CINEMA A BOMBA!

venerdì 2 agosto 2024

I CLASSICI: L'ESORCISTA DEL PAPA, AL MIO SEGNALE... SPAVENTATE L'INFERNO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA/UK/Spagna, 2023
103'
Regia: Julius Avery
Interpreti: Russell Crowe, Daniel Zovatto, Alex Essoe, Franco Nero.


1987. Padre Gabriele Amorth (Crowe), ex partigiano diventato presbitero e poi esorcista ufficiale del Vaticano, viene mandato dal papa (Nero) in Spagna per risolvere un caso di possessione demoniaca.

La vittima da liberare è un bambino che si è da poco trasferito in un antico maniero insieme alla madre e alla sorella maggiore.
Ma la location non è casuale, come Gabriele scoprirà trovando l'accesso alle segrete...


Chissà che cosa avrebbe pensato il vero Gabriele Amorth di questo film, liberamente ispirato ad alcuni suoi libri autobiografici.
E chissà quale sarebbe stato il giudizio di William "Maestro" Friedkin, essendo palese la derivazione stilistica dal suo lungometraggio più noto, L'Esorcista.

I due, massimi esperti sull'argomento (uno nella realtà, l'altro nella finzione), si conobbero e divennero amici in tarda età, realizzarono insieme il documentario The Devil and Father Amorth, ma morirono entrambi prima di poter vedere questo biopic, uscito appena un anno fa.

Il primo, noto anche per alcune bizzarre esternazioni (arrivò ad affermare che Maurizio Crozza, lo yoga e Harry Potter sono emanazioni del Maligno!), era dotato di un certo senso dell'umorismo e avrebbe potuto trovare divertente questa narrazione romanzata della propria vita.
Il secondo, che abbiamo conosciuto e non era sempre tenero nei giudizi sulle altrui opere, probabilmente no.

La pellicola parte bene con un prologo a Tropea e un setting interessante, ma si sfilaccia strada facendo in un crescendo di cliché e inverosimiglianze che la fanno sprofondare a tratti nel ridicolo (involontario?) e - per quanto la durata sia contenuta - nella noia.
La convenzionalità della messa in scena viene però in parte riscattata dalla performance di due membri del cast.

Russell Crowe sembra preso benissimo e il suo divertimento è contagioso.
Imperdibile vederlo girare su una lambretta che sembra minuscola rispetto alla sua stazza e recitare con un fortissimo accento italiano, o addirittura direttamente in un italiano un po' stentato (il doppiaggio è buono, cosa purtroppo sempre più rara, ma per apprezzare al meglio la dimensione camp dell'opera è consigliata caldamente la versione originale).

Benché poco più di una comparsa, anche Franco Nero risulta incisivo: il suo personaggio, che forse è Giovanni Paolo II o forse no, si concede almeno un momento cult nel finale.
C'è da chiedersi piuttosto come mai, nonostante la sua lunghissima relazione con l'attrice brittanica Vanessa Redgrave, l'ex Django non abbia ancora imparato a parlare bene l'inglese.

Un po' Il Gladiatore (c'è pure un momento in cui il protagonista si staglia sul Colosseo) e un po' il succitato L'Esorcista, questo lungometraggio dovrebbe piacere molto ai fan di Crowe, che gigioneggia, fa battute ("Il Diavolo odia l'umorismo", dice il suo personaggio ad un certo punto), offre una recitazione a tratti anche intensa e in definitiva dà un senso ad una produzione che altrimenti non avrebbe molto di interessante da offrire.
È forse la sua migliore interpretazione da Les Misérables.

Occhio alla scena finale: suggerisce che L'Esorcista del Papa possa avere un seguito o addirittura trasformarsi in un franchise.
Non sarebbe spassoso vedere Russell mentre combatte i diavoli in giro per il mondo, magari stavolta brandendo un gladius insieme alla croce?

Ecco, a questa idea balzana il vero Padre Amorth nell'Aldilà potrebbe davvero farsi una grassa risata.


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domenica 25 giugno 2017

QUILIANO 2017. I TARANTINIANI, IL CINEMA ITALIANO CHE PIACE A ZIO QUENTIN

(Clicca sulla locandina per vedere il documentario). 

Italia, 2013
59'
Regia: Steve Della Casa, Maurizio Tedesco
Con: Sergio Leone, Tomas Milian, Tonino Valerii, Lamberto Bava, Barbara Bouchet, Franco Nero, Ruggero Deodato, Fernando Di Leo, Enzo G. Castellari.


Ah, Quentin Tarantino e il cinema italiano!

Il regista di Pulp Fiction, cineasta onnivoro e appassionato, non ha mai nascosto il proprio debole per le pellicole del nostro paese, in particolare quelle degli anni 70-80, che in America era possibile reperire solo nei videostore più forniti... Proprio come quello in cui lavorava il nostro prima di diventare il Re Mida di Hollywood.

I western spaghetti e i "poliziotteschi" di quegli anni hanno avuto una grossa influenza nel suo stile, tant'è che citazioni e omaggi più o meno espliciti si possono riscontrare in tutta o quasi la sua filmografia: da Kill Bill a Bastardi senza Gloria, da Dal Tramonto all'Alba (diretto da Robert Rodriguez ma scritto da Quentin) al Premio Oscar The Hateful Eight, passando ovviamente per il bellissimo Django Unchained, rifacimento apocrifo del classico Django di Sergio Corbucci con Franco Nero.

Steve Della Casa e Maurizio Tedesco, rispettivamente critico cinematografico e produttore/montatore, con I Tarantiniani - nel programma del recente Premio Quiliano Cinema - hanno cercato di riassumere in poco meno di un'ora le ragioni di un tale riconoscimento postumo dopo anni, se non decenni, in cui il cosiddetto "film di genere" era stato liquidato come un semplice prodotto di consumo.






Lo hanno fatto alternando filmati di repertorio (ad esempio quelli in cui compaiono Sergio Leone e Fernando Di Leo, da tempo scomparsi) a interviste più recenti, rinunciando all'uso della voce off (ottima scelta) e lasciando ai protagonisti di quegli anni il racconto di aneddoti, impressioni, ricordi.

Il risultato è forse nostalgico, ma né consolatorio né melenso: gli intervistati non si piangono addosso ricordando "i bei tempi andati", piuttosto riportano alla luce episodi poco noti con lucidità e spesso autoironia.
Il momento più divertente? Quello in cui il regista Enzo G. Castellari (Quel Maledetto Treno Blindato, Vado, l'Ammazzo e Torno) spiega il criterio secondo cui decideva i titoli dei propri film.

Resta la sensazione che quel tipo di cinema, almeno in Italia, non torni più: lo aveva già dichiarato lo stesso Tarantino qualche anno fa, sollevando un polverone.
Ma è davvero così?

Qualche segnale incoraggiante c'è stato: dopo anni di prodotti di qualità desolante, negli ultimi tempi si sono fatte strada pellicole di buon livello, a cominciare dall'interessante Lo Chiamavano Jeeg Robot dello scorso anno.

Solo semplici omaggi al defunto film di genere o avvisaglie di un nuovo corso? Solo il tempo ce lo dirà.
Forza, cinema italiano: Quentin è con te, e così tutti noi.




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venerdì 25 gennaio 2013

DJANGO UNCHAINED, SPAGHETTI AL SUGO TARANTINO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2012
165'
Regia: Quentin Tarantino
Interpreti: Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson, Kerry Washington, James Remar, Don Johnson, Russ Tamblyn, Tom Savini, Michael Parks, Robert Carradine, Bruce Dern, Quentin Tarantino, Franco Nero.


Lo schiavo Django (Foxx) viene liberato dal dentista/pistolero Dr. Schultz (Waltz). Insieme pianificano la liberazione della moglie del primo (Washington), prigioniera del perfido latifondista Calvin Candie (DiCaprio).
Il che, come è facile immaginare, non sarà affatto semplice e si concluderà con un abbondante spargimento di sangue.

Fino ad oggi la carriera di Tarantino si poteva grossolanamente separare in due parti: gli anni 90 e gli anni successivi al 2000, con Kill Bill come spartiacque.
Nella prima il nostro girava film d'autore mascherati da film di genere, nella seconda ha preso a girare film di genere mascherandoli da film d'autore.

Django Unchained, primo cimento di Quentin nel western (ma elementi tipici del genere si possono riconoscere in tutta la sua filmografia, specie la più recente; ricordiamo, però, la sua comparsata attoriale in un altro omaggio al pistolero corbucciano, il giapponese Sukiyaki Western Django), rappresenta una terza via.
Il creatore di Pulp Fiction ritrova la forma degli esordi, riuscendo a divertire divertendosi, senza tuttavia porsi limiti di creatività e fantasia.

Quello di Tarantino è un cinema che ritorna sempre a se stesso, nutrendosi continuamente di citazioni (soprattutto gli spaghetti western di Sergio Leone e ovviamente di Sergio Corbucci - in Django Unchained, pure nella colonna sonora: ci sono musiche di Ennio Morricone, che ha collaborato altresì con il brano Ancora qui, composto apposta per il film e cantato da Elisa - ma anche quelli tradizionali e i blaxploitation) e autocitazioni (Waltz che racconta la leggenda di Sigfrido a un rapito Foxx ricalca una scena quasi identica di Kill Bill in cui David Carradine fa lo stesso con Uma Thurman).

Con meno tempi morti rispetto alle sue ultime opere (merito del nuovo montatore Fred Raskin?), il regista italo-americano ci accompagna in più di 2 ore e mezza di violenza e sparatorie alternate e spesso accompagnate da battute e gag irresistibili.

Impossibile non citare sequenze di straordinaria comicità come quella dei membri del KKK alle prese con cappucci scomodi (ecco il video!) o quella dei due protagonisti che affrontano il marshall di una cittadina cui hanno appena ucciso lo sceriffo.

In ambito recitativo il superbo attore austriaco Christoph Waltz fa la parte del mattatore, rubando la scena a tutti e prenotandosi per un secondo Oscar dopo quello conquistato per il precedente film di Quentin, Bastardi Senza Gloria.

Per i cinefili è anche uno spasso cercare di riconoscere tutti gli ospiti di eccezione che spuntano qua e là nella pellicola: da Don Johnson vestito di colori pastello come in Miami Vice al vecchio Bruce Dern in versione laido schiavista, dal leggendario truccatore Tom Savini allo stesso Tarantino che si concede un'uscita di scena esplosiva, per non parlare del mitico Franco Nero, che compare giusto il tempo per fare con Jamie Foxx un passaggio di testimone da applausi (clicca qui).

Per la cronaca: noi di CINEMA A BOMBA! abbiamo riconosciuto tutte le guest star, compreso Ted Neeley, il Gesù di Jesus Christ Superstar, ma purtroppo non Robert Carradine, che ci è sfuggito; sapete dirci dov'era?

Django Unchained non è solo una grande opera di intrattenimento e una geniale parabola antirazzista: è anche un atto d'amore nei confronti di un certo cinema italiano che non siamo più in grado di fare, intossicati come siamo di muccinate e cinepanettoni.

Che questa sia la spinta giusta per ritornare a fare film di genere innovativi e apprezzati?

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