CINEMA A BOMBA!

giovedì 12 ottobre 2017

I CLASSICI: BLADE RUNNER, MEGLIO L'ORIGINALE O LA REPLICA(NTE)?

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 1982
117'
Regia: Ridley Scott
Interpreti: Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young, M. Emmeth Walsh, Edward James Olmos, Brion James, Daryl Hannah.


2019. In una Los Angeles multietnica vessata da una pioggia incessante, Rick Deckard (Ford) è un cacciatore di Replicanti, cyborg dall'aspetto del tutto simile agli umani, ma dotati di ricordi artificiali.

Il suo compito è rintracciare 4 di loro, che sono fuggiti da una colonia spaziale e hanno raggiunto la Terra, e ucciderli.
Il loro capo è il temibile e intelligentissimo Roy Batty (Hauer).

Ma nel corso dell'indagine Deckard incontra Rachael (Young), affascinante Replicante femmina, e la sua ferrea morale di poliziotto comincia a vacillare...






Quando - in ambito cinematografico - si parla di "classici della fantascienza", il pensiero non può che andare subito a Blade Runner.
Tratto liberamente da un racconto di Phillip K. Dick (forse lo scrittore più saccheggiato di Hollywood), è il secondo cimento del britannico Ridley Scott col genere, dopo Alien del 1979.

Ma qui non ci sono mostri extraterresti, né astronauti né spazio profondo: la matrice sci-fi è data principalmente dai costumi e dall'ambientazione futuristica (notevoli le scenografie di Lawrence G. Paull e David Snyder); quel che più conta sono però le interazioni tra i personaggi, le loro caratterizzazioni, i loro sentimenti.

Il dilemma morale è lampante: i Replicanti sono solo macchine senza cuore? É giusto considerarli solo come oggetti ad uso e consumo degli esseri umani che li hanno creati?
Deckard è rappresentato come un giustiziere cinico - una versione aggiornata dei detective disillusi alla Chandler - che a poco a poco scopre i limiti del proprio lavoro.

Harrison Ford, con un insolito capello corto, è perfetto per la parte, ma ancora meglio è l'olandese Rutger Hauer nei panni del "cattivo": il suo monologo finale - in buona parte riscritto e improvvisato dall'attore stesso - è entrato di diritto nelle antologie del cinema.






Ad accrescere la fama di questo cult movie hanno contribuito inoltre le modifiche e i rimaneggiamenti fatti nel corso degli anni, tant'è che di Blade Runner esistono almeno 3 versioni:
- l'originale, con la voce fuori campo di Ford che narra e commenta le vicende del film;
- il Director's Cut del 1991, senza la voce narrante, col finale "tagliato" e l'aggiunta di una breve sequenza (quella dell'unicorno) che lascia supporre che anche Deckard sia un Replicante;
- il Final Cut, che combina elementi delle due versioni precedenti ed è la preferita da Scott.

La domanda che per decenni ha fatto discutere i fan - Deckart è davvero un Replicante? - probabilmente non avrà mai risposta.
Per il regista sì, per Ford e Hauer no (la versione ufficiale sembra dare ragione ai secondi).

Nel frattempo, il cineasta franco-canadese Denis Villeneuve (quello di Arrival, 8 nomine agli ultimi Oscar) ha girato il controverso seguito della storia, a ben 35 anni di distanza.
Ford - che pare divertirsi a rivestire i panni dei suoi vecchi personaggi, essendo già tornato a interpretare Indiana Jones nel 2008 e Han Solo nel 2015 (vedi Star Wars - Il Risveglio della Forza) - è di nuovo della partita, ma ha lasciato il ruolo di protagonista al Ryan Gosling di Drive.

Blade Runner 2049 ha già diviso gli appassionati tra chi lo ha osannato e chi è rimasto deluso...
Ma questo ve lo racconteremo nel prossimo post.




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mercoledì 1 marzo 2017

OSCAR 2017. POLITICA E GAFFE FANNO CADERE LE STELLE (E NON SOLO QUELLE...)

Dall'alto: Giorgio Gregorini e Alessandro Bertolazzi (primo e secondo da sinistra) premiati per Suicide Squad; Alan Barillaro (a sinistra) ritira il premio per Piper; Damien Chazelle, il più giovane vincitore dell'Oscar per la migliore regia; gli attori premiati (da sinistra: Mahershala Ali, Emma Stone, Viola Davis e Casey Affleck). 


89a edizione degli Academy Award.
L'edizione che ha lanciato Fred Berger, Jordan Horowitz e Marc Platt nell'empireo dei "mainagioia".

Pensate: a presentare l'ultimo premio della serata, il più prestigioso, è stata chiamata una delle coppie più belle e glam della Hollywood anni Sessanta-Settanta: Faye Dunaway e Warren Beatty.

Quest'ultimo ha in mano la busta, la apre, la guarda perplesso, non sa cosa fare.
La porge a lei, che annuncia il miglior film: il favorito della vigilia, La La Land!

I tre di cui sopra, che ne sono i produttori, salgono sul palco e iniziano il loro discorso di ringraziamento.
Ma vengono subito interrotti: c'è stato un errore, la busta è sbagliata (in effetti era un doppione di quella che attribuiva l'Oscar per la migliore attrice protagonista ad Emma Stone. Machecacchio, Warren e Faye, ve ne sarete pure accorti, no?!): il vero vincitore è Moonlight!

Pensate alla delusione di 'sti poveracci, scippati di un sogno per colpa di una maldestra gaffe...






Il degno finale di una cerimonia dagli ascolti scarsi, moscia (Jimmy Kimmel presentatore sottotono, battute su Trump un po' scontate), che molti vorrebbero dimenticare.
A cominciare della produttrice Jan Chapman che - viva e vegeta - si è vista tra le persone decedute nell'omaggio video preparato dall'Academy (si voleva ricordare la costumista Janet Patterson, ma hanno sbagliato foto. Bell'omaggio...).

Altrettanto discutibile è l'aver voluto premiare ad ogni costo il film meno "trumpiano" e più liberal in concorso: Moonlight, diretto da un regista di colore, parla di un afroamericano che cresce in un ambiente degradato e scopre di essere omosessuale.
Pare più un dispetto al neo-Presidente degli Stati Uniti - che con le minoranze è tutt'altro che tenero - che un riconoscimento al valore artistico del film in sé: il fatto che lo si presenti come una bandiera, ossia come il primo film a tema LGBT (acronimo che sta per Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender) a vincere il massimo riconoscimento cinematografico, piuttosto che come racconto di formazione, è emblematico.

Il rischio concreto è che, nel giro di poco, nessuno si ricordi più di questa pellicola e della sua affermazione, com'è già successo al suo predecessore (che è, anche se molti di voi se lo sono dimenticato, Il Caso Spotlight, anch'esso dagli incassi molto modesti).

Il fatto è che l'America è spaccata in due e la metà che ha votato per il pittoresco magnate si sente sempre più distante e meno rappresentata da Hollywood, percepita come centro di un'élite che la disprezza e che utilizza lo showbiz come un'arma politica per colpire in una sola direzione, cercando di imporre la propria visione del mondo e i propri valori.

Se l'Academy continuerà a favorire l'aspetto "politico" dei film piuttosto che quello tecnico-artistico, lo scollamento si farà presumibilmente ancora più drammatico.






La La Land, in effetti, sembrava rappresentare maggiormente un buon compromesso tra intrattenimento e cinema d'autore, essendo una briosa e realistica storia di ambizioni e sogni di due giovani, realizzata con straordinaria maestria e interpretata in modo efficace.

Non per niente la migliore regia è stata proclamata quella di Damien Chazelle, il più giovane regista a vincere la statuetta (32 anni compiuti a Gennaio!) e già apprezzatissimo per il suo precedente - ed in effetti notevole - Whiplash (tenetelo d'occhio: capeggia la cerchia dei Jeff Nichols, dei J.C. Chandor e dei Ned Benson, ossia di un ideale gruppo di cineasti emergenti che in questi anni sta davvero portando nuova linfa ad Hollywood).

Non per niente ha trionfato in quasi tutte le competizioni internazionali, compresa quella dei Golden Globe, in cui i premi sono assegnati dalla stampa estera.

Non per niente ha vinto per fotografia e scenografia, per le belle musiche e la migliore canzone.

Non per niente ha portato il primo (e meritatissimo) Oscar a Emma Stone, che già a Venezia aveva conquistato la Coppa Volpi.

Non per niente La La Land ha incassato nel mondo così tanto e, con 6 premi su ben 14 nomination, è da considerarsi come il vero trionfatore di questa edizione e si candida a rimanere a lungo nella memoria.

Purtroppo ha pagato i sensi di colpa dell'Academy sul tema dei cosiddetti "Oscars so white", la polemica innescata negli scorsi anni - e nell'ultimo in modo particolare - a proposito della scarsa rappresentatività degli afro-americani in nomination e premiazioni.






Polemica che è risultata decisiva per la vittoria di Moonlight e per le sei nomine tra gli attori (zero nel 2016), culminate con l'affermazione più che annunciata tra i non protagonisti di Mahershala Ali (primo interprete di fede islamica ad aggiudicarsi la statuetta) e di Viola Davis (per lei un tifo sfrenato sui social).

Tra gli attori protagonisti l'hanno spuntata Emma Stone, come abbiamo visto, e Casey Affleck.

Il fratello di Ben è passato indenne dalle accuse di molestie sessuali mossegli qualche anno fa da due donne (accuse successivamente ritirate, a titolo di cronaca) e ora per lui è arrivata la definitiva consacrazione, dopo il Golden Globe, grazie al ruolo di uno zio che deve occuparsi del nipote minorenne rimasto orfano nel drammatico Manchester By The Sea, che a sorpresa ha vinto anche il prestigioso riconoscimento per la migliore sceneggiatura originale (andata al regista, Kenneth Lonergan).

Ma Affleck Jr. non è l'unico miracolato: Mel Gibson, personalmente, non ha vinto nulla, ma il suo La Battaglia di Hacksaw Ridge è riuscito a portare a casa due Oscar, per montaggio e sonoro (il montaggio sonoro è stato invece il contentino per Arrival, che partiva da 8 nomine).

A proposito, una menzione speciale va a Kevin O'Connell, tecnico del suono alla sua prima statuetta. Questa era la sua nomination numero 21 (avete letto bene: 21!): meglio tardi che mai!

Nelle agguerrite categorie degli effetti speciali e dei costumi, invece, si sono imposti rispettivamente l'adattamento in live action del cartoon disneyano Il Libro della Giungla (tratto dall'omonimo romanzo di Rudyard Kipling) e Animali Fantastici E Dove Trovarli - il quarto Oscar in carriera della costumista Colleen Atwood, nonché il primo assegnato ad un film della saga di Harry Potter.

Gianfranco Rosi non ce l'ha fatta con il suo documentario Fuocoammare, ma - adesso possiamo dirlo - non è che avesse moltissime chance: ha prevalso O.J.: Made in America e comunque, come abbiamo già visto qui, anche gli altri pretendenti erano piuttosto competitivi.






Al contrario, Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini sono riusciti a conquistare la statuetta per trucco e parrucco di Suicide Squad (cioè, rendiamoci conto: Suicide Squad è un film oscarizzato!).
Una delle poche cose veramente salvabili in una pellicola in effetti un po' kitsch, certo non la migliore tra le varie "supereroistiche" uscite lo scorso anno.

Bravissimi Alessandro e Giorgio, ma i nostri connazionali negli ultimi anni hanno sempre fatto la loro porca figura.
Vedansi Francesca Lo Schiavo e Dante Ferretti nel 2012 per la scenografia di Hugo Cabret, La Grande Bellezza nel 2014, Milena Canonero nel 2015 con Grand Budapest Hotel ed Ennio Morricone l' anno scorso per The Hateful Eight.

Siamo molto contenti anche per l'affermazione del delizioso Piper tra i corti d'animazione: a dirigerlo, l'italo-canadese Alan Barillaro.
Tra i lungometraggi è stato invece il gradevole Zootropolis a prevalere nel "derby" Disney con Oceania.

Dopo l'Oscar per il miglior film straniero nel 2016 a Il Figlio di Saul di László Nemes e il recentissimo Orso d'Oro a Testről és lélekről della cineasta Ildikó Enyedi, il dinamico e originale cinema ungherese coglie un altro alloro: tra i corti si è imposto Sing (Mindenki) del giovane Kristóf Deák, in effetti il più interessante tra le opere in competizione.

C'entra molto la politica anche relativamente ai premi per il miglior film in lingua straniera e per il miglior cortometraggio documentario.

Il regista iraniano Asghar Farhadi, al suo secondo riconoscimento dopo quello assegnato nel 2012 a Una Separazione, non ha voluto partecipare alla cerimonia per protesta contro le politiche di chiusura di Trump nei confronti delle persone provenienti da certi stati islamici, tra i quali appunto l'Iran e la Siria.

Le difficoltà che incontrano i cittadini di quest'ultimo Paese ad entrare negli USA hanno impedito, invece, agli eroici soccorritori protagonisti di The White Helmets di essere presenti alla Notte delle Stelle: che beffa, visto che il mini documentario che parla di loro ha vinto...

Insomma, politica e gaffe hanno rovinato un'edizione interessante e dato parecchi dispiaceri a persone che non se lo meritavano.

Avanti di questo passo, l'Academy dovrà istituire un Oscar anche per la categoria "mainagioia"...





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mercoledì 22 febbraio 2017

OSCAR 2017. NOMINATION: FILM E REGIA



14 nomination sono un numero impressionante - le categorie degli Academy Award sono 24, delle quali 4 dedicate a cortometraggi e documentari - raggiunto non a caso solo da due pellicole prima di quest'anno, Eva Contro Eva (nel 1951) e Titanic (nel 1998), che concretizzarono la vittoria rispettivamente con 6 e 11 statuette (record, a pari merito con Ben-Hur di William Wyler e Il Signore degli Anelli-Il Ritorno del Re di Peter Jackson) rispettivamente.

Sappiamo già che è improbabile che vinca in tutte le sezioni - per la canzone è candidata due volte - ma La La Land parte comunque come stra-favorita in questa 89a edizione degli Oscar.

Dalla sua, oltre alle suggestioni - i musical hanno trionfato solo 8 volte, l'ultima nel 2003 (Chicago); Damien Chazelle, se vincesse, sarebbe il regista più giovane mai premiato (battendo di pochi mesi Norman Taurog, 32 anni nel 1931) - ci sarebbero anche le statistiche.

Negli ultimi anni, infatti, chi è passato per la Mostra di Venezia è stato protagonista della Notte delle Stelle: nel 2013 Gravity aveva aperto la kermesse e poi aveva conquistato il maggior numero di statuette nel 2014; ma anche gli ultimi due vincitori per il miglior film - Birdman nel 2015 e Il Caso Spotlight nel 2016 - avevano respirato l'aria della Laguna.

E, come sappiamo, la storia d'amore ambientata a Los Angeles tra due giovani pieni di speranze per il futuro ha inaugurato l'anno scorso la rassegna del Lido.

Nella stessa edizione, fuori concorso, era presente anche La Battaglia di Hacksaw Ridge, grande ritorno dietro alla macchina da presa di Mel Gibson dopo un lungo periodo caratterizzato da scandali e polemiche: il racconto della straordinaria vicenda durante la Seconda Guerra Mondiale di un obiettore di coscienza, diventato eroe senza prendere mai in mano un'arma, ha convinto critica e pubblico ed ha fruttato 6 nomine - oltre che per film e regia, anche per Andrew Garfield attore protagonista e per montaggio, sonoro e montaggio sonoro.

Il fantascientifico Arrival del canadese Denis Villeneuve - su una linguista impegnata a tradurre messaggi extraterrestri - invece a Venezia era in concorso.
8 candidature, ma all'appello manca quella alla straordinaria Amy Adams, inspiegabilmente ignorata (ne abbiamo già parlato qui).

Stesso numero per Moonlight, che narra gioie (poche) e tormenti (tanti) di un giovane gay afroamericano.
Molto apprezzata la sensibilità con la quale è stato trattato il tema da Barry Jenkins, quarto cineasta di colore ad essere candidato come miglior regista - dopo John Singleton per Boyz n the Wood nel 1992, Lee Daniels per Precious nel 2010 e Steve McQueen per 12 Anni Schiavo nel 2014.
Se ce la facesse, Jenkins sarebbe il primo nero a vincere nella categoria.

È invece bianco (di origini italiane) - ma non è candidato per la regia, bensì per la sceneggiatura non originale - Theodore Melfi, il regista di Il Diritto di Contare (Hidden Figures), tratto dalla storia vera della scienziata afroamericana Katherine Johnson e delle sue compagne, che hanno avuto un ruolo importantissimo ma disconosciuto nel Programma Mercury e nella missione Apollo 11 (quella che portò i primi uomini sulla Luna).

Un'altra pellicola black è Barriere (Fences), trasposizione cinematografica di un'opera teatrale di August Wilson (morto nel 2005, ma nominato lo stesso per la sceneggiatura non originale) diretta da Denzel Washington
Ha maggiori possibilità di aggiudicarsi riconoscimenti per le interpretazioni: il divo e Viola Davis sono entrambi in lizza e con ottime chance.

Prove attoriali e script sono i punti di forza anche del drammatico Manchester By The Sea, diretto da Kenneth Lonergan (nella vita anche scrittore), con Casey Affleck (sì, è proprio il fratello minore della star di Will Hunting-Genio Ribelle, Argo e Batman v Superman: Dawn of Justice), Michelle Williams (alla sua quarta nomina) e il giovane Lucas Hedges (già visto in Moonrise Kingdom e Grand Budapest Hotel di Wes Anderson).

Un altro film strappalacrime è Lion, che tratta la vicenda (vera) di un giovane uomo di origine indiana in cerca della famiglia persa quando era molto piccolo.
La mancata candidatura del regista - l'esordiente Garth Davis - riduce un po' le possibilità di affermarsi nella categoria più prestigiosa, ma il film ha molti estimatori. Chissà...

Stesso discorso per il western contemporaneo Hell Or High Water su due fratelli che rapinano banche per salvare la loro fattoria.
La pellicola indie è la vera rivelazione di questa edizione degli Academy Awards: 4 nomination, per film, montaggio, sceneggiatura originale e attore non protagonista (Jeff Bridges, che non è solo il Drugo di Il Grande Lebowski).

Non vediamo l'ora che arrivi la notte tra il 26 e il 27 Febbraio per sapere alla fine chi vincerà.

Pubblicheremo a breve le nostre previsioni; ma se anche voi volete farvi un'idea, date un'occhiata ai trailer dei candidati per il miglior film e scoprite chi sono, cosa hanno fatto e come lavorano i registi nominati.

E poi anche un ripasso ai post precedenti potrebbe rivelarsi utile e interessante.






MIGLIOR FILM


Arrival, prodotto da Shawn Levy, Dan Levine, Aaron Ryder e David Linde


Barriere (Fences), prodotto da Scott Rudin, Denzel Washington e Todd Black


La battaglia di Hacksaw Ridge (Hacksaw Ridge), prodotto da Bill Mechanic e David Permut


Hell or High Water, prodotto da Carla Hacken e Julie Yorn


Il diritto di contare (Hidden Figures), prodotto da Donna Gigliotti, Peter Chernin, Jenno Topping, Pharrell Williams e Theodore Melfi


La La Land, prodotto da Fred Berger, Jordan Horowitz e Marc Platt


Lion - La strada verso casa (Lion) , prodotto da Emile Sherman, Iain Canning e Angie Fielder


Manchester by the Sea, prodotto da Matt Damon, Kimberly Steward, Chris Moore, Lauren Beck e Kevin J. Walsh


Moonlight, prodotto da Adele Romanski, Dede Gardner e Jeremy Kleiner






MIGLIOR REGIA


Damien Chazelle – La La Land


Barry Jenkins – Moonlight


Kenneth Lonergan – Manchester by the Sea


Denis Villeneuve - Arrival


Mel Gibson – La battaglia di Hacksaw Ridge (Hacksaw Ridge)





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mercoledì 15 febbraio 2017

OSCAR 2017. NOMINATION: FILM D'ANIMAZIONE, FILM STRANIERO, SCENEGGIATURE

Dall'alto: una scena di Zootropolis; un'immagine tratta da Kubo e la Spada Magica; il protagonista di La Mia Vita da Zucchina (secondo da destra) con i suoi amici.  


Diciamoci la verità: la categoria del miglior film d'animazione, dopo il caso The Lego Movie, ha perso un po' del prestigio e della credibilità del passato.

Non ha aiutato la crisi creativa nel settore (abbiamo scritto "creativa": gli incassi sono per lo più buoni): a parte l'exploit di Inside Out, non è che negli ultimi anni si siano visti dei capolavori, come dimostrano anche i nominati di quest'anno.

Zootrpolis parte con il favore dei pronostici della vigilia, ma per quanto tecnicamente suggestivo e ben fatto, non è originalissimo nella storia - una coniglietta riesce con caparbietà e difficoltà a diventare poliziotta nonostante il parere contrario di famiglia e superiori, e risolve un caso difficilissimo con l'aiuto di un ladruncolo (una volpe).

Di Oceania non fatevi ingannare dal titolo originale, Moana: è un cartoon per famiglie con protagonista una ragazzina indipendente, coraggiosa e intraprendente (già sentita...).

Insomma, la Disney non rischia niente e va sul sicuro con i suoi due candidati, mentre più coraggiosi risultano gli altri tre.

La Tartaruga Rossa - prodotta anche dal mitico Studio Ghibli (ossia quello di La Collina dei Papaveri e dei capolavori di Hayao Miyazaki) - è privo di dialoghi; La Mia Vita da Zucchina - girato con pupazzi in stop motion - narra la commovente storia di un orfano che trova l'amicizia di altri bambini problematici come lui; Kubo e la Spada Magica - anch'esso in stop motion - è un'avventura ambientata in Giappone insolitamente candidata anche per gli effetti speciali.

Per quel che riguarda i film in lingua straniera, fatto fuori subito il vincitore del Golden Globe Elle di Paul Verhoeven con Isabelle Huppert (che, come vedremo, è però in lizza come migliore attrice protagonista), la sfida sembrerebbe limitata ad altri due reduci di Cannes 2016.

È molto piaciuto ed ha molto divertito Vi Presento Toni Erdmann della tedesca Maren Ade, che narra del rapporto tra una donna in carriera e lo strambo padre in cerca di attenzioni.
Si sta già pensando al remake hollywoodiano, a quanto pare con Jack Nicholson e la brillante Kristen Wiig (presente in The Martian e candidata agli Oscar 2012 per la migliore sceneggiatura originale di Bridesmaids-Le Amiche Della Sposa).

Il Cliente (Forushande) di Asghar Farhadi - giallo che prende spunto da Morte di Un Commesso Viaggiatore di Arthur Miller - sulla Croisette aveva vinto due premi, ma vedremo se saprà conquistare anche i votanti dell'Academy.
Sarebbe la seconda statuetta per il regista iraniano, dopo la vittoria di Una Separazione nel 2012.

Meno speranze - ma non si può mai dire - per gli altri.
Lo svedese A Man Called Ove - commedia drammatica su un uomo di mezza età scontroso e misantropo e i suoi rapporti con una famiglia di extracomunitari - ha dalla sua un'altra nomination, quella per trucco e acconciatura; Tanna è una sorta di Romeo e Giulietta ambientata in un isola del Pacifico; Land of Mine - già molto apprezzato e premiato - narra la vera storia di ragazzini tedeschi che dopo la Seconda Guerra Mondiale furono obbligati a scovare le mine disseminate dall'esercito del Terzo Reich lungo le coste della Danimarca.

Ogni anno, CINEMA A BOMBA! dà la possibilità ai suoi lettori di leggere le sceneggiature candidate agli Oscar.
Anche per questa edizione siamo riusciti a trovarle, e vi assicuriamo che sono veramente appassionanti: vi consigliamo di darci un'occhiata.

È vero, ci sono dei favoriti - La La Land per la sceneggiatura originale, Moonlight per quella non originale (anche se, relativamente a questa, è sorta una piccola controversia, essendo tratta da un'opera teatrale mai andata in scena né pubblicata) - ma queste categorie regalano sempre sorprese.

Quindi non ci sorprenderemmo se l'Academy scegliesse, per esempio, il surreale The Lobster - premiato a Cannes 2015 (il suo regista, Lanthimos, era riuscito a portare il precedente Alps in competizione nella memorabile Mostra del Cinema di Venezia del 2011) - la cui vicenda narra di un futuro distopico nel quale i single sono costretti a trovare compagnia, pena l'essere trasformati in animali.

Non perdetevi, quindi, i trailer dei cartoni animati e dei film stranieri e gli script: le sorprese sono dietro l'angolo (e nei link riportati qui di sotto).






MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE
Zootropolis (Zootopia), regia di Byron Howard e Rich Moore
Oceania (Moana), regia di Ron Clements e John Musker
Kubo e la spada magica (Kubo and the Two Strings), regia di Travis Knight
La tartaruga rossa (La Tortue Rouge), regia di Michaël Dudok de Wit
La mia vita da Zucchina (Ma vie de Courgette), regia di Claude Barras

MIGLIOR FILM STRANIERO
Land of Mine - Sotto la sabbia (Under sandet), regia di Martin Zandvliet (Danimarca)
A man called Ove (En man som heter Ove), regia di Hannes Holm (Svezia)
Il cliente (Forushande), regia di Asghar Farhadi (Iran)
Tanna, regia di Martin Butler e Bentley Dean (Australia)
Vi presento Toni Erdmann (Toni Erdmann), regia di Maren Ade (Germania)

MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE
Damien Chazelle – La La Land
Kenneth Lonergan – Manchester by the Sea
Taylor Sheridan – Hell or High Water
Efthymis Filippou e Yorgos Lanthimos - The Lobster
Mike Mills - 20th Century Women

MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
Barry Jenkins e Tarell McCraney – Moonlight
Eric Heisserer - Arrival
Luke Davies - Lion - La strada verso casa (Lion)
August Wilson - Barriere (Fences)
Allison Schroeder e Theodore Melfi - Il diritto di contare (Hidden Figures)




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martedì 24 gennaio 2017

OSCAR 2017. CANTANDO SOTTO LA PIOGGIA (DI NOMINATION)

Dall'alto, Ryan Gosling ed Emma Stone in La La Land; una scena da Moonlight; Ben Foster e Chris Pine in Hell or High Water.  


Dopo il tripudio alla Mostra del Cinema di Venezia dello scorso anno e il trionfo ai Golden Globe, ecco arrivare l'ennesimo record per La La Land, il musical del giovane regista di Whiplash, Damien Chazelle.

14 nomination agli Academy Award: prima, solo Eva Contro Eva di Joesph L. Mankiewicz (alla fine 6 statuette conquistate nel 1951) e Titanic di James Cameron (11 storiche statuette nel 1998) avevano saputo fare altrettanto.

Gli avversari più accreditati?
Il film indipendente Moonlight - forte di un fresco Golden Globe come miglior film drammatico - e il fantascientifico Arrival sono a quota 8 nomine.

Ma quest'ultimo parte zoppo: clamorosa l'esclusione della sua interprete principale, Amy Adams, dalla cinquina delle attrici protagoniste.
Una decisione incomprensibile, che ci ricorda l'ingiustizia patita da The Lego Movie nel 2015.

Nella stessa categoria, da notare la mancanza di Jessica Chastain e la ventesima (sì, avete letto bene: ventesima!) nomination di Meryl Streep.
Niente male per un'attrice che il neo Presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva definito "sopravvalutata"...

La sorpresa è rappresentata dalle quattro menzioni a Hell or High Water, pellicola indie: film, montaggio, sceneggiatura originale e attore non protagonista (il Grande Lebowski Jeff Bridges).

Spiace non vedere Deadpool tra i contendenti (l'appello del cineasta fumettaro Kevin Smith è rimasto inascoltato), mentre è curiosa la presenza di Suicide Squad.

A proposito di quest'ultima, notiamo con piacere che sono candidati due italiani, l'acconciatore Giorgio Gregorini e il truccatore Alessandro Bertolazzi.
Facciamo il tifo per voi, ragazzi!

E facciamo il tifo anche per Fuocoammare, coraggiosa opera di Gianfranco Rosi su Lampedusa e la tragedia dei migranti, in lizza come miglior documentario.

Insomma, abbiamo l'idea che questa edizione degli Academy Award possa essere memorabile: come anteprima abbiamo avuto a Novembre la consegna di un Oscar alla carriera a Jackie Chan!
Se queste sono le premesse...

Non vediamo l'ora di farvi leggere il nostro Speciale Oscar!
Continuate a seguirci!





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martedì 13 settembre 2016

VENEZIA 2016. È TORNATO LO SPIRITO DEL 2011!

Dall'alto: Lav Diaz con il Leone d'Oro vinto da The Woman Who Left; Tom Ford con il Gran Premio della Giuria; Amat Escalante (a sinistra) e Andrei Konchalovsky (a destra) con i riconoscimenti per la migliore regia; Oscar Martinez con la Coppa Volpi.  


Dopo 4 anni di selezioni imbarazzanti, premi assegnati a casaccio e la conseguente disaffezione di pubblico e critica, finalmente possiamo confermarlo: l'edizione di quest'anno della Mostra è stata la migliore dal 2011.

Finalmente grandi titoli e grandi autori accanto a talenti promettenti, finalmente un'atmosfera glam, finalmente una selezione di film che non sembrano gli scarti degli altri festival, finalmente la percezione che quest'anno Venezia sia meglio di Cannes e Toronto.

Finalmente si è tornati allo spirito e ai fasti delle edizioni della kermesse guidate da Marco Müller, in particolare a quella storica del 2011, infarcita di opere interessanti e stuzzicanti.

Certo, il filippino The Woman Who Left - storia in bianco e nero della redenzione di una donna detenuta per molti anni illegalmente in prigione - coi suoi 226 minuti di durata (!) difficilmente attirerà folle al di fuori della propria patria (e forse neanche là).

Diciamolo: erano presenti altre pellicole di maggiore appeal che potevano essere premiate con il massimo riconoscimento.
Però scegliendo questa, la Giuria presieduta da Sam Mendes ha probabilmente voluto valorizzarne una di una cinematografia "povera", non in grado di far sentire la propria voce nel mercato globale.

L'opera di Lav Diaz sparirà presto dalla memoria (tranne di quelli che se la sono dovuta sorbire), ma per lo meno resterà nelle statistiche.

Già: che cosa resterà di questa 73a edizione del festival lagunare?

Non certo i film italiani: già solo leggendo le trame, i titoli nostrani non sembravano certo i più accattivanti.
Il riscontro di spettatori, critici e giurati ha comunque confermato questa impressione.

A lasciare il segno sono state invece le pellicole statunitensi: tante, di ottimo livello e molto apprezzate.

A partire da La La Land, il musical romantico di Damien Chazelle (già autore dell'ottimo Whiplash) che ha convinto e conquistato tutti.

Oltre all'onore di aprire la kermesse, esso si pone già come serio pretendente agli Oscar 2017 e intanto ha già fruttato a Emma Stone la Coppa Volpi come migliore attrice.
Già candidata all'Oscar per Birdman, la protagonista di Magic in the Moonlight potrebbe fare il bis nella prossima edizione, ma dovrà vedersela con altre due colleghe che hanno raccolto un plauso unanime: Natalie Portman e Amy Adams.

La prima è una convincentissima Jacqueline Kennedy nel biopic a lei dedicato, Jackie, di Pablo Larraín: molti si aspettavano un riconoscimento alla protagonista o al cineasta, ma a essere premiata è stata la sceneggiatura.
Non se la prenda troppo, la diva di Star Wars: nel 2011 ha vinto l'Oscar come attrice protagonista per Black Swan, passato anch'esso dal Lido (aveva inaugurato l'edizione del 2010).
Chissà...

La seconda si è presentata a Venezia con ben due film in concorso: il fantascientifico Arrival di Denis Villeneuve non ha vinto nulla, ma siamo sicuri che avrà possibilità di rifarsi; il thriller molto elegante Nocturnal Animals si è invece aggiudicato il Gran Premio della Giuria (tradizionalmente, una sorta di medaglia d'argento), andato allo stilista-cineasta Tom Ford.
Agli Oscar, la Lois Lane di Batman v Superman ha già collezionato 6 nomination: ne prevediamo un'altra tra pochi mesi e le auguriamo di vincere prima o poi l'ambita statuetta.

Ha sorpreso molti il Premio Speciale della Giuria al controverso The Bad Batch, storia pulp ambientata in una comunità di cannibali diretta dalla giovane Ana Lily Amirpour, unica regista donna presente in competizione assieme alla nostra Martina Parenti (coautrice con Massimo d'Anolfi del documentario Spira Mirabilis).

Fuori concorso si è assistito invece al ritorno di Mel Gibson dietro alla macchina da presa con Hacksaw Ridge, vicenda bellica che narra del primo obiettore di coscienza a vincere la medaglia d'onore al valor militare.
Lasciati alle spalle i tanti scandali degli ultimi anni, il divo è tornato alla grande: se Hollywood lo perdonerà, potremmo avere un altro serio contendente agli Academy Awards 2017.

E gli altri?

La cinematografia latino-americana si sta dimostrando una delle più vivaci.

Dopo l'exploit dell' anno scorso - Leone d'Oro al venezuelano Desde allá di Lorenzo Vigas e Leone d'Argento per la migliore regia all'argentino Pablo Trapero per El Clan - anche questa volta riesce a ritagliarsi uno spazio, con la prestigiosa Coppa Volpi per il miglior attore andata a Oscar Martinez - anch'egli argentino e protagonista della commedia rivelazione El Ciudadano Ilustre - e il premio come miglior regista al messicano Amat Escalante - messicano come Alfonso Cuarón e Alejandro González Iñárritu, vincitori per la regia delle edizioni 2014, 2015, 2016 degli Oscar.

Escalante che però ha dovuto condividere il premio con il russo Andrei Konchalovsky, che lo stesso riconoscimento lo aveva già ricevuto a Venezia 2014.
L'autore di Tango & Cash al momento di essere premiato ha azzardato un discorso di ringraziamento in italiano: il risultato non è stato dei migliori, ma apprezziamo comunque la buona volontà (anche Tom Ford ha parlato nel nostro idioma, cavandosela molto meglio; ma lavorare nel mondo della moda lo ha aiutato maggiormente).

Gloria l'ha ricevuta anche un altro cineasta slavo, il polacco Jerzy Skolimowski, che in Laguna si era già aggiudicato il Gran Premio della Giuria nel 2010 ed era stato in concorso l' anno scorso: a lui e a Jean-Paul Belmondo il Leone d'Oro alla carriera.

Ben 62 anni separano il divo francese (classe 1933) dalla giovane tedesca Paula Beer, vincitrice del Premio Marcello Mastroianni per talenti emergenti: le auguriamo una carriera soddisfacente quanto quelle dei suoi predecessori Gael García Bernal e Diego Luna, Jennifer Lawrence, Jasmine Trinca, Mila Kunis, Tye Sheridan.

Insomma, caro Alberto Barbera, questa Mostra n. 73 ci è piaciuta: dai retta a noi, le edizioni al risparmio non funzionano e non danno agli appassionati paganti quelle emozioni che anche noi avevamo provato vedendo Wilde Salomé, Alois Nebel, La Talpa, Cime Tempestose, Texas Killing Fields e Killer Joe.

Quelle emozioni che solo la Mostra di Venezia può dare, e nessun altro.







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