CINEMA A BOMBA!

venerdì 2 agosto 2024

I CLASSICI: L'ESORCISTA DEL PAPA, AL MIO SEGNALE... SPAVENTATE L'INFERNO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA/UK/Spagna, 2023
103'
Regia: Julius Avery
Interpreti: Russell Crowe, Daniel Zovatto, Alex Essoe, Franco Nero.


1987. Padre Gabriele Amorth (Crowe), ex partigiano diventato presbitero e poi esorcista ufficiale del Vaticano, viene mandato dal papa (Nero) in Spagna per risolvere un caso di possessione demoniaca.

La vittima da liberare è un bambino che si è da poco trasferito in un antico maniero insieme alla madre e alla sorella maggiore.
Ma la location non è casuale, come Gabriele scoprirà trovando l'accesso alle segrete...


Chissà che cosa avrebbe pensato il vero Gabriele Amorth di questo film, liberamente ispirato ad alcuni suoi libri autobiografici.
E chissà quale sarebbe stato il giudizio di William "Maestro" Friedkin, essendo palese la derivazione stilistica dal suo lungometraggio più noto, L'Esorcista.

I due, massimi esperti sull'argomento (uno nella realtà, l'altro nella finzione), si conobbero e divennero amici in tarda età, realizzarono insieme il documentario The Devil and Father Amorth, ma morirono entrambi prima di poter vedere questo biopic, uscito appena un anno fa.

Il primo, noto anche per alcune bizzarre esternazioni (arrivò ad affermare che Maurizio Crozza, lo yoga e Harry Potter sono emanazioni del Maligno!), era dotato di un certo senso dell'umorismo e avrebbe potuto trovare divertente questa narrazione romanzata della propria vita.
Il secondo, che abbiamo conosciuto e non era sempre tenero nei giudizi sulle altrui opere, probabilmente no.

La pellicola parte bene con un prologo a Tropea e un setting interessante, ma si sfilaccia strada facendo in un crescendo di cliché e inverosimiglianze che la fanno sprofondare a tratti nel ridicolo (involontario?) e - per quanto la durata sia contenuta - nella noia.
La convenzionalità della messa in scena viene però in parte riscattata dalla performance di due membri del cast.

Russell Crowe sembra preso benissimo e il suo divertimento è contagioso.
Imperdibile vederlo girare su una lambretta che sembra minuscola rispetto alla sua stazza e recitare con un fortissimo accento italiano, o addirittura direttamente in un italiano un po' stentato (il doppiaggio è buono, cosa purtroppo sempre più rara, ma per apprezzare al meglio la dimensione camp dell'opera è consigliata caldamente la versione originale).

Benché poco più di una comparsa, anche Franco Nero risulta incisivo: il suo personaggio, che forse è Giovanni Paolo II o forse no, si concede almeno un momento cult nel finale.
C'è da chiedersi piuttosto come mai, nonostante la sua lunghissima relazione con l'attrice brittanica Vanessa Redgrave, l'ex Django non abbia ancora imparato a parlare bene l'inglese.

Un po' Il Gladiatore (c'è pure un momento in cui il protagonista si staglia sul Colosseo) e un po' il succitato L'Esorcista, questo lungometraggio dovrebbe piacere molto ai fan di Crowe, che gigioneggia, fa battute ("Il Diavolo odia l'umorismo", dice il suo personaggio ad un certo punto), offre una recitazione a tratti anche intensa e in definitiva dà un senso ad una produzione che altrimenti non avrebbe molto di interessante da offrire.
È forse la sua migliore interpretazione da Les Misérables.

Occhio alla scena finale: suggerisce che L'Esorcista del Papa possa avere un seguito o addirittura trasformarsi in un franchise.
Non sarebbe spassoso vedere Russell mentre combatte i diavoli in giro per il mondo, magari stavolta brandendo un gladius insieme alla croce?

Ecco, a questa idea balzana il vero Padre Amorth nell'Aldilà potrebbe davvero farsi una grassa risata.


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mercoledì 13 luglio 2022

I CLASSICI: ALICE IN WONDERLAND, COME ESTRARRE UN BIANCONIGLIO DAL CAPPELLO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2010
108'
Regia: Tim Burton
Con: Mia Wasikowska, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Crispin Glover, Anne Hathaway.
Voci originali: Alan Rickman, Stephen Fry, Frank Welker, Michael Gough, Christopher Lee.


L'adolescente Alice (Wasikowska) ritorna a Wonderland dopo 13 anni.
Non ricorda più nulla di quella esperienza, eccetto alcuni flashback che le appaiono in sogno.

Qui ritrova i suoi vecchi amici - tra questi l'eccentrico e generoso Cappellaio Matto (Depp) - ancora impegnati a resistere contro la malvagia Regina Rossa (Bonham Carter) in difesa della buona Regina Bianca (Hathaway).

Il suo compito è quello di uccidere il mostruoso Ciciarampa (Lee) nel Giorno Gioiglorioso e riportare la pace nel Sottomondo...


9 anni prima di Dumbo, Tim Burton aveva già realizzato uno dei tanti auto-rifacimenti in live action di cui la Disney non sembra riuscire a fare a meno.
Per fortuna, questo è anche uno dei migliori.

Alleggerendo i toni dark che sono il suo marchio di fabbrica e sbizzarrendosi tra CGI e 3D, il regista di Beetlejuice ha dato un'interpretazione molto personale ad Alice nel Paese delle Meraviglie, celeberrima fiaba di Lewis Carroll.

Il Cappellaio Matto è stato promosso a co-protagonista (chissà se questa cosa era già prevista nel copione o se il ruolo è stato espanso dopo l'ingaggio di Depp), mentre Alice è diventata un'icona femminista, una moderna paladina dell'emancipazione.
Si noti il finale: è uno dei meno "disneyani" mai prodotti dalla Casa di Topolino.

Nel derby tra ex Misérables, Helena Bonham Carter batte ai punti Anne Hathaway, se non altro perché riesce a rendere il grottesco del proprio personaggio senza cadere nel caricaturale (e la seconda è penalizzata da un trucco inadeguato).
Ma a livello recitativo il meglio lo danno i doppiatori: in lingua originale si può infatti godere di alcuni cammei di prim'ordine.

Tra Fry col suo Stregatto creepy e i numerosi contributi del veterano Welker (ricordate Curioso come George?), spuntano il distinto Michael Gough (Alfred del dittico "batmaniano" di Burton) nella parte del Dodo e il carismatico Christopher Lee (Saruman nei film della Terra di Mezzo) come voce del Jabberwocky.

Questi due vecchi leoni del cinema - il primo è qui alla sua ultima interpretazione - in realtà hanno rispettivamente solo tre e due battute, ma possiamo facilmente immaginare che si siano divertiti un mondo.

Non è necessario aver letto il romanzo d'origine né tantomeno aver visto il classico animato del 1951 per apprezzare questo adattamento, bizzarro racconto allegorico di cui alla fine non è difficile condividere la morale: noi siamo le scelte che facciamo e la vita è un continuo mutamento.

E in fondo è questa la vera meraviglia.


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giovedì 15 luglio 2021

LUCA, PORTOROSSO NON AVRAI IL MIO SCAMPO

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USA, 2021
95'
Regia: Enrico Casarosa
Voci originali: Jacob Tremblay, Jack Dylan Grazer, Maya Rudolph, Giacomo Gianniotti, Sacha Baron Cohen.


Italia, anni 50.
Luca (Tremblay), un anfibio teenager che vive nel Mar Ligure, disobbidisce ai propri genitori ed esce dall'acqua insieme al coetaneo Alberto (Grazer).

Scopre così che i mostri marini come loro si trasformano, una volta asciutti, in esseri umani.

Passano quindi le proprie giornate nel villaggio di Portorosso, dove conoscono il bullo Ercole e la simpatica Giulia.

Tutti e 4 decidono di partecipare alla Portorosso Cup, una specie di triathlon durante il quale bisogna nuotare, mangiare un piatto di pasta e compiere una corsa in bicicletta.

Nei giorni successivi - complice la rivalità con l'odioso Ercole - l'amicizia tra Luca, Alberto e Giulia verrà messa a dura prova...



Per chi non lo conoscesse, Enrico Casarosa è un genovese emigrato in California per realizzare il proprio sogno: lavorare per i big dell'animazione.

Dopo una lunga gavetta da storyboard artist in pellicole come Cars (Disney-Pixar) e L'Era Glaciale (Dreamworks), il nostro conterraneo si fece notare qualche anno fa con il delizioso cortometraggio La Luna, candidato all'Oscar nel 2012.

Come sappiamo, la statuetta venne poi assegnata a The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore, ma la nomination gli diede abbastanza visibilità da permettergli un avanzamento di carriera.
Luca è il suo primo lungometraggio da regista.

L'ambientazione è ovviamente ispirata alle coste della Liguria - in particolare alla Riviera di Ponente (provincia di Savona) e alle Cinque Terre - e quella che vi viene rappresentata è un'Italia idealizzata: il Belpaese del Neorealismo post-bellico e del primo Fellini, che tanto piace agli Americani.



Graficamente, si notino un paio di tocchi di (auto)citazionismo, col paesino marittimo di Portorosso che ricorda un po' quello di Porto Corsa visto in Cars 2 e il papà di Giulia che assomiglia molto a quello de La Luna, benché l'influenza del maestro nipponico Hayao Miyazaki e del suo Studio Ghibli sia la più lampante (Portorosso è anche un riferimento/omaggio a Porco Rosso).

Uditivamente, consigliamo convinti la visione in lingua originale: col doppiaggio - non eccelso, oltretutto - si perde almeno metà del divertimento.
E si perde inoltre la possibilità di ascoltare Sacha Baron Cohen - il comico inglese di Borat, visto anche in Les Misérables e Il Processo ai Chicago 7 - in un suo raro excursus nel cinema per famiglie.

Luca è un film d'animazione piacevolmente fresco ed estivo: non un'opera memorabile (come Toy Story, Cars ed Inside Out, ad esempio), ma neppure "l'ennesima prova dell'involuzione artistica della Pixar", come l'ha definito una parte della critica oltreoceanica (in patria l'accoglienza è stata nel complesso tiepida).

Consigliato ovviamente a tutti i Liguri e in generale agli appassionati di spiagge e mare.
Che siano già in vacanza oppure no.



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martedì 4 maggio 2021

IL PROCESSO AI CHICAGO 7, I MAGNIFICI SETTE (DEI DIRITTI CIVILI)

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USA, 2020
130'
Regia: Aaron Sorkin
Con: Sacha Baron Cohen, Eddie Redmayne, Mark Rylance, Joseph Gordon-Levitt, Frank Langella, Yahya Abdul-Mateen II, John Carroll Lynch, Michael Keaton.


Chicago, estate 1968.
Un gruppo di attivisti dei diritti civili, tra cui Abbie Hoffman (Baron Cohen) e Tom Hayden (Redmayne), parteciparono ad una manifestazione contro la guerra nel Vietnam che sfociò in uno scontro tra i manifestanti e la Guardia Nazionale.

Cinque mesi dopo, 7 (+1) di loro vennero arrestati con le accuse di cospirazione e incitamento alla sommossa.
Il processo che ne seguì ottenne un'ampia eco mediatica ed ebbe un forte impatto sull'opinione pubblica.



Chi è Aaron Sorkin?
Per molti è uno sceneggiatore di lungo corso che vinse l'Oscar un decennio or sono grazie a The Social Network di David Fincher (sì, proprio l'autore di Se7en e Mank).

Non tutti sanno però che questo ex drammaturgo di mezza età è pure un valido regista.
Dopo l'esordio dietro la cinepresa nel 2017 con Molly's Game (protagonista l'affascinante Jessica Chastain), il nostro ha firmato la propria opera seconda, che in tanti avevano dato tra le favorite nella corsa a Golden Globe e Oscar.

Sappiamo com'è finita: dopo il Globo per la miglior sceneggiatura, tutte e 6 le nomination per gli Academy Awards sono andate a vuoto.
Peccato: nonostante qualche difetto, Il Processo ai Chicago 7 è una pellicola che merita almeno una visione.

La forza principale di questo legal drama risiede nella sua attualità: racconta un episodio degli anni 60, ma chiaramente parla dell'America di oggi.
Difficile non vedere un parallelo - benché ideologicamente agli antipodi - tra i Chiacago 7 di allora e i Proud Boys di oggi.

Chiariamo: non c'è alcuna volontà di concedere pari dignità ai due movimenti o di giustificare le azioni dei facinorosi che, aizzati da Donald Trump, a inizio anno hanno assaltato Capitol Hill tentando - e fallendo - un colpo di stato.

Anzi, Sorkin non nasconde la propria fede democratica e strizza l'occhio anche a Black Lives Matter.
In definitiva, la sua tesi è: gli Stati Uniti hanno sempre avuto una storia violenta, anche recente, di insurrezioni civili e sociali, però c'è protesta e protesta.

A fare la differenza non è da quale parte della barricata si combatte (quella del popolo o quella delle istituzioni), ma per quale causa, per quale ideale.



Il regista esponde questo pensiero per mezzo di numerose libertà storiche e licenze artistiche che gli hanno attirato diverse critiche (e probabilmente precluso la conquista di una statuetta).
Si tratta tuttavia di un film, non di un documentario.

Come ha detto lo stesso Sorkin in un'intervista: "I personaggi non sono impersonificati, sono interpretati".
E se a farlo è un cast di grande caratura, allora c'è di che accontantarsi.

Si noti che molti dei protagonisti, pur recitando il ruolo di Americani, sono in effetti di nazionalità britannica!
Mark Rylance (già premio Oscar per Il Ponte delle Spie e visto successivamente nel sottovalutatissimo Ready Player One), Eddie Redmayne (anch'egli oscarizzato grazie a La Teoria del Tutto e poi protagonista della serie Animali Fantastici) e Sacha Baron Cohen (che proprio con Redmayne aveva condiviso il set di Les Misérables) sono straordinariamente credibili ed efficiaci.

Proprio quest'ultimo svetta su tutti: in uno dei suoi rari ruoli seri, il comico inglese ha dovuto recitare con un accento yankee per interpretare Abbie Hoffman, un nativo del Massachusetts trapiantato in California.
C'è riuscito così bene da essere stato candidato agli Academy Awards come miglior attore non protagonista.

Come purtroppo sappiamo, la sua nomination - così come quella per la miglior sceneggiatura non originale, ottenuta grazie a Borat 2
- è rimasta tale.
Senza nulla togliere a Daniel Kaluuya (il protagonista di Scappa-Get Out è stato premiato al suo posto per Judas and the Black Messiah, un altro biopic ambientato più o meno nello stesso periodo storico), Sacha non avrebbe affatto demeritato.

Nei ruoli di contorno, tra il giovane Joseph Gordon-Levitt (lo ricordate in Inception e Il Cavaliere Oscuro-Il Ritorno?) e l'anziano Frank Langella (grande attore di formazione teatrale, specializzato in ruoli di cattivo), emerge - tanto per cambiare! - Michael Keaton.

Come sappiamo, l'ex Batman (a proposito: è di questi giorni la clamorosa conferma che rivestirà i panni dell'Uomo Pipistrello nel film "solista" di Flash della Justice League!) sta vivendo negli ultimi anni una seconda giovinezza artistica, iniziata col plurioscarizzato Birdman.
Qui fa poco più di una comparsa, ma la sua performance ricorda da vicino quella - ottima - di un altro recente lungometraggio di impegno civile, Il Caso Spotlight.

Con uno script forse più consono al palcoscenico che al grande/piccolo schermo, Il Processo ai Chicago 7 resta una pellicola da vedere, su cui riflettere e di cui discutere.
Anche senza il blasone portato dagli Oscar.


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domenica 25 ottobre 2020

I CLASSICI. BORAT, KAZAKI AMARI PER IL POLITICALLY CORRECT USA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 


Regno Unito/USA, 2006
84'
Regia: Larry Charles
Interpreti: Sacha Baron Cohen, Pamela Anderson, Ken Davitian, Luenell Campbell


Borat Sagdiyev (Baron Cohen) è un reporter della televisione del Kazakistan che vive in un villaggio miserrimo e arretrato sia economicamente che culturalmente.

Essendo un giornalista di punta dell'emittente nazionale, viene mandato negli Stati Uniti per studiarne usi e costumi.

Accompagnato dal fido collaboratore Azamat Bagatov (Davitian), egli si sconterà con una civiltà completamente diversa dalla sua e non priva di contraddizioni, che egli stesso, con la sua ingenuità, porterà a galla, lasciando esterrefatti i suoi interlocutori.

Ma la situazione deflagrerà quando vedrà in Tv Pamela Anderson, nei (succinti) panni della bagnina di Baywatch.



Borat - Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan - questo il titolo completo - è stato un vero e proprio caso.

Irriverente, dissacrante, volgare, politicamente molto scorretto, quando è uscito ha suscitato reazioni indignate da parte di tantissime persone: ebrei, cristiani, musulmani, zingari, omosessuali, femministe, Americani del Sud, kazaki, repubblicani a stelle e strisce...

Girato come un documentario, esso ha visto il coinvolgimento anche di persone ignare, che hanno denunciato i produttori per violazione della privacy e sfruttamento non autorizzato dell'immagine.

Le tante grane giudiziarie sono seguite al grande successo di critica e soprattutto di pubblico che ha suscitato un po' a sorpresa la pellicola, che ha così consacrato a livello globale l'umorismo cinico e cattivo di Sacha Baron Cohen (di origini ebraiche), precedentemente noto in Tv per il personaggio del gangsta-rapper Ali G.

Il comico britannico ha ottenuto per questo film un Golden Globe come miglior attore in una commedia e una nomination agli Oscar per la sceneggiatura (non originale) e, successivamente, parti in opere importanti, quali Hugo Cabret di Martin Scorsese e Les Misérables di Tom Hooper.

Ha portato poi sul grande schermo altri personaggi del suo repertorio, come il giornalista di moda austriaco gay Brüno e il dittatore mediorientale Hafez Aladeen, con buon successo - sebbene non clamoroso come quello di Borat.

Perché questo ha avuto un impatto così prorompente e duraturo?

Sicuramente c'è stato l'elemento novità: pochissime volte prima di allora c'era stato un attacco tanto esplicito alla società americana, che se da una parte si dimostra tollerante e aperta, dall'altra, nei fatti, non lo è così tanto nei confronti di afroamericani, ebrei, omosessuali, donne, poveri...

Attraverso un linguaggio scurrile si scoperchia così il vaso di Pandora delle contraddizioni dell'America profonda e non, tra bigottismo e un perbenismo di facciata da una parte e razzismo e superficialità dall'altra.

Gli Stati Uniti ne escono malissimo, da questa feroce satira; ma il fatto che l'industria cinematografica di Hollywood abbia osannato questa pellicola dimostra che probabilmente il messaggio non è stato recepito molto bene.

Gli sviluppi recenti riguardo alle regole per gli Oscar - un film è eleggibile solo se rispetta un'equa rappresentanza di genere, origine, orientamento sessuale... - non fanno che dimostrare che l'Academy sarà sì vicina agli ambienti intellettuali e sociali cosiddetti liberal, ma non si è accorta (o finge di non accorgersi) della crisi di rigetto nei confronti del politically correct di larga parte della popolazione statunitense - rigetto che probabilmente è stato alla base nel 2016 della clamorosa (e, per molto versi, scioccante) vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali.

Hollywood è isolata nel suo mondo solo a prima vista fantastico (la sua realtà però è fatta anche di personaggi eufemisticamente controversi - Harvey Weinstein e Jeffrey Epstein sono solo i nomi più noti), ma tale rifiuto è ormai sempre più diffuso e un film come quello che stiamo recensendo, probabilmente, può essere portato a vessillo dalla ribellione allo stucchevole e ipocrita star system imperante.

Il rischio è, per il futuro, che si spinga sempre più in là la sottile linea di demarcazione tra umorismo greve e cattivo gusto - e a proposito di quest'ultimo, come non pensare a Scemo & + Scemo 2 e Holy Motors?

Se le provocazioni dovessero farsi più estreme, tuttavia, rimpiangeremo quel personaggio un po' naif e ingenuo come in fondo è il vituperatissimo Borat.

Vedrete.


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giovedì 30 gennaio 2020

OSCAR 2020. NOMINATION: PREMI MUSICALI

Dall'alto: John Williams (a destra) e J.J. Abrams sul set di Star Wars: L'Ascesa di Skywalker; la violoncellista Hildur Guðnadóttir; una scena tratta da Frozen II.


52.
Questo il numero delle nomination collezionate negli anni dal grande compositore John Williams.
Ben 5 di esse si sono trasformate in statuette, compresa quella del 1978 per Guerre Stellari.

Il cerchio si chiude, 42 anni più tardi: la candidatura di quest'anno è infatti per l'ultimo capitolo della saga di Star Wars, il controverso L'Ascesa di Skywalker.

Ce la farà persino stavolta?
Certo è che la concorrenza non gli manca: tiene banco il derby in famiglia tra i cugini Newman, ma a spuntarla potrebbe essere la violoncellista islandese Hildur Guðnadóttir, forte della fresca vittoria ai Golden Globe per le musiche di Joker.

Da non sottovalutare neppure il francese Alexandre Desplat, già vincitore di 2 Oscar recenti: nel 2015 per Grand Budapest Hotel e nel 2018 per The Shape of Water.






Per quanto concerne invece le canzoni originali, la sfida potrebbe essere tra due "perdenti" d'eccezione.

Il primo è Rocketman: pur essendo stato tra i vincitori dei Golden Globe, è stato relegato alla sola nomina per Elton John.

Il secondo è Frozen II, al quale è stato preferito Toy Story 4 nella categoria dedicata ai film d'animazione: i due si sfideranno solo per la migliore canzone.
E chissà se, spinto dagli incassi stellari (è il cartone animato che ha incassato di più nella storia del cinema, battendo il precedente record di... Frozen), non riesca a prevalere almeno qui.

Quantomeno è rimasto fuori il super flop Cats, grottesco cinemusical diretto da Tom Hooper (regista di Les Misérables) con un cast eccezionale, ma con non altrettanto eccezionali effetti speciali.

Nell'attesa di scoprire chi la spunterà alla Notte degli Oscar, cliccate sui link che trovate di seguito, chiudete gli occhi e lasciatevi incantare.
La vista non è l'unico senso con cui potersi godere un bel film!






Migliore colonna sonora
Alexandre Desplat – Piccole donne (Little Women)
Hildur Guðnadóttir – Joker
Randy Newman – Storia di un matrimonio (Marriage Story)
Thomas Newman – 1917
John Williams - Star Wars: L'ascesa di Skywalker (Star Wars: The Rise of Skywalker)

Migliore canzone
I Can’t Let You Throw Yourself Away (Randy Newman) - Toy Story 4
(I'm Gonna) Love Me Again (Elton John, Taron Egerton) – Rocketman
I'm Standing With You (Diane Warren) - Atto di fede (Breakthrough)
Into the Unknown (Idina Menzel, Aurora) – Frozen II - Il segreto di Arendelle (Frozen II)
Stand Up (Cynthia Erivo) – Harriet




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mercoledì 29 maggio 2019

CANNES 2019. PREMI A CASACCIO (MA OTTIMA SELEZIONE)

Dall'alto: il messicano Alejandro G. Iñárritu indica il sudcoreano Bong Joon-Ho e lo spagnolo Antonio Banderas; l'inglese Ken Loach sembra perplesso. 


Scorrendo l'elenco completo dei vincitori della 72a edizione del Festival di Cannes, viene da chiedersi che cosa si siano fumati Alejandro G. Iñárritu e soci.

La giuria capitanata dal plurioscarizzato regista di Birdman e The Revenant ha sovvertito - con poche eccezioni - ogni pronostico, dando la netta impressione di aver assegnato i premi un po' a casaccio.

Certo, incensare un film asiatico è un trend immortale per ogni festival internazionale.
E assegnare uno o più contentini ai padroni di casa - oppure a qualche pellicola francofona, tanto per stare sul sicuro - è quasi una regola, a Cannes.






Questo spiegherebbe i riconoscimenti assegnati a Young Amhed di quegli allegroni dei fratelli Dardenne (miglior regia), ad Atlantics (Gran Premio della Giuria; prima vittoria di una regista nera, in qualsiasi categoria, in oltre 7 decenni di Festival!), a Portrait of a Lady on Fire (miglior sceneggiatura) e a Les Misérables (Premio della Giuria; niente a che vedere con l'omonimo musical).

Oltre ovviamente all'ambita Palma d'Oro finita nelle mani del regista di Parasite, il sudcoreano Bong Joon-Ho.

Gli unici premi ragionati sembrano essere quelli per gli interpreti (Emily Beecham per Little Joe e il redivivo Antonio Banderas per Pain and Glory) e quello della Giuria conquistato dal bizzarro western Bacurau (a conferma della buona salute del cinema brasiliano: ricordate Tropa de Elite?).

Niente ai big: il più sconfitto - Banderas a parte - è lo spagnolo Pedro Almodovar, favoritissimo alla vigilia.
Una terza Palma d'Oro al britannico Ken Loach (dopo Il Vento che Accarezza l'Erba nel 2006 e I, Daniel Blake 10 anni dopo) forse è stata giudicata eccessiva, mentre al texano Terrence Malick è stata probabilmente fatta pagare qualche velleità arty di alcune sue pellicole precedenti (vedere ad esempio To The Wonder e Knight of Cups).

Neppure il nostro Marco Bellocchio con Il Traditore ha fatto breccia nel cuore dei giurati.
Può essere che il tema dei pentiti di mafia sia un argomento scomodo pure dall'altra parte delle Alpi...






E Quentin Tarantino?
Il suo nuovo lungometraggio C'era una Volta a Hollywood, personale omaggio alla Los Angeles degli anni 60, ha ricevuto nel complesso critiche più che positive (merito anche dell'accoppiata DiCaprio-Pitt, "il più eccitante duo cinematografico dopo Redford-Newman", a detta del regista), ma non ha incassato alcun premio.

Tutto da buttare, allora? Niente affatto.
Sorvolando sull'assurda guerra a Netflix, il direttore artistico Therry Frémaux non ha sbagliato un colpo, accaparrandosi una rosa di pellicole di altissimo livello che alla Croisette mancava da anni.
Questa volta la Mostra del Cinema di Venezia avrà serie difficoltà a rispondere a tono.

Bocciata la Giuria, promossa la kermesse.
Per il secondo match, l'appuntamento è tra pochi mesi in Laguna...




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domenica 26 maggio 2019

CANNES 2019. I VINCITORI

Dall'alto: Antonio Banderas premiato come miglior attore; Brad Pitt e Quentin Tarantino non credono ai propri occhi; il Presidente della Giuria Alejandro G. Iñárritu consegna la Palma d'Oro al regista Bong Joon-Ho. 


Colpo di scena rispetto alla nostre previsioni!
La Palma d'Oro del 72° Festival di Cannes è andata al sudcoreano Parasite.

A bocca asciutta i grandi favoriti: Pain and Glory di Pedro Almodovar (che però si può accontentare del premio come miglior attore vinto dal sempreverde Antonio Banderas), A Hidden Life di Terrence Malick, Sorry We Missed You di Ken Loach e soprattutto C'era Una Volta a Hollywood di Quentin Tarantino.

Qui di seguito trovate l'elenco dei vincitori: cliccate sui link per maggiori approfondimenti.
Per ulteriori commenti, vi rimandiamo invece al prossimo post!






Palma d'Oro: Parasite, regia di Bong Joon-Ho (Corea del Sud)

Grand Prix Speciale della Giuria (premio per l'opera più originale o innovativa): Atlantics, regia di Mati Diop (Francia)

Prix de la mise en scène (premio per la migliore regia): Jean-Pierre e Luc Dardenne per Young Ahmed

Prix du scénario (premio per la migliore sceneggiatura): Céline Sciamma per Portrait of a Lady on Fire

Prix d'interprétation féminine (premio per la migliore attrice): Emily Beecham per Little Joe

Prix d'interprétation masculine (premio per il migliore attore): Antonio Banderas per Pain and Glory

Premio della Giuria (premio assegnato dalla Giuria): Bacurau ex-aequo con Les Misérables




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domenica 7 ottobre 2018

I CLASSICI: THE GREATEST SHOWMAN, IL PIÙ GRANDE SPETTACOLO DOPO GLI X-MEN

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2017
105'
Regia: Michael Gracey
Interpreti: Hugh Jackman, Michelle Williams, Zac Efron, Keala Settle, Rebecca Ferguson, Zendaya.


P.T. Barnum, ragazzo ambizioso ma di umili origini, si innamora - ricambiato - di Charity, figlia del suo datore di lavoro.
Trasferitisi insieme a New York, i due si sposano e mettono su famiglia.

Perso improvvisamente il proprio lavoro da impiegato, P.T. (Jackman) è costretto a fare di necessità virtù e, assoldato un eterogeneo gruppo di persone "speciali", mette in piedi uno spettacolo di freaks, fenomeni da baraccone.

Il successo è tanto improvviso quanto ampio, specie dopo l'ingaggio del giovane drammaturgo Philip (Efron).
Però il neo-manager inizia a trascurare la moglie (Williams) e le figlie, e allora...






Ci sono attori che rimangono imprigionati per sempre nel ruolo che li ha resi famosi, e ce ne sono altri che riescono a emergere, spaziare e infine essere considerati per il proprio valore.

Hugh Jackman appartiene alla seconda categoria.
L'ex Wolverine si è lasciato alle spalle il passato - ha annunciato più volte di aver chiuso con gli X-Men - e si è dato al musical.

Si tratta in realtà di un ritorno al genere, dopo il successo di Les Misérables che pochi anni or sono fece conoscere al mondo le sue qualità canore e gli procurò un meritato Golden Globe come miglior attore.

Quello di The Greatest Showman è un progetto che il divo coltivava da tempo: gli ci sono voluti anni per convincere gli studios a dare il via libera ad un film musicale "all'antica", oltretutto basato su canzoni originali, non su un'opera teatrale pre-esistente.

Il nostro lo ha ideato, sviluppato, prodotto - e praticamente diretto, col tramite dell'esordiente Gracey - avvalendosi di un cast e di una troupe di altissimo livello.
I songwriter sono gli stessi del bellissimo La La Land e tutti gli interpreti cantano senza farsi doppiare (unica eccezione: la svedese Ferguson).






La storia ha gli ingredienti di un biopic classico: ascesa/caduta/risalita di un self-made man, buoni sentimenti senza troppo zucchero, giusta intensità emotiva e - in questo caso - canzoni trascinanti e memorabili.

I brani migliori? Oltre a This Is Me, che quest'anno è giustamente arrivato a vincere il Golden Globe nella categoria, vanno menzionati almeno Rewrite The Stars, From Now On e The Greatest Show.

Tra gli interpreti principali spiccano tanto l'esile Zendaya, già vista in Spider-Man: Homecoming (tenetela d'occhio: farà strada), quanto la voluminosa Keala Settle (la donna barbuta).

Ma è Jackman a rubare la scena a tutti: quasi non sembra lo stesso che ha girato Logan, ultima pellicola dedicata al mutante artigliato cui deve il proprio successo, il che dice molto della versatilità di questo sottovalutato attore australiano.

Il tempo dei blockbuster fumettari forse è passato, ma non quello dei musical e delle commedie brillanti.
Forse la carriera di Hugh Jackman è appena iniziata.




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venerdì 6 luglio 2018

I CLASSICI: LOGAN, E TU QUALE WOLVERINE SEI?

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2017
137'
Regia: James Mangold
Interpreti: Hugh Jackman, Patrick Stewart, Dafne Keen, Boyd Holbrook, Stephen Merchant, Richard E. Grant, Eriq La Salle.


2029: gli X-Men sono morti e i mutanti pressoché estinti.

Un barbuto e indebolito Logan (Jackman) campa facendo l'autista di limousine e si prende cura di un vecchissimo Professor Xavier (Stewart), affetto da demenza senile.

Le cose precipitano quando nella loro vita piombano all'improvviso una bambina ispanica molto particolare (Keen) e i malvagi Reavers che vogliono catturarla...






Chi è davvero Wolverine?
L'ultimo capitolo della trilogia dedicata all'artigliato canadese pare incentrarsi su questa domanda.
Ma è una domanda sbagliata.
Il vero quesito che bisogna porsi è: quale Wolverine è QUESTO?

Quello originale, protagonista dei primi capitoli della saga degli X-Men e delle precedenti pellicole "soliste"?
Quello della realtà alternativa di Giorni di un Futuro Passato?
Quello fugacemente comparso in X-Men: Apocalisse col nome di Arma X?

La partecipazione di Stewart e la presenza del personaggio di Calibano interpretato da un attore diverso rispetto a X-Men: Apocalisse farebbero propendere per la prima o la seconda ipotesi; la pressoché totale assenza di riferimenti alle pellicole precedenti e il drastico mutamento di stile e tono rispetto ad esse avvalorerebbero invece la terza.

La controversia è stata risolta da James Mangold: nessuna delle tre.
Per il regista, che aveva già firmato Wolverine-L'Immortale nel 2013, Logan è da considerarsi un episodio a sé stante, slegato dalla "continuità" della serie.






Quel che conta è che si tratti della nona e ultima volta di Hugh Jackman nel ruolo di Wolverine, dopo 17 lunghi anni, nonché dell'ultima apparizione come Professor Xavier da parte di Patrick Stewart.

Il primo in particolare offre un'interpretazione crepuscolare e sofferta, non dissimile da quella di Les Misérables con cui qualche anno fa si guadagnò il Golden Globe.
La sua assenza nei prossimi film della serie - è attualmente in produzione X-Men: Dark Phoenix, primo capitolo di una nuova trilogia - peserà come un macigno.

Forse verrà sostituito da Tom Hardy o forse no (l'ex Bane de Il Cavaliere Oscuro-Il Ritorno è già impegnato come protagonista di un'altra pellicola targata Marvel: l'attesa Venom), ma una cosa è certa: nessuno potrà mai interpretare Wolvie meglio di lui.

In Logan, il divo australiano dimostra una volta per tutte di essere nato per il ruolo.
Su tutte le scene, vale la pena ricordare almeno le violente battaglie tra il nostro eroe e il suo clone malvagio X-24 (interpretato - idea geniale - dallo stesso Jackman) e le sue interazioni con la piccola ma tutt'altro che indifesa X-23.






Domanda: che cosa manca allora al film per essere ricordato come uno dei più riusciti della saga?
Risposta: gli altri X-Men e un po' di umorismo.

L'assenza del resto del team è un vero peccato: almeno la Jean Grey di Famke Janssen avrebbe avuto un senso.
Per non dire del tono troppo serioso della sceneggiatura (nonostante ciò candidata all'Oscar): la storia forse lo richiedeva, ma Deadpool - giusto per nominare l'altra famosa co-produzione Marvel-Fox - è un'altra cosa.

Non è un caso infatti che nei cinema la proiezione di Logan sia stata preceduta dal divertente No Good Deed, cortometraggio dedicato proprio all'irriverente mercenario chiaccherone.
Un tentativo (riuscito) di alleggerire i toni del lungometraggio, altrimenti un po' troppo cupi.

Non rivedremo quindi più Hugh Jackman nelle vesti dell'eroe che lo ha reso celebre?
Mai dire mai: il nostro ha giurato e spergiurato, tuttavia ha lasciato aperta la porta ad un'eventuale collaborazione con gli Avengers (magari!) o ad una comparsata in un film di Deadpool.

Difficile che si realizzi la prima ipotesi, ma alla seconda ci siamo arrivati vicino (in Deadpool 2 Wolverine appare in immagini di repertorio, opportunamente modificate, da X-Men: Le Origini).

E se Logan non fosse l'ultimo capitolo della storia?




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lunedì 14 novembre 2016

MARVEL. X-MEN, MUTATIS MUTANTI

Dall'alto: il cast della 1a trilogia; il cast della 2a trilogia; una scena dell'ultimo film di Wolverine.  


La storia cinematografica della Marvel inizia all'alba del nuovo millennio.
Curiosamente, ciò non avviene con Spider-Man, i Fantastici Quattro o gli Avengers (ossia i personaggi più blasonati della casa editrice, che arriveranno dopo), bensì con gli X-Men.

Creati nel 1963 da Stan Lee (testi) e Jack Kirby (disegni), il gruppo di giovani mutanti guidati dal carismatico Professor X sono esseri speciali, emarginati in lotta per sopravvivere in un mondo che li odia e li teme.
Una chiara metafora di tutte le discriminazioni e le minoranze, quindi.

Partita come testata "secondaria" della Marvel Comics, quella degli X-Men comincia ad acquisire notorietà solo a partire dalla seconda metà degli anni 70, grazie allo sceneggiatore Chris Claremont che ne orchestra le storie per ben 16 anni.

Ma il ciclo più notevole è probabilmente quello degli anni 90, quando i personaggi sono presi in carico dagli scrittori Scott Lobdell e Fabian Nicieza (il creatore di Deadpool, ricordate?) e ai disegni si trovano superstar della matita come Jim Lee, Andy Kubert e Joe Madureira, solo per dirne alcuni.

Se la concorrente DC Comics aveva già sperimentato, con successo, le trasposizioni sul grande schermo (basti pensare al Superman con Christopher Reeve o al Batman di Tim Burton), la Marvel si era limitata ai cartoni animati e a qualche serie tv.
Ecco allora il 2000 diventare l'anno che segna un punto di svolta nella storia del cinema supereroistico.






X-Men (2000)


Il trailer di X-Men.

Il budget è buono, ma non ancora stratosferico. Un valido regista dietro la cinepresa (Bryan Singer, reduce dal successo de I Soliti Sospetti) e un cast di tutto rispetto: se la scelta di Patrick Stewart come Xavier è un po' scontata, quella di Ian McKellen come Magneto è geniale (l'attore inglese diventerà poi un idolo impersonando il mago Gandalf nella saga della Terra di Mezzo).

Ma l'unico a diventare un vero divo è l'allora sconosciuto Hugh Jackman: Wolverine rimane il suo ruolo della vita, benché abbia dimostrato le proprie qualità in altri film, a partire da Les Misérables che gli ha permesso di vincere un Golden Globe.


X-Men 2 (2003)


Il trailer di X-Men 2.

Con più mezzi a disposizione, Singer e soci danno vita a una pellicola meno divertente rispetto alla precedente, ma più coesa. La trama non è più un pretesto per presentare i personaggi e il nerboruto Wolverine/Jackman è sempre più il protagonista.
Probabilmente il capitolo migliore della prima trilogia.


X-Men: Conflitto Finale (2006)


Il trailer di X-Men: Conflitto Finale.

Il timone passa da Singer (impegnato nello sfortunato reboot di Superman) al più rozzo Brett Ratner, e la differenza si sente: questo è senza dubbio l'episodio meno riuscito della serie.
I personaggi annaspano in cerca di un copione e lo spettatore non può che rimanere deluso.






X-Men: L'Inizio (2011)


Il trailer di X-Men: L'Inizio.

Per far ripartire la serie, la Marvel si immagina un prequel: le avventure dei giovani Magneto (Michael Fassbender, quello di Hunger e 12 Anni Schiavo) e Xavier (il James McAvoy di The Disappearance of Eleanor Rigby).
Il nuovo regista è il britannico Matthew Vaughn, tra gli sceneggiatori troviamo Zack Stentz (vedi The Flash) e il risultato è al di sopra delle aspettative.
Jackman ricompare in un breve e divertente cammeo.


X-Men: Giorni di un Futuro Passato (2014)


Il trailer di X-Men: Giorni di un Futuro Passato.

Singer ritorna in cabina di regia per aggiustare le incongruenze di Conflitto Finale. L'idea geniale è unire il "vecchio" cast a quello "giovane" attraverso un escamotage narrativo: Wolvie (sempre lui!) deve tornare indietro nel tempo per salvare i mutanti del futuro.
Uno dei film migliori della serie.


X-Men: Apocalisse (2016)


Il trailer di X-Men: Apocalisse.

Per i dettagli, rimandiamo alla nostra recensione.
Singer chiude la seconda trilogia con un'opera altamente spettacolare, purtroppo complicata dallo sconvolgimento temporale del film precedente.
Del cast originale è rimasto il solito Jackman che appare brevemente come Arma X, una specie di "versione alternativa" di Wolverine.


Wolverine (2009-2013-2017)


Il trailer di X-Men Le Origini: Wolverine.

Il trailer di Wolverine-L'Immortale.

Il trailer di Logan.

Il canadese artigliato è l'unico personaggio a bucare davvero lo schermo: ecco perché gli sono state dedicate 3 pellicole "soliste".
Le prime due sono senza infamia e senza lode: X-Men Le Origini: Wolverine (2009, regia di Gavin Hood) è un altro prequel; Wolverine-L'Immortale (2013, regia di James Mangold) vede il rapido ritorno della bella Famke Janssen nei panni di Jean Grey.

L'ultimo capitolo della trilogia spin-off uscirà l'anno prossimo: in Logan, ancora diretto da Mangold. Jackman interpreta il personaggio per la nona - e ultima - volta in 17 anni (un vero record!).


In attesa dall'annunciato - e tutt'altro che necessario - reboot, la serie dedicata al gruppo mutante finisce qui.
Comunque un bel successo per quelli che una volta erano solo personaggi "secondari"...




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martedì 10 febbraio 2015

THE THEORY OF EVERYTHING, PER AMARE NON CI VUOLE UNA SCIENZA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

Regno Unito, 2014
123'
Regia: James Marsh
Interpreti: Eddie Redmayne, Felicity Jones, Charlie Cox, David Thewlis, Emily Watson, Stephen Hawking (voce).


Stephen Hawking - fisico, matematico, cosmologo, astrofisico britannico - è probabilmente lo scienziato vivente più famoso e conosciuto del mondo, per almeno due ragioni.
La prima è di sicuro la sua immagine pubblica: malato di SLA dall'età di 21 anni (ma più probabilmente di atrofia muscolare progressiva), è costretto all'immobilità e a parlare tramite un sintetizzatore vocale.

L'altra ragione è rappresentata dalle sue teorie innovative: dallo Stato di Hartle-Hawking (secondo cui l'universo non avrebbe confini) alla Radiazione di Hawking (ossia la scoperta che i buchi neri emettono calore), passando per il multiverso (ipotesi che prevede l'esistenza di universi alternativi e paralleli al nostro).

Come tutti i biopic che si rispettino, la vicenda è raccontata con uno schema classico e rodato: giovinezza-amore-successo, poi tragedia-lotta-affermazione, infine complicazioni-risoluzione-lieto fine, non senza qualche sorpresa lungo il cammino.

La Teoria del Tutto, uscito da pochissimo nelle sale e candidato dall'Academy a 5 statuette (esattamente come Whiplash, Foxcatcher e Interstellar), è tratto dal libro autobiografico di Jane Wilde, prima moglie di Hawkins.
E come tutti i biopic che si rispettino, è sviluppato secondo uno schema classico e rodato: giovinezza-amore-successo, poi tragedia-lotta-affermazione, infine complicazioni-risoluzione-lieto fine.

Se l'Oscar per il miglior film - dovendo competere contemporaneamente con Birdman, Boyhood e Grand Budapest Hotel - sarà difficile da conquistare, per quelli relativi a miglior sceneggiatura e colonna sonora le possibilità sono più numerose.

Ma il piatto forte della pellicola sono le interpretazioni: non a caso i due protagonisti - Eddie Redmayne e Felicity Jones - sono entrambi candidati.
Il primo, apprezzato attore teatrale, era nel supercast di Les Misérables (nella parte di Marius), ma è questo ruolo che lo ha reso famoso e gli ha fatto vincere numerosi riconoscimenti, come il Golden Globe per il miglior attore drammatico.

La sua trasformazione in Hawking è impressionante e credibile, frutto di un lungo e complicato lavoro di preparazione fisica e studio delle espressioni facciali.
È lui il più insidioso rivale di Michael Keaton nella conquista della statuetta per la migliore interpretazione maschile, forte anche del debole che tradizionalmente l'Academy ha per i personaggi con disabilità dotati di talento (si veda, a titolo di esempio, Rain Man e Il Mio Piede Sinistro, i cui protagonisti - rispettivamente Dustin Hoffman e Daniel Day-Lewis - sono stati infatti premiati con l'Oscar).

Certamente è favorito sull'amico Benedict Cumberbatch - anch'esso presente nella stessa categoria - che, ironia della sorte, è stato il primo ad interpretare il celebre scienziato invalido (in un film per la Tv).

La seconda, nella parte di Jane Wilde, è invece il volto decisamente meno noto tra tutte le attrici nominate - l'altra non famosissima è la Rosamund Pike di Gone Girl, che però è stata Bond Girl in La Morte può attendere a fianco di Pierce Brosnan - ma è riuscita a spuntarla su Amy Adams (Big Eyes) e Jennifer Aniston (Cake).
La nomination quasi certamente non porterà all'Oscar - salvo clamorosi colpi di scena dovrebbe essere Julianne Moore ad aggiudicarselo - ma servirà comunque a farla conoscere e a darle opportunità: in questo film se la cava egregiamente e non sfigura accanto al bravo collega.

Oltre alla scelta del cast, apprezziamo il tocco con il quale il regista James Marsh e lo sceneggiatore Anthony McCarten hanno trattato la vicenda umana di Hawking: il rischio era di risultare lacrimevoli e pietistici.
Scampato pericolo: La Teoria del Tutto si fa vedere, senza risultare troppo pesante.

In fondo, più che la storia di un disabile, La Teoria del Tutto è una realistica storia d'amore (con colpo di scena finale).

PS: come il film suggerisce, Stephen Hawking è anche una persona dotata di grande umorismo e autoironia. A titolo di esempio, andatevi a guardare qui le sue apparizioni in Star Trek e I Simpson!

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venerdì 1 marzo 2013

OSCAR 2013. UOMINI CHE ODIANO JESSICA CHASTAIN?

Ben Affleck (regista) e George Clooney (produttore) con l'Oscar per il miglior film.  

L'elegantissima Jessica Chastain sul red carpet.  


Se c’è una cosa che le varie edizioni degli Academy Awards - volgarmente noti come Oscar - ci hanno insegnato, è che può succedere di tutto.

Capita così che quest’anno il regista del film uscito vincente dalla tenzone (Ben Affleck con Argo), non riceva l’Oscar per la miglior regia per il semplice fatto di essere stato escluso a priori dalla lista dei nominati, nonostante nel frattempo abbia vinto in quella categoria praticamente in tutte le competizioni analoghe.

Oppure capita che mastro Spielberg, partito favorito in virtù delle 12 nomination di Lincoln, si ritrovi sconfitto anche dal sopravvalutato Ang Lee, episodio che molti interpretano come un atto “politico” volto ad accontentare la potente lobby cinese.

Oppure che il superdivo George Clooney si porti a casa una statuetta senza aver recitato in alcuno dei film nominati (gli è spettata quella per il miglior film in qualità di produttore di Argo).

Oppure ancora capita che l’interprete più meritevole si veda soffiare l’Oscar tanto atteso dalla collega Jennifer Lawrence, carina e simpatica, ma ancora acerba quanto a recitazione.
A Jessica Chastain - attrice del momento e beniamina di CINEMA A BOMBA! - l’Academy ha tirato proprio un brutto scherzo. Oltretutto per la seconda volta consecutiva (vedi il post dell’anno scorso), e nonostante le lodi sperticate della critica.
Miopia o boicottaggio? A pensare male si fa peccato, ma…

Per il resto, i premi non hanno riservato grandi sorprese, confermando in sostanza l’esito dei Golden Globes, competizione che, a posteriori, ci pare sia stata più equa e corretta.
Tra le note di merito, sicuramente i 2 Oscar per Django Unchained: uno a Tarantino sceneggiatore (che fa il paio con quello conquistato anni or sono con Pulp Fiction), l’altro allo straordinario Christoph Waltz, cui la collaborazione con lo zio Quentin giova decisamente.

La statuetta a Daniel Day-Lewis per Lincoln è stata un’altra gradita conferma. Con questa, l’imbattibile attore irlandese sale a quota 3 ed entra nella storia: nessuno come lui, eccetto in teoria Jack Nicholson, che però ne ha vinta una da non protagonista.
Giusto anche il riconoscimento andato alla sottile Anne Hathaway, che in Les Misérables lascia il segno nonostante i pochi minuti di screen time.

Più di ogni altra cosa, di questa edizione rimarrà il sorriso e la sportività di quel simpatico guascone di Ben Affleck, interprete medio e cineasta di spessore, che quando qualcuno gli ha fatto notare quanto sia stata ingiusta la mancata nomination come miglior regista, ha risposto: "Perché nessuno dice la stessa cosa per quella come miglior attore?"
Non solo per l’autoironia, il vero vincitore è lui.

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martedì 26 febbraio 2013

OSCAR 2013. I VINCITORI

 
 
 
Dall'alto: Ben Affleck e i produttori di Argo (George Clooney è l'ultimo a destra) con l'Oscar per il miglior film; Ang Lee riceve dalle mani di Michael Douglas l'Oscar per la migliore regia per Vita di Pi; Daniel Day-Lewis (miglior attore protagonista), Jennifer Lawrence (miglior attrice protagonista), Anne Hathaway (migliore attrice non protagonista), Christoph Waltz (miglior attore non protagonista).


Grandi sorprese alla cerimonia di consegna dei premi Oscar 2013: molte delle previsioni fatte alla vigilia sono state stravolte da verdetti che, in certi casi, sono parsi del tutto inaspettati e/o hanno lasciato perplessi commentatori e pubblico (Argo miglior film senza la candidatura per la migliore regia, Ang Lee prevalente su Steven Spielberg, Jennifer Lawrence preferita a Jessica Chastain).

Nonostante i tanti colpi di scena, però, noi della redazione di CINEMA A BOMBA! siamo riusciti ad azzeccare 17 vincitori su 24 (e Fra ha vinto la sfida interna: 14 pronostici indovinati), come dimostra il nostro post precedente.
Non male, vista la difficoltà di predire quest'anno le scelte fatte dall'Academy.

In attesa della nostra analisi sui risultati, ecco tutti i trionfatori degli Oscar.


MIGLIOR FILM

Argo, regia di Ben Affleck
La premiazione.

MIGLIORE REGIA
Ang Lee - Vita di Pi (Life of Pi)
La premiazione.

MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA
Daniel Day-Lewis - Lincoln
La premiazione.

MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA
Jennifer Lawrence - Il lato positivo - Silver Linings Playbook
La premiazione.

MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA
Christoph Waltz - Django Unchained
La premiazione.

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA
Anne Hathaway - Les Misérables
La premiazione.

MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE
Brave (Ribelle-The Brave)
La premiazione.

MIGLIOR FILM STRANIERO
Amour - Austria
La premiazione.

MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE
Django Unchained - Quentin Tarantino
La premiazione.

MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
Argo - Chris Terrio
La premiazione.

MIGLIORE COLONNA SONORA
Vita di Pi - Mychael Danna
L'intervista dopo l'Oscar vinto.

MIGLIORE CANZONE
Skyfall da Skyfall - Musica di Adele Adkins e Paul Epworth, canto di Adele
L'esibizione durante la serata.

MIGLIOR FOTOGRAFIA
Claudio Miranda - Vita di Pi (Life of Pi)
La premiazione.

MIGLIORI SCENOGRAFIA E DESIGN
Rick Carter e Jim Erickson - Lincoln
Intervista dopo l'Oscar.

MIGLIOR MONTAGGIO
William Goldenberg - Argo
La premiazione.

MIGLIORI EFFETTI SPECIALI
Bill Westenhofer, Guillaume Rocheron, Erik-Jan De Boer e Donald R. Elliott - Vita di Pi (Life of Pi)
La premiazione.

MIGLIOR SONORO
Les Misérables - Andy Nelson, Mark Paterson e Simon Hayes
La premiazione.

MIGLIOR MONTAGGIO SONORO
Skyfall - Per Hallberg e Karen Baker Landers
Zero Dark Thirty - Paul N.J. Ottosson
La premiazione.

MIGLIORI COSTUMI
Anna Karenina - Jacqueline Durran
La premiazione.

MIGLIORI TRUCCO E ACCONCIATURA
Les Misérables - Lisa Westcott e Julie Dartnell
La premiazione.

MIGLIOR DOCUMENTARIO
Searching for Sugar Man
La premiazione.

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DOCUMENTARIO
Inocente - Sean Fine e Andrea Nix Fine
Articolo su La Stampa.

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO
Curfew - Shawn Christensen
Intervista al regista.

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DI ANIMAZIONE
Paperman - John Kahrs
Intervista al regista.

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