CINEMA A BOMBA!

martedì 12 dicembre 2023

I CLASSICI: SENTIERI SELVAGGI, IL WEST CHE PIACEVA A GODARD (E A TARANTINO)

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 1956
119'
Regia: John Ford
Interpreti: John Wayne, Vera Miles, Ward Bond, Jeffrey Hunter, Harry Carey Jr., Patrick Wayne, Natalie Wood.


Texas occidentale. 3 anni dopo la Guerra di Secessione, Ethan Edwards (Wayne) torna a casa pieno di monete d'oro e di risentimento nei confronti dei Pellerossa.

Quando i Comanche - dopo avergli trucidato la famiglia - rapiscono la sua nipote più giovane (Wood), l'uomo guida una spedizione per ritrovarla.
L'obiettivo è il salvataggio della ragazza o la sua uccisione in quanto ormai "contaminata" dal nemico?


L'amore che si prova per John Wayne nella scena in cui solleva Natalie Woods in "Sentieri Selvaggi" racchiude il mistero e il fascino del cinema americano.

Parole di Jean-Luc Godard, regista francese ed ex critico che più agli antipodi di Wayne - anche ideologicamente: marxistissimo il primo, ultraconservatore il secondo - non poteva essere.
Questo celebre giudizio da parte dell'auteur di Fino all'Ultimo Respiro rivela invece quanto l'arte possa mettere d'accordo persone anche molto diverse.

Non usiamo questo sostantivo a caso: Sentieri Selvaggi è davvero un'opera d'arte, una della vette - se non proprio la vetta, ma su questo punto torneremo in fondo - della folta filmografia di John Ford, il maestro indiscusso del western "classico" hollywoodiano.

Il regista di Ombre Rosse torna a girare nella propria location preferita - la stupenda Monument Valley - un dramma epico ed elegiaco, una lettera d'amore al mito della Frontiera, un'epopea familiare ricca di sfumature e di interrogativi (etici e non).

Perché il protagonista odia tanto gli Indiani? Dove è stato e che cosa ha fatto dopo la fine della guerra? In che modo ha guadagnato tutto quell'oro? Ha avuto una relazione con la cognata? E, nel caso, la ragazza rapita è sua nipote o sua figlia?
Domande cui Ford e i suoi collaboratori non danno risposte, se non in alcuni casi in maniera molto implicita (anche per non avere noie con la severa censura dell'epoca).

Ma probabilmente al grande cineasta con la benda sull'occhio le risposte importano fino a un certo punto.
Il suo interesse è - sì - realizzare una parabola morale, ma visivamente romantica e strutturalmente ineccepibile.

Obiettivo raggiunto, grazie anche ad un cast solido e ben diretto: il regista riesce a tirare fuori dal suo attore-feticcio Wayne - divo indiscusso ma attore monocorde - una delle migliori interpretazioni della propria carriera.

Numerose le sequenze memorabili, ma quella finale col protagonista che esce e si allontana, lasciando aperta la porta dalla quale vediamo il deserto stagliarsi sullo sfondo, è entrata di diritto nella Storia del Cinema ( Quentin Tarantino, per dire, l'ha copiata almeno due volte: in Kill Bill vol.2 e in Bastardi Senza Gloria).

Se Ombre Rosse è il film per cui Ford e Wayne verranno (vengono) ricordati, e L'Uomo che Uccise Liberty Valance si può considerare la loro ultima grande collaborazione, Sentieri Selvaggi è l'opera facilmente più rappresentativa del loro "periodo d'oro".

Il loro capolavoro? Il miglior western di tutti i tempi?
Giudicate voi.


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martedì 24 agosto 2021

I CORTI: DUE ESTRANEI, HOMO HOMINI LOOP

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2020
32'
Regia: Travon Free, Martin Desmond Roe
Con: Joey Badass, Andrew Howard, Zaria.


New York City.
Un fumettista afroamericano (Badass) sta tornando a casa col proprio cane dopo il primo appuntamento con una ragazza (Zaria).

Viene fermato per un accertamento da un poliziotto bianco (Howard) e da questi ucciso per soffocamento.
Tuttavia, subito dopo si risveglia incolume nel letto della fidanzata.

Il ragazzo capisce quindi di essere finito in un loop temporale nel quale è costretto a rivevere ogni volta la medesima giornata...



La trama vi suona familiare?
Non sarebbe strano: questo cortometraggio è in pratica un remake in pillole di Ricomincio da Capo (celebre dramedy romantica con Bill Murray) e di Auguri per la tua Morte (divertente horror umoristico scritto da Scott Lobdell).

Qui però c'è ben poco da ridere: il taglio è quello impegnato e antirazzista di opere come Get Out, e i riferimenti a eventi recenti di cronaca nera - l'ispirazione al movimento Black Lives Matter è esplicita e dichiarata - conferiscono uno spessore sociale ben superiore a quello dei suoi predecessori.

La prima morte del protagonista ricorda volutamente quella di George Floyd, avvenuta nel maggio 2020; in un'altra il rimando è all'uccisione di Breonna Taylor, nel marzo dello stesso anno.

Anche il titolo originale (Two Distant Strangers) è tratto da una strofa della canzone Change di Tupac Shakur, defunto rapper tra i più impegnati nella causa dei diritti degli afroamericani.



L'allegoria diventa globale nella scena dell'ultimo omicidio, con la pozza di sangue che prende la forma del continente africano: qui non si parla solo degli Stati Uniti, è un'intera razza a essere - letteralmente - nel centro del mirino.

Finanziato da Lawrence Bender (ex socio di Quentin Tarantino e produttore, tra le altre cose, di Una Scomoda Verità), Jesse Williams (Grey's Anatomy) e Sean Combs (il rapper noto anche come Puff Daddy o P. Diddy o semplicemnte Diddy), Due Estranei è il primo film Netflix ad aver vinto l'Oscar come miglior cortometraggio.

Da vedere e di cui discutere.
E un plauso a quanti riescono a cogliere l'easter egg di Poliziotto in Prova.



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domenica 16 maggio 2021

I CLASSICI: LA SPARATORIA + LE COLLINE BLU, IL DITTICO "CULT" DI MONTE HELLMAN

(Clicca sulle locandine per vedere i due trailer) 

LA SPARATORIA
USA, 1966
82'
Regia: Monte Hellman
Interpreti: Warren Oates, Millie Perkins, Will Hutchins, Jack Nicholson.

LE COLLINE BLU
USA, 1966
82'
Regia: Monte Hellman
Interpreti: Jack Nicholson, Cameron Mitchell, Millie Perkins, Harry Dean Stanton.


Due film "gemelli", eppure profondamente diversi.
Entrambi opere di un regista quasi esordiente, che grazie ad esse divenne oggetto di culto di cinefili e critici per i decenni successivi.

Monte Hellman (1929-2021) è stato un vero e proprio artigiano del cinema.

Allievo del maestro indiscusso dei B-movie - il geniale produttore Roger Corman - e grande esperto di editing, il nostro ha firmato un numero piuttosto esiguo di lungometraggi, lavorando spesso in incognito per altri colleghi, in qualità di montatore, aiuto regista o supervisore alla sceneggiatura.

Tra le sue memorabili pellicole ricordiamo ovviamente Strada a Doppia Corsia (forse il suo capolavoro) e Road to Nowhere, ma anche l'horror d'autore Silent Night, Deadly Night III e il cortometraggio Vive l'Amour.

Ma, come abbiamo detto, a conferirgli l'aura di venerato maestro agli occhi della critica è stato un dittico di western "acidi" che fece scuola.
Di seguito recensiamo entrambi i film, così che ognuno possa farsi un'idea di quale dei due sia il migliore o il più importante.



La Sparatoria

Una misteriosa ragazza (Perkins) convince una coppia di minatori - uno burbero e navigato (Oates), l'altro più giovane e poco intelligente - ad accompagnarla in un viaggio nel deserto.

Poco più tardi si unisce a loro uno spietato bounty killer nerovestito (Nicholson).
Un po' alla volta i due si rendono conto di non essere guide, ma ostaggi, e che il loro pellegrinaggio è in realtà una caccia all'uomo...

Dei due lungometraggi, questo è il più famoso e generalmente il più apprezzato.
Anche noi lo consideriamo più riuscito e intrigante.

Procedendo per ellissi, tra silenzi e ralenti, il racconto assume strada facendo sempre più valenze metafisiche, come suggeriscono il colpo di scena conclusivo e il finale sospeso (non dissimile, per certi versi, a quello di Strada a Doppia Corsia).

Come confermeranno le opere successive, Hellman è un regista che lavora di sottrazione, sfoggia un talento visionario non comune e risulta capace di momenti di raro lirismo.

Per quanto concerne il cast: Oates è sempre bravissimo e la Perkins è adeguatamente antipatica, ma il personaggio più iconico e cool è quello di Nicholson, qui ancora attore emergente ma già dotato di un carisma da divo.



Le Colline Blu

Finiti nel posto sbagliato al momento sbagliato, una coppia di cowboy - uno giovane (Nicholson), l'altro più anziano - vengono scambiati per membri di una banda di rapinatori e inseguiti dagli uomini della legge.

Costretti a fuggire in un canyon, si rifugiano presso una famiglia di fattori che vive isolata.
Mentre la tensione sale sempre di più, i due pianificano di fuggire oltre le colline...

Girato di seguito a La Sparatoria, nello stessa location e praticamente con lo stesso cast e la stessa troupe, così da risparmiare sul budget ("trucco" comune a tutte le produzioni di Corman), Le Colline Blu è di solito considerato il capitolo più debole del dittico.

Basato su un copione dello stesso Jack Nicholson (pochi se lo ricordano, ma il futuro Joker è stato anche uno sceneggiatore e un regista), ha iniziato a essere rivalutato solo a partire dai primi anni 90.

Merito di Quentin Tarantino, che proprio in quel periodo scrisse di proprio pugno una celebre recensione postuma nella quale descriveva questo film come un capolavoro incompreso, "Uno dei western più autentici e brillanti mai realizzati".

L'autore di Django Unchained e C'era una Volta... a Hollywood deve parecchio a Monte: questi gli aveva prodotto Le Iene, permettendogli di fatto di iniziare una lunga e soddisfacente carriera.
QT ha saldato il proprio debito alla Mostra del Cinema di Venezia del 2010, consegnando personalmente nelle mani dell'anziano collega il Leone d'Oro alla carriera.

Come l'altro lungometraggio, Le Colline Blu è stato girato in esterni (nel deserto dello Utah) con luci naturali e nessun makeup per gli interpreti.
Lo stile è sempre minimalista, ma con maggior enfasi al realismo e alla riflessione.

Più lento e privo dell'elemento "misterioso" che caratterizzava La Sparatoria, ma non per questo meno sincero e potente.
Il cinema classico di John Ford non è così lontano.


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venerdì 12 marzo 2021

I CLASSICI: LOST IN TRANSLATION, PERDERSI È UNA QUESTIONE DI STILE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2003
102'
Regia: Sofia Coppola
Con: Bill Murray, Scarlett Johansson, Giovanni Ribisi, Anna Faris.


Tokyo. In un lussuoso albergo Bob (Murray), divo hollywoodiano di mezza età, incontra Charlotte (Johansson), neo-sposa di un giovane fotografo (Ribisi).

Entrambi si annoiano e si sentono non appagati: il primo è lontano dalla famiglia e le sue interpreti non lo aiutano a comprendere il giapponese; la seconda si sente trascurata dal marito e non ha ancora deciso che cosa fare nella vita.

Uniscono così le proprie solitudini facendosi compagnia durante le lunghe notti insonni causate dal jet lag.
Imparano a conoscersi e tra loro nasce un sentimento...



Commedia romantica tra le più "stilose" del nuovo millennio, Lost in Translation è ancora oggi la migliore tra le opere cinematografiche firmate da Sofia Coppola.
Figlia d'arte (suo padre si chiama Francis Ford...) ed ex fidanzata di Quentin Tarantino, questa esile italo-americana ha realizzato l'opera della vita vincendo persino un Oscar per la miglior sceneggiatura.

Avrebbe meritato una statuetta anche Bill Murray, che è il vero motore del film e iniziò da qui una seconda giovinezza artistica.
L'ex Ghostbuster risollevò infatti l'allora declinante carriera - si era ridotto a recitare in roba tipo Per Amore di Vera e L'Uomo che Sapeva Troppo Poco - con un'interpretazione sotto le righe, ricca di sfumature e dolente malinconia.

Attore istintivo come pochi, il comico si concede almeno due improvvisazioni notevoli: quella della sessione fotografica e quella della colazione al sushi bar.
Si tratta nel complesso della sua performance più raffinata di sempre.
Comunque la migliore dai tempi di Ricomincio da Capo.



Se il veterano Murray è eccezionale, l'emergente Scarlett Johansson è perfetta.
La pellicola parte mettendo in mostra il suo fondoschiena (inquadratura superflua e un po' gratuita), ma sono le doti recitative della futura Vedova Nera a emergere nel corso del lungometraggio.

Nonostante la differenza di età - all'uscita del film Bill aveva 53 anni, Scarlett appena 19! - i due protagonisti hanno una storia d'amore credibile che ricorda quella di Entrapment tra l'anziano Sean Connery e la giovane Catherine Zeta-Jones.
Attori di diverso calibro sarebbero sprofondati nel ridicolo involontario; loro riescono invece nell'impresa non facile di rendere digeribile questa lampante inverosimilianza.

Le due star finiscono inevitabilmente per mettere in ombra il resto del cast, ma - per quanto abbia poco spazio - la spassosa e vetriolitica parodia che Anna Faris fa di Cameron Diaz è da non perdere.

A distanza di quasi due decenni dal suo esordio nelle sale, Lost in Translation è una pellicola da (ri)scoprire.
Consigliata agli amanti del cinema d'autore e/o ai fan di Scarlett Johansson e Bill Murray.


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venerdì 28 febbraio 2020

OSCAR 2020. C'ERA UNA VOLTA...A HOLLYWOOD, ANGELI E DEMONI

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2019
161'
Regia: Quentin Tarantino
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Al Pacino, Kurt Russell, Zoe Bell, Bruce Dern, Dakota Fanning, Maya Hawke, Harley Quinn Smith, Damian Lewis, Michael Madsen, Luke Perry.


Los Angeles, 1969. Rick Dalton (DiCaprio) è un divo del cinema e della televisione in declino.
Vicino di casa di Sharon Tate (Robbie) e Roman Polanski, la cui ascesa a Hollywood pare invece inarrestabile, il nostro ha come miglior amico Cliff Booth (Pitt), intrepido stuntman che lo segue come un'ombra.

Mentre l'attore partecipa a una serie tv western, un'inquietante comunità hippy si installa allo Spahn Ranch con il progetto di far la festa a Tate e compagnia.

Rick comincia a chiedersi se non abbia ragione il suo manager, Marvin Schwarz (Pacino), che gli ha consigliato di trasferirsi in Italia a girare western spaghetti...






La storia si ripete: prima al Festival di Cannes, poi alla Notte degli Oscar, C'era una Volta... a Hollywood ha dovuto cedere il premio più ambito al rivale coreano Parasite.

I 3 Golden Globe conquistati a gennaio non sono bastati a convincere l'Academy: il film di Tarantino è stato, insieme a 1917 di Sam Mandes, uno dei grandi sconfitti della serata.
Solo 2 statuette, alla fine: miglior attore non protagonista (Pitt) e miglior scenografia.

Eppure Quentin avrebbe meritato almeno l'Oscar per la miglior sceneggiatura originale, non fosse altro per averci lavorato 5 lunghi anni (parole sue).
Se fosse accaduto, sarebbe stata la terza volta per lui, dopo Pulp Fiction e Django Unchained.

Il riconoscimento a Brad Pitt ha invece messo d'accordo tutti, e non poteva essere altrimenti.
Il regista italo-americano gli ha cucito addosso il ruolo della vita: un personaggio spavaldo e violento, eppure coraggioso e leale, difficile da dimenticare.

L'unico elemento discordante è la categoria in cui è stato premiato.
Non protagonista? Ma è lui il vero eroe della storia.






CUVAH è una lettera d'amore, un commosso omaggio alla Hollywood dei tempi d'oro: sta a Tarantino come Roma stava ad Alfonso Cuarón.
Vero, qui ci sono un po' troppi tempi morti e digressioni, e a 3/4 del film compare dal nulla una voce narrante del tutto superflua, ma rimane un'ottima rievocazione d'epoca.

Quella di QT non è una città da documentario, è una Los Angeles "dell'anima", idealizzata e immersa in un contesto storico volutamente e irriverentemente revisionista.
Non scendiamo in dettagli per non spoilerare nulla, ma non sarebbe divertente se Cliff si scoprisse essere il discendente dell'ufficiale di Bastardi Senza Gloria?

Pitt e DiCaprio (a proposito, bravissimo anche quest'ultimo, come sempre) sono - parole di Quentin - "la più esaltante coppia cinematografica dai tempi di Redford e Newman", ma non sono le uniche stelle del cast a brillare.

La Sharon Tate di Margot Robbie attraversa il film a passo di danza: la sua è una presenza angelica che serve da contraltare alla rozzezza demoniaca della Manson Family (curiosamente, Charles Manson compare solo per pochi secondi).
La statuaria attrice di The Wolf of Wall Street e Suicide Squad è oramai una diva a tutti gli effetti, guai a chi dice il contrario.

Tra le parti di secondo piano commuove quella del compianto Luke Perry, un tempo star televisiva del giovanilistico Beverly Hills 90210, morto poco dopo le riprese.

Diverse figlie d'arte tra le comparse: Rumer Willis, figlia di Bruce Willis e Demi Moore; Maya Hawke (apparsa nella 3a stagione di Stranger Things), figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke; Harley Quinn Smith, figlia di Kevin Smith (vedere Yoga Hosers e Supergirl Lives).

Nonostante qualche momento di tensione (la visita di Pitt allo Spahn Ranch è in odore di Non Aprite Quella Porta) e un'unica scena splatter nel finale, C'era una Volta a Hollywood si può catalogare come commedia.
Tra tutte, la scenetta più divertente è probabilmente quella in cui Bruce Lee fa la figura dello scemo.

Nelle interviste, Tarantino ha parlato di questa ennesima fatica come del proprio "Magnum Opus": al netto di qualche difetto, forse lo è.
Di sicuro è la sua pellicola più personale e sincera.

Da vedere, con o senza Oscar.




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sabato 8 febbraio 2020

OSCAR 2020. LE NOSTRE PREVISIONI



Chi saranno i vincitori della Notte delle Stelle?

Di seguito trovate le nostre previsioni.

Voi che cosa ne pensate?

Non dimenticate di cliccare sui link per maggiori approfondimenti!






Miglior film
1917, regia di Sam Mendes - FEDE - FRAN - ANG
C'era una Volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood), regia di Quentin Tarantino
The Irishman, regia di Martin Scorsese
Jojo Rabbit, regia di Taika Waititi
Joker, regia di Todd Phillips
Le Mans '66 - La grande sfida (Ford v Ferrari), regia di James Mangold
Parasite (Gisaengchung), regia di Bong Joon-ho
Piccole donne (Little Women), regia di Greta Gerwig
Storia di un matrimonio (Marriage Story), regia di Noah Baumbach

Migliore regia
Bong Joon-ho – Parasite (Gisaenchung)- FRAN
Sam Mendes – 1917 - ANG
Todd Phillips Joker
Martin Scorsese – The Irishman
Quentin Tarantino – C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood) - FEDE

Migliore attrice protagonista
Cynthia Erivo – Harriet
Scarlett Johansson – Storia di un matrimonio (Marriage Story)
Saoirse Ronan – Piccole donne (Little Women) - ANG
Charlize Theron – Bombshell
Renée Zellweger – Judy - FEDE - FRAN

Migliore attore protagonista
Antonio Banderas – Dolor y gloria
Leonardo DiCaprio – C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood)
Adam Driver – Storia di un matrimonio (Marriage Story)
Joaquin Phoenix Joker - FEDE - FRAN - ANG
Jonathan Pryce – I due papi (The Two Popes)

Migliore attrice non protagonista
Kathy Bates – Richard Jewell
Laura Dern – Storia di un matrimonio (Marriage Story) - FEDE - FRAN
Scarlett Johansson - Jojo Rabbit
Florence Pugh - Piccole donne (Little Women)
Margot Robbie – Bombshell - ANG

Migliore attore non protagonista
Tom Hanks – Un amico straordinario (A Beautiful Day in the Neighborhood)
Anthony Hopkins – I due papi (The Two Popes)
Al Pacino – The Irishman
Joe Pesci – The Irishman
Brad Pitt – C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood) - FEDE - FRAN - ANG

Migliore sceneggiatura originale
Noah Baumbach – Storia di un matrimonio (Marriage Story) - ANG
Bong Joon-ho e Han Jin-won – Parasite (Gisaenchung) - FRAN
Rian Johnson - Cena con delitto - Knives Out
Sam Mendes e Krysty Wilson-Cairns - 1917
Quentin Tarantino - C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood) - FEDE

Migliore sceneggiatura non originale
Greta Gerwig - Piccole donne (Little Women) - ANG
Anthony McCarten – I due papi (The Two Popes)
Todd Phillips e Scott Silver - Joker
Taika Waititi - Jojo Rabbit - FEDE - FRAN
Steven Zaillian – The Irishman

Miglior film d'animazione
Dov'è il mio corpo? (J'ai perdu mon corps), regia di Jérémy Clapin
Dragon Trainer - Il mondo nascosto (How to Train Your Dragon: The Hidden World), regia di Dean DeBlois
Klaus - I segreti del Natale (Klaus), regia di Sergio Pablos
Missing Link, regia di Chris Butler - FEDE
Toy Story 4, regia di Josh Cooley - FRAN - ANG

Miglior film internazionale
Boże Ciało- Corpus Christi, regia di Jan Komasa (Polonia)
Dolor y gloria, regia di Pedro Almodóvar (Spagna)
Medena zemja/Honeyland, regia di Tamara Kotevska e Ljubomir Stefanov (Macedonia del Nord)
I miserabili (Les Misérables), regia di Ladj Ly (Francia)
Parasite (Gisaenchung), regia di Bong Joon-ho (Corea del Sud) - FEDE - FRAN - ANG

Migliore colonna sonora
Alexandre Desplat – Piccole donne (Little Women) - FEDE
Hildur Guðnadóttir – Joker - FRAN - ANG
Randy Newman – Storia di un matrimonio (Marriage Story)
Thomas Newman – 1917
John Williams - Star Wars: L'ascesa di Skywalker (Star Wars: The Rise of Skywalker)

Migliore canzone
I Can’t Let You Throw Yourself Away (Randy Newman) - Toy Story 4
(I'm Gonna) Love Me Again (Elton John, Taron Egerton) – Rocketman - FRAN
I'm Standing With You (Diane Warren) - Atto di fede (Breakthrough)
Into the Unknown (Idina Menzel, Aurora) – Frozen II - Il segreto di Arendelle (Frozen II) - FEDE
Stand Up (Cynthia Erivo) – Harriet - ANG

Migliore fotografia
Jarin Blaschke - The Lighthouse
Roger Deakins - 1917 - FEDE - FRAN
Rodrigo Prieto - The Irishman
Robert Richardson - C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood)
Lawrence Sher - Joker - ANG

Migliore scenografia
Dennis Gassner e Lee Sandales - 1917 - FEDE
Lee Ha-jun e Cho Won-woo - Parasite (Gisaengchung) - FRAN
Barbara Ling e Nancy Haigh - C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood) - ANG
Bob Shaw e Regina Graves - The Irishman
Ra Vincent e Nora Sopková - Jojo Rabbit

Miglior montaggio
Andrew Buckland e Michael McCusker - Le Mans '66 - La grande sfida (Ford v Ferrari) - ANG
Tom Eagles - Jojo Rabbit
Jeff Groth - Joker - FEDE
Thelma Schoonmaker - The Irishman
Yang Jin-mo - Parasite (Gisaengchung) - FRAN

Migliori effetti speciali
Matt Aitken, Dan DeLeeuw, Russell Earl e Daniel Sudick - Avengers: Endgame - ANG
Greg Butler, Dominic Tuohy e Guillaume Rocheron - 1917 - FEDE
Leandro Estebecorena, Nelson Sepulveda-Fauser e Stephane Grabli e Pablo Helman - The Irishman
Roger Guyett, Neal Scanlan, Patrick Tubach e Dominic Tuohy – Star Wars: L'ascesa di Skywalker (Star Wars: The Rise of Skywalker)
Andrew R. Jones, Robert Legato, Elliot Newman e Adam Valdez - Il re leone (The Lion King) - FRAN

Miglior sonoro
David Giammarco, Paul Massey e Steven A. Morrow - Le Mans '66 - La grande sfida (Ford v Ferrari) - FRAN
Tom Johnson, Gary Rydstrom e Mark Ulano - Ad Astra
Todd Maitland, Tom Ozanich e Dean Zupancic - Joker
Christian P. Minkler, Michael Minkler e Mark Ulano - C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood)
Mark Taylor e Stuart Wilson - 1917 - FEDE - ANG

Miglior montaggio sonoro
David Acord e Matthew Wood - Star Wars: L'ascesa di Skywalker (Star Wars: The Rise of Skywalker)
Alan Robert Murray - Joker - FEDE
Wylie Stateman - C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood)
Donald Sylvester - Le Mans '66 - La grande sfida (Ford v Ferrari)
Oliver Tarney e Rachael Tate - 1917 - FRAN - ANG

Migliori costumi
Mark Bridges – Joker
Jacqueline Durran – Piccole donne (Little Women) - FRAN
Arianne Phillips – C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood) - FEDE - ANG
Sandy Powell e Christopher Peterson – The Irishman
Mayes C. Rubeo – Jojo Rabbit

Miglior trucco e acconciatura
Vivian Baker, Anne Morgan e Kazuhiro Tsuji - Bombshell
Rebecca Cole, Naomi Donne e Tristan Versluis - 1917
Kay Georgiou e Nicki Ledermann - Joker - FRAN - ANG
Paul Gooch, Arjen Tuiten e David White - Maleficent - Signora del male (Maleficent: Mistress of Evil)
Jeremy Woodhead - Judy - FEDE

Miglior documentario
Alla mia piccola Sama (For Sama), regia di Waad al-Kateab ed Edward Watts
The Cave, regia di Feras Fayyad
Democrazia al limite (Democracia em vertigem), regia di Petra Costa
Made in USA - Una fabbrica in Ohio (American Factory), regia di Steven Bognar e Julia Reichert - FEDE - FRAN
Medena zemja/Honeyland, regia di Tamara Kotevska e Ljubomir Stefanov - ANG

Miglior cortometraggio documentario
In the Absence, regia di Yi Seung-jun
Learning to Skateboard in a Warzone (If You're a Girl), regia di Carol Dysinger - FRAN
Life Overtakes Me, regia di Kristine Samuelson e John Haptas - ANG
St. Louis Superman, regia di Smriti Mundhra e Sami Khan - FEDE
Walk Run Cha-Cha, regia di Laura Nix

Miglior cortometraggio
Ikhwène/Brotherhood, regia di Meryam Joobeur
Nefta Football Club, regia di Yves Piat
The Neighbors' Window, regia di Marshall Curry - FEDE
Saria, regia di Bryan Buckley - ANG
Une sœur, regia di Delphine Girard - FRAN

Miglior cortometraggio d'animazione
Dcera/Daughter, regia di Daria Kashcheeva
Hair Love, regia di Bruce W. Smith, Matthew A. Cherry e Everett Downing Jr. - FEDE - FRAN
Kitbull, regia di Rosana Sullivan - ANG
Mémorable, regia di Bruno Collet
Sister, regia di Siqi Song




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martedì 4 febbraio 2020

OSCAR 2020. NOMINATION: FILM D'ANIMAZIONE, FILM STRANIERO, SCENEGGIATURE

Dall'alto: un'immagine tratta da Missing Link; Antonio Banderas (a destra) in una scena di Dolor Y Gloria; Quentin Tarantino (a sinistra) scherza con Brad Pitt sul set di C'era una Volta... a Hollywood; Steven Zaillian, sceneggiatore di The Irishman.


Chi vincerà la statuetta per il miglior film di animazione?
Un anno dopo il sorprendente Spider-Man: Into The Spider-Verse, i candidati questa volta sembrano avere una minore carica innovativa.

Liberato dalla concorrenza temibilissima del campione di incassi Frozen 2 e della versione ultra computerizzata di Il Re Leone, Toy Story 4 è obiettivamente il favorito.

Le tre pellicole di casa Disney ai recenti Golden Globe si erano tolti voti a vicenda, con il risultato - clamoroso - di far trionfare il misconosciuto Missing Link, in lizza anche stavolta.

A tentare la sorte ci sono pure il terzo capitolo del fortunato franchise Dragon Trainer e, cosa piuttosto interessante, ben due opere targate Netflix.

Il gigante dello streaming apre una breccia pure in questa categoria e riesce a far candidare il natalizio Klaus (ma non siamo un po' fuori periodo?) e il drammatico Dov'è il mio Corpo?, di provenienza francese.

Sulla carta, vittoria quasi certa per Parasite tra i film internazionali.

Il vincitore della Palma d'Oro, forte di ben 6 nomine, in realtà punta a ben altri e maggiormente valutati riconoscimenti; ma se non dovesse spuntarla per i premi più prestigiosi, la statuetta nella categoria sarebbe pressoché un obbligo.

Gli altri pretendenti? Tutti validi dal punto di vista artistico, ma rischiano di rimanere in secondo piano.

Peccato: Dolor y Gloria di Pedro Almodóvar conta un'ottima interpretazione di Antonio Banderas (che, lo vedremo, gli è valsa la nomination come miglior attore protagonista); il nord-macedone Honeyland è candidato anche come miglior documentario (fatto non insolito, ma piuttosto raro); Corpus Christi è l'ennesima prova della vitalità e dell'originalità della cinematografia polacca; I Miserabili (attenzione: non è un adattamento del romanzo di Victor Hugo) è un'opera che lascia il segno.






Molto prestigiose le statuette per le sceneggiature, divise tra originali e non originali.

La prima categoria è quella di Tarantino: gli unici Oscar che ha vinto, li ha vinti proprio qui, per Pulp Fiction e Django Unchained.

Il vulcanico italo-americano è presente anche quest'anno, con ottime possibilità, ma la concorrenza è assai agguerrita.

Meglio non sottovalutare nessuno; neppure Rian Johnson, che dopo quel mezzo pasticcio di Star Wars: Gli Ultimi Jedi cerca di risalire la china con il ben congegnato giallo Cena Con Delitto
Gli altri sono Bong Joon-ho, Sam Mendes e Noah Baumbach.

Categoria quanto mai combattuta e pronostico piuttosto incerto.

Così come nella categoria gemella, dove l'unica donna, Greta Gerwig, sfida Steve Zaillian (aveva scritto Schindler's List!), i due neozelandesi Anthony McCarten (quello di Bohemian Rhapsody) e Taika Waititi (regista di Thor: Ragnarok) e il Todd Phillips di Missing LinkJoker.

Una cosa è (quasi) certa: chi vince per la sceneggiatura (riconoscimento comunque molto prestigioso), negli ultimi anni, è difficile che vinca anche per il miglior film.

Comunque gli script sono tutti piuttosto belli: se volete leggerli, date un'occhiata ai link qui sotto.






Miglior film d'animazione
Dov'è il mio corpo? (J'ai perdu mon corps), regia di Jérémy Clapin
Dragon Trainer - Il mondo nascosto (How to Train Your Dragon: The Hidden World), regia di Dean DeBlois
Klaus - I segreti del Natale (Klaus), regia di Sergio Pablos
Missing Link, regia di Chris Butler
Toy Story 4, regia di Josh Cooley

Miglior film internazionale
Boże Ciało- Corpus Christi, regia di Jan Komasa (Polonia)
Dolor y gloria, regia di Pedro Almodóvar (Spagna)
Medena zemja/Honeyland, regia di Tamara Kotevska e Ljubomir Stefanov (Macedonia del Nord)
I miserabili (Les Misérables), regia di Ladj Ly (Francia)
Parasite (Gisaenchung), regia di Bong Joon-ho (Corea del Sud)

Migliore sceneggiatura originale
Noah Baumbach – Storia di un matrimonio (Marriage Story)
Bong Joon-ho e Han Jin-won – Parasite (Gisaenchung)
Rian Johnson - Cena con delitto - Knives Out
Sam Mendes e Krysty Wilson-Cairns - 1917
Quentin Tarantino - C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood)

Migliore sceneggiatura non originale
Greta Gerwig - Piccole donne (Little Women)
Anthony McCarten – I due papi (The Two Popes)
Todd Phillips e Scott Silver - Joker
Taika Waititi - Jojo Rabbit
Steven Zaillian – The Irishman




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venerdì 10 gennaio 2020

GOLDEN GLOBES 2020. LA GRANDE GUERRA CONTRO NETFLIX

Dall'alto: Leonardo DiCaprio e Brad Pitt in C'Era Una Volta a Hollywood; una scena di 1917; Joaquin Phoenix nei panni di Joker. 


I Golden Globe, per loro natura, sono destinati ad accontentare un po' tutti, con la distinzione tra film drammatici e commedie.

Così, l'anno scorso a trionfare erano stati il criticatissimo (ma amato dal pubblico) Bohemian Rhapsody, il discreto Green Book (poi affermatosi, con molte perplessità, agli Oscar) e l'ottimo Roma di Alfonso Cuarón.

Questa volta i vincitori sono soprattutto Once Upon A Time In Hollywood di Quentin Tarantino e 1917 di Sam Mendes (già regista di Spectre, ricordate?).
Un po' di gloria è andata anche a Joker di Todd Phillips e Rocketman di Dexter Fletcher.

Il primo si è preso i premi per la migliore commedia, la migliore sceneggiatura (ennesimo riconoscimento al cineasta italo-americano) e il miglior attore non protagonista (Brad Pitt); il secondo, per il miglior film drammatico e per la regia (Sam Mendes, una delle sorprese della serata); il terzo per il miglior attore drammatico (Joaquin Phoenix, a furor di popolo) e colonna sonora; il quarto per il miglior attore in una commedia/musical (Taron Egerton, clamorosamente) e la migliore canzone.






Stiamo parlando di film che sono, rispettivamente: un omaggio alla Hollywood di fine anni Sessanta, una rappresentazione degli orrori della Prima Guerra Mondiale, la reinvenzione di uno dei cattivi più iconici della storia dei fumetti e dei cinecomics, il biopic del cantautore Elton John.
Film, quindi, molto diversi tra di loro.

E per scontentare meno persone possibili, ecco, tra gli attori, le rivelazioni Awkwafina ed Egerton nel palmarès assieme agli strafavoriti della vigilia Phoenix, Pitt, Renée Zellweger (migliore attrice drammatica per Judy, su Judy Garland), Laura Dern (la musa di David Lynch è la migliore attrice protagonista per Marriage Story).

Proprio Marriage Story è tra i delusi della serata: un solo globo, mentre le ambizioni erano ben altre.

Ma la pellicola targata Netflix ha dovuto scontare una diffidenza sempre diffusa nei confronti proprio del gigante dello streaming.

A farne le spese è stato soprattutto The Irishman: il kolossal firmato Martin Scorsese è tornato a casa a mani vuote, nonostante le numerose candidature e i favori della vigilia.

La piattaforma online poteva contare su ben 17 nomination in campo cinematografico, per i suoi film: l'aggiudicazione di un solo riconoscimento (sempre quello per la Dern) dà la misura del poco amore per il suo modo di fare cinema.






Un'altra (parziale) delusione è rappresentata da Parasite: il vincitore della Palma d'Oro 2019 si è aggiudicato la statuetta per il miglior film in lingua straniera, ma i critici cinematografici reclamavano di più.

Non è detto, però, che il suo regista, il coreano Bong Joon-ho, non si rifaccia agli Oscar.
Vedremo: la concorrenza nella categoria, con la vittoria di Mendes - che ha bissato il successo di American Beauty risalente a 20 anni fa - e la probabile presenza di Scorsese e Tarantino, è tuttavia piuttosto agguerrita.

La cinquina che tuttavia ha regalato la più clamorosa sorpresa della serata e le più cocenti sconfitte e delusioni tra i candidati è stata quella dei film di animazione: Missing Link, pellicola in stop motion (la stessa tecnica utilizzata per Nightmare Before Christmas) ha battuto il terzo capitolo della saga Dragon Trainer e soprattutto pezzi da novanta targati Disney come Toy Story 4, Il Re Leone (rifacimento firmato da Jon Favreau, regista dei primi due Iron Man) e Frozen II, proprio nel giorno in cui quest'ultimo - attesissimo seguito del blasonato Frozen - diventava il cartone di maggiore incasso nella storia del cinema.

Vista la potenza e gli incassi stellari del colosso dell'intrattenimento non avremmo mai pensato che il titolo meno conosciuto in competizione potesse farcela: probabilmente i tre kolossal si sono tolti voti a vicenda.

Ma ciò non toglie la soddisfazione da parte nostra per un palmarès che ancora una volta si dimostra interessante.

Aspettiamo gli Oscar, ma già i Golden Globe sono uno sfizioso aperitivo.




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lunedì 6 gennaio 2020

GOLDEN GLOBE 2020. I VINCITORI

Dall'alto: Sam Mendes; Quentin Tarantino; Joaquin Phoenix; Laura Dern; Brad Pitt; Renée Zellweger. 


Grandi sorprese nel palmarès dei Golden Globe 2020!

Ma anche vincitori ampiamente annunciati.

Abbiamo due grandi sconfitti: Martin Scorsese e Netflix.

In attesa del nostro post di commento, ecco chi ha trionfato.






MIGLIOR FILM DRAMMATICO
1917, regia di Sam Mendes

MIGLIOR FILM COMMEDIA O MUSICALE
C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood), regia di Quentin Tarantino

MIGLIOR REGISTA
Sam Mendes – 1917

MIGLIORE ATTRICE IN UN FILM DRAMMATICO
Renée Zellweger – Judy

MIGLIORE ATTORE IN UN FILM DRAMMATICO
Joaquin Phoenix Joker

MIGLIORE ATTRICE IN UN FILM COMMEDIA O MUSICALE
Awkwafina – The Farewell - Una bugia buona (The Farewell)

MIGLIORE ATTORE IN UN FILM COMMEDIA O MUSICALE
Taron Egerton – Rocketman

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA
Laura Dern – Storia di un matrimonio (Marriage Story)

MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA
Brad Pitt – C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood)

MIGLIOR FILM STRANIERO
Parasite (Gisaenchung), regia di Bong Joon-ho (Corea del Sud)

MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE
Missing Link, regia di Chris Butler

MIGLIORE SCENEGGIATURA
Quentin Tarantino C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood)

MIGLIORE COLONNA SONORA ORIGINALE
Hildur Guðnadóttir – Joker

MIGLIORE CANZONE ORIGINALE
(I'm Gonna) Love Me Again (Elton John, Taron Egerton) – Rocketman





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venerdì 8 novembre 2019

I CORTI: VIVE l'AMOUR, PILLOLE DI MONTE

Clicca sul fotogramma per vedere il film. 

USA, 2013
1'
Regia: Monte Hellman
Interpreti: Shannyn Sossamon, Tygh Runyan.


Una coppia è seduta al tavolino di un bar, senza parlarsi.
Lei (Sossamon) tiene lo sguardo basso e le braccia incrociate, lui (Runyan) sta pagando il conto.

Hanno litigato? Si sono appena lasciati?
Non è chiaro che cosa sia successo tra loro, ma si percepiscono tensione e tristezza.

L'uomo guarda la donna, ha un istante di esitazione, poi si alza ed esce dal locale.
Solo a quel punto lei rialza lo sguardo e appare pensierosa.

Ma è il set di un film: il regista - fuori campo - ferma la ripresa, mentre la donna si asciuga il viso con le mani.






Il breve film che vi stiamo recensendo è uno dei segmenti di Venezia 70 - Future Reloaded, progetto presentato a Venezia 2013 in occasione del 70° compleanno della Mostra del Cinema lagunare.

70 cortometraggi, ognuno della durata di circa 70 secondi, diretti da 70 registi provenienti da ogni parte del mondo.
Un modo ambizioso per festeggiare l'invidiabile traguardo del festival cinematografico più longevo.

Vive l'Amour - titolo sarcastico? - è, quantomeno fino ad oggi, l'ultimo lavoro dell'anziano cineasta americano Monte Hellman e sembra quasi uno spin-off del suo precedente lungometraggio, l'enigmatico e affascinante Road to Nowhere.

Stessi interpreti, stessa atmosfera sospesa, stessa penuria di dialoghi (anzi, qui si sfiora il film muto).
In più c'è un graduale passaggio dal bianco & nero al colore che potrebbe avere un valore simbolico: che rappresenti il ritorno alla realtà dopo il breve assaggio di fiction?






Hellman è un autore di culto, specie in Europa.
Montatore passato alla regia, cresciuto sotto l'ala di Roger Corman, è noto per essere stato una sorta di "mentore" per Quentin Tarantino, avendogli prodotto la pellicola d'esordio, Le Iene.

Ha diretto western iconoclasti (La Sparatoria, Le Colline Blu), epocali road movie (il sottovalutato Strada a Doppia Corsia) e fiere pellicole di serie B (una su tutte: Silent Night, Deadly Night III), ma ha anche dimostrato un'ammirevole umiltà lavorando qua e là in incognito (ha diretto ad esempio alcune sequenze di RoboCop).

Non è mai stato un regista prolifico, ma in questi anni più che mai ha lavorato col contagocce, godendosi la meritata fama di venerato maestro.
Per questo, istantanee come Vive L'Amour (a proposito: perché un titolo in francese?) sono piccoli regali che un cinefilo degno di questo nome non può farsi mancare.

In attesa, ovviamente, del prossimo capolavoro.
Ti aspettiamo, Monte!




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giovedì 31 ottobre 2019

I CLASSICI: DAL TRAMONTO ALL'ALBA, ASSASSINI NATI E VAMPIRI AZTECHI

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 1996
108'
Regia: Robert Rodriguez
Interpreti: George Clooney, Quentin Tarantino, Harvey Keitel, Juliette Lewis, Cheech Marin, Salma Hayek, Tom Savini, Fred Williamson, Danny Trejo, Tito Larriva, Kelly Preston, John Saxon, Michael Parks.


Gli evasi fratelli Gecko sono in fuga: Seth (Clooney) è un duro che però possiede un proprio codice morale, Richard (Tarantino) è uno psicopatico violento e semidemente.

Il loro piano è superare il confine col Messico, trascorrere le ore notturne in un locale e al mattino incontrare il proprio complice (Marin).
Durante il tragitto lasciano dietro di sé una lunga scia di sangue e rapiscono la famiglia Fuller, composta da due adolescenti e un padre (Keitel), pastore vedovo in crisi di fede.

Tutto sembra andare per il verso giusto, se non fosse che il Titty Twister - il locale scelto per passare la notte - si rivela in realtà un antico tempio azteco infestato da vampiri.
Riusciranno i nostri ad arrivare vivi l'alba?






2013: Halloween.
2014: Nightmare.
2015: Venerdì 13 - Jason X.
2016: Plan 9 From Outer Space.
2017: Lo Squalo.
2018: Auguri per la tua Morte.

Quest'anno la pellicola che recensiamo in occasione della Vigilia di Ognissanti non è un horror per chi non va mai a vederne uno: è un vero e proprio omaggio al genere, zeppo di citazioni e rimandi al cinema di Carpenter e Romero, ma pure a quello di Fuller e Hawks.

E chi poteva esserne il principale autore, se non quel filmmaker onnivoro e post-modernista che risponde al nome di Quentin Tarantino?

La genesi avviene all'indomani del successo di Pulp Fiction, che ha improvvisamente catapultato il regista italo-americano nell'empireo di Hollywood.

Il nostro, anziché fare il prezioso (specie considerando le miriadi di richieste che gli piovono sulla testa in quel frangente), si lancia in qualsiasi lavoro gli capiti a tiro, meglio se come attore e ancor più se si tratta del progetto di un qualche suo amico.






QT redige quindi il copione basandosi su un'idea di Robert Kurtzman - ossia la "K" della premiata ditta di trucchi & effetti KNB (gli altri soci sono Greg Nicotero e Howard Berger), responsabile tra l'altro dei film di zombi del compianto George A. Romero - e affida la regia al suo "gemello artistico" Robert Rodríguez.

Questi, come dimostreranno opere successive quali Sin City e Machete, è il migliore dei numerosi amici/emuli di Quentin, e Dal Tramonto all'Alba rimane ad oggi il più riuscito tra i lungometraggi che ha diretto.

La prima metà del film è un "romanzo criminale" in linea con Le Iene e il succitato Pulp Fiction, mentre la seconda si trasforma inaspettatamente in uno splatter iperbolico che pare studiato a tavolino per appagare la golosità degli amanti del genere.

Benché la violenza nel suo cinema non manchi quasi mai, questo è il primo e finora unico vero horror di Tarantino, che come attore si è riservato la parte del personaggio più turpe, sebbene compaia solo nella prima ora.






L'(anti)eroico protagonista è un George Clooney non ancora brizzolato e non ancora divo planetario (in quel momento era "solo" la star della serie tv E.R.-Medici in Prima Linea).
Un barbuto e misurato Harvey Keitel cerca spesso di rubargli la scena e a volte ci riesce.

In ruoli di supporto vale la pena di segnalare: Cheech Marin, metà del duo comico Cheech & Chong, che compare in 3 ruoli diversi (il poliziotto alla frontiera, il buttafuori del locale e il gangster nel finale); la statuaria Salma Hayek; Tom Savini, "truccattore" già visto in Zombi (Dawn of the Dead) e La Terra dei Morti Viventi di Romero.

Occhio al prologo: compare per la prima volta il personaggio dello sceriffo federale Earl McGraw che Michael Parks (ve lo ricordate in Red State?) riprenderà - senza spiegazioni! - nei successivi Kill Bill e Grindhouse (quest'ultima un'altra collaborazione del duo Tarantino-Rodríguez).

Dal Tramonto all'Alba, che ha prodotto anche due insignificanti seguiti per il mercato home video e una recente serie tv curata dallo stesso Rodríguez, è quel che si definisce un cult movie.

Se vi piacciono gli horror citazionisti e autoironici, allora questo è il film che fa per voi.
Altrimenti... beh, lasciate perdere!

Buon Halloween dalla Redazione di CINEMA A BOMBA!




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