CINEMA A BOMBA!

lunedì 19 gennaio 2026

I DOC: FRIEDKIN UNCUT, IL MAESTRO SALE IN CATTEDRA

Il Maestro presenta Friedkin Uncut a Venezia (clicca sulla foto per guardare il trailer). 

Italia, 2018
106'
Regia: Francesco Zippel
Con: William Friedkin, Damien Chazelle, Wes Anderson, Matthew McConaughey, Juno Temple, Gina Gershon, Francis Ford Coppola, William Petersen, Michael Shannon, Walter Hill, Edgar Wright, Quentin Tarantino.


I documentari su William Friedkin non sono mai abbastanza, e quello che vi stiamo recensendo è uno dei più intriganti, divertenti e completi a lui dedicati.
Ha un'altra particolarità: è una produzione... italiana!

Il Maestro ha avuto nei suoi ultimi anni un legame particolarmente stretto col Belpaese, a partire dalla sua prima partecipazione alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2011, quando presentò in concorso Killer Joe e avemmo l'onore di incontrarlo e di diventare - come lui stesso ci avrebbe successivamente appellato - i suoi "italian friends".

In seguito, Billy sarebbe tornato in Italia a più riprese: al Lido per ricevere il meritatissimo Leone d'Oro alla carriera o per le anteprime dei suoi lavori successivi (l'ultima, purtroppo postuma, è stata quella di The Caine Mutiny Court-Martial nel 2023); a Firenze e Torino per dirigere opere liriche; a Roma per conoscere e intervistare l'esorcista del Vaticano, Padre Gabriele Amorth.

Proprio a questo incontro nella Capitale, da cui scaturì una memorabile cronaca pubblicata da Vanity Fair, è legato il nome dell'autore del film che vi stiamo recensendo.
Zippel è probabilmente il "Francesco" che Friedkin nomina nell'articolo come suo accompagnatore ed interprete; di certo è lo stesso che viene accreditato come line producer nel documentario che il nostro realizzò da quell'esperienza, The Devil and Father Amorth.

In Friedkin Uncut - proiettato in anteprima a Venezia 2018 - la carriera del cineasta di Chicago viene ripercorsa in ordine per lo più cronologico e lineare, in modo succinto ma esaustivo; a filmati di repertorio si alternano interviste ad amici, attori, colleghi, estimatori; le parti migliori sono però gli interventi dello stesso Billy dalla sua casa di Bel-Air.

Da grande oratore qual era, il Maestro gigioneggia a tutto vapore, si lancia in ardite considerazioni filosofiche e col suo umorismo caustico strappa spesso una risata.
Il risultato è un documento accorato e sincero che pende verso l'agiografia, il ritratto di un uomo di spettacolo larger than life che potrebbe durare tranquillamente il doppio e non risulterebbe noioso né pesante.

Diciamo la verità: si potrebbe ascoltare William Friedkin per ore perché parla di cinema meglio di chiunque altro; quanto manca la sua presenza autorevole oggi!
Consigliato non solo ai suoi fan, ma a tutti i cinefili degni di questo nome.


[PS: se voleste approfondire, qui sotto trovate una filmografia parziale del Maestro in ordine cornologico; cliccate sui link per guardare i trailer e soprattutto leggere le nostre recensioni!]

1971 - Il Braccio Violento della Legge.
1973 - L'Esorcista.
1977 - Il Salario della Paura.
1985 - I Serprenti della Notte.
1985 - Vivere e Morire a Los Angeles.
1986 - C.A.T. Squad.
1988 - C.A.T. Squad: Python Wolf.
1990 - L'Albero del Male.
1992 - Segno di Morte.
1995 - Jade.
1998 - Ce Que Je Sais.
2006 - Bug.
2011 - Killer Joe.
2017 - The Devil and Father Amorth.
2023 - The Caine Mutiny Court-Martial.


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venerdì 27 maggio 2022

I DOC: JULIAN SCHNABEL-A PRIVATE PORTRAIT, MA DOV'È RULA?

Rula (a sinistra) e Julian al Museo Correr di Venezia nel 2011 (clicca sulla foto per vedere il trailer). 

USA/Italia, 2017
84'
Regia: Pappi Corsicato
Con: Julian Schnabel, Jeff Koons, Mary Boone, Hector Babenco, Bono, Willem Dafoe, Al Pacino, Lou Reed (immagini di repertorio).


La vita e la carriera, i quadri e i film, i colleghi e gli amici, le mogli e i figli di colui che molti considerano il più grande artista vivente oltre a Banksy.
Parliamo naturalmente di Julian Schnabel.

Il primo contatto che abbiamo avuto con questo voluminoso pittore/regista newyorkese è stato nel 2011 durante la Mostra del Cinema di Venezia.
Ma non per una delle sue opere in celluloide: Julian aveva da poco inaugurato una sua personale al Museo Correr e, in attesa delle proiezioni serali al Lido, vi ci eravamo recati.

Per chi scrive, l'incontro coi suoi lavori fu una rivelazione.
Schnabel dipinge (principalmente) con un senso molto cinematografico e dirige (occasionalmente) con un senso molto pittorico: i due media si intersecano e si bilanciano, creando qualcosa di unico che rispecchia la sensibilità del suo autore.

Questa caratteristica dei suoi lavori è ben descritta in questo documentario, co-prodotto dalla RAI e diretto da un cineasta napoletano caro ai fratelli Coen (il proprietario del locale in A Proposito di Davis si chiama come lui, ci avevate mai fatto caso?).

Pappi ha messo insieme immagini di repertorio, filmati amatoriali, spezzoni di pellicole, interviste a familiari e conoscenti.
Ne emerge il ritratto di un personaggio larger than life, generoso e narciso, ambizioso e sempre disposto a mettersi in gioco, a sparigliare le carte, a cercare nuove vie di espressione.

Nel corso della pellicola compaiono diversi volti noti: artisti come Jeff Koons, cantanti come Bono degli U2 e il defunto Lou Reed (per il quale Schnabel aveva diretto il film-concerto Berlin), attori come Willem Dafoe (protagonista del suo ultimo lavoro cinematografico, At the Eternity's Gate, con cui l'interprete di Spider-Man ha vinto la Coppa Volpi a Venezia 2018) e Al Pacino.

Viene dato molto spazio ad amici, collaboratori e congiunti, ma in questo gruppo ci sono alcune assenze notevoli.
Non si fa ad esempio riferimento alla modella danese May Andersen né soprattutto al figlio da lei avuto nel 2013 (il 6° per Julian).

Cosa ancora più curiosa: non appare né viene mai nominata Rula Jebreal, la bella giornalista italo-palestinese che è stata compagna del pittore per 4 anni.

Corsicato passa in rassegna tutti i lungometraggi girati da Schnabel fino a quel momento, ma stranamente si dimentica di Miral, film del 2010 sul conflitto arabo-israeliano scritto proprio dall'ex volto di La7.

Omissioni a parte, A Private Portrait rende comunque giustizia all'ormai anziano autore di Basquiat e alla sua complessità come uomo e come artista, ricordandoci come la pittura e il cinema abbiano ancora bisogno di lui.
Per nostra fortuna.


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giovedì 25 giugno 2020

I CLASSICI: OPERA SENZA AUTORE, VISSI D'ARTE VISSI D'AMORE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

Germania/Italia, 2018
188'
Regia: Florian Henckel von Donnersmarck
Interpreti: Tom Schilling, Sebastian Koch, Paula Beer, Saskia Rosendahl, Oliver Masucci, Ben Becker, Rainer Bock; Hanno Koffler, David Schütter


Kurt Barnert (Schilling) è un giovane molto dotato nella pittura, passione incoraggiata fin da bambino dalla bella zia Elisabeth (Rosendahl), poi sterilizzata e soppressa dal regime nazista in quanto schizofrenica.

Egli non sa che il responsabile di tale decisione è il facoltoso e autorevole ginecologo Carl Seeband (Koch), padre della ragazza del quale si innamora (Beer, già vincitrice del Premio Mastroianni alla Mostra del Cinema di Venezia 2016).

Il medico cercherà in ogni modo di ostacolare la relazione, considerata poco conveniente per la figlia (anche alla luce del suicidio del padre di lui).

Il ragazzo, tra mille difficoltà, dovrà impegnarsi per garantirsi un futuro con la donna che ama e per campare facendo l'unica cosa per il quale è portato.






Presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2018 e poi candidato come miglior film straniero sia ai Golden Globe che agli Oscar 2019 (qui nominato anche per l'eccellente fotografia di Caleb Deschanel, che aveva già curato quella di Killer Joe), Opera Senza Autore (Werk ohne Autor, in originale; Never Look Away, in inglese) ha perso tutte le volte a favore di Roma di Alfonso Cuarón.

Valutare un'opera solo dai riconoscimenti ottenuti, però, è ingiusto; soprattutto in questo caso.

William Friedkin ( Il Braccio Violento Della Legge, L'Esorcista...), uno che di cinema se ne intende, in un'intervista ha dichiarato:
One of the finest films I have ever seen is Never Look Away – a masterpiece [Uno dei migliori film che abbia mai visto è Opera Senza Autore - un capolavoro].

Siamo d'accordo.

L'opus numero tre di Florian Henckel von Donnersmarck - precedentemente aveva diretto lo straordinario Le Vite Degli Altri (la sua opera prima!), vincitore di una miriade di premi (tra i quali l'Oscar per il miglior film straniero nel 2007), e il meno notevole The Tourist con Angelina Jolie e Johnny Depp - è uno strepitoso affresco della Germania tra gli anni Quaranta e gli anni Sessanta.

C'è moltissimo della storia teutonica di quel periodo: distruzione (il bombardamento di Dresda), la soluzione finale contro i disabili e il ruolo dei medici negli stermini sistematici, la vita sotto il nazismo e quella sotto il comunismo, la divisione del Paese, la Guerra Fredda, la fuga verso Ovest...

Ma c'è soprattutto l'amore, la morte e una profonda e interessante riflessione sul ruolo degli artisti nella società e sulla loro creatività.

La vicenda è ispirata - neanche troppo velatamente - alla vita di Gerhard Richter, che non ha apprezzato i palesi riferimenti al proprio vissuto.

Il regista, però, ha utilizzato il passato del pittore tedesco per portare avanti un discorso più ampio sul significato dell'arte - soprattutto quella contemporanea.

L'arte assume un carattere di rivelazione, anche a livello inconscio, e di verità - passando dall'arte nazista, col rifiuto dell'arte cosiddetta degenerata, e dal realismo socialista, che pretendono di rappresentare la vita così com'è, senza creatività e senza l'intermediazione simbolica, ad una manifestazione di soggettività fraintesa ma decisamente più "vera" e sentita.

I dipinti del protagonista sono alla fine sì riconosciuti come validi dai critici, ma vengono nello stesso tempo male interpretati.

Egli è accusato di fare opere impersonali, che possono vivere per sé senza bisogno di conoscere il nome di chi le ha fatte.

In questa apparente mancanza di originalità, tuttavia, Kurt riesce a venire a patti col proprio passato e a trovare finalmente la libertà alla quale ha sempre anelato.

L'opera artistica, in fondo, è come i numeri della lotteria: presi di per sé, essi non hanno alcun senso preciso; ma se sono quelli vincenti allora acquisiscono un significato e un valore.

E così egli trova nell'arte il bello - che, grazie alla propria sensibilità e ricerca, può disvelarsi pure nel suono cacofonico di un gruppo di clacson - e un'ancora di salvezza.

Opera Senza Autore dura oltre 3 ore.

Ma, credeteci, avremmo preferito che durasse di più.




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venerdì 9 agosto 2019

I CORTI: LA BALLATA DI BUSTER SCRUGGS, 6 SCENETTE IN CERCA DI AUTORI

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2018
133'
Regia: Joel & Ethan Coen


Che cos'è La Ballata di Buster Scruggs?
Un tentativo fallito di (mini)serie tv rimontato come un lungometraggio?
Oppure un film vero e proprio suddiviso in capitoli?

La produzione targata Netflix e la mancanza di connessioni tra i vari episodi - eccetto l'ambientazione e un paio di tematiche che ricorrono - farebbero propendere per la prima ipotesi.

I fratelli Coen hanno tuttavia giurato e spergiurato che si tratta del secondo caso e hanno tirato in ballo, come fonte di ispirazione, i film italiani ad episodi in voga negli anni Sessanta e Settanta.

Noi di CINEMA A BOMBA!, nel dubbio, li abbiamo considerati come 6 cortometraggi, ognuno a sé stante, e come tali ve li presentiamo.

Comunque sia, il risultato è complessivamente un'opera diseguale e incompiuta.
I registi di Fargo, Il Grande Lebowski e Non è un Paese per Vecchi sinceramente hanno fatto di meglio, in passato.

Il western rimane un genere affascinante e versatile, che il duo affronta in parte con riverito rispetto e in parte con impietosa dissacrazione.

Ecco allora un bizzarro incrocio di musical, film di cowboy e commedia nera, che ha al proprio attivo la fotografia satura del francese Bruno Delbonnel (già artefice dei cromatismi "fiamminghi" del Faust di Sokurov, ricordate?), una sceneggiatura che è valsa l' Osella alla Mostra di Venezia (dove l'opera è stata presentata in anteprima, fiore all'occhiello della piattaforma di streaming online alla kermesse lagunare insieme al capolavoro Roma di Alfonso Cuarón) e la nomination agli Oscar, e i costumi di Mary Zophres (al suo attivo, pellicole quali Il Grande Lebowski, Iron Man 2, Interstellar, La La Land, First Man), anch'essi gratificati con una candidatura agli Academy Award.

Dei 6 capitoli che lo compongono, alcuni sono più riusciti, altri meno.
Di seguito li analizziamo in dettaglio.
Buona lettura!






Tim Blake Nelson nei panni di Buster Scruggs. 

1.1 The Ballad of Buster Scruggs
Con: Tim Blake Nelson, Willie Watson, Tom Proctor, Clancy Brown.

Un pistolero canterino tutto vestito di bianco affronta diversa gente in duello, finché incontra un pistolero armonicista tutto vestito di nero.
Il corto più pulp e grottesco. La conclusiva When a Cowboy Trades His Spurs for Wings è stata candidata all'Oscar per la miglior canzone (ma alla fine ha vinto Shallow, da A Star is Born).


James Franco in Near Algodones

1.2 Near Algodones
Con: James Franco, Stephen Root, Ralph Ineson, Jesse Luken.

Un bandito cerca di rapinare una banca in mezzo al deserto, ma si ritrova due volte con il cappio al collo.
Interessante lo spunto di partenza (specie l'idea del vecchio ricoperto di padelle), ma l'intreccio è un po' inconcludente.
Il protagonista James Franco è una vecchia conoscenza del nostro blog; Stephen Root era apparso in Red State di Kevin Smith.


Liam Neeson in Meal Ticket

1.3 Meal Ticket
Con: Liam Neeson, Harry Melling.

Un vecchio impresario porta in giro per l'America un teatrino in cui fa recitare un giovane senza braccia né gambe.
Il capitolo più cinico e amaro, con un co-protagonista che ricorda da vicino quello de Il Circo della Farfalla.
Liam Neeson lo avevamo recentemente intercettato in Silence di Martin Scorsese, mentre Harry Melling - quasi irriconoscibile - era il cugino Dudley Dursley di Harry Potter.






Tom Waits in All Gold Canyon

1.4 All Gold Canyon
Con: Tom Waits, Sam Dillon.

Un anziano cercatore d'oro trova finalmente un filone, ma un giovane opportunista cerca di portarglielo via.
Ispirato a un racconto di Jack London, è forse il migliore dei 6 corti, merito soprattutto di un grande Tom Waits.
Il celebre "cantattore" californiano esordisce come protagonista, immortalando il personaggio più classico e memorabile del film.


Una scena di The Gal Who Got Rattled

1.5 The Gal Who Got Rattled
Con: Zoe Kazan, Bill Heck, Jefferson Mays, Grainger Hines.

Una ragazza in viaggio con una carovana perde il fratello per colpa del colera, ma quello sarà solo il primo dei suoi problemi.
L'episodio più lirico e tragico, vale essenzialmente per la scena della sparatoria con gli indiani.


Una scena tratta da The Mortal Remains

1.6 The Mortal Remains
Con: Tyne Daly, Brendan Gleeson, Saul Rubinek, Chelcie Ross.

Quattro uomini e una donna su una diligenza guidata da un cocchiere misterioso, diretti verso un albergo immerso nella nebbia.
Conclusione scopertamente allegorica e metafisica.
L'ambientazione western è superflua: la vicenda poteva essere raccontata in qualunque periodo storico, anche in epoca moderna.
Brendan Gleeson è quello del cortometraggio Six Shooter.




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lunedì 15 luglio 2019

I CLASSICI: ROMA, LE DONNE NON SI ARRENDONO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

Messico, 2018
135'
Regia: Alfonso Cuarón
Interpreti: Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Daniela Demesa, Latin Lover, Nancy García García, Jorge Antonio Guerrero.


Messico, primi anni Settanta.

La giovane domestica di origine amerindia Cleo (Aparicio) vive un periodo di grandi cambiamenti.

Frequenta un giovanotto, che la mette incinta.
Nella famiglia presso la quale lavora, marito e moglie (de Tavira) sono in crisi.
A Città del Messico, dove essi vivono, la violenza dilaga.






Conosciamo Alfonso Cuarón per pellicole spettacolari, quali Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, Children of Men-I Figli degli Uomini e Gravity, per il quale vinse personalmente 2 Oscar, per il montaggio e la regia (primo messicano ad aggiudicarsi la prestigiosa statuetta).

Questa volta egli si è cimentato in una piccola storia quasi autobiografica, ambientata nella sua città natale, con protagonisti in buona parte non professionisti, narrata in lingua spagnola.

Piccola storia, sì; ma grande film, questo Roma!

Il respiro intimistico, ma anche epico della narrazione è reso da una fotografia in bianco e nero veramente suggestiva e poetica, che lascia la trama sospesa nel tempo (poco importa quando la vicenda si dipana: il messaggio diventa universale e atemporale) - come solo le opere dei maestri neorealisti italiani e della Nouvelle Vague francese avevano saputo fare.

Cuarón ha tatto e sensibilità, così che la riservata Cleo - impersonata ottimamente dall'esordiente Yalitza Aparicio, che ha la faccia giusta - diventa suo malgrado eroina nella sua forza tranquilla, emblema di tutte le donne che pur nelle difficoltà riescono a rialzarsi.

È un bell'omaggio al genere femminile, quello che fa il regista messicano: gli uomini adulti non ne escono tanto bene, ma le protagoniste brillano - non per niente Aparicio e de Tavira sono state (meritatamente) candidate all' Oscar.

Le 10 nomine agli Academy Award e le tre statuette vinte (per la regia, la fotografia e il film straniero, andate tutte e tre a Cuarón), ma anche i due Golden Globe per regia e film straniero e il prestigiosissimo Leone d'Oro alla Mostra di Venezia hanno ripagato l'investimento in qualità fatto da Netflix.

Peccato solo che sia mancato il riconoscimento più scintillante: la piattaforma di streaming online sconta un diffuso pregiudizio tra i membri dell'Academy che, allineandosi con la posizione degli organizzatori del Festival di Cannes, non vedono di buon occhio la proiezione delle sue pellicole in poche, selezionate sale - privilegiando così la visione in casa e on demand.

L'elegia cuaroniana però ha dimostrato che il mezzo televisivo punti su storie originali e qualità più di quanto faccia attualmente quello cinematografico, che per sopravvivere deve ricorrere massicciamente a sequel, prequel e spin-off e a pellicole non troppo impegnative.

Cuarón ha trovato in Netflix la libertà di girare in lingua spagnola un film intimista che è anche una risposta "politica" molto forte alla criminalizzazione dei Messicani e dei migranti in generale da parte di Donald Trump.

Non per niente egli, nei suoi discorsi di accettazione delle statuette agli Oscar, ha affermato: Voglio ringraziare l’Academy per aver premiato un film incentrato su una donna indigena, una delle 70 milioni di lavoratrici domestiche senza diritti professionali, un personaggio che storicamente è stato relegato sullo sfondo. Come artisti, il nostro lavoro è guardare dove gli altri distolgono gli occhi, e questa responsabilità è ancora più importante in un’epoca in cui veniamo incoraggiati a guardare altrove e anche Sono cresciuto vedendo film stranieri; siamo tutti parte della stessa emozione, tutti parte dello stesso oceano.

E si sa, i muri non possono arginare l'oceano (vero, Mr. President?).




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giovedì 28 marzo 2019

OSCAR 2019. THE FAVOURITE-LA FAVORITA, DAMA MANGIA DAMA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

Irlanda/Regno Unito/USA, 2018
120'
Regia: Yorgos Lanthimos
Interpreti: Olivia Colman, Emma Stone, Rachel Weisz, Nicholas Hoult, Joe Alwyn.


Primi anni del XVIII secolo.

Sul trono inglese siede Anna (Colman), regina debole, malata e insicura che ha delegato i suoi compiti alla sua fidata consigliera (ed amante) Lady Marlborough (Weisz), austera, scaltra e ambiziosa.

Un giorno a corte si presenta Abigail Hill (Stone), nobildonna decaduta e cugina di questa; dapprima impiegata come sguattera, essa riuscirà a farsi notare dalla regina e inizierà una guerra senza esclusione di colpi per diventare la favorita della sovrana.






Domanda un po' provocatoria: il greco Yorgos Lanthimos può diventare l'erede di Stanley Kubrick?

Il regista americano naturalizzato britannico, nelle sue opere, ha svelato l'animalità, il lato peggiore dell'uomo secondo il principio hobbesiano dell'homo homini lupus: ogni individuo è mosso dall'istinto di sopravvivenza e da quello di sopraffazione ed è per sua natura brutale e violento.

Capolavori della storia del cinema quali Orizzonti di Gloria, Il Dottor Stranamore, 2001:Odissea nello Spazio, Arancia Meccanica, Shining e Full Metal Jacket sono la dimostrazione evidente di questa Weltanschauung, questa concenzione (pessimistica) del mondo.

Così come Barry Lyndon, che ci è subito venuto in mente vedendo il film che stiamo recensendo.

Il cineasta ellenico, nei suoi lavori precedenti, similmente aveva espresso una visione molto cupa della società in cui viviamo: essi parlano di una famiglia autoreclusasi in casa per sfuggire al mondo esterno (Kynodontas/Dogtooth, presentato a Cannes nel 2009 nella sezione "Un Certain Regard"); di un gruppo che, sotto compenso, sostituisce persone appena defunte per accompagnare amici e parenti verso l'elaborazione del lutto (Alps, presentato in concorso a Venezia 2011, dove ha ricevuto il premio per la sceneggiatura); di un futuro distopico nel quale i single sono costretti a trovare un compagno o una compagna, pena la trasformazione in un animale a loro scelta (The Lobster, premio della Giuria a Cannes 2015 e candidatura agli Oscar 2017); di una sorta di maledizione/vendetta in base alla quale un uomo deve decidere quale figlio sacrificare per salvare gli altri due (Il Sacrificio del Cervo Sacro, migliore sceneggiatura a Cannes 2017).

Questa volta Lanthimos, al pari del Kubrick di Barry Lyndon, narra la storia di un'arrampicatrice sociale che, senza scrupoli e remore morali, fa di tutto per ascendere ad un rango superiore e, una volta ottenuto il successo sperato, non riesce a nascondere la sua vera natura.

Le due pellicole sono accomunate anche da una cura maniacale nei particolari e nelle inquadrature, dall'uso del grandangolo, dai suggestivi piani sequenza che rimandano ai quadri inglesi del Settecento, dai costumi sfarzosi, dalle sontuose scenografie, dall'illuminazione a lume di candela degli interni e a luce naturale, dalla suddivisione in capitoli della narrazione.

Se però il film del 1975 risultava abbastanza fedele alla fonte - il romanzo omonimo di William Makepeace Thackeray - lo stesso non si può dire per quello del 2018: molte sono le libertà che regista e sceneggiatori si sono presi rispetto agli eventi storici che hanno al centro la regina Anna, Lady Marlborough e Abigail Hill.

Questo, probabilmente, per mettere maggiormente in risalto la figura delle due volitive favorite, diverse per carattere, ma accomunate da una forte ambizione; donne forti in un mondo dominato dagli uomini - che qui, però, fanno solo da sfondo.

È vero, ci sono due giovani attori emergenti - Nicholas Hoult (già visto nei film più recenti degli X-Men e in Mad Max: Fury Road) e Joe Alwyn (che ha esordito in Billy Lynn-Un Giorno da Eroe di Ang Lee) - ma a dominare la scena ci sono le tre protagoniste: Olivia Colman, Rachel Weisz ed Emma Stone.

La prima, come Regina Anna, ha offerto un'ottima prova che le ha permesso di ottenere numerosi riconoscimenti come migliore attrice: dalla Coppa Volpi (The Favourite è stato presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia del 2018, dove ha vinto anche il Leone d'Argento-Gran Premio della Giuria) al Golden Globe fino ad un inaspettato Oscar (l'unico premio della pellicola, nonostante le ben 10 nomination, tra le quali quelle per miglior film e migliore regia) - riconoscimento, quest'ultimo, che le sue due colleghe avevano già ricevuto in passato.

Se la Colman è stata la vera rivelazione, la Weisz e la Stone invece hanno confermato la loro bravura: la prima ha il carisma adatto per rappresentare al meglio la notevole figura di Lady Marlborough; la seconda regge bene il confronto e fa trasparire tutto il desiderio di rivalsa del personaggio.

The Favourite è l'opera meno estrema di Lanthimos, ma è risultata comunque disturbante per molti spettatori a causa di alcune scene grottesche.

Il ritmo, poi, non è esattamente adrenalinico.

Il cineasta ellenico, tuttavia, nel corso della sua carriera ha dato prova di un talento non comune sia in fase di sceneggiatura che di regia, e ha dimostrato di avere idee originali e immaginazione - merci rare ad Hollywood, al giorno d'oggi.

Se riuscirà a rimanere fedele a se stesso e al proprio stile, accattivandosi un pubblico numeroso, chissà che un giorno non si parli di lui come di un grande maestro del cinema...




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lunedì 19 novembre 2018

FIRST MAN-IL PRIMO UOMO, UNA BIOGRAFIA PER TEMPI LUNATICI

(Clicca sulla locandina per sentire il nostro podcast e per vedere il trailer). 

USA, 2018
141'
Regia: Damien Chazelle
Con: Ryan Gosling, Claire Foy, Jason Clarke, Corey Stoll, Pablo Schreiber, Kyle Chandler, Ciarán Hinds, Lukas Haas


20 Luglio 1969.

Una data che rimarrà per sempre impressa nella memoria: la data dello sbarco dell'uomo sulla Luna.

A mettere piede per primo sul suolo del satellite terrestre, l'astronauta Neil Armstrong.

Ma quante difficoltà per arrivare a quel "grande passo per l'umanità"!






Noi diamo per scontato l'evento storico rappresentato dallo sbarco sulla Luna: studiando sui libri di testo sappiamo che il viaggio è stato abbastanza tranquillo, così come l'allunaggio.

Sappiamo che Armstrong, Aldrin e Collins sono tornati sani e salvi sulla Terra e sono diventati leggende viventi (soprattutto il primo).

Sappiamo che grazie a questa impresa la corsa allo spazio ha visto prevalere gli Stati Uniti sull'Unione Sovietica, con tutte le conseguenze propagandistiche e politiche che ne sono derivate.

Quello che sappiamo meno bene è ciò che si è svolto dietro le quinte dell'impresa: la paura di morire (le possibilità di non riuscire erano altissime), la tensione, la concentrazione, lo studio, l'adrenalina, la consapevolezza che in caso di insuccesso ci sarebbe stato un padre e un marito da piangere.

A descrivere finalmente l'uomo dietro l'icona ci ha pensato Damien Chazelle - qui al suo film meno personale, ma non per questo meno bello.

Dall'autore dei plurioscarizzati Whiplash e La La Land non ci si poteva certo aspettare una biografia accademica e lineare: pur molto giovane (33 anni; l'anno scorso è stato il più precoce vincitore dell'Oscar per la migliore regia), egli si sta già imponendo ad Hollywood per un suo stile non convenzionale.

E non convenzionale è anche questo biopic.

Il non aver voluto deliberatamente mostrare Armstrong mentre pianta la banidera a stelle e strisce sul suolo lunare ha creato non poche polemiche, soprattutto da parte del Partito Repubblicano (e nel pieno della campagna elettorale per le elezioni di Midterm).

E a poco sono valse le spiegazioni del regista, che ha giustificato tale scelta sottolineando il carattere universale dell'impresa.

Così come l'utilizzo di un tono poco epico per descrivere il protagonista - ritratto (da un Ryan Gosling sobrio e sotto le righe) come un ingegnere meticoloso, professionale ma molto antieroico nella sua normalità - ha fatto storcere il naso a molti.

Non convenzionale è anche l'ampio spazio dedicato ad un personaggio relegato ai margini della Storia: la (prima) moglie dell'astronauta, Janet (morta poco prima dell'uscita del film), donna stoica e paziente, trepidante ma forte nell'affrontare una quotidianità fatta di assenze del marito, solitudine, timori per la sorte del consorte, cura della casa e dei figli.

Praticamente una co-protagonista, interpretata in modo molto efficace da Claire Foy: la regina Elisabetta II della serie Tv The Crown, con il suo fisico sottile e gli occhioni vivi, rende molto bene la forza d'animo della donna, apparentemente gracile ma dalla forza di volontà pari a quella del suo compagno di vita.

First Man è apprezzabile, oltre che per la verosimiglianza nella descrizione dei caratteri, anche per la cura maniacale nei dettagli: nessun altro film in precedenza ha saputo far entrare lo spettatore così dentro ad una navicella spaziale, con i suoi spazi stretti, il senso di claustrofobia, il rumore, il quadro comandi così pieno di manopole e tasti, le pareti metalliche simili a quelle di una scatoletta di tonno, la tensione al momento della partenza...

Partendo dalla biografia di James R. Hansen e dalla sceneggiatura di Josh Singer (già vincitore dell' Oscar nel 2016 per Il Caso Spotlight), Chazelle ci ha comunque messo del suo: da La La Land ha ripreso quell'elemento nostalgia di un tempo in cui le cose sembravano meno volgari e brutali, dove c'era fiducia nel futuro nonostante le contrapposizioni della Guerra Fredda; da Whiplash, la ricerca di perfezione, l'ambizione che si fanno ossessione.

Acclamata fin dalla sua presentazione in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia di quest'anno (della quale è stata l'opera di apertura), la pellicola, prodotta anche da Steven Spielberg, ha patito un po' (soprattutto in patria) le critiche ricevute e non ha avuto al botteghino il successo sperato - ricordiamo che ha dovuto subire la concorrenza di due blockbuster del calibro di A Star Is Born e Venom.

Peccato: il film merita e, se vi capita, guardatelo: ci era piacuto il trailer (vi abbiamo dedicato persino un episodio del Bombcast, il nostro podcast!), ma possiamo dire che il film ha risposto bene alle nostre aspettative.

In tempi lunatici come questi, d'altra parte, ci vuole qualcuno che ci porti sulla Luna e ci faccia vedere il mondo da un'altra prospettiva.




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giovedì 18 ottobre 2018

A STAR IS BORN-È NATA UNA STELLA, GAGA ULLALLA'

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2018
135'
Regia: Bradley Cooper
Interpreti: Lady Gaga, Bradley Cooper, Sam Elliott, Dave Chappelle, Andrew Dice Clay, Anthony Ramos, Bonnie Somerville, Rafi Gavron, Alec Baldwin


Jackson Maine (Cooper) è una rockstar con un vastissimo seguito e una forte dipendenza da alcool e droghe.

Un giorno, reduce da uno spettacolo, entra per caso in un locale frequentato da drag queen nel quale si esibisce anche la giovane Ally (Lady Gaga), cantautrice dal grande talento ma dalla scarsa autostima.

Dopo una notte passata soprattutto a parlare, il cantante si innamora di lei (ricambiato), la invita ad un suo concerto e qui la spinge a cantare una canzone da lei composta.

Il successo sarà immediato e in breve tempo la carriera della ragazza decollerà, mentre specularmente il suo pigmalione scivolerà in un vortice di eccessi.






Tell me somethin', girl:
Are you happy in this modern world?
Or do you need more?
Is there somethin' else you're searchin' for?
I'm fallin'.
In all the good times I find myself longin' for change,
And in the bad times, I fear myself.
Tell me something, boy:
Aren't you tired tryin' to fill that void?
Or do you need more?
Ain't it hard keepin' it so hardcore?
I'm falling.
In all the good times I find myself longing for change,
And in the bad times, I fear myself.

I'm off the deep end, watch as I dive in,
I'll never meet the ground.
Crash through the surface, where they can't hurt us.
We're far from the shallow now.

In the shallow, shallow.
In the shallow, shallow.
We’re far from the shallow now

Wooaaaah! Woaaaaaaaaaaah!

I'm off the deep end, watch as I dive in,
I'll never meet the ground.
Crash through the surface, where they can't hurt us.
We're far from the shallow now.

In the shallow, shallow.
In the shallow, shallow.
We’re far from the shallow now.


[Dimmi una cosa, ragazza:
Sei felice in questo mondo moderno?
O hai bisogno di qualcosa di più?
C'è qualcos'altro che stai cercando?
Sto precipitando.
In tutti i bei momenti mi ritrovo a desiderare il cambiamento
E nei brutti momenti ho paura di me stesso.
Dimmi qualcosa di ragazzo:
Non sei stanco cercando di riempire quel vuoto?
O hai bisogno di più?
Non è difficile resistere così tenacemente.
Sto precipitando.
In tutti i bei momenti mi ritrovo a desiderare il cambiamento
E nei brutti momenti ho paura di me stesso.

Sono fuori di testa, guarda mentre mi tuffo.
Non raggiungerò mai il terreno.
Mi schianto sulla superficie, dove non possono farci del male.
Siamo lontani dall'acqua bassa adesso.

Nell'acqua bassa, acqua bassa.
Nell'acqua bassa, acqua bassa.
Siamo lontani dall'acqua bassa adesso.

Wooaaaah! Woaaaaaaaaaaah!

Sono fuori di testa, guarda mentre mi tuffo.
Non raggiungerò mai il terreno.
Mi schianto sulla superficie, dove non possono farci del male.
Siamo lontani dall'acqua bassa adesso.

Nell'acqua bassa, acqua bassa.
Nell'acqua bassa, acqua bassa.
Siamo lontani dall'acqua bassa adesso.]






Tra tutte le canzoni che compongono la colonna sonora di questo film che sta facendo ottimi incassi in tutto il mondo, Shallow è sicuramente quella che meglio riassume una vicenda che riesce a essere convincente nel delineare l'incontro tra due fragilità e a commuovere con una storia d'amore tumultuosa e disperata.

Non aspettatevi una trama originalissima: questa è pur sempre la quarta versione di una "serie" iniziata nel 1937 (Janet Gaynor e Fredric March gli attori principali di quello che però non era un musical) e continuata nel 1954 (con Judy Garland - madre di Liza Minnelli e interprete di Dorothy in Il Mago di Oz nel 1939, nel quale cantava il celeberrimo brano Somewhere Over The Rainbow - e James Mason) e nel 1976 (con Barbra Streisand e Kris Kristofferson).
E stiamo parlando di una serie di grande successo e diffusamente presa a modello.

Aspettatevi piuttosto un originale ed intelligente adattamento, moderno nello stile ma ben ancorato ai modelli precedenti.

Vale la pena quindi andare al cinema per vedere l'A Star Is Born del nuovo millennio?

Decisamente sì, e per parecchi motivi.

Innanzitutto, non è necessario essere fan di Lady Gaga.

Le musiche e le canzoni sono notevoli - il disco contenente la colonna sonora fortunatamente sta avendo un ottimo riscontro di vendite - anche grazie all'apporto, oltre che della celebre popstar, di Mark Ronson, produttore e dj che tra i suoi successi vanta hit quali Uptown Funk (con Bruno Mars), Rehab e Back to black (Amy Winehouse).

Ma se non lo siete della sua musica, potreste diventare fan di Lady Gaga attrice, per la sua interpretazione da applausi.

Liberatasi da chili e chili di trucchi e costumi appariscenti e dal personaggio pop Lady Gaga, finalmente vediamo la faccia di Stefani Joanne Angelina Germanotta: una faccia espressiva e interessante.

Che unita ad un forte carisma, una grande presenza scenica e una voce esplosiva (stiamo parlando pur sempre di una super stella dell'intrattenimento) conferisce ad Ally una forza che al cinema non vedevamo da tempo.

Il confronto con le due interpreti che prima di lei avevano incarnato il personaggio, Judy Garland e Barbra Streisand, regge - e stiamo parlando di due leggende in ambito artistico.

A Star Is Born è l'esordio da protagonista dell'italo-americana, ma anche alla regia del suo partner in scena, Bradley Cooper.

Che il divo lanciato da Una Notte da Leoni fosse un attore di tutto rispetto lo avevavo già capito dalle sue tre nomination agli Oscar (quattro, in realtà: una era per il miglior film) in tre anni consecutivi: nel 2013 per Silver Lining Playbook-Il Lato Positivo, nel 2014 per American Hustle e nel 2015 per American Sniper (che aveva anche prodotto).

Ma qui si supera: oltre ad una prova attoriale eccellente - molto efficace e credibile la sua rappresentazione di una rockstar devastata dagli eccessi - si dimostra pure regista sensibile e lirico.

E anche sceneggiatore in gamba - ok, lo script non l'ha scritto solo lui, però funziona.

Sebbene abbia una pecca.
Per noi Sam Elliott sarà sempre il saggio cowboy di Il Grande Lebowski; ma il personaggio che interpreta qui (il fratello di Jackson) non è altrettanto simpatico, purtroppo.

Ottima la scelta, poi, di affidare la fotografia a Matthew Libatique, che ha nel suo curriculum quasi tutti i film di Darren Aronofsky ( Mother!-Madre! compreso), Iron Man, Venom...

Ci aspettiamo ora che A Star Is Born faccia la sua porca figura a Golden Globe e Oscar: d'altra parte, un' anteprima mondiale alla Mostra del Cinema di Venezia negli ultimi anni porta sempre bene.

Nell'attesa, continueremo a canticchiarne le canzoni.

We're far from the shallow now!




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lunedì 10 settembre 2018

VENEZIA 2018. NETFLIX PUO' DIRE "GRAZIE ROMA!"

Dall'alto: Alfonso Cuarón con il Leone d'Oro ricevuto per Roma; Willem Dafoe con la Coppa Volpi vinta per il ruolo di Vincent Van Gogh in At Eternity's Gate di Julian Schnabel; Olivia Colman (The Favourite) con la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile; il regista greco di The Favourite Yorgos Lanthimos con il Leone d'Argento Gran Premio della Giuria. 


Guillermo del Toro non si è fatto influenzare dai mugugni che avrebbero potuto piovergli addosso nel caso avesse fatto vincere un suo amico.

E così il Leone d'Oro della settantacinquesima edizione della Mostra del Cinema è andato al film che, a detta di critica e pubblico, avrebbe maggiormente meritato di aggiudicarsi il riconoscimento più prestigioso: Roma, intensa opera semi-autobiografica in bianco e nero diretta da Alfonso Cuarón (che a Venezia aveva già portato Gravity nel 2013, che gli aveva fruttato un Oscar per la migliore regia - primo messicano nella storia dell'Academy - nel 2014).

La vittoria della pellicola ambientata a Città del Messico va tuttavia al di là delle mere statistiche e si pone ad uno snodo cruciale nella storia del cinema.

È infatti la prima volta in assoluto che ad aggiudicarsi il riconoscimento più importante di un festival cinematografico prestigioso è un film prodotto dalla piattaforma digitale Netflix e pensato per lo streaming e per una fruizione a pagamento e in abbonamento piuttosto che per una distribuzione nelle sale cinematografiche.

Il colosso dell'intrattenimento via Internet, bisogna dire, è stato molto coraggioso ad investire anche su prodotti di altissima qualità e la tenacia degli scorsi anni è stata ora ripagata.

Chissà se l'Academy (che decide i Premi Oscar) farà cadere l'ormai anacronistico bando sulle produzioni Netflix - finora rilegate in categorie "minori" - per dar modo a Roma e agli altri di poter concorrere ad armi pari con i rivali delle major hollywoodiane.

Bando che finora resiste invece per il Festival di Cannes; con effetti boomerang, vista la penuria di titoli di richiamo quest'anno e in quelli scorsi.

Un bello smacco per Frémaux & C., arroccati su posizioni ormai conservatrici e in questo caso indifendibili, visto che Netflix si è mostrata disponibile a proiettare nelle sale i suoi film in concorso al Lido - Roma, appunto, 22 July di Paul Greengrass (sulla strage di Utøya) e The Ballad of Buster Scruggs.






Quest'ultimo è un altro fiore all'occhiello della piattaforma: nato come serie in streaming, è diventato un film a episodi - tipo quelli che si facevano in Italia negli anni dai Cinquanta ai Settanta - composto da cortometraggi legati tra loro dall'ambientazione western e diretto nientemeno che dai fratelli Joel e Ethan Coen, che proprio per questo lavoro si sono aggiudicati il premio per la migliore sceneggiatura, battendo una concorrenza piuttosto agguerrita.

Accanto a Cuarón e ai fratelli Coen, altri tre ottimi registi hanno lasciato il Lido con grandi soddisfazioni.

Jennifer Kent, oggetto di vergognose offese sessiste al momento della presentazione del suo The Nightingale, si è portata a casa il Premio speciale della giuria, mentre il suo attore Baykali Ganambarr si è aggiudicato il Premio Mastroianni come migliore attore emergente.

Molti hanno letto queste aggiudicazioni come un atto dovuto nei confronti dell'unica regista donna in competizione, a scapito del reale valore della pellicola; ma noi di CINEMA A BOMBA!, che abbiamo molto apprezzato il suo precedente Babadook, le lasciamo almeno il beneficio del dubbio.

Jacques Audiard ha vinto il Leone d'Argento per la migliore regia per il suo atipico western The Sisters Brothers: un'altra bella soddisfazione per l'autore francese, che nel 2015 aveva avuto la Palma d'Oro al Festival di Cannes.

Uno che un premio se lo aggiudica sempre è Yorgos Lanthimos: dopo Alps, The Lobster e The Killing of a Sacred Deer - rispettivamente migliore sceneggiatura a Venezia 2011, Premio della Giuria a Cannes 2015 e nomina agli Oscar 2017, migliore sceneggiatura a Cannes 2017 - il greco fa centro anche con The Favourite, Leone d'Argento (Gran Premio della Giuria), e Coppa Volpi a una delle sue straordinarie protagoniste (non le dive Emma Stone e Rachel Weisz, bensì la meno nota ma non meno brava Olivia Colman).

Noi della redazione siamo entusiasti della Coppa Volpi assegnata per la migliore interpretazione maschile.






Ad aggiudicarsela è stato Willem Dafoe ( Vivere e Morire a Los Angeles, Basquiat, Spider-Man, Grand Budapest Hotel, tra gli altri), che ha convinto tutti nella parte di Vincent Van Gogh in At Eternity's Gate di Julian Schnabel.
Finalmente qualcuno ha riconosciuto il suo grande talento!

Sono rimasti a bocca asciutta anche quest'anno i film italiani - ma tra What You Gonna Do When The World's On Fire di Roberto Minervini, Capri-Revolution di Mario Martone e Suspiria di Luca Guadagnino, solo quest'ultimo ha suscitato interesse fuori dai confini patrii.

Nessun riconoscimento neppure per First Man-Il Primo Uomo di Damien Chazelle, ma solitamente i film che aprono la Mostra non vengono premiati, avendo già ricevuto questo grande onore e una notevole attenzione mediatica.

Ne sentiremo comunque parlare anche nei prossimi mesi, così come di A Star Is Born con Bradley Cooper (anche regista, all'esordio) e Lady Gaga, che però era fuori concorso.

Eh sì, perché come insegnano gli ultimi anni, la corsa verso gli Oscar ormai parte da Venezia.

Nel frattempo da Venezia è partita anche la rivoluzione (targata Netflix) che potrebbe cambiare la storia del cinema.

Gli autori e gli esercenti cinematografici sono molto preoccupati per il futuro delle sale e il trionfo di Netflix ha già suscitato un'alzata di scudi.

Vedremo cosa succederà.

E noi che pensavamo che questa fosse solo un'ottima (e tranquilla) edizione della Mostra del Cinema...




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sabato 8 settembre 2018

VENEZIA 2018. I VINCITORI

Il Leone d'Oro. 


La giuria - guidata da Guillermo del Toro ( Leone d'Oro l'anno scorso per The Shape of Water, che poi si era aggiudicato pure Golden Globe e Oscar) e comprendente anche Sylvia Chang, Trine Dyrholm (protagonista di Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli, vincitore della scorsa sezione Orizzonti), Nicole Garcia, Paolo Genovese, Małgorzata Szumowska, Taika Waititi (il regista di Thor: Ragnarok), Christoph Waltz (bi-oscarizzato per Bastardi Senza Gloria e Django Unchained), Naomi Watts (che - ricordate? - ha recitato anche in Birdman, film che aveva aperto la Mostra nel 2014 e che poi aveva trionfato agli Oscar) - ha emesso i suoi verdetti.

Il Leone d'Oro della 75a edizione della Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia è andato a...

Beh, la risposta è qui sotto.

A presto i nostri commenti sul palmarès.






Leone d'Oro al miglior film: Roma, regia di Alfonso Cuarón (Messico)

Leone d'Argento per la miglior regia: Jacques Audiard - The Sisters Brothers (Stati Uniti d'America, Francia, Romania, Spagna)

Leone d'Argento - Gran premio della giuria: The Favourite, regia di Yorgos Lanthimos (Stati Uniti d'America)

Premio speciale della giuria: The Nightingale, regia di Jennifer Kent (Australia)

Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile: Willem Dafoe - At Eternity's Gate, regia di Julian Schnabel (Stati Uniti d'America, Francia)

Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile: Olivia Colman - The Favourite, regia di Yorgos Lanthimos (Stati Uniti d'America)

Premio Osella per la migliore sceneggiatura: Joel e Ethan Coen - The Ballad of Buster Scruggs, regia di Joel ed Ethan Coen (Stati Uniti d'America)

Premio Marcello Mastroianni ad un attore o attrice emergente: Baykali Ganambarr - The Nightingale, regia di Jennifer Kent (Australia)

Leone d'oro alla carriera: David Cronenberg e Vanessa Redgrave

Premio Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker: a Zhang Yimou




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mercoledì 29 agosto 2018

BOMBCAST: EP. 007 - IL PRIMO UOMO (TRAILER)

(Clicca sull'immagine per ascoltare/scaricare il file). 


Avere l'onore di aprire con un tuo film uno dei festival cinematografici più importanti e prestigiosi del mondo non è cosa da tutti.

A maggior ragione se hai 33 anni.
E se è già la seconda volta (nel giro di tre anni!).
E se nel frattempo sei stato il più giovane vincitore di un Premio Oscar per la migliore regia.

Damien Chazelle è autore di capolavori quali Whiplash e La La Land e siamo strafelici che sia proprio un suo lavoro ad inaugurare l'edizione numero 75 della Mostra del Cinema di Venezia, una delle più interessanti e ricche degli ultimi anni (ne avevamo parlato anche nell' episodio precedente del Bombcast).

Abbiamo visto e commentato per voi il trailer di First Man-Il Primo Uomo e - beh - si preannuncia un altro filmone!

Seguiteci: vi porteremo sulla Luuuuna!


Il trailer di First Man-Il Primo Uomo.




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martedì 28 agosto 2018

VENEZIA 2018. I FILM IN E FUORI CONCORSO

Dall'alto: Ryan Gosling (in primo piano) in First Man-Il Primo Uomo; Dakota Johnson in Suspiria di Luca Guadagnino; Bradley Cooper e Lady Gaga in A Star is Born


Nel Bombcast (il podcast di CINEMA A BOMBA!) avevamo già espresso il nostro entusiasmo per questa 75a edizione della Mostra del Cinema di Venezia che si terrà dal 29 Agosto all'8 Settembre 2018 e che si preannuncia memorabile.

Tanti i titoli interessanti, tanti i nomi di registi e attori attesi al Lido per presentare in concorso, fuori concorso e nelle sezioni collaterali i loro lavori, scelti con cura dal direttore della kermesse Alberto Barbera e dal suo staff.

Tante le cose da dire - ci sono già polemiche, come quella relativa alla scarsissima presenza di cineaste donne nel cartellone (ma che colpa hanno i selezionatori se gli studios non danno fiducia alle donne che si mettono dietro alla macchina da presa?) - ma in attesa che a parlare siano i film, vi abbiamo preparato come ogni anno una piccola ma esaustiva guida sulle opere che potrebbero destare maggiore interesse.

Troverete trailer, trame, curiosità, interviste, niente spoiler e - sorpresa! - la presenza di una nostra vecchia e cara conoscenza.

Pronti a farvi sorprendere?

Ecco a voi il programma!






IN CONCORSO

Il primo uomo (First Man), regia di Damien Chazelle (Stati Uniti d'America) [FILM D'APERTURA], con Ryan Gosling, Claire Foy, Jason Clarke
The Mountain, regia di Rick Alverson (Stati Uniti d'America), con Tye Sheridan, Jeff Goldblum
Doubles Vies, regia di Olivier Assayas (Francia), con Guillaume Canet, Juliette Binoche
The Sisters Brothers, regia di Jacques Audiard (Stati Uniti d'America, Francia, Romania, Spagna), con Joaquin Phoenix, John C. Reilly, Jake Gyllenhaal, Riz Ahmed
The Ballad of Buster Scruggs, regia di Joel ed Ethan Coen (Stati Uniti d'America), con Tim Blake Nelson, James Franco, Liam Neeson, Tom Waits, Zoe Kazan, Brendan Gleeson
Vox Lux, regia di Brady Corbet (Stati Uniti d'America), con Natalie Portman, Jude Law
Roma, regia di Alfonso Cuarón (Messico)
22 July, regia di Paul Greengrass (Norvegia, Irlanda)
Suspiria, regia di Luca Guadagnino (Italia), con Dakota Johnson, Tilda Swinton, Mia Goth, Chloë Grace Moretz
Werk ohne Autor, regia di Florian Henckel von Donnersmarck (Germania), con Tom Schilling, Paula Beer
The Nightingale, regia di Jennifer Kent (Australia), con Aisling Franciosi, Sam Claflin
The Favourite, regia di Yorgos Lanthimos (Stati Uniti d'America), con Olivia Colman, Emma Stone, Rachel Weisz, Nicholas Hoult, Joe Alwyn
Peterloo, regia di Mike Leigh (Regno Unito), con Rory Kinnear
Capri-Revolution, regia di Mario Martone (Italia, Francia), con Marianna Fontana, Eduardo Scarpetta, Donatella Finocchiaro
What You Gonna Do When the World's on Fire?, regia di Roberto Minervini (Italia, Stati Uniti d'America)
Napszállta (Sunset), regia di László Nemes (Ungheria)
Frères Ennemis, regia di David Oelhoffen (Francia, Belgio), con Matthias Schoenaerts
Nuestro tiempo, regia di Carlos Reygadas (Messico, Francia, Germania, Danimarca, Svezia)
At Eternity's Gate, regia di Julian Schnabel (Stati Uniti d'America, Francia), con Willem Dafoe, Rupert Friend, Oscar Isaac, Mads Mikkelsen, Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Niels Arestrup
Acusada, regia di Gonzalo Tobal (Argentina, Messico)
Zan (Killing), regia di Shin'ya Tsukamoto (Giappone)






FUORI CONCORSO
Lungometraggi

A Star Is Born, regia di Bradley Cooper (Stati Uniti d'America), con Lady Gaga, Bradley Cooper, Sam Elliott
Una storia senza nome, regia di Roberto Andò (Italia, Francia), con Micaela Ramazzotti, Renato Carpentieri, Laura Morante, Alessandro Gassmann
Les Estivants, regia di Valeria Bruni Tedeschi (Francia, Italia), con Valeria Bruni Tedeschi, Pierre Arditi, Valeria Golino, Riccardo Scamarcio
Mi obra maestra, regia di Gastón Duprat (Argentina, Spagna)
A Tramway in Jerusalem, regia di Amos Gitai (Israele, Francia), con Mathieu Amalric, Pippo Delbono
Un peuple et son roi, regia di Pierre Schoeller (Francia, Belgio), con Gaspar Ulliel, Louis Garrel
La quietud, regia di Pablo Trapero (Argentina), con Bérénice Béjo, Edgar Ramirez
Dragged Across Concrete, regia di S. Craig Zahler (Canda, Stati Uniti d'America), con Mel Gibson, Vince Vaughn
Ying (Shadow), regia di Zhang Yimou (Cina)

Documentari

A Letter To A Friend In Gaza, regia di Amos Gitai (Israele)
Aquarela, regia di Victor Kossakovsky (Regno Unito, Germania)
El Pepe, una vida suprema, regia di Emir Kusturica (Argentina, Uruguay, Serbia), con Pepe Mujica
Process, regia di Sergei Loznitsa (Paesi Bassi)
Carmine Street Guitars, regia di Ron Mann (Canada)
ISIS, Tomorrow - The Lost Souls of Mosul, regia di Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi (Italia, Germania)
American Dharma, regia di Errol Morris (Stati Uniti d'America, Regno Unito), con Stephen K. Bannon
Introduzione all'oscuro, regia di Gastón Solnicki (Argentina, Austria)
1938 Diversi, regia di Giorgio Treves (Italia)
Ni De Lian (Your Face), regia di Tsai Ming-liang (Taipei Cinese)
Monrovia, Indiana, regia di Frederick Wiseman (Stati Uniti d'America)

EVENTI SPECIALI

The Other Side Of The Wind, regia di Orson Welles (Stati Uniti d'America), con John Huston, Peter Bogdanovich, Oja Kodar, Norman Foster
They'll Love Me When I'm Dead, regia di Morgan Neville (Stati Uniti d'America)

PROIEZIONI SPECIALI

L'amica geniale, regia di Saverio Costanzo (Italia, Belgio)
Il diario di Angela - Noi due cineasti, regia di Yervant Gianikian (Italia)






ORIZZONTI

Sulla mia pelle, regia di Alessio Cremonini (Italia), con Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Max Tortora
Manta Ray, regia di Phuttiphong Aroonpheng (Thailandia, Francia, Cina)
Soni, regia di Ivan Ayr (India)
Ozen, regia di Emir Baigazin (Kazakistan, Polonia, Norvegia)
La noche de 12 años, regia di Alvaro Brechner (Spagna, Argentina, Francia)
Deslembro, regia di Flavia Castro (Brasile, Francia, Qatar)
Anons, regia di Mahmut Fazil Coşkun (Tuchia, Bulgaria)
Un giorno all'improvviso, regia di Ciro D'Emilio (Italia), con Anna Foglietta
Charlie Says, regia di Mary Harron (Stati Uniti d'America), con Carla Gugino
Amanda, regia di Mikhaël Hers (Francia), con Greta Scacchi
Yom adaatou zouli, regia di Soudade Kaadan (Siria, Libano, Francia, Qatar)
L'Enkas, regia di Sarah Marx (Francia), con Sandrine Bonnaire
Tchelovek kotorij udivil vseht, regia di Natasha Merkulova e Aleksy Chupov (Russia, Estonia, Francia)
Kuvumbu tubuh indahku, regia di Garin Nugroho (Indonesia)
Hamchenan ke mimordam, regia di Mostafa Sayyari (Iran)
La profezia dell'armadillo, regia di Emanuele Scaringi (Italia), con Simone Liberati, Laura Morante, Diana Del Bufalo, Claudia Pandolfi, Kasia Smutniak, Adriano Panatta, Vincent Candela [Dalle strisce di Zerocalcare]
Tel Aviv On Fire, regia di Sameh Zoabi (Lussemburgo, Francia, Israele, Belgio)
Jinpa, regia di Pema Tseden (Cina)
Erom, regia di Yaron Shani (Israele, Germania)

SCONFINI

Blood Kin, regia di Ramin Bahrani (Stati Uniti d'America)
Il banchiere anarchico, regia di Giulio Base (Italia)
Il ragazzo più felice del mondo, regia di Gipi (Italia)
Arrivederci Saigon, regia di Wilma Labate (Italia)
The tree of life (Extended cut), regia di Terrence Malick, con Brad Pitt, Jessica Chastain, Sean Penn, Tye Sheridan, Fiona Shaw (Stati Uniti d'America)
L'heure de la sortie, regia di Sébastien Marnier (Francia)
Magic lantern, regia di Amir Naderi (Stati Uniti d'America), con Jacqueline Bisset
Camorra, regia di Francesco Patierno






VENICE VIRTUAL REALITY
In concorso - interattivo

Make noise, regia di May Abdalla (Gran Bretagna)
The unknown patient, regia di Michael Beets (Australia)
Buddy VR, regia di Chuck Chae (Corea del Sud)
Umami, regia di Landia Egal, Thomas Pons (Francia)
Eclipse, regia di Astruc Jonathan, Favre Aymeric (Francia)
The horrifically real virtuality, regia di Marie Jourdren (Francia)
Speres, regia di Eliza McNitt (Stati Uniti d'America, Francia)
A discovery of witches - Hiding in plain sight, regia di Kim-Leigh Pontin (Gran Bretagna), con Teresa Palmer, Matthew Goode
The roaming - Wetlands, regia di Mathieu Pradat (Francia, Gran Bretagna, Belgio)
Kobod, regia di Max Sacker, Ioulia Isserlis (Germania)
Awavena, regia di Lynette Wallworth (Stati Uniti d'America, Brasile, Australia)

In concorso - lineare

Even in the rain, regia di Lindsay Branham (Stati Uniti d'America, Repubblica Centrafricana)
Angelu takais - Trail of Angels, regia di Kristina Buozyte (Lituania, Bielorussia)
X-ray fashion, regia di Francesco Carrozzini (Stati Uniti d'America, Danimarca, India)
Crow: The Legend, regia di Eric Darnell (Stati Uniti d'America), con John Legend, Tye Sheridan, Diego Luna, Oprah Winfrey
Age of sail, regia di John Kahrs (Stati Uniti d'America), con Ian McShane
Mindpalace, regia di Carl Krause, Dominik Stockhausen (Germania)
Ballavita, regia di Gerda Leopold (Austria, Germania)
Borderline, regia di Assaf Machnes (Israele, Gran Bretagna)
Shennong. Taste of illusion, regia di Li Mi, Zheng Wang (Cina)
The great C, regia di Steve Miller (Canada)
L'Île des morts, regia di Benjamin Nuel (Francia)
Home after war, regia di Gayatri Parameswaran, Felix Gaedtke (Iraq, Germania, Stati Uniti d'America)
Made this way: Redifining masculinity, regia di Elli Raynai, Irem Harnak (Francia)
Lucid, regia di Pete Short (Gran Bretagna, Australia)
Wu zhu zhi cheng VR (The last one standing VR), regia di Jiwen Wang, Yang Liu (Cina)
Fresh out, regia di Sam Wey, Fangchao Tao (Cina, Stati Uniti d'America)
1943: Berlin Blitz, regia di David Whelan (Irlanda, Gran Bretagna)
Rooms, regia di Christian Zipfel (Germania)

Fuori concorso

VR_I, regia di Gilles Jobin, Caecilia Charbonnier, Sylvain Chagué (Svizzera)
Battlescar, reia di Nico Casavecchia, Martín Allais (Francia, Stati Uniti d'America), con Rosario Dawson
Arden's wake: Tide's fall, regia di Eugene YK Chung (Stati Uniti d'America), con Alicia Vikander, Richard Armitage
Ghost in the shell: Virtual reality diver, regia di Higashi Hiroaki (Giappone)
Isle of dogs: Behind the scenes (in virtual reality), regia di Paul Raphaël, Félix Lajeunesse (Canada, Gran Bretagna, Stati Uniti d'America), con Bryan Cranston, Bill Murray, Edward Norton, Liev Schreiber, Jeff Goldblum, Scarlett Johansson, Tilda Swinton, Bob Balaban
Kekkon yubiwa monogatary VR (Tales of wedding rings), regia di Sou Kaei (Giappone)
In the cave, regia di Ivan Gergolet (Italia)
Elegy, regia di Marc Guidoni (Francia)
Metro veinte: Cita ciega, regia di Maria Belen Poncio (Argentina)
Selyatagi (Floodplain), regia di Deniz Tortum (Turchia)






SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA
In concorso

The Roundup, regia di Hajooj Kuka (Sudan, Sudafrica, Qatar, Germania)
Adam & Evelyne, regia di Andreas Goldstein (Germania)
Blonde Animals, regia di Alexia Walther e Maxime Matray (Francia)
Still Recording, regia di Saaed Al Batal e Ghiath Ayoub (Siria, Libano, Qatar, Francia)
M, regia di Anna Eriksson (Finlandia)
Saremo giovani e bellissimi, regia di Letizia Lamartire (Italia)
You Have the Night, regia di Ivan Salatic (Montenegro, Serbia)

Eventi speciali fuori concorso

Tumbbad, regia di Rahi Anil Barve e Adesh Prasad (India, Svezia)
Dachra, regia di Abdelhamid Bouchnak (Tunisia)

GIORNATE DEGLI AUTORI
In concorso

Les tombeaux sans noms, regia di Rithy Panh (Francia, Cambogia)
C'est ça l'amour, regia di Claire Burger (Francia)
Continuer, regia di Joachim Lafosse (Belgio, Francia)
Domingo, regia di Clara Linhart e Felipe Barbosa (Brasile, Francia)
Joy, regia di Sudabeh Mortezai (Austria)
José, regia di Li Cheng (Guatemala)
Mafax, regia di Bassam Jarbawi (Palestina, Stati Uniti d'America, Qatar)
Pearl, regia di Elisa Amiel (Svizzera, Francia)
Ricordi?, regia di Valerio Mieli (Italia, Francia)
Three Adventures of Brooke, regia di Yuan Qing (Cina, Malaysia)
Ville Neuve, regia di Felix Oufour-Laperrière (Canada)
Emma Peeters, regia di Nicole Palo (Belgio, Canada)

MIU MIU WOMEN'S TALES

Hello Apartment, regia di Dakota Fanning (Italia, Stati Uniti d'America)
The Wedding Singer's Daughter, regia di Haifaa Al-Mansour (Italia, Stati Uniti d'America)

EVENTI SPECIALI

As We Were Tuna, regia di Francesco Zizola
Dead Women Walking, regia di Hagar Ben-Asher (Stati Uniti d'America)
Goodbye Marilyn, regia di Maria Di Razza (Italia)
Happy Lamento, regia di Alexander Kluge (Germania)
Il bene mio, regia di Pippo Mezzapesa (Italia)
The Ghost of Peter Sellers, regia di Peter Medak (Cipro)
Why Are We Creative?, regia di Hermann Vaske (Germania)

NOTTI VENEZIANE

One Ocean, regia di Anne de Carbuccia (Italia)
I villani, regia di Danieli De Michele (Italia)
L'unica lezione, regia di Peter Marcias (Italia)
Il teatro al lavoro, regia di Massimiliano Pacifico (Italia)

PREMIO LUX

Kona fer í stríð, regia di Benedikt Erlingsson (Islanda, Francia, Ucraina)
Styx, regia di Wolfgang Fischer (Germania, Austria)
Druga strana svega, regia di Mila Turajilić (Serbia, Francia, Qatar)

VENEZIA CLASSICI

Adieu Philippine, regia di Jacques Rozier (Francia, 1962)
L'ascesa (Voskhozhdeniye), regia di Larisa Shepitko (URSS, 1976)
Khesht va Ayeneh, regia di Ebrahim Golestan (Iran,1965)
Morte a Venezia, regia di Luchino Visconti (Italia, Francia, Stati Uniti d'America, 1971)
Il posto, regia di Ermanno Olmi (Italia, 1962)
I gangsters (The Killers), regia di Robert Siodmak (Stati Uniti d'America, 1946)
Contratto per uccidere (The Killers), regia di Don Siegel (Stati Uniti d'America, 1964)
L'anno scorso a Marienbad (L'Année dernière à Marienbad), regia di Alain Resnais (Francia, 1961)
La volpe folle (Koiya koi nasuna koi), regia di Tomu Uchida (Giappone, 1962)
La città nuda (The Naked City), regia di Jules Dassin (Stati Uniti d'America, 1948)
La notte di San Lorenzo, regia dei fratelli Taviani (Italia, 1982)
Il portiere di notte, regia di Liliana Cavani (Italia, 1974)
Nulla sul serio (Nothing Sacred), regia di William A. Wellman (Stati Uniti d'America, 1937)
El lugar sin límites, regia di Arturo Ripstein (Messico, 1978)
A qualcuno piace caldo (Some Like It Hot), regia di Billy Wilder (Stati Uniti d'America, 1959)
La strada della vergogna (赤線地帯, Akasen chitai), regia di Kenji Mizoguchi (Giappone, 1956)
Essi vivono (They Live), regia di John Carpenter (Stati Uniti d'America, 1988)

DOCUMENTARI

The Great Buster, regia di Peter Bogdanovich (Stati Uniti d'America)
Women Making Films: A New Road Movie Through Cinema, regia di Mark Cousins (Regno Unito)
Humberto Mauro, regia di André Di Mauro (Brasile)
Living The Light - Robby Muller, regia di Claire Pijman (Paesi Bassi, Germania)
24/25 il fotogramma in più, regia di Giancarlo Rolandi e Federico Pontiggia (Italia)
Nice Girls Don't Stay For Breakfast, regia di Bruce Weber (Stati Uniti d'America)
Friedkin Uncut, regia di Francesco Zippel (Italia)




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