I CORTI: PIZZA FRIDAY, QUATTRO TARTARUGHE ALLE SUPERIORI
Un cartone della pizza disegnato e firmato da Kevin Eastman (clicca per vedere il corto).
USA, 2016
5'
Regia: Paul Jenkins
Voci originali: Courtney Eastman.
Grazie a un dispositivo in grado di cammuffare il loro aspetto, le Tartarughe Ninja assumono le sembianze di 4 adolescenti umani e accompagnano al liceo l'amica April (C. Eastman, moglie di Kevin; li abbiamo conosciuti entrambi a Cernobbio pochi mesi fa).
Secondo il menù della mensa scolastica è il giorno della pizza, ma prima di potersi godere la loro pietanza preferita i nostri eroi dovranno vedersela con un gruppo di studenti che non sono quello che sembrano...
Realizzato con una tecnica d'animazione elementare (pure troppo: grafica ed effetti sembrano quasi dilettanteschi), questo cortometraggio vale soprattutto per la divertente sceneggiatura scritta a 4 mani dal regista con... Kevin Eastman, co-creatore dei Turtles!
La memoria torna subito ad un altro breve cartone scritto dal mitico fumettista: Un Topo e Quattro Tartarughe, con la differenza che quello era parte di una serie (benché slegato dagli altri episodi), mentre questa è una parentesi a sé stante.
Dentro ci sono molti degli elementi che hanno reso famoso questo gruppo di anfibi antropoformi: i combattimenti, l'umorismo, gli inserti sci-fi.
Ingredienti di un franchise che resiste con successo da quasi 40 anni.
In attesa di poter vedere - e giudicare - il lungometraggio Tartarughe Ninja: Caos Mutante, uscito nelle sale americane a inizio mese ma in Italia rimandato di qualche settimana, Pizza Friday potrebbe essere un gustoso antipasto.
USA, 2020
151'
Regia: Patty Jenkins
Con: Gal Gadot, Chris Pine, Kristen Wiig, Pedro Pascal, Robin Wright, Connie Nielsen, Lynda Carter.
1984. Sono passati alcuni decenni dagli eventi narrati nel primo Wonder Woman.
Diana (Gadot) vive da anni come ricercatrice a Washington, DC.
Ancora in lutto per la morte eroica dell'amato Steve (Pine), si risveglia dalla propria catatonia sociale quando la sua collega nerd Barbara (Wiig) inizia a studiare un antico cristallo.
Trattasi di un potentissimo manufatto in grado di trasformare i desideri in realtà.
I problemi iniziano quando il faccendiere/imbonitore Max (Pascal) ne scopre l'esistenza e ci mette gli occhi sopra...
Il DC Extended Universe (o DCEU) - l'interconnesso universo cinematografico diretto concorrente del Marvel Cinematic Universe - soffre da sempre di una vertiginosa altalena qualitativa.
Per questo il ritorno della bruna amazzone, il cui precedente capitolo era stato riconosciuto dalla critica unanime come un capolavoro (noi stessi lo avevamo inserito nella Top 10 dei migliori film del decennio), ha creato un'enorme aspettativa.
Il successo commerciale non si è fatto attendere: Wonder Woman 1984 ha polverizzato in un lampo il record di utenze sulla piattaforma streaming della HBO e - considerata la pandemia in atto - si sta rivelando un trionfo al botteghino.
Un'accoglienza ben più tiepida è arrivata invece dalla stampa specializzata: molti hanno apprezzato la spettacolarità, i riferimenti affettuosi agli anni 80 (a tratti sembra Stranger Things senza mostri) e la carismatica presenza della sempre splendida Gal Gadot, ma criticato la scarsa originalità, l'eccesso di cliché e l'interpretazione poco convincente di Kristen Wiig.
Giudizio che condividiamo solo in parte.
Come avevamo intuito recensendone il trailer, WW84 è una delle pellicole dell'anno: epica, commovente, straordinariamente umana e umanista.
"Wonder" Gadot è da Oscar: la diva israeliana - pagata 33 volte di più rispetto al primo film! - si carica l'intero lungometraggio sulle spalle e illumina di un'aurea dorata ogni sequenza in cui appare, spremendo ogni goccia del proprio talento atletico e recitativo.
Che piaccia o meno, è lei l'attrice del momento.
Chris Pine si ritaglia invece il ruolo di (geniale) spalla comica: le sue scenette con Gal sono i momenti più genuinamente divertenti.
Peccato solo che compaia relativamente poco.
Per quanto concerne i cattivi, Pascal batte la Wiig 3 a 0.
Per la sua interpretazione dell'avido Maximilian Lord, il protagonista di The Mandalorian si è basato sul Michael Douglas di Wall Street, che a sua volta aveva già ispirato Leonardo DiCaprio in The Wolf of Wall Street.
Una performance molto sopra le righe, alla Nicolas Cage, che mette in ombra quella della sua collega, inficiata da un personaggio troppo poco a fuoco.
Da segnalare anche un cammeo da applausi: quello post-credits di Lynda Carter, la Wonder Woman della serie tv degli anni 70 che in anni recenti avevamo già rivisto in un episodio di Supergirl.
Sulla prevedibilità dell'intreccio narrativo ci pare ingiusto esprimere un giudizio negativo: pur sempre di un film supereroistico si tratta.
Anche perché il difetto è ampiamente bilanciato dalla scattante direzione di Patty Jenkins, probabilmente la migliore regista in circolazione dopo Kathryn Bigelow.
In attesa di rivedere la nostra eroina preferita nell'attesissimo Zack Snyder's Justice League, possiamo rallegrarci di questo ritorno di forma delle produzioni DC/Warner.
OSCAR 2019. NOMINATION: FILM D'ANIMAZIONE, FILM STRANIERO, SCENEGGIATURE
Dall'alto: inquadratura da Roma; i protagonisti di Cold War; una scena da Spider-Man: Into the Spider-Verse; gli Incredibili in azione.
Qualcosa negli Oscar sta cambiando.
Ce ne accorgiamo considerando la categoria del miglior film straniero: mai come quest'anno i film esteri che concorrono sono competitivi anche in altre categorie, e di un certo peso.
Addirittura Roma, opera del regista messicano premio Oscar (per Gravity) Alfonso Cuarón, come vedremo, è addirittura il film (ex aequo con The Favourite) ad aver ricevuto il maggior numero di nomination.
Ma non pensate che il fatto sia isolato: il tedesco Werk Ohne Autor-Opera Senza Autore di Florian Henckel von Donnersmarck è candidato anche per la migliore fotografia, così come il film precedentemente citato e il polacco Cold War, che può vantare anche la prestigiosissima nomina quale miglior regista per Paweł Pawlikowski.
Dopo il predominio dei messicani degli scorsi anni per la migliore regia, sembra proprio che il processo di apertura internazionale dell'Academy stia dando i suoi buoni frutti - e non possiamo che rallegrarcene.
Tra i film di animazione, la lotta è piuttosto incerta e sembrerebbe limitata a due titoli: Gli Incredibili 2 e Spider-Man: Into the Spider-Verse (uscito in Italia come Spider-Man: Un Nuovo Universo).
Fino a non molto tempo fa il primo, della Pixar, non sembrava avere rivali; ma il secondo, forte anche del successo agli ultimi Golden Globe, sta raggranellando riconoscimenti e un entusiasmo sempre maggiore - la sua vittoria sarebbe una bella rivincita per la coppia Phil Lord-Christopher Miller, autori dello snobbato The LEGO Movie, registi licenziati di Solo: A Star Wars Story e qui nella veste di produttori.
Come al solito, i film che si contendono le statuette più prestigiose - quelle per la migliore pellicola e la migliore regia - li ritroviamo nelle categorie dedicate alle sceneggiature.
Lasciate perdere favoriti e non, e leggetevi gli script di tutti i candidati: come ogni anno ve li proponiamo in lettura (basta cliccare sul link).
Buona lettura!
OSCAR 2018. THE SHAPE OF WATER-LA FORMA DELL'ACQUA, QUESTO MOSTRO È UNA BELLEZZA
(Clicca sulla locandina per vedere il trailer).
USA, 2017
119'
Regia: Guillermo del Toro
Interpreti: Sally Hawkins, Doug Jones, Octavia Spencer, Michael Shannon, Richard Jenkins, Michael Stuhlbarg, Lauren Lee Smith.
Vedere qualcosa di così bello mi fa sembrare stupido considerare me stesso un regista.
Questo lusinghiero tweet del collega Kevin Smith da solo potrebbe essere sufficiente a definire il più recente lungometraggio firmato da Guillermo del Toro.
Quello di The Shape of Water-La Forma dell'Acqua è stato un cammino trionfale: prima il Leone d'Oro a Venezia, quindi il Golden Globe per la miglior regia, poi numerosi altri premi fino a giungere agli Oscar.
4 statuette in tutto: miglior film, regia, colonna sonora e scenografia.
Nell'ambito degli Academy Awards, si tratta della vittoria più netta dal 2015, quando a spuntarla fu Birdman di Alejandro G. Iñárritu (toh, un altro cineasta messicano; e l'anno prima Alfonso Cuarón aveva conquistato il premio alla regia per Gravity: a Hollywood dev'essere il loro momento).
Potrà piacere o no, ma una cosa è certa: è questo il film dell'anno.
Primi anni 60, nel pieno della Guerra Fredda.
Un'inserviente muta che lavora in un laboratorio di ricerca militare (Hawkins) si imbatte in un umanoide anfibio (Jones, già visto in Il Circo della Farfalla e Fantastici 4 e Silver Surfer), catturato per scopi scientifici e rinchiuso nella struttura.
L'essere è innocuo, ma un ufficiale viscido e crudele (Shannon, già intenso protagonista di Bug e Take Shelter) lo tortura e non si fa alcuno scrupolo quando i suoi superiori gli ordinano di ucciderlo.
Ma la donna, che col passare dei giorni si è affezionata - ricambiata - alla creatura, decide di intervenire per salvarlo, facendosi aiutare da una collega (Spencer) e da un anziano vicino (Jenkins)...
Autore in grado di coniugare come pochi il cinema impegnato (Il Labirinto del Fauno) a quello d'intrattenimento (Hellboy, Pacific Rim), del Toro ha dato forma a una favola moderna non priva di risvolti sociali, un incrocio tra Il Mostro della Laguna Nera, Il Favoloso Mondo di Amèlie, Il Ponte delle Spie, La Bella e la Bestia e La La Land.
The Shape of Water sembra voler accontentare tutti i palati: c'è la suspense, la storia d'amore, il sangue, la poesia, il messaggio progressista (i protagonisti sono due "diversi" e hanno come unici alleati un anziano gay, una voluminosa donna afro e un sovietico dal cuore d'oro).
Un pastiche ambizioso e un po' ruffiano che è riuscito a ottenere il plauso unanime della critica.
Il regista esplicita il proprio amore per la Hollywood dei tempi d'oro (si vedono spesso qua e là spezzoni di vecchi film in bianco e nero e c'è addirittura una scena in cui la donna e il mostro omaggiano Ginger & Fred) e le proprie idee politiche.
Questa pellicola è chiaramente l'opera di un cattolico liberal che detesta le autorità e i bigotti (rappresentati dai malvagi militari) e non nasconde la propria simpatia per i reietti e gli emarginati (su tutti, il simpaticissimo essere anfibio).
L'unico difetto? Il montaggio: con meno scene di sesso e violenza (alcune sono francamente superflue), questo film sarebbe stato un capolavoro.
Poco male: nella sua bizzaria è comunque diverso da ogni altro, anche perché derivato da un'idea originale.
Finalmente qualcosa di nuovo nel panorama hollywoodiano, ancora troppo fossilizzato su rifacimenti, adattamenti, prequel e sequel!
Forse più un film da festival che da Oscar?
Sì, ma da vedere.
OSCAR 2017. MOONLIGHT, E SE SI TRATTASSE DI UN MALINTESO?
(Clicca sulla locandina per vedere il trailer).
USA, 2016
111'
Regia: Barry Jenkins
Interpreti: Trevante Rhodes, Ashton Sanders, Alex Hibbert, Mahershala Ali, Janelle Monáe, Naomie Harris, André Holland
3 capitoli della vita di un afroamericano povero di Miami, che corrispondono ad altrettanti periodi della sua crescita.
Chiron è un bimbo (Hibbert) gracile, piccolino, introverso e di poche parole, senza padre (andato via?) e con una madre (Harris, la Miss Moneypenny nei film di James Bond interpretati da Daniel Craig) tossicodipendente e anaffettiva.
Lasciato solo a se stesso, viene bullizzato dagli altri bambini e trova conforto nella compagnia dello spacciatore Juan (Ali) e della sua donna Teresa (Monáe).
Da adolescente (Sanders), la sua situazione peggiora con il perpetuarsi di atti di sopraffazione e scherno nei suoi confronti sempre più pesanti.
Ha un casuale e fugace momento di intimità con l'amico di sempre Kevin (niente di troppo scabroso, eh...), che però successivamente tradisce la sua fiducia.
Sconvolto e fuori di sé, Chiron decide di sfogare la sua frustrazione aggredendo in classe il bullo più prepotente e finirà nei guai.
Trasferitosi ad Atlanta e divenuto un giovane uomo (Rhodes), ritorna nella sua città, ritrova Kevin e...
Moonlight, con un budget di soli 1,5 milioni di dollari (quello di Pirati dei Caraibi-Oltre i Confini del Mare, il film più costoso in assoluto, era di oltre 400 milioni, per darvi un'idea), è la pellicola più economica ad essere riuscita ad aggiudicarsi l' Oscar per il miglior film - dopo aver vinto precedentemente il Golden Globe com migliore pellicola drammatica.
Ce l'ha fatta al termine di una troppo politicizzata e mal organizzata cerimonia di premiazione e di numerosi riconoscimenti raccolti precedentemente.
Le associazioni LGBT e i liberal di tutto il mondo, dopo averlo pompato per mesi, hanno salutato con entusiasmo la sua vittoria, considerata la prima di un film apertamente a tematica omosessuale.
Ma se si trattasse di un equivoco?
Di I Segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee, per esempio, se ne può parlare tranquillamente come di una storia "gay", narrando esplicitamente di una passione travolgente tra due mandriani.
Lo stesso si può dire di Moonlight?
Il regista Barry Jenkins - giovane (classe 1979) e molto bravo: speriamo di sentirne parlare ancora - lavora per sottrazione sia in fase di regia che di sceneggiatura (per la quale ha vinto una statuetta: la potete leggere qui): fa parlare poco i personaggi e toglie elementi e particolari alla narrazione.
In questo modo, questa diventa meno chiara e più indefinita e suscita più interrogativi che certezze.
Così, Chiron prova veramente un'attrazione verso le persone del suo stesso sesso (in fondo, dopo quella fugace con Kevin, non ha altre relazioni) o il suo è soltanto un bisogno di essere considerato, compreso, trattato con un affetto che nessuno gli ha mai dato?
C'è da considerare anche il fatto che egli non è perseguitato dai suoi aguzzini perché omosessuale (nessuno conosce le sue inclinazioni, né lui le palesa), ma in quanto debole e apparentemente indifeso.
Anche l'ultima scena, nella quale i due amici sono ripresi mentre uno mette la testa sulla spalla dell'altro, non aiuta a dirimere la questione.
Che in fondo non è poi così importante da dirimere, anche perché toglie spazio agli altri temi affrontati: il bullismo, la condizione di degrado alla quale sono spesso condannati a vivere i giovani afroamericani, la solitudine e l'abbandono.
Moonlight è quindi un'opera più ricca e complessa di quanto sia stata superficialmente dipinta ed etichettarla come "pellicola LGBT" l'ha certamente aiutata da una parte, ma fortemente penalizzata dall'altra - nell'interesse del pubblico e negli incassi, tra le altre cose.
Peccato: è una piccola storia, ma raccontata con maestria da Jenkins.
Che riesce a creare un'atmosfera dolente utilizzando le tonalità di blu, colore non scelto a caso: il film è tratto dall'opera teatrale inedita di Tarell Alvin McCraney (ne avevamo già parlato qui, a proposito della candidatura per la migliore sceneggiatura non originale, per la quale poi ha vinto l' Oscar) In Moonlight Black Boys Look Blue, traducibile come "Alla luce della luna i ragazzi neri sembrano blu", dove però "blue" in inglese vuol dire anche "triste, depresso, malinconico".
Buona anche la sua direzione degli attori: il caratterista Mahershala Ali (che molti ricorderanno nella serie tv House of Cards) ha vinto l'Academy Award come attore non protagonista; la Harris è stata nominata come attrice non protagonista; la Monáe, oltre che cantautrice eclettica, dimostra di saper dire la sua anche in campo recitativo.
Azzeccata la scelta degli interpreti di Chiron: credibili i giovani Alex Hibbert e Ashton Sanders, mentre l'ex atleta Trevante Rhodes sarà nel super cast del nuovo film di Terrence Malick Song to Song (precedentemente chiamato Lawless e Weightless)- cast che comprende (a scanso di tagli) Michael Fassbender, Ryan Gosling, Rooney Mara, Natalie Portman, Cate Blanchett, Christian Bale (questi ultimi tre già presenti nel precedente Knight of Cups), Val Kilmer, Benicio del Toro, Patti Smith, Iggy Pop, John Lydon (vi dice niente il nome Johnny Rotten?), i Black Lips e gli Arcade Fire: wow!
Insomma, ci aspettiamo che il talento di Jenkins venga considerato in futuro al netto di valutazioni di correttezza politica e di colore della pelle, sennò ne risentirà la sua carriera e gli si farà un grande torto.
14 nomination sono un numero impressionante - le categorie degli Academy Award sono 24, delle quali 4 dedicate a cortometraggi e documentari - raggiunto non a caso solo da due pellicole prima di quest'anno, Eva Contro Eva (nel 1951) e Titanic (nel 1998), che concretizzarono la vittoria rispettivamente con 6 e 11 statuette (record, a pari merito con Ben-Hur di William Wyler e Il Signore degli Anelli-Il Ritorno del Re di Peter Jackson) rispettivamente.
Sappiamo già che è improbabile che vinca in tutte le sezioni - per la canzone è candidata due volte - ma La La Land parte comunque come stra-favorita in questa 89a edizione degli Oscar.
Dalla sua, oltre alle suggestioni - i musical hanno trionfato solo 8 volte, l'ultima nel 2003 (Chicago); Damien Chazelle, se vincesse, sarebbe il regista più giovane mai premiato (battendo di pochi mesi Norman Taurog, 32 anni nel 1931) - ci sarebbero anche le statistiche.
Negli ultimi anni, infatti, chi è passato per la Mostra di Venezia è stato protagonista della Notte delle Stelle: nel 2013 Gravity aveva aperto la kermesse e poi aveva conquistato il maggior numero di statuette nel 2014; ma anche gli ultimi due vincitori per il miglior film - Birdman nel 2015 e Il Caso Spotlight nel 2016 - avevano respirato l'aria della Laguna.
E, come sappiamo, la storia d'amore ambientata a Los Angeles tra due giovani pieni di speranze per il futuro ha inaugurato l'anno scorso la rassegna del Lido.
Nella stessa edizione, fuori concorso, era presente anche La Battaglia di Hacksaw Ridge, grande ritorno dietro alla macchina da presa di Mel Gibson dopo un lungo periodo caratterizzato da scandali e polemiche: il racconto della straordinaria vicenda durante la Seconda Guerra Mondiale di un obiettore di coscienza, diventato eroe senza prendere mai in mano un'arma, ha convinto critica e pubblico ed ha fruttato 6 nomine - oltre che per film e regia, anche per Andrew Garfield attore protagonista e per montaggio, sonoro e montaggio sonoro.
Il fantascientifico Arrival del canadese Denis Villeneuve - su una linguista impegnata a tradurre messaggi extraterrestri - invece a Venezia era in concorso.
8 candidature, ma all'appello manca quella alla straordinaria Amy Adams, inspiegabilmente ignorata (ne abbiamo già parlato qui).
Stesso numero per Moonlight, che narra gioie (poche) e tormenti (tanti) di un giovane gay afroamericano.
Molto apprezzata la sensibilità con la quale è stato trattato il tema da Barry Jenkins, quarto cineasta di colore ad essere candidato come miglior regista - dopo John Singleton per Boyz n the Wood nel 1992, Lee Daniels per Precious nel 2010 e Steve McQueen per 12 Anni Schiavo nel 2014.
Se ce la facesse, Jenkins sarebbe il primo nero a vincere nella categoria.
È invece bianco (di origini italiane) - ma non è candidato per la regia, bensì per la sceneggiatura non originale - Theodore Melfi, il regista di Il Diritto di Contare (Hidden Figures), tratto dalla storia vera della scienziata afroamericana Katherine Johnson e delle sue compagne, che hanno avuto un ruolo importantissimo ma disconosciuto nel Programma Mercury e nella missione Apollo 11 (quella che portò i primi uomini sulla Luna).
Un'altra pellicola black è Barriere (Fences), trasposizione cinematografica di un'opera teatrale di August Wilson (morto nel 2005, ma nominato lo stesso per la sceneggiatura non originale) diretta da Denzel Washington
Ha maggiori possibilità di aggiudicarsi riconoscimenti per le interpretazioni: il divo e Viola Davis sono entrambi in lizza e con ottime chance.
Un altro film strappalacrime è Lion, che tratta la vicenda (vera) di un giovane uomo di origine indiana in cerca della famiglia persa quando era molto piccolo.
La mancata candidatura del regista - l'esordiente Garth Davis - riduce un po' le possibilità di affermarsi nella categoria più prestigiosa, ma il film ha molti estimatori. Chissà...
Stesso discorso per il western contemporaneo Hell Or High Water su due fratelli che rapinano banche per salvare la loro fattoria.
La pellicola indie è la vera rivelazione di questa edizione degli Academy Awards: 4 nomination, per film, montaggio, sceneggiatura originale e attore non protagonista (Jeff Bridges, che non è solo il Drugo di Il Grande Lebowski).
Non vediamo l'ora che arrivi la notte tra il 26 e il 27 Febbraio per sapere alla fine chi vincerà.
Pubblicheremo a breve le nostre previsioni; ma se anche voi volete farvi un'idea, date un'occhiata ai trailer dei candidati per il miglior film e scoprite chi sono, cosa hanno fatto e come lavorano i registi nominati.
E poi anche un ripasso ai post precedenti potrebbe rivelarsi utile e interessante.
MIGLIOR FILM
Arrival, prodotto da Shawn Levy, Dan Levine, Aaron Ryder e David Linde
Barriere (Fences), prodotto da Scott Rudin, Denzel Washington e Todd Black
La battaglia di Hacksaw Ridge (Hacksaw Ridge), prodotto da Bill Mechanic e David Permut
Hell or High Water, prodotto da Carla Hacken e Julie Yorn
Il diritto di contare (Hidden Figures), prodotto da Donna Gigliotti, Peter Chernin, Jenno Topping, Pharrell Williams e Theodore Melfi
La La Land, prodotto da Fred Berger, Jordan Horowitz e Marc Platt
Lion - La strada verso casa (Lion) , prodotto da Emile Sherman, Iain Canning e Angie Fielder
Manchester by the Sea, prodotto da Matt Damon, Kimberly Steward, Chris Moore, Lauren Beck e Kevin J. Walsh
Moonlight, prodotto da Adele Romanski, Dede Gardner e Jeremy Kleiner
OSCAR 2017. NOMINATION: FILM D'ANIMAZIONE, FILM STRANIERO, SCENEGGIATURE
Dall'alto: una scena di Zootropolis; un'immagine tratta da Kubo e la Spada Magica; il protagonista di La Mia Vita da Zucchina (secondo da destra) con i suoi amici.
Diciamoci la verità: la categoria del miglior film d'animazione, dopo il caso The Lego Movie, ha perso un po' del prestigio e della credibilità del passato.
Non ha aiutato la crisi creativa nel settore (abbiamo scritto "creativa": gli incassi sono per lo più buoni): a parte l'exploit di Inside Out, non è che negli ultimi anni si siano visti dei capolavori, come dimostrano anche i nominati di quest'anno.
Zootrpolis parte con il favore dei pronostici della vigilia, ma per quanto tecnicamente suggestivo e ben fatto, non è originalissimo nella storia - una coniglietta riesce con caparbietà e difficoltà a diventare poliziotta nonostante il parere contrario di famiglia e superiori, e risolve un caso difficilissimo con l'aiuto di un ladruncolo (una volpe).
Di Oceania non fatevi ingannare dal titolo originale, Moana: è un cartoon per famiglie con protagonista una ragazzina indipendente, coraggiosa e intraprendente (già sentita...).
Insomma, la Disney non rischia niente e va sul sicuro con i suoi due candidati, mentre più coraggiosi risultano gli altri tre.
La Tartaruga Rossa - prodotta anche dal mitico Studio Ghibli (ossia quello di La Collina dei Papaveri e dei capolavori di Hayao Miyazaki) - è privo di dialoghi; La Mia Vita da Zucchina - girato con pupazzi in stop motion - narra la commovente storia di un orfano che trova l'amicizia di altri bambini problematici come lui; Kubo e la Spada Magica - anch'esso in stop motion - è un'avventura ambientata in Giappone insolitamente candidata anche per gli effetti speciali.
Per quel che riguarda i film in lingua straniera, fatto fuori subito il vincitore del Golden GlobeElle di Paul Verhoeven con Isabelle Huppert (che, come vedremo, è però in lizza come migliore attrice protagonista), la sfida sembrerebbe limitata ad altri due reduci di Cannes 2016.
È molto piaciuto ed ha molto divertito Vi Presento Toni Erdmann della tedesca Maren Ade, che narra del rapporto tra una donna in carriera e lo strambo padre in cerca di attenzioni.
Si sta già pensando al remake hollywoodiano, a quanto pare con Jack Nicholson e la brillante Kristen Wiig (presente in The Martian e candidata agli Oscar 2012 per la migliore sceneggiatura originale di Bridesmaids-Le Amiche Della Sposa).
Il Cliente (Forushande) di Asghar Farhadi - giallo che prende spunto da Morte di Un Commesso Viaggiatore di Arthur Miller - sulla Croisette aveva vinto due premi, ma vedremo se saprà conquistare anche i votanti dell'Academy.
Sarebbe la seconda statuetta per il regista iraniano, dopo la vittoria di Una Separazione nel 2012.
Meno speranze - ma non si può mai dire - per gli altri.
Lo svedese A Man Called Ove - commedia drammatica su un uomo di mezza età scontroso e misantropo e i suoi rapporti con una famiglia di extracomunitari - ha dalla sua un'altra nomination, quella per trucco e acconciatura; Tanna è una sorta di Romeo e Giulietta ambientata in un isola del Pacifico; Land of Mine - già molto apprezzato e premiato - narra la vera storia di ragazzini tedeschi che dopo la Seconda Guerra Mondiale furono obbligati a scovare le mine disseminate dall'esercito del Terzo Reich lungo le coste della Danimarca.
Ogni anno, CINEMA A BOMBA! dà la possibilità ai suoi lettori di leggere le sceneggiature candidate agli Oscar.
Anche per questa edizione siamo riusciti a trovarle, e vi assicuriamo che sono veramente appassionanti: vi consigliamo di darci un'occhiata.
È vero, ci sono dei favoriti - La La Land per la sceneggiatura originale, Moonlight per quella non originale (anche se, relativamente a questa, è sorta una piccola controversia, essendo tratta da un'opera teatrale mai andata in scena né pubblicata) - ma queste categorie regalano sempre sorprese.
Quindi non ci sorprenderemmo se l'Academy scegliesse, per esempio, il surreale The Lobster - premiato a Cannes 2015 (il suo regista, Lanthimos, era riuscito a portare il precedente Alps in competizione nella memorabile Mostra del Cinema di Venezia del 2011) - la cui vicenda narra di un futuro distopico nel quale i single sono costretti a trovare compagnia, pena l'essere trasformati in animali.
Non perdetevi, quindi, i trailer dei cartoni animati e dei film stranieri e gli script: le sorprese sono dietro l'angolo (e nei link riportati qui di sotto).
GOLDEN GLOBE 2017. IL GLOBO NON È BELLO SE NON È MUSICARELLO
Dall'alto: i protagonisti di La La Land Emma Stone e Ryan Gosling; una scena di Moonlight con Mahershala Ali; Isabelle Huppert in Elle: Aaron Taylor-Johnson in Animali Notturni (Nocturnal Animals).
Un musical romantico e un po' rétro sbanca i Golden Globe Awards ed entra nella storia dei prestigiosi riconoscimenti della stampa estera: mai nessuna pellicola era riuscita a vincere 7 premi.
E il fatto è ancora più clamoroso perché ha fatto en plein, cioè ha vinto in tutte le categorie per le quali era stato candidato.
Stiamo parlando di La La Land, già applauditissimo esordio della Mostra del Cinema di Venezia 2016.
Da allora, un cammino trionfale per il giovane Damien Chazelle - a 32 anni, il più giovane vincitore di un globo per la regia - alla sua quarta opera (precedentemente aveva diretto Guy and Madeline on a Park Bench nel 2009 e poi i due Whiplash - il corto e il lungometraggio vincitore di 3 Oscar): un'altra serata da ricordare che stavolta gli frutta anche i riconoscimenti per il miglior film nella categoria "commedie/musical" e la migliore sceneggiatura.
Il trionfo è completato dai due protagonisti - Emma Stone (quella di Magic In The Moonlight e Birdman) e Ryan Gosling (già visto in Drive, Le Idi di Marzo) sono i migliori attori della categoria -, dalla colonna sonora e dalla canzone City of Stars di Justin Hurwitz.
Agli altri?
Solo le briciole.
Non ce l'ha proprio fatta la vera rivelazione delle nomination: Deadpool. Troppo politicamente scorretto e irriverente?
Eppure pochi film hanno saputo cogliere lo Zeitgeist (lo "spirito del tempo") di questo particolare periodo storico come, a suo modo, questo dedicato al supereroe Marvel.
Sarà stato percepito - a torto - come "trumpiano"?
Partiva forte alla vigilia invece Moonlight, storia di un'educazione sentimentale (gay) nella comunità afroamericana, narrata con tatto e sensibilità dal regista Barry Jenkins.
Ha portato a casa solo il titolo di miglior film drammatico, ma battendo una concorrenza agguerrita che comprendeva, tra gli altri, Hacksaw Ridge del redivivo Mel Gibson (a secco, alla fine) e Manchester by the Sea (che è valso il premio per il migliore attore drammatico al fratello di Ben Affleck, Casey).
L'attore non protagonista - Mahershala Ali - era strafavorito alla vigilia, ma ha perso contro Aaron Taylor-Johnson ( Anna Karenina), criminale psicopatico in Animali Notturni di Tom Ford (presentato e premiato a Venezia 2016).
Altra sorpresa, la vittoria come attrice drammatica della bravissima Isabelle Huppert, che l'ha spuntata su colleghe del calibro di Jessica Chastain (Miss Sloane), Natalie Portman e Amy Adams (rispettivamente per Jackie e Arrival, pure queste in concorso a Venezia 2016).
Finalmente si sono accorti del suo talento anche Oltreoceano.
Pensiamo che la sua prova in Elle (in concorso a Cannes 2016) sia risultata decisiva per far vincere alla pellicola di Paul Verhoeven anche il premio per il miglior film straniero.
Come attrice non protagonista, Viola Davis (Barriere-Fences) non sembrava avere rivali alla vigilia; e infatti ha vinto senza problemi.
Strada spianata verso l'Academy Award?
Nel 2012 ci era andata vicina con The Help, ma era stata battuta da Meryl Streep per The Iron Lady, che riesce a rubarle anche stavolta la scena.
La plurioscarizzata era candidata come migliore attrice in commedie/musical: non ha vinto ma è stata premiata lo stesso, alla carriera.
Nel discorso di ringraziamento ha attaccato duramente il neo Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, momento più forte di una cerimonia per il resto piuttosto tranquilla.
Tra i cartoni animati, l'ha spuntata Zootropolis nel derby Disney con Oceania (il cui titolo originale è Moana. Speriamo che i giurati non abbiano visto il film sbagliato...).
Ora vediamo cosa succederà agli Oscar.
Riuscirà La La Land a seguire le orme di The Artist?
Intanto, in queste edizione dei Golden Globe, ne ha cantate quattro ai rivali.
Anzi, sette.
Da qualche anno, i Golden Globe Awards non sono più l'anteprima dei Premi Oscar.
Questi riconoscimenti - assegnati da giornalisti della stampa estera - ci sembrano più attinenti ai gusti e al mercato internazionali, maggiormente rivelatori di un'effettiva qualità artistica, contrariamente alle famose statuette che appaiono invece legate a troppi interessi politico-economici.
Anche per questo, l'attenzione alla serata dei "Globi d'Oro" - quest'anno condotta e presentata dal comico Jimmy Fallon - è altissima.
Chi vincerà?
Per quanto concerne i film drammatici, la sfida pare piuttosto equilibrata, con Moonlight e Manchester by the Sea in leggero vantaggio.
La prima pellicola è un'opera all black forte di ben 6 candidature, tra cui quella a Naomie Harris (Ms. Moneypenny di Spectre) come miglior attrice non protagonista e a Mahershala Ali, favoritissimo tra gli attori non protagonisti.
La seconda, prodotta da Matt Damon (che dalla scorsa edizione era uscito tra i vincitori, grazie a The Martian), ha dalla sua parte altre 5 nomine che pesano: miglior film, regia, attore protagonista, attrice non protagonista e sceneggiatura.
Il terzo incomodo potrebbe essere Hacksaw Ridge, una specie di Sergente York con Andrew Garfield (il secondo Spider-Man) al posto di Gary Cooper.
È il ritorno del figliol prodigo Mel Gibson dopo gli scandali che hanno funestato i suoi ultimi anni a Hollywood.
Tra le commedie, La La Land non sembra avere rivali: 7 candidature, il plauso unanime della critica a partire dall'ultima Mostra del Cinema di Venezia, due protagonisti di prima classe (Ryan Gosling di Drive e Emma Stone di Birdman) e un regista emergente da non sottovalutare (Damien Chazelle, già autore dell'ottimo Whiplash).
Ma tra i nominati figura anche... Deadpool!
Un bel colpo per lo spassoso film con Ryan Reynolds che ha ridefinito il genere supereroistico a suon di battute e situazioni politicamente scorrette.
Un riconoscimento di questo calibro sarebbe l'apoteosi.
Da segnalare anche il ritorno della nostra beneamata Jessica Chastain: la rossa diva californiana - già "globizzata" 4 anni fa per la sua interpretazione in Zero Dark Thirty - parte in testa a tutte con la drammatica performance di Miss Sloane.
Sul fronte "leggero" si nota invece la presenza dell'onnipotente (nonché onnipresente) Meryl Streep: per lei si tratta della nomination numero 30 in neppure 40 anni! Di cui ben 8 trasformatesi in premi!
Un'altra vittoria con Florence la renderebbe solo più immortale...
In attesa di scoprire il verdetto della serata, più in basso trovate la lista delle candidature principali.
E, come sempre, che vinca il migliore.
MIGLIOR FILM STRANIERO Elle, regia di Paul Verhoeven (Francia) Neruda, regia di Pablo Larraín (Cile) Il cliente (Forushande), regia di Asghar Farhadi (Iran) Toni Erdmann, regia di Maren Ade (Germania) Divines, regia di Uda Benyamina (Francia)
MIGLIORE CANZONE ORIGINALE Can't Stop the Feeling! (Max Martin, Shellback e Justin Timberlake) – Trolls City Of Stars (Justin Hurwitz, Benj Pasek e Justin Paul) – La La Land Faith (Ryan Tedder, Stevie Wonder e Francis Farewell Starlite) – Sing Gold (Brian Burton, Stephen Gaghan, Daniel Pemberton e Iggy Pop) – Gold How Far I'll Go (Lin-Manuel Miranda) – Oceania (Moana)