CINEMA A BOMBA!

mercoledì 8 aprile 2026

GLI INEDITI: RUNNING TIME, BRUCE IN LOTTA CONTRO IL TEMPO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 1997
70'
Regia: Josh Becker
Interpreti: Bruce Campbell, Anita Barone, Jeremy Roberts.


Tutto in una giornata: un pregiudicato (Campbell) esce finalmente di prigione, ma viene coinvolto subito dal suo ex socio in una rapina a mano armata.

Le cose sembrano andare a rotoli, ma il nostro - che vorrebbe cambiare vita - riallaccia casualmente i rapporti con una sua vecchia fiamma...


Un giorno, a Josh Becker - B-director tra i più sottovalutati del suo campo e membro del Clan Raimi (comunità cinematografica che ruota intorno al regista di successo Sam Raimi, quello di Spider-Man e Doctor Strange 2) - capitò di guardare Nodo alla Gola di Alfred Hitchcock.

Il classico del maestro inglese è strutturato per sembrare girato in unico piano sequenza (in realtà gli stacchi sono abilmente cammuffati) e si svolge tutto in una sola stanza.
Al filmmaker americano venne un'idea geniale: perché non provare a fare la stessa cosa... ma in movimento?!?

Ecco allora questo esempio di virtuosismo tecnico, purtroppo rimasto inedito in Italia, che anticipa di quasi due decenni il ben più fortunato Birdman di Alejandro G. Iñárritu, che sfrutta lo stesso principio.

Girato in bianco e nero e in tempo reale (i minuti sullo schermo scorrono alla stessa velocità del film), il lungometraggio - si fa per dire: dura poco più di un'ora - non è originalissimo in quanto a trama, ma ha qualche buona ragione per essere apprezzato.

Omaggiando esplicitamente C'era una Volta in America di Leone (la parte inziale) e Le Iene di Tarantino (tutto il resto), la pellicola regge almeno per 2/3 (il finale è un po' moscio, a dirla tutta) e si avvale di uno dei migliori Bruce Campbell mai visti sul grande schermo.

In uno dei suoi rari ruoli drammatici, il cult actor di Evil Dead offre quella che probabilmente è la più valida performance della propria carriera finora, insieme a (o subito dopo) quella di Bubba Ho-Tep.

Running Time è una piccola chicca per gli appassionati di cinema indipendente e per i fan di Bruce.
Da scoprire.


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giovedì 22 settembre 2022

I CLASSICI: FINO ALL'ULTIMO RESPIRO, IL CINEMA DESTRUTTURATO E RIVOLUZIONARIO DI GODARD

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

Francia, 1960
90'
Regia: Jean-Luc Godard
Con: Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg, Jean-Pierre Melville, Jacques Rivette, Jean-Luc Godard.


Ladruncolo da strapazzo, Michel Poiccard (Belmondo) ruba un'auto.
Fermato per eccesso di velocità da un poliziotto, uccide questo e si dà alla fuga.

Braccato dalle forze dell'ordine, rintraccia una ragazza americana di cui è innamorato (Seberg) e pianifica di fuggire con lei in Italia...


Poche pellicole hanno cambiato le regole del "gioco" cinematografico come quella che vi stiamo recensendo.
Pochi registi hanno saputo osare come Jean-Luc Godard.

Fino all'Ultimo Respiro è stato il film-manifesto della Nouvelle Vague, il movimento artistico, politico e culturale francese che tra gli anni 50-60 rivoluzionò il modo di intendere la settima arte.

Ne facevano parte alcuni giovani cineasti in erba, molti dei quali provenienti dalla critica giornalistica dei Cahiers du Cinéma, la più prestigiosa rivista cinematografica francese (e probabilmente mondiale).

Tra questi proprio Jean-Luc, che esordì con questo lungometraggio riscrivendo e mettendo in immagini una storia ideata dai suoi colleghi e amici François Truffault e Claude Chabrol, che a loro volta sarebbero diventati auteurs affermati e rispettati.

Più che per l'esile trama, il film è ricordato per lo stile innovativo e non convenzionale: è una dichiarazione di superiorità della forma sulla sostanza, del Segno sul Senso.
Famoso soprattutto il montaggio "a salti", che conferisce un ritmo nervoso e serrato.

Fu il collega Jean-Pierre Melville - il maestro del gangster movie transalpino - a suggerire questa tecnica quando Godard si mostrò combattuto su quali scene tagliare per ridurre la durata della pellicola.
Perché rinunciare a intere sequenze quando si possono semplicemente eliminare qua e là tanti piccoli frammenti privi di dialoghi e movimento? Detto fatto.

Ci sono almeno 3 momenti memorabili: l'inizio, in cui Godard - giocando col montaggio - si diverte a "ingannare" le percezioni degli spettatori (vi siete mai accorti che lo sguardo del protagonista è rivolto dalla parte sbagliata rispetto all'azione?); l'omicidio del poliziotto, suggerito anziché mostrato; l'epilogo, tragico ma non serio.

Che dire poi dei due attori principali?
Se da un lato la Seberg è più che adeguata al ruolo, dall'altro Belmondo è prefetto.
Imitando sfacciatamente Humphrey Bogart, verrà a sua volta imitato fino alla nausea (un probabile esempio? Joe Strummer nel pulp-western post-moderno Straight to Hell).

Jean-Luc Godard verrà ricordato come un vero artista, idolatrato da gente come Quentin Tarantino (che ha chiamato la propria casa di produzione A Band Apart, gioco di parole con Bande à Part, un altro celebre lungometraggio del cineasta francese) e capace di mettersi in gioco fino all'ultimo, come dimostra la Palma d'Oro speciale vinta a Cannes 2018.

Fino all'Ultimo Respiro è invece già passato alla storia.
Non solo come un esperimento ambizioso e riuscito, ma come un autentico capolavoro del cinema.


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mercoledì 11 maggio 2022

GLI INEDITI: CONFESSION OF A CHILD OF THE CENTURY, I DOLORI DEL GIOVANE PETER

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

UK/Francia/Germania, 2012
125'
Regia: Sylvie Verheyde
Con: Peter Doherty, Charlotte Gainsbourg, August Diehl, Lily Cole.


In depressione dopo la rottura con l'infedele fidanzata Elise (Cole), il giovane benestante Octave (Doherty) si immerge sempre più in un'esistenza dissoluta e apatica.
Un giorno incontra per caso Brigitte (Gainsbourg), donna più matura e single.

Tra i due nasce un'amicizia che si evolve rapidamente in un sentimento più profondo.
Basterà a salvare l'irrequieto libertino dal famigerato "male del secolo"?


L'Inghilterra ha una discreta tradizione di rocker prestati al cinema.
Si pensi ad esempio a Sting dei Police in Dune (l'originale di David Lynch, non il fresco rifacimento di Denis Villeneuve) oppure a Joe Strummer dei Clash in Straight to Hell e Mystery Train.

Ispirato all'omonima opera autobiografica scritta da Alfred de Musset nel 1836, il dramma storico che vi stiamo recensendo è il primo e finora unico excursus in ambito recitativo di Pete Doherty dei Libertines.
Purtroppo questo è anche l'unico vero motivo di interesse del film.

Poeta punk e bohémien, ex compagno della modella Kate Moss e idolo dei tabloid britannici, Pete - accreditato nei titoli come "Peter", con quella "r" finale che sa tanto di vezzeggiativo - sembra nato per interpretare questo ruolo.

Per essere un attore esordiente e dilettante, se la cava meglio di quanto si potrebbe pensare: difettando di tecnica, si appoggia al proprio carisma, adottando una strategia minimalista e infondendo al protagonista una credibile vulnerabilità.

Più brava, ma costretta in un personaggio un po' sfocato, Charlotte Gainsbourg - figlia del cantautore francese Serge e dell'attrice britannica Jane Birkin - con cui Doherty ha avuto una breve e strombazzata liaison proprio durante le riprese.

L'interprete di Independence Day: Rigenerazione compare solo dopo mezz'ora, ma ha almeno il merito di alzare il tono della pellicola.

Quello che, purtroppo, non si alza mai è il livello della regia, che rimane piatto e didascalico, con un abuso della cinepresa a spalla che dovrebbe conferire alle immagini un'idea di naturalezza e invece provoca agli spettatori un fastidioso senso di nausea.

Peccato, perché la prova complessiva del cast (tra i comprimari segnaliamo August Diehl, che era uno dei nazisti di Bastardi senza Gloria di Tarantino) e alcuni contributi tecnici (specie i costumi d'epoca) sono apprezzabili.

Presentato in concorso a Cannes 2012 nella sezione Un Certain Regard, Confession of a Child of the Century è stato massacrato dalla critica, al punto che in Italia non è uscito nelle sale, mentre in USA si è distinto solo per il fatto di essere stato il film che ha incassato di meno quell'anno (74 dollari in totale!).

Piaccia o meno, lo spleen di Pete Doherty rende meglio in musica che al cinema.


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venerdì 28 febbraio 2020

OSCAR 2020. C'ERA UNA VOLTA...A HOLLYWOOD, ANGELI E DEMONI

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2019
161'
Regia: Quentin Tarantino
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Al Pacino, Kurt Russell, Zoe Bell, Bruce Dern, Dakota Fanning, Maya Hawke, Harley Quinn Smith, Damian Lewis, Michael Madsen, Luke Perry.


Los Angeles, 1969. Rick Dalton (DiCaprio) è un divo del cinema e della televisione in declino.
Vicino di casa di Sharon Tate (Robbie) e Roman Polanski, la cui ascesa a Hollywood pare invece inarrestabile, il nostro ha come miglior amico Cliff Booth (Pitt), intrepido stuntman che lo segue come un'ombra.

Mentre l'attore partecipa a una serie tv western, un'inquietante comunità hippy si installa allo Spahn Ranch con il progetto di far la festa a Tate e compagnia.

Rick comincia a chiedersi se non abbia ragione il suo manager, Marvin Schwarz (Pacino), che gli ha consigliato di trasferirsi in Italia a girare western spaghetti...






La storia si ripete: prima al Festival di Cannes, poi alla Notte degli Oscar, C'era una Volta... a Hollywood ha dovuto cedere il premio più ambito al rivale coreano Parasite.

I 3 Golden Globe conquistati a gennaio non sono bastati a convincere l'Academy: il film di Tarantino è stato, insieme a 1917 di Sam Mandes, uno dei grandi sconfitti della serata.
Solo 2 statuette, alla fine: miglior attore non protagonista (Pitt) e miglior scenografia.

Eppure Quentin avrebbe meritato almeno l'Oscar per la miglior sceneggiatura originale, non fosse altro per averci lavorato 5 lunghi anni (parole sue).
Se fosse accaduto, sarebbe stata la terza volta per lui, dopo Pulp Fiction e Django Unchained.

Il riconoscimento a Brad Pitt ha invece messo d'accordo tutti, e non poteva essere altrimenti.
Il regista italo-americano gli ha cucito addosso il ruolo della vita: un personaggio spavaldo e violento, eppure coraggioso e leale, difficile da dimenticare.

L'unico elemento discordante è la categoria in cui è stato premiato.
Non protagonista? Ma è lui il vero eroe della storia.






CUVAH è una lettera d'amore, un commosso omaggio alla Hollywood dei tempi d'oro: sta a Tarantino come Roma stava ad Alfonso Cuarón.
Vero, qui ci sono un po' troppi tempi morti e digressioni, e a 3/4 del film compare dal nulla una voce narrante del tutto superflua, ma rimane un'ottima rievocazione d'epoca.

Quella di QT non è una città da documentario, è una Los Angeles "dell'anima", idealizzata e immersa in un contesto storico volutamente e irriverentemente revisionista.
Non scendiamo in dettagli per non spoilerare nulla, ma non sarebbe divertente se Cliff si scoprisse essere il discendente dell'ufficiale di Bastardi Senza Gloria?

Pitt e DiCaprio (a proposito, bravissimo anche quest'ultimo, come sempre) sono - parole di Quentin - "la più esaltante coppia cinematografica dai tempi di Redford e Newman", ma non sono le uniche stelle del cast a brillare.

La Sharon Tate di Margot Robbie attraversa il film a passo di danza: la sua è una presenza angelica che serve da contraltare alla rozzezza demoniaca della Manson Family (curiosamente, Charles Manson compare solo per pochi secondi).
La statuaria attrice di The Wolf of Wall Street e Suicide Squad è oramai una diva a tutti gli effetti, guai a chi dice il contrario.

Tra le parti di secondo piano commuove quella del compianto Luke Perry, un tempo star televisiva del giovanilistico Beverly Hills 90210, morto poco dopo le riprese.

Diverse figlie d'arte tra le comparse: Rumer Willis, figlia di Bruce Willis e Demi Moore; Maya Hawke (apparsa nella 3a stagione di Stranger Things), figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke; Harley Quinn Smith, figlia di Kevin Smith (vedere Yoga Hosers e Supergirl Lives).

Nonostante qualche momento di tensione (la visita di Pitt allo Spahn Ranch è in odore di Non Aprite Quella Porta) e un'unica scena splatter nel finale, C'era una Volta a Hollywood si può catalogare come commedia.
Tra tutte, la scenetta più divertente è probabilmente quella in cui Bruce Lee fa la figura dello scemo.

Nelle interviste, Tarantino ha parlato di questa ennesima fatica come del proprio "Magnum Opus": al netto di qualche difetto, forse lo è.
Di sicuro è la sua pellicola più personale e sincera.

Da vedere, con o senza Oscar.




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venerdì 7 febbraio 2020

OSCAR 2020. NOMINATION: FILM E REGIA



Fatto più unico che raro: il vincitore del Leone d'Oro a Venezia si scontra contro il vincitore della Palma d'Oro a Cannes.

Joker, forte del maggior numero di nomination raccolte (ben 11), se la vedrà, tra gli altri con il sudcoreano Parasite, in lizza per 6 premi.

Il dualismo Lido - Croisette si ripete con altre due pellicole presenti nella categoria più prestigiosa - Marriage Story e Once Upon A Time... In Hollywood.

Ma a spuntarla, alla fine, potrebbe essere un film che è rimasto de tutto fuori dal circuito dei vari festival: 1917.

Netflix, un anno dopo Roma, ci riprova con il kolossal griffato Martin Scorsese The Irishman, ma la diffusa diffidenza a Hollywood nei confronti del gigante dello streaming è ancora troppo forte.

Le sorprese sono la presenza dell'adrenalinico Ford v Ferrari e del burlesco Jojo Rabbit, mentre la presenza di Piccole Donne è un parziale contentino a Greta Gerwig, esclusa per la migliore regia.

Quest'ultima categoria è quella che negli ultimi anni ha assunto un carattere più internazionale: dal 2012 i cineasti statunitensi hanno vinto solo una volta - con Damien Chazelle, che è divenuto il più giovane ad aggiudicarsi la prestigiosissima statuetta - a fronte di ben 7 riconoscimenti a stranieri (un francese, un taiwanese e tre messicani - vincitori di 5 Oscar complessivi).

Statistica incoraggiante per il coreano Bong Joon-ho.
Che però non avrà vita facile.

Sam Mendes è lanciatissimo e la sua affermazione non scontenterebbe nessuno: il suo 1917, che sembra girato in un unico piano sequenza (vi ricordate di Birdman di Alejandro González Iñárritu, trionfatore nel 2015?), è in effetti un notevole esercizio di virtuosismo cinematografico.

Quentin Tarantino, d'altra parte, i suoi Oscar li ha avuti per la sceneggiatura (di Pulp Fiction e Django Unchained), ma mai per la regia.

E il maestro Martin Scorsese incredibilmente di Academy Award ne ha vinti solo uno, e non per il suo film migliore (The Departed, nel 2007).

Poche chance sembra avere Todd Phillips: troppo divisivo, il suo Joker, e troppo divisivo lui (c'è chi non gli ha perdonato l'incursione nel cinema "alto" dopo il successo di botteghino della serie Una Notte Da Leoni).

Insomma, anche quest'anno si prospetta una Notte degli Oscar dall'esito incerto e dalle difficili previsioni.

D'altra parte, come potete vedere qui sotto, la qualità è alta e tante sono le opere interessanti.

Non vediamo l'ora di scoprire chi risulterà vincitore.
E voi?






Miglior film


1917, regia di Sam Mendes


C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood), regia di Quentin Tarantino


The Irishman, regia di Martin Scorsese


Jojo Rabbit, regia di Taika Waititi


Joker, regia di Todd Phillips


Le Mans '66 - La grande sfida (Ford v Ferrari), regia di James Mangold


Parasite (Gisaengchung), regia di Bong Joon-ho


Piccole donne (Little Women), regia di Greta Gerwig


Storia di un matrimonio (Marriage Story), regia di Noah Baumbach






Migliore regia

Bong Joon-ho – Parasite (Gisaenchung)

Sam Mendes – 1917

Todd Phillips Joker

Martin Scorsese – The Irishman

Quentin Tarantino – C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood)




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domenica 5 gennaio 2020

GOLDEN GLOBE 2020. LE NOMINATION



Stasera!
Proprio durante la notte dell'Epifania avverrà la premiazione dei Golden Globe, gli Oscar assegnati dalla stampa estera.

Chi vincerà?
I pronostici fioccano come neve, ma solo domani sapremo davvero com'è andata.

Per il momento, leggete di seguito tutti i candidati.
E cliccate sui link che trovate!






MIGLIOR FILM DRAMMATICO
1917, regia di Sam Mendes
I due papi (The Two Popes), regia di Fernando Meirelles
The Irishman, regia di Martin Scorsese
Joker, regia di Todd Phillips
Storia di un matrimonio (Marriage Story), regia di Noah Baumbach

MIGLIOR FILM COMMEDIA O MUSICALE
Cena con delitto - Knives Out (Knives Out), regia di Rian Johnson
C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood), regia di Quentin Tarantino
Dolomite Is My Name, regia di Craig Brewer
Jojo Rabbit, regia di Taika Waititi
Rocketman, regia di Dexter Fletcher

MIGLIOR REGISTA
Bong Joon-ho – Parasite (Gisaenchung)
Sam Mendes – 1917
Todd Phillips Joker
Martin Scorsese – The Irishman
Quentin Tarantino – C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood)

MIGLIORE ATTRICE IN UN FILM DRAMMATICO
Cynthia Erivo – Harriet
Scarlett Johansson – Storia di un matrimonio (Marriage Story)
Saoirse Ronan – Piccole donne (Little Women)
Charlize Theron – Bombshell
Renée Zellweger – Judy

MIGLIORE ATTORE IN UN FILM DRAMMATICO
Christian Bale – Le Mans '66 - La grande sfida (Ford v Ferrari)
Antonio Banderas – Dolor y gloria
Adam Driver – Storia di un matrimonio (Marriage Story)
Joaquin Phoenix Joker
Jonathan Pryce – I due papi (The Two Popes)

MIGLIORE ATTRICE IN UN FILM COMMEDIA O MUSICALE
Awkwafina – The Farewell - Una bugia buona (The Farewell)
Ana de Armas – Cena con delitto - Knives Out (Knives Out)
Cate Blanchett – Che fine ha fatto Bernadette? (Where'd You Go, Bernadette)
Beanie Feldstein – La rivincita delle sfigate (Booksmart)
Emma Thompson – E poi c'è Katherine (Late Night)

MIGLIORE ATTORE IN UN FILM COMMEDIA O MUSICALE
Daniel Craig – Cena con delitto - Knives Out (Knives Out)
Leonardo DiCaprio – C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood)
Roman Griffin Davis – Jojo Rabbit
Taron Egerton – Rocketman
Eddie Murphy – Dolemite Is My Name

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA
Kathy Bates – Richard Jewell
Annette Bening – The Report
Laura Dern – Storia di un matrimonio (Marriage Story)
Jennifer Lopez – Le ragazze di Wall Street - Business Is Business (Hustlers)
Margot Robbie – Bombshell

MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA
Tom Hanks – Un amico straordinario (A Beautiful Day in the Neighborhood)
Anthony Hopkins – I due papi (The Two Popes)
Al Pacino – The Irishman
Joe Pesci – The Irishman
Brad Pitt – C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood)

MIGLIOR FILM STRANIERO
Dolor y gloria, regia di Pedro Almodóvar (Spagna)
The Farewell - Una bugia buona (The Farewell), regia di Lulu Wang (Stati Uniti d'America)
I miserabili (Les Misérables), regia di Ladj Ly (Francia)
Parasite (Gisaenchung), regia di Bong Joon-ho (Corea del Sud)
Ritratto della giovane in fiamme (Portrait de la jeune fille en feu), regia di Céline Sciamma (Francia)

MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE
Dragon Trainer - Il mondo nascosto (How to Train Your Dragon: The Hidden World), regia di Dean DeBlois
Frozen II - Il segreto di Arendelle (Frozen II), regia di Jennifer Lee e Chris Buck
Missing Link, regia di Chris Butler
Il re leone (The Lion King), regia di Jon Favreau
Toy Story 4, regia di Josh Cooley

MIGLIORE SCENEGGIATURA
Noah Baumbach – Storia di un matrimonio (Marriage Story)
Bong Joon-ho e Han Jin-won – Parasite (Gisaenchung)
Anthony McCarten – I due papi (The Two Popes)
Quentin Tarantino C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood)
Steven Zaillian – The Irishman

MIGLIORE COLONNA SONORA ORIGINALE
Alexandre Desplat – Piccole donne (Little Women)
Hildur Guðnadóttir – Joker
Randy Newman – Storia di un matrimonio (Marriage Story)
Thomas Newman – 1917
Daniel Pemberton – Motherless Brooklyn - I segreti di una città (Motherless Brooklyn)

MIGLIORE CANZONE ORIGINALE
Beautiful Ghosts (Taylor Swift) – Cats
(I'm Gonna) Love Me Again (Elton John, Taron Egerton) – Rocketman
Into the Unknown (Idina Menzel, Aurora) – Frozen II - Il segreto di Arendelle (Frozen II)
Spirit (Beyoncé) – Il re leone (The Lion King)
Stand Up (Cynthia Erivo) – Harriet




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mercoledì 29 maggio 2019

CANNES 2019. PREMI A CASACCIO (MA OTTIMA SELEZIONE)

Dall'alto: il messicano Alejandro G. Iñárritu indica il sudcoreano Bong Joon-Ho e lo spagnolo Antonio Banderas; l'inglese Ken Loach sembra perplesso. 


Scorrendo l'elenco completo dei vincitori della 72a edizione del Festival di Cannes, viene da chiedersi che cosa si siano fumati Alejandro G. Iñárritu e soci.

La giuria capitanata dal plurioscarizzato regista di Birdman e The Revenant ha sovvertito - con poche eccezioni - ogni pronostico, dando la netta impressione di aver assegnato i premi un po' a casaccio.

Certo, incensare un film asiatico è un trend immortale per ogni festival internazionale.
E assegnare uno o più contentini ai padroni di casa - oppure a qualche pellicola francofona, tanto per stare sul sicuro - è quasi una regola, a Cannes.






Questo spiegherebbe i riconoscimenti assegnati a Young Amhed di quegli allegroni dei fratelli Dardenne (miglior regia), ad Atlantics (Gran Premio della Giuria; prima vittoria di una regista nera, in qualsiasi categoria, in oltre 7 decenni di Festival!), a Portrait of a Lady on Fire (miglior sceneggiatura) e a Les Misérables (Premio della Giuria; niente a che vedere con l'omonimo musical).

Oltre ovviamente all'ambita Palma d'Oro finita nelle mani del regista di Parasite, il sudcoreano Bong Joon-Ho.

Gli unici premi ragionati sembrano essere quelli per gli interpreti (Emily Beecham per Little Joe e il redivivo Antonio Banderas per Pain and Glory) e quello della Giuria conquistato dal bizzarro western Bacurau (a conferma della buona salute del cinema brasiliano: ricordate Tropa de Elite?).

Niente ai big: il più sconfitto - Banderas a parte - è lo spagnolo Pedro Almodovar, favoritissimo alla vigilia.
Una terza Palma d'Oro al britannico Ken Loach (dopo Il Vento che Accarezza l'Erba nel 2006 e I, Daniel Blake 10 anni dopo) forse è stata giudicata eccessiva, mentre al texano Terrence Malick è stata probabilmente fatta pagare qualche velleità arty di alcune sue pellicole precedenti (vedere ad esempio To The Wonder e Knight of Cups).

Neppure il nostro Marco Bellocchio con Il Traditore ha fatto breccia nel cuore dei giurati.
Può essere che il tema dei pentiti di mafia sia un argomento scomodo pure dall'altra parte delle Alpi...






E Quentin Tarantino?
Il suo nuovo lungometraggio C'era una Volta a Hollywood, personale omaggio alla Los Angeles degli anni 60, ha ricevuto nel complesso critiche più che positive (merito anche dell'accoppiata DiCaprio-Pitt, "il più eccitante duo cinematografico dopo Redford-Newman", a detta del regista), ma non ha incassato alcun premio.

Tutto da buttare, allora? Niente affatto.
Sorvolando sull'assurda guerra a Netflix, il direttore artistico Therry Frémaux non ha sbagliato un colpo, accaparrandosi una rosa di pellicole di altissimo livello che alla Croisette mancava da anni.
Questa volta la Mostra del Cinema di Venezia avrà serie difficoltà a rispondere a tono.

Bocciata la Giuria, promossa la kermesse.
Per il secondo match, l'appuntamento è tra pochi mesi in Laguna...




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lunedì 13 maggio 2019

CANNES 2019. I FILM IN E FUORI CONCORSO

(La locandina del 72° Festival di Cannes). 


Come ogni anno, eccoci finalmente giunti allo speciale dedicato all'ormai imminente Festival di Cannes, che si terrà dal 14 al 25 maggio.

Per maggiori dettagli sulle pellicole in programma vi rimandiamo al consueto post di commento.
Per ora vi basti sapere che C'era una Volta a... Hollywood, attesissima ultima fatica firmata Quentin Tarantino, è stata ammessa alla competizione all'ultimo minuto.

Ma quella del regista di Pulp Fiction e Django Unchained non è sulla carta l'unica opera degna di nota: la giuria guidata dal messicano Alejandro G. Iñárritu avrà con ogni probabilità il suo bel da fare per assegnare l'ambita Palma d'Oro.

Nel frattempo, volete conoscere tutti, ma proprio tutti i film che verranno presentati sulla Croisette?
Date una sbirciata all'elenco sottostante!






CONCORSO
Atlantique, regia di Mati Diop (Francia/Senegal/Belgio)
Bacurau, regia di Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles (Brasile)
C'era una Volta a... Hollywood (Once Upon a Time in... Hollywood), regia di Quentin Tarantino (Stati Uniti/Regno Unito)
Dolor y gloria, regia di Pedro Almodóvar (Spagna)
Frankie, regia di Ira Sachs (Francia/Portogallo/Belgio/Stati Uniti)
Gisaengchung, regia di Bong Joon-ho (Corea del Sud)
La gomera, regia di Corneliu Porumboiu (Romania/Francia/Germania)
A Hidden Life, regia di Terrence Malick (Stati Uniti/Germania)
It Must Be Heaven, regia di Elia Suleiman (Francia/Canada)
Le jeune Ahmed, regia di Jean-Pierre e Luc Dardenne (Belgio)
Little Joe, regia di Jessica Hausner (Austria/Regno Unito/Germania)
Matthias et Maxime, regia di Xavier Dolan (Canada)
Mektoub, My Love: Intermezzo, regia di Abdellatif Kechiche (Francia/Italia)
I Morti non Muoiono (The Dead Don't Die), regia di Jim Jarmusch (Stati Uniti)
Les Misérables, regia di Ladj Ly (Francia)
Nan fang che zhan de ju hui, regia di Diao Yinan (Cina)
Portrait de la jeune fille en feu, regia di Céline Sciamma (Francia)
Roubaix, une lumiére, regia di Arnaud Desplechin (Francia)
Sibyl, regia di Justine Triet (Francia)
Sorry We Missed You, regia di Ken Loach (Regno Unito/Francia/Belgio)
Il Traditore, regia di Marco Bellocchio (Italia/Francia/Brasile/Germania)

Un Certain Regard
Adam, regia di Maryam Touzani (Marocco/Francia/Qatar)
A Brother’s Love, regia di Monia Chokri (Canada)
Bull, regia di Annie Silverstein (Stati Uniti)
Chambre 212, regia di Christophe Honoré (Francia/Belgio/Lussemburgo)
The Climb, regia di Michael Angelo Covino (Stati Uniti)
Dylda, regia di Kantemir Balagov (Russia)
EVGE, regia di Nariman Aliev (Ucraina)
La famosa invasione degli orsi in Sicilia, regia di Lorenzo Mattotti (Francia/Italia)
Jeanne, regia di Bruno Dumont (Francia)
Juo ren mi mi, regia di Midi Z (Taiwan)
Les hirondelles de Kaboul, regia di Zabou Breitman e Eléa Gobbé-Mévellec (Francia)
Liberté, regia di Albert Serra (Francia/Spagna/Portogallo)
Liu yu tian, regia di Zu Feng (Cina)
Odnaždy v Trubčevske, regia di Larisa Sadilova (Russia)
O que arde, regia di Oliver Laxe (Spagna/Francia/Lussemburgo)
Papicha, regia di Mounia Meddour (Francia)
Port Authority, regia di Danielle Lessovitz (Stati Uniti)
A vida invisível, regia di Karim Aïnouz (Brasile)

Fuori concorso
La belle époque, regia di Nicolas Bedos (Francia)
Diego Maradona, regia di Asif Kapadia (Regno Unito)
Hors normes, regia di Olivier Nakache e Éric Toledano (Francia)
Les plus belles années d'une vie, regia di Claude Lelouch (Francia)
Rocketman, regia di Dexter Fletcher (Regno Unito/Stati Uniti)
Too Old to Die Young – serie TV di Nicolas Winding Refn, episodi 1x04-1x05 (Stati Uniti)






Proiezioni di mezzanotte
Akinjeon, regia di Lee Won-tae (Corea del Sud)
Lux Æterna, regia di Gaspar Noé (Francia)

Proiezioni speciali
5B, regia di Dan Krauss (Stati Uniti)
Chicuarotes, regia di Gael García Bernal (Messico)
La cordillera de los sueños, regia di Patricio Guzmán (Cile)
Être vivant et le savoir, regia di Alain Cavalier (Francia)
Family Romance, LLC., regia di Werner Herzog
For Sama, regia di Waad Al-Khateab e Edward Watts (Siria/Regno Unito)
Ice on Fire, regia di Leila Conners (Stati Uniti/Costa Rica/Regno Unito/Francia/Croazia/Germania/Islanda/Norvegia/Svizzera)
Que sea ley, regia di Julio Solanas (Argentina)
Share, regia di Pippa Bianco (Stati Uniti)
Tommaso, regia di Abel Ferrara (Italia)

Cortometraggi in concorso
All Inclusive, regia di Teemu Nikki (Finlandia)
Anna, regia di Dekel Berenson (Ucraina/Israele/Regno Unito)
La distance entre nous et le ciel, regia di Vasilis Kekatos (Grecia/Francia)
Le grand saut, regia di Vanessa Dumont e Nicolas Davenel (Francia)
L'heure de l'ours, regia di Agnès Patron (Francia)
Ingen lyssnar, regia di Elin Övergaard (Svezia)
Monstruo Dios, regia di Agustina San Martín (Argentina)
Parparim, regia di Yona Rozenkier (Israele)
La siesta, regia di Federico Luis Tachella (Argentina)
The Van, regia di Erenik Beqiri (Albania/Francia)
White Echo, regia di Chloë Sevigny (Stati Uniti)

Documentari
Cinecittà - I mestieri del cinema: Bernardo Bertolucci, regia di Mario Sesti (Italia)
Forman vs. Forman, regia di Helena Třeštíková e Jakub Hejna (Repubblica Ceca/Francia)
Making Waves: The Art of Cinematic Sound, regia di Midge Costin (Stati Uniti)
La passione di Anna Magnani, regia di Enrico Cerasuolo (Italia/Francia)
Les silences de Johnny, regia di Pierre-William Glenn (Francia)






Quinzaine des Réalisateurs

Lungometraggi

Alice et le maire, regia di Nicolas Pariser (Francia)
And Then We Danced, regia di Levan Akin (Svezia/Georgia)
Ang hupa, regia di Lav Diaz (Filippine/Cina)
Canción sin nombre, regia di Melina León (Perù/Spagna/Svizzera)
Le daim, regia di Quentin Dupieux (Francia)
Une fille facile, regia di Rebecca Zlotowski (Francia)
Ghost Tropic, regia di Bas Devos (Belgio)
Give Me Liberty, regia di Kirill Michanovskij (Stati Uniti)
Hatsukoi, regia di Takashi Miike (Giappone/Regno Unito)
Huo zhe chang zhe, regia di Johnny Ma (Cina/Francia)
Koirat eivät käytä housuja, regia di Jukka-Pekka Valkeapää (Finlandia/Lettonia)
The Lighthouse, regia di Robert Eggers (Canada/Stati Uniti)
Lillian, regia di Andreas Horwath (Austria)
Oleg, regia di Juris Kursietis (Lettonia/Belgio/Lituania/Francia)
On va tout péter, regia di Lech Kowalski (Francia)
Les particules, regia di Blaise Harrison (Svizzera/Francia)
Parwareshgah, regia di Shahrbanoo Sadat (Danimarca/Afghanistan/Francia/Germania/Lussemburgo)
Perdrix, regia di Erwan Le Duc (Francia)
Por el dinero, regia di Alejo Moguillansky (Argentina)
Sem seu sangue, regia di Alice Furtado (Brasile/Paesi Bassi/Francia)
Tlamess, regia di Ala Eddine Slim (Tunisia/Francia)
Wounds, regia di Babak Anvari (Stati Uniti)
Yves, regia di Benoît Forgeard (Francia)
Zombi Child, regia di Bertrand Bonello (Francia)

Cortometraggi
Deux sœurs qui ne sont pas sœurs, regia di Beatrice Gibson (Regno Unito/Germania/Canada/Francia)
Les extraordinaires mésaventures de la jeune fille de pierre, regia di Gabriel Abrantes (Portogallo/Francia)
Grand Bouquet, regia di Nao Yoshigai (Giappone)
Hãy tỉnh thức và sẵn sàng, regia di An Pham Thien (Corea del Sud/Stati Uniti d'America/Vietnam)
Je te tiens, regia di Sergio Caballero (Spagna)
Movements, regia di Jeong Da-hee (Corea del Sud)
Olla, regia di Ariane Labed (Francia/Regno Unito)
Piece of Meat, regia di Jerrold Chong e Huang Junxiang (Singapore/Malesia)
Plaisir fantôme, regia di Morgan Simon (Francia)
That Which Is to Come Is Just a Promise, regia di Flatform (Italia/Paesi Bassi/Nuova Zelanda)


Settimana Internazionale della Critica

Lungometraggi

Abou Leïla, regia di Amin Sidi-Boumédiène (Algeria/Francia)
Ceniza negra, regia di Sofía Quirós Ubeda (Costa Rica/Argentina/Cile/Francia)
Hvítur, hvítur dagur, regia di Hlynur Pálmason (Islanda/Danimarca)
J’ai perdu mon corps, regia di Jérémy Clapin (Francia)
Nuestras madres, regia di César Díaz (Belgio/Francia/Guatemala)
The Unknown Saint, regia di Alaa Eddine Aljem (Marocco/Francia/Qatar/Germania/Libano)
Vivarium, regia di Lorcan Finnegan (Stati Uniti)

Cortometraggi
Dia de festa, regia di Sofia Bost (Portogallo)
Fakh, regia di Nada Riyadh (Egitto/Germania)
Ikki illa meint, regia di Andrias Høgenni (Danimarca)
Journey Through a Body, regia di Camille Degeye (Francia)
Kolektyviniai sodai, regia di Vytautas Katkus (Lituania)
Lucía en el limbo, regia di Valentina Maurel (Belgio/Francia/Costa Rica)
The Manila Lover, regia di Johanna Pyykkö (Norvegia/Filippine)
Mardi de 8 à 18, regia di Cecilia de Arce (Francia)
She Runs, regia di Qiu Yang (Cina/Francia)
Ultimul drum spre mare, regia di Adi Voicu (Romania)


Proiezioni speciali

Lungometraggi

Chun jiang shui nuan, regia di Gu Xiaogang (Cina)
Les héros ne meurent jamais, regia di Aude Léa Rapin (Francia/Belgio/Bosnia ed Erzegovina)
Litigante, regia di Franco Lolli (Colombia/Francia)
Tu mérites un amour, regia di Hafsia Herzi (Francia)

Cortometraggi
Demonic, regia di Pia Borg (Australia)
Invisível Herói, regia di Cristèle Alves Meira (Portogallo/Francia)
Naptha, regia di Moin Hussain (Regno Unito)
Please Speak Continuously and Describe Your Experiences as They Come to You, regia di Brandon Cronenberg (Canada)
Tenzo, regia di Katsuya Tomita (Giappone)




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domenica 7 aprile 2019

OSCAR 2019. BLACKKKLANSMAN, COME TI INFILTRO UN NERO TRA I BIANCHI RAZZISTI

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2018
135'
Regia: Spike Lee
Con: John David Washington, Adam Driver, Topher Grace, Laura Harrier, Jasper Pääkkönen, Paul Walter Hauser, Harry Belafonte, Alec Baldwin.


Colorado Springs, primi anni 70.
Ron Stallworth (Washington) diventa il primo poliziotto afroamericano della contea.

Dopo aver fatto esperienza dei pregiudizi e del razzismo di alcuni suoi colleghi, viene riassegnato al dipartimento di intelligence.

Qui nota un annuncio di reclutamento del Ku Klux Klan, nota organizzazione suprematista e xenofoba, e ha un'intuizione geniale: perché non infiltrarsi all'interno e raccogliere prove a carico dei suoi membri?

Certo, per un nero sarebbe impossibile: ecco allora venirgli in aiuto il collega bianco Flip Zimmerman (Driver).
Ron si limita a prendere contatti telefonici, mentre Flip si presenta agli incontri di persona, fingendosi Ron...






Un poliziotto afromericano infiltrato nel KKK?!?
Suona come lo spunto per uno sketch di Dave Chappelle, e invece si tratta di una storia vera.

Dopo averla scoperta, Spike Lee l'ha fatta sua, aggiungendo al copione elementi di commedia e riferimenti espliciti all'attualità (ossia all'era Trump).

Un'operazione che ha dato frutto, tant'è che il regista ha conquistato il primo Oscar della propria carriera, per la miglior sceneggiatura.
Lo stesso ambito - guarda un po' - in cui era uscito vincente il suo eterno amico/nemico Quentin Tarantino (prima con Pulp Fiction, poi con Django Unchained).

Spike è solo il secondo afroamericano nella storia del cinema a essere stato premiato nella categoria.
Prima di lui solo Jordan Peele, lo scorso anno con l'ottimo Scappa-Get Out (qui il cineasta-comedian figura come co-produttore).






Dimenticate le polemiche e le provocazioni seriose di tante sue pellicole precedenti (e non solo quelle: pure la sua esagerata protesta agli Academy Awards, nel momento in cui la statuetta più ambita è finita a Green Book).
Lee questa volta ha trovato il tono e il ritmo giusti, come conferma - tra le altre cose - il Gran Premio della Giuria all'ultimo Festival di Cannes.

Di più: BlacKkKlansman è il miglior film della sua carriera.

Pur con qualche libertà artistica e cronologica (la vicenda è ambientata nel 1972, a ridosso delle presidenziali vinte da Nixon, ma nella realtà avvenne nel 1979), la pellicola restituisce fedelmente lo spirito dei tempi e le caratteristiche delle persone che di quella storia furono protagoniste.

Ciò avviene anche in virtù di un cast scelto e guidato con intelligenza.
E se da un lato J.D. Washington - figlio d'arte: suo padre si chiama Denzel... - è una rivelazione, Adam Driver (alias Kylo Ren di Star Wars) è una gradita conferma.

Nelle retrovie, segnaliamo la comparsata satirica di Alec Baldwin nel prologo (deve portare fortuna, perché un altro suo cammeo era presente in
A Star is Born, anch'esso oscarizzato) e quella magnetica di Harry Belafonte, celeberrimo musicista calypso con l'hobby della recitazione.

Il ruolo più difficile è però toccato a Topher Grace, che ricorderete come il primo Venom apparso sul grande schermo (in Spider-Man 3).
Il suo David Duke - figuro cinico e spregevole, eppure dotato di un ottimo eloquio e di un certo charme - non si dimentica facilmente.
Ancor più se messo in confronto con il vero Duke, che appare in recenti immagini di repertorio.

Qui sta il geniale colpo di coda di Spike: concludere il film con video amatoriali e riprese tratte dai telegiornali, che testimoniano una verità inquietante.
L'America non è cambiata, è ancora (di nuovo?) come ieri.

Non vale solo per l'Oltreoceano.
Vale anche per noi.




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domenica 24 settembre 2017

I CORTI: SIX SHOOTER, UN GUY RITCHIE ALLA GUINNESS

(Clicca sulla locandina per vedere il corto). 

Irlanda, 2004
27'
Regia: Martin McDonagh
Interpreti: Brendan Gleeson, Rúaidhrí Conroy, Aisling O'Sullivan, David Wilmot, Gary Lydon, Domhnall Gleeson.


Un uomo di mezza età (B. Gleeson) diventa vedovo.
Durante il viaggio in treno che lo porta dall'ospedale dove era ricoverata la moglie fino a casa, fa conoscenza con un giovane un po' matto da poco rimasto orfano.

Il tragitto si rivelerà pieno di imprevisti e colpi di scena...






Benché il Leone d'Oro conquistato da Guillermo del Toro con The Shape of Water alla recente Mostra del Cinema di Venezia sia stato indiscutibile, nessuno alla vigilia si sarebbe stupito se il massimo riconoscimento fosse andato a Three Billboards Outside Ebbing, Missouri.

Quello tra il regista messicano di Hellboy (e co-autore dell'adattamento della Trilogia de Lo Hobbit, non dimentichiamo) e il collega britannico Martin McDonagh è stato un testa-a-testa fino all'ultimo, ma alla fine il secondo si è dovuto accontentare di un premio secondario, per quanto strameritato: l'Osella per la migliore sceneggiatura.

In effetti, la scrittura è il punto di forza di questo cineasta d'Oltremanica molto attivo e apprezzato anche a teatro, tanto da essere stato definito dal New York Times addirittura "uno dei più importanti commediografi irlandesi viventi".

McDonagh è diventato famoso come regista del gangster movie In Bruges con Colin Farrell, Brendan Gleeson, Ralph Fiennes (3 nomine ai Golden Globe e una candidatura agli Oscar 2009 per migliore sceneggiatura originale) e si è poi confermato con 7 Psicopatici, pulp con Colin Farrell, Christopher Walken e Tom Waits.

Ma il suo folgorante esordio dietro la macchina da presa è stato con questo cortometraggio, che gli valse l'Oscar nella categoria nel 2006.
Girata su un vero treno in movimento, è una commedia grottesca che nel finale - la sparatoria che fa da climax - flirta con il cinema d'azione.

Ai tempi qualcuno lo definì "Ken Loach che incontra Quentin Tarantino".
Ma più del palmadorato regista inglese (lo scorso anno con I, Daniel Blake)) e dell'autore di Pulp Fiction e Django Unchained, a noi Six Shooter (il titolo fa riferimento ai revolver con 6 colpi) ha ricordato l'opera di un Guy Ritchie che la butta meno in caciara.

Il pezzo forte sono ovviamente i dialoghi, ricchi di giochi di parole e riferimenti alla cultura pop (ma la parlata stretta di Conroy è quasi inintelligibile!), e le interpretazioni degli attori, specie il massiccio Brendan Gleeson.

Occhio infine alla comparsata di Domhnall Gleeson - figlio di Brendan e noto come Generale Hux di Star Wars - Il Risveglio della Forza - nel ruolo del venditore di merendine.
Chissà che cosa direbbero il Leader Supremo Snoke e gli altri gerarchi del Primo Ordine se lo vedessero farsi mettere i piedi in testa dai clienti...




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