CINEMA A BOMBA!

lunedì 5 giugno 2023

I CLASSICI: THE SUICIDE SQUAD, I GUARDIANI DELLA GRADASSA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2021
132'
Regia: James Gunn
Interpreti: Idris Elba, Margot Robbie, John Cena, Daniela Melchior, Joel Kinnaman, Viola Davis, Jai Courtney, Michael Rooker, Nathan Fillion, Taika Waititi, John Ostrander, Sylvester Stallone (voce originale).


La dirigente governativa Amanda Waller (Davis), spietata e gradassa, mette insieme una squadra di pericolosi carcerati coi superpoteri per una missione potenzialmente suicida: infiltrarsi in una repubblica della banane con l'obiettivo di far sparire ogni traccia del misterioso Progetto Starfish.

La prima squadra in realtà è solo un diversivo: mentre tiene occupato l'esercito del dittatore, una seconda squadra - guidata dal giusto Bloodsport (Elba) - sbarca sull'isola indisturbata.
Ma prima dovrà salvare il Colonnello Flagg (Kinnaman) e Harley Quinn (Robbie), tenuti prigionieri...


Seguito diretto di Suicide Squad o completo reboot?
Nessuna delle due cose: chiamato a rilanciare i supercriminali dell'universo DC (quello di Batman, Superman e compagnia, per capirci), James Gunn ha optato per una via di mezzo.

Sono stati confermati Robbie, Davis, Kinneman e Courtney (rispettivamente: Harley Quinn, Amanda Waller, Rick Flagg e Capitan Boomerang), ma praticamente non c'è altro collegamento con la precedente, controversa pellicola diretta da David Ayer, né col DC Extended Universe.
Scelta cerchiobottista finché si vuole, ma vincente.

Il regista dei 3 Guardiani della Galassia ha avuto carta bianca e si è sbizzarrito, miscelando ultraviolenza splatter (a proposito: il film è adatto solo ad un pubblico adulto) a sequenze di ammirevole impatto visivo.
Il pubblico ha reagito bene e anche il plauso della critica è stato sostanzialmente unanime.

Margot Robbie, per la terza volta nei panni dell'ex fidanzata del Joker (l'ultima volta l'avevamo vista nel mediocre Birds of Prey), si conferma una Harley Quinn perfetta e gode finalmente di una sceneggiatura che valorizza il suo personaggio.
Persino il solitamente insepressivo Joel Kinnaman ne esce bene, al punto che questo "nuovo" Flagg non sembra proprio lo stesso del capitolo precedente.

Rimanendo in tema di conferme e sorprese: Idris Elba trova un protagonista all'altezza del proprio carisma e forse anche il ruolo della vita, mentre scopriamo che l'ex wrestler John Cena sa anche recitare.
E se la Ratcatcher della portoghese Daniela Melchior è il "cuore" della pellicola, il King Shark doppiato da Stallone - quando non è impegnato a mangiare o fare a pezzi i suoi nemici - vince il titolo di personaggio più adorabile.

Occhio ad alcune comparsate: Nathan Fillion (Castle, Uncharted Fan Film), nei panni del supereroe col potere più demenziale mai visto (ritroveremo il duo TDK in un seguito?); il Premio Oscar - e regista degli ultimi due Thor - Taika Waititi, che fa capolino in un paio di flashback; lo scrittore storico dei fumetti della Suicide Squad, John Ostrander (è il medico tondo e occhialuto che si vede all'inizio).

The Suicide Squad (l'articolo serve a differenziarlo dal precedente e forse a dargli un tono, come The Batman) rappresenta un giro di boa, è al contempo la fine di un ciclo e l'inizio di uno nuovo.
Infatti, Gunn ha da poco mollato la Marvel per diventare co-direttore dei DC Studios, con l'obiettivo di chiudere il DCEU e aprire al suo posto il DCU (sta per DC Universe, semplicemente).

Che in soldoni significa mettere una pietra tombale sul sottovalutatissimo Snyderverso e ricominciare tutto da capo, nella prospettiva di tornare a fare cassa e nella speranza di competere con la concorrenza.
Il primo assaggio di questo rimpasto sarà l'annunciato Superman Legacy, che sarà diretto proprio da James.

In bocca al lupo al regista - che personalmente apprezziamo - e ai suoi collaboratori, ma l'impressione che rimpiangeremo Wonder Gadot e Batfleck ci spaventa più di una Amanda Waller.


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venerdì 21 ottobre 2022

THOR: LOVE AND THUNDER, IL PRESENTE È FEMMINA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2022
119'
Regia: Taika Waititi
Con: Chris Hemsworth, Natalie Portman, Christian Bale, Tessa Thompson, Taika Waititi, Chris Pratt, Karen Gillan, Dave Bautista, Pom Klementieff, Russell Crowe, Stellan Skargård, Idris Elba, Elsa Pataky, Luke Hemsworth, Sam Neill, Matt Damon.
Voci originali: Bradley Cooper, Vin Diesel.


Dopo gli eventi di Avengers: Endgame, il disilluso Thor (Hemsworth, all'inizio ancora in versione Grande Lebowski) si è unito ai Guardiani della Galassia.

Quando però New Asgard viene minacciata dall'incattivito Gorr (Bale, agli antipodi del Cavaliere Oscuro), il nostro ritorna per difendere il proprio popolo.
Ritrova però qualcuno che non si aspettava: l'ex fidanzata Jane (Portman)...


2011 - Thor.
2012 - The Avengers.
2013 - Thor: The Dark World.
2015 - Avengers: Age of Ultron.
2017 - Thor: Ragnarok.
2018 - Avengers: Infinity War.
2019 - Avengers: Endgame.

Senza considerare la breve comparsata in Doctor Strange, questa è l'apparizione numero 8 di Chris Hemsworth nei panni del Dio del Tuono.
Non è un record, ma lo è il fatto di essere il primo personaggio del Marvel Cinematic Universe - per gli amici MCU - ad avere 4 film "solisti".

Dopo i primi due capitoli, giudicati un po' troppo seriosi da fan e addetti ai lavori, al biondo degli Avengers era stata imposta un' apprezzata svolta comica con Ragnarok, grazie all'apporto dell'eccentrico cineasta neozelandese - e futuro premio Oscar - Taika Waititi.

Squadra che vince non si cambia. Ecco quindi confermati il tono scanzonato, il regista e il cast del film precedente, con due differenze sostanziali: i Guardiani della Galassia al posto di Hulk e l'atteso ritorno di Natalie Portman, che mancava da Thor: The Dark World.

E se da un lato la squadra del "giurassico" Chris Pratt ha meno screen time di quel che i trailer lasciano intendere, dall'altro la diva di No Strings Attached e della trilogia prequel di Star Wars risulta il valore aggiunto della pellicola.

L'attrice israeliana è splendida come sempre e - complice un ruolo più sostanzioso e centrale - si permette di rubare la scena ai colleghi e assurgere così a vera protagonista.
La sua Mighty Thor (per i fan di più tenera età semplicemente "Thor femmina") è un personaggio iconico, che non si dimentica.

Dal canto suo, il Waititi sceneggiatore sembra aver preso il sopravvento sul Waititi regista, nel senso che a volte finisce per calcare troppo la mano sugli elementi buffi e demenziali, al punto che i momenti comici e quelli drammatici non sempre riescono ad amalgamarsi bene.

Si veda ad esempio lo Zeus di Russel Crowe: vorrebbe essere istrionico e larger than life, invece risulta semplicemente sopra le righe.
L'ex Gladiatore se l'era cavata molto meglio quando era stato il padre di Superman per la Distinta Concorrenza.

Tra un inchino al genere fantasy/sci-fi degli anni 80 e una strizzata d'occhio alla comunità LGBTQI+ (che nemmeno Venom), Love and Thunder non aggiunge molto al MCU, ma come opera di intrattenimento funziona e nel complesso gli appassionati possono ritenersi soddisfatti.

La storyline del Dio del Tuono sembra concludersi qui, ma è pur vero che il finale rimane sufficientemente aperto.
Il che potrebbe significare che un 5° capitolo "solitario" è improbabile, ma che un'altra partecipazione di Thor sarebbe plausibile, se capitasse l'occasione propizia.

Ad esempio... un nuovo film degli Avengers?


[PS: come il mantello del Dottor Strange e lo scudo di Capitan America, anche il martello Mjolnir e l'ascia Stormbreaker - oggetti animati, ma non parlanti - hanno un evidente potenziale umoristico. Perché non dedicare loro una serie a sè stante? Se la DC può fare la Lega dei Super-Animali, perché la Marvel non dovrebbe avere la... Lega dei Super-Accessori???]


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domenica 22 marzo 2020

OSCAR 2020. JOJO RABBIT, DIARIO DI UNA NAZI-SCHIAPPA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2019
108'
Regia: Taika Waititi
Interpreti: Taika Waititi, Scarlett Johansson, Roman Griffin Davis, Thomasin McKenzie, Stephen Merchant, Sam Rockwell.


Germania, durante la Seconda Guerra Mondiale.
Johannes detto Jojo (Davis) è un ragazzino appartenente alla Gioventù Hitleriana.

Ha come madre la forte e amorevole Rosie (Johansson) e come amico immaginario... il Führer in persona (Waititi).

Il suo fervente credo nazionalistico inizia però a vacillare quando scopre che il genitore nasconde in casa una ragazza ebrea (McKenzie)...






Ho appena visto Jojo Rabbit: è una pellicola davvero straordinaria, eloquente e bellissima.

Niente male come complimento.
Ancor più se viene da un 95enne di nome Mel Brooks, uno che di umorismo - e, purtroppo, anche di persecuzioni naziste (è un ebreo fuggito dall'Europa) - ne sa qualcosa.

Il vecchio Mel, d'altro canto, si è fatto beffe del Terzo Reich fin dal proprio esordio del 1967, The Producers (nel Belpaese uscì orrendamente rititolato Per Favore Non Toccate Le Vecchiette).
Non suona strano quindi il suo apprezzamento per un'opera che fa sostanzialmente la stessa cosa.

Nonostante ciò, Taika Waititi non potrebbe essere un regista più diverso.
Anch'egli ebreo, è vero, ma maori (è il primo di questa etnia ad aver vinto un Oscar per la miglior sceneggiatura non originale), è diventato famoso per aver diretto Thor: Ragnarok e un episodio della serie tv The Mandalorian.

Oltre a essere un filmmaker, l'eclettico neozelandese è pure un apprezzato pittore/illustratore, uno stand-up comedian e un attore (compare brevemente nell'epico Avengers: Endgame).






Jojo Rabbit è un'opera di notevole spessore: ora inquieta, ora commuove, ora fa genuinamente ridere.
La sua accuratezza storica - cosa abbastanza inusuale per una commedia - è impressionante: tutti i costumi, gli arredi e i veicoli sono fedeli riproduzioni d'epoca.

I colori brillanti della fotografia e la raffinatezza dei costumi contrastano - volutamente, crediamo - con lo standard dei film bellici, solitamente cupi e deprimenti.

La sceneggiatura mette giustamente alla berlina Hitler (interpretato dallo stesso Waititi con buffoneria isterica) e i suoi seguaci, rappresentati come una banda di inetti, ignoranti, bulli, burocrati.
Il succitato Oscar nella categoria è indubbiamente meritato.

In ambito recitativo, emergono almeno due performance maiuscole: quelle di Scarlett Johansson e Sam Rockwell.






La Vedova Nera degli Avengers (a proposito, attendiamo l'uscita della sua pellicola "solista" scritta da Ned Benson) era arrivata alla Notte degli Oscar con una duplice candidatura - come non protagonista qui e come protagonista per Marriage Story-Storia di un Matrimonio - ma in entrambe le categorie non ha vinto.

Davvero un peccato: nel ruolo della madre-coraggio del protagonista, l'attrice americana offre forse la propria interpretazione più raffinata e sofferta.
Quand'è che l'Academy smetterà di considerarla solo come una sensuale bambolina?

Da parte sua, Rockwell dimostra che il premio Oscar conquistato 2 anni or sono per Tre Manifesti a Ebbing, Missouri non è stato un colpo fortuito.
Il suo ufficiale nazi-gay, sarcastico e disilluso, è degno del miglior Bill Murray.

Jojo Rabbit è stata una delle rivelazioni del 2019.
Se vi piacciono le commedie satiriche, o semplicemente se ritenete sacrosanto farsi beffe dei nazisti in stile Iron Sky, non perdetela.




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domenica 16 febbraio 2020

OSCAR 2020. UN "PARASSITA" CONTAMINA HOLLYWOOD

Dall'alto: è amore tra 2 dei 4 Oscar vinti da Parasite; Renéè Zellweger (miglior attrice protagonista) in mezzo a Joaquin Phoenix e Brad Pitt (miglior attore protagonista e non); Laura Dern premiata come non protagonista.


Incredibile!
Per la prima volta nella storia, una pellicola in lingua non inglese si è aggiudicata l'Oscar come miglior film.

Parasite ha trionfato senza se e senza ma, accaparrandosi altre 3 statuette "pesanti": miglior regia, miglior sceneggiatura originale e miglior film internazionale (in buona sostanza, gli è riuscito ciò che l'anno scorso non riuscì a Roma di Cuarón).

Si tratta di una delle poche vittorie nette dell'ultimo decennio: ad eccezione di questa e di quelle di The Artist (2012), Birdman (2015), The Shape of Water (2018), l'Academy ultimamente ha cercato di accontentare un po' tutti, attirandosi più di un sospetto di cerchiobottismo e di soverchio politically correct.

Dopo la Palma d'Oro allo scorso Festival di Cannes, è stato un cammino inesorabile quello intrapreso da Bong Joon-Ho, paffuto cineasta coreano che vanta Tarantino tra i suoi più appassionati estimatori.

Già, Quentin.
Il suo C'era una Volta...a Hollywood è stato uno dei principali sconfitti della serata, andando a segno "solo" con la scenografia e con Brad Pitt, strameritato miglior non protagonista (è il suo 2° Oscar: il primo lo ottenne nel 2014 in quanto produttore di 12 Anni Schiavo).






A proposito di attori, i pronostici sono stati confermati, replicando l'assegnazione dei Golden Globe.
Oltre a Pitt, sono stati incensati Joaquin Phoenix (a furor di popolo per Joker, già Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia), Renée Zellweger (Judy) e Laura Dern (Storia di un Matrimonio).

Meno scontati i premi tecnici, specie quello per gli effetti speciali andato a 1917.
Il war movie diretto da Sam Mandes è stato l'altro grande perdente, avendo ottenuto riconoscimenti solo in queste categorie (a proposito: meritatissimo quello alla fotografia di Roger Deakins).

La feroce polemica tra cinema d'autore e blockbuster innescata da Martin Scorsese contro la Marvel si è risolta di fatto a favore della seconda: The Irishman è rimasto a secco, mentre Taika Waititi - già regista di Thor: Ragnarok - si è portato a casa l'Oscar per la miglior sceneggiatura non originale con la sua commedia satirica Jojo Rabbit.

Il cineasta neozelandese - il primo di etnia maori a vincere una statuetta - ha battuto tra gli altri Greta Gerwig, attrice/regista che non pare riscuotere molte simpatie nell'ambiente.

Un po' di gloria è andata anche a Le Mans '66 (con 2 Oscar, benché tecnici, è stata una delle rivelazioni), Piccole Donne e Bombshell, mentre i premi musicali venivano equamente divisi tra Joker (per le musiche dissonanti della violoncellista islandese Hildur Guðnadóttir) e Rocketman (miglior canzone; è la seconda volta per Elton John, a 25 anni da quella vinta con Il Re Leone).






Dopo l'inaspettata sconfitta di Frozen II ai Golden Globe, la Disney aveva puntato tutto su Toy Story 4.
Scommessa vinta, ma nell'ambito dell'animazione il cartoon che più è piaciuto è stato il delizioso corto Hair Love, diretto dall'ex giocatore di football americano Matthew A. Cherry (naturale che venga subito in mente Dear Basketball del compianto Kobe Bryant).

Hanno vinto anche i coniugi Obama, al loro esordio cinematografico.
American Factory, documentario su una fabbrica di vetro cinese nell'Ohio, porta la loro firma come produttori.

Ma di questa Notte degli Oscar rimarrà soprattutto il cortocircuito dello star system: tra i candidati c'erano molti Wasp, pochi afroamericani e poche donne.
Eppure a trionfare è stato un regista asiatico con un film girato in Corea, con attori coreani che recitano - ovviamente - in lingua coreana.

Prepariamoci ad una Hollywood sempre più variegata: la vittoria di Parasite ha finalmente aperto gli Oscar al mondo.

Speriamo che in un futuro la categoria "miglior film internazionale/straniero" scompaia definitivamente, facendo concorrere alla pari film USA e produzioni di paesi non anglofoni, come succede già nei festival più importanti.

Se le cose andranno davvero per questo verso, solo il tempo ce lo potrà dire.




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martedì 4 febbraio 2020

OSCAR 2020. NOMINATION: FILM D'ANIMAZIONE, FILM STRANIERO, SCENEGGIATURE

Dall'alto: un'immagine tratta da Missing Link; Antonio Banderas (a destra) in una scena di Dolor Y Gloria; Quentin Tarantino (a sinistra) scherza con Brad Pitt sul set di C'era una Volta... a Hollywood; Steven Zaillian, sceneggiatore di The Irishman.


Chi vincerà la statuetta per il miglior film di animazione?
Un anno dopo il sorprendente Spider-Man: Into The Spider-Verse, i candidati questa volta sembrano avere una minore carica innovativa.

Liberato dalla concorrenza temibilissima del campione di incassi Frozen 2 e della versione ultra computerizzata di Il Re Leone, Toy Story 4 è obiettivamente il favorito.

Le tre pellicole di casa Disney ai recenti Golden Globe si erano tolti voti a vicenda, con il risultato - clamoroso - di far trionfare il misconosciuto Missing Link, in lizza anche stavolta.

A tentare la sorte ci sono pure il terzo capitolo del fortunato franchise Dragon Trainer e, cosa piuttosto interessante, ben due opere targate Netflix.

Il gigante dello streaming apre una breccia pure in questa categoria e riesce a far candidare il natalizio Klaus (ma non siamo un po' fuori periodo?) e il drammatico Dov'è il mio Corpo?, di provenienza francese.

Sulla carta, vittoria quasi certa per Parasite tra i film internazionali.

Il vincitore della Palma d'Oro, forte di ben 6 nomine, in realtà punta a ben altri e maggiormente valutati riconoscimenti; ma se non dovesse spuntarla per i premi più prestigiosi, la statuetta nella categoria sarebbe pressoché un obbligo.

Gli altri pretendenti? Tutti validi dal punto di vista artistico, ma rischiano di rimanere in secondo piano.

Peccato: Dolor y Gloria di Pedro Almodóvar conta un'ottima interpretazione di Antonio Banderas (che, lo vedremo, gli è valsa la nomination come miglior attore protagonista); il nord-macedone Honeyland è candidato anche come miglior documentario (fatto non insolito, ma piuttosto raro); Corpus Christi è l'ennesima prova della vitalità e dell'originalità della cinematografia polacca; I Miserabili (attenzione: non è un adattamento del romanzo di Victor Hugo) è un'opera che lascia il segno.






Molto prestigiose le statuette per le sceneggiature, divise tra originali e non originali.

La prima categoria è quella di Tarantino: gli unici Oscar che ha vinto, li ha vinti proprio qui, per Pulp Fiction e Django Unchained.

Il vulcanico italo-americano è presente anche quest'anno, con ottime possibilità, ma la concorrenza è assai agguerrita.

Meglio non sottovalutare nessuno; neppure Rian Johnson, che dopo quel mezzo pasticcio di Star Wars: Gli Ultimi Jedi cerca di risalire la china con il ben congegnato giallo Cena Con Delitto
Gli altri sono Bong Joon-ho, Sam Mendes e Noah Baumbach.

Categoria quanto mai combattuta e pronostico piuttosto incerto.

Così come nella categoria gemella, dove l'unica donna, Greta Gerwig, sfida Steve Zaillian (aveva scritto Schindler's List!), i due neozelandesi Anthony McCarten (quello di Bohemian Rhapsody) e Taika Waititi (regista di Thor: Ragnarok) e il Todd Phillips di Missing LinkJoker.

Una cosa è (quasi) certa: chi vince per la sceneggiatura (riconoscimento comunque molto prestigioso), negli ultimi anni, è difficile che vinca anche per il miglior film.

Comunque gli script sono tutti piuttosto belli: se volete leggerli, date un'occhiata ai link qui sotto.






Miglior film d'animazione
Dov'è il mio corpo? (J'ai perdu mon corps), regia di Jérémy Clapin
Dragon Trainer - Il mondo nascosto (How to Train Your Dragon: The Hidden World), regia di Dean DeBlois
Klaus - I segreti del Natale (Klaus), regia di Sergio Pablos
Missing Link, regia di Chris Butler
Toy Story 4, regia di Josh Cooley

Miglior film internazionale
Boże Ciało- Corpus Christi, regia di Jan Komasa (Polonia)
Dolor y gloria, regia di Pedro Almodóvar (Spagna)
Medena zemja/Honeyland, regia di Tamara Kotevska e Ljubomir Stefanov (Macedonia del Nord)
I miserabili (Les Misérables), regia di Ladj Ly (Francia)
Parasite (Gisaenchung), regia di Bong Joon-ho (Corea del Sud)

Migliore sceneggiatura originale
Noah Baumbach – Storia di un matrimonio (Marriage Story)
Bong Joon-ho e Han Jin-won – Parasite (Gisaenchung)
Rian Johnson - Cena con delitto - Knives Out
Sam Mendes e Krysty Wilson-Cairns - 1917
Quentin Tarantino - C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood)

Migliore sceneggiatura non originale
Greta Gerwig - Piccole donne (Little Women)
Anthony McCarten – I due papi (The Two Popes)
Todd Phillips e Scott Silver - Joker
Taika Waititi - Jojo Rabbit
Steven Zaillian – The Irishman




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sabato 8 settembre 2018

VENEZIA 2018. I VINCITORI

Il Leone d'Oro. 


La giuria - guidata da Guillermo del Toro ( Leone d'Oro l'anno scorso per The Shape of Water, che poi si era aggiudicato pure Golden Globe e Oscar) e comprendente anche Sylvia Chang, Trine Dyrholm (protagonista di Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli, vincitore della scorsa sezione Orizzonti), Nicole Garcia, Paolo Genovese, Małgorzata Szumowska, Taika Waititi (il regista di Thor: Ragnarok), Christoph Waltz (bi-oscarizzato per Bastardi Senza Gloria e Django Unchained), Naomi Watts (che - ricordate? - ha recitato anche in Birdman, film che aveva aperto la Mostra nel 2014 e che poi aveva trionfato agli Oscar) - ha emesso i suoi verdetti.

Il Leone d'Oro della 75a edizione della Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia è andato a...

Beh, la risposta è qui sotto.

A presto i nostri commenti sul palmarès.






Leone d'Oro al miglior film: Roma, regia di Alfonso Cuarón (Messico)

Leone d'Argento per la miglior regia: Jacques Audiard - The Sisters Brothers (Stati Uniti d'America, Francia, Romania, Spagna)

Leone d'Argento - Gran premio della giuria: The Favourite, regia di Yorgos Lanthimos (Stati Uniti d'America)

Premio speciale della giuria: The Nightingale, regia di Jennifer Kent (Australia)

Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile: Willem Dafoe - At Eternity's Gate, regia di Julian Schnabel (Stati Uniti d'America, Francia)

Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile: Olivia Colman - The Favourite, regia di Yorgos Lanthimos (Stati Uniti d'America)

Premio Osella per la migliore sceneggiatura: Joel e Ethan Coen - The Ballad of Buster Scruggs, regia di Joel ed Ethan Coen (Stati Uniti d'America)

Premio Marcello Mastroianni ad un attore o attrice emergente: Baykali Ganambarr - The Nightingale, regia di Jennifer Kent (Australia)

Leone d'oro alla carriera: David Cronenberg e Vanessa Redgrave

Premio Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker: a Zhang Yimou




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lunedì 23 aprile 2018

I CLASSICI: THOR:RAGNAROK, L'APOCALISSE HELA È LÀ

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2017
130'
Regia: Taika Waititi
Interpreti: Chris Hemsworth, Cate Blanchett, Tom Hiddleston, Idris Elba, Jeff Goldblum, Tessa Thompson, Mark Ruffalo, Karl Urban, Anthony Hopkins, Benedict Cumberbatch, Sam Neill, Matt Damon, Luke Hemsworth, Stan Lee.


Il Ragnarok (o meglio, Ragnarǫk) nella mitologia norrena è una sorta di Apocalisse, cioè lo scontro finale tra le forze del bene e del male che porterà alla distruzione del mondo e alla sua successiva rigenerazione.

Il demone Surtur lo minaccia e pertanto Thor decide di affrontarlo.

Ma il vero pericolo per il dio del tuono è la liberazione della crudele e ambiziosa sorella Hela (Blanchett), dea della morte, dopo millenni di prigionia.






Terzo capitolo da solista per Thor e questa volta si cambia registro.

Dimenticate i rimandi shakespeariani del primo film diretto da Kenneth Branagh e il suo seguito.

Il cambio di rotta era stato suggerito da Hemsworth dopo le riserve espresse sui social da Kevin Smith, che aveva criticato i due film precedenti, ma anche dal fatto che, tra tutti gli Avengers, proprio il dio del tuono risulti uno dei personaggi meno incisivi.

La regia è stata pertanto affidata al neozelandese Taika Waititi, che in patria è un comico noto (ma è praticamente uno sconosciuto ad di fuori dell'Oceania).

Non meraviglia allora il tono scanzonato che ha preso la pellicola, infarcita di gag e trovate farsesche sullo stile di Deadpool e i Guardiani della Galassia (ma senza la loro carica irriverente).

Thor: Ragnarok diventa il questo modo una commedia "buddy-buddy-buddy" che ha al centro soprattutto l'eroe eponimo, suo fratello Loki e Hulk, grandi assenti nell'affollato Captain America: Civil War.

Il risultato finale è una fantasmagoria simpatica (anche la tradizionale comparsata di Stan Lee è particolarmente buffa, così come i camei di Luke Hemsworth, fratello di Chris, e Matt Damon), dai colori molto vividi, fumettosa (tra le ispirazioni, l'albo fantascientifico Planet Hulk), a ritmo di rock, che ha al suo attivo effetti speciali e alcune scene - soprattutto quelle al rallentatore - notevoli.

Ma anche chiassosa e confusionaria e che, dovendo rinunciare a qualcosa, fa a meno dell'epicità che pure il titolo avrebbe suggerito.

Così, paradossalmente, a farne le spese è stato il cattivo di turno - in questo caso, la cattiva - quello cioè che normalmente è il motore dell'azione.

Il relativamente poco spazio concesso ad un'attrice di grande talento come Cate Blanchett è un vero spreco, così come il fatto di averle affidato un personaggio francamente non indimenticabile.

Insomma, Thor: Ragnarok rappresenta il classico seguito Marvel: un film d'azione un po' fracassone e senza troppe ambizioni, che però sa garantire divertimento e intrattenimento.

E ottimi incassi - il che non guasta, in questo periodo.




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