CINEMA A BOMBA!

martedì 4 maggio 2021

IL PROCESSO AI CHICAGO 7, I MAGNIFICI SETTE (DEI DIRITTI CIVILI)

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2020
130'
Regia: Aaron Sorkin
Con: Sacha Baron Cohen, Eddie Redmayne, Mark Rylance, Joseph Gordon-Levitt, Frank Langella, Yahya Abdul-Mateen II, John Carroll Lynch, Michael Keaton.


Chicago, estate 1968.
Un gruppo di attivisti dei diritti civili, tra cui Abbie Hoffman (Baron Cohen) e Tom Hayden (Redmayne), parteciparono ad una manifestazione contro la guerra nel Vietnam che sfociò in uno scontro tra i manifestanti e la Guardia Nazionale.

Cinque mesi dopo, 7 (+1) di loro vennero arrestati con le accuse di cospirazione e incitamento alla sommossa.
Il processo che ne seguì ottenne un'ampia eco mediatica ed ebbe un forte impatto sull'opinione pubblica.



Chi è Aaron Sorkin?
Per molti è uno sceneggiatore di lungo corso che vinse l'Oscar un decennio or sono grazie a The Social Network di David Fincher (sì, proprio l'autore di Se7en e Mank).

Non tutti sanno però che questo ex drammaturgo di mezza età è pure un valido regista.
Dopo l'esordio dietro la cinepresa nel 2017 con Molly's Game (protagonista l'affascinante Jessica Chastain), il nostro ha firmato la propria opera seconda, che in tanti avevano dato tra le favorite nella corsa a Golden Globe e Oscar.

Sappiamo com'è finita: dopo il Globo per la miglior sceneggiatura, tutte e 6 le nomination per gli Academy Awards sono andate a vuoto.
Peccato: nonostante qualche difetto, Il Processo ai Chicago 7 è una pellicola che merita almeno una visione.

La forza principale di questo legal drama risiede nella sua attualità: racconta un episodio degli anni 60, ma chiaramente parla dell'America di oggi.
Difficile non vedere un parallelo - benché ideologicamente agli antipodi - tra i Chiacago 7 di allora e i Proud Boys di oggi.

Chiariamo: non c'è alcuna volontà di concedere pari dignità ai due movimenti o di giustificare le azioni dei facinorosi che, aizzati da Donald Trump, a inizio anno hanno assaltato Capitol Hill tentando - e fallendo - un colpo di stato.

Anzi, Sorkin non nasconde la propria fede democratica e strizza l'occhio anche a Black Lives Matter.
In definitiva, la sua tesi è: gli Stati Uniti hanno sempre avuto una storia violenta, anche recente, di insurrezioni civili e sociali, però c'è protesta e protesta.

A fare la differenza non è da quale parte della barricata si combatte (quella del popolo o quella delle istituzioni), ma per quale causa, per quale ideale.



Il regista esponde questo pensiero per mezzo di numerose libertà storiche e licenze artistiche che gli hanno attirato diverse critiche (e probabilmente precluso la conquista di una statuetta).
Si tratta tuttavia di un film, non di un documentario.

Come ha detto lo stesso Sorkin in un'intervista: "I personaggi non sono impersonificati, sono interpretati".
E se a farlo è un cast di grande caratura, allora c'è di che accontantarsi.

Si noti che molti dei protagonisti, pur recitando il ruolo di Americani, sono in effetti di nazionalità britannica!
Mark Rylance (già premio Oscar per Il Ponte delle Spie e visto successivamente nel sottovalutatissimo Ready Player One), Eddie Redmayne (anch'egli oscarizzato grazie a La Teoria del Tutto e poi protagonista della serie Animali Fantastici) e Sacha Baron Cohen (che proprio con Redmayne aveva condiviso il set di Les Misérables) sono straordinariamente credibili ed efficiaci.

Proprio quest'ultimo svetta su tutti: in uno dei suoi rari ruoli seri, il comico inglese ha dovuto recitare con un accento yankee per interpretare Abbie Hoffman, un nativo del Massachusetts trapiantato in California.
C'è riuscito così bene da essere stato candidato agli Academy Awards come miglior attore non protagonista.

Come purtroppo sappiamo, la sua nomination - così come quella per la miglior sceneggiatura non originale, ottenuta grazie a Borat 2
- è rimasta tale.
Senza nulla togliere a Daniel Kaluuya (il protagonista di Scappa-Get Out è stato premiato al suo posto per Judas and the Black Messiah, un altro biopic ambientato più o meno nello stesso periodo storico), Sacha non avrebbe affatto demeritato.

Nei ruoli di contorno, tra il giovane Joseph Gordon-Levitt (lo ricordate in Inception e Il Cavaliere Oscuro-Il Ritorno?) e l'anziano Frank Langella (grande attore di formazione teatrale, specializzato in ruoli di cattivo), emerge - tanto per cambiare! - Michael Keaton.

Come sappiamo, l'ex Batman (a proposito: è di questi giorni la clamorosa conferma che rivestirà i panni dell'Uomo Pipistrello nel film "solista" di Flash della Justice League!) sta vivendo negli ultimi anni una seconda giovinezza artistica, iniziata col plurioscarizzato Birdman.
Qui fa poco più di una comparsa, ma la sua performance ricorda da vicino quella - ottima - di un altro recente lungometraggio di impegno civile, Il Caso Spotlight.

Con uno script forse più consono al palcoscenico che al grande/piccolo schermo, Il Processo ai Chicago 7 resta una pellicola da vedere, su cui riflettere e di cui discutere.
Anche senza il blasone portato dagli Oscar.


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domenica 8 aprile 2018

READY PLAYER ONE, LE SORPRESE DELL'UOVO DI PASQUA DI SPIELBERG

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2018
140'
Regia: Steven Spielberg
Interpreti: Tye Sheridan, Olivia Cooke, Mark Rylance, Ben Mendelsohn, Simon Pegg, T.J. Miller, Lena Waithe, Win Morisaki, Philip Zhao, Hannah John-Kamen.


Nel 2045 tutti vivono in OASIS, il mondo virtuale creato da James Halliday (Rylance) nel quale chiunque può cambiare aspetto fisico trasformandosi in avatar e fare (spesso a pagamento) tutto ciò che vuole.

Il fondatore, prima di morire, lancia una sfida: anziché designare un erede, egli annuncia che il controllo di OASIS andrà a chi riuscirà a superare tre prove e a trovare l'Easter egg (cioè il contenuto speciale; letteralmente vuol dire "uovo di Pasqua", quello che nella tradizione anglosassone viene nascosto in giardino e cercato dai bambini) che egli ha celato nella sua creazione.

La potente multinazionale IOI, guidata dallo spegiudicato Nolan Sorrento (Mendelsohn), mette in campo un'agguerrita, numerosa e attrezzatissima squadra di giocatori.

Ma a darle filo da torcere sarò un gruppo di adolescenti guidato da Wade Watts (Sheridan) e Samantha Cook (Cooke).






Amanti degli Easter egg, delle citazioni, dei rimandi filmici: avete trovato pane per i vostri denti!

Se poi siete anche dei fan di cinema, musica, videogiochi, fumetti anni Ottanta/Novanta: avete trovato il Paradiso!

L'immaginario del romanzo Ready Player One di Ernest Cline, dal quale è tratto il film, è infatti ricco di riferimenti alla cultura pop del periodo.

Il buon Steven, pur cambiando molte cose rispetto al libro, ha voluto ricreare questo gioco di suggestioni limitando il più possibile le autocitazioni (le opere di Spielberg regista e produttore sono molto presenti nelle pagine di Cline), ma dando per il resto sbocco al mondo descritto dall'autore e facendo delle aggiunte geniali.

Tra queste, riportiamo la strepitosa corsa delle auto iniziale (che strizza l'occhio, tra gli altri, a Il Braccio Violento della Legge di William Friedkin) e un omaggio ad una famosa pellicola di Stanley Kubrick (vi lasciamo il gusto di scoprirla) - una gemma incastonata nella trama.

Tra gli spettatori si è scatenata una vera e propria caccia al tesoro per scovare i riferimenti più o meno nascosti e qualcuno si è preso pure la briga di elencarli minuziosamente (sono veramente tanti!).

Noi di CINEMA A BOMBA!, nel nostro piccolo, ne abbiamo notati alcuni.

In ambito cinematografico, oltre a quelli già citati: Ritorno al Futuro, King Kong (di Peter Jackson), Jurassic Park, Batman di Tim Burton, Star Wars, Il Gigante di Ferro, Interceptor (Mad Max), Nightmare, Venerdì 13, La Bambola Assassina, Beetlejuice, Alien, Monty Python e il Sacro Graal, Last Action Hero, Breakfast Club, Non per soldi... ma per amore, Excalibur, Quarto Potere.

In ambito televisivo: A-Team, Batman (la serie Tv con Adam West), Star Trek, ThunderCats, Gundam, Voltron.

Per ciò che concerne i videogiochi: Tomb Raider, Street Fighter, Duke Nukem, Halo, Space Invaders, Mortal Kombat, StarCraft, Adventure (del 1979; è il primo videogame d'azione e anche il primo in cui compare un Easter egg).

Riguardo ai fumetti: Akira, i personaggi DC di Harley Quinn, Joker, Deadshot, Superman (sia nella versione cattiva di Injustice sia in quella di Clark Kent con le fattezze di Christopher Reeve).

E poi le Tartarughe Ninja, Hello Kitty, Michael Jackson, Prince, Duran Duran; la colonna sonora con canzoni di Van Halen, Blondie, Tears for Fears, Bruce Springsteen, Earth Wind and Fire, Bee Gees...

Senza contare il fatto che gli avatar dei protagonisti si chiamano Parzival (come il cavaliere della Tavola Rotonda che riesce a trovare il Santo Graal) e Art3mis (come la dea della caccia nella mitologia greca).

Insomma, un'orgia di citazioni e rimandi che esalta lo spettatore più nerd, concentrato ad esaminare ogni singolo dettaglio, ogni singola scena, per trovare qualcosa di familiare.

Lo spettatore più distratto o meno preparato, invece, può godersi un'avventura dal ritmo sostenuto con poche pretese di denuncia sociale; un'opera di intrattenimento che diverte e talvolta spaventa; un vertiginoso e vorticoso immergersi in un mondo affollato di personaggi e pieno di colori.

In ogni modo si esce frastornati e storditi dai numerosi stimoli visivi e, almeno nel nostro caso, con una gran voglia di rivedere il film per carpirne altri segreti.

Ma chi pensa che Ready Player One sia solo una macchina citazionista e un'operazione nostalgia, si sbaglia.

Come avevamo già anticipato qualche anno fa con il corto Red Dead Redemption, il rapporto tra cinema, TV e videogiochi è destinato a diventare sempre più stretto e il fatto che, dopo l'apprezzato John Hillcoat (La Proposta, The Road, Lawless), a cimentarsi in un pastiche che ne fonde insieme codici e registri, situazioni e personaggi sia quello che forse è considerato non a torto il miglior regista vivente - un regista che ha saputo cambiare la storia del cinema - vuol dire che il futuro ci riserva interessanti prospettive.

Che si tratti di un'opera destinata ad aprire nuove strade?

Se anche così non fosse, Spielberg ha vinto la scommessa.

Affrontando un romanzo di difficile adattamento e non affidandosi a divi - come Daniel Day-Lewis in Lincoln e Tom Hanks in Il Ponte delle Spie e The Post (nel quale recitava anche la leggenda Meryl Streep, candidata all'Oscar come migliore attrice protagonista agli ultimi Oscar) - bensì avvalendosi della bravura di Mark Rylance (migliore attore non protagonista per il già citato Il Ponte delle Spie agli Academy Award 2016, ma presente anche nello sfortunato Il Grande Gigante Gentile), Ben Mendelsohn (il cattivo di Rogue One), Simon Pegg e di un gruppo di giovani attori, tra i quali spicca il protagonista Tye Sheridan (Coppa Marcello Mastroianni a Venezia 2013, interprete, tra gli altri, di The Tree of Life, Mud, X-Men: Apocalisse), si è messo in gioco e gli incassi finora sembrano dargli ragione.

Inoltre era dai tempi dello straordinario (ma sottovalutatissimo) Le Avventure di Tintin che il regista di Cincinnati non narrava un racconto di avventure per ragazzi.

Giovandosi di effetti speciali di ottima fattura, della sempre eccellente fotografia del fido Janusz Kaminski, delle musiche di Alan Silvestri e del lavoro delle tante maestranze, Mastro Spielberg ha saputo di nuovo spiazzarci.

Facendoci trovare un uovo di Pasqua (o Easter egg, come preferite) buonissimo e pieno di sorprese.




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domenica 17 settembre 2017

DUNKIRK, NOLAN VA ALLA GUERRA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

Regno Unito, 2017
106'
Regia: Christopher Nolan
Interpreti: Fionn Whitehead, Kenneth Branagh, Tom Hardy, Cillian Murphy, Mark Rylance, Tom Glynn-Carney, Aneurin Barnard, Barry Keoghan, Jack Lowden, James D'Arcy, Harry Styles.


1940.
Le armate della Germania nazista, aggirando la Linea Maginot, sono dilagate in Francia.
L'invasione, rapidissima e inarrestabile, sorprende centinaia di migliaia di soldati britannici che, sulle spiagge di Dunkerque (Dunkirk, in inglese), aspettano di essere salvati.

Ma essi sono accerchiati e continuamente bombardati.
Ogni piano di evacuazione sembra destinato all'insuccesso e la disfatta sembra inevitabile. Ma...






Ha scelto un episodio poco conosciuto della Seconda Guerra Mondiale Christopher Nolan per il suo primo film tratto da vicende veramente accadute.

Colui che è considerato uno dei registi più popolari e talentuosi del nuovo secolo - da Memento (2000) in poi non ha fato altro che accumulare successi su successi, dalla trilogia del Cavaliere Oscuro a Interstellar, passando per Insomnia, The Prestige, Inception - ha deciso di mettersi nuovamente in gioco e di cimentarsi in un genere (quello bellico) non ancora affrontato prima, sebbene il progetto di fare una pellicola sull'evacuazione di Dunkerque covasse in lui già da parecchi anni.

Attesa ripagata dall'attuale acclamazione di critica e pubblico che, nonostante l'uscita prematura (fine luglio negli USA, un mesetto dopo in Italia) rispetto alla cosiddetta stagione di preparazione ai Golden Globe e agli Oscar - che tradizionalmente inizia con la Mostra di Venezia ed ha il suo culmine a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno - potrebbe spingere Dunkirk verso traguardi importanti.

E sì, perché non ci troviamo di fronte ad un war movie come gli altri - e da Nolan non ci aspettavamo di certo un film pieno di cliché che svolgesse in modo diligente il compitino di narrare fatti storici - bensì ad un'opera che da una parte sovverte i tópoi del genere e dall'altra dà loro nuova linfa.

Innanzitutto non ci sono protagonisti, bensì singoli personaggi che emergono: piccole storie in una storia più grande che si compone sì di atti di valore e di senso del dovere, ma soprattutto di paura, angoscia, vigliaccheria, istinto di sopravvivenza, disperazione.

È la guerra vissuta non dai politici (che non compaiono e che tutt'al più sono citati nei discorsi) o dai generali ma dai soldati - ragazzi in balia degli eventi che gli orrori del conflitto li vivono in prima persona, un'intera generazione allo sbando mandata al macello e ritrovatasi a doversi battere con le unghie e con i denti per portare a casa la pelle - e da chi ha perso un proprio caro nelle ostilità.
È la guerra, ma quella raccontata dal basso.

Tre sono le ambientazioni.

La spiaggia di Dunkerque, dove i militari britannici, continuo bersaglio dei Tedeschi che li circondano, aspettano di essere evacuati.
L'azione si svolge nell'arco temporale di una settimana.

Il mare dinnanzi a Dunkerque, da dove si vede la costa inglese, così vicina e così disperatamente difficile da raggiungere, ma dalla quale partono le piccole imbarcazioni da diporto requisite dalla Royal Navy o condotte dai proprietari con il compito di aggirare il blocco navale imposto dagli occupanti.
L'azione si svolge nell'arco temporale di un giorno.

I cieli sopra Dunkerque, teatro di scontri aerei senza esclusione di colpi.
L'azione si svolge nell'arco temporale di un'ora.

Grazie al sapiente montaggio dell'australiano Lee Smith, queste differenze di durata - che sembrerebbero inconciliabili tra di loro - non ingolfano però la narrazione, ma anzi - pur risultando spiazzanti in certi momenti - sono amalgamate in modo tale da creare una certa continuità.

Tale continuità contribuisce, a sua volta, al crescendo di tensione, al senso di attesa nel quale veniamo trascinati pure noi spettatori, per merito anche di una colonna sonora (firmata Hans Zimmer!) quasi non percepita tanto è poco invasiva, ma che si fonde con le immagini in modo molto efficace.

Il coinvolgimento emotivo è reso anche dalla fotografia ad alta definizione (grazie alle pellicole IMAX 65mm e alle pellicole a grande formato 65 mm) di Hoyte Van Hoytema (lo stesso di La Talpa, Lei-Her, Interstellar, Spectre), che rende le immagini nitidissime.

L'accuratezza nella composizione delle inquadrature si vede anche dei dettagli - le navi e gli aerei utilizzati sono quelli del tempo - mentre il ricorso ad effetti speciali è limitato e comunque funzionale alla storia.

Non aspettatevi un film verboso, pieno di frasi e monologhi da citare e ri-citare: i dialoghi sono scarni - d'altra parte Nolan, all'inizio, aveva addirittura pensato di rinunciare alla sceneggiatura per focalizzarsi maggiormente sull'azione - e a parlare sono soprattutto i volti degli attori, quasi tutti ben scelti (non ce ne vogliano le fan degli One Direction, ma quel "quasi" è proprio per Harry Styles...) e ben impiegati.

Nel cast troviamo veterani inglesi del calibro di Kenneth Branagh, Mark Rylance, Tom Hardy - rispettivamente uno dei più famosi interpreti britannici sia al cinema che a teatro, candidato a 5 Academy Award e a 5 Golden Globe; il vincitore del Premio Oscar per il miglior attore non protagonista nel 2016 per Il Ponte delle Spie; il candidato battuto nella stessa categoria e nello stesso anno per The Revenant, però iconico protagonista di pellicole quali Bronson e Mad Max: Fury Road - oltre all'irlandese Cillian Murphy, uno dei pupilli del regista.

Quest'ultimo, però, ha il merito di aver dato loro il giusto spazio senza soffocare i ruoli dei giovani ed espressivi comprimari - l'esordiente sul grande schermo Fionn Whitehead (quello che paradossalmente ha il ruolo più incisivo di tutta la pellicola) e i poco più esperti Tom Glynn-Carney e Aneurin Barnard (solo per citarne due) - ai quali sono affidate parti tutt'altro che facili.

E i soldati tedeschi?
La novità - soprattutto per un film che parla della Seconda Guerra Mondiale - è che essi non compaiano praticamente mai: si avverte la loro ingombrante presenza, si subisce le loro azioni, ma essi sono come invisibili; sono come fantasmi, ma terribilmente concreti e pericolosi.

L'angoscia dei militari britannici è resa benissimo: come si fa a combattere, che speranza si ha di sopravvivere se si è in balia di un nemico che non si vede?

Insomma, è riduttivo (e fuorviante) definire Dunkirk un film di genere: va molto oltre per visione, innovazioni, ambizioni, budget ed eccellenza di regia e contributi tecnici.

Possiamo parlare di un kolossal - ma anche di un film d'autore - che riesce ad intrattenere pur non perdendo profondità, a far pensare e a suscitare discussioni: cosa che solo pochi autori sono in grado di fare.

Abbiamo l'impressione che Dunkirk sarà ricordato ancora a lungo.
Sempre che Nolan non riesca a superarsi nuovamente.




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domenica 6 marzo 2016

OSCAR 2016. IL CASO SPOTLIGHT, DAL PULITZER ALL'OSCAR

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2015
129'
Regia: Tom McCarthy
Interpreti: Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Liev Schreiber, Stanley Tucci, Billy Crudup, Brian d'Arcy James, John Slattery, Paul Guilfoyle, Richard Jenkins (non accreditato).


"Sono stato derubato della mia identità. Se Michael Keaton rapinasse una banca, la polizia arresterebbe me. [...] E' come guardarsi in uno specchio, ma senza avere il controllo della propria immagine."

Con queste lusinghiere parole il vero Walter "Robbie" Robinson, capo del team Spotlight, ha descritto la sensazione di vedere se stesso interpretato sul grande schermo dal mitico ex Batman.

Keaton ha studiato Robinson per mesi attraverso registrazioni audio e filmati video, imparando un po' alla volta il suo modo di muoversi e storcere la bocca, sorprendendosi del suo poco marcato accento bostoniano e imitandolo in maniera così accurata che lo stesso giornalista, dopo averlo incontrato la prima volta, pare gli abbia detto: "Ci siamo appena conosciuti: come fai a sapere così tante cose di me?!?"

Un'interpretazione sublime che tanti critici avevano indicato per un eventuale Premio Oscar, forse memori della clamorosa ingiustizia dello scorso anno, quando Michael - pur favoritissimo, con Birdman - si vide portar via la statuetta dall'Eddie Redmayne de La Teoria del Tutto.

E invece neppure una nomination, quest'anno.
Al suo posto sono stati candidati - come non protagonisti - Mark Ruffalo e Rachel McAdams: pur senza aver vinto, bravi entrambi (specie il primo), ma Keaton di certo avrebbe meritato di più.

Nessuno invece poteva prevedere una vittoria nella categoria più ambita: partito come semplice outsider, Il Caso Spotlight (titolo italiano stupidamente fuorviante: "Spotlight" era il nome del team investigativo, non del caso che gli fece vincere il Premio Pulitzer) ha sbalordito tutti soffiando l'Oscar per il miglior film a Revenant-Redivivo e Mad Max: Fury Road.

È piuttosto inusuale per una pellicola riuscire a vincere con due sole statuette (l'altra, più scontata, è stata per la miglior sceneggiatura): non succedeva dal lontano 1952, quando a spuntarla fu Il Più Grande Spettacolo del Mondo di Cecil B. DeMille.

Diretto da un ex attore di serie B passato alla regia, Il Caso Spotlight forse non è il film migliore dell'anno, ma è un bel film: coinvolgente e dal ritmo serrato, a metà strada tra Tutti gli Uomini del Presidente e Cronisti d'Assalto.

Vengono ripercorsi gli eventi che nel 2001 portarono la redazione del quotidiano Boston Globe a scoprire un'ampia serie di casi di abusi sessuali su minori da parte di membri deviati del clero cattolico (Boston, i cui abitanti sono in larga parte di origine irlandese, è una delle città più cattoliche degli Stati Uniti).

L'indagine fece molto scalpore anche perché venne alla luce la connivenza delle alte gerarchie ecclesiastiche, che per anni cercarono di insabbiare le vicende limitandosi a trasferire i carnefici in altre parrocchie, peggiorando ulteriormente la situazione: le statistiche sul numero delle persone coinvolte nello scandalo riportate alla fine della pellicola sono scioccanti.

Non si tratta né di un'opera a tesi anticattolica né di un'oratoria moralista, ma di un coraggioso e a tratti appassionante documento sul giornalismo investigativo americano, sulla difficoltà di scontrarsi con un potere istituzionalizzato e influente, sulla ricerca della verità in nome della giustizia.

La pellicola di McCarthy affronta un tema delicatissimo col giusto tatto e si appoggia a una squadra di attori in stato di grazia, inserendosi perfettamente nel filone dei grandi film di impegno civile, similmente a Il Ponte delle Spie di Spielberg (grazie proprio al quale Mark Rylance ha battuto Mark Ruffalo nella corsa all'Oscar).

Si discuterà ancora a lungo sulla scelta dell'Academy di premiare col più alto riconoscimento questo film sviluppato in modo tradizionale - i "buoni" sono integerrimi, vengono ostacolati dai "cattivi", ma alla fine prevalgono - anziché uno dei suoi più accreditati e meno convenzionali concorrenti, ma ciò non toglie che Il Caso Spotlight sia un'opera da vedere e da far vedere, anche e soprattutto a chi ha intenzione di intraprendere una carriera giornalistica.

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giovedì 3 marzo 2016

OSCAR 2016. UN' EDIZIONE CONFUSA

Dall'alto: Mark Rylance (attore non protagonista), Brie Larson (attrice protagonista), Leonardo DiCaprio (attore protagonista), Alicia Vikander (attrice non protagonista); ancora DiCaprio, tra Emmanuel Lubezki e Alejandro G. Iñárritu; l'affollata cerimonia di premiazione di Spotlight come miglior film (Michael Keaton al centro, Mark Ruffalo a destra). 


Parafrasando Agatha Christie: "...e poi non vinse nessuno."

L'edizione numero 88 degli Academy Awards passerà alla storia per essere stata una delle più incerte e confuse.
Sia chiaro, molti di coloro che a fine serata si sono portati a casa una statuetta lo meritavano, ma la sensazione è che si sia voluto accontentare un po' tutti.

Sono solo tre, infatti, le opere che hanno ricevuto, quest'anno, più di un Oscar: in totale ne sono state premiate ben 16; 13 delle quali, quindi, con un solo riconoscimento.
Col risultato che nessuna pellicola è davvero emersa.

Non è la prima volta. Anzi, ci sembra un trend - molto discutibile - degli ultimi anni: con le eccezioni di The Artist (nel 2012) e Birdman (lo scorso anno), non si sono più registrate vittorie nette.

Come si può notare scorrendo l'elenco dei vincitori, i veri eroi della serata di domenica sono stati principalmente due: Ennio Morricone e Leonardo DiCaprio.

Il grande compositore italiano ha finalmente conquistato l'Oscar che per troppi decenni gli era stato negato, se non alla carriera (nel 2007).
Una parte del merito va sicuramente a quel volpone di Quentin Tarantino, che - ormai accreditatosi come il nuovo Sergio Leone - ha voluto fortemente che il Maestro firmasse la colonna sonora del suo western The Hateful Eight.

Le straordinarie musiche di questo gagliardo ottantasettenne hanno fatto la storia del cinema, facendo sognare generazioni di spettatori.
L'Oscar più meritato dell'anno: complimenti, Signor Morricone!

Anche la leggendaria sfortuna dell'ex star di Titanic con le statuette, invece, è finalmente terminata: DiCaprio ha dovuto affrontare le condizioni estreme delle riprese di Revenant-Redivivo per coronare il proprio sogno.
Anche la Hollywood più snob si è dovuta inchinare: bravo Leo.

A proposito del film di Alejandro González Iñárritu, ci pare che il kolossal girato in Columbia Britannica (Canada) e Terra del Fuoco (nella parte argentina) sia stato il principale sconfitto della serata: partito come favorito, ha probabilmente patito la stroncatura di Variety - la rivista più influente di Hollywood - e si è visto soffiare il premio più importante.

Sembra proprio che, negli ultimi tempi, le pellicole che raccolgono il maggior numero di nomination alla vigilia arrivino al traguardo zoppe, come avevamo notato in questo precedente post.

Il regista messicano e il suo connazionale Emmanuel Lubezki possono però consolarsi: uno ha conquistato il secondo Oscar consecutivo come miglior regista - impresa riuscita prima ai soli John Ford e Joseph L. Mankiewicz -, l'altro addirittura il terzo Oscar di fila per la miglior fotografia (l'anno scorso con Birdman e due anni fa con Gravity).
Niente male davvero!

Il 2016 è anche il terzo anno di seguito che un cineasta del Messico viene premiato per la regia (prima di Iñárritu era stata la volta di Alfonso Cuarón nel 2014).

Questa, da un po' di tempo a questa parte, è diventata la categoria più internazionale: l'ultimo americano a vincere è stato in realtà una donna - l'unica nella storia dell'Academy Award - nell'ormai lontano 2010: Kathryn Bigelow, per The Hurt Locker.

Da quando è iniziato il nuovo millennio, gli Stati Uniti hanno vinto solo sei volte: dopo la Bigelow è stata infatti la volta dell'inglese Tom Hooper (Il Discorso del Re, nel 2011), del francese Michel Hazanavicus (il già citato The Artist, nel 2012), del taiwanese Ang Lee (Vita di Pi, nel 2013) e dei messicani.

Chi ha raggranellato più statuette di tutti (6 in totale) è stata la vera rivelazione dell'anno: Mad Max: Fury Road.
Il versatile e geniale cineasta australiano George Miller ha riportato alla ribalta il personaggio che a cavallo tra gli anni 70 e 80 aveva reso celebre Mel Gibson (in questo reboot è interpretato invece dall'imponente Tom Hardy, già Bane ne Il Cavaliere Oscuro-Il Ritorno).
Certo, si tratta solo di premi tecnici, ma per un film di genere è quasi una vittoria.
Probabilmente, però, sarà l'unico ad essere ricordato anche in futuro.

Tra i due litiganti il terzo gode, dice un famoso proverbio. E il terzo è Il Caso Spotlight, che però gode fino ad un certo punto.
Solo 2 Oscar: scontato quello per la sceneggiatura, clamoroso quello per il miglior film.
Da quanti anni non succedeva che una pellicola trionfasse con così pochi premi?

[Una risposta, in realtà, c'è: l'ultimo film a portare a casa solo due statuette - compresa quella più importante - è il tutt'altro che memorabile Il Più Grande Spettacolo del Mondo di Cecil B. DeMille. Correva l'anno 1952.]

Al di là del valore intrinseco dell'opera - una fedele ricostruzione della coraggiosa indagine giornalistica che portò la redazione del Boston Globe a smascherare alcuni gravissimi casi di abusi sui minori da parte di membri del clero cattolico - si ha l'impressione che si sia voluto dare un segnale politico.

Accettabile e condivisibile come tale, ma siamo sicuri che sia stata la scelta giusta?
Una competizione cinematografica - a qualsiasi livello - dovrebbe basarsi su parametri artistici, non ideologici.

C'è il rischio concreto che, passato il clamore mediatico, ci si imbatta in questa pellicola solo come risposta a domanda difficile in un quiz televisivo del futuro ("Chi vinse l'Oscar come miglior film nel 2016?").

Vorremmo poi far notare una curiosità: questo è già il secondo film consecutivo con protagonista Michael Keaton a vincere il premio più ambito dopo essere stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia.

La nostra kermesse lagunare è in crisi da tempo, ma a quanto pare porta bene.
Per quanto concerne l'ex Batman, già protagonista di un nostro fortunato Speciale, sembra proprio che stia diventando un vero talismano, benché ancora una volta gli sia stata negata la statuetta come attore.
Quand'è che Hollywood si accorgerà del suo valore?

Al suo posto - Keaton in realtà non è stato neppure candidato - l'ha spuntata un po' a sorpresa Mark Rylance, che come non protagonista ha prevalso su Sylvester Stallone (il mitico Rocky può comunque consolarsi col suo Golden Globe).
Una bella notizia comunque per chi come noi ha avuto il piacere di vedere questo bravissimo attore inglese di formazione teatrale nel bel film di Steven Spielberg Il Ponte delle Spie.

Esiti non scontati anche in campo femminile, ma giustissimi: delle due vincitrici, vedrete, sentiremo ancora parlare.

La giunonica "cantattrice" Brie Larson (Room) è già stata definita "l'anti Jennifer Lawrence" per il suo stile di vita sobrio, tutt'altro che da diva.
In realtà le due - entrambe ex ragazzine prodigio - sembrano essere amiche; ma intanto, al primo confronto, la prima ha battuto la più titolata collega.
Che sia l'inizio di una sana rivalità professionale?

La svedese Alicia Vikander (The Danish Girl) è riuscita a prevalere in una delle categorie più incerte dell'anno, quella della migliore attrice non protagonista

L'attuale fiamma di Michael Fassbender - candidato anche lui, come attore protagonista - si è dovuta scontrare con le più celebri e molto talentuose Jennifer Jason Leigh (The Hateful Eight), Rooney Mara (Carol), Rachel McAdams (Spotlight), Kate Winslet (Steve Jobs. Era la favorita della vigilia, essendo fresca vincitrice del Golden Globe).
Forse, però, ha vinto per il film sbagliato: risulta più convincente nella parte di un robot dotato di sentimenti quasi umani in Ex Machina.

Quest'ultimo è stato realizzato con un budget piuttosto limitato (15 milioni di dollari), ma è riuscito nell'incredibile impresa di battere colossi del calibro di Star Wars-Il Risveglio della Forza (200 milioni), Mad Max: Fury Road (150 milioni), The Revenant (135 milioni) e The Martian (108 milioni) nella categoria dei migliori effetti speciali!

Pronostici della vigilia rispettati invece per Inside Out - dodicesimo titolo Pixar a vincere un Oscar, proprio nell'anno in cui ricorre il trentesimo anniversario della casa di produzione -, Il Figlio di Saul - seconda dell'Ungheria per il film straniero, 34 anni dopo il Mephisto di István Szabó con un maestoso Klaus Maria Brandauer -, Amy - documentario sulla vita di Amy Winehouse già acclamato a Cannes 2015.

Degne di nota, però, anche le categorie cosiddette minori.
Tra i cortometraggi è stato premiato Stutterer, opera prima del giovane irlandese Benjamin Cleary.

Tra i cortometraggi animati,l'interessante Historia de un Oso-Bear Story, atto d'accusa del regime di Augusto Pinochet con protagonisti degli orsi. È la prima pellicola del Cile a vincere un Academy Award.

Tra i cortometraggi documentari, di forte significato è l'affermazione di Sharmeen Obaid-Chinoy con A Girl In The River: The Price Of Forgiveness: per la regista/attivista/giornalista pachistana - da sempre impegnata nel denunciare la condizione delle donne nel proprio Paese - è il secondo Oscar, dopo quello ottenuto per Saving Face nel 2012.

Tutto sommato, questa edizione 2016 ha messo in luce i talenti individuali - Morricone, DiCaprio, Brie Larson, Alicia Vikander, Rylance, Iñárritu, Lubezki, George Miller... - mettendo in secondo piano i film in sé.
Il che non è proprio il massimo per chi vive di cinema.

L'Academy - ancora scossa dalle polemiche innescate soprattutto dagli attori afroamericani per la mancanza per il secondo anno consecutivo di candidati di pelle scura nelle categorie recitative - è stata più titubante che mai nell'assegnare i premi alle pellicole: la paura di accendere ulteriori proteste ha partorito verdetti che hanno cercato di non scontentare nessuno.

Ma questa mancanza di coraggio, ripetuta già da anni, rischia di minarne credibilità e autorevolezza.

A tutto vantaggio dei "rivali" Golden Globe, i cui giurati sembrano avere le idee più precise ed essere più attenti ai gusti e al mercato internazionali (i riconoscimenti vengono decisi pur sempre da giornalisti della stampa estera).
O forse hanno dimostrato solo più furbizia.

Il problema della rappresentatività in seno all'Academy, comunque, è reale, e una profonda riforma in tal senso è auspicabile.

Premi Oscar, tornate a farci sognare!

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lunedì 29 febbraio 2016

OSCAR 2016. I VINCITORI

Ennio Morricone premiato per la colonna sonora di The Hateful Eight


Finalmente!

Al sesto tentativo sia Ennio Morricone che Leonardo DiCaprio ce l'hanno fatta a vincere il loro primo Oscar.
In realtà, il Maestro italiano ne aveva già ricevuto uno nel 2007, ma alla carriera; questo è il suo primo per la colonna sonora di un film.

Sono loro i vincitori assoluti dell'88a edizione degli Academy Award, i suoi sorridenti volti simbolo.

Gloria anche per gli attori Brie Larson, Alicia Vikander e Mark Rylance, alla loro prima nomination.
Quest'ultimo è una piacevole sorpresa: come interprete non protagonista, quasi tutti si aspettavano il premio a Sylvester Stallone.
Sarebbe stata una bella soddisfazione per l'italo-americano, ma occorre ammettere che il riconoscimento è meritato per il Rudolf Abel di Il Ponte delle Spie.

I due messicani Alejandro González Iñárritu e Emmanuel Lubezki hanno addirittura fatto la storia.
Il regista è alla seconda affermazione consecutiva, il direttore della fotografia addirittura alla terza!

E i film?
Spotlight si è affermato per il miglior film, The Revenant per la regia e Mad Max: Fury Road, che porta casa il maggior numero di statuette, ha fatto incetta di premi tecnici; ma come vedremo, le loro sono vittorie mutilate.

In attesa dei nostri approfondimenti, vi presentiamo tutti i vincitori categoria per categoria.

E i tradizionali pronostici di CINEMA A BOMBA! ?
No, non ce ne siamo dimenticati: è che abbiamo lasciato il meglio alla fine.

22 previsioni azzeccate su 24 (FRA ne ha prese ben 15: bravo!)!

Mica male, vero?!

La soddisfazione di noi della redazione è veramente molto grande, ma cercheremo di non montarci troppo la testa.

[FRA, nascondi quel discorso di ringraziamento...]



MIGLIOR FILM

Il caso Spotlight (Spotlight), regia di Tom McCarthy

MIGLIOR REGIA
Alejandro González Iñárritu – Revenant - Redivivo (The Revenant)

MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA
Leonardo DiCaprio – Revenant - Redivivo (The Revenant)

MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA
Brie Larson – Room

MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA
Mark Rylance – Il ponte delle spie (Bridge of Spies)

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA
Alicia Vikander – The Danish Girl

MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE
Inside Out, regia di Pete Docter e Ronnie del Carmen

MIGLIOR FILM STRANIERO
Il figlio di Saul (Salu fia), regia di László Nemes (Ungheria)

MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE
Tom McCarthy, Josh Singer – Il caso Spotlight (Spotlight)

MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
Charles Randolph e Adam McKay – La grande scommessa (The Big Short)

MIGLIOR COLONNA SONORA
Ennio Morricone – The Hateful Eight

MIGLIOR CANZONE
Writing's on the Wall (Sam Smith, Jimmy Napes) – Spectre

MIGLIOR FOTOGRAFIA
Emmanuel Lubezki - Revenant - Redivivo (The Revenant)

MIGLIOR SCENOGRAFIA
Colin Gibson e Lisa Thompson - Mad Max: Fury Road


Dietro le quinte di Mad Max: Fury Road.

MIGLIOR MONTAGGIO
Margaret Sixel - Mad Max: Fury Road

MIGLIORI EFFETTI SPECIALI
Mark Williams Ardington, Sara Bennett, Paul Norris e Andrew Whitehurst - Ex Machina

MIGLIOR SONORO
Chris Jenkins, Gregg Rudloff e Ben Osmo - Mad Max: Fury Road

MIGLIOR MONTAGGIO SONORO
Mark Mangini e David White - Mad Max: Fury Road

Uno dei modelli di Jenny Beavan per Mad Max: Fury Road

MIGLIORI COSTUMI
Jenny Beavan - Mad Max: Fury Road

MIGLIOR TRUCCO E ACCONCIATURA
Lesley Vanderwalt, Elka Wardega e Damian Martin - Mad Max: Fury Road

MIGLIOR DOCUMENTARIO
Amy, regia di Asif Kapadia

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DOCUMENTARIO
A Girl In The River: The Price Of Forgiveness - regia di Sharmeen Obaid-Chinoy

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO
Stutterer, regia di Benjamin Cleary e Serena Armitage

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DI ANIMAZIONE
Bear Story, regia di Gabriel Osorio Vargas

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lunedì 22 febbraio 2016

OSCAR 2016. IL PONTE DELLE SPIE, IL PREMIO OSCAR... SERVIREBBE?

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2015
141'
Regia: Steven Spielberg
Interpreti: Tom Hanks, Mark Rylance, Amy Ryan, Alan Alda, Austin Stowell, Jesse Plemons, Sebastian Koch, Will Rogers.


1957. Brooklyn. Il tranquillo e insospettabile Rudolf Abel (Rylance) è arrestato con l'accusa di spionaggio a danno degli Stati Uniti e in favore dell'Unione Sovietica.

Ad occuparsi della sua difesa, l'avvocato di origine irlandese James B. Donovan (Hanks), che già aveva lavorato nel Processo di Norimberga contro i gerarchi nazisti: l'unico ad accettare una causa già persa.
Nonostante le schiaccianti prove contrarie, riesce ad evitare la condanna a morte per il suo assistito e a proporlo per un eventuale scambio di prigionieri.

1960. Germania. Il pilota di U-2 Francis Gary Powers (Stowell) è abbattuto durante una missione di ricognizione sopra i cieli della Germania occupata dai Sovietici e viene fatto prigioniero.

1961. Berlino. Lo studente statunitense Frederic Pryor (Rogers) si trova nella parte sbagliata della capitale tedesca il giorno della costruzione del Muro, senza la possibilità di rimpatriare.

Tocca di nuovo a Donovan occuparsi dei difficilissimi negoziati per riportare a casa i due connazionali.
E proprio Abel potrebbe essere il suo asso nella manica.

Da molti considerato il più grande autore cinematografico della sua generazione, Steven Spielberg alterna da molti anni pellicole di assoluto intrattenimento (la saga di Indiana Jones, Jurassic Park, Le Avventure di Tintin) ad opere di impegno storico/civile (Shindler's List, Salvate il Soldato Ryan, Lincoln).

Il Ponte delle Spie rientra nella seconda categoria e segna la prima collaborazione tra il regista di Cincinnati e i fratelli Joel & Ethan Coen.

Dall'alchimia tra i tre grandi cineasti è nata una pellicola che sa coniugare tensione, sviluppi, azione del thriller spionistico con l'accuratezza storica.
Che differenza con precedenti film di genere come La Talpa, incapace di tenere vivi attenzione e ritmo!
L'esperienza di Mastro Steven è davvero una garanzia.

La sceneggiatura, scritta assieme a Matt Charman dagli autori di Il Grande Lebowski e altri memorabili film, è - come la maggior parte dei loro script, d'altra parte - particolarmente riuscita, piena com'è di considerazioni "alte" sulla libertà (in pieno stile spielberghiano) e di ironia (e qui si riconosce la mano dei due fratelli).

Gli alleggerimenti umoristici di alcuni dialoghi sono geniali nel non soffocare il tono comunque serio che la storia necessitava.
La candidatura al Premio Oscar ci sembra strameritata.

A valorizzare ulteriormente l'opera troviamo due interpreti in stato di grazia.
Il primo è Tom Hanks, che un recentissimo sondaggio ha decretato l'attore più amato dagli americani: convincente e rassicurante come al solito.
Il secondo è una vera rivelazione: Mark Rylance, di estrazione teatrale (anch'egli nominato come attore non protagonista).

"Lei non si preoccupa mai?"
"Servirebbe?"

Questo botta-e-risposta tra i due protagonisti è già diventato un tormentone, anche grazie all'espressione sardonica del misconosciuto cinquantaseienne inglese, la cui prova sotto le righe gli è valsa il sacrosanto plauso della critica internazionale, la simpatia del pubblico e il ruolo principale nel prossimo film di Spielberg (Il Gigante Gentile).

Il Ponte delle Spie permette di fare luce su un episodio poco noto della Guerra Fredda e regala più di 2 ore di cinema puro, un po' all'antica, senza stancare mai.

Forse non vincerà nessuno dei 6 Oscar cui è candidato (oltre a sceneggiatura e attore non protagonista, ha ottenuto nomination anche come miglior film, colonna sonora, scenografia e sonoro), ma ciò non toglie che sia una delle pellicole più belle e significative dell'anno.

In fondo, l'Oscar davvero... servirebbe?

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martedì 2 febbraio 2016

OSCAR 2016. NOMINATION: ATTRICI E ATTORI



Una delle leggende più popolari e persistenti di Hollywood vuole che l'Academy - per ragioni non chiare - abbia posto il veto su un eventuale Oscar a Leonardo DiCaprio.
Vero o falso che sia, l'ex Lupo di Wall Street è alla quinta nomination, dopo quattro occasioni andate a vuoto.

Per The Revenant - Redivivo, l'attore italo-americano si è fatto crescere barba e capelli lunghi, ha lavorato in condizioni climatiche estreme ed è arrivato - lui che è vegetariano - a mangiare vero fegato crudo durante le riprese.
Solo per questi sforzi si meriterebbe un premio.
Che questa prova sia finalmente quella buona?

C'è da dire che i suoi avversari sembrano effettivamente partire tutti qualche passo più indietro, compreso Matt Damon (che pure ha vinto il Golden Globe per Sopravvissuto - The Martian).
Ma se i detrattori dell'italo-americano dovessero coalizzarsi, Michael Fassbender potrebbe avere la sua occasione: dopo la Coppa Volpi nell'ultima Mostra di Venezia memorabile del 2011 e la nomination per 12 Anni Schiavo nel 2014, la statuetta potrebbe essere sua.
Quasi nulle le possibilità di Bryan Cranston (già protagonista della serie Tv Breaking Bad) ed Eddie Redmayne (che già si era imposto su Michael Keaton lo scorso anno per La Teoria del Tutto).

Tra i non protagonisti svetta invece un altro divo di origine italiana: l'immarcescibile Sylvester Stallone, che grazie a Creed - Nato per Combattere ha potuto interpretare il mitico pugile Rocky per la settima volta (!) conquistando a sorpresa il Golden Globe e finalmente anche i favori di quella critica che per troppi anni lo aveva snobbato.
Comunque vada, noi facciamo il tifo per lui.
L'altro italo-americano Mark Ruffalo - già nominato nel 2011 e nel 2015 - sembra avere meno possibilità, così come il già premiato Christian Bale.
Le sorprese potrebbero essere Tom Hardy - protagonista di Bronson, nel cast di Tinker Tailor Soldier Spy, avversario di Batman in Il Cavaliere Oscuro-Il Ritorno e personaggio principale di Mad Max: Fury Road - e soprattutto il sorprendente Mark Rylance, attore inglese di estrazione teatrale che nello spielberghiano Il Ponte delle Spie ha interpretato il ruolo della vita.

In ambito femminile i pronostici sono più incerti.
Alla quarta nomina, Jennifer Lawrence è una delle attrici più coccolate dall'Academy e a soli 25 anni potrebbe vincere per la seconda volta (la prima era stata tre anni fa per Il Lato Positivo).
Non è la favorita della vigilia, però: deve stare attenta alla "globizzata" rivelazione Brie Larson (con un passato da cantautrice pop) e alla veterana Cate Blanchett (già sette candidature e due statuette portate a casa, l'ultima nel 2014).
Ma occhio a Saoirse (da pronunciare, più o meno, come "ser-sce"; è un nome che in gaelico significa "libertà") Ronan: l'irlandese ventunenne - nominata già otto anni fa come non protagonista per Espiazione e già nel cast stellare di Grand Budapest Hotel - ha convinto molti per il suo ruolo in Brooklyn.
A zero le chance della britannica Charlotte Rampling (ve la ricordate in I Colori Della Passione?)

Tra i ruoli di supporto la situazione pare ancora più equilibrata: ai Globes, come sappiamo, l'ha spuntata Kate Winslet (non sarebbe bello che la coppia di Titanic vincesse un Oscar nello stesso anno?), ma non è detto che alla fine non salti fuori il nome di Jennifer Jason Leigh per The Hateful Eight (Tarantino porta bene ai propri attori: pensate a Christoph Waltz bi-vincitore nel 2010 per Bastardi Senza Gloria e nel 2013 per Django Unchained) o quello di Rooney Mara per Carol (già premiata a Cannes l'anno scorso, per lo stesso ruolo).
Ma meglio non sottovalutare la svedese Alicia Vikander e Rachel McAdams.

Volete farvi un'idea delle interpretazioni di tutti i candidati?
Beh, non vi resta che cliccare sui link che trovate qui sotto.

E che vincano i migliori!



MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA
Bryan Cranston – L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo (Trumbo)
Matt Damon – Sopravvissuto - The Martian (The Martian)
Leonardo DiCaprio – Revenant - Redivivo (The Revenant)
Michael Fassbender – Steve Jobs
Eddie Redmayne – The Danish Girl



MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA
Cate Blanchett – Carol
Brie Larson – Room
Jennifer Lawrence – Joy
Charlotte Rampling - 45 anni (45 Years)
Saoirse Ronan – Brooklyn



MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA
Christian Bale – La grande scommessa (The Big Short)
Tom Hardy - Revenant - Redivivo (The Revenant)
Mark Ruffalo - Il caso Spotlight (Spotlight)
Mark Rylance – Il ponte delle spie (Bridge of Spies)
Sylvester Stallone – Creed - Nato per combattere (Creed)



MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA
Jennifer Jason Leigh – The Hateful Eight
Rooney Mara – Carol
Rachel McAdams - Il caso Spotlight (Spotlight)
Alicia Vikander – The Danish Girl
Kate Winslet – Steve Jobs

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