CINEMA A BOMBA!

lunedì 29 gennaio 2024

LYDIA TAR VS. LEONARD BERNSTEIN: DIRETTORI D'ORCHESTRA A CONFRONTO


A sinistra, Cate Blanchett in Tár; a destra, Bradley Cooper è Leonard Bernstein in Maestro



TAR



USA/Germania, 2022
158'
Regia: Todd Field
Interpreti: Cate Blanchett, Nina Hoss, Noémie Merlant, Mark Strong, Julian Glover, Sophie Kauer, Adam Gropnik.


MAESTRO



USA, 2023
129'
Regia: Bradley Cooper
Interpreti: Bradley Cooper, Carey Mulligan, Maya Hawke, Matt Bomer, Sarah Silverman, Michael Urie, Vinccenzo Amato.


Nella stagione dei premi cinematografici iniziata con i Golden Globe e fresca di nomination agli Oscar (a breve in nostro consueto Speciale), uno dei titoli di punta è sicuramente Maestro.

Presentata in anteprima alla Mostra di Venezia 2023, la biografia per il grande schermo di quello che è considerato uno dei direttori d'orchestra e uno dei compositori statunitensi più celebri e celebrati di tutti i tempi, Leonard Bernstein (suo è lo stranoto musical West Side Story), è l'opera seconda di Bradley Cooper (dopo l'acclamato A Star Is Born).

Curiosamente, un altro attore-regista, il molto meno noto Todd Field, sempre al Lido ma un anno prima aveva portato il suo ritratto di un direttore d'orchestra, una donna: Tár, dal nome della sua protagonista, Lydia Tár.

Mentre il divo di Una Notte da Leoni e American Sniper ha preferito impersonificare direttamente il personaggio principale, Field si è invece affidato ad una delle migliori attrici viventi, Cate Blanchett, che infatti per questo ruolo ha conquistato la Coppa Volpi (è stata tuttavia scippata di un Oscar strameritato a causa della solita stucchevole spartizione dei premi politicamente corretta hollywoodiana).

Lydia Tár e Leonard Bernstein. Entrambi omosessuali (ma lui con moglie e figli, lei con compagna e figlia); entrambi popolari e talentuosi; entrambi capaci, volenti o nolenti, di distruggere le vite delle persone che stanno loro accanto.

E ancora: uno uomo e l'altra donna; uno esuberante, passionale e pieno di vita, l'altra fredda, manipolatrice e cinica; uno realmente esistito e l'altra, allieva dello stesso Bernstein, no.

Tár e Maestro sembrano due film simili e allo stesso tempo speculari.

In entrambi il punto di forza sono le interpretazioni: mimetica, con tanto di naso posticcio, e immersiva quella di Cooper (che sembra abbia impiegato sei anni di studio per una scena di sei minuti, quella in cui il personaggio dirige la sua opera Mass), che però divide la scena con una Carey Mulligan eccellente nella parte di una moglie tradita con altri uomini, dolente e dignitosa; maestosa e terribile quella di Blanchett, che giganteggia su tutti per piglio, carisma e fascino.

Nel destino dei protagonisti le due pellicole divergono: se per Bernstein il trattamento è stato piuttosto indulgente - il film è piaciuto ai figli: ottimo; ma questo è anche un indizio che la sua storia è stata edulcorata, come insegna Bohemian Rhapsody - per Tár l'epilogo è amaro e beffardo.

Esse in comune hanno anche difetti. Uno è che in entrambe, ad un certo punto, la narrazione gira un po' a vuoto e alla fine si sfilaccia; un altro è paradossale: esse sono entrambe incentrate su due direttori d'orchestra, ma la musica ricopre un posto piuttosto secondario rispetto alle vicende personali.

Per renderle giustizia consigliamo di riprendere successivamente, approfondire, riscoprire (o scoprire) e riascoltare da una parte le grandi opere dirette o composte da Bernstein, dall'altra quelle di Gustav Mahler, cavallo di battaglia della virago con la bacchetta.

Vale la pena, tutto sommato, vedere sia Tár che Maestro, possibilmente uno di seguito all'altro.

Quindi, in estrema sintesi. Leonard Bernstein: presente! Lydia Tár: c'è! Niente Mahler!


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sabato 4 marzo 2023

OSCAR 2023. NOMINATION: ATTRICI E ATTORI

(Dall'alto: i candidati e le candidate in lizza rispettivamente per l'Oscar come miglior attore e attrice protagonista).


Entriamo nel vivo dello Speciale Oscar di quest'anno con quello che è tradizionalmente uno dei post più letti e apprezzati dalle/dai nostre/i lettrici/lettori!

Quando si parla delle candidature legate alla recitazione, la domanda che in genere ci si pone è: gli Oscar confermeranno i risultati dei Golden Globe?

Se è vero che - nel complesso - i secondi sono una sorta di anticamera dei primi, è però vero anche che l'Academy distingue solo tra protagoniste/i e non, mentre i Globi raddoppiano le categorie seprando le performance drammatiche da quelle "leggere".

Insomma, alla Notte delle Stelle ci sono meno premi in palio e la sfida tra le/i contendenti è pertanto più dura.
Ciò non significa ovviamente che non ci siano favorite/i.

La già due volte oscarizzata Cate Blanchett parte leggermente in vantaggio rispetto alla sua principale concorrente, Michelle Yeoh.
Le altre colleghe presumibilmente resteranno a guardare, compresa la pur brava Ana de Armas di Blonde, se non altro in virtù della regola non scritta per cui un'attrice (attore) deve imbruttirsi per poter vincere l'Oscar.

Secondo questo principio, il Brendan Fraser di The Whale non dovrebbe avere rivali.
Invece la sfida tra gli uomini sembra tutta tra la rivelazione Austin Butler di Elvis (biopic con colonna sonora anche dei Maneskin) e il versatile Colin Farrell de Gli Spiriti dell'Isola.

Il divo irlandese di Animali Fantastici trova parallelamente in competizione tra loro altri due colleghi della medesima pellicola: il veterano Brendan Gleeson e l'emergente Barry Keoghan (il Joker di The Batman, visto anche nel "marvelliano" Eternals) sono infatti in gara tra i non protagonisti.

Tra i due litiganti il terzo gode?
Se così fosse, i due dovrebbero guardarsi dal redivivo Ke Huy Quan, indimenticato Shorty di Indiana Jones e il Tempio Maledetto.

L'ex attore-bambino fa parte del cast di quello che è considerato il film outsider di questa edizione: Everything Everywhere All at Once, che vede pure la partecipazione di Jamie Lee Curtis e Stephanie Hsu, anch'esse impegnate in un "derby" all'ultimo sangue nella categoria riservata ai ruoli di supporto femminili.

In questo ambito la terza incomoda (e favorita) è la regale Angela Bassett, grazie alla sua presenza austera e autorevole in Black Panther: Wakanda Forever.

Per scoprire chi di loro si porterà a casa il premio cinematografico più ambito del mondo, bisognerà attendere ancora qualche giorno.
Intanto - come sempre - leggete qui sotto l'elenco completo delle candidature e cliccate sui link!


Migliore attrice protagonista
Cate Blanchett - Tár
Ana de Armas - Blonde
Andrea Riseborough - To Leslie
Michelle Williams - The Fabelmans
Michelle Yeoh - Everything Everywhere All at Once

Migliore attore protagonista
Austin Butler - Elvis
Colin Farrell - Gli Spiriti dell'Isola
Brendan Fraser - The Whale
Paul Mescal - Aftersun
Bill Nighy - Living

Migliore attrice non protagonista
Angela Bassett - Black Panther: Wakanda Forever
Hong Chau - The Whale
Kerry Condon - Gli Spiriti dell'Isola
Jamie Lee Curtis - Everything Everywhere All at Once
Stephanie Hsu - Everything Everywhere All at Once

Migliore attore non protagonista
Brendan Gleeson - Gli Spiriti dell'Isola
Barry Keoghan - Gli Spiriti dell'Isola
Brian Tyree Henry - Causeway
Judd Hirsch - The Fabelmans
Ke Huy Quan - Everything Everywhere All at Once


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giovedì 12 gennaio 2023

GOLDEN GLOBE 2023. PREMIO CINEMATOGRAFICO DI RIPRESA E RESILIENZA

Steven Spielberg con i suoi 2 Globi. 



Dopo gli scandali e la crisi di identità degli ultimi anni, i Golden Globe hanno provato quest'anno a risalire la china.

Molte le star che hanno sfilato sul tappeto rosso, molti i flash, molte le polemiche che ci sono state (una su tutte: l'assenza di Brendan Fraser, pur candidato come miglior attore in un ruolo drammatico)...

Insomma, si è ricominciato a parlare della manifestazione organizzata dalla Hollywood Foreign Press Association dopo la sordina alle scorse edizioni.

E si è ricominciato a parlare di cinema: in un periodo in cui - a parte il fenomeno Avatar-La Via dell'Acqua (nessun premio) e i soliti cinefumettoni Marvel (contentino a Black Panther-Wakanda Forever con Angela Bassett migliore attrice non protagonista) - i film "da sala" non hanno più quel richiamo che avevano una volta, questa è già una buona notizia.

Merito anche del palmarès di quest'anno (vedi qui): tra gli insigniti, volti e nomi noti, emergenti, recuperati, apprezzati dalla critica, rassicuranti anche per i guardiani del politicamente corretto.

Il primo nome che salta agli occhi è quello di Steven Spielberg: il celeberrimo regista di innumerevoli capolavori (citiamo qui, volutamente, alcuni di quelli meno celebri e vi invitiamo a riscoprirli tramite i nostri precedenti post: Le avventure di Tintin, Lincoln, Il Ponte delle spie, Ready Player One), ad un solo anno dalla vittoria della sua versione di West Side Story ( miglior musical) questa volta si aggiudica i riconoscimenti per il miglior film drammatico e la migliore regia per The Fabelmans.

Un altro nome è quello di Guillermo del Toro: la sua versione di Pinocchio è stata votata come migliore pellicola di animazione, battendo la concorrenza dei colossi targati Disney.

Una vittoria meno banale di quanto sembri.

Ma tra i trionfatori c'è stato anche una persona che non ha ricevuto neppure un premio: Alberto Barbera.

Il direttore della Mostra del Cinema di Venezia può vantarsi però del fatto che, tra le 14 categorie cinematografiche dell'evento, ben 5 sono state vinte da film presentati in anteprima al Lido: un colpaccio, sia per il lustro della kermesse lagunare che per il cinema d'autore tout court.

E non categorie di secondo piano: The Banshees of Inisherin di Martin McDonagh (che nel 2018 aveva sbancato i Golden Globe con Tre Manifesti a Ebbing, Missouri) ha conquistato le statuette per la migliore commedia, il miglior attore protagonista in una commedia (bentornato Colin Farrell! Quindi The Batman ha veramente contribuito a rilanciarlo), la migliore sceneggiatura (lo stesso McDonagh, che ormai si starà abituando a questo tipo di riconoscimento); la sempre superba Cate Blanchett è la migliore attrice drammatica per Tár di Todd Field (a bocca asciutta, invece, Ana de Armas con Blonde); Argentina 1985 è stato invece riconosciuto meritatamente come miglior film internazionale.

Molta gloria anche per gli outsider.

L'immaginifico Everything Everywhere All at Once ha dato un'ottima ribalta a Michelle Yeoh (migliore attrice per una commedia) e soprattutto a Jonathan Ke Quan (miglior attore non protagonista. Il nome non vi dice niente? Beh, e se vi dicessimo che stiamo parlando di Shorty di Indiana Jones e il Tempio Maledetto di Steven Spielberg - combinazione! - e di Data di I Goonies? Un gradito ritorno per i nostalgici degli Anni Ottanta).

Austin Butler, come miglior attore drammatico, è stato una delle sorprese della serata: molti si aspettavano il nome di Brendan Fraser, che aveva commosso Venezia con The Whale di Darren Aronofsky, ma la sua interpretazione di Elvis nell'omonimo biopic di Baz Luhrmann ha convinto un maggior numero di giurati (premio comunque difficilmente contestabile).

La migliore canzone se l'è aggiudicata un film indiano (!) e non, come ci si aspettava, una tra Lady Gaga, Taylor Swift e Rihanna.

La statuetta per la migliore colonna sonora è invece il contentino che hanno dato a Babylon, ambizioso progetto di Damien Chazelle che ha diviso critica e pubblico.

L'ottantesima edizione dei Golden Globe è terminata, ma già si scaldano i motori per i prossimi Oscar.

La stagione dei premi cinematografici è appena iniziata e si prevedono scintille - e soprattutto segnali di ripresa per la Settima Arte.


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mercoledì 11 gennaio 2023

GOLDEN GLOBE 2023. I VINCITORI

Gli ottantesimi Golden Globe. 


Signore e Signori... Ecco a voi i vincitori dell'edizione numero 80 dei Golden Globe.

Non mancano le sorprese.

E chissà cosa succederà adesso in ottica Oscar...


Miglior film drammatico
Avatar - La via dell'acqua (Avatar: The Way of Water), regia di James Cameron
Elvis, regia di Baz Luhrmann
The Fabelmans, regia di Steven Spielberg
Tár, regia di Todd Field
Top Gun: Maverick, regia di Joseph Kosinski

Miglior film commedia o musicale
Babylon, regia di Damien Chazelle
Gli spiriti dell'isola (The Banshees of Inisherin), regia di Martin McDonagh
Everything Everywhere All at Once, regia di Daniel Kwan e Daniel Scheinert
Glass Onion - Knives Out (Glass Onion: A Knives Out Mystery), regia di Rian Johnson
Triangle of Sadness, regia di Ruben Östlund

Miglior regista
James Cameron – Avatar - La via dell'acqua (Avatar: The way of water)
Daniel Kwan e Daniel Scheinert – Everything Everywhere All at Once
Baz Luhrmann – Elvis
Martin McDonagh – Gli spiriti dell'isola (The Banshees of Inisherin)
Steven Spielberg – The Fabelmans

Migliore attore in un film drammatico
Austin Butler – Elvis
Brendan Fraser – The Whale
Hugh Jackman – The Son
Bill Nighy – Living
Jeremy Pope – The Inspection

Migliore attrice in un film drammatico
Cate Blanchett – Tár
Olivia Colman – Empire of Light
Viola Davis – The Woman King
Ana de Armas – Blonde
Michelle Williams – The Fabelmans

Migliore attore in un film commedia o musicale
Diego Calva – Babylon
Daniel Craig – Glass Onion - Knives Out (Glass Onion: A Knives Out Mystery)
Adam Driver – Rumore bianco (White Noise)
Colin Farrell – Gli spiriti dell'isola (The Banshees of Inisherin)
Ralph Fiennes – The Menu

Migliore attrice in un film commedia o musicale
Lesley Manville - La signora Harris va a Parigi (Mrs. Harris Goes to Paris)
Margot Robbie - Babylon
Anya Taylor-Joy - The Menu
Emma Thompson - Il piacere è tutto mio (Good Luck to You, Leo Grande)
Michelle Yeoh - Everything Everywhere All at Once

Migliore attore non protagonista
Brendan Gleeson - Gli spiriti dell'isola (The Banshees of Inisherin)
Barry Keoghan - Gli spiriti dell'isola (The Banshees of Inisherin)
Brad Pitt - Babylon
Jonathan Ke Quan - Everything Everywhere All at Once
Eddie Redmayne - The Good Nurse

Migliore attrice non protagonista
Angela Bassett - Black Panther: Wakanda Forever
Kerry Condon - Gli spiriti dell'isola (The Banshees of Inisherin)
Jamie Lee Curtis - Everything Everywhere All at Once
Dolly de Leon - Triangle of Sadness
Carey Mulligan - Anche io

Miglior film in lingua straniera
Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues), regia di Edward Berger
Argentina, 1985, regia di Santiago Mitre
Close, regia di Lukas Dhont
La donna del mistero (Decision to Leave), regia di Park Chan-wook
RRR, regia di S. S. Rajamouli

Miglior film d'animazione
Pinocchio di Guillermo del Toro, regia di Guillermo del Toro
Inu-ō, regia di Masaaki Yuasa
Marcel the Shell with Shoes On, regia di Dean Fleischer-Camp
Il gatto con gli stivali 2 - L'ultimo desiderio (Puss in Boots: The Last Wish), regia di Joel Crawford
Red (Turning Red), regia di Domee Shi

Migliore sceneggiatura
Todd Field – Tár
Daniel Kwan e Daniel Scheinert – Everything Everywhere All at Once
Martin McDonagh – Gli spiriti dell'isola (The Banshees of Inisherin)
Sarah Polley – Women Talking
Steven Spielberg e Tony Kushner – The Fabelmans

Migliore colonna sonora originale
Carter Burwell – Gli spiriti dell'isola (The Banshees of Inisherin)
Alexandre Desplat – Pinocchio di Guillermo del Toro
Hildur Guðnadóttir – Women Talking
Justin Hurwitz – Babylon
John Williams – The Fabelmans

Migliore canzone originale Carolina (Taylor Swift) - La ragazza della palude (Where the Crawdads Sing)
Ciao Papa (Roeben Katz, Guillermo Del Toro) - Pinocchio
Hold My Hand (Lady Gaga) - Top Gun: Maverick
Lift Me Up (Rihanna) - Black Panther: Wakanda Forever
Naatu Naatu (Kala Bhairava, M. M. Keeravani, Rahul Sipligunj) - RRR


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mercoledì 14 settembre 2022

VENEZIA 2022. I VINCITORI AL LIDO (CON VISTA SU HOLLYWOOD)

Dall'alto: la regista Laura Poitras (a destra) con la fotografa e attivista Nan Goldin, protagonista del documentario vincitore del Leone d'Oro, All the Beauty and the Bloodshed; Luca Guadagnino con il Leone d'Argento per la migliore regia; Cate Blanchett con la Coppa Volpi per la migliore attrice; Martin McDonagh con il premio per la migliore sceneggiatura. 



Leone d'oro al miglior film: All the Beauty and the Bloodshed, regia di Laura Poitras
Leone d'argento - Gran premio della giuria: Saint-Omer, regia di Alice Diop
Leone d'argento per la miglior regia: Luca Guadagnino per Bones and All
Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile: Cate Blanchett per Tár
Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile: Colin Farrell per Gli spiriti dell'isola (The Banshees of Inisherin)
Premio Osella per la migliore sceneggiatura: Martin McDonagh per Gli spiriti dell'isola (The Banshees of Inisherin)
Premio speciale della giuria: Gli orsi non esistono (Khers nist), regia di Jafar Panahi
Premio Marcello Mastroianni ad un attore o attrice emergente: Taylor Russell per Bones and All

Questi i responsi della 79a edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.

Che offrono interessanti spunti di riflessione.

Innanzitutto il feeling che la Mostra di Venezia ha con le opere non di finzione, soprattutto nell'era Barbera.

Molti sono sempre i documentari presenti in cartellone - qualcuno anche "promosso" nella selezione ufficiale, come quest'anno è successo a All the Beauty and the Bloodshed di Laura Poitras (già Premio Oscar nel 2015 per Citizenfour, su Edward Snowden).

E proprio questo omaggio alla vita della fotografa e attivista Nan Goldin ha convinto la giuria capitanata da Julianne Moore a tal punto da portarsi a casa il riconoscimento più ambito, quel Leone d'Oro che solo un'altra volta in precedenza era andato ad un documentario (nel 2013 a Sacro GRA del nostro Gianfranco Rosi, che quest'anno invece era fuori concorso con In viaggio, su Papa Francesco).

Chissà se riuscirà a convincere anche i membri dell'Academy Award...

Eh sì, perché dall'altra parte dell'Oceano si guarda sempre con molto interesse alle pellicole presentate come in odore di Oscar e si analizzano le reazioni del pubblico a questo o a quel titolo.

Il palmarès può fornire qualche indicazione per individuare un papabile almeno a qualche nomination, anche se le scelte delle giurie da festival, così eterogenee e cosmopolite, quasi mai coincidono con i gusti dell'Academy.

Ma quest'anno, oltre al Leone d'Oro, consiglieremmo di dare un'occhiata a chi ha vinto le Coppe Volpi: due pesi massimi di Hollywood.

Cate Blanchett ha convinto tutti in Tár di Todd Field e ha sbaragliato un'agguerrita concorrenza, che comprendeva, tra le altre, le acclamate Ana de Armas (nei panni di Marilyn Monroe nel discusso Blonde), la camaleontica Tilda Swinton e - attenzione! - la transgender Trace Lysette.

Colin Farrell, invece, ha vinto una sfida che potrebbe riproporsi al momento degli Oscar: quella col rilanciato Brendan Fraser, irriconoscibile in The Whale di Darren Aronofsky.

Il film per il quale è stato premiato, The Banshees of Inisherin, è uno di quelli che ha maggiormente messo d'accordo critica e pubblico e non dubitiamo del fatto che nei prossimi mesi se ne sentirà ancora parlare.

D'altra parte il regista non è altro che Martin McDonagh, il brillante autore di veri e propri cult quali Six Shooter, In Bruges (anche questo con la coppia Colin Farrell - Brendan Gleeson), 7 Psicopatici e soprattutto Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, che gli valse proprio a Venezia il riconoscimento per la migliore sceneggiatura, bissato quest'anno.

Difficile che in America si guardi con molto interesse ai prestigiosi premi andati pur meritatamente alla giovane franco-senegalese Alice Diop e al cineasta iraniano dissidente e perseguitato Jafar Panahi.

Molto interesse hanno al contrario suscitato quelle pellicole che hanno portato al Lido orde di fan, il non-così-eccezionale Don't worry darling, con il suo stucchevole codazzo di polemiche e gossip che hanno coinvolto a diverso titolo la regista Olivia Wilde e gli attori Harry Styles, Florence Pugh, Chris Pine, Shia LaBeouf, ma soprattutto il molto più lodato Bones and all, con la superstar Timothée Chalamet.

Questa atipica (così definita per non vi spoilerarvi la trama) storia d'amore si è portata a casa due riconoscimenti: la Coppa Mastroianni per la migliore attrice emergente a Taylor Russell (nel passato se l'erano aggiudicata attori del calibro di, in ordine sparso, Jennifer Lawrence, Gael Garcìa Bernal, Diego Luna, Mila Kunis, Tye Sheridan, Charlie Plummer. Che le sia di buon auspicio) e il Leone d'Argento per la migliore regia a Luca Guadagnino.

La precedente collaborazione tra il cineasta siciliano e il protagonista di Dune, Chiamami col tuo nome, aveva portato parecchia notorietà a entrambi ed aveva guadagnato 4 nomination agli Oscar (film, attore protagonista, canzone, sceneggiatura - poi vinta da James Ivory).

Chissà se il successo si ripeterà; ma noi tifiamo comunque per questo regista così poco considerato in patria (si veda la tiepida accoglienza riservata agli altri suoi lavori, Io sono l'amore, A bigger splash, Suspiria, tutti e tre con un'attrice del calibro di Tilda Swinton) quanto apprezzato negli Stati Uniti.

Il premio per la migliore regia è meritato ed è una bella rivincita nei confronti di chi nell'industria e nella critica cinematografica italiana lo ha liquidato con troppa sufficienza e gli ha preferito autori che al di fuori dei confini nazionali solo pochissimi conoscono.

Insomma, anche quest'anno la Mostra di Venezia ha saputo suscitare interesse e curiosità all'estero, ha portato molto pubblico al Lido, ha fatto parlare di sé e dei suoi film, ha creato aspettative, ha cercato di rilanciare un cinema sempre più in crisi.

Il direttore Alberto Barbera ha fatto di nuovo un ottimo lavoro.

E noi non vediamo già l'ora di conoscere il programma della prossima edizione.


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martedì 15 settembre 2020

VENEZIA 2020. L'ARTE HA SCONFITTO LA PAURA

Dall'alto: il Leone d'Oro vinto da Nomadland; Vanessa Kirby con la Coppa Volpi; Pierfrancesco Favino con l'altra Coppa Volpi. 


No, non importa chi abbia vinto la 77a edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

Non perché il film designato dalla Giuria capitanata dalla sempre deliziosa Cate Blanchett (e comprendente, tra gli altri, il mitico Matt "Singles" Dillon) - Nomadland di Chloé Zhao - non meritasse il massimo encomio, ma perché la premiazione è davvero passata in secondo piano rispetto alla presenza stessa della rassegna.

Se il Festival di Cannes quest'anno - per questioni di sicurezza e dopo una lunga e (immaginiamo) dolorosa autoanalisi sull'effettiva opportunità delle kermesse cinematografiche ai tempi del Coronavirus - aveva dovuto fermarsi, il suo principale concorrente ha avuto la possibilità di firmare un'edizione memorabile e sui generis.

Questo grazie anche al direttore Alberto Barbera, che ha deciso che la Mostra potesse avere una possibilità, purché fosse svolta salvaguardando il più possibile la salute di ospiti, organizzatori, lavoratori.






Confrontano il programma - da noi puntualmente e opportunamente commentato - con l'elenco dei vincitori, possiamo affermare che non ci siano state né sorprese né delusioni particolari.

Vero, il favorito alla vigilia sembrava essere il messicano Michel Franco con Nuevo Orden (comunque il Leone d'Argento è un bel contentino), tuttavia non è un segreto che Nomadland avesse conquistato i giurati alla sua proiezione.
L'emergente Chloé Zhao deve il Leone d'Oro anche a un cast di tutto rispetto da cui spicca la due volte Premio Oscar Frances McDormand.

Non stupisce neppure il Premio Speciale della Giuria ottenuto da Cari Compagni: il russo Andrej Končalovskij è da sempre un autore assai quotato e un beniamino dei festival (ma noi preferiamo ricordarlo come regista di Tango & Cash, commedia poliziesca con Sylvester Stallone e Kurt Russell).

In ambito recitativo, la Coppa Volpi conquistata da Pierfrancesco Favino (per Padrenostro di Claudio Noce) è la conferma del talento del più esportabile degli attori italiani del momento.
Occhio invece a Vanessa Kirby, emersa come miglior interprete femminile in Pieces of a Woman: è nata una stella?






Che cosa rimarrà di questa Mostra?

Più dei premi e dei premiati, più dei film in e fuori concorso, più delle star e delle passeggiate sul red carpet, resterà la sensazione che il cinema, una delle più sottovalutate forme d'arte, sia riuscito a sopravvivere alla più spaventosa pandemia della storia umana recente.

Venezia batte Covid 1-0.
Prendi e porta a casa, dannato virus.




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sabato 12 settembre 2020

VENEZIA 2020. I VINCITORI


La presidente della Giuria Cate Blanchett prima della proclamazione dei vincitori. 


Prima abbiamo elencato tutte le opere in concorso e non.

Poi abbiamo commentato questa edizione sui generis, la prima ai tempi del Covid-19.

Adesso possiamo annunciare che ad aggiudicarsi il sempre ambito e prestigioso Leone d'Oro della 77a Mostra del Cinema di Venezia è stato...
[...]

Di seguito elenchiamo tutti i vincitori decretati dalla giuria capitanata da Cate Blanchett.
Cliccate sui link per ulteriori dettagli e aspettate il nuovo post di commento!






LEONE D'ORO AL MIGLIOR FILM: Nomadland, regia di Chloé Zhao

LEONE D'ARGENTO - GRAN PREMIO DELLA GIURIA: Nuevo orden, regia di Michel Franco

LEONE D'ARGENTO PER LA MIGLIORE REGIA: Kiyoshi Kurosawa per Supai no tsuma (Wife of a Spy)

COPPA VOLPI PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE FEMMINILE: Vanessa Kirby per Pieces of a Woman

COPPA VOLPI PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE MASCHILE: Pierfrancesco Favino per Padrenostro

PREMIO OSELLA PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA: Chaitanya Tamhane per The Disciple

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA: Dorogie tovarišči (Cari Compagni), regia di Andrej Končalovskij

PREMIO MARCELLO MASTROIANNI AD UN'ATTRICE O UN ATTORE EMERGENTE: Rouhollah Zamani per Khoroshid (Sun Children)

LEONE D'ORO ALLA CARRIERA: Ann Hui; Tilda Swinton




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mercoledì 2 settembre 2020

VENEZIA 2020. LA MOSTRA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Il logo dell'edizione n. 77 della Mostra del Cinema di Venezia. 


E così, dopo avervi presentato le diverse sezioni (vedi post precedente), parliamo un po' di questa edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

Come avrete visto, causa coronavirus, questa volta non ci sono opere in grado di accendere entusiasmo o grande curiosità alla vigilia - negli anni scorsi erano passati al Lido titoli strepitosi quali Le Idi di Marzo, Killer Joe, Wilde Salomé (2011), The Master, To The Wonder (2012), Gravity (2013), Birdman (2014), A Bigger Splash, Il Caso Spotlight (2015), La La Land, Animali Notturni, La Battaglia di Hacksaw Ridge (2016), La Forma dell'Acqua, Madre!, Tre Manifesti a Ebbing. Missouri (2017), Roma, Opera senza Autore, First Man, La Ballata di Buster Scruggs, A Star Is Born (2018), Joker (2019).

E molti di questi sono poi finiti nella nostra lista dei migliori film degli ultimi 10 anni.

Quest'anno le grandi case di produzione - soprattutto quelle americane - hanno dovuto dare forfait e hanno preferito proporre i propri pretendenti all'Oscar più in là nel tempo (visto che le date dei premi sono state tutte posticipate).

Risultato: la Mostra probabilmente sarà snobbata dal grande pubblico, ma potrebbe piacere ai cinefili più duri e puri, quelli che mal sopportano l'invadenza della cinematografia a stelle e strisce.

Tale vuoto ha anche avuto come conseguenza una presenza più massiccia del solito di film diretti da donne.

Si sa, sebbene recentemente siano stati fatti passi avanti, gli studios difficilmente affidano progetti ambiziosi a registe, costrette pertanto a sgomitare nell'affollatissimo ma poco redditizio (in termini di incassi) campo del cinema indipendente.

Questa volta sono proprio le cineaste il fiore all'occhiello di questa edizione.






Si va dalle nostre Susanna Nicchiarelli - che dopo la vittoria nella sezione Orizzonti nel 2017 con il suo Nico, 1988 questa volta approda nel tabellone principale con il biopic sulla notevole vita di Elanor Marx, figlia del più celebre Karl - ed Emma Dante (premiata nel 2013 per Via Castellana Bandiera, ora presenta un film tratto da una sua pièce teatrale) all'emergente Chloé Zhao, che porta l'atteso Nomadland, impreziosito dalla presenza di Frances McDormand come protagonista, passando per la polacca Małgorzata Szumowska, la norvegese Mona Fastvold (promette bene, il suo The World To Come), la tedesca Julia von Heinz (idem), la bosniaca Jasmila Žbanić, la veterana francese Nicole Garcia.

Nelle altre sezioni, segnaliamo l'esordio alla regia dell'attrice Premio Oscar Regina King (fuori concorso) e i cortometraggi di Alice Rohrwacher e Jasmine Trinca, oltre a numerose altre opere.

Comunque, la giuria è presieduta dalla grande Cate Blanchett e gli uomini sono in minoranza: chissà se sarà la volta buona per una vittoria finalmente al femminile...






Tra i colleghi maschi, occhio al messicano Michel Franco (il favorito della vigilia?), al discontinuo Andrej Končalovskij, all'ungherese Kornél Mundruczó, mentre la sorpresa potrebbe essere l'azero Hilal Baydarov.

Seguiamo poi con attenzione i nostri Gianfranco Rosi, documentarista tra i più apprezzati al mondo (è riuscito persino a vincere il Leone d'Oro nel 2013 con Sacro GRA!), e Claudio Noce (nel suo Padrenostro il protagonista è Pierfrancesco Favino).

A proposito di documentari, notiamo che ormai Venezia è diventata il palcoscenico principale per i migliori autori del genere: oltre al già citato Rosi, ci sono i maestri Wiseman e Gibney, il bravo Andrea Segre, la sempre interessante coppia D'Anolfi-Parenti, ma anche registi di finzione affermati come Abel Ferrara e Luca Guadagnino (presente addirittura con due lavori), nonché un'opera postuma del grande Orson Welles sul compianto Dennis Hopper.

Fuori concorso c'è pure - guarda un po'! - Pedro Almodóvar, che però presenta un cortometraggio di finzione, con Tilda Swinton, che sarà premiata (con la regista cinese Ann Hui) con il Leone d'Oro alla carriera.

Sempre fuori concorso sarà presentato il film di apertura: Lacci di Daniele Luchetti - era da 11 anni (da Baarìa di Tornatore) che un'opera nostrana non battezzava la Mostra.
Nel cast, i soliti Alba Rohrwacher, Luigi Lo Cascio, Laura Morante, Silvio Orlando, Giovanna Mezzogiorno: un must per gli amanti del cinema italiano anni Novanta.

Gradite sorprese potrebbero giungere da The Book of Vision, prodotto da Terrence Malick e dal simpatico Gnomes and Goblins, cartone animato in realtà virtuale firmato da Jon Favreau (proprio il regista di Iron Man, nonché attore in numerosi film Marvel, tra i quali il super campione d'incassi Avengers: Endgame).

Insomma, è vero che i divi saranno meno numerosi del solito, che nessuno dei titoli è da attesa spasmodica, che il pubblico non sarà quello delle grandi occasioni, che il red carpet sarà in tono minore, che il film chiamato ad aprire la rassegna non è dei più glamour, che criticare non costa nulla.

Però va dato atto al direttore Alberto Barbera di aver saputo allestire, pur tra innumerevoli difficoltà, un'edizione sulla carta piuttosto interessante e stimolante, tutto sommato.

Il mondo del cinema ha bisogno di ripartire dopo il lockdown e la conseguente grave crisi economica del settore.

Barbera & C. hanno avuto coraggio nell'aver voluto organizzare la kermesse nonostante tutte le incertezze del caso.

Sarà una Mostra anomala, ma ci sarà.

E questo è già un buon segno.




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lunedì 23 aprile 2018

I CLASSICI: THOR:RAGNAROK, L'APOCALISSE HELA È LÀ

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2017
130'
Regia: Taika Waititi
Interpreti: Chris Hemsworth, Cate Blanchett, Tom Hiddleston, Idris Elba, Jeff Goldblum, Tessa Thompson, Mark Ruffalo, Karl Urban, Anthony Hopkins, Benedict Cumberbatch, Sam Neill, Matt Damon, Luke Hemsworth, Stan Lee.


Il Ragnarok (o meglio, Ragnarǫk) nella mitologia norrena è una sorta di Apocalisse, cioè lo scontro finale tra le forze del bene e del male che porterà alla distruzione del mondo e alla sua successiva rigenerazione.

Il demone Surtur lo minaccia e pertanto Thor decide di affrontarlo.

Ma il vero pericolo per il dio del tuono è la liberazione della crudele e ambiziosa sorella Hela (Blanchett), dea della morte, dopo millenni di prigionia.






Terzo capitolo da solista per Thor e questa volta si cambia registro.

Dimenticate i rimandi shakespeariani del primo film diretto da Kenneth Branagh e il suo seguito.

Il cambio di rotta era stato suggerito da Hemsworth dopo le riserve espresse sui social da Kevin Smith, che aveva criticato i due film precedenti, ma anche dal fatto che, tra tutti gli Avengers, proprio il dio del tuono risulti uno dei personaggi meno incisivi.

La regia è stata pertanto affidata al neozelandese Taika Waititi, che in patria è un comico noto (ma è praticamente uno sconosciuto ad di fuori dell'Oceania).

Non meraviglia allora il tono scanzonato che ha preso la pellicola, infarcita di gag e trovate farsesche sullo stile di Deadpool e i Guardiani della Galassia (ma senza la loro carica irriverente).

Thor: Ragnarok diventa il questo modo una commedia "buddy-buddy-buddy" che ha al centro soprattutto l'eroe eponimo, suo fratello Loki e Hulk, grandi assenti nell'affollato Captain America: Civil War.

Il risultato finale è una fantasmagoria simpatica (anche la tradizionale comparsata di Stan Lee è particolarmente buffa, così come i camei di Luke Hemsworth, fratello di Chris, e Matt Damon), dai colori molto vividi, fumettosa (tra le ispirazioni, l'albo fantascientifico Planet Hulk), a ritmo di rock, che ha al suo attivo effetti speciali e alcune scene - soprattutto quelle al rallentatore - notevoli.

Ma anche chiassosa e confusionaria e che, dovendo rinunciare a qualcosa, fa a meno dell'epicità che pure il titolo avrebbe suggerito.

Così, paradossalmente, a farne le spese è stato il cattivo di turno - in questo caso, la cattiva - quello cioè che normalmente è il motore dell'azione.

Il relativamente poco spazio concesso ad un'attrice di grande talento come Cate Blanchett è un vero spreco, così come il fatto di averle affidato un personaggio francamente non indimenticabile.

Insomma, Thor: Ragnarok rappresenta il classico seguito Marvel: un film d'azione un po' fracassone e senza troppe ambizioni, che però sa garantire divertimento e intrattenimento.

E ottimi incassi - il che non guasta, in questo periodo.




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mercoledì 27 aprile 2016

GLI INEDITI: KNIGHT OF CUPS, MALICK TAROCCATO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2015
118'
Regia: Terrence Malick
Interpreti: Christian Bale, Cate Blanchett, Natalie Portman, Imogen Poots, Teresa Palmer, Jason Clarke, Wes Bentley, Brian Dennehy, Joe Manganiello, Joel Kinnaman, Freida Pinto, Antonio Banderas, Ryan O'Neal, Armin Mueller-Stahl, Isabel Lucas, Ben Kingsley (voce).


Il Fante di Coppe (il Knight of Cups del titolo ne è la traduzione in lingua inglese), secondo i tarocchi, rappresenta la persona perennemente annoiata e in cerca di stimoli, ma anche amabile, di forti principi morali, sensibile ma a forte rischio di perdersi.

È una carta ambivalente: se è letta rivolta all'insù, essa significa cambiamenti, nuove avventure, opportunità, offerte; se invece è rivolta in giù, inaffidabilità, temerarietà, false promesse, inganni, difficoltà a distinguere il falso dal vero.

Rick (Bale) è proprio così: pur essendo uno sceneggiatore di successo, la tragica morte di uno dei suoi due fratelli sembra averlo svuotato.
È un uomo che usa le parole per vivere, ma che paradossalmente non parla mai.

Cerca di riempire vanamente la propria esistenza frequentando feste vip - in una di queste incontra Antonio Banderas, Jason Clarke, Ryan O'Neal e Joe Manganiello -, uscendo con belle donne - una (Blanchett) addirittura la sposa, le altre (Pinto, Portman, Lucas, Poots, Palmer...) sono semplici amorazzi passeggeri -, stordendosi con luci artificiali, rumori, confusione.

Il suo cammino procederà per esperienze diverse, per tappe - ognuna delle quali ispirata ad una carta dei tarocchi e ad un personaggio-chiave: La Luna, L'Appeso, L'Eremita, Il Giudizio, La Torre, La Papessa, La Morte, La Libertà - che lo porteranno a riconciliarsi con Dio, con padre (Dennehy) e fratello (Bentley), e col mondo.

Terrence Malick è cambiato.
Un tempo era un autore schivo fino all'eccesso, che si teneva lontano dai mass media, lavorava ogni 20 anni e puntava a realizzare opere grandiose che puntualmente facevano gridare al capolavoro.

Da qualche anno invece si fa fotografare sul set, mette in cantiere un progetto dopo l'altro e lavora per continua sottrazione, girando film sempre più rarefatti e astratti: riprese contemplative con camera a mano, dialoghi pressoché inesistenti, voce fuori campo come se piovesse, paesaggi che scorrono.

Il pante-umanista The Tree of Life - che, tra le altre cose, ha avuto il merito di far conoscere al mondo Jessica Chastain - è stato non solo il suo acme creativo, ma anche il punto di non ritorno.

In questi termini, si può dire allora che Knight of Cups sia praticamente un To The Wonder Parte 2, con Christian Bale al posto di Ben Affleck (da un Batman all'altro: il primo lo è stato nella trilogia di Christopher Nolan, il secondo nel nuovo Batman v Superman).

Anche in questo caso il cineasta texano non ha scritto una sceneggiatura vera e propria, ma si è limitato a dare istruzioni agli attori, lasciandoli liberi di improvvisare e scegliere i dialoghi che preferivano.

In aggiunta si è servito di una tecnica chiamata torpedoing, che consiste nell'introdurre a sorpresa un personaggio nella scena mentre gli altri attori stanno girando, così da filmare la loro reazione.

Il supercast ha retto bene il gioco: se Bale si è limitato a "essere" piuttosto che a recitare, sono da segnalare le prove dell'intensa Cate Blanchett (già Premio Oscar nel 2005 e nel 2014) e di una tormentata Natalie Portman (la Principessa Amidala della trilogia prequel di Star Wars).

Come al solito, risultano fondamentali i contributi tecnici: il tema principale è scritto dal compianto compositore polacco di colonne sonore Wojciech Kilar, mentre la fotografia è firmata dal virtuoso messicano Emmanuel Lubezki (da poco entrato nella storia dopo aver vinto ben 3 Oscar consecutivi).

Detto questo, bisogna però ammettere che qualcosa, questa volta, si inceppa.

La mancanza di dialoghi, nella lunga distanza, si sente: affidare la narrazione allo scorrere delle immagini e alle poche voci fuori campo rende il film sì contemplativo e riflessivo, ma anche poco scorrevole.

Si sa, Malick è un autore che non fa troppe concessioni: le sue opere - mai banali - sono profonde e suggestive; ma anche sempre più personali e sperimentali, con buona pace dell'accessibilità al pubblico.

Presentato in anteprima mondiale in competizione alla Berlinale del 2015, Knight of Cups ha infatti trovato scarsa distribuzione e successo negli USA (in Italia è ancora inedito), ma l'imperterrito regista guarda già al prossimo futuro.

Sempre quest'anno sono previste le uscite di Weightless - girato back-to-back con questo film e quasi con gli stessi attori - e di un ambizioso documentario che narra della nascita e della morte dell'universo conosciuto, dal titolo The Voyage of Time (uno spin-off di The Tree of Life?).

Siamo di fronte ad una risposta "d'autore" alla serialità delle pellicole di eroi & supereroi targate Disney/Marvel/Lucasfilm o Warner Bros/DC Comics?

Speriamo solo che corregga un po' il tiro.
Altrimenti ci troveremo a rimpiangere il Malick poco prolifico.

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martedì 2 febbraio 2016

OSCAR 2016. NOMINATION: ATTRICI E ATTORI



Una delle leggende più popolari e persistenti di Hollywood vuole che l'Academy - per ragioni non chiare - abbia posto il veto su un eventuale Oscar a Leonardo DiCaprio.
Vero o falso che sia, l'ex Lupo di Wall Street è alla quinta nomination, dopo quattro occasioni andate a vuoto.

Per The Revenant - Redivivo, l'attore italo-americano si è fatto crescere barba e capelli lunghi, ha lavorato in condizioni climatiche estreme ed è arrivato - lui che è vegetariano - a mangiare vero fegato crudo durante le riprese.
Solo per questi sforzi si meriterebbe un premio.
Che questa prova sia finalmente quella buona?

C'è da dire che i suoi avversari sembrano effettivamente partire tutti qualche passo più indietro, compreso Matt Damon (che pure ha vinto il Golden Globe per Sopravvissuto - The Martian).
Ma se i detrattori dell'italo-americano dovessero coalizzarsi, Michael Fassbender potrebbe avere la sua occasione: dopo la Coppa Volpi nell'ultima Mostra di Venezia memorabile del 2011 e la nomination per 12 Anni Schiavo nel 2014, la statuetta potrebbe essere sua.
Quasi nulle le possibilità di Bryan Cranston (già protagonista della serie Tv Breaking Bad) ed Eddie Redmayne (che già si era imposto su Michael Keaton lo scorso anno per La Teoria del Tutto).

Tra i non protagonisti svetta invece un altro divo di origine italiana: l'immarcescibile Sylvester Stallone, che grazie a Creed - Nato per Combattere ha potuto interpretare il mitico pugile Rocky per la settima volta (!) conquistando a sorpresa il Golden Globe e finalmente anche i favori di quella critica che per troppi anni lo aveva snobbato.
Comunque vada, noi facciamo il tifo per lui.
L'altro italo-americano Mark Ruffalo - già nominato nel 2011 e nel 2015 - sembra avere meno possibilità, così come il già premiato Christian Bale.
Le sorprese potrebbero essere Tom Hardy - protagonista di Bronson, nel cast di Tinker Tailor Soldier Spy, avversario di Batman in Il Cavaliere Oscuro-Il Ritorno e personaggio principale di Mad Max: Fury Road - e soprattutto il sorprendente Mark Rylance, attore inglese di estrazione teatrale che nello spielberghiano Il Ponte delle Spie ha interpretato il ruolo della vita.

In ambito femminile i pronostici sono più incerti.
Alla quarta nomina, Jennifer Lawrence è una delle attrici più coccolate dall'Academy e a soli 25 anni potrebbe vincere per la seconda volta (la prima era stata tre anni fa per Il Lato Positivo).
Non è la favorita della vigilia, però: deve stare attenta alla "globizzata" rivelazione Brie Larson (con un passato da cantautrice pop) e alla veterana Cate Blanchett (già sette candidature e due statuette portate a casa, l'ultima nel 2014).
Ma occhio a Saoirse (da pronunciare, più o meno, come "ser-sce"; è un nome che in gaelico significa "libertà") Ronan: l'irlandese ventunenne - nominata già otto anni fa come non protagonista per Espiazione e già nel cast stellare di Grand Budapest Hotel - ha convinto molti per il suo ruolo in Brooklyn.
A zero le chance della britannica Charlotte Rampling (ve la ricordate in I Colori Della Passione?)

Tra i ruoli di supporto la situazione pare ancora più equilibrata: ai Globes, come sappiamo, l'ha spuntata Kate Winslet (non sarebbe bello che la coppia di Titanic vincesse un Oscar nello stesso anno?), ma non è detto che alla fine non salti fuori il nome di Jennifer Jason Leigh per The Hateful Eight (Tarantino porta bene ai propri attori: pensate a Christoph Waltz bi-vincitore nel 2010 per Bastardi Senza Gloria e nel 2013 per Django Unchained) o quello di Rooney Mara per Carol (già premiata a Cannes l'anno scorso, per lo stesso ruolo).
Ma meglio non sottovalutare la svedese Alicia Vikander e Rachel McAdams.

Volete farvi un'idea delle interpretazioni di tutti i candidati?
Beh, non vi resta che cliccare sui link che trovate qui sotto.

E che vincano i migliori!



MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA
Bryan Cranston – L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo (Trumbo)
Matt Damon – Sopravvissuto - The Martian (The Martian)
Leonardo DiCaprio – Revenant - Redivivo (The Revenant)
Michael Fassbender – Steve Jobs
Eddie Redmayne – The Danish Girl



MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA
Cate Blanchett – Carol
Brie Larson – Room
Jennifer Lawrence – Joy
Charlotte Rampling - 45 anni (45 Years)
Saoirse Ronan – Brooklyn



MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA
Christian Bale – La grande scommessa (The Big Short)
Tom Hardy - Revenant - Redivivo (The Revenant)
Mark Ruffalo - Il caso Spotlight (Spotlight)
Mark Rylance – Il ponte delle spie (Bridge of Spies)
Sylvester Stallone – Creed - Nato per combattere (Creed)



MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA
Jennifer Jason Leigh – The Hateful Eight
Rooney Mara – Carol
Rachel McAdams - Il caso Spotlight (Spotlight)
Alicia Vikander – The Danish Girl
Kate Winslet – Steve Jobs

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giovedì 25 dicembre 2014

LO HOBBIT-LA BATTAGLIA DELLE 5 ARMATE, BOTTE DA ORCHI E IL RITORNO DEL RE (DEI NANI)

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

Nuova Zelanda/USA/Regno Unito, 2014
144'
Regia: Peter Jackson
Interpreti: Martin Freeman, Ian McKellen, Richard Armitage, James Nesbitt, Stephen Fry, Evangeline Lilly, Orlando Bloom, Luke Evans, Cate Blanchett, Hugo Weaving, Christopher Lee, Benedict Cumberbatch (voce).


Un drago immane e crudele. Orchi spietati e risoluti. Nani contro elfi.
Dilemmi etici, eroici sacrifici e spettacolari combattimenti all'ultimo sangue.

L'ultimo capitolo della saga dedicata a Lo Hobbit finisce in gloria e non si fa mancare niente; anzi, rispetto al romanzo di J.R.R. Tolkien, aggiunge situazioni e personaggi - con buona pace dei fan oltranzisti del libro.
Anche perché, per far uscire una trilogia da un romanzo di circa 300 pagine, Peter Jackson ha dovuto allungare un bel po' il brodo (tre film erano stati altresì necessari per illustrare gli altrettanti capitoli di Il Signore degli Anelli, però in quel caso si trattavano di oltre 1000 pagine complessive).

Ma finalmente gli avvenimenti che erano in potenza in Lo Hobbit-Un Viaggio Inaspettato e Lo Hobbit-La Desolazione di Smaug deflagrano nell'azione: se il primo capitolo era quello più divertente e leggero e il secondo quello più cupo, questo che narra Battaglia delle Cinque Armate è il più epicamente ed esplicitamente simile a Il Signore degli Anelli.

Così le magniloquenti e lunghe scene di guerra che vedono coinvolti gli eserciti del titolo - nani, elfi, uomini e orchi; nel libro la quinta legione è formata da mannari, qui sostituiti da troll e vermoni giganti - rimandano alla Battaglia del Fosso di Helm narrata in Le Due Torri, mentre l'avidità di oro che divora Thorin Scudodiquercia ricorda la bramosia provata nei confronti dell'Unico Anello nella precedente trilogia.

Fanno da trait d'union anche personaggi ormai familiari: il saggio mago Gandalf e la luminosa sacerdotessa Galadriel (gli ottimi Ian McKellen e Cate Blanchett, unici attori a comparire in tutti e sei i film!), il potente stregone Saruman (il vecchio Christopher Lee a sguazzo in una seconda giovinezza artistica), l'arcere Legolas (l'idolo delle ragazzine Orlando Bloom) e il sovrano elfico Elrond (Hugo Weaving, sempre sul pezzo).

Come familiari sono certamente le voci dei doppiatori della versione italiana: dal grande Gigi Proietti (Gandalf) a Luca Ward (il drago Smaug, che in originale è il rampante Benedict Cumberbatch, da noi incontrato a Venezia sul red carpet di La Talpa), da Omero Antonutti (Saruman) a Massimo Lopez (il governatore di Pontelagolungo).

Certamente stride un po' nel tono generale della pellicola l'assurda storia d'amore tra l'elfa Tauriel (personaggio inventato cui la canadese Evangeline Lilly tenta in ogni modo di dare spessore) e il nano Kili, che nel romanzo ha un ruolo più marginale.
Anche lo spazio dedicato a quel memorabile cattivo che è il drago Smaug risulta piuttosto scarso, ma questo è peccato originale di Tolkien, al quale il regista stavolta - purtroppo - si adatta.

Ma questo non rovina lo spettacolo: l'intrattenimento è garantito e le due ore e ventiquattro minuti di durata scorrono senza intoppi, perfino troppo velocemente.
All'uscita dalla sala ci si sente già orfani del mondo della Terra di Mezzo: Peter Jackson ha già annunciato di aver chiuso definitivamente con le opere tolkeniane (speriamo che ora si occupi maggiormente dell'attesissimo seguito di Le Avventure di Tintin).

Tuttavia, sperare in una riduzione cinematografica del Silmarillion (che pure contiene storie che ben si presterebbero ad un adattamento filmico, come quelle di Túrin Turambar, e di Beren e Lúthien) a questo punto è pura perversione.

PS: l'anno scorso e quello precedente ci eravamo lamentati perché la proiezione nelle sale dei primi due capitoli della saga era stata obbligatoriamente in 3D, operazione che a pensar male sembrava volta esclusivamente ad alleggerire di un paio di euro le tasche degli spettatori; quest'anno per fortuna non è andata così e ci permettiamo di rassicurarvi: anche in 2D La Battaglia delle 5 Armate non perde un briciolo del proprio appeal spettacolare.

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venerdì 7 marzo 2014

OSCAR 2014. MO' BASTA CON 'STO "POLITICAMENTE CORRETTO"!

Dall'alto: Brad Pitt festeggia con un divertito Will Smith la vittoria di 12 Anni Schiavo; Paolo Sorrentino fa il timido coi fotografi reggendo la statuetta per il miglior film straniero, vinta con La Grande Bellezza; Leonardo DiCaprio si congratula sportivamente con Matthew McConaughey, che gli ha soffiato l'Oscar come miglior attore. 


Domanda provocatoria: e se la rassegna dei Golden Globe - i premi cinematografici stabiliti ogni anno dalla stampa estera e spesso considerati come una semplice anteprima degli Oscar - fosse più importante e significativa di quella degli Academy Award?

Per la seconda volta consecutiva abbiamo la sensazione che i primi vengano assegnati secondo meriti genuinamente artistici, mentre i secondi siano almeno in parte legati a mere logiche politiche/economiche.
Insomma, anche quest'anno le statuette sembrano essere state distribuite un po' a casaccio, nel maldestro tentativo di accontentare tutti.
Ma chi ha vinto davvero? Chi ha perso?

Tra i trionfi c'è sicuramente quello de La Grande Bellezza, premiato come miglior film straniero: uno splendido risultato per Paolo Sorrentino e i suoi collaboratori, non certo per il cinema italiano in sé, che nel complesso continua a galleggiare su un livello di imbarazzante mediocrità.
Opere come quella interpretata da Toni Servillo sono un'eccezione nel panorama nostrano, non certo la regola. Speriamo che questa vittoria sia un incentivo per i nostri cineasti ad osare di più e ad essere meno provinciali e autoreferenziali.

Brad Pitt si è invece preso una bella soddisfazione aggiudicandosi il suo primo Oscar.
Era già successo lo scorso anno a Ben Affleck e George Clooney con Argo che un divo di Hollywood vincesse come produttore, ma questa volta è toccato al marito di Angelina Jolie portarsi a casa la statuetta per il miglior film, conquistato da 12 Anni Schiavo-12 Years a Slave (un colpo di coda dell'era Obama?).

Come miglior regista, al cineasta inglese black Steve McQueen l'Academy ha preferito il messicano Alfonso Cuarón.
Niente male per l'autore di Gravity, partito come outsider e man mano divenuto sempre più competitivo: il blockbuster fantascientifico ha collezionato in tutto 7 riconoscimenti (tra cui quello per la fotografia del grande Emmanuel Lubezki, già magistrale nei malickiani The Tree of Life e To The Wonder), diventando di fatto il vincitore morale di questa edizione.
Ma essendosi aggiudicato più premi di tutte le pellicole in concorso – compresa 12 Anni Schiavo, fermatasi a 3 – allora perché non assegnargli anche quello per il miglior film? Mah...

In ambito recitativo, è stata la volta di Cate Blanchett e Matthew McConaughey.
Lei – al secondo Oscar – conferma in Blue Jasmine la straordinaria abilità di Woody Allen nella direzione degli attori (ma spiace per Amy Adams, sua principale contendente: quinta candidatura andata a vuoto in 8 anni!).
Lui corona invece la propria seconda giovinezza artistica: folgorato dal maestro William Friedkin sulla via di Killer Joe, l'ex bellone texano da allora ha abbandonato i ruoli romantici per intraprendere una carriera "impegnata" con cui ha rivelato le proprie doti di star non monocorde, fino alla fragorosa vittoria come attore protagonista.

Tornano a casa col sorriso anche la squadra di Frozen, miglior film d'animazione e miglior canzone (meritatamente: è la più riuscita pellicola Disney da qualche anno a questa parte), e il cineasta indie Spike Jonze, premiato per la sceneggiatura di Lei-Her (prossimamente l’anteprima esclusiva di CINEMA A BOMBA!).

Gli sconfitti? In primo luogo American Hustle, fino all'ultimo dato tra i favoriti: zero statuette su 10 nomination!
Un verdetto forse troppo duro per la commedia interpretata tra gli altri dalla lanciatissima Jennifer Lawrence, che si è vista portar via anche l'Oscar per la miglior attrice non protagonista, pur presentandosi alla vigilia come frontrunner.
Senza nulla togliere all'esordiente Lupita Nyong'o, messicana naturalizzata kenyota (il suo nome deriva da un'abbreviazione di Nuestra Señora de Guadalupe, appellativo con cui viene venerata Maria in seguito ad un'apparizione in Messico nel 1531), questa ci pare una mossa dettata unicamente dal politically correct, similmente a quanto accadde 2 anni fa quando Octavia Spencer (who?) venne inspiegabilmente favorita a scapito della straordinaria Jessica Chastain.

Non dimentichiamo il sempre ottimo Michael Fassbender, che come non protagonista ha dovuto cedere la statuetta al "cantattore" Jared Leto, idolo delle ragazzine tramutatosi in transgender per Dallas Buyers Club.
E che dire di Leonardo DiCaprio, per l'ennesima volta snobbato dall'Academy nonostante lo sforzo profuso in The Wolf of Wall Street? Beh, non si rassegni: il suo mentore Martin Scorsese arrivò all'Oscar solo al 7° tentativo...

Spazio a qualche delusione anche nelle categorie minori: al coraggioso ed innovativo documentario The Act of Killing è stato preferito il più scontato 20 Feet from Stardom, mentre come miglior corto animato è emerso a sorpresa Mr. Hublot, di produzione franco-lussemburghese, anziché lo strafavorito Tutti in Scena, proiettato prima di Frozen nei cinema.

Insomma, come avrete capito, questa è stata un'edizione che non ci ha convinti fino in fondo. Ma per rifarci potrebbe essere sufficiente aspettare un altro anno, no?
Una sola cosa è certa: CINEMA A BOMBA! ci sarà. Come sempre.

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