CINEMA A BOMBA!

mercoledì 29 maggio 2019

CANNES 2019. PREMI A CASACCIO (MA OTTIMA SELEZIONE)

Dall'alto: il messicano Alejandro G. Iñárritu indica il sudcoreano Bong Joon-Ho e lo spagnolo Antonio Banderas; l'inglese Ken Loach sembra perplesso. 


Scorrendo l'elenco completo dei vincitori della 72a edizione del Festival di Cannes, viene da chiedersi che cosa si siano fumati Alejandro G. Iñárritu e soci.

La giuria capitanata dal plurioscarizzato regista di Birdman e The Revenant ha sovvertito - con poche eccezioni - ogni pronostico, dando la netta impressione di aver assegnato i premi un po' a casaccio.

Certo, incensare un film asiatico è un trend immortale per ogni festival internazionale.
E assegnare uno o più contentini ai padroni di casa - oppure a qualche pellicola francofona, tanto per stare sul sicuro - è quasi una regola, a Cannes.






Questo spiegherebbe i riconoscimenti assegnati a Young Amhed di quegli allegroni dei fratelli Dardenne (miglior regia), ad Atlantics (Gran Premio della Giuria; prima vittoria di una regista nera, in qualsiasi categoria, in oltre 7 decenni di Festival!), a Portrait of a Lady on Fire (miglior sceneggiatura) e a Les Misérables (Premio della Giuria; niente a che vedere con l'omonimo musical).

Oltre ovviamente all'ambita Palma d'Oro finita nelle mani del regista di Parasite, il sudcoreano Bong Joon-Ho.

Gli unici premi ragionati sembrano essere quelli per gli interpreti (Emily Beecham per Little Joe e il redivivo Antonio Banderas per Pain and Glory) e quello della Giuria conquistato dal bizzarro western Bacurau (a conferma della buona salute del cinema brasiliano: ricordate Tropa de Elite?).

Niente ai big: il più sconfitto - Banderas a parte - è lo spagnolo Pedro Almodovar, favoritissimo alla vigilia.
Una terza Palma d'Oro al britannico Ken Loach (dopo Il Vento che Accarezza l'Erba nel 2006 e I, Daniel Blake 10 anni dopo) forse è stata giudicata eccessiva, mentre al texano Terrence Malick è stata probabilmente fatta pagare qualche velleità arty di alcune sue pellicole precedenti (vedere ad esempio To The Wonder e Knight of Cups).

Neppure il nostro Marco Bellocchio con Il Traditore ha fatto breccia nel cuore dei giurati.
Può essere che il tema dei pentiti di mafia sia un argomento scomodo pure dall'altra parte delle Alpi...






E Quentin Tarantino?
Il suo nuovo lungometraggio C'era una Volta a Hollywood, personale omaggio alla Los Angeles degli anni 60, ha ricevuto nel complesso critiche più che positive (merito anche dell'accoppiata DiCaprio-Pitt, "il più eccitante duo cinematografico dopo Redford-Newman", a detta del regista), ma non ha incassato alcun premio.

Tutto da buttare, allora? Niente affatto.
Sorvolando sull'assurda guerra a Netflix, il direttore artistico Therry Frémaux non ha sbagliato un colpo, accaparrandosi una rosa di pellicole di altissimo livello che alla Croisette mancava da anni.
Questa volta la Mostra del Cinema di Venezia avrà serie difficoltà a rispondere a tono.

Bocciata la Giuria, promossa la kermesse.
Per il secondo match, l'appuntamento è tra pochi mesi in Laguna...




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domenica 25 giugno 2017

QUILIANO 2017. I TARANTINIANI, IL CINEMA ITALIANO CHE PIACE A ZIO QUENTIN

(Clicca sulla locandina per vedere il documentario). 

Italia, 2013
59'
Regia: Steve Della Casa, Maurizio Tedesco
Con: Sergio Leone, Tomas Milian, Tonino Valerii, Lamberto Bava, Barbara Bouchet, Franco Nero, Ruggero Deodato, Fernando Di Leo, Enzo G. Castellari.


Ah, Quentin Tarantino e il cinema italiano!

Il regista di Pulp Fiction, cineasta onnivoro e appassionato, non ha mai nascosto il proprio debole per le pellicole del nostro paese, in particolare quelle degli anni 70-80, che in America era possibile reperire solo nei videostore più forniti... Proprio come quello in cui lavorava il nostro prima di diventare il Re Mida di Hollywood.

I western spaghetti e i "poliziotteschi" di quegli anni hanno avuto una grossa influenza nel suo stile, tant'è che citazioni e omaggi più o meno espliciti si possono riscontrare in tutta o quasi la sua filmografia: da Kill Bill a Bastardi senza Gloria, da Dal Tramonto all'Alba (diretto da Robert Rodriguez ma scritto da Quentin) al Premio Oscar The Hateful Eight, passando ovviamente per il bellissimo Django Unchained, rifacimento apocrifo del classico Django di Sergio Corbucci con Franco Nero.

Steve Della Casa e Maurizio Tedesco, rispettivamente critico cinematografico e produttore/montatore, con I Tarantiniani - nel programma del recente Premio Quiliano Cinema - hanno cercato di riassumere in poco meno di un'ora le ragioni di un tale riconoscimento postumo dopo anni, se non decenni, in cui il cosiddetto "film di genere" era stato liquidato come un semplice prodotto di consumo.






Lo hanno fatto alternando filmati di repertorio (ad esempio quelli in cui compaiono Sergio Leone e Fernando Di Leo, da tempo scomparsi) a interviste più recenti, rinunciando all'uso della voce off (ottima scelta) e lasciando ai protagonisti di quegli anni il racconto di aneddoti, impressioni, ricordi.

Il risultato è forse nostalgico, ma né consolatorio né melenso: gli intervistati non si piangono addosso ricordando "i bei tempi andati", piuttosto riportano alla luce episodi poco noti con lucidità e spesso autoironia.
Il momento più divertente? Quello in cui il regista Enzo G. Castellari (Quel Maledetto Treno Blindato, Vado, l'Ammazzo e Torno) spiega il criterio secondo cui decideva i titoli dei propri film.

Resta la sensazione che quel tipo di cinema, almeno in Italia, non torni più: lo aveva già dichiarato lo stesso Tarantino qualche anno fa, sollevando un polverone.
Ma è davvero così?

Qualche segnale incoraggiante c'è stato: dopo anni di prodotti di qualità desolante, negli ultimi tempi si sono fatte strada pellicole di buon livello, a cominciare dall'interessante Lo Chiamavano Jeeg Robot dello scorso anno.

Solo semplici omaggi al defunto film di genere o avvisaglie di un nuovo corso? Solo il tempo ce lo dirà.
Forza, cinema italiano: Quentin è con te, e così tutti noi.




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mercoledì 19 ottobre 2016

I CORTI: ZERO, VEDO LA GENTE CHE FLUTTUA

(Clicca sulla locandina per vedere il corto). 

USA/Spagna, 2015
29'
Regia: David Victori
Interpreti: Ryan Eggold, Felix Avitia, David Atkinson.


Un uomo, rimasto vedovo, cerca con difficoltà di conciliare lavoro e doveri di padre.
Il figlio, orfano, non si dà pace per la morte della madre.
I due vivono un rapporto complicato, chiusi come sono nel proprio dolore.

Un giorno, senza alcuna apparente ragione, la forza di gravità va e viene in modo intermittente.
Il mondo sta forse collassando e ci stiamo avvicinando alla sua fine?

Correva l'anno 2012.
YouTube e la compagnia aerea Emirates hanno lanciato un concorso per cortometraggi riservato a cineasti emergenti.
Dopo una lunga selezione, sono stati scelti 10 finalisti che hanno visto il proprio lavoro proiettato nel contesto della 69a Mostra di Venezia.

Alla fine è stato proclamato un vincitore, al quale è stato assegnato un premio di 500.000 dollari, utile per sviluppare un progetto in collaborazione con Ridley Scott e Michael Fassbender nei panni di produttori esecutivi per conto di YouTube.

Ad aggiudicarsi la vincita è stato il catalano David Victori con La Culpa, che noi di CINEMA A BOMBA! abbiamo visto, apprezzato e recensito.






Il futuro regista di The Martian e il divo - vincitore della Coppa Volpi 2011, bi-candidato all'Oscar nel 2014 per 12 Anni Schiavo e nel 2016 per Steve Jobs, protagonista di 300, Hunger, X-Men:Apocalisse - non si sono poi tirati indietro e, a distanza di tre anni, il successivo progetto si è concretizzato.

Come conferma questo nuovo corto, Victori è un autore che tende al metafisico: la trama e gli (ottimi) effetti speciali sono secondari al significato che sottendono.
A prescindere dal genere, thriller o fantascienza che sia, ciò che conta sono le relazioni tra i personaggi, gli interrogativi che essi si pongono, le risposte - per quanto sibilline - con cui sono chiamati a confrontarsi.

Qui non siamo nello spazio e non c'è Sandra Bullock come in Gravity, ma i temi della perdita, dell'abbandono e - ovviamente - della mancanza di gravità (quindi, metaforicamente, di certezze) li ritroviamo anche qui.

Come ne La Culpa, anche in Zero viene lasciata aperta la porta della speranza: l'uomo (l'umanità?) può ancora arrivare alla redenzione, se si rende capace di perdonare.

L'unico rimedio alla solitudine sembra essere la solidarietà.
E se per non andare alla deriva bastasse prendersi per mano?






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martedì 14 giugno 2016

I CLASSICI: THE MARTIAN, NON CHIAMATELO SPIN-OFF

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2015
141'
Regia: Ridley Scott
Interpreti: Matt Damon, Jessica Chastain, Chiwetel Ejiofor, Jeff Daniels, Michael Peña, Kate Mara, Kristen Wiig, Mackenzie Davis, Sebastian Stan, Sean Bean, Donald Glover.


Abbandonato dalla propria squadra perché ritenuto morto dopo un incidente causato da una terribile tempesta, un astronauta (Damon) si ritrova da solo sul pianeta Marte.
Dovrà cercare di sopravvivere coi pochi mezzi di cui dispone, in attesa che la Nasa organizzi una nuova spedizione per andare a recuperarlo.

Spazio, astronavi, Jessica Chastain, Matt Damon disperso in un pianeta lontano...
Calma, calma: nonostante tutte queste cose in comune, non si tratta di uno spin-off di Interstellar, il capolavoro cosmo-filosofico diretto da Christopher Nolan (quello di Memento, Inception e della trilogia di Batman con Christian Bale).

Ridley Scott - che di fantascienza se ne intende, avendo diretto Alien e Blade Runner - è stato molto chiaro fin da subito: se il film con Matthew McConaughey, pur fisicamente abbastanza accurato, poteva permettersi qualche forzatura scientifica, The Martian-Sopravvissuto avrebbe dovuto essere il più credibile possibile.

Il regista ha lavorato con tecnici e consulenti della NASA per ogni aspetto della pellicola, curandone ogni dettaglio e assicurandosi che la storia - benché inventata - risultasse non solo verosimile, ma realistica.
Siamo quindi molto lontani dall'epica fantastica di Star Wars e dintorni, dalle baracconate trash stile Iron Sky, ma anche dai suoi precedenti lavori sci-fi.

Le sfide che Scott si è trovato ad affrontare non erano delle più semplici: parlare di scienza senza risultare noioso, incentrare la trama principalmente su un solo personaggio sperduto in un pianeta dove non c'è nulla, riguadagnare pubblico dopo troppi anni di flop commerciali.

Questa volta ha fatto centro.
Nonostante l'argomento, The Martian ha un buon ritmo e riesce a stemperare con riuscitissimi - e divertenti - momenti di alleggerimento un tema di per sé piuttosto angoscioso: il dramma di un uomo abbandonato da tutti a parecchi milioni di chilometri di distanza dalla salvezza.

Certo, il tono è più leggero di Interstellar - più malinconico ed emotivamente coinvolgente - e mancano le ambiziose allegorie che rischiavano di far ingolfare l'opera di Nolan: il film di Scott risulta meno impegnativo da seguire (non solo perché dura una mezz'oretta di meno) e più intrattenente.

Merito di una regia esperta e scafata, di una sceneggiatura molto brillante, di effetti speciali efficaci e non invadenti e di un cast davvero azzeccato.

Beh, di Jessica Chastain i nostri lettori sanno già che è una nostra pupilla (fatevi un'idea guardando qui): di un'attrice così brava non smetteremo mai di fare le lodi.

Matt Damon offre un'interpretazione convincente e riesce a reggere il peso di un personaggio che compare praticamente da solo per quasi tutta la durata del film.
È simpatico e il pubblico trepida e patteggia per lui, proprio come in Will Hunting-Genio Ribelle.

Chiwetel Ejiofor lo avevamo già apprezzato in 12 Anni Schiavo, ma qui compare troppo poco. Peccato.

Jeff Daniels riscatta con un ruolo serio il disastroso Scemo & + Scemo 2, mentre Donald Glover della serie Tv Community ruba il ruolo di comprimario "comico" alla solitamente pimpante Kristen Wiig, prossima protagonista del controverso reboot in chiave femminile di Ghostbuster.

Bene anche gli altri: il caratterista Michael Peña, la Kate Mara di House of Cards, la biondina canadese Mackenzie Davies, il Sebastian Stan già Soldato d'Inverno in Captain America: Civil War e il popolare Sean Bean.

Alla fine i risultati hanno confermato la pellicola come una delle più riuscite della stagione: grande successo al botteghino, critiche positive, 2 Golden Globe e 7 nomination agli Oscar 2016 (miglior film, Matt Damon come attore protagonista, sceneggiatura non originale, scenografia, sonoro, montaggio sonoro, effetti speciali) - sebbene poi alla fine non abbia ricevuto alcuna statuetta.

E un ritorno in grande stile del buon Ridley, che potrebbe sfatare il detto popolare "Né di Venere né di Marte non si arriva né si parte".
Chissà che proprio dal Pianeta Rosso non inizi invece un altro periodo ricco di soddisfazioni e successi...




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martedì 24 maggio 2016

CANNES 2016. QUALCOSA E' ANDATO STORTO

Dall'alto: Ken Loach esulta per la Palma d'Oro assegnata a I, Daniel Blake; i due registi premiati ex aequo, Olivier Assayas (a sinistra) e Cristian Mungiu (a destra), rispettivamente per Personal Shopper e Bacalaureat; una raggiante Andrea Arnold con il Premio della Giuria ottenuto da American Honey


Scorrendo il programma di questo 69° Festival di Cannes, si potevano avere non poche aspettative.
Il Presidente Gilles Jacob e il Direttore Artistico Thierry Frémaux erano riusciti a ottenere dei titoli di rilievo, non pochi autori di fama e qualche divo di richiamo.

Sembrava l'occasione propizia per ridare slancio ai grandi eventi cinematografici in declino (vedere il nostro post di commento), invece qualcosa è andato storto.
Il problema, come troppo spesso è capitato in questi anni, è l'assegnazione dei premi.

La Giuria guidata dall'australiano George Miller (il visionario autore di Mad Max: Fury Road, vincitore morale degli ultimi Oscar) non ha fatto scelte imperdonabili, ma la sensazione è che avrebbe potuto osare di più.

Nulla da eccepire sulla Palma d'Oro a Ken Loach: coadiuvato come sempre dal fido Paul Laverty (avvocato progressista con l'hobby della sceneggiatura), l'anziano cineasta inglese ha conquistato il premio più ambito con I, Daniel Blake, storia di un uomo vittima della burocrazia ed ennesimo capitolo di una carriera tutta dedicata all'impegno civile.

Semmai fanno storcere il naso le assegnazioni delle altre categorie, a partire dalla miglior regia andata ex aequo (e basta con questo cerchiobottismo!) al rumeno Cristian Mungiu e al francese Olivier Assayas.

Un contentino ai padroni di casa? Il sospetto c'è - ed è più di un sospetto, quasi una regola non scritta.
Se poi il premiato è un'ex critico dei Cahiers du cinéma, idolo in patria e abitué del Festival...

Per quel che riguarda l'altro cineasta gratificato, beh non possiamo certo parlare di novità: il suo 4 Mesi, 3 Settimane, 2 Giorni gli valse la Palma d'Oro nel 2007, il successivo Racconti dell'Età dell'Oro (2009) era stato presentato nella sezione Un Certain Regard, mentre nel 2012 Oltre le Colline aveva ottenuto due riconoscimenti (per la sceneggiatura allo stesso Mungiu e a pari merito alle due attrici protagoniste).

Anche il canadese (francofono) Xavier Dolan è avezzo alla Croisette, essendo stato premiato due anni fa e avendo fatto parte della Giuria lo scorso anno.
Gli si poteva negare un riconoscimento? Ecco servito il Grand Prix.

Addirittura doppio premio a Forushande-The Salesman dell'iraniano Asghar Farhadi, autore di Una Separazione che nel 2012 aveva vinto sia il Golden Globe sia l'Oscar.
Miglior sceneggiatura e miglior attore (Shahab Hosseini): troppa grazia.

Infine, miglior attrice la filippina Jaclyn Jose - lasciamole il beneficio del dubbio, ma onorare i film asiatici ai festival fa sempre figo - e Premio della Giuria ad American Honey di Andrea Arnold.
In trasferta Oltreoceano, la regista inglese di Cime Tempestose (alla cui anteprima eravamo presenti anche noi, ricordate?) ha diretto una delle pellicole che ha convinto di più, ma si è dovuta accontentare di un riconoscimento minore.

Sono rimasti fuori gli americani Jeff Nichols (di cui avevamo apprezzato assai i precedenti Take Shelter e Mud) e Sean Penn (l'attore di The Tree of Life non è piaciuto - eufemisticamente - come regista di The Last Face), ma i due non erano molto accreditati per un posto nel palmarès.

Maggiori possibilità aveva, alla vigilia, il connazionale Jim Jarmusch: il suo Paterson ha ricevuto molti apprezzamenti, così come l'interpretazione del suo protagonista, Adam Driver (per i più, il Kylo Ren di Star Wars-Il Risveglio della Forza; per i cinefili, il vincitore della Coppa Volpi a Venezia 2014).

A bocca asciutta anche dei pezzi grossi del calibro dei belgi fratelli Dardenne - in passato, due Palme d'Oro (Rosetta del 1999 e L'Enfant nel 2005), un premio per la sceneggiatura nel 2008 (Il Matrimonio di Lorna) e un Grand Prix Speciale della Giuria nel 2011 (per Il Ragazzo con la Bicicletta) - e dello spagnolo Pedro Almodóvar - il suo Julieta, già proiettato in patria, è stato un flop.

Qualche considerazione a parte meritano due autori "scandalosi".

Paul Verhoeven è ricordato per pellicole cult quali RoboCop (1987), Atto di Forza (1990), Basic Instinct (1992), Starship Troopers (1997).
Sulla Croisette ha portato Elle, una storia di sesso-e-violenza che però ha messo in mostra più il talento recitativo della solita ottima Isabelle Huppert che le sue capacità registiche.
Ci aspettiamo di meglio da lui, in futuro.

Idem per Nicolas Winding Refn: del cineasta danese avevamo apprezzato Bronson (2008) e soprattutto Drive (2011).
Dopo il deludente Only God Forgives (in concorso a Cannes 2013) speravamo si richiappasse un po' con The Neon Demon.
Macché...

Alla vigilia della consegna dei premi molti davano per vincente un'opera che inizialmente era stata selezionata nella sezione Un Certain Regard, salvo poi essere ammessa all'ultimo nella selezione ufficiale: Toni Erdmann, farsa diretta dalla tedesca Maren Ade.

È lei la vincitrice morale di questa edizione: peccato che la Giuria non abbia avuto il coraggio di premiare il doppio genere - quello della commedia e quello femminile, così inspiegabilmente poco rappresentati nelle premiazioni cinematografiche.

L'impressione finale è che di Cannes 2016, in fondo, rimarranno troppo presto dei ricordi sbiaditi.

Tutt'al più ci si rammenterà di opere fuori concorso o in sezioni secondarie: Il Gigante Gentile di Steven Spielberg con Mark Rylance, The Nice Guys di Shane Black con la coppia Russell Crowe-Ryan Gosling, Café Society di Woody Allen con Kristen Stewart e Jesse Eisenberg, Money Monster di Jodie Foster con George Clooney, Julia Roberts e Jack O'Connell, Captain Fantastic di Matt Ross con Viggo Mortensen, il cartone animato La Tartaruga Rossa, il documentario Gimme Danger di Jim Jarmusch e non molti altri.

Viste le premesse, un po' poco.
Quel dommage...




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giovedì 12 maggio 2016

CANNES 2016. IL RITORNO DEI FESTIVAL?

Il manifesto del 69° Festival di Cannes. 


Chissà se Gilles Jacob e Thierry Frémaux - rispettivamente Presidente e Direttore Generale del Festival di Cannes - hanno letto il nostro post di settembre dedicato all'obsolescenza delle grandi kermesse cinematografiche (lasciatecelo pensare, s'il vous plaît).

Fatto sta che dopo qualche annata veramente a ribasso, compresa quella scorsa, i due sono corsi ai ripari offrendoci un programma che - almeno sulla carta - è da leccarsi i baffi.

Scorrendo l'elenco dei film in concorso e non, quest'anno sembra essercene per tutti i gusti.

Si parte con l'immancabile Woody Allen, che apre i 10 giorni di proiezioni con la sua nuova commedia Café Society, prima collaborazione del regista di Magic in the Moonlight col nostro Vittorio Storaro, direttore di fotografia di capolavori come Apocalypse Now, L'Ultimo Imperatore e Dick Tracy.
Nel cast la prezzemolina da Croisette Kristen Stewart e il Jesse Eisenberg di Batman v Superman: Dawn of Justice.

Sempre fuori concorso segnaliamo un tris d'assi davvero notevole.

Il Gigante Gentile è il ritorno del grande Steven Spielberg al genere fantastico e il suo secondo film consecutivo con Mark Rylance dopo l'acclamato Il Ponte delle Spie, che pochi mesi fa ha portato l'attore inglese a vincere un Oscar tanto inaspettato quanto meritato.

In Money Monster rivedremo George Clooney nella doppia veste di protagonista e produttore.
Con Julia Roberts e l'emergente Jack O'Connell al suo fianco, e Jodie Foster dietro la cinepresa, il superdivo ci presenta un thriller che sembra essere molto critico nei confronti del mezzo televisivo e del mondo della finanza.

The Nice Guys rappresenta invece l'anima scanzonata della rassegna: lo sceneggiatore battutaro per eccellenza Shane Black (Arma Letale, L'Ultimo Boy Scout) dirige la strana coppia formata da Russell Crowe e Ryan Gosling - con la Kim Basinger di Batman come terza incomoda - in una commedia thriller che probabilmente strapperà più di una risata.

Nelle sezioni cosiddette collaterali troviamo le uniche pellicole italiane presenti quest'anno in Costa Azzurra: l' anno scorso solo in concorso ce n'erano addirittura tre - Youth-La Giovinezza di Paolo Sorrentino, Mia Madre di Nanni Moretti e Il Racconto dei Racconti di Matteo Garrone.

Sono:
il drammatico Pericle Il Nero di Stefano Mordini con Riccardo Scamarcio, tratto dall'omonimo romanzo di Giuseppe Ferrandino;
il documentario L'Ultima Spiaggia di Thanos Anastopoulous e Davide Del Degan, storia di un muro che in uno stabilimento balneare triestino ancora divide gli uomini dalle donne;
La Pazza Gioia di Paolo Virzì, che narra di un'amicizia al femminile tra due pazienti psichiatriche (che sono poi la moglie del regista, Micaela Ramazzotti, e la sorella dell'ex Première Dame Carla Bruni, Valeria Bruni Tedeschi);
Fiore di Claudio Giovannesi, racconto di un amore in un carcere minorile;
Fai Bei Sogni di Marco Bellocchio, dalla celeberrima opera di Massimo Gramellini.

Per la Selezione Ufficiale in molti casi si è preferito andare sull'usato sicuro: dagli allegrissimi (sarcasmo) fratelli belgi Dardenne al canadese Xavier Dolan, dal coreano Park Chan-Wook all'idolo di casa Olivier Assayas, sono ben pochi i nomi nuovi di quest'edizione.

Tra le vecchie glorie del fronte europeo si segnalano: l'olandese errante Paul Verhoeven (quello di Robocop), che presenta un thriller psicologico probabilmente molto crudo; l'inglese impegnato Ken Loach, che affronta il tema - purtroppo attualissimo - dei nuovi poveri; il danese trucido Nicolas Winding Refn, in affanno nel dimostrare al mondo che Drive non è stato un caso fortuito.

Ben rappresentato il cinema made in USA: tra l'inglese Andrea Arnold in trasferta Oltreoceano (alla presenza della quale avevamo assistito all'anteprima di Wuthering Heights, ricordate?) e il versatile Sean Penn tornato dietro la cinepresa per dirigere Charlize Theron (reduce dai fasti di Mad Max: Fury Road), un occhio particolare lo potrebbe meritare Jeff Nichols.

Il giovane regista dell'Arkansas è uno dei più emergenti talenti della propria generazione: basti rivedere Take Shelter e Mud per farsi un'idea.
Nel drammatico Loving sarà come sempre coadiuvato dal suo attore-feticcio Michael Shannon, che i nostri lettori ricorderanno per Bug e che recentemente abbiamo rivisto - ma era proprio lui o un manichino? - nel succitato Batman v Superman.

Dulcis in fundo, la doppia partecipazione di Jim Jarmusch.
Il cineasta indipendente amico di Joe Strummer presenta in concorso Patterson, con protagonista Adam Driver (il cattivo di Star Wars-Il Risveglio della Forza che aveva vinto la Coppa Volpi a Venezia 2014), e nelle proiezioni notturne Gimme Danger, "rockdocumentario" su Iggy Pop e gli Stooges, i padrini del garage-punk.

La Giuria capitanata da quella vecchia volpe australiana di George Miller (altra scelta geniale!) ha di che lavorare quest'anno.
E se riuscisse a salvare quegli agonizzanti eventi chiamati festival del cinema?

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domenica 17 aprile 2016

I CLASSICI: INSIDE OUT, TU CHIAMALE SE VUOI... EMOZIONI!

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2015
94'
Regia: Pete Docter, Ronnie del Carmen
Voci originali di: Amy Poehler, Phyllis Smith, Lewis Black, Bill Hader, Mindy Kaling, Diane Lane, Kyle MacLachlan, Frank Oz.


Nella testa di Riley, undicenne del Minnesota appassionata di hockey, convivono 5 emozioni: Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto.
La sua vita cambia quando, insieme ai genitori, si trova costretta a trasferirsi a San Francisco.

Le difficoltà della nuova situazione sono aggravate da alcuni pasticci compiuti dalle emozioni nel Quartier Generale, che rischiano di far perdere a Riley tutti i Ricordi Base.
Toccherà a Gioia e Tristezza unire le forze per evitare che le Personalità della ragazzina finiscano per sempre nel Baratro della Memoria...

In un'era in cui le pellicole d'animazione sembrano spuntare come funghi, non è sempre facile imbattersi in opere di qualità.
Per fortuna, Inside Out appartiene a questa categoria.

Era da un po' di tempo che la premiata ditta Disney-Pixar non ci offriva un prodotto di così alto livello: tolto Frozen (ben 2 Oscar nel 2014), bisogna risalire al bellissimo Up (2009) per ritrovare qualcosa di simile.

Rivolto più a spettatori pre-adolescenti che a bambini (ma è consigliabile anche agli adulti), il film sfrutta un'idea originale e geniale - la personificazione delle emozioni - e la innesta in una storia che è possibile leggere a più livelli.

Consultando psicologi e specialisti del settore, gli sceneggiatori Peter Docter (anche regista), Meg LeFauve e Josh Cooley - candidati un po' a sorpresa ma meritatamente all' Oscar - si sono concentrati su 5 emozioni delle 27 originariamente considerate e quindi le hanno caratterizzate: Gioia assomiglia ad una stella; Tristezza ad una lacrima; Rabbia ad un mattone infuocato; Paura ad un nervo; Disgusto ad un broccolo.

Dopodiché hanno sviluppato (con sensibilità) una storia dal punto di vista principalmente della protagonista, un'adolescente nel bel mezzo dei turbamenti della crescita.

Sebbene vengano toccati quindi argomenti seri, il divertimento tuttavia non manca - anche se bisogna ammettere che si ride meno che in altri film d'animazione più leggeri, superficiali e "facili".

Così, si può apprezzare la buffoneria dei personaggi di contorno, come il collerico Rabbia o l'imbranato ragazzino coi ricci (questi è stato poi protagonista di Il Primo Appuntamento di Riley, spassoso corto/sequel che vi avevamo presentato qualche tempo fa), e godersi i riferimenti tra le righe, i giochi di parole, le scenette di vita familiare, gli sketch.

Nel cast originale - una volta tanto non rovinato, nel doppiaggio italiano, dalla solita pletora di dilettanti pseudovip - si segnalano attori del calibro di Diane Lane (ormai abituata al ruolo di madre: è pure quella di Clark Kent nel recentissimo Batman v Superman), Kyle MacLachlan di Twin Peaks, Frank Oz (era in Una Poltrona per Due, ricordate?) e la coppia Hader/Poehler, già collaudata in Hoodwinked Too.

Che Inside Out sia stato il film d'animazione dell'anno lo attesta anche lo scontato Oscar nella categoria, seguito all'altrettanto prevedibile Golden Globe e al tripudio tributato prima dal Festival di Cannes e poi dagli spettatori in tutto il mondo.

Fa ridere, riflettere e commuovere: non poca cosa per un cartoon.

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mercoledì 6 aprile 2016

OSCAR 2016. THE REVENANT, COSA NON SI FA PER VINCERE UN OSCAR...

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2015
156'
Regia: Alejandro González Iñárritu
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Will Poulter, Domhnall Gleeson, Lukas Haas.


1823. Il trapper Hugh Glass (DiCaprio) guida una spedizione attraverso il freddo Nord Dakota (Nord degli Stati Uniti, al confine col Canada), territorio reso ostile dalle avverse condizioni atmosferiche e dalla presenza di Indiani e Francesi.

Andando in perlustrazione, ad un certo punto, egli rimane da solo in mezzo ad un bosco; qui viene attaccato da una femmina di orso che vuole difendere i suoi piccoli e rimane gravemente ferito.

Creduto ormai in fin di vita, viene lasciato indietro per non rallentare la marcia, in compagnia del figlio meticcio avuto da una squaw e di altri due compagni.
Uno di questi, il violento Fitzgerald (Hardy, che pare Tom Berenger in Platoon), cerca di soffocare il moribondo considerandolo solo un peso, ma finisce per uccidere il ragazzo sotto gli occhi del padre.

Costui viene abbandonato in una fossa improvvisata, al gelo.
Ma nonostante tutto riesce a sopravvivere e a percorrere la lunga e faticosa strada verso la propria vendetta.

Il termine revenant, di origine francese, è di scarso utilizzo nella lingua parlata inglese, e significa - consultando il vocabolario Devoto-Oli - "l'anima di un morto che si presume ritorni dall'aldilà in forma corporea", "persona che ricompare dopo una lunga assenza", oppure "sopravvissuto, superstite".

Tutte definizioni che ben descrivono - di certo meglio del termine redivivo appiccicato al titolo nella versione italiana - la figura quasi mitica dell'esploratore Hugh Glass, che aveva già ispirato Uomo Bianco, Va' Col Tuo Dio del 1971 con Richard Harris e John Huston.
A incarnarlo uno dei più celebri, celebrati e talentuosi attori di questo nuovo secolo: Leonardo DiCaprio.

Preparazione maniacale e serietà professionale sono da sempre i suoi approcci ad ogni ruolo, ma questa volta ha dovuto: mangiare fegato di bisonte crudo (lui che è vegetariano!), sottoporsi a ore di trucco dopo essersi svegliato in piena notte, imparare a sparare con un moschetto, accendere un fuoco coi legnetti, indossare pellicce d'alce e orso pesanti quasi 50 chili, recitare con una bronchite a parecchi gradi sotto zero...

Buon per lui che almeno l'orsa che lo attacca non sia vera: si tratta di uno stuntman che indossa una tuta blu. L'animale è stato creato in post-produzione con effetti speciali digitali: unica concessione al rigoroso realismo imposto da Alejandro G. Iñárritu.

Proprio in nome del realismo, il regista messicano ha deciso di girare gli esterni in location incontaminate, per rappresentare al meglio le aree più selvagge del Nord America della prima metà del XIX secolo, servendosi solo di luci naturali.

Questo ha posto una serie di problemi: le località scelte - principalmente la Columbia Britannica (Canada) e, per finire le riprese, la parte argentina della Terra del Fuoco - erano remote, impervie e selvagge, raggiungibili dopo ore di cammino.

Una volta in loco, a tutti era richiesto di svolgere i propri compiti in modo pressoché perfetto, essendo il tempo a disposizione assai limitato (circa 90 minuti al giorno di luce, per la gioia - si fa per dire - del direttore della fotografia Emmanuel Lubezki).
E tutto questo a -30/40°.

Immaginate il clima, atmosferico e tra le persone: tra il regista e Tom Hardy c'è stata infatti una lite furibonda (ma i due sono noti per il proprio caratteraccio), mentre alcuni membri della troupe hanno lasciato le riprese a causa delle troppe difficoltà incontrate o sono stati cacciati dal regista per via delle reiterate proteste.

La scelta, poi, di girare le scene in ordine cronologico ha allungato ulteriormente i tempi e ha fatto di conseguenza lievitare i costi: dagli iniziali 60 milioni di dollari si è arrivati alla cifra di 135 finali!

Un'abile operazione pubblicitaria ha implicitamente accostato il processo di realizzazione a quello di altre pellicole "maledette", quali Aguirre, Furore di Dio (1972) e Fitzcarraldo (1982) di Werner Herzog, Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola e Il Salario della Paura di William Friedkin.
Al di là delle esagerazioni del caso, pensiamo veramente che sia stata un'esperienza dura per tutti coloro che vi hanno lavorato.

Ma ne è valsa la pena?

A parte Iñárritu, Lubezki e DiCaprio, per il resto del cast e delle maestranze le condizioni nelle quali hanno dovuto lavorare non hanno portato ai risultati sperati.

The Revenant si è presentato alla vigilia forte di ben 12 nomination (il primato di questa edizione), ma alla fine si è accontentato di sole tre statuette.

Niente gloria quindi per Tom Hardy (non protagonista), per gli autori della colonna sonora - Ryūichi Sakamoto (sue le musiche di film di Bernardo Bertolucci quali L'Ultimo Imperatore - per il quale vinse l'Oscar nel 1988 -, Il Tè nel Deserto e Il Piccolo Buddha), il sofisticato compositore tedesco Alva Noto e il chitarrista Bryce Dessner del gruppo indie The National, che comunque non sono stati neppure candidati -, per i tecnici (di montaggio, scenografia, costumi, trucco, effetti speciali, sonoro, montaggio sonoro).

Per quel che riguarda i produttori, nominati per il miglior film, essi possono bilanciare il mancato premio con i risultati al botteghino.

Finora la pellicola ha infatti incassato più di 400 milioni nel mondo: un ottimo riscontro di pubblico, ben superiore a quello ottenuto dalle precedenti pellicole dirette da Iñárritu: Amores Perros (2000), 21 Grammi (2003), Babel (2006), Biutiful (2010) e Birdman (2014).

Per quest'ultima, il regista aveva ottenuto la soddisfazione di vincere personalmente l'Oscar per la migliore regia (secondo messicano consecutivo dopo Alfonso Cuarón l'anno precedente) - unitamente a quello per il film e la sceneggiatura originale.

Bissare la prestigiosa statuetta un anno dopo aver agguantato la prima era però impresa che era riuscita ad un solo cineasta, Joseph L. Mankiewicz (per Lettera a Tre Mogli nel 1950 ed Eva Contro Eva nel 1951) - prima di lui solo il mitico John Ford ce l'aveva fatta (nel 1941 e nel 1942), ma ne aveva già vinta un'altra nel 1936.

Ma, riuscendoci, Iñárritu è entrato nella storia del cinema.

Come Emmanuel Lubezki: nessun direttore della fotografia prima di lui, invece, è riuscito a fregiarsi dell'Academy Award per tre (!) edizioni consecutive - il primo, nel 2014, era per Gravity, il secondo per il già citato Birdman.

Lavorare con un maestro come Terrence Malick - per The New World, una delle ispirazioni più palesi per filmare i paesaggi incontaminati canadesi e argentini con la sola luce naturale, The Tree of Life e To the Wonder - gli ha sicuramente giovato.

Ma dal pubblico The Revenant verrà ricordato soprattutto come il film che ha finalmente consentito a Leonardo DiCaprio di vincere il suo primo Oscar.

Era ora, dopo ben 6 nomination - nel 1993 (a soli 19 anni, quindi) per Buon Compleanno Mr. Grape, nel 2005 per The Aviator, nel 2007 per Blood Diamond, nel 2014 per The Wolf of Wall Street (due, una come attore protagonista, l'altra come produttore).

Certo, a Peter O'Toole (8 candidature), Richard Burton (7), Deborah Kerr, Thelma Ritter e Glenn Close (6) è andata peggio - non hanno mai vinto niente (sebbene quest'ultima sia ancora in tempo per rifarsi) -, ma era da anni che si chiedeva a gran voce di riconoscere degnamente il talento dell'italo-americano.
Che comunque, tra i numerosi premi guadagnati, può fregiarsi anche di ben tre Golden Globe: nel 2005, 2014 e quest'anno.

Interpretare Hugh Glass, però, ha rappresentato una vera sfida.

Il buon Leo non era nuovo a ritratti di uomini straordinari realmente esistiti - è stato l'artista punk Jim Carroll (Ritorno dal Nulla di Scott Kalvert, 1995), il poeta maledetto Arthur Rimbaud (Poeti dall'Inferno di Agnieszka Holland, stesso anno), il re di Francia Luigi XIV e la Maschera di Ferro (La Maschera di Ferro, appunto, di Randall Wallace, 1998), il truffatore trasformista Frank Abagnale Jr. (Prova a Prendermi di Steven Spielberg, 2002), l'eccentrico miliardario Howard Hughes (The Aviator di Martin Scorsese, 2004), lo storico direttore dell'FBI J. Edgar Hoover (J. Edgar di Clint Eastwood, 2011), lo spregiudicato broker Jordan Belfort (il sopraccitato The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese, 2013).

Ma questa volta ha dovuto affrontare il ruolo di un uomo che resta solo per gran parte della durata della pellicola: e ciò ha comportato inevitabilmente pochi dialoghi, poche iterazioni con gli altri attori, molti primi piani, molta fisicità, un'espressività espressamente non troppo esagerata.
E soprattutto la responsabilità di sostenere sulle proprie spalle quasi tutto il film.

Solo un fuoriclasse poteva riuscirci senza perdere credibilità o farsi trascinare da un egotismo ipertrofico.
Ovvio, se poi ti rivolgi ad uno dei migliori sulla piazza, vai sul sicuro.

Eppure, al di là delle molte difficoltà che ha incontrato e che abbiamo citato e alla credibilità che ha infuso nel personaggio, DiCaprio dona alla propria interpretazione forza, incisività e potere iconico - la barba lunga e congelata che si confonde con la spessa pelliccia, gli occhi azzurri freddi come il clima, l'incedere faticoso ma risoluto, le profonde ferite su corpo e viso... tratteggiano efficacemente la figura di un Übermensch (cioè, un superuomo come lo intendeva il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche) che sopravvive grazie al proprio titanico volere e ad un'inestinguibile sete di vendetta.

Se non lo avessero premiato, l'Academy avrebbe perso ogni credibilità e sarebbe incorsa nell'ira funesta dei tanti fan del divo - già la questione degli Oscar "troppo bianchi" (ne avevamo accennato qui) aveva creato un bel polverone.

Comunque il riconoscimento è stra-meritato e la consegna del premio è un momento che resterà impresso anche nel futuro.

Un (disgustoso) fegato di bisonte val bene un Oscar, in fondo.

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martedì 29 marzo 2016

I CORTI: THE AUDITION, BATBOB V SUPERLEO

(Clicca sulla locandina per vedere il cortometraggio). 

USA, 2015
16'
Regia: Martin Scorsese
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Robert De Niro, Martin Scorsese, Brad Pitt, Rodrigo Prieto.


Stiamo vivendo un periodo in cui a Hollywood piacciono i grandi scontri tra supereroi: in questi giorni abbiamo nelle sale Batman contro Superman (Batman v Superman: Dawn of Justice), mentre fra pochi mesi vedremo Capitan America contro Iron Man (Captain America: Civil War).

Perché allora non fare lo stesso coi grandi attori?
Perché non mettere Robert De Niro contro Leonardo DiCaprio?

Poniamo che i due si trovino inaspettatamente faccia-a-faccia a Manila, entrambi piuttosto sorpresi di essersi incontrati.
Scopriamo che sono stati chiamati contemporaneamente dal regista Martin Scorsese, che li vuole sottoporre a un provino per il ruolo di protagonista nel suo prossimo film.

Tra i due parte una competizione serrata senza esclusione di colpi, che porterà Scorsese a correre ai ripari...
Di più non raccontiamo per non togliere la sorpresa.

Ciò che possiamo dirvi, invece, è che questo cortometraggio - ufficialmente un mega spottone da 70 milioni di dollari di budget (!) a favore di due lussuosi casinò a Manila (Filippine) e Macao (Cina) ma, vedrete, rappresenta molto di più - è imperdibile per più di una ragione.

Innanzitutto, avete mai visto due divi come Robert De Niro e Leonardo DiCaprio recitare assieme in un film di Martin Scorsese?

Stiamo parlando di due attori capaci di vincere finora tre Oscar: i suoi, Bob li ha vinti nel 1975 (Il Padrino - Parte II, come non protagonista) e nel 1981 (Toro Scatenato); Leo, la sua prima statuetta l'ha conquistata solo quest'anno, ma a furor di popolo, per The Revenant (che recensiremo a breve).

È vero, i due erano già stati insieme in Voglia di Ricominciare del 1993 e La Stanza di Marvin del 1996, ma mai diretti dal loro mentore.

In particolare, fa impressione considerare il fatto che sono passati ormai vent'anni dall'ultima collaborazione tra Scorsese e De Niro - l'ottava (DiCaprio si è fermato a quota 5 lungometraggi), il discusso Casinò.

Proprio questa era stata una delle ultimissime grandi interpretazioni del divo del Bronx, che ritorna così - con ironia e autoironia, certo - sul luogo del delitto: il rutilante mondo delle case da gioco.

Qui assistiamo ad un interessante cambio di prospettiva da parte del regista: se nel film del 1995 esse erano viste come uno scintillante luogo di perdizione, questa volta vengono ritratte come un luogo di lusso tranquillo, dove potersi rilassare e mangiare bene.

Location che fanno da sfondo al vero fulcro del cortometraggio: lo scontro professionale e generazionale tra due pesi massimi del cinema, tra due modi diversi di recitare.

Scontro che fa scintille e che si risolve in un duetto divertente tutto giocato in punta di fioretto.

All'atmosfera scanzonata e da rimpatriata di amici concorrono anche un "indeciso" Scorsese - che ad un certo punto compare anche insieme a Rodgrigo Prieto, direttore della fotografia di Amores Perros, 21 Grammi, Babel e Biutiful di Alejandro González Iñárritu, ma anche di 8 Mile di Curtis Hanson, I Segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee, Alexander e Wall Street, Il Denaro Non Dorme Mai di Oliver Stone, Argo di Ben Affleck, The Wolf of Wall Street e il prossimo Silence del buon Martin - e un "esagerato" e spassoso Brad Pitt (altro Premio Oscar: come produttore di 12 Anni Schiavo).

The Audition doveva essere presentato in anteprima all'ultima Mostra del Cinema di Venezia, ma a causa di non meglio precisati problemi tecnici non ha potuto sbarcare al Lido.

Peccato.
Ma in questo periodo di lotte cinematografiche tra supereroi, una bella baruffa tra superattori ci sta alla grande.

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lunedì 21 marzo 2016

OSCAR 2016. MAD MAX: FURY ROAD, NELLA TESTA DI GEORGE MILLER

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

Australia/USA, 2015
120'
Regia: George Miller
Interpreti: Tom Hardy, Charlize Theron, Nicholas Hoult, Hugh Keays-Byrne, Josh Helman, Rosie Huntington-Whiteley, Zoë Kravitz, Megan Gale, iOTA.


Fury Road è la strada che attraversa un arido deserto di sabbia che si estende a perdita d'occhio.
Al suo termine c'è la Cittadella, l'unico posto dove sopravvive un po' di vegetazione.

La Cittadella è controllata da Immortan (sic) Joe (Keays-Byrne), che ha a sua disposizione - oltre ad acqua, cibo, mezzi di trasporto - un esercito di Figli della Guerra che hanno costante bisogno di trasfusioni da persone sane e un harem personale di belle ragazze da ingravidare.

Un giorno una di queste, l'intrepida Furiosa (Theron), si impossessa di un'autocisterna e cerca di scappare con le sue giovani compagne.

Ad aiutarla nella fuga, un ragazzo malato della Cittadella (Hoult) e soprattutto un prigioniero costretto a fare da sacca di sangue vivente: Max "Mad Max" Rockatansky (Hardy), uomo in cerca di redenzione dopo la morte dei propri familiari.

Nella testa del settantunenne regista australiano George Miller ci deve essere un bel guazzabuglio di idee.

L'autore di pellicole quali la commedia nera Le Streghe di Eastwick (1987), il drammatico L'Olio di Lorenzo (1992) e i buffi e divertenti Babe, Maialino Coraggioso (1995. Non lo ha diretto, ma solo sceneggiato e prodotto), Babe Va in Città (1998), Happy Feet (2006, Oscar come miglior film d'animazione), Happy Feet 2 (2011), è infatti lo stesso che, con i primi tre film della saga dedicata a Mad Max, era riuscito a re-inventare la fantascienza immettendovi forti dosi di ritmo forsennato (con un montaggio velocissimo), aggressività, violenza e pessimismo.

Trent'anni dopo Mad Max-Oltre la Sfera del Tuono (1985), che era l'ultimo della serie - gli altri sono il capostipite Interceptor del 1979 e Interceptor-Il Guerriero della Strada del 1981 - il buon Miller decide di rimettersi nuovamente in gioco.

Non proponendo un semplice reboot - cioè, un riscrivere le origini di un personaggio utilizzando però un canovaccio facilmente riconoscibile dai fan - ma re-inventando il mondo che lo aveva reso celebre, pur restando fedele al proprio stile e senza disdegnare, qua e là, citazioni dai suoi lavori precedenti.

La gestazione di Mad Max: Fury Road è stata piuttosto lunga: l'idea era venuta al nostro George circa dodici anni fa, ma problemi produttivi e organizzativi di varia natura - tra i quali la defezione di Mel Gibson - hanno finito per posticiparne la realizzazione.

Visti però i risultati, l'attesa è stata ben ripagata: la presentazione a Cannes 2015 (l'anteprima era però avvenuta a Hollywood qualche giorno prima) è stata un tripudio, così come la risposta del pubblico e della critica, culminata con ben 10 nomination agli Oscar: per film, regia e tutti i premi tecnici (fotografia, montaggio, sonoro, montaggio sonoro, scenografia, costumi, trucco & parrucco, effetti speciali).

Queste 10 nomine si sono infine concretizzate in ben 6 Oscar - tutti quelli delle categorie tecniche, tranne effetti speciali e fotografia - che ne hanno fatto quasi il vincitore morale (si veda il nostro post precedente), specie considerando che Revenant-Redivivo ne ha vinti solo 3 e che Il Caso Spotlight - miglior film, a sorpresa - si è addirittura fermato a 2.

Non male per una pellicola dove ciò che conta non è tanto la trama o i dialoghi o un discorso "alto" da veicolare; bensì l'azione, la velocità, le immagini - splendide, tra l'altro: complimenti al direttore di fotografia John Seale, che si è ritirato dalla pensione per lavorare a quest'opera!

La visionarietà di George Miller è in effetti notevole e deve molto all'immaginario heavy metal e steampunk, coi colori che passano dal livido al vivido senza tante sfumature.

Questo stile raggiunge il culmine nelle scene di inseguimento: pensate ad un western tipo Ombre Rosse.
Con moto, camion, auto corazzate, alte pertiche alle quali sono appesi uomini armati, guerrieri dipinti di bianco e un mostruoso chitarrista metal che - sospeso con corde elastiche su un gigantesco palco mobile - suona una chitarra elettrica che lancia fiamme (personaggio geniale incarnato dal musicista australiano iOTA).

Grazie all'apporto di acrobati del Cirque du Soleil, di atleti olimpici, di stuntmen e di pochissimi effetti speciali digitali, la coreografia e lo spettacolo sono garantiti a livelli di altissima professionalità e spettacolarità.

Il ritmo è incalzante e degno del William Friedkin di Il Braccio Violento della Legge, Vivere e Morire a Los Angeles e Jade.

Per quel che riguarda gli attori, Tom Hardy - nonostante alcuni dissidi col regista (dei quali comunque si è pentito) - si cala molto bene nel ruolo del protagonista, tanto da non far rimpiangere troppo Mel Gibson, che lo aveva personificato nelle tre pellicole precedenti.
C'è anche da dire che il Mad Max dell'inglese sembra un altro personaggio rispetto a quello dell'australiano d'adozione: d'altra parte era proprio l'intento di Miller quello di re-inventare la saga, a partire dal suo eroe.

Poi c'è Charlize Theron.
La sudafricana si inserisce a pieno titolo nel novero delle attrici in grado di essere credibili nella parte di eroine di action movie di fantascienza, in compagnia della Sigourney Weaver di Alien, della Linda Hamilton di Terminator e, più recentemente, della Jennifer Lawrence di The Hunger Games e della Daisy Ridley di Star Wars-Il Risveglio della Forza.

Rasata e senza un braccio, perde qualcosa della sua leggendaria bellezza; ciononostante riesce a rubare la scena a tutti con grinta e personalità, risultando il vero motore dell'azione.
La mancata candidatura agli Oscar per la sua prova è una nota stonata, ma il tempo saprà essere galantuomo con lei.

Detto questo, Mad Max: Fury Road è soprattutto un trionfo per il regista; che lo ha pensato nei minimi dettagli, ci ha creduto, ci ha messo se stesso, il suo entusiasmo, la sua esperienza.

"Non sei in un film, sei nella testa di George", ha sentenziato Hardy in un'intervista.

Volenti o nolenti, siamo finiti veramente nella testa di George Miller!
E abbiamo visto cose mirabolanti.

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domenica 6 marzo 2016

OSCAR 2016. IL CASO SPOTLIGHT, DAL PULITZER ALL'OSCAR

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2015
129'
Regia: Tom McCarthy
Interpreti: Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Liev Schreiber, Stanley Tucci, Billy Crudup, Brian d'Arcy James, John Slattery, Paul Guilfoyle, Richard Jenkins (non accreditato).


"Sono stato derubato della mia identità. Se Michael Keaton rapinasse una banca, la polizia arresterebbe me. [...] E' come guardarsi in uno specchio, ma senza avere il controllo della propria immagine."

Con queste lusinghiere parole il vero Walter "Robbie" Robinson, capo del team Spotlight, ha descritto la sensazione di vedere se stesso interpretato sul grande schermo dal mitico ex Batman.

Keaton ha studiato Robinson per mesi attraverso registrazioni audio e filmati video, imparando un po' alla volta il suo modo di muoversi e storcere la bocca, sorprendendosi del suo poco marcato accento bostoniano e imitandolo in maniera così accurata che lo stesso giornalista, dopo averlo incontrato la prima volta, pare gli abbia detto: "Ci siamo appena conosciuti: come fai a sapere così tante cose di me?!?"

Un'interpretazione sublime che tanti critici avevano indicato per un eventuale Premio Oscar, forse memori della clamorosa ingiustizia dello scorso anno, quando Michael - pur favoritissimo, con Birdman - si vide portar via la statuetta dall'Eddie Redmayne de La Teoria del Tutto.

E invece neppure una nomination, quest'anno.
Al suo posto sono stati candidati - come non protagonisti - Mark Ruffalo e Rachel McAdams: pur senza aver vinto, bravi entrambi (specie il primo), ma Keaton di certo avrebbe meritato di più.

Nessuno invece poteva prevedere una vittoria nella categoria più ambita: partito come semplice outsider, Il Caso Spotlight (titolo italiano stupidamente fuorviante: "Spotlight" era il nome del team investigativo, non del caso che gli fece vincere il Premio Pulitzer) ha sbalordito tutti soffiando l'Oscar per il miglior film a Revenant-Redivivo e Mad Max: Fury Road.

È piuttosto inusuale per una pellicola riuscire a vincere con due sole statuette (l'altra, più scontata, è stata per la miglior sceneggiatura): non succedeva dal lontano 1952, quando a spuntarla fu Il Più Grande Spettacolo del Mondo di Cecil B. DeMille.

Diretto da un ex attore di serie B passato alla regia, Il Caso Spotlight forse non è il film migliore dell'anno, ma è un bel film: coinvolgente e dal ritmo serrato, a metà strada tra Tutti gli Uomini del Presidente e Cronisti d'Assalto.

Vengono ripercorsi gli eventi che nel 2001 portarono la redazione del quotidiano Boston Globe a scoprire un'ampia serie di casi di abusi sessuali su minori da parte di membri deviati del clero cattolico (Boston, i cui abitanti sono in larga parte di origine irlandese, è una delle città più cattoliche degli Stati Uniti).

L'indagine fece molto scalpore anche perché venne alla luce la connivenza delle alte gerarchie ecclesiastiche, che per anni cercarono di insabbiare le vicende limitandosi a trasferire i carnefici in altre parrocchie, peggiorando ulteriormente la situazione: le statistiche sul numero delle persone coinvolte nello scandalo riportate alla fine della pellicola sono scioccanti.

Non si tratta né di un'opera a tesi anticattolica né di un'oratoria moralista, ma di un coraggioso e a tratti appassionante documento sul giornalismo investigativo americano, sulla difficoltà di scontrarsi con un potere istituzionalizzato e influente, sulla ricerca della verità in nome della giustizia.

La pellicola di McCarthy affronta un tema delicatissimo col giusto tatto e si appoggia a una squadra di attori in stato di grazia, inserendosi perfettamente nel filone dei grandi film di impegno civile, similmente a Il Ponte delle Spie di Spielberg (grazie proprio al quale Mark Rylance ha battuto Mark Ruffalo nella corsa all'Oscar).

Si discuterà ancora a lungo sulla scelta dell'Academy di premiare col più alto riconoscimento questo film sviluppato in modo tradizionale - i "buoni" sono integerrimi, vengono ostacolati dai "cattivi", ma alla fine prevalgono - anziché uno dei suoi più accreditati e meno convenzionali concorrenti, ma ciò non toglie che Il Caso Spotlight sia un'opera da vedere e da far vedere, anche e soprattutto a chi ha intenzione di intraprendere una carriera giornalistica.

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giovedì 3 marzo 2016

OSCAR 2016. UN' EDIZIONE CONFUSA

Dall'alto: Mark Rylance (attore non protagonista), Brie Larson (attrice protagonista), Leonardo DiCaprio (attore protagonista), Alicia Vikander (attrice non protagonista); ancora DiCaprio, tra Emmanuel Lubezki e Alejandro G. Iñárritu; l'affollata cerimonia di premiazione di Spotlight come miglior film (Michael Keaton al centro, Mark Ruffalo a destra). 


Parafrasando Agatha Christie: "...e poi non vinse nessuno."

L'edizione numero 88 degli Academy Awards passerà alla storia per essere stata una delle più incerte e confuse.
Sia chiaro, molti di coloro che a fine serata si sono portati a casa una statuetta lo meritavano, ma la sensazione è che si sia voluto accontentare un po' tutti.

Sono solo tre, infatti, le opere che hanno ricevuto, quest'anno, più di un Oscar: in totale ne sono state premiate ben 16; 13 delle quali, quindi, con un solo riconoscimento.
Col risultato che nessuna pellicola è davvero emersa.

Non è la prima volta. Anzi, ci sembra un trend - molto discutibile - degli ultimi anni: con le eccezioni di The Artist (nel 2012) e Birdman (lo scorso anno), non si sono più registrate vittorie nette.

Come si può notare scorrendo l'elenco dei vincitori, i veri eroi della serata di domenica sono stati principalmente due: Ennio Morricone e Leonardo DiCaprio.

Il grande compositore italiano ha finalmente conquistato l'Oscar che per troppi decenni gli era stato negato, se non alla carriera (nel 2007).
Una parte del merito va sicuramente a quel volpone di Quentin Tarantino, che - ormai accreditatosi come il nuovo Sergio Leone - ha voluto fortemente che il Maestro firmasse la colonna sonora del suo western The Hateful Eight.

Le straordinarie musiche di questo gagliardo ottantasettenne hanno fatto la storia del cinema, facendo sognare generazioni di spettatori.
L'Oscar più meritato dell'anno: complimenti, Signor Morricone!

Anche la leggendaria sfortuna dell'ex star di Titanic con le statuette, invece, è finalmente terminata: DiCaprio ha dovuto affrontare le condizioni estreme delle riprese di Revenant-Redivivo per coronare il proprio sogno.
Anche la Hollywood più snob si è dovuta inchinare: bravo Leo.

A proposito del film di Alejandro González Iñárritu, ci pare che il kolossal girato in Columbia Britannica (Canada) e Terra del Fuoco (nella parte argentina) sia stato il principale sconfitto della serata: partito come favorito, ha probabilmente patito la stroncatura di Variety - la rivista più influente di Hollywood - e si è visto soffiare il premio più importante.

Sembra proprio che, negli ultimi tempi, le pellicole che raccolgono il maggior numero di nomination alla vigilia arrivino al traguardo zoppe, come avevamo notato in questo precedente post.

Il regista messicano e il suo connazionale Emmanuel Lubezki possono però consolarsi: uno ha conquistato il secondo Oscar consecutivo come miglior regista - impresa riuscita prima ai soli John Ford e Joseph L. Mankiewicz -, l'altro addirittura il terzo Oscar di fila per la miglior fotografia (l'anno scorso con Birdman e due anni fa con Gravity).
Niente male davvero!

Il 2016 è anche il terzo anno di seguito che un cineasta del Messico viene premiato per la regia (prima di Iñárritu era stata la volta di Alfonso Cuarón nel 2014).

Questa, da un po' di tempo a questa parte, è diventata la categoria più internazionale: l'ultimo americano a vincere è stato in realtà una donna - l'unica nella storia dell'Academy Award - nell'ormai lontano 2010: Kathryn Bigelow, per The Hurt Locker.

Da quando è iniziato il nuovo millennio, gli Stati Uniti hanno vinto solo sei volte: dopo la Bigelow è stata infatti la volta dell'inglese Tom Hooper (Il Discorso del Re, nel 2011), del francese Michel Hazanavicus (il già citato The Artist, nel 2012), del taiwanese Ang Lee (Vita di Pi, nel 2013) e dei messicani.

Chi ha raggranellato più statuette di tutti (6 in totale) è stata la vera rivelazione dell'anno: Mad Max: Fury Road.
Il versatile e geniale cineasta australiano George Miller ha riportato alla ribalta il personaggio che a cavallo tra gli anni 70 e 80 aveva reso celebre Mel Gibson (in questo reboot è interpretato invece dall'imponente Tom Hardy, già Bane ne Il Cavaliere Oscuro-Il Ritorno).
Certo, si tratta solo di premi tecnici, ma per un film di genere è quasi una vittoria.
Probabilmente, però, sarà l'unico ad essere ricordato anche in futuro.

Tra i due litiganti il terzo gode, dice un famoso proverbio. E il terzo è Il Caso Spotlight, che però gode fino ad un certo punto.
Solo 2 Oscar: scontato quello per la sceneggiatura, clamoroso quello per il miglior film.
Da quanti anni non succedeva che una pellicola trionfasse con così pochi premi?

[Una risposta, in realtà, c'è: l'ultimo film a portare a casa solo due statuette - compresa quella più importante - è il tutt'altro che memorabile Il Più Grande Spettacolo del Mondo di Cecil B. DeMille. Correva l'anno 1952.]

Al di là del valore intrinseco dell'opera - una fedele ricostruzione della coraggiosa indagine giornalistica che portò la redazione del Boston Globe a smascherare alcuni gravissimi casi di abusi sui minori da parte di membri del clero cattolico - si ha l'impressione che si sia voluto dare un segnale politico.

Accettabile e condivisibile come tale, ma siamo sicuri che sia stata la scelta giusta?
Una competizione cinematografica - a qualsiasi livello - dovrebbe basarsi su parametri artistici, non ideologici.

C'è il rischio concreto che, passato il clamore mediatico, ci si imbatta in questa pellicola solo come risposta a domanda difficile in un quiz televisivo del futuro ("Chi vinse l'Oscar come miglior film nel 2016?").

Vorremmo poi far notare una curiosità: questo è già il secondo film consecutivo con protagonista Michael Keaton a vincere il premio più ambito dopo essere stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia.

La nostra kermesse lagunare è in crisi da tempo, ma a quanto pare porta bene.
Per quanto concerne l'ex Batman, già protagonista di un nostro fortunato Speciale, sembra proprio che stia diventando un vero talismano, benché ancora una volta gli sia stata negata la statuetta come attore.
Quand'è che Hollywood si accorgerà del suo valore?

Al suo posto - Keaton in realtà non è stato neppure candidato - l'ha spuntata un po' a sorpresa Mark Rylance, che come non protagonista ha prevalso su Sylvester Stallone (il mitico Rocky può comunque consolarsi col suo Golden Globe).
Una bella notizia comunque per chi come noi ha avuto il piacere di vedere questo bravissimo attore inglese di formazione teatrale nel bel film di Steven Spielberg Il Ponte delle Spie.

Esiti non scontati anche in campo femminile, ma giustissimi: delle due vincitrici, vedrete, sentiremo ancora parlare.

La giunonica "cantattrice" Brie Larson (Room) è già stata definita "l'anti Jennifer Lawrence" per il suo stile di vita sobrio, tutt'altro che da diva.
In realtà le due - entrambe ex ragazzine prodigio - sembrano essere amiche; ma intanto, al primo confronto, la prima ha battuto la più titolata collega.
Che sia l'inizio di una sana rivalità professionale?

La svedese Alicia Vikander (The Danish Girl) è riuscita a prevalere in una delle categorie più incerte dell'anno, quella della migliore attrice non protagonista

L'attuale fiamma di Michael Fassbender - candidato anche lui, come attore protagonista - si è dovuta scontrare con le più celebri e molto talentuose Jennifer Jason Leigh (The Hateful Eight), Rooney Mara (Carol), Rachel McAdams (Spotlight), Kate Winslet (Steve Jobs. Era la favorita della vigilia, essendo fresca vincitrice del Golden Globe).
Forse, però, ha vinto per il film sbagliato: risulta più convincente nella parte di un robot dotato di sentimenti quasi umani in Ex Machina.

Quest'ultimo è stato realizzato con un budget piuttosto limitato (15 milioni di dollari), ma è riuscito nell'incredibile impresa di battere colossi del calibro di Star Wars-Il Risveglio della Forza (200 milioni), Mad Max: Fury Road (150 milioni), The Revenant (135 milioni) e The Martian (108 milioni) nella categoria dei migliori effetti speciali!

Pronostici della vigilia rispettati invece per Inside Out - dodicesimo titolo Pixar a vincere un Oscar, proprio nell'anno in cui ricorre il trentesimo anniversario della casa di produzione -, Il Figlio di Saul - seconda dell'Ungheria per il film straniero, 34 anni dopo il Mephisto di István Szabó con un maestoso Klaus Maria Brandauer -, Amy - documentario sulla vita di Amy Winehouse già acclamato a Cannes 2015.

Degne di nota, però, anche le categorie cosiddette minori.
Tra i cortometraggi è stato premiato Stutterer, opera prima del giovane irlandese Benjamin Cleary.

Tra i cortometraggi animati,l'interessante Historia de un Oso-Bear Story, atto d'accusa del regime di Augusto Pinochet con protagonisti degli orsi. È la prima pellicola del Cile a vincere un Academy Award.

Tra i cortometraggi documentari, di forte significato è l'affermazione di Sharmeen Obaid-Chinoy con A Girl In The River: The Price Of Forgiveness: per la regista/attivista/giornalista pachistana - da sempre impegnata nel denunciare la condizione delle donne nel proprio Paese - è il secondo Oscar, dopo quello ottenuto per Saving Face nel 2012.

Tutto sommato, questa edizione 2016 ha messo in luce i talenti individuali - Morricone, DiCaprio, Brie Larson, Alicia Vikander, Rylance, Iñárritu, Lubezki, George Miller... - mettendo in secondo piano i film in sé.
Il che non è proprio il massimo per chi vive di cinema.

L'Academy - ancora scossa dalle polemiche innescate soprattutto dagli attori afroamericani per la mancanza per il secondo anno consecutivo di candidati di pelle scura nelle categorie recitative - è stata più titubante che mai nell'assegnare i premi alle pellicole: la paura di accendere ulteriori proteste ha partorito verdetti che hanno cercato di non scontentare nessuno.

Ma questa mancanza di coraggio, ripetuta già da anni, rischia di minarne credibilità e autorevolezza.

A tutto vantaggio dei "rivali" Golden Globe, i cui giurati sembrano avere le idee più precise ed essere più attenti ai gusti e al mercato internazionali (i riconoscimenti vengono decisi pur sempre da giornalisti della stampa estera).
O forse hanno dimostrato solo più furbizia.

Il problema della rappresentatività in seno all'Academy, comunque, è reale, e una profonda riforma in tal senso è auspicabile.

Premi Oscar, tornate a farci sognare!

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