CINEMA A BOMBA!

martedì 2 agosto 2022

MOONFALL, QUESTA LUNA CADENTE NON È PROPRIO LA FINE DEL MONDO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 



USA/Canada/Cina, 2022
130'
Regia: Roland Emmerich
Interpreti: Halle Berry, Patrick Wilson, John Bradley, Michael Peña, Charlie Plummer, Donald Sutherland.


Le disgrazie non sembrano finire mai per il nostro povero pianeta.

Ora ci si mette anche la Luna, che ha abbandonato la sua orbita e ci sta precipitando addosso, con tutto il corollario di disastri (innalzamento vertiginoso dei mari, giganteschi detriti che ci piovono in testa, cani e gatti che vivono insieme! masse isteriche!, cit.).

Un pezzo grosso della NASA (Berry), un astronauta in disgrazia (Wilson) e un complottista che ha idee davvero bizzarre sul nostro satellite (Bradley) sono chiamati a salvare la Terra.

Ci riusciranno?


Roland Emmerich deve avere un rapporto piuttosto problematico con il nostro globo terracqueo.

Ha cercato di distruggerlo in ogni modo: tramite alieni (Stargate, Independence Day e Independence Day: Rigenerazione), l'esaurimento delle risorse naturali (Moon 44), mostri enormi (Godzilla), la natura che si ribella al cambiamento climatico (The Day After Tomorrow), il surriscaldamento del nucleo e conseguenti terremoti, eruzioni, tsunami (2012, che si rifà alle teorie sulla fine del mondo preconizzata dai Maya).

Questa volta tocca al nostro satellite e il regista tedesco - che si è fatto un nome a Hollywood come autore di disaster movie spettacolari e fracassoni - si è sbizzarrito in un turbinio di catastrofi naturali e improbabili teorie complottiste.

Moonfall ha tutti gli ingredienti per essere la classica americanata à la Emmerich: effetti speciali roboanti, approfondimento dei personaggi eufemisticamente sacrificato sull'altare dell'azione, un eroe caduto in disgrazia che cerca di redimersi e di ricucire una vita sfilacciata, un antieroe sfigato che si rivelerà cruciale per salvare il mondo, moniti ambientalisti, alieni malvagi, qualche battuta qua e là...

È esagerato, eccessivo, kitsch, caotico, caciarone, ma pur non essendo congegnato altrettanto bene rispetto ai suoi precedessori, assolve il suo compito di intrattenere senza tante pretese e ha quel certo perverso fascino da B-movie che rende meno insopportabili le sue assurdità (siamo quasi dalle parti di Iron Sky, per intenderci).

E così gli perdoniamo anche il fatto di aver sprecato un Premio Oscar come Halle Berry, impiegata in un ruolo sciapo e molto al di sotto delle sue capacità, e il promettente Charlie Plummer (Premio Marcello Mastroianni alla Mostra di Venezia 2017, nello stesso scoppiettante anno di The Shape of Water, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri e Madre!).

Ma, oh, stiamo pur sempre parlando di Roland Emmerich...

Moonlight non sarà certo la fine del mondo, come film.

Ma chissà cosa avrà in mente il nostro, la prossima volta, per il disgraziatissimo pianeta Terra...


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mercoledì 12 giugno 2019

QUILIANO 2019. BRUSCHETTA E MUSICA

La locandina del Premio Quiliano Cinema 2019. 


Il 15 e 16 Giugno tentevi liberi: torna il Premio Quiliano Cinema!

La stuzzicante rassegna cinematografica curata dal cineforum "Quei Bravi Ragazzi" della vivace cittadina in provincia di Savona e dal critico Steve Della Casa è giunta alla terza edizione.
E anche stavolta promette molto bene.

Per chi si fosse perso le puntate precedenti, ricordiamo che nel 2017 la kermesse aveva avuto come ospiti i registi Francesco Amato e Maurizio Nichetti, dei quali erano stati proiettati rispettivamente Cosimo e Nicole e Ratataplan; nel 2018, invece, era stata la volta di due attori, il divo dei poliziotteschi anni Settanta Luc Merenda e il talentuoso Nicola Nocella, che avevano accompagnato la visione di Il Poliziotto è Marcio e Easy-Un Viaggio Facile Facile.






Nel ricco programma di quest'anno trovano spazio giovani autori di cortometraggi, balli occitani (pronti a scatenarvi?), omaggi al cinema horror (occhi puntati, tra gli altri, sui maestri Riccardo Freda e Mario Bava) e alla grandissima Anna Magnani.

Carlo Cotti. 

A presentare il documentario dedicato alla carismatica diva di Roma Città Aperta, Bellissima, La Rosa Tatuata, Mamma Roma ci sarà l'autore, Carlo Cotti, un regista che ha diretto solo due film - il cult anni 80 Sposerò Simon Le Bon con i giovani "figli d'arte" Gianmarco Tognazzi, Luca Lionello, Giuppy e Simona Izzo; e il poco noto Bille en Tête - Un Amore Dannato, che ha però avuto il grande merito di aver lanciato Kristin Scott Thomas - ma che è stato anche aiuto regista di gente del calibro di Franco Zeffirelli, Pasquale Festa Campanile, Joseph Losey, Nanni Loy, Alberto Lattuada e persino di John Huston.
Insomma, uno che il grande cinema l'ha vissuto in prima persona.

Sarà molto interessante sentirlo raccontare le sue esperienze.

Così come sarà molto interessante l'incontro con gli altri ospiti.
E che ospiti!

Ninni Bruschetta in una scena di Boris-Il Film

Di Ninni Bruschetta conosciamo già la faccia: il caratterista siciliano è volto (molto noto) di numerosi film - tra i tantissimi citiamo I Cento Passi di Marco Tullio Giordana, Mio Fratello è Figlio Unico di Daniele Luchetti, To Rome With Love di Woody Allen, La Mafia Uccide Solo d'Estate di Pif, La Trattativa di Sabina Guzzanti, Quo Vado di Gennaro Nunziante (con Checco Zalone) - e serie Tv - lo ricordiamo in Boris, ma anche in La Squadra, Distretto di Polizia, Don Matteo, Un Posto al Sole...

Ora avremo l'occasione di conoscerlo dal vivo, in occasione della presentazione del suo libro "Manuale di Sopravvivenza dell'Attore non Protagonista" e della proiezione di I Cinghiali di Portici di Diego Olivares (del quale è protagonista), film a basso costo che col tempo si sta creando una solida fama di cult.

Pivio e Aldo De Scalzi con uno dei due David di Donatello vinti per Ammore e Malavita nel 2018. 

Di Pivio e Aldo De Scalzi, invece, conosciamo già le musiche.
E se vi dicessimo che sono loro gli autori delle colonne sonore di pellicole quali Il Bagno Turco (Hamam) e Harem Suare di Ferzan Özpetek, I Giardini dell'Eden e Casomai di Alessandro D'Alatri, Ormai è Fatta! e El Alamein- La Linea di Fuoco di Enzo Monteleone, Il Mercante di Pietre, Carnera, Barbarossa, Ustica di Renzo Martinelli, L'Arrivo di Wang, Song'e Napule, Ammore e Malavita (presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia del 2017) dei Manetti Bros., Razzabastarda di Alessandro Gassmann...?
Giusto per rendere l'idea.

Saranno loro a raccontare 30 anni di colonne sonore italiane e straniere in un appuntamento che si preannuncia imperdibile.

Insomma, pure quest'anno il Premio Quiliano Cinema, grazie anche stavolta all'impegno e all'entusiasmo di un affiatato gruppo di volontari, si preannuncia stimolante e ricco di sorprese e curiosità.

Noi di CINEMA A BOMBA! lo seguiremo ancora volentieri e non vediamo l'ora di partecipare.
Bravi, ragazzi!




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mercoledì 6 febbraio 2019

I DOC: THE DEVIL AND FATHER AMORTH, IL VERO ESORCISTA È FRIEDKIN

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2018
68'
Regia: William Friedkin
Con: William Friedkin, Gabriele Amorth, William Peter Blatty.


1973.
William Friedkin, all'apice del successo grazie ai 5 Oscar - compreso quello per la miglior regia - vinti con Il Braccio Violento della Legge, dirige un horror destinato a entrare nella storia: L'Esorcista.

2018.
45 anni dopo il suo film più famoso, il Maestro ritorna nelle sale cinematografiche con un documentario su un vero esorcismo: The Devil and Father Amorth.






In pratica, si tratta della versione filmica dell'avvincente reportage scritto dallo stesso Friedkin per Vanity Vair, pubblicato nel dicembre del 2016.

Il regista vi racconta il suo primo incontro con Padre Gabriele Amorth, decano degli esorcisti vaticani, e dei tentativi di questi di liberare una donna italiana di mezza età da una possessione demoniaca.

L'articolo ha un'eco mediatica sufficiente a convincere Billy a trasformarlo in un lungometraggio: ecco quindi che il nostro affianca le registrazioni effettuate durante le sedute a interviste, filmati di repertorio e riprese ex-novo nelle quali si rivolge direttamente agli spettatori in un'imitazione - facilmente involontaria - di Alberto Angela.

L'anteprima si svolge nel 2017 alla Mostra del Cinema di Venezia, ma l'uscita ufficiale nei cinema di tutto il mondo viene posticipata all'anno appena trascorso.

Se il reportage era un pezzo giornalistico scritto come se fosse un racconto, il film a esso associato è un documentario girato come se fosse un'opera di fiction.

Non è un caso che nei titoli di coda Friedkin e il giornalista Mark Kermode vengano accreditati come sceneggiatori, come se avessero redatto un copione (a proposito: è il primo contributo del regista in questo campo dai tempi di Jade).






Si tratta di un ritorno alle origini per il cineasta di Chicago, che aveva iniziato la carriera proprio come documentarista, dimostrando già allora una propensione naturale per la dinamica narrativa.

L'utilizzo di un montaggio "cinematografico" e l'inserimento di musica ed effetti sonori da film horror sono espressione di una precisa scelta stilistica, non - come affermato da qualche critico - un espediente furbetto per spettacolarizzare le immagini (c'è persino chi ha insinuato che i versi che si ascoltano durante la scena dell'esorcismo siano stati estrapolati da un videogioco con gli zombi!).

Confermiamo l'impressione che avevamo avuto recensendone il trailer: per quanto breve (la durata complessiva supera di poco l'ora), The Devil and Father Amorth è il miglior documentario degli ultimi anni.
Una vera giottoneria per i fan del regista e per i nostalgici de L'Esorcista.

Bentornato, Maestro!




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giovedì 13 settembre 2018

I CLASSICI: MOTHER!, MADRE(!) CORAGGIO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2017
121'
Regia: Darren Aronofsky
Interpreti: Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Michelle Pfeiffer, Ed Harris, Domhnall Gleeson, Brian Gleeson, Kristen Wiig.


Lui (Bardem) è un famoso scrittore in crisi di ispirazione.

Lei (Lawrence) è la sua giovane moglie devota, impegnata tutto il giorno a sistemare la loro casa, bella ma isolata da tutto e da tutti.

Un giorno bussano alla loro porta uno sconosciuto (Harris) e sua moglie (Pfeiffer): la loro invadenza ben presto sconvolgerà la quiete e il tran-tran domestico della coppia.

Fino a conseguenze drammatiche.






L'annuncio delle pellicole in cartellone per la 74a Mostra del Cinema di Venezia aveva suscitato grande interesse e entusiasmo.

L'apertura era stata affidata a Downsizing di Alexander Payne, uno degli autori più apprezzati a Hollywood, ma gli occhi erano puntati soprattutto su Suburbicon di George Clooney, Human Flow di Ai Weiwei, La Forma dell'Acqua-The Shape of Water di Guillermo del Toro, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh.

E su Mother! (Madre!) di Darren Aronofsky, forse il titolo più atteso di tutti.

Se i primi tre film citati avevano ricevuto un'accoglienza tiepidina, lo stesso non si può dire dei successivi due.

Quello diretto dal regista messicano era stato subito acclamato, aveva vinto clamorosamente (e molto meritatamente) il Leone d'Oro, primo di una serie impressionante di allori culminati con la conquista di un Golden Globe e di 4 Oscar (film, regia, colonna sonora, scenografia).

Quello dell'autore irlandese, forte di un cast in stato di grazia, a Venezia aveva conquistato critica, pubblico e il riconoscimento per la sceneggiatura, aveva sbancato i premi assegnati dalla stampa estera ed era uscita dalla cerimonia degli Academy Award con le statuette per la migliore attrice protagonista e il migliore attore non protagonista (rispettivamente, gli straordinari Frances McDormand e Sam Rockwell).

E Mother! ?
L'opera numero 7 del cineasta già trionfatore a Venezia nel 2008 con The Wrestler con Mickey Rourke, già osannato per Black Swan con Natalie Portman (film di apertura della Mostra nel 2010), già presidente della giuria a Venezia 2011 (ehi, lo abbiamo visto sfilare sul red carpet!), beh, quella è stata la pellicola più discussa e divisiva dell'intera manifestazione.

Vigendo il più stretto riserbo intorno alla pellicola, gli spettatori della prima proiezione si sono trovati catapultati in una fantasmagoria vivida, ma nello stesso tempo angosciosa e claustrofobica, che in un crescendo iperbolico, crudo, violento, giunge infine ad una conclusione straniante e disturbante.

Le stroncature sono piovute già da subito abbondanti e si sono soffermate soprattutto sulla trama, definita senza senso, e sull'eccessivo intellettualismo di Aronofsky, accusato di aver fatto un film marcatamente sperimentale e troppo solipsista, troppo ermetico.

In modo non troppo convinto, c'è chi ci ha letto una rilettura personale della Bibbia, chi una metafora del processo creativo, chi una critica all'esasperazione del divismo.

Di fronte alle numerose critiche e per difendere la sua creazione, il regista ha commesso quello che per noi è stato un errore: ha spiegato cosa intendeva trasmettere, cosa voleva veicolare - per la cronaca, secondo il suo autore, l'intera vicenda è un'allegoria del rapporto tra Uomo e Madre Terra - togliendo così al pubblico il piacere di interpretare un'opera così complessa.

E in fondo così affascinante.

Non è bastata la presenza di una delle attrici più pagate, richieste e amate del mondo, il Premio Oscar Jennifer Lawrence, per risollevare le sorti (soprattutto al botteghino) di un film decisamente troppo poco convenzionale.

Tuttavia le veementi proteste - alle quali i media hanno dato molto spazio, spesso senza entrare nel merito prettamente artistico - hanno messo in ombra le non poche qualità della pellicola.

Per esempio, riguardo alla stessa Lawrence, non si può non riconoscere che, ripresa per la maggior parte del tempo da vicino, la diva di X-Men e Hunger Games ha affrontato con personalità una prova recitativa complicata e difficile - per lei, comunque, anche la lavorazione del film è stata particolarmente travagliata, dato che durante una scena si è perfino dislocata una costola - e la sua interpretazione risulta veramente intensa.

Molto efficaci anche Bardem, Harris, Domhnall Gleeson, Wiig, ma particolarmente incisiva è la "panterona" Michelle Pfeiffer, ancora affascinante e magnetica come ai tempi di Batman-Il Ritorno.

Nonostante manchi del tutto una colonna sonora - il compianto Jóhann Jóhannsson ne aveva composta una, che però poi non è stata utilizzata - eccellente è stato il lavoro degli addetti al sonoro e al montaggio sonoro, che di fatto hanno fatto "parlare" la casa - a proposito, complimenti anche agli scenografi (che la casa l'hanno fatta invece "vivere") e al direttore della fotografia Matthew Libatique.

Per quel che riguarda la regia, non si può non apprezzare l'abilità tecnica e soprattutto il tentativo coraggioso di Aronofsky di liberarsi dei cliché, di provare nuove forme narrative lontane dal mainstream, dai prodotti seriali fabbrica-soldi (in fondo tutti uguali) di Hollywood.

Di fatto, egli ha utilizzato un budget medio-alto, attori di un certo richiamo, il proprio prestigio e li ha messi a servizio di un progetto molto personale, di un film d'autore non troppo dissimile da tanti altri prodotti "da festival", ma distante anni luce da gusti e canoni americani.

Magari altri autori affermati decidessero di mettersi in gioco e di osare così: il cinema ha bisogno ormai di trovare nuovi linguaggi e nuove storie, se non vuole soccombere a serie Tv e in streaming qualitativamente sempre migliori e originali.

Peccato, Darren: questa volta ti è andata male.
Ma hai fatto bene almeno a provarci.




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venerdì 23 marzo 2018

BOMBCAST: EP. 003 - THE DEVIL AND FATHER AMORTH (TRAILER)

(Clicca sulla locandina per ascoltare/scaricare il file). 


In questo episodio numero tre del BOMBCAST:

- commenteremo a modo nostro il trailer del nuovo documentario del Maestro William Friedkin, The Devil and Father Amorth, presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia 2017;

- parleremo di un articolo comparso su Vanity Fair nel Dicembre 2016 (lo potete leggere qui);

- ricorderemo i siparietti comici che abbiamo avuto con Hurricane Billy alla Mostra del Cinema di Venezia del 2011.

E infine faremo il nostro personale omaggio a L'Esorcista e al suo regista.

Qui di seguito, trovate il trailer.
Da brividi...


Il trailer di The Devil and Father Amorth.




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domenica 18 marzo 2018

OSCAR 2018. TRE MANIFESTI A EBBING MISSOURI, LA GUERRA DI MILDRED

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA/Regno Unito, 2017
115'
Regia: Martin McDonagh
Interpreti: Frances McDormand, Sam Rockwell, Woody Harrelson, Caleb Landry Jones, John Hawkes, Lucas Hedges, Peter Dinklage, Abbie Cornish, Samara Weaving, Željko Ivanek.


Nel paesino (immaginario) di Ebbing nel Missouri, Mildred Hayes (McDormand) non riesce a darsi pace per la morte della figlia, barbaramente uccisa.

L'assassino non è stato ancora individuato e le indagini sono a un punto morto; così la donna affitta tre spazi pubblicitari e affigge altrettanti grossi cartelloni che puntano il dito contro la polizia locale, accusata di non aver fatto abbastanza per trovare il colpevole.

Ad essere chiamato in causa, in particolare, è lo sceriffo Willoughby (Harrelson), membro rispettato della comunità e padre e marito esemplare.

Costui ha già le sue grane, essendo malato di cancro in fase terminale ed essendo alle prese con le continue intemperanze del giovane agente Dixon (Rockwell), alcoolizzato, razzista e violento.

L'iniziativa della donna scatenerà una catena di eventi che cambieranno la vita di tutte le persone coinvolte.







Presentato in anteprima tra gli applausi a Venezia 2017 (dove ha vinto il premio per la sceneggiatura), Tre Manifesti a Ebbing, Missouri ha poi trionfato ai successivi Golden Globe (miglior film drammatico, migliore sceneggiatura, migliore attrice protagonista e miglior attore non protagonista), mentre agli Oscar si è dovuto "accontentare" delle statuette per la McDormand e Rockwell dopo aver raggranellato ben 7 nomination - film, sceneggiatura originale (di Martin McDonagh, clamorosamente escluso, invece, tra i registi), attrice protagonista (McDormand), attore non protagonista (Rockwell), attore non protagonista (Harrelson), montaggio e colonna sonora (di Carter Burwell).

Questa messe abbondante di premi non si è tramutata però in un successo travolgente di pubblico - ed è un vero peccato.

Già, anche perché solo lo script dovrebbe essere studiato nei corsi di sceneggiatura, ricco com'è di profondità, sfumature, colpi di scena, svolte improvvise di tono e di trama, personaggi interessanti e sfaccettati, dialoghi caustici, umorismo nero, pathos, pietas.

[Se volete leggerlo, cliccate qui.]

Il suo autore, Martin McDonagh, è un drammaturgo tra i più apprezzati del teatro mondiale - e non fatichiamo a capire perché - che ha saputo dire la sua anche dietro ad una macchina da presa.

Basti ricordare il suo cortometraggio Six Shooter (per il quale vinse un Oscar), ma anche i premiatissimi In Bruges (candidatura all'Oscar per la sceneggiatura originale nel 2009 e Golden Globe a Colin Farrell) e 7 Psicopatici (uscito nel 2012), black comedy con una vena sovversiva e nelle quali è bandito il politicamente corretto.

Anche in Tre Manifesti ci si diverte, ci si commuove, si riflette - e tutto ciò in un unico film, che pure ha una linearità e un equilibrio impeccabili.

E una storia che coinvolge, originale e ben congegnata, che porta ad un anticlimax finale che rappresenta la giusta conclusione per la vicenda.

Oltre a McDonagh, il merito della riuscita del film è da attribuire a contributi tecnici di grande livello e alle interpretazioni di un cast in stato di grazia.

Nelle parti di contorno funzionano molto bene John Hawkes (uno dei volti più noti del cinema indie USA, comparso anche nel Lincoln di Steven Spielberg), Peter Dinklage (uno dei protagonisti di Il Trono di Spade), Abbie Cornish (vista nel RoboCop del 2014), Željko Ivanek ( Argo e X-Men-Apocalisse) e i giovani Lucas Hedges (candidato all'Oscar come miglior attore non protagonista l' anno scorso), Caleb Landry Jones (è presente anche in Get Out) e Samara Weaving (spassosa!).

Ma è il terzetto di testa a fare la differenza - non per niente tutti e 3 gli interpreti principali sono stati candidati all'Oscar.

Woody Harrelson gigioneggia da par suo, ma riesce a dare al suo sceriffo Willoughby una dolente umanità.

Sam Rockwell, nella parte dell'agente Dixon, all'inizio è sopra le righe, volutamente esagerato; ma nel corso del film assistiamo ad una sorprendente evoluzione che porta infine ad un ribaltamento del suo personaggio.
Una prova attoriale straordinaria, che gli è valsa numerosi riconoscimenti, tra i quali una meritata statuetta nella Notte delle Stelle.

Statuetta sacrosanta anche per Frances McDormand, che ha fatto così il bis dopo la vittoria nel 1997 per Fargo, diretta dal marito Joel Coen (uno dei fratelli Coen).

Il suo personaggio è stato da più parti liquidato come una sorta di John Wayne al femminile, grezzo, turpiloquente e duro, assetato di vendetta e di giustizia.

Ma l'attrice di Chicago riesce a far trapelare le debolezze e la sensibilità di una donna che si è autocostretta ad essere forte per non sprofondare nella disperazione, di una donna che nonostante tutto non ha perso l'umanità, di una madre che si fa coriacea per non farsi sopraffare dai sensi di colpa.

I tre manifesti sono il suo urlo di rabbia e di dolore contro il mondo.

Ci sono dei film, magari non troppo noti né di grande successo commerciale, che riescono a colpirti e non ti escono più dalla testa.

Pochi anni fa ci era successo con Whiplash, che aveva rivelato il talento di Damien Chazelle - poi divenuto il più giovane vincitore dell'Oscar per la migliore regia nella storia di Hollywood grazie a La La Land.

Quest'anno è stata la volta di Tre Manifesti a Ebbing, Missouri.

Ne facessero, di film così...





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domenica 11 marzo 2018

OSCAR 2018. THE SHAPE OF WATER-LA FORMA DELL'ACQUA, QUESTO MOSTRO È UNA BELLEZZA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2017
119'
Regia: Guillermo del Toro
Interpreti: Sally Hawkins, Doug Jones, Octavia Spencer, Michael Shannon, Richard Jenkins, Michael Stuhlbarg, Lauren Lee Smith.


Vedere qualcosa di così bello mi fa sembrare stupido considerare me stesso un regista.

Questo lusinghiero tweet del collega Kevin Smith da solo potrebbe essere sufficiente a definire il più recente lungometraggio firmato da Guillermo del Toro.

Quello di The Shape of Water-La Forma dell'Acqua è stato un cammino trionfale: prima il Leone d'Oro a Venezia, quindi il Golden Globe per la miglior regia, poi numerosi altri premi fino a giungere agli Oscar.
4 statuette in tutto: miglior film, regia, colonna sonora e scenografia.

Nell'ambito degli Academy Awards, si tratta della vittoria più netta dal 2015, quando a spuntarla fu Birdman di Alejandro G. Iñárritu (toh, un altro cineasta messicano; e l'anno prima Alfonso Cuarón aveva conquistato il premio alla regia per Gravity: a Hollywood dev'essere il loro momento).

Potrà piacere o no, ma una cosa è certa: è questo il film dell'anno.






Primi anni 60, nel pieno della Guerra Fredda.
Un'inserviente muta che lavora in un laboratorio di ricerca militare (Hawkins) si imbatte in un umanoide anfibio (Jones, già visto in Il Circo della Farfalla e Fantastici 4 e Silver Surfer), catturato per scopi scientifici e rinchiuso nella struttura.

L'essere è innocuo, ma un ufficiale viscido e crudele (Shannon, già intenso protagonista di Bug e Take Shelter) lo tortura e non si fa alcuno scrupolo quando i suoi superiori gli ordinano di ucciderlo.

Ma la donna, che col passare dei giorni si è affezionata - ricambiata - alla creatura, decide di intervenire per salvarlo, facendosi aiutare da una collega (Spencer) e da un anziano vicino (Jenkins)...

Autore in grado di coniugare come pochi il cinema impegnato (Il Labirinto del Fauno) a quello d'intrattenimento (Hellboy, Pacific Rim), del Toro ha dato forma a una favola moderna non priva di risvolti sociali, un incrocio tra Il Mostro della Laguna Nera, Il Favoloso Mondo di Amèlie, Il Ponte delle Spie, La Bella e la Bestia e La La Land.






The Shape of Water sembra voler accontentare tutti i palati: c'è la suspense, la storia d'amore, il sangue, la poesia, il messaggio progressista (i protagonisti sono due "diversi" e hanno come unici alleati un anziano gay, una voluminosa donna afro e un sovietico dal cuore d'oro).
Un pastiche ambizioso e un po' ruffiano che è riuscito a ottenere il plauso unanime della critica.

Il regista esplicita il proprio amore per la Hollywood dei tempi d'oro (si vedono spesso qua e là spezzoni di vecchi film in bianco e nero e c'è addirittura una scena in cui la donna e il mostro omaggiano Ginger & Fred) e le proprie idee politiche.

Questa pellicola è chiaramente l'opera di un cattolico liberal che detesta le autorità e i bigotti (rappresentati dai malvagi militari) e non nasconde la propria simpatia per i reietti e gli emarginati (su tutti, il simpaticissimo essere anfibio).

L'unico difetto? Il montaggio: con meno scene di sesso e violenza (alcune sono francamente superflue), questo film sarebbe stato un capolavoro.
Poco male: nella sua bizzaria è comunque diverso da ogni altro, anche perché derivato da un'idea originale.

Finalmente qualcosa di nuovo nel panorama hollywoodiano, ancora troppo fossilizzato su rifacimenti, adattamenti, prequel e sequel!

Forse più un film da festival che da Oscar?
Sì, ma da vedere.




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venerdì 9 marzo 2018

BOMBCAST: EP. 002 - OSCAR 2018

(Clicca sulla foto per ascoltare/scaricare il file). 


In questo secondo episodio parliamo di:

- I Tre Amigos, ovvero i tre registi messicani che hanno vinto quattro degli ultimi 5 Oscar per la migliore regia: dopo Alfonso Cuarón (nel 2014 per Gravity) e Alejandro González Iñárritu (nel 2015 per Birdman e nel 2016 per The Revenant), questa volta è stato il turno di Guillermo del Toro.

- The Shape of Water, trionfatore di questa edizione degli Oscar e della Mostra del Cinema di Venezia del 2017.

- Moonlight e altre facezie.

- Kobe Bryant, premiato per il miglior cortometraggio animato.

- Three Billboards Outside Ebbing, Missouri.

- Jordan Peele e James Ivory, sceneggiatori vincenti.

- Il sudatissimo Oscar di Roger Deakins (per Blade Runner 2049).

- Vincitori e vinti (anzi, vinte).

E un numero musicale da brividi nel finale.

¡Ay, caramba!




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mercoledì 10 gennaio 2018

GOLDEN GLOBE. 3 MANIFESTI PER 4 GLOBI

Dall'alto: Martin McDonagh, Sam Rockwell e Frances McDormand con i Golden Globe vinti per Three Billboards Outside Ebbing, Missouri; Greta Gerwig (al centro) con Saoirse Ronan (a destra); Guillermo del Toro, miglior regista per The Shape of Water; da destra, Dave Franco, James Franco (Tommy Wiseau nel film The Disaster Artist) e il vero Tommy Wiseau. 


Come abbiamo anticipato nel post precedente, la settantacinquesima edizione dei Golden Globe è stata dominata dalle donne.

A seguito delle iniziative #MeToo e Time's Up contro le molestie sessuali e le disparità di trattamento nei posti di lavoro (non solo nel mondo del cinema) le attrici si sono presentate vestite di nero alla cerimonia di consegna dei premi assegnati dalla stampa estera, molte accompagnate da attiviste dei diritti civili, e negli interventi si sono scagliate contro le discriminazioni di genere.

Se l'anno scorso Meryl Streep aveva fatto scalpore attaccando duramente il neo Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, questa volta a prendersi la ribalta è stata Oprah Winfrey con un discorso appassionato - qualcuno la immagina già candidata alla presidenza nel 2020 -, sebbene la battuta più incisiva sia stata quella fulminante di Natalie Portman al momento della presentazione dei candidati per la migliore regia (And here are the all-male nominees..., E questi sono i nominati, tutti uomini), battuta che da una parte mette in luce l'assenza di registe nella categorie - e quest'anno non avrebbero sfigurato, per esempio, né Patty Jenkins per Wonder Woman né Greta Gerwig per Lady Bird - ma dall'altro sminuisce un po' la vittoria molto meritata di Guillermo del Toro.

Il suo The Shape Of Water si è aggiudicato altresì il riconoscimento per la migliore colonna sonora (di Alexandre Desplat), ma soprattutto, dopo il Leone d'Oro conquistato a Venezia 2017, lascia l'impressione di essere molto competitivo anche in ottica Oscar.

Il vero trionfatore della serata (a sorpresa) è stato però un altro film passato al Lido nella scorsa edizione: Three Billboards Outside Ebbing, Missouri (Tre Manifesti a Ebbing, Missouri).






La pellicola diretta dal Premio Oscar Martin McDonagh (per il corto Six Shooter, che potete rivedere per intero cliccando sul link) ha conquistato ben quattro premi, per il miglior film drammatico, la sceneggiatura (dello stesso McDonagh, già premiata a Venezia) e i due attori Frances McDormand (straordinaria protagonista) e Sam Rockwell (non protagonista).

Ve lo diciamo già da un po': fare una première alla Mostra del Cinema porta bene (restando ai Golden Globe, ricordiamo che il film di apertura nel 2016, il bellissimo La La Land, aveva poi sbancato vincendo 7 premi su 7 nomination, un record!).

Vedremo all'annuncio delle nomine degli Academy Awards, ma incrociamo le dita per il drammaturgo/regista irlandese.

Se la dovrà vedere, oltre che con il già citato cineasta messicano, con Steven Spielberg (The Post, un film storico-giornalistico sul modello di Spotlight, che solo 2 anni fa aveva vinto l'Oscar come miglior film) e con il Christopher Nolan di Dunkirk, i grandi sconfitti della serata.

Però occhio anche a Greta Gerwig: il suo Lady Bird ha avuto un consenso quasi unanime dalla critica, ma soprattutto ha vinto i premi per la migliore commedia e la migliore attrice in una commedia (Saoirse Ronan, già vista in Grand Budapest Hotel di Wes Anderson).

La stessa regista (che è anche apprezzata interprete cinematografica), dopo le polemiche per la mancata nomina nella categoria potrebbe a furor di popolo prendersi la sua rivincita.






A Hollywood, d'altra parte, le cose stanno cambiando: rappresentanti del genere femminile ora sono protagoniste persino di pellicole supereroistiche (che prima sembravano appannaggio dei soli uomini) e gli stessi film vincitori di questa edizione dei Golden Globe - Three Billboards, The Shape of Water, Lady Bird, ma anche la migliore opera straniera (Oltre la Notte di Fatih Akin con Diane Kruger) - hanno donne forti come personaggi principali.

E probabilmente non è un caso che pure I, Tonya, tratto da un fattaccio di cronaca nera/sportiva al femminile che ha visto coinvolte le due pattinatrici Tonya Harding e Nancy Kerrigan, abbia trovato posto nel palmarès con il riconoscimento ad Allison Janney come migliore interprete non protagonista.

In un contesto così fortemente orientato, sono passate un po' in secondo piano le vittorie tra gli attori protagonisti di Gary Oldman e James Franco, premiati per le interpretazioni, rispettivamente, di Winston Churchill in Darkest Hour e di Tommy Wiseau (una sorta di Ed Wood dei giorni nostri, che è salito sul palco assieme al divo al momento della premiazione regalando al pubblico il momento più surreale di tutta la serata) in The Disaster Artist.

A fare le spese del nuovo corso hollywoodiano, però, sono state soprattutto pellicole che pure hanno toccato tematiche di forte attualità: e così Dunkirk di Nolan (il dramma lacerante e straniante della guerra), The Post di Spielberg (la libertà di stampa), Call Me By Your Name di Luca Guadagnino (l'amore omosessuale), Get Out di Jordan Peele (la questione degli Afroamericani) sono tornate a casa a mani vuote dopo aver cullato a lungo sogni di gloria.

Niente da fare: quest'anno l'ondata rosa ha travolto tutto.




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domenica 24 settembre 2017

I CORTI: SIX SHOOTER, UN GUY RITCHIE ALLA GUINNESS

(Clicca sulla locandina per vedere il corto). 

Irlanda, 2004
27'
Regia: Martin McDonagh
Interpreti: Brendan Gleeson, Rúaidhrí Conroy, Aisling O'Sullivan, David Wilmot, Gary Lydon, Domhnall Gleeson.


Un uomo di mezza età (B. Gleeson) diventa vedovo.
Durante il viaggio in treno che lo porta dall'ospedale dove era ricoverata la moglie fino a casa, fa conoscenza con un giovane un po' matto da poco rimasto orfano.

Il tragitto si rivelerà pieno di imprevisti e colpi di scena...






Benché il Leone d'Oro conquistato da Guillermo del Toro con The Shape of Water alla recente Mostra del Cinema di Venezia sia stato indiscutibile, nessuno alla vigilia si sarebbe stupito se il massimo riconoscimento fosse andato a Three Billboards Outside Ebbing, Missouri.

Quello tra il regista messicano di Hellboy (e co-autore dell'adattamento della Trilogia de Lo Hobbit, non dimentichiamo) e il collega britannico Martin McDonagh è stato un testa-a-testa fino all'ultimo, ma alla fine il secondo si è dovuto accontentare di un premio secondario, per quanto strameritato: l'Osella per la migliore sceneggiatura.

In effetti, la scrittura è il punto di forza di questo cineasta d'Oltremanica molto attivo e apprezzato anche a teatro, tanto da essere stato definito dal New York Times addirittura "uno dei più importanti commediografi irlandesi viventi".

McDonagh è diventato famoso come regista del gangster movie In Bruges con Colin Farrell, Brendan Gleeson, Ralph Fiennes (3 nomine ai Golden Globe e una candidatura agli Oscar 2009 per migliore sceneggiatura originale) e si è poi confermato con 7 Psicopatici, pulp con Colin Farrell, Christopher Walken e Tom Waits.

Ma il suo folgorante esordio dietro la macchina da presa è stato con questo cortometraggio, che gli valse l'Oscar nella categoria nel 2006.
Girata su un vero treno in movimento, è una commedia grottesca che nel finale - la sparatoria che fa da climax - flirta con il cinema d'azione.

Ai tempi qualcuno lo definì "Ken Loach che incontra Quentin Tarantino".
Ma più del palmadorato regista inglese (lo scorso anno con I, Daniel Blake)) e dell'autore di Pulp Fiction e Django Unchained, a noi Six Shooter (il titolo fa riferimento ai revolver con 6 colpi) ha ricordato l'opera di un Guy Ritchie che la butta meno in caciara.

Il pezzo forte sono ovviamente i dialoghi, ricchi di giochi di parole e riferimenti alla cultura pop (ma la parlata stretta di Conroy è quasi inintelligibile!), e le interpretazioni degli attori, specie il massiccio Brendan Gleeson.

Occhio infine alla comparsata di Domhnall Gleeson - figlio di Brendan e noto come Generale Hux di Star Wars - Il Risveglio della Forza - nel ruolo del venditore di merendine.
Chissà che cosa direbbero il Leader Supremo Snoke e gli altri gerarchi del Primo Ordine se lo vedessero farsi mettere i piedi in testa dai clienti...




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domenica 10 settembre 2017

VENEZIA 2017. IL MOSTRO DELLA LAGUNA CONQUISTA LA MOSTRA DELLA LAGUNA

Dall'alto: Guillermo del Toro con il Leone d'Oro vinto per The Shape of Water; Martin McDonagh (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri) vincitore dell'Osella per la sceneggiatura; Xavier Legrand (Jusqu'à la Garde); Samuel Maoz, regista di Foxtrot; Charlotte Rampling con la Coppa Volpi per la migliore attrice. 


Ha vinto meritatamente un film meritevole.

Una volta tanto il Leone d'Oro non è stato assegnato ad un'opera pallosa-ma-artistica, politicamente pregnante, di una cinematografia-che-ha-bisogno-di-visibilità...

Viva quindi Annette Bening e la sua giuria, che hanno premiato il titolo che più di tutti ha messo d'accordo critica e pubblico, The Shape of Water - storia d'amore tra una donna muta e non più giovanissima e un mostro anfibio tenuto prigioniero in un laboratorio, ma anche omaggio ai musical e ai film di genere Anni Cinquanta/Sessanta ( La La Land insegna).

Il messicano Guillermo del Toro - che ha diretto, tra gli altri, i due Hellboy, Il Labirinto del Fauno, Pacific Rim e co-sceneggiato Lo Hobbit - è da sempre considerato uno dei più visionari registi viventi e i suoi lavori spesso ottengono ottimi riscontri anche al botteghino; ma questa potrebbe essere la consacrazione definitiva per un autore che troppo spesso è stato liquidato come "di genere".

Vincere un Leone d'Oro per una fiaba fantasy con effetti speciali è in effetti già un traguardo molto notevole e molto prestigioso, ma la marcia del corpulento cineasta potrebbe essere appena all'inizio e portare ad altri riconoscimenti ambiti - d'altra parte, Venezia porta bene ai film che hanno ambizioni da Golden Globe e Oscar (vedi qui, qui e qui).






Alla Notte delle Stelle non ci meraviglierebbe ritrovare il britannico/irlandese Martin McDonagh.
Il suo Three Billboards Outside Ebbing, Missouri è stato la rivelazione di questa edizione della Mostra ma, sebbene accreditato da molti come probabile vincitore, si è dovuto "accontentare" del premio per la migliore sceneggiatura, andato allo stesso autore.

Lo script - che narra la guerra personale tra una madre di una ragazza barbaramente uccisa e la polizia accusata di non impegnarsi abbastanza per trovare il colpevole - ha convinto pressoché tutti, forte anche di interpretazioni veramente convincenti da parte di Woody Harrelson e Sam Rockwell, ma soprattutto di una magistrale Frances McDormand.

Il regolamento per l'assegnazione dei premi vieta la concentrazione di riconoscimenti: ecco perché la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile non è stata vinta né da quest'ultima né da Sally Hawkins (la protagonista di The Shape of Water), bensì dall'inglese Charlotte Rampling.

L'affascinante signora ha lavorato per molti registi italiani - Luchino Visconti, Giuseppe Patroni Griffi, Giuliano Montaldo, Liliana Cavani, Adriano Celentano, Gianni Amelio... - e probabilmente non è un caso che proprio per un film di un regista italiano (il giovane Andrea Pallaoro, che avevamo già segnalato a Venezia 2013) abbia ottenuto il prestigioso premio.

Il corrispettivo maschile, invece, è andato ad un attore di formazione teatrale, Kamel El Basha, protagonista del libanese L'Insulte.
Palestinese.

Ma non preoccupatevi: in nome della par condicio, è stato premiato anche un israeliano.
Nello specifico, Samuel Maoz si è aggiudicato il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria per la sua opera seconda, Foxtrot.
Non male, considerando che per la sua opera prima, Lebanon, nel 2009 aveva avuto addirittura il Leone d'Oro!

Ad emularlo ci è andato molto molto vicino il francese Xavier Legrand, esordiente ma giudicato miglior regista per il suo film sulle violenze domestiche Jusqu'à la Garde.

Gloria anche per il cineasta australiano aborigeno Warwick Thornton - Premio Speciale della Giuria per Sweet Country - e per il giovane Charlie Plummer - Coppa Marcello Mastroianni per il miglior attore emergente per Lean On Pete.






E gli sconfitti?

I film italiani, innanzitutto: non che ci aspettassimo sfracelli (ne avevamo parlato in questo post), ma il fatto che siano piaciuti solo alla critica italiana non è un bel segno.
E pensare che se avessimo voluto trovare dei buoni lavori nostrani avremmo potuto rivolgerci invece alla sezione Orizzonti, dove, per il secondo anno consecutivo, una pellicola tricolore ha vinto il concorso - l'anno scorso, il documentario Liberami di Federica Di Giacomo; questo, Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli.

Chi invece aveva suscitato entusiasmi era stato Mektoub, My Love - Canto Uno, sulla giovinezza di un gruppo di giovani franco-tunisini.
Ma a pesare sul film di Abdellatif Kechiche (già Palma d'Oro a Cannes 2013 per La Vie d'Adèle) è stata l'accusa di maschilismo - troppi indugi sui fondoschiena delle giovani protagoniste, tanto è vero che qualche malizioso ha tirato in ballo addirittura Tinto Brass!

Stroncato senza pietà dai critici, al contrario, è stato Mother!, l'attesissima parabola horror ecologista/religiosa firmata Darren Aronofsky.
Non ha ricevuto premi, ma siamo sicuri che gli agguerriti fan della protagonista Jennifer Lawrence (comunque molto brava. Non per niente nel 2013 ha vinto un Oscar...) accorreranno in sala per seguire la loro beniamina.

Per quel che riguarda le altre pellicole a stelle e strisce, ambivano a premi i veterani Paul Schrader - che ha presentato First Reformed con Ethan Hawke nel ruolo di un pastore luterano sconvolto dai sensi di colpa - e Frederick Wiseman - il suo documentario sulla New York Public Library è piaciuto nonostante la durata eccessiva -, ma sono rimasti a bocca asciutta.

Così come Alexander Payne - ma il suo Downsizing aveva già avuto l'onore di aprire la kermesse - e George Clooney - che la Mostra l'aveva aperta nel 2011 con Le Idi di Marzo e che questa volta portava la commedia nera firmata Fratelli Coen Suburbicon.
Qualche applauso, ma per il resto accoglienza non troppo calorosa per i loro lavori.

Alla vigilia era molto accreditato anche l'artista dissidente cinese Ai Weiwei, ma il suo documentario sui migranti Human Flow è stato accusato di essere troppo incentrato sull'autore stesso, vanificando così in parte i buoni propositi iniziali.

Tra gli sconfitti dobbiamo annoverare - ma non ci fa piacere - anche il Festival di Cannes.
Quest'anno il programma non era male, ma niente di paragonabile a quello di questa Mostra.

Se Venezia è tornata però ad essere un appuntamento internazionale imprescindibile, molto del merito dev'essere riconosciuto al direttore Alberto Barbera, che negli ultimi anni ha lavorato in modo intelligente e lungimirante, invitando al Lido ottimi autori e attori, ma anche dando spazio a modi alternativi di fare cinema (geniale ed azzeccata l'idea del concorso dedicato alla realtà virtuale), cercando quindi di avvicinare le esigenze di una rassegna cinematografica a respiro internazionale con i gusti del pubblico.

Ora la vittoria di Guillermo del Toro potrebbe dargli un'ulteriore mano: se The Shape of Water dovesse continuare a mietere successi, le major hollywoodiane in futuro potrebbero essere incentivate ancora di più a scommettere sulla kermesse lagunare.

La 74a edizione della Mostra del Cinema è appena terminata, ma noi della redazione di CINEMA A BOMBA! già non vediamo l'ora che arrivi la prossima.





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sabato 9 settembre 2017

VENEZIA 2017. I VINCITORI

Un po' di Leoni d'Oro. 


The Shape of Water del regista messicano Guillermo del Toro - uno dei più immaginifici cineasti viventi - ha sbaragliato la concorrenza ed è riuscito ad aggiudicarsi il premio più ambito, il Leone d'Oro.

D'altra parte era piaciuto già da subito sia a critica che a pubblico.
Si profila un cammino trionfale nei prossimi mesi per questa romantica storia d'amore tra una donna muta e un mostro anfibio?

La giuria guidata da Annette Bening e composta da altre quattro donne (tra le quali la nostra Jasmine Trinca) e da quattro uomini (uno di questi è il brillante autore britannico Edgar Wright) lo ha preferito ad un altro degli strafavoriti della vigilia, quel Three Billboards Outside Ebbing, Missouri che qui è stato premiato "solo" per la (strepitosa) sceneggiatura del regista Martin McDonagh ma che si prepara già per i prossimi Oscar.

A bocca asciutta, invece, l'apprezzatissimo Mektoub, My Love del franco-tunisino Abdellatif Kechiche - che paga le critiche di eccessivo maschilismo - e le altre pellicole americane.

Il palmarès, per il resto, è il risultato di decisioni che non volevano scontentare nessuno: premiato un attore palestinese, ma anche un film israeliano; un'attrice anziana, e un giovane regista esordiente; un cineasta aborigeno e un all-american boy.

Nel prossimo post faremo le nostre approfondite considerazioni, ma nel frattempo ecco i vincitori della selezione ufficiale.






LEONE D'ORO AL MIGLIOR FILM al miglior film: The Shape of Water, regia di Guillermo del Toro (Stati Uniti d'America)

LEONE D'ARGENTO per la miglior regia: Xavier Legrand, regista di Jusqu’à la garde

LEONE D'ARGENTO - GRAN PREMIO DELLA GIURIA: Foxtrot, regia di Samuel Maoz (Israele, Germania, Francia, Svizzera)

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA: Sweet Country, regia di Warwick Thornton (Australia)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile: Kamel El Basha, L'insulte, regia di Ziad Doueiri (Francia, Libano)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione femminile: Charlotte Rampling, Hannah, regia di Andrea Pallaoro (Italia, Belgio, Francia)

PREMIO OSELLA per la migliore sceneggiatura: Martin McDonagh, Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)

PREMIO MARCELLO MASTROIANNI ad un attore o attrice emergente: Charlie Plummer, Lean on Pete, regia di Andrew Haigh (Regno Unito)

LEONE D'ORO ALLA CARRIERA: Jane Fonda, Robert Redford

PREMIO JAEGER-LE COULTRE GLORY TO THE FILMMAKER: Stephen Frears





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mercoledì 30 agosto 2017

VENEZIA 2017. LA CORSA AGLI OSCAR PARTE DAL LIDO

La locandina della 74a Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia. 



La 74a edizione della Mostra di Venezia ( qui il programma completo) resterà negli annali come, recentemente, quelle del 2011 e 2016?

Ovviamente lo sapremo a kermesse finita, ma non possiamo non notare che le grandi major di Hollywood già da qualche anno puntino molto - e con successo - su una presenza al Lido per misurare le proprie ambizioni in vista della lunga stagione dei premi cinematografici che culminerà con la Notte degli Oscar.

Pensate a Gravity, vincitore morale degli Oscar 2014; Birdman, trionfatore nel 2015; Il Caso Spotlight, sorpresa del 2016; La La Land, grande sconfitto quest'anno.

Tutti passati per la Laguna.
E - tranne il film con Michael Keaton nel ruolo di giornalista - tutti presentati in apertura di Mostra.

Quest'anno, l'onore di aprire la rassegna è toccato a Downsizing con Matt Damon, Kristen Wiig, Christoph Waltz, Alec Baldwin, Neil Patrick Harris, prima incursione nella fantascienza (satirica) di Alexander Payne - per capirci, è la storia di un uomo che si presta a sottoporsi assieme alla moglie ad un processo di rimpicciolimento per risparmiare le risorse del pianeta; purtroppo per lui, la consorte si tirerà indietro all'ultimo minuto e...

Il cineasta è un habitué degli Oscar: ne ha vinti due per la sceneggiatura originale (per Sideways nel 2005 e per Paradiso Amaro nel 2012) ed è a quota 7 nomination personali finora - di cui una per il miglior film (Paradiso Amaro) e tre per la migliore regia (Sideways, di nuovo Paradiso Amaro e Nebraska nel 2014).

Insomma, stiamo parlando di uno degli autori più apprezzati degli ultimi anni.
Ma non è l'unico presente alla Mostra.






George Clooney non ha bisogno di presentazioni.
Ritorna quest'anno come regista dopo le acclamazioni ricevute nel 2011 per il suo Le Idi di Marzo con Suburbicon - commedia nera che ha al centro una famiglia alle prese con la violenza di una piccola comunità solo apparentemente rispettabile e tranquilla - , opera che vanta i fratelli Coen alla sceneggiatura e un cast composto, tra gli altri, da Matt Damon (il mattatore della rassegna del Lido di quest'anno, come si può notare), Julianne Moore, Oscar Isaac, Josh Brolin.
Probabilmente ne sentiremo parlare abbondantemente in futuro.

Così come per i nuovi lavori di Darren Aronofsky e Guillermo del Toro.

Riguardo al primo - Mother! - vige alla vigilia il più stretto riserbo, ma sembra che si tratti di un horror inquietante nel quale la tranquilla vita di una coppia viene sconvolta dall'arrivo di ospiti inattesi.
Di sicuro c'è il nome dei protagonisti, due star del calibro dei Premi Oscar Jennifer Lawrence (nel 2013) e Javier Bardem (nel 2008), e un cast notevole che comprende Ed Harris, Michelle Pfeiffer, Kristen Wiig, Brian e Domnhall Gleeson.

Di The Shape of Water del secondo si sa, invece, che è ambientato durante la Guerra Fredda e tratta del rapporto tra un'inserviente muta (Sally Hawkins, Golden Globe nel 2009 per Happy Go Lucky e nominata agli Oscar nel 2014 per Blue Jasmine di Woody Allen, che invece fruttò la statuetta a Cate Blanchett) e un mostro anfibio tenuto prigioniero.

L'outsider potrebbe essere Three Billboards Outside Ebbing, Missouri: il Premio Oscar (per Fargo) Frances McDormand promette scintille nella parte di una madre che se la prende con la polizia, rea di non aver fatto abbastanza per trovare l'assassino della figlia.

La nutrita pattuglia di pellicole a stelle e strisce in concorso comprende anche First Reformed di Paul Schrader, regista di American Gigolò con Richard Gere e Il Bacio della Pantera con Nastassja Kinski, ma soprattutto sceneggiatore di Taxi Driver, Toro Scatenato, L'Ultima Tentazione di Cristo di Martin Scorsese e Mosquito Coast di Peter Weir.
Recentemente aveva presentato The Canyons a Venezia 2013 e Dog Eat Dog a Cannes 2016, ma senza lasciare una grande impressione.
Vedremo se con il suo ultimo lavoro saprà risollevarsi.






I film italiani?
Sulla carta non sembrerebbero avere molte chance di vittoria.

Una Famiglia di Sebastiano Riso è su una coppia che aiuta altre coppie che non possono avere figl.
Hannah di Andrea Pallaoro è incentrato sulle vicende di un solo personaggio, una donna matura interpretata dalla sempre bravissima Charlotte Rampling.
Ella & John (The Leisure Seeker), esordio "americano" di Paolo Virzì, è un viaggio on the road con protagonisti due divi del calibro di Helen Mirren e Donald Sutherland.
Ammore e Malavita è un musical (o sceneggiata?) sulla camorra firmato dai Manetti Bros., maestri dei film di genere che ora si confrontano con rappresentanti del "cinema d'autore".

Tra i favoriti della vigilia per il Leone d'Oro troviamo invece autori molto amati dalla critica cinematografica quali Robert Guédiguian, Koreeda Hirokazu e Abdellatif Kechiche (Palma d'Oro per La Vie d'Adèle a Cannes 2013), ma anche uno degli artisti contemporanei più famosi e apprezzati: il dissidente cinese Ai Weiwei porta al Lido Human Flow, documentario che tratta del viaggio di alcuni migranti verso l'Europa.

Riuscirà ad emulare Gianfranco Rosi, che con Sacro GRA riuscì ad aggiudicarsi il riconoscimento più importante di Venezia 2013?

I documentari, in effetti, spesso non vengono considerati quanto meriterebbero, ma occorre notare che negli ultimi anni il genere è stato molto rivalutato - e anche noi di CINEMA A BOMBA! ne promuoviamo la scoperta o riscoperta attraverso la nostra sezione I DOC -, soprattutto dalla Mostra.

Quest'anno, per esempio, troviamo in cartellone Frederick Wiseman (in concorso), uno dei documentaristi più importanti al mondo (Leone d'Oro alla carriera nel 2014), ma anche un ricco e interessante programma nel quale brillano opere su Jim Carrey, Michael Jackson, Valentina Cortese, il compositore Ryuichi Sakamoto, sulla Londra anni Sessanta (con Michael Caine)...
E poi, soprattutto, c'è The Devil And Father Amorth.

Noi della redazione non vediamo l'ora di vedere quest'ultimo per diversi motivi:
1) è un'opera del Maestro William Friedkin;
2) è il suo ritorno dietro alla macchina da presa dopo Killer Joe;
3) avevamo già letto in proposito un avvincente articolo su Vanity Fair scritto dallo stesso autore (lo potete consultare anche voi dal link che abbiamo messo nel post precedente);
4) il regista di L'Esorcista, questa volta, è testimone di un esorcismo vero, effettuato da un vero esorcista (padre Gabriele Amorth).






Sempre al di fuori della selezione ufficiale - lasciando perdere gli ultraviolenti Caniba e Brawl in Cell Block 99 (con un insolito Vince Vaughn) - le opere più interessanti ci sembrano Victoria & Abdul di Stephen Frears con Judy Dench, Zama di Lucrecia Martel (che molti avrebbero voluto in concorso, anche perché c'è una sola donna regista presente), Loving Pablo (su Pablo Escobar) con Javier Bardem e Penélope Cruz, Our Souls At Night con i prossimi Leoni d'Oro alla carriera Jane Fonda e Robert Redford, The Private Life of a Modern Woman con Sienna Miller e Alec Baldwin, il cartoon italiano Gatta Cenerentola, l'anteprima della serie Tv Suburra.

Poi notiamo il ritorno di due autori asiatici di culto (ma in declino da qualche anno): il maestro dei film d'azione John Woo (A Better Tomorrow, Hard Boiled, Nome in Codice: Broken Arrow, Face/Off) e il re degli yakuza movie Takeshi Kitano (Sonatine, il Leone d'Oro 1997 Hana-bi - Fiori di Fuoco, Brother).

Quest'ultimo presenta il terzo capitolo della saga Outrage - il primo non ci era piaciuto molto, il secondo era in competizione alla Mostra 2012 ma non era migliore - e speriamo che questa volta Beat Takeshi abbia ritrovato lo smalto dei tempi migliori.

Nutriamo grandi speranze anche nella sezione dedicata alla VR: per la prima volta una kermesse internazionale di prestigio dedica uno spazio tutto dedicato alla realtà virtuale con film in competizione.
Anteprima di futuro o gioco, poco importa: ci sarà da sbalordirsi e da riflettere.

Insomma, Alberto Barbera ha saputo mettere insieme un programma di sicuro interesse, stuzzicante e frizzante, per tutti i gusti.

Se alla fine riuscirà ad azzeccare di nuovo la formula vincente, chi riuscirà nei prossimi anni a contrastare Venezia come rassegna cinematografica internazionale più importante del mondo?




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