolo, ma questa volta ha dovuto: mangiare fegato di bisonte crudo (lui che è vegetariano!), sottoporsi a ore di trucco dopo essersi svegliato in piena notte, imparare a sparare con un moschetto, accendere un fuoco coi legnetti, indossare pellicce d'alce e orso pesanti quasi 50 chili, recitare con una bronchite a parecchi gradi sotto zero...

Buon per lui che almeno l'orsa che lo attacca non sia vera: si tratta di uno stuntman che indossa una tuta blu. L'animale è stato creato in post-produzione con effetti speciali digitali: unica concessione al rigoroso realismo imposto da Alejandro G. Iñárritu.

Proprio in nome del realismo, il regista messicano ha deciso di girare gli esterni in location incontaminate, per rappresentare al meglio le aree più selvagge del Nord America della prima metà del XIX secolo, servendosi solo di luci naturali.

Questo ha posto una serie di problemi: le località scelte - principalmente la Columbia Britannica (Canada) e, per finire le riprese, la parte argentina della Terra del Fuoco - erano remote, impervie e selvagge, raggiungibili dopo ore di cammino.

Una volta in loco, a tutti era richiesto di svolgere i propri compiti in modo pressoché perfetto, essendo il tempo a disposizione assai limitato (circa 90 minuti al giorno di luce, per la gioia - si fa per dire - del direttore della fotografia Emmanuel Lubezki).
E tutto questo a -30/40°.

Immaginate il clima, atmosferico e tra le persone: tra il regista e Tom Hardy c'è stata infatti una lite furibonda (ma i due sono noti per il proprio caratteraccio), mentre alcuni membri della troupe hanno lasciato le riprese a causa delle troppe difficoltà incontrate o sono stati cacciati dal regista per via delle reiterate proteste.

La scelta, poi, di girare le scene in ordine cronologico ha allungato ulteriormente i tempi e ha fatto di conseguenza lievitare i costi: dagli iniziali 60 milioni di dollari si è arrivati alla cifra di 135 finali!

Un'abile operazione pubblicitaria ha implicitamente accostato il processo di realizzazione a quello di altre pellicole "maledette", quali Aguirre, Furore di Dio (1972) e Fitzcarraldo (1982) di Werner Herzog, Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola e Il Salario della Paura di William Friedkin.
Al di là delle esagerazioni del caso, pensiamo veramente che sia stata un'esperienza dura per tutti coloro che vi hanno lavorato.

Ma ne è valsa la pena?

A parte Iñárritu, Lubezki e DiCaprio, per il resto del cast e delle maestranze le condizioni nelle quali hanno dovuto lavorare non hanno portato ai risultati sperati.

The Revenant si è presentato alla vigilia forte di ben 12 nomination (il primato di questa edizione), ma alla fine si è accontentato di sole tre statuette.

Niente gloria quindi per Tom Hardy (non protagonista), per gli autori della colonna sonora - Ryūichi Sakamoto (sue le musiche di film di Bernardo Bertolucci quali L'Ultimo Imperatore - per il quale vinse l'Oscar nel 1988 -, Il Tè nel Deserto e Il Piccolo Buddha), il sofisticato compositore tedesco Alva Noto e il chitarrista Bryce Dessner del gruppo indie The National, che comunque non sono stati neppure candidati -, per i tecnici (di montaggio, scenografia, costumi, trucco, effetti speciali, sonoro, montaggio sonoro).

Per quel che riguarda i produttori, nominati per il miglior film, essi possono bilanciare il mancato premio con i risultati al botteghino.

Finora la pellicola ha infatti incassato più di 400 milioni nel mondo: un ottimo riscontro di pubblico, ben superiore a quello ottenuto dalle precedenti pellicole dirette da Iñárritu: Amores Perros (2000), 21 Grammi (2003), Babel (2006), Biutiful (2010) e Birdman (2014).

Per quest'ultima, il regista aveva ottenuto la soddisfazione di vincere personalmente l'Oscar per la migliore regia (secondo messicano consecutivo dopo Alfonso Cuarón l'anno precedente) - unitamente a quello per il film e la sceneggiatura originale.

Bissare la prestigiosa statuetta un anno dopo aver agguantato la prima era però impresa che era riuscita ad un solo cineasta, Joseph L. Mankiewicz (per Lettera a Tre Mogli nel 1950 ed Eva Contro Eva nel 1951) - prima di lui solo il mitico John Ford ce l'aveva fatta (nel 1941 e nel 1942), ma ne aveva già vinta un'altra nel 1936.

Ma, riuscendoci, Iñárritu è entrato nella storia del cinema.

Come Emmanuel Lubezki: nessun direttore della fotografia prima di lui, invece, è riuscito a fregiarsi dell'Academy Award per tre (!) edizioni consecutive - il primo, nel 2014, era per Gravity, il secondo per il già citato Birdman.

Lavorare con un maestro come Terrence Malick - per The New World, una delle ispirazioni più palesi per filmare i paesaggi incontaminati canadesi e argentini con la sola luce naturale, The Tree of Life e To the Wonder - gli ha sicuramente giovato.

Ma dal pubblico The Revenant verrà ricordato soprattutto come il film che ha finalmente consentito a Leonardo DiCaprio di vincere il suo primo Oscar.

Era ora, dopo ben 6 nomination - nel 1993 (a soli 19 anni, quindi) per Buon Compleanno Mr. Grape, nel 2005 per The Aviator, nel 2007 per Blood Diamond, nel 2014 per The Wolf of Wall Street (due, una come attore protagonista, l'altra come produttore).

Certo, a Peter O'Toole (8 candidature), Richard Burton (7), Deborah Kerr, Thelma Ritter e Glenn Close (6) è andata peggio - non hanno mai vinto niente (sebbene quest'ultima sia ancora in tempo per rifarsi) -, ma era da anni che si chiedeva a gran voce di riconoscere degnamente il talento dell'italo-americano.
Che comunque, tra i numerosi premi guadagnati, può fregiarsi anche di ben tre Golden Globe: nel 2005, 2014 e quest'anno.

Interpretare Hugh Glass, però, ha rappresentato una vera sfida.

Il buon Leo non era nuovo a ritratti di uomini straordinari realmente esistiti - è stato l'artista punk Jim Carroll (Ritorno dal Nulla di Scott Kalvert, 1995), il poeta maledetto Arthur Rimbaud (Poeti dall'Inferno di Agnieszka Holland, stesso anno), il re di Francia Luigi XIV e la Maschera di Ferro (La Maschera di Ferro, appunto, di Randall Wallace, 1998), il truffatore trasformista Frank Abagnale Jr. (Prova a Prendermi di Steven Spielberg, 2002), l'eccentrico miliardario Howard Hughes (The Aviator di Martin Scorsese, 2004), lo storico direttore dell'FBI J. Edgar Hoover (J. Edgar di Clint Eastwood, 2011), lo spregiudicato broker Jordan Belfort (il sopraccitato The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese, 2013).

Ma questa volta ha dovuto affrontare il ruolo di un uomo che resta solo per gran parte della durata della pellicola: e ciò ha comportato inevitabilmente pochi dialoghi, poche iterazioni con gli altri attori, molti primi piani, molta fisicità, un'espressività espressamente non troppo esagerata.
E soprattutto la responsabilità di sostenere sulle proprie spalle quasi tutto il film.

Solo un fuoriclasse poteva riuscirci senza perdere credibilità o farsi trascinare da un egotismo ipertrofico.
Ovvio, se poi ti rivolgi ad uno dei migliori sulla piazza, vai sul sicuro.

Eppure, al di là delle molte difficoltà che ha incontrato e che abbiamo citato e alla credibilità che ha infuso nel personaggio, DiCaprio dona alla propria interpretazione forza, incisività e potere iconico - la barba lunga e congelata che si confonde con la spessa pelliccia, gli occhi azzurri freddi come il clima, l'incedere faticoso ma risoluto, le profonde ferite su corpo e viso... tratteggiano efficacemente la figura di un Übermensch (cioè, un superuomo come lo intendeva il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche) che sopravvive grazie al proprio titanico volere e ad un'inestinguibile sete di vendetta.

Se non lo avessero premiato, l'Academy avrebbe perso ogni credibilità e sarebbe incorsa nell'ira funesta dei tanti fan del divo - già la questione degli Oscar "troppo bianchi" (ne avevamo accennato qui) aveva creato un bel polverone.

Comunque il riconoscimento è stra-meritato e la consegna del premio è un momento che resterà impresso anche nel futuro.

Un (disgustoso) fegato di bisonte val bene un Oscar, in fondo.

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martedì 15 settembre 2015

VENEZIA 2015. LA FINE DEI FESTIVAL?

(Il direttore della Mostra Alberto Barbera) 


E se la 72a Mostra del Cinema di Venezia segnasse la fine dei festival cinematografici?

Prendiamo un anno topico per le kermesse di questo tipo: il 2011 (anno di nascita del nostro blog, non a caso).
A Cannes vengono presentati - e premiati - film che entrano di diritto nella Storia: da The Tree of Life di Terrence Malick con Jessica Chastain al francese The Artist col simpatico Jean Dujardin (poi plurioscarizzato l'anno successivo), passando per il discusso Drive del danese Nicolas Winding Refn.

Pochi mesi dopo, a Venezia, siamo stati testimoni diretti di una sfilata notevole di pellicole di alto livello: il bellissimo Le Idi di Marzo di George Clooney, l'ancora inedito Wilde Salomé di Al Pacino con - ancora lei! - Jessica Chastain, il disturbante Killer Joe del Maestro William Friedkin con un Matthew McConaughey pre-Oscar e pre-Interstellar, il cartone cecoslovacco Alois Nebel (che in una memorabile proiezione notturna fece appisolare James Franco nella fila davanti alla nostra), il poliziesco d'autore Texas Killing Fields...

E dopo?
Negli anni successivi la qualità delle proposte cinematografiche è calata progressivamente e in modo inesorabile.
Se prima mettevamo in discussione più che altro le scelte delle varie giurie, ora guardiamo con preoccupazione alla media delle pellicole in rassegna.

Già in un vecchio post di qualche anno fa avevamo provato a profetizzare un adeguamento dei festival alle esigenze del grande pubblico, piuttosto che a quelle della critica, sempre più minoritaria e autoreferenziale.

Previsione - ci duole ammetterlo - completamente errata.
È vero che i direttori artistici lavorano col materiale che hanno: annate di film generalmente mediocri producono inevitabilmente mostre mediocri.

Tuttavia, è davvero possibile che i film selezionati siano davvero il meglio che ci sia in circolazione?
Che senso può avere continuare a segnalare e onorare pellicole che quasi nessuno poi conoscerà e andrà a vedere?

Diciamoci la verità: tali rassegne non fanno più da volano alle piccole e medie produzioni - chi paga il biglietto nelle sale difficilmente sceglie un film che ha vinto la Palma d'Oro o il Leone d'Oro - e neppure le grandi case di produzione ormai sono interessate a presentare le proprie anteprime - quelle che davvero suscitano interesse e hanno appeal - in un contesto in cui vengono fatte sentire fuori posto.

La scorsa edizione di Cannes e questa di Venezia sembrano suggerire che mai come ora si è fatto ampio il divario fra spettatori comuni e intellettuali.
E se questa fosse la fine dei festival?
Né il Lido né la Croisette lo meriterebbero.

Rilanciamo quindi l'appello a Thierry Frémaux e Alberto Barbera: prima che sia troppo tardi, cercate di essere più coraggiosi e modernizzate le vostre kermesse, ad esempio coinvolgendo - anche nelle giurie - i giovani e il pubblico che va a vedere prodotti mainstream e diffidando da chi si sbrodola all'idea della proiezione di una pellicola di un qualche Paese asiatico che persino Google Maps avrebbe difficoltà a trovare, magari diretta da un regista sconosciuto anche in patria e recitata da attori non professionisti.

Va bene, non vi chiediamo di far concorrere solo i reboot dei remake degli spin-off di qualche saga di origine fumettistica, ma almeno di alternare potenziali blockbuster e film hollywoodiani a cinema "d'autore".
La formula del 2011 andava bene.

Ma l'ideale sarebbe tornare allo spirito degli anni Ottanta, quando Carlo Lizzani (non propriamente un regista per tutti) come direttore di una Mostra che sembrava avviluppata in una crisi senza sbocchi aveva avuto l'ardire di proporre opere veramente popolari quali L'Impero colpisce ancora, I Cancelli del Cielo, I Predatori dell'Arca Perduta, E.T. l'Extra-Terrestre, Poltergeist-Demoniache Presenze... accanto a prodotti d'essai e aveva risollevato le sorti della rassegna senza farle perdere autorevolezza.

Insomma, ci piacerebbe esclamare, parlando agli amici: "Wow! Ma hai visto cosa danno a Cannes/Venezia quest'anno? Non possiamo mancare!"

Non deludeteci: il futuro è nelle vostre mani.
(Giusto per non caricarvi di responsabilità.)

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venerdì 10 aprile 2015

MICHAEL KEATON. BIRDMAN, KEATON E IÑÁRRITU VOLANO ALTO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2014
119'
Regia: Alejandro González Iñárritu
Interpreti: Michael Keaton, Edward Norton, Emma Stone, Naomi Watts, Zach Galifianakis, Andrea Riseborough, Amy Ryan, Martin Scorsese.


Tu sei Riggan Thompson: pensi che sia facile reinventarsi una carriera? Da più di vent'anni sei per tutti Birdman, il protagonista di una saga campione d'incassi.
Che cosa ti spinge a cimentarti in una trasposizione teatrale del racconto di Raymond Carver What We Talk About (When We Talk About Love) ["Di che cosa parliamo (quando parliamo d'amore)"], se non riesci a scrollarti di dosso la tentazione di tornare al successo di una volta riprendendo il personaggio che ti ha dato la fama?

Perché ti sei ridotto a stare in camerini maleodoranti, ad avere a che fare con attori vanesi pieni di fisime, con una figlia tossicodipendente che non riesce a disintossicarsi, con critici prevenuti che pregustano la tua caduta, con gente che non ti capisce?
Tu sei una star cinematografica, non appartieni al mondo spocchioso del teatro: vuoi rischiare che Broadway ti massacri e ti faccia sprofondare nell'abisso dell'oblio e del fallimento o preferisci rinunciare alle tue ambizioni e tornare a risplendere a Hollywood?

Un ex-attore di film supereroistici che cerca di riproporsi come interprete e autore serio: chi se non Michael Keaton - il Batman per antonomasia - poteva impersonarlo?
E chi poteva altrimenti farlo in modo così magistrale?

Birdman, inizialmente snobbato a Venezia 2014, è diventato il film dell'anno grazie a 4 Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura originale e fotografia), 2 Golden Globe (miglior attore protagonista, sceneggiatura) e innumerevoli altri premi raccolti in giro per il mondo.
È mancata però la statuetta a Keaton: al suo posto è stato scelto Eddie Redmayne per La Teoria del Tutto.

Una svista imperdonabile per l'Academy: Michael è il motore e l'anima della pellicola, il vero motivo del suo successo.
Mai così bravo, il nostro si è calato in un personaggio che - ipse dixit - è il più lontano possibile da se stesso ("il ruolo più impegnativo della mia carriera", ha detto in un'intervista).
Una scommessa vinta: il trionfatore morale di quest'ultima edizione degli Academy Awards è lui, senza alcun dubbio.

Ma se Birdman è diventato, un po' a sorpresa, il film dell'anno, il merito è anche di Alejandro G. Iñárritu, del resto del cast e dei contributi tecnici.

L'autore di 21 Grammi si è preso una bella soddisfazione, portandosi a casa 3 statuette su 4: miglior film (in qualità di co-produttore), miglior regia (è il secondo messicano consecutivo a emergere in questa categoria, dopo Alfonso Cuarón con Gravity) e miglior sceneggiatura.
Alla faccia di quelli che, dopo la traumatica separazione artistica con lo scrittore e amico Guillermo Arriaga, suo collaboratore da Amores Perros a Babel, lo davano per finito (a cominciare dallo stesso Arriaga).

Iñárritu si è assicurato il miglior direttore di fotografia sulla piazza - Emmanuel Lubezki, messicano anch'egli e artigiano caro a Terrence Malick (vedi The Tree of Life e To The Wonder) - e ha girato Birdman come un unico piano sequenza.
Si tratta in realtà di un insieme di scene nelle quali gli stacchi sono abilmente nascosti (ma noi ne abbiamo scoperti almeno un paio visibili): una prova di precisione e perizia artistica che non ha lasciato indifferenti i professionisti del mestiere.

Risultato: un'azione che viene resa fluida da un montaggio che non sembra neppure un montaggio tanto è ben camuffato, e che catapulta lo spettatore in scena assieme ai protagonisti e lo trascina nel ritmo del film, imprevedibile come un'improvvisazione jazzistica (non è un caso che la colonna sonora sia costituita da assoli di batteria degni di Whiplash).

Una tecnica virtuosistica che riporta sicuramente a Nodo alla Gola del maestro inglese Alfred Hitchcock - la prima pellicola di questo tipo - e che ha come predecessore più congruo Running Time, misconosciuto ma interessante B movie del 1997 con Bruce Campbell (chissà, forse un giorno ve lo proporremo nella sezione GLI INEDITI).

Ma l'alta qualità formale non è il solo fiore all'occhiello di Birdman: lo straordinario Michael Keaton è circondato da uno stuolo di comprimari da leccarsi i baffi.
Tra Edward Norton che gioca coi propri tic e manie (ha fama di essere insopportabilmente pedante) e Naomi Watts che si concede una piccante autocitazione (da Mulholland Drive di David Lynch), spiccano Emma Stone e Zach Galifianakis in personaggi lontani anni luce da quelli rispettivamente impersonati in Magic in the Moonlight e Una Notte da Leoni.

E occhio a Martin Scorsese: compare per un attimo tra la folla quando Riggan/Keaton attraversa Times Square in mutande, una delle scene più divertenti e dinamicamente coinvolgenti del film.
Il grande autore italoamericano è inoltre esplicitamente tirato in ballo nei dialoghi, e non è l'unico: nel corso della pellicola si fanno spesso nomi e cognomi di attori e registi davvero esistenti, non senza una dissacrante ironia.

Il mondo dello spettacolo e ciò che gli gravita attorno non ne esce benissimo: attori dissociati da una vita normale megalomani ed egocentrici, critici snob, agenti senza scrupoli, fan superficiali che incatenano i loro idoli in cliché ripetuti all'infinito.
Il tutto all'interno e nei pressi di un teatro di Broadway che esiste davvero: l'onusto di gloria St.James Theater al numero 246 della 44a Ovest, tra la 7th e l'8th Avenue.

D'altra parte, in questo contesto di verosimiglianza, Iñárritu ha innestato inaspettati elementi fantastici: da buon latino-americano, il cineasta messicano ha realizzato una storia che ha molto di quel realismo magico che caratterizza le migliori opere di Gabriel García Márquez, Jorge Luis Borges, Luis Sepúlveda, ma anche di William Faulkner e dei nostri Dino Buzzati, Italo Calvino, Gianni Rodari.

In definitiva, ci troviamo di fronte a un'opera che parla a nuora perché suocera intenda: la vicenda è ambientata nel mondo del teatro, ma è di cinema che si tratta.
Broadway diventa dunque lo specchio di Hollywood, così come la storia di Riggan Thompson rieccheggia quella del suo interprete.

Ma tu sei Michael Keaton: non hai bisogno di un Oscar.
La tua carriera è appena ricominciata.

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giovedì 22 gennaio 2015

OSCAR 2015. NOMINATION: PREMI MUSICALI

Dall'alto: Alexandre Desplat; John Legend e Common con il Golden Globe vinto recentemente; la locandina di The Lego Movie, candidato solo per la migliore canzone, Everything is Awesome


Scorrendo l'elenco delle nomination musicali, la prima cosa che salta agli occhi è la presenza - nella categoria relativa alle colonne sonore - di Alexandre Desplat...con due pellicole diverse!
Il compositore francese - noto per le ammalianti musiche di The Tree of Life e Argo e per essere stato presidente di giuria all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia - è un veterano della Notte degli Oscar per aver già collezionato 6 candidature, tutte andate a vuoto.

Che questa volta, grazie anche alla doppia nomina, sia quella buona?
Di certo dovrà vedersela con l'inossidabile Hans Zimmer di Interstellar e con Jóhann Jóhannsson, che per La Teoria del Tutto si è da poco aggiudicato il Golden Globe.

Per la miglior canzone originale il film favorito è Selma, anch'esso insignito del "globo d'oro".
Tuttavia, The LEGO Movie - clamorosamente escluso dalla corsa per la miglior pellicola d'animazione - potrebbe essere la rivelazione: Everything is Awesome, in Italia tradotto con E' Meraviglioso, è un brano davvero divertente e trascinante.
Occhio anche al vecchio country singer Glen Campbell: Hollywood ha da sempre un debole per le vecchie glorie.

Ma adesso abbandoniamo le considerazioni e lasciamo che sia la musica a parlare.
Come? Basta cliccare sui link che trovate qui sotto!


MIGLIOR COLONNA SONORA
Alexandre Desplat - Grand Budapest Hotel
Alexandre Desplat - The Imitation Game
Hans Zimmer - Interstellar
Gary Yershon - Mr. Turner
Jóhann Jóhannsson - La Teoria del Tutto

MIGLIOR CANZONE
Everything is Awesome da The LEGO Movie - Shawn Patterson
Glory da Selma - John Stephens e Lonnie Lynn - cantata da John Legend e Common
Grateful da Beyond the Lights - Diane Warren - cantata da Rita Ora
I'm Not Gonna Miss You da Glen Campbell: I'll Be Me - Glen Campbell e Julian Raymond
Lost Stars da Begin Again-Tutto può Cambiare - Gregg Alexander e Danielle Brisebois - cantata da Adam Levine

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mercoledì 19 novembre 2014

INTERSTELLAR, L'ASTROFISICA SPIEGATA A SUA FIGLIA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2014
169'
Regia: Christopher Nolan
Con: Matthew McConaughey, Jessica Chastain, Anne Hathaway, Michael Caine, Mackenzie Foy, John Lithgow, Wes Bentley, Casey Affleck, Ellen Burstyn, William Devane, Topher Grace, Matt Damon (non accreditato), Timothée Chalamet.


Le risorse naturali della Terra stanno per finire e continue tempeste di sabbia flagellano le città, mettendo così in serio pericolo la sopravvivenza della popolazione.
Un gruppo di astronauti temerari capitanati dal maturo Cooper (McConaughey) - padre amorevole di due figli, un figlio e una figlia che egli adora - partirà allora per lo spazio ignoto per una missione disperata, unica speranza per salvare l'intero genere umano: cercare un altro pianeta nel quale poter vivere.

Un anno dopo l'uscita nelle sale e qualche mese dopo il trionfo agli Oscar di quest'anno di Gravity, ecco un altro kolossal ambientato nello spazio.

Anche la nuova e a lungo attesa fatica di Christopher Nolan può vantare effetti speciali mirabolanti, ma - a differenza della pellicola di Alfonso Cuarón - una maggiore accuratezza scientifica.
Questo, grazie alla presenza - come produttore esecutivo e consulente - di Kip Thorne, fisico teorico noto per gli studi sui buchi neri e per le idee circa la possibilità di compiere viaggi tra sistemi stellari tramite cunicoli spazio-temporali (i cosiddetti wormhole).
E proprio le sue teorie sono alla base dello svolgimento della storia, che esige spettatori attenti e interessati, pena la non completa comprensione dell'intreccio.

Ma il regista dell'ultima trilogia "batmaniana", come al solito pure sceneggiatore insieme al fratello Jonathan, non è soltanto un virtuoso della messinscena (benché buona parte del merito, visivamente parlando, vada condiviso col direttore di fotografia Hoyte Van Hoytema: degno del miglior Emmanuel Lubezki) e un accurato storyteller: è anche un maestro nella direzione degli attori, da cui riesce a cavare sempre il meglio.

A guidare un cast da leccarsi i baffi ci sono ovviamente l'ex Killer Joe McConaughey, fresco dell'Oscar per Dallas Buyers Club (ma leggenda vuole che Nolan l'abbia scelto dopo averlo notato in Mud), e la sempre deliziosa Jessica Chastain (ennesima nomination in vista per la nostra beniamina?).
Ma meritano una menzione anche la bella Anne Hathaway - Oscar a sua volta per Les Misérables, qui con capello corto stile Sandra Bullock - e il sempreverde Michael Caine, ormai attore-feticcio del regista (è il sesto film che fanno insieme!).
Sfiziose, infine, le comparsate di Matt Damon (apparizione a sorpresa) ed Ellen Burstyn (ricordate? Era la protagonista di L'Esorcista di William Friedkin).

Da attori di questo calibro ci aspettavamo molto, e dobbiamo dire di non essere rimasti delusi.
Interstellar è riuscito in ogni caso a mantenere ciò che aveva promesso: intrattenimento spettacolare e spunti di riflessione, buoni sentimenti e suspense.

E una trama all'altezza dei precedenti lavori del cineasta inglese, qui particolarmente prodigo di rimandi, citazioni, omaggi: oltre all'ovvio accostamento al capolavoro di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello Spazio (e a quello di Terrence Malick The Tree of Life, non solo per la presenza della Chastain), abbiamo notato, tra gli altri, riferimenti anche a due pellicole del 1997: Punto di Non Ritorno di Paul W.S. Anderson (da cui deriva la spiegazione dei wormhole con una matita e un foglio di carta) e Contact di Robert Zemeckis.

Più curiose le fonti letterarie: passi il cenno a Dalla Terra alla Luna di Jules Verne, ma chi avrebbe mai pensato al poeta gallese Dylan Thomas (Do not go gentle into that good night, tradotta come "Non andartene docile in quella buona notte") o a Gargantua (il gigante dall'appetito insaziabile nato dalla penna di François Rabelais)?

Tuttavia, sebbene la componente relativa alla scienza sia molto ben presente, a dominare è però quella che mette in gioco una forza più forte della gravità: l'amore.
È l'amore per la figlia a muovere Cooper, così come è l'amore per un collega a spingere la Dottoressa Brand (Hathaway) ad intraprendere una missione tanto perigliosa.
E sarà l'amore di una figlia per il proprio padre a salvare l'umanità.

Perché - è proprio il caso di dirlo, prendendo in prestito una frase del film - "l'amore è l'unica cosa che trascende il tempo e lo spazio".

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venerdì 25 luglio 2014

I CORTI: HUNTER OF INVISIBLE GAME, BRUCE SPRINGSTEEN ORA FA PURE IL REGISTA

(Clicca sull'immagine per vedere il corto) 

USA, 2014
10'
Regia: Bruce Springsteen, Thom Zimmy
Interpreti: Bruce Springsteen, Danielle Panek, Ludo Roveda, Isabel Danyluk, Raffaela Danyluk, Roman Danyluk.


Un uomo non più giovanissimo ma ancora gagliardo - il "cacciatore del gioco invisibile" del titolo (il "gioco invisibile" è l'amore, per la cronaca) - vaga in un mondo post-apocalittico.
Persi i suoi affetti, aiuterà un bambino a ricongiungersi con la sua famiglia.

Hunter of Invisible Game, prima strombazzata regia di Bruce Springsteen, è in realtà un lungo videoclip di lancio del singolo omonimo tratto dall'album di quest'anno High Hopes: la trama è un pretesto per accompagnare il testo della canzone con immagini evocative e arty di paesaggi desolati e del cantautore del New Jersey dalla faccia ormai ruvida.

E anche il gran battage pubblicitario incentrato sull'esordio dietro alla macchina da presa del Boss - che peraltro firma la regia assieme a Thom Zimmy, cioè colui che da 15 anni documenta con filmati i momenti clou della sua carriera - sembrerebbe orientato più a promuovere la sua ultima fatica musicale piuttosto che a dimostrare quanto sia bravo il nostro come attore e regista.
Che - a dire il vero - non se la cava male, soprattutto come interprete: ce lo vedremmo bene in ruoli da duro-dal-cuore-tenero anche sul grande schermo.

Cinematograficamente parlando, invece, non possiamo non apprezzare i riferimenti a The Road di John Hillcoat (regista che i lettori di CINEMA A BOMBA! conoscono già grazie a Red Dead Redemption) e ai film di Terrence Malick (cineasta cult di The Tree of Life e To The Wonder in primis).

Insomma, questo corto piacerà agli Springsteen-dipendenti; ma anche chi non lo è potrà comunque godersi un video ben fatto e una ballad dal testo non banale cantata con passione.
In questo sì che il Boss non teme rivali.

"Now pray for yourself and that you may not fall/When the hour of deliverance comes on us all/When high hope and faith and courage and trust/Can rise or vanish like dust and dust/Now there's a kingdom of love waiting to be reclaimed/I'm the hunter of the invisible game".

[Ora prega per te stesso e che tu possa non cadere./Quando l’ora della liberazione arriva per tutti noi/Quando grandi speranze e fede e coraggio e fiducia/Possono sorgere o svanire come polvere su polvere/Ora che c’è un regno di amore in attesa di essere reclamato/Io sono il cacciatore del gioco invisibile.]


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lunedì 2 dicembre 2013

I CORTI: SCRIPTED CONTENT, OMG IT'S JESSICA CHASTAIN!

(Clicca sull'immagine per vedere il corto) 

USA, 2013
1'38"
Regia: Matthew Frost
Interpreti: Jessica Chastain, Sebastian Beacon.


New York. In una tiepida giornata, un giovane siede su una panchina accanto ad una splendida ragazza intenta a leggere una rivista e a sorseggiare una bevanda in santa pace.
Il tipo si accorge subito che la bella donna al suo fianco è nientepopodimeno che... Jessica Chastain!
Comincia a chattare con un suo interlocutore (o interlocutrice), che gli impone di scattare una foto alla superdiva.
Lui è titubante, lei forse capisce; la tensione è alle stelle, ci si chiede "Riuscirà a farle una foto senza che lei se ne accorga?".
Ma sul più bello...

Dai, ormai lo sapete: di Jessica Chastain ci siamo già occupati abbondantemente in passato, seguendo l'evolversi della sua carriera dagli esordi ai giorni nostri, da attrice di belle speranze a diva famosa e acclamata.
La bravura di questa interprete - nonché le sempre interessanti scelte professionali che ha fatto finora - ci spingono e ci spingeranno a seguirla anche in futuro, statene pur certi.

Ora, grazie alla stessa Jessica, che lo ha segnalato sulla propria pagina Facebook, abbiamo scoperto questo divertente corto dalla colonna sonora spagnoleggiante in stile "spaghetti-western".

Il filmato fa parte di una serie di video prodotti dalla rivista di moda Vogue, pensati come omaggio allo charme di certe donne (prima della nostra, era toccato all'attrice Premio Oscar Kate Winslet il ruolo da protagonista in uno short della serie) - icone fashion, certamente, ma dalla femminilità naturale e non ostentata, e dall'autorevolezza derivante dall'aver saputo costruirsi una solida reputazione esclusivamente col proprio impegno e duro lavoro.

E chi se non la sempre impeccabile protagonista di The Tree of Life e Zero Dark Thirty poteva rappresentare al meglio l'archetipo di questo tipo di diva dei nostri tempi, bella e affascinante, elegante e intelligente, impegnata e ironica?

È solo un corto (molto corto), ma - come al solito - che brava!

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venerdì 5 luglio 2013

TO THE WONDER, MALICK PARLA D'AMORE CHE È UNA MERAVIGLIA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2012
112'
Regia: Terrence Malick
Interpreti: Ben Affleck, Olga Kurylenko, Rachel McAdams, Javier Bardem, Romina Mondello.


In Francia una giovane donna con figlia al seguito e matrimonio fallito alle spalle (Kurylenko) cerca in un americano (Affleck) quel grande amore che le è sempre mancato.
Il trasferimento e la conseguente vita negli USA avranno pesanti conseguenze sul loro rapporto di coppia.
Nel frattempo un sacerdote (Bardem) - pur apprezzato e stimato dalla sua comunità - si trova a vivere una profonda crisi vocazionale.

Girato a un solo anno da quel capolavoro che è The Tree of Life, trionfatore al Festival di Cannes 2011 (frequenza temporale insolita per un autore che ha firmato solo 6 pellicole in 40 anni!), To the Wonder non ne ha replicato il successo (anzi, ha ricevuto critiche contrastanti e qualche plateale contestazione alla Mostra del Cinema di Venezia 2012, dove era in anteprima mondiale e in concorso), ma ne è il seguito ideale: la riflessione - autobiografica? - sulla ricerca di Dio da parte del leggendario cineasta Terrence Malick si sposta dall'ambito delle relazioni familiari a quello delle relazioni affettive, e dimostra come l'anelito al divino al contatto con la quotidianità sia tutt'altro che un tragitto semplice e lineare, bensì una strada tutta in salita, fatta di cadute, sbandamenti, cambi di percorso.

Per il maestro texano, ex professore di filosofia, l'amore - inteso in senso sia sacro che profano - è riflesso di Dio, quindi una conquista che si costruisce giorno per giorno, e che deve essere vissuta e messa alla prova delle difficoltà dell'esistenza.
Solo dopo aver conosciuto i momenti più bassi della propria vita, e averli superati - sembra suggerire Malick - è possibile tornare a sorprendersi e provare meraviglia.

Immortalato in modo sublime dal fidato direttore di fotografia messicano Emmanuel Lubezki, il film si compone principalmente di piani-sequenza con camera a spalla e immagini liriche (su tutte le scene ambientate a Mont Saint-Michel, luogo "meraviglioso", raggiungibile solo quando il livello della marea è basso), mentre i dialoghi - quasi tutti fuori campo - sono ridotti all'osso.

Non manca neppure, benché solo suggerita, la componente eco-panteista cara al regista: la presenza divina nella natura e il tormentato rapporto tra questa e gli esseri umani sono tematiche ricorrenti nel cinema di Malick, imprescindibili per cogliere il nocciolo delle sue sequenze più astratte.

Tra gli interpreti, Olga Kurylenko rappresenta una rivelazione: il film è incentrato soprattutto su di lei e la bellissima ex modella ucraina, già Bond Girl a fianco di Daniel Craig in Quantum of Solace, attraversa la storia con passo lieve, ma piglio vivace.
Il suo personaggio è ingenuo, selvaggio, charmant. Pur essendo meno nota, ruba la scena ai suoi colleghi più affermati, ridotti - a parte Ben Affleck - a ruoli abbastanza secondari.
Fa colore, però, la presenza della nostrana Romina Mondello - che in originale recita in italiano - in una piccola parte. Se la cava bene.

Nel montaggio finale Malick si è però permesso il lusso di tagliare scene con attrici del calibro di Jessica Chastain (sì, avete letto bene: Jessica Chastain!), Rachel Weisz e Amanda Peet. Da non crederci...
Ma d'altra parte, Malick è pur sempre Malick.
Nel bene e nel male.

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