CINEMA A BOMBA!

martedì 12 maggio 2020

I DOC: MARINA ABRAMOVIC:THE ARTIST IS PRESENT, LA VITA COME OPERA D'ARTE

(Clicca sulla locandina per vedere il documentario sottotitolato in italiano). 

USA, 2012
99'
Regia: Matthew Akers
Con: Marina Abramović, Ulay, Klaus Biesenbach.


In balia del pubblico per delle ore, consentendo ad esso di usare degli strumenti di piacere o di dolore sul suo corpo inerme.

In mezzo ad una stella a cinque punte infuocata posata per terra, dove prima aveva bruciato unghie e capelli che si era tagliata.

Intenta a spazzolarsi in capelli in modo sempre più deciso fino a sanguinare e fino a sfregiarsi il volto.

Impegnata a incidere sul proprio corpo nudo, con un rasoio, una stella a cinque punte.

Seduta su una montagna di ossa di bovino, mentre le pulisce maniacalmente per delle ore.

Con il compagno di allora, l'artista tedesco Ulay, azioni estreme come: far passare la gente per una porta stretta, tra loro che sono nudi; stare per delle ore in piedi, di spalle, con i rispettivi capelli intrecciati; prendere la rincorsa e scontrarsi violentemente; spingere a sé un arco mentre lui incocca la freccia: se lui molla, la freccia le colpirà il cuore; attraversare l'una da una parte l'altro dall'altra la Grande Muraglia Cinese, incontrandosi nel mezzo e lasciandosi, ponendo così fine ad una storia d'amore e collaborazione durata 12 anni.

Esibizionismo, autolesionismo, follia?

Una forma di voyeurismo per pseudo-intellettuali snob, come quella descritta dalla famosa scena di La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino?

O arte?

E se parliamo di arte, che senso ha la performance art, della quale la protagonista delle esibizioni succitate, Marina Abramović, è la più famosa rappresentante?






Il documentario che stiamo recensendo, in questo caso, è illuminante per capire la figura di una delle artiste più discusse e controverse degli ultimi 50 anni circa.

Partendo dalla preparazione e dalla realizzazione di quella che è finora una delle sue performance più ambiziose e mainstream, The Artist Is Present, appunto - consistente nello stare seduta su una sedia per delle ore (precisamente 736) e per diversi mesi davanti ad un'altra sedia nella quale di volta in volta si siede qualcuno - che ha avuto luogo al Museum of Modern Arts (familiarmente, MoMA) di New York nel 2010 (tra i visitatori, una nostra vecchia conoscenza), esso ne racconta la vita, le opere, gli amori, le inquietudini, le difficoltà (anche di farsi accettare come artista).

Un vissuto che essa è riuscita a rendere arte con l'utilizzo del proprio corpo, divenuto strumento per veicolare messaggi.

Non che questo sia una novità - basti ricordare gli happening dadaisti di un secolo fa o la "vita come un'opera d'arte" di Gabriele D'Annunzio.

Ma pochi, prima di lei, sono riusciti a trattare la propria fisicità in modo così duro e scioccante per denunciare i mali della società - violenza, guerra, mercificazione femminile...

Nessuno in modo così efficace e viscerale.

Donna dal grande carisma e temperamento, scopriamo così che essa ha vissuto un'infanzia nella quale non si è sentita amata - i suoi genitori, già partigiani jugoslavi titini non le dimostravano molto affetto - ma nella quale è stata educata rigidamente, quasi militarmente.

Cosa che le è servita per sviluppare in seguito un rigore, una forte autodisciplina e una resistenza fisica che sono poi risultati indispensabili per le sue performance, volte spesso a esplorare i limiti del corpo umano e a creare un rapporto anche fisico con lo spettatore, sul quale esse hanno sovente un forte impatto emotivo.

Marina Abramović, col tempo, ha reso le sue esibizioni più scenografiche, più teatraleggianti, è riuscita a travalicare l'ambito artistico e a diventare un'icona pop - tra i suoi tanti fan nello star system, citiamo per esempio Lady Gaga - e un personaggio riconoscibile persino nella mondanità - la ricordiamo come giurata alla Mostra del Cinema di Venezia 2012; nel documentario la si vede in compagnia di Riccardo Tisci, celebre art designer, al tempo direttore creativo della maison Givenchy.

Il suo vecchio sodale Ulay (scomparso lo scorso marzo) l'ha accusata di essere diventata una "diva" - nonostante i momenti con lui siano i più emotivamente intensi del documentario, i due per anni se le sono date di santa ragione a suon di carte bollate: la frecciatina non è nulla in confronto a quello che si sono detti nei tribunali.

Ma è indubbiamente grazie alla sua visibilità che la performance art è divenuta, se non popolare, almeno riconosciuta come una forma d'arte con una propria dignità e ragione d'essere e non una stravaganza fine a se stessa, effimera e destinata a non lasciare traccia.

Se poi i suoi emuli rischiano di sembrare dei personaggi degni di Sorrentino, beh, questo è un altro discorso.




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venerdì 9 agosto 2019

I CORTI: LA BALLATA DI BUSTER SCRUGGS, 6 SCENETTE IN CERCA DI AUTORI

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2018
133'
Regia: Joel & Ethan Coen


Che cos'è La Ballata di Buster Scruggs?
Un tentativo fallito di (mini)serie tv rimontato come un lungometraggio?
Oppure un film vero e proprio suddiviso in capitoli?

La produzione targata Netflix e la mancanza di connessioni tra i vari episodi - eccetto l'ambientazione e un paio di tematiche che ricorrono - farebbero propendere per la prima ipotesi.

I fratelli Coen hanno tuttavia giurato e spergiurato che si tratta del secondo caso e hanno tirato in ballo, come fonte di ispirazione, i film italiani ad episodi in voga negli anni Sessanta e Settanta.

Noi di CINEMA A BOMBA!, nel dubbio, li abbiamo considerati come 6 cortometraggi, ognuno a sé stante, e come tali ve li presentiamo.

Comunque sia, il risultato è complessivamente un'opera diseguale e incompiuta.
I registi di Fargo, Il Grande Lebowski e Non è un Paese per Vecchi sinceramente hanno fatto di meglio, in passato.

Il western rimane un genere affascinante e versatile, che il duo affronta in parte con riverito rispetto e in parte con impietosa dissacrazione.

Ecco allora un bizzarro incrocio di musical, film di cowboy e commedia nera, che ha al proprio attivo la fotografia satura del francese Bruno Delbonnel (già artefice dei cromatismi "fiamminghi" del Faust di Sokurov, ricordate?), una sceneggiatura che è valsa l' Osella alla Mostra di Venezia (dove l'opera è stata presentata in anteprima, fiore all'occhiello della piattaforma di streaming online alla kermesse lagunare insieme al capolavoro Roma di Alfonso Cuarón) e la nomination agli Oscar, e i costumi di Mary Zophres (al suo attivo, pellicole quali Il Grande Lebowski, Iron Man 2, Interstellar, La La Land, First Man), anch'essi gratificati con una candidatura agli Academy Award.

Dei 6 capitoli che lo compongono, alcuni sono più riusciti, altri meno.
Di seguito li analizziamo in dettaglio.
Buona lettura!






Tim Blake Nelson nei panni di Buster Scruggs. 

1.1 The Ballad of Buster Scruggs
Con: Tim Blake Nelson, Willie Watson, Tom Proctor, Clancy Brown.

Un pistolero canterino tutto vestito di bianco affronta diversa gente in duello, finché incontra un pistolero armonicista tutto vestito di nero.
Il corto più pulp e grottesco. La conclusiva When a Cowboy Trades His Spurs for Wings è stata candidata all'Oscar per la miglior canzone (ma alla fine ha vinto Shallow, da A Star is Born).


James Franco in Near Algodones

1.2 Near Algodones
Con: James Franco, Stephen Root, Ralph Ineson, Jesse Luken.

Un bandito cerca di rapinare una banca in mezzo al deserto, ma si ritrova due volte con il cappio al collo.
Interessante lo spunto di partenza (specie l'idea del vecchio ricoperto di padelle), ma l'intreccio è un po' inconcludente.
Il protagonista James Franco è una vecchia conoscenza del nostro blog; Stephen Root era apparso in Red State di Kevin Smith.


Liam Neeson in Meal Ticket

1.3 Meal Ticket
Con: Liam Neeson, Harry Melling.

Un vecchio impresario porta in giro per l'America un teatrino in cui fa recitare un giovane senza braccia né gambe.
Il capitolo più cinico e amaro, con un co-protagonista che ricorda da vicino quello de Il Circo della Farfalla.
Liam Neeson lo avevamo recentemente intercettato in Silence di Martin Scorsese, mentre Harry Melling - quasi irriconoscibile - era il cugino Dudley Dursley di Harry Potter.






Tom Waits in All Gold Canyon

1.4 All Gold Canyon
Con: Tom Waits, Sam Dillon.

Un anziano cercatore d'oro trova finalmente un filone, ma un giovane opportunista cerca di portarglielo via.
Ispirato a un racconto di Jack London, è forse il migliore dei 6 corti, merito soprattutto di un grande Tom Waits.
Il celebre "cantattore" californiano esordisce come protagonista, immortalando il personaggio più classico e memorabile del film.


Una scena di The Gal Who Got Rattled

1.5 The Gal Who Got Rattled
Con: Zoe Kazan, Bill Heck, Jefferson Mays, Grainger Hines.

Una ragazza in viaggio con una carovana perde il fratello per colpa del colera, ma quello sarà solo il primo dei suoi problemi.
L'episodio più lirico e tragico, vale essenzialmente per la scena della sparatoria con gli indiani.


Una scena tratta da The Mortal Remains

1.6 The Mortal Remains
Con: Tyne Daly, Brendan Gleeson, Saul Rubinek, Chelcie Ross.

Quattro uomini e una donna su una diligenza guidata da un cocchiere misterioso, diretti verso un albergo immerso nella nebbia.
Conclusione scopertamente allegorica e metafisica.
L'ambientazione western è superflua: la vicenda poteva essere raccontata in qualunque periodo storico, anche in epoca moderna.
Brendan Gleeson è quello del cortometraggio Six Shooter.




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martedì 20 febbraio 2018

OSCAR 2018. NOMINATION: FILM D'ANIMAZIONE, FILM STRANIERO, SCENEGGIATURE

Dall'alto: Coco; Baby Boss; Ferdinand.  


Non c'è che dire, gli studios per i film di animazione spendono molte risorse (perché si aspettano un grande ritorno economico, che spesso in effetti arriva) e molte idee (perché la concorrenza è tanta e agguerrita) e spesso tali sforzi sono ripagati da ottimi incassi e dall'apprezzamento di un pubblico di tutte le età e della critica - tanto è vero che alcuni di essi possono essere annoverati tranquillamente tra le pellicole più belle degli ultimi anni.

L'altro lato della medaglia è rappresentato dal fatto che è difficile che ad affermarsi in quella che è la categoria più giovane degli Academy Award (introdotta solo nel 2002) siano piccole produzioni - giusto per avere un'idea, i colossi Disney e Pixar (uniti da qualche anno) è dal 2013 che vincono ininterrottamente -, che spesso devono accontentarsi di un ruolo da comparsa.

Il futuro, però, potrebbe riservare notizie ancora più brutte per le case di produzione che non possono disporre di budget consistenti: l'Academy qualche mese fa ha cambiato i criteri di selezione dei candidati, che potranno essere scelti non solo dai tecnici del settore, ma da qualsiasi membro dell'ente, col risultato di favorire opere più note rispetto a quelle magari qualitativamente superiori ma maggiormente di nicchia.

Meno male che quest'anno, tuttavia, sono riusciti a trovare spazio Loving Vincent - un pezzo di maestria interamente dipinto a mano da un gruppo di artisti e che parla della vita di Vincent Van Gogh - e Breadwinner - storia di una ragazza afghana costretta a travestirsi da ragazzo in modo da poter lavorare e poter così sostenere la famiglia.

Se si guardano le statistiche e gli incassi, nella categoria c'è un favorito: Coco, cartoon della Pixar che parla della morte prendendo spunto dal Día de los Muertos di tradizione messicana, secondo i pronostici dovrebbe battere senza problemi i pur gradevoli Ferdinand della 20th Century Fox e Baby Boss della DreamWorks (con musiche di Hans Zimmer, candidato per la colonna sonora di Dunkirk).

Da notare che le nomination ricalcano perfettamente quelle dei recenti Golden Globe.
E indovinate allora chi l'ha spuntata? [Se non lo sapete o non lo ricordate, date un'occhiata qui.]






Tra i film stranieri, la sfida mette di fronte, indirettamente, i maggiori festival cinematografici europei.

L'ungherese Corpo e Anima, diretto dalla regista Ildikó Enyedi, aveva vinto l'Orso d'Oro alla Berlinale dell'anno scorso, mentre il cileno Una Donna Fantastica si era aggiudicato il premio per la migliore sceneggiatura.

Alla commedia svedese The Square era andata a sorpresa la Palma d'Oro a Cannes 2017, mentre il premio della giuria era stato appannaggio del russo Loveless.

Anche il libanese L'Insulto ha avuto un importante riconoscimento: uno dei protagonisti, Kamel El Basha, ha ricevuto la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile alla Mostra di Venezia 2017.






Esito incerto, soprattutto, per ciò che riguarda le sceneggiature originali, dove si scontrano le pellicole più accreditate per la vittoria per il miglior film.

Ad eccezione di un outsider, la commedia The Big Sick, troviamo infatti i big: The Shape of Water, Lady Bird, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri e Get Out.

Sarà interessante vedere chi la spunterà, perché abbiamo l'impressione che anche quest'anno i premi saranno distribuiti a più opere possibili e che pertanto la statuetta nella categoria rappresenterà una sorta di "contentino" per chi non si aggiudicherà i riconoscimenti per film e regia.

Una delle più grandi sorprese di questa edizione degli Oscar arriva però dalle sceneggiature non originali.

E si chiama...Logan!
Apprezzatissimo dai critici per il suo stile indie e dal pubblico per la presenza rassicurante di Hugh Jackman e Patrick Stewart, l'ultimo film solista con l'attore australiano nei panni dell'iconico eroe degli X-Men Wolverine si becca una sola candidatura agli Oscar, ma per una categoria tra le più prestigiose: è un segno che i tempi sono maturi per il definitivo sdoganamento del genere supereroistico?

Una sola nomination - anche in questi casi, solamente in questa cinquina - se la sono aggiudicata pure Molly's Game e The Disaster Artist - il primo è l'esordio alla regia dello sceneggiatore Aaron Sorkin (Codice d'Onore, Malice-Il Sospetto, The Social Network, Moneyball-L'Arte di Vincere, Steve Jobs) che vede protagonista una straordinaria Jessica Chastain, la cui interpretazione è stata ingiustamente snobbata dall'Academy nonostante la nomina ai recenti Golden Globe; il secondo, tra i vincitori di questi ultimi premi, sconta invece gli scandali di molestie che hanno colpito nel frattempo il suo regista e protagonista, la nostra vecchia conoscenza James Franco.

Un altro fatto degno di cronaca è il ritorno in grande stile di James Ivory: il più british dei cineasti statunitensi - autore degli stilosissimi e premiatissimi Camera con Vista, Mr. & Mrs. Bridge (con Paul Newman e la moglie Joanne Woddward), Casa Howard, Quel Che Resta Del Giorno... - è di nuovo candidato, e per quel Chiamami Col Tuo Nome che sta consacrando definitivamente (almeno all'estero) l'autore di A Bigger Splash Luca Guadagnino.

Ha buone chance di vittoria anche Dee Rees, regista afroamericana il cui Mudbound targato Netflix ha ricevuto ben 4 nomine - questa, quella per Mary J. Blige come attrice non protagonista e, come abbiamo visto, quelle per la fotografia di Rachel Morrison e la migliore canzone.

Se volete anche voi farvi coinvolgere in queste sfide interessanti e all'ultimo voto, non vi resta che dare un'occhiata ai trailer dei film d'animazione e stranieri.

E leggere tutte (!) le sceneggiature candidate: siamo andati a cercarle una per una e vi anticipiamo che sono veramente appassionanti.

Buona visione e buona lettura!






MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE
Baby Boss (The Boss Baby), regia di Tom McGrath
The Breadwinner, regia di Nora Twomey
Coco, regia di Lee Unkrich e Adrian Molina
Ferdinand, regia di Carlos Saldanha
Loving Vincent, regia di Dorota Kobiela e Hugh Welchman

MIGLIOR FILM STRANIERO
Corpo e anima (Testről és lélekről), regia di Ildikó Enyedi (Ungheria)
Una donna fantastica (Una mujer fantástica), regia di Sebastián Lelio (Cile)
L'insulto (L'insulte), regia di Ziad Doueiri (Libano)
Loveless, regia di Andrej Zvjagincev (Russia)
The Square, regia di Ruben Östlund (Svezia)

MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE
Guillermo del Toro e Vanessa Taylor - La forma dell'acqua - The Shape of Water (The Shape of Water)
Greta Gerwig - Lady Bird
Emily V. Gordon e Kumail Nanjiani - The Big Sick - Il matrimonio si può evitare... l'amore no (The Big Sick)
Martin McDonagh - Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)
Jordan Peele - Scappa - Get Out (Get Out)

MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
Scott Frank, James Mangold e Michael Green - Logan - The Wolverine (Logan)
James Ivory - Chiamami col tuo nome (Call Me by Your Name)
Scott Neustadter e Michael H. Weber - The Disaster Artist
Dee Rees e Virgil Williams - Mudbound
Aaron Sorkin - Molly's Game




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mercoledì 10 gennaio 2018

GOLDEN GLOBE. 3 MANIFESTI PER 4 GLOBI

Dall'alto: Martin McDonagh, Sam Rockwell e Frances McDormand con i Golden Globe vinti per Three Billboards Outside Ebbing, Missouri; Greta Gerwig (al centro) con Saoirse Ronan (a destra); Guillermo del Toro, miglior regista per The Shape of Water; da destra, Dave Franco, James Franco (Tommy Wiseau nel film The Disaster Artist) e il vero Tommy Wiseau. 


Come abbiamo anticipato nel post precedente, la settantacinquesima edizione dei Golden Globe è stata dominata dalle donne.

A seguito delle iniziative #MeToo e Time's Up contro le molestie sessuali e le disparità di trattamento nei posti di lavoro (non solo nel mondo del cinema) le attrici si sono presentate vestite di nero alla cerimonia di consegna dei premi assegnati dalla stampa estera, molte accompagnate da attiviste dei diritti civili, e negli interventi si sono scagliate contro le discriminazioni di genere.

Se l'anno scorso Meryl Streep aveva fatto scalpore attaccando duramente il neo Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, questa volta a prendersi la ribalta è stata Oprah Winfrey con un discorso appassionato - qualcuno la immagina già candidata alla presidenza nel 2020 -, sebbene la battuta più incisiva sia stata quella fulminante di Natalie Portman al momento della presentazione dei candidati per la migliore regia (And here are the all-male nominees..., E questi sono i nominati, tutti uomini), battuta che da una parte mette in luce l'assenza di registe nella categorie - e quest'anno non avrebbero sfigurato, per esempio, né Patty Jenkins per Wonder Woman né Greta Gerwig per Lady Bird - ma dall'altro sminuisce un po' la vittoria molto meritata di Guillermo del Toro.

Il suo The Shape Of Water si è aggiudicato altresì il riconoscimento per la migliore colonna sonora (di Alexandre Desplat), ma soprattutto, dopo il Leone d'Oro conquistato a Venezia 2017, lascia l'impressione di essere molto competitivo anche in ottica Oscar.

Il vero trionfatore della serata (a sorpresa) è stato però un altro film passato al Lido nella scorsa edizione: Three Billboards Outside Ebbing, Missouri (Tre Manifesti a Ebbing, Missouri).






La pellicola diretta dal Premio Oscar Martin McDonagh (per il corto Six Shooter, che potete rivedere per intero cliccando sul link) ha conquistato ben quattro premi, per il miglior film drammatico, la sceneggiatura (dello stesso McDonagh, già premiata a Venezia) e i due attori Frances McDormand (straordinaria protagonista) e Sam Rockwell (non protagonista).

Ve lo diciamo già da un po': fare una première alla Mostra del Cinema porta bene (restando ai Golden Globe, ricordiamo che il film di apertura nel 2016, il bellissimo La La Land, aveva poi sbancato vincendo 7 premi su 7 nomination, un record!).

Vedremo all'annuncio delle nomine degli Academy Awards, ma incrociamo le dita per il drammaturgo/regista irlandese.

Se la dovrà vedere, oltre che con il già citato cineasta messicano, con Steven Spielberg (The Post, un film storico-giornalistico sul modello di Spotlight, che solo 2 anni fa aveva vinto l'Oscar come miglior film) e con il Christopher Nolan di Dunkirk, i grandi sconfitti della serata.

Però occhio anche a Greta Gerwig: il suo Lady Bird ha avuto un consenso quasi unanime dalla critica, ma soprattutto ha vinto i premi per la migliore commedia e la migliore attrice in una commedia (Saoirse Ronan, già vista in Grand Budapest Hotel di Wes Anderson).

La stessa regista (che è anche apprezzata interprete cinematografica), dopo le polemiche per la mancata nomina nella categoria potrebbe a furor di popolo prendersi la sua rivincita.






A Hollywood, d'altra parte, le cose stanno cambiando: rappresentanti del genere femminile ora sono protagoniste persino di pellicole supereroistiche (che prima sembravano appannaggio dei soli uomini) e gli stessi film vincitori di questa edizione dei Golden Globe - Three Billboards, The Shape of Water, Lady Bird, ma anche la migliore opera straniera (Oltre la Notte di Fatih Akin con Diane Kruger) - hanno donne forti come personaggi principali.

E probabilmente non è un caso che pure I, Tonya, tratto da un fattaccio di cronaca nera/sportiva al femminile che ha visto coinvolte le due pattinatrici Tonya Harding e Nancy Kerrigan, abbia trovato posto nel palmarès con il riconoscimento ad Allison Janney come migliore interprete non protagonista.

In un contesto così fortemente orientato, sono passate un po' in secondo piano le vittorie tra gli attori protagonisti di Gary Oldman e James Franco, premiati per le interpretazioni, rispettivamente, di Winston Churchill in Darkest Hour e di Tommy Wiseau (una sorta di Ed Wood dei giorni nostri, che è salito sul palco assieme al divo al momento della premiazione regalando al pubblico il momento più surreale di tutta la serata) in The Disaster Artist.

A fare le spese del nuovo corso hollywoodiano, però, sono state soprattutto pellicole che pure hanno toccato tematiche di forte attualità: e così Dunkirk di Nolan (il dramma lacerante e straniante della guerra), The Post di Spielberg (la libertà di stampa), Call Me By Your Name di Luca Guadagnino (l'amore omosessuale), Get Out di Jordan Peele (la questione degli Afroamericani) sono tornate a casa a mani vuote dopo aver cullato a lungo sogni di gloria.

Niente da fare: quest'anno l'ondata rosa ha travolto tutto.




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lunedì 8 gennaio 2018

GOLDEN GLOBE 2018. I VINCITORI

(I Golden Globe) 


E così sono stati assegnati i Golden Globe numero 75.

Tra grandi sorprese, conferme della vigilia, colpi di scena, possiamo anticipare che questo è stato l'anno delle donne: vestite di nero per protestare contro la situazione femminile nel mondo del cinema, protagoniste dei film più acclamati, si sono vendicate per la mancanza di proprie rappresentanti nella categoria dei migliori registi e si sono prese la scena.

Qui di seguito riportiamo tutti i vincitori cinematografici.

Nel prossimo post parleremo più approfonditamente di questa sorprendente e memorabile edizione.






MIGLIOR FILM DRAMMATICO
Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri), regia di Martin McDonagh

MIGLIOR FILM COMMEDIA O MUSICALE
Lady Bird, regia di Greta Gerwig

MIGLIOR REGISTA
Guillermo del Toro - La forma dell'acqua - The Shape of Water (The Shape of Water)

MIGLIORE ATTRICE IN UN FILM DRAMMATICO
Frances McDormand - Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)

MIGLIORE ATTORE IN UN FILM DRAMMATICO
Gary Oldman - L'ora più buia (Darkest Hour)

MIGLIORE ATTRICE IN UN FILM COMMEDIA O MUSICALE
Saoirse Ronan - Lady Bird

MIGLIORE ATTORE IN UN FILM COMMEDIA O MUSICALE
James Franco - The Disaster Artist

MIGLIOR FILM DI ANIMAZIONE
Coco, regia di Lee Unkrich e Adrian Molina

MIGLIOR FILM STRANIERO
Oltre la notte (Aus dem Nichts), regia di Fatih Akın (Germania)

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA
Allison Janney - I, Tonya

MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA
Sam Rockwell - Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)

MIGLIORE SCENEGGIATURA
Martin McDonagh - Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)

MIGLIORE COLONNA SONORA ORIGINALE
Alexandre Desplat – La forma dell'acqua - The Shape of Water (The Shape of Water)

MIGLIORE CANZONE ORIGINALE
This Is Me - The Greatest Showman (Keala Settle)




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giovedì 1 settembre 2016

VENEZIA 2016. IL RITORNO DELLA MOSTRA

(Il direttore Alberto Barbera seduto sul red carpet


La Mostra del Cinema di Venezia è tornata!

Chiariamo: non è che se ne fosse mai andata, ma alla memorabile edizione del 2011 si erano susseguiti diversi anni deludenti, caratterizzati da selezioni mediocri.
L'anno scorso, all'apice dello sconforto, avevamo scritto un post molto duro che teorizzava la fine delle grandi rassegne cinematografiche.

Forse è solo una coincidenza, forse Thierry Frémaux (responsabile artistico del Festival di Cannes) e Alberto Barbera (direttore della Mostra) non sono lettori di CINEMA A BOMBA!, ma è un fatto che il nostro appello sia stato ascoltato.

Pochi mesi fa la rassegna della Croisette aveva presentato un programma da leccarsi i baffi e adesso Venezia sembra rispondere a tono: scorrendo l' elenco dei film di questa edizione - in concorso e non - sembra esserci molto pane per i denti dei cinefili più accaniti.

Si parte subito forte con La La Land, commedia sentimental-musicale firmata da uno dei nomi di punta del nuovo cinema made in USA, il giovane Damien Chazelle di Whiplash.
Nel cast, oltre alla coppia protagonista formata da Ryan Gosling (quello di Drive) e Emma Stone (già vista in Magic in the Moonlight), troviamo due Premi Oscar dello scorso anno: il grande J.K. Simmons (vincitore proprio con Whiplash) e il cantautore John Legend.

In competizione - anche questa è un'inversione di tendenza - c'è molto spazio per gli Americani: l'orrorifico The Bad Batch vedrà Jason Momoa (Aquaman di Batman v Superman) affiancare due divi come Keanu Reeves e Jim Carrey; l'indipendente Derek Cianfrance presenta un dramma storico con protagonisti Michael Fassbender (Magneto degli X-Men) e la Premio Oscar Alicia Vikander, attualmente coppia anche nella vita; lo stilista Tom Ford è tornato dietro la cinepresa per dirigere un thriller in cui compaiono, tra gli altri, l'ottima Amy Adams (vista in The Master a Venezia 2012 e in Her-Lei) e il sempre troppo sottovalutato Michael Shannon (ve lo ricordate in Bug e Mud?).

E poi ancora: il cileno Pablo Larraín (autore di No con Gael García Bernal) in trasferta yankee, dove ha trasformato Natalie Portman (la principessa Amidala di Star Wars) in Jackie Kennedy; l'attesissimo fantascientifico Arrival del canadese Denis Villeneuve con Amy Adams (ancora lei!) e Jeremy Renner (Occhio di Falco degli Avengers); il tedesco errante Wim Wenders che ha coinvolto il cantautore Nick Cave nella coproduzione Les Beaux Jours d'Aranjuez.

Ritroviamo anche il vecchio Terrence Malick, abitué da qualche anno dei festival, qui alle prese con un genere per lui nuovo: il documentario.
L'autore di To the Wonder e Knight of Cups si è aggiudicato un nome d'eccezione per la colonna sonora sonora: Ennio Morricone, reduce dal Premio Oscar conquistato con The Hateful Eight; è la seconda collaborazione tra i due, dopo I Giorni del Cielo del 1978.
Voyage of Time è una sorta di spin-off di The Tree of Life e si avvale anche in questo caso della supervisione del vecchio Douglas Trumbull (2001-Odissea nello spazio) negli effetti speciali.

Il cinema italiano è rappresentato da un altro documentario, Spira Mirabilis, sul tema dell'immortalità, della coppia di video-artisti Martina Parenti e Massimo d'Anolfi (riusciranno a emulare Gianfranco Rosi, vincitore del Leone d'Oro a Venezia 2013?), dal drammatico Piuma di Roan Johnson (padre inglese, madre italiana e italiano lui a sua volta) e da Questi Giorni del veterano Giuseppe Piccioni con l'inossidabile Margherita Buy, che avevamo molto apprezzato in Mia Madre.
Forza gente, qualche speranza c'è.

Gli outsider potrebbero essere l'eclettico Emir Kusturica, che riporta davanti alla macchina da presa la nostra Monica Bellucci, e l'apprezzato russo Andrei Konchalovsky col suo drammatico Paradise.

E se pensate di essere già soddisfatti coi film in concorso, date un'occhiata alle altre selezioni!

Ritroviamo Natalie Portman (Planetarium) e Nick Cave (One More Time with Feeling, dell'ambizioso Andrew Dominik), possiamo scegliere tra il remake dei Magnifici Sette con un super cast, il ritorno di Mel Gibson alla regia (Hacksaw Ridge è tratto dalla storia del primo obiettore di coscienza a ricevere la medaglia d'onore al valor militare per il suo servizio svolto nella Seconda Guerra Mondiale), l'anteprima della serie Tv The Young Pope firmata dall'autore di La Grande Bellezza Paolo Sorrentino, la storia del pugile che resistette ben 15 round contro Muhammad Ali e che ha ispirato il personaggio di Rocky Balboa (The Bleeder).

Il programma di documentari e cortometraggi è come al solito molto ricco e variegato: visto l'apprezzamento che nutriamo per questi due modi di fare cinema, nel precedente post abbiamo quindi voluto presentarli tutti.
E, davvero, ce n'è per tutti i palati.

Così come nella nuovissima sezione "Cinema nel Giardino", ove accanto alle proiezioni di film - e tra questi vi segnaliamo In Dubious Battle della nostra vecchia conoscenza James Franco, il cartone animato Pets-Vita da Animali e il documentario di Michele Santoro Robinù - sono previsti incontri e dibattiti aperti al pubblico con autori, attori, gente del mondo della cultura.

Un ulteriore motivo per seguire la Mostra del Cinema è legato agli Oscar: i vincitori effettivi e morali delle ultime edizioni degli Academy Awards - Il Caso Spotlight nel 2016, Birdman nel 2015, Gravity nel 2014 - sono tutti passati dal Lido.

Sarà un caso? Noi pensiamo di no.
Perciò, a chi toccherà stavolta?







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domenica 7 settembre 2014

VENEZIA 2014. I VINCITORI, LA DELUSIONE CONTINUA

(Il regista svedese Roy Andersson bacia il Leone d'Oro) 


Proprio così, la delusione continua.
Dove la parola "continua" può essere intesa sia come forma verbale sia come aggettivo.

La 71a Mostra del Cinema di Venezia verrà ricordata tra le meno significative degli ultimi anni: come avevamo tristemente constatato nel nostro precedente post, quella del Lido è una rassegna superata ormai a sinistra e a destra.
Quando anche il programma del Festival di Telluride è più intrigante, vuol dire che c'è qualcosa che non va.

Pochissimi i film di alto profilo, ancor meno quelli imperdibili.
E il fatto che un'opera come Birdman - se non la migliore, quantomeno la più attesa e interessante pellicola in concorso - non abbia ricevuto nessun riconoscimento, non fa che confermare la mediocrità della kermesse.
Snobbare il grandissimo ex-Batman Michael Keaton (qui alle prese con un ruolo quasi autobiografico) per girare la Coppa Volpi allo sconosciuto Adam Driver è insensato, se non folle.

L'unico (apparente) criterio con cui è stato assegnato l'ambito Leone d'Oro sembra essere la stranezza del titolo.
Probabilmente solo pochi appassionati correranno al cinema a vederlo, ma volete mettere quanto fa figo premiare un film che si intitola Un Piccione Seduto su un Ramo che Riflette sull'Esistenza?

Tra i pochi riconoscimenti degni di nota, segnaliamo invece la Coppa Volpi femminile conquistata dalla connazionale Alba Rohrwacher (che fa il paio col Gran Prix vinto dalla sorella Alice pochi mesi fa al Festival di Cannes) e il premio speciale Glory To The Filmaker andato all'onnipresente James Franco, vecchio compagno di proiezioni della redazione di CINEMA A BOMBA! e abitué della Mostra.

E un altro anno è andato.
Vedremo il prossimo...


LEONE D’ORO per il miglior film a A Pidgeon Sat on a Branch Reflecting on Existence di Roy Andersson (Svezia)

LEONE D’ARGENTO per la migliore regia ad ANDREJ KONčALOVSKIJ per The Postman's White Nights (Russia)

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a The Look of Silence di Joshua Oppenheimer (Gran Bretagna)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile a ADAM DRIVER nel film Hungry Hearts di Saverio Costanzo (Italia)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione femminile a ALBA ROHRWACHER nel film Hungry Hearts (Italia)

PREMIO OSELLA PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA a RAKHSHAN BANIETEMAD e FARID MOSTAFAVI per Tales (Iran)

PREMIO JAEGER-LeCOULTRE GLORY TO THE FILMAKER a JAMES FRANCO

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mercoledì 27 agosto 2014

VENEZIA 2014. FILM IN E FUORI CONCORSO

Dall'alto, tre dei divi che potrebbero sbarcare al Lido: Michael Keaton (mattatore del film di apertura della Mostra, Birdman), Al Pacino (protagonista di The Humbling - nella foto - e di Manglehorn), Willem Dafoe (Pasolini, nella pellicola omonima). 


Niente da fare.
Anche quest'anno la Mostra del Cinema di Venezia targata Alberto Barbera farà rimpiangere le edizioni curate da Marco Müller.
Sono finiti i bei tempi in cui il pubblico trovava in cartellone Wilde Salomé e Killer Joe, Alois Nebel o Le Idi di Marzo.

Non staremo a perdere tempo citando i film e i divi che avrebbero potuto sbarcare al Lido e che invece - desolatamente - non ci saranno: gioco inutile, che serve solo ad alimentare i rimpianti.

Come avevamo temuto lo scorso anno, il prestigio da solo non basta e la perdurante politica del low budget ha portato ad un fenomeno di low interest nei confronti della rassegna - ancora più marcato all'estero, dove ormai Venezia viene puntualmente snobbata a favore di kermesse fino a pochi anni fa considerate di secondo piano, quali quelle di Toronto, New York e perfino Telluride.

Non che in patria la considerazione sia migliore: l'ex direttore di origini svizzere si è preso una bella rivincita, rendendo più appetibile della Mostra il più giovane Festival Internazionale del Film di Roma.
E quest'anno abbiamo il sentore che il confronto verrà di nuovo perso dal capoluogo veneto.

Pochi infatti i film che, almeno sulla carta, ci appaiono degni di nota.
Sicuramente il film di apertura: Birdman, che segna il ritorno al cinema d'autore del grande Michael Keaton, già in odore di Coppa Volpi (e forse di Oscar).

Sempre in concorso, potrebbero forse distinguersi Good Kill di Andrew Niccol (già autore di Gattaca e S1m0ne), il Pasolini di Abel Ferrara con Willem Dafoe, Manglehorn con Al Pacino e Harmony Korine (il regista di Spring Breakers).
E ancora: il favoritissimo della vigilia alla vittoria finale The Cut di Fatih Akin, e Il Giovane Favoloso sulla vita di Giacomo Leopardi.

Meglio le pellicole fuori concorso e nelle sezioni collaterali: la commedia romantica She's Funny That Way del maestro Peter Bogdanovich (autore del bellissimo L'Ultimo Spettacolo, di Ma papà ti manda sola? e Paper Moon), la commedia horror Burying The Ex di Joe Dante (I Gremlins vi dicono qualcosa?), La Trattativa di Sabina Guzzanti tra i rapporti Stato-mafia (un po' documentario un po' ricostruzione con attori), The Humbling di Barry Levinson (un pezzo di storia di Hollywood: suoi sono Good Morning Vietnam - recensione in arrivo! -, Rain Man, Bugsy, Toys-Giocattoli, Rivelazioni, Sleepers, Sesso & Potere, Sfera, L'Uomo dell'Anno - anche questo lo recensiremo a breve) con Al Pacino, The Right Mind di Ami Canaan Mann (ve la ricordate? È quella di Texas Killing Fields), il documentario su Lionel Messi di Álex de la Iglesia, Arance e Martello (l'esordio alla regia del presentatore e personaggio televisivo Zoro), il cartoon The Boxtrolls (con le voci originali di Simon Pegg, Nick Frost, Ben Kingsley).

Una nota a margine. Anche quest'anno è presente al Lido con un suo nuovo film il prezzemolino da festival per antonomasia degli ultimi anni, James Franco.
Persino noi tre anni fa lo abbiamo incontrato dal vivo, in mezzo al pubblico in una proiezione notturna (ne avevamo già parlato qui)!

Tornando alla rassegna, le cose migliori potrebbero essere la sfida per il miglior attore (Michael Keaton vs. Al Pacino vs. Willem Dafoe) e la consegna del Leone d'oro alla carriera a Thelma Schoonmaker, storica collaboratrice di Martin Scorsese e montatrice da tre Oscar (per Toro Scatenato, The Aviator, The Departed), premiata assieme al documentarista Frederick Wiseman.

Uno si potrebbe anche accontentare di un programma così.
Se solo non guardasse indietro alla storia della - ormai ex - gloriosa Mostra Internazionale dell'Arte Cinematografica di Venezia.

Ecco comunque curiosità, trailer, trame dei film in e fuori concorso e di quelli secondo noi più significativi nelle sezioni collaterali.


FILM IN CONCORSO

Birdman (or The Unexpected Virtue of Ignorance) di Alejandro Gonzales Iñárritu (USA), con Michael Keaton, Emma Stone, Edward Norton, Zach Galifianakis e Naomi Watts
The Cut di Fatih Akin (Germania/Francia/Italia), con Tahar Rahim
A Pidgeon Sat on a Branch Reflecting on Existence di Roy Andersson (Svezia/Germania/Norvegia)
99 Homes di Ramin Bahrani (USA), con Michael Shannon, Laura Dern e Andrew Garfield
Tales di Rakhshan Bani E'Temad (Iran)
La Rançon De La Gloire di Xavier Beauvois (Francia/Belgio/Svizzera)
Hungry Hearts di Saverio Costanzo (Italia)
Le Dernier Coup De Marteau di Alix Delaporte (Francia)
Pasolini di Abel Ferrara (Francia/Belgio/Italia), con Willem Dafoe, Riccardo Scamarcio e Valerio Mastrandrea
Manglehorn di David Gordon Green (USA), con Al Pacino, Holly Hunter e Harmony Korine
3 Coeurs di Benoît Jacquot (Francia), con Charlotte Gainsbourg, Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve
The Postman's White Nights di Andrei Konchalovsky (Russia)
Il Giovane Favoloso di Mario Martone (Italia), con Elio Germano, Michele Riondino
Sivas di Kaan Mujdeci (Turchia)
Anime Nere di Francesco Munzi (Italia)
Good Kill di Andrew Niccol (USA), con Ethan Hawke, Bruce Greenwood e January Jones
Loin Des Hommes di David Oelhoffen (Francia), con Viggo Mortensen
The Look of Silence di Joshua Oppenheimer (GB/Danimarca/Indonesia)
Fires on the Plain di Shinya Tsukamoto (Giappone)
Red Amnesia di Xiaoshuai Wang (Cina)


FILM FUORI CONCORSO

She's Funny That Way di Peter Bogdanovich (USA), con Owen Wilson, Jennifer Aniston, Rhys Ifans, Imogen Poots, Tatum O'Neal
Words with Gods di Guillermo Arriaga, Emir Kusturica, Amos Gitai, Mira Nair, Warwick Thornton, Hector Babenco, Bahman Ghobai, Hideo Nakata, Alex de la Iglesia (Messico/USA)
The Golden Era di Ann Hui (Cina/Hong Kong)
Dearest di Peter Ho-Sun Chan (Hong Kong/Cina)
Olive Kitteridge di Lisa Cholodenko (USA), con Bill Murray, Frances McDormand, Richard Jenkins [Miniserie Tv]
Burying the Ex di Joe Dante (USA), con Anton Yelchin, Ashley Greene, Alexandra Daddario
Perez di Edoardo De Angelis (Italia)
La Zuppa del Diavolo di Davide Ferrario (Italia)
L'Urlo e il Furore (The Sound and the Fury) di James Franco (USA), con James Franco, Seth Rogen, Scott Haze e Tim Blake Nelson
Tsili di Amos Gitai (Israele/Russia/Italia/Francia)
La Trattativa di Sabina Guzzanti (Italia)
Hwajang di Im Kwon-taek (Corea del Sud)
The Humbling di Barry Levinson (USA), con Al Pacino, Greta Gerwig, Dianne Wiest, Charles Grodin e Mandy Patinkin
O Velho do Restelo (The Old Man of Belem) di Manoel de Oliveira (Portogallo/Francia)
Im Keller di Ulrich Seidl (Austria)
Nymphomaniac Volume I (Long Version) - Director's Cut di Lars von Trier (Danimarca/Germania/Francia/Belgio)
Nymphomaniac Volume II (Long Version) - Director's Cut di Lars von Trier (Danimarca/Germania/Francia/Belgio)
The Boxtrolls di Anthony Stacchi e Annable Graham (Gran Bretagna)
Italy in a day-Un giorno da Italiani di Gabriele Salvatores (Italia/GB)

Nelle sezioni autonome e parallele segnaliamo:

Arance e martello di Diego Bianchi/Zoro (Italia) [SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA]
Your Right Mind di Ami Canaan Mann (USA), con Katherine Heigl, Lea DuVall, Sheryl Lee e Ryan Bingham [ORIZZONTI]
The President di Mohsen Makhmalbaf (Georgia/Francia/Gran Bretagna/Germania) [ORIZZONTI]
Belluscone - Una storia siciliana di Franco Maresco (Italia) [ORIZZONTI]
Messi di Álex de la Iglesia (Spagna) [GIORNATE DEGLI AUTORI]

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mercoledì 30 aprile 2014

I CLASSICI: SPRING BREAKERS, TI VA DI (S)BALLARE?

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2012
94'
Regia: Harmony Korine
Interpreti: James Franco, Vanessa Hudgens, Selena Gomez, Ashley Benson, Rachel Korine.


Quattro disinibite collegiali si preparano a scatenarsi in bagordi esagerati durante lo spring break, le vacanze primaverili che negli USA equivalgono più o meno ad un Ferragosto anticipato.
Per finanziare l'ambiziosa baldoria rapinano un fast food e partono per la Florida, ma vengono arrestate dalla polizia.
Le fa uscire di prigione Alien, rapper bianco che arrotonda col traffico di droga...

Presentato in concorso a Venezia 2012, Spring Breakers è uno di quei film che - purtroppo - tanto promettono quanto poco mantengono.
Eppure l'idea di partenza era stuzzicante: prendere un paio di stelline televisive di casa Disney (la mora Gomez e la finta bionda Hudgens), punto di riferimento delle adolescenti americane, e trasformarle in lolite seminude dedite a droghe, alcolici e armi da fuoco.

Un discreto shock per gli spettatori, ma poco altro che questo. Anche perché il regista - nonostante la fama di autore provocatorio e crudo - sembra condurre la corsa con il piede sul freno, impegnatissimo a sembrare cool e tuttavia troppo preoccupato di non esagerare.

Korine - ahinoi - non è Quentin Tarantino e neppure Russ Meyer: con in mano una materia che richiederebbe l'ironia pop del primo o alla peggio l'erotismo dissacrante del secondo, il nostro mescola bikini e luci caramellose, ralenti a casaccio e musica rap, Britney Spears e Pussy Riot, senza trovare una vera cifra stilistica.

Tra la Gomez che è poco più di una comparsa, la Hudgens nascosta da un'inutile parrucca, la Korine che è lì solo in quanto moglie del regista e la Benson che bamboleggia e basta (tutte ben attente a non scoprirsi troppo, per la cronaca), l'unico a salvarsi nel cast è il "prezzemolino" James Franco, vecchio amico di CINEMA A BOMBA!: il protagonista de Il Grande e Potente Oz in un ruolo che più tamarro non si potrebbe - con tanto di treccine, tatuaggi e denti d'oro - sembra il solo a divertirsi davvero.

Una parodia del genere pulp? Un saggio critico sul vuoto cerebrale/esistenziale e l'inquietante amoralità della nostra "peggio gioventù"? Uno specchietto per le allodole finalizzato a strappare qualche biglietto agli spettatori più ingenui?
Spring Breakers in un certo senso è già un classico, ma troppo trash per ambire a diventare un cult.

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mercoledì 15 maggio 2013

CANNES 2013. I FILM IN PROGRAMMA

Dall'alto: la locandina di Il Grande Gatsby con gli attori principali; una scena con Oscar Isaac tratta da Inside Llewyn Davis; Ryan Gosling in Only God Forgives



E dopo le considerazioni del post precedente, ora entriamo nel dettaglio della 66esima edizione del Festival di Cannes, che si preannuncia come sempre ricca di grandi nomi.
A partire dalla Giuria.

Ebbene sì: a decretare il vincitore della Palma d'Oro e degli altri premi saranno registi come Steven Spielberg (in qualità di presidente; ottima scelta, tra l'altro), Ang Lee (fresco del secondo Oscar alla regia), Cristian Mungiu, Naomi Kawase, Lynne Ramsay, e attori quali Nicole Kidman, Christoph Waltz, Daniel Auteuil, Vidya Balan.
Nelle altre sezioni troviamo invece il danese Thomas Vinterberg (Un Certain Regard), Agnès Varda, Jane Campion, Zhang Ziyi e la nostra Nicoletta Braschi.

E per quanto riguarda le pellicole in programma?
In prima fila troviamo Nicolas Winding Refn con Only God Forgives e i fratelli Coen con Inside Llewyn Davis: il primo dovrà dimostrare di essere in grado di replicare l'incoraggiante prova di Drive, i secondi a Cannes sono di casa (in passato hanno vinto tutti i premi possibili) e difficilmente torneranno a casa a mani vuote.

Subito dietro ci sono gli intellettuali: Steven Soderbergh, che ha annunciato che Behind the Candelabra - girato per la TV - sarà il suo ultimo film, e l'autore cult Jim Jarmusch, che presenterà il vampiresco Only Lovers Left Alive, messo in scaletta solo all'ultimo minuto.
Strana l'assenza nella rassegna principale dell'atteso The Bling Ring di Sofia Coppola: solitamente ogni suo film ai festival diventa un evento, ma questa volta la figlia del grande Francis Ford (a sua volta regista, tra le altre cose, del fascinoso Twixt) è rimasta nelle retrovie, così come l'israeliano Ari Folman - già autore dell'osannato Valzer con Bashir - che sulla Croisette presenta l'ambizioso The Congress.

Il cinema italiano generalmente a Cannes piace, ma considerate le reazioni al prestigiosissimo Gran Prix Speciale assegnato l' anno scorso dalla giuria presieduta da Nanni Moretti a Reality di Matteo Garrone, si ha l'impressione che La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino avrà la strada in salita nella corsa alla Palma d'Oro.
Né, sulla carta, sembra avere maggiori possibilità di vittoria Valeria Bruni Tedeschi - sorella dell'ex première dame Carla Bruni e naturalizzata francese - con la sua storia semi-autobiografica ambientata nei pressi di Torino.

Rimangono gli outsider: l'indipendente americano James Gray gode di più considerazione in Europa che in patria; il prolifico Takashi Miike è un altro "animale da festival" che potrebbe finalmente imbroccare la pellicola giusta.
Per non parlare dell'immarcescibile Roman Polański: ha fatto i salti mortali per presentare in tempo il proprio ultimo lavoro e presumibilmente non si accontenterà di una banale passerella.


FILM IN CONCORSO
Un Château en Italie, regia di Valeria Bruni Tedeschi (Francia)
Inside Llewyn Davis, regia di Joel ed Ethan Coen (Stati Uniti d'America)
Michael Kohlhaas, regia di Arnaud Despallieres (Francia/Germania)
Jimmy P. (Psychotherapy of a Plains Indian), regia di Arnaud Desplechin (Francia/Stati Uniti d'America)
Heli, regia di Amat Escalante (Messico)
Le Passé, regia di Asghar Farhadi (Francia)
The Immigrant, regia di James Gray (Stati Uniti d'America)
Grisgris, regia di Mahamat-Saleh Haroun (Francia/Ciad)
A Touch of Sin (Tian Zhu Ding), regia di Jia Zhangke (Cina)
Like Father, Like Son (Soshite Chichi Ni Naru), regia di Hirokazu Kore-eda (Giappone)
La Vie d'Adèle, regia di Abdellatif Kechiche (Francia/Belgio/Spagna)
Straw Shield (Wara No Tate), regia di Takashi Miike (Giappone)
Jeune et Jolie, regia di François Ozon (Francia)
Nebraska, regia di Alexander Payne (Stati Uniti d'America)
La Vénus à la Fourrure, regia di Roman Polański (Francia)
Behind the Candelabra, regia di Steven Soderbergh (Stati Uniti d'America)
La Grande Bellezza, regia di Paolo Sorrentino (Italia/Francia)
Borgman, regia di Alex Van Warmerdam (Paesi Bassi)
Only God Forgives, regia di Nicolas Winding Refn (Francia/Danimarca)
Only Lovers Left Alive, regia di Jim Jarmusch (Stati Uniti d'America)

Tra i film non in concorso o presenti in altre categorie, i più interessanti potrebbero essere:
Il grande Gatsby (The Great Gatsby), regia di Baz Luhrmann (Australia/Stati Uniti d'America) - film d'apertura
All Is Lost, regia di J.C. Chandor (Stati Uniti d'America)
Muhammad Ali's Greatest Fight, regia di Stephen Frears (Stati Uniti d'America)
Weekend of a Champion, regia di Roman Polański
The Bling Ring, regia di Sofia Coppola (Stati Uniti d'America)
Fruitvale Station, regia di Ryan Coogler (Stati Uniti d'America)
As I Lay Dying, regia di James Franco (Stati Uniti d'America)
Miele, regia di Valeria Golino (Italia/Francia)
The Congress, regia di Ari Folman (Germania/Israele/Polonia/Francia/Belgio/Lussemburgo)
La danza de la realidad, regia di Alejandro Jodorowsky (Cile)

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