CINEMA A BOMBA!

giovedì 12 dicembre 2024

CIVIL WAR, LA GUERRA CIVILE DEL FUTURO E' OGGI


(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 



USA, 2024
109'
Regia: Alex Garland
Interpreti: Kirsten Dunst, Wagner Moura, Cailee Spaeny, Stephen McKinley Henderson, Jesse Plemons, Nick Offerman.


In un futuro prossimo gli Stati Uniti non sono più uniti: a scontrarsi in una guerra civile ogni giorno che passa sempre più violenta sono le forze rimaste fedeli al legittimo governo, i secessionisti di Texas e California, gli Stati del Nord-Ovest e l'alleanza del Sud guidata dalla Florida.

Un gruppo di giornalisti decide di intraprendere un pericolosissimo viaggio attraversando il fronte dei combattimenti per recarsi a Washington, allo scopo di intervistare in esclusiva il presidente (Offerman): ne fanno parte una celebre fotoreporter (Dunst), una giovanissima fan di questa (Spaeny), uno scanzonato giornalista (Moura) e il loro anziano collega (McKinley Henderson).

Si inoltreranno nel cuore di tenebra di un'America dilaniata dai conflitti.

Oscar 2016. A contendersi l'ambita statuetta per gli effetti speciali ci sono dei colossi del calibro di Mad Max: Fury Road, The Martian-Sopravvissuto, The Revenant-Redivivo, Star Wars: Il risveglio della Forza.

A spuntarla, però, molto a sorpresa, è il più piccolo dei film in lizza, Ex Machina, dell'esordiente Alex Garland (già sceneggiatore di 28 giorni dopo e Sunshine di Danny Boyle), cupo e freddo triangolo tra due uomini e un robot in tutto e per tutto assomigliante ad una donna.

Garland verrà acclamato in seguito anche per Annihilation con Natalie Portman, confermandosi così come uno degli autori di fantascienza (spesso horror) più interessanti e originali degli ulimi anni.

Anche Civil War è fantascientifico, ma è ancora più disturbante perchè gli Stati Uniti di questo futuro distopico sono molto simili agli Stati Uniti (e al mondo occidentale) attuali: le divisioni e le differenze esasperate dalla crisi economica, sociale, morale, sono trasversali, si frantumano e si ricompongono in modo diverso in una ricerca continua e spasmodica di un avversario, di un nemico da battere e da abbattere.

In fondo Trump, con la sua retorica incendiaria, non ha fatto altro che assecondare tendenze già in atto da tempo e troppo sbrigativamente liquidate con la dicotomia "ceti urbani istruiti e liberal" contro "ceti rurali ignoranti e bigotti": le ultime elezioni presidenziali hanno dimostrato una realtà diversa, ben più complessa.

Garland riesce perfettamente a cogliere le contraddizioni, il nichilismo, lo spaesamento e lo straniamento dinnanzi ad un mondo sempre più difficile da comprendere, un mondo che cambia troppo velocemente e che mette tutto in discussione.

Sì, è disturbante Civil War perchè ci fa rendere conto che la guerra civile del futuro la stiamo vivendo, gli uni contro gli altri, armati, già oggi.


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venerdì 14 luglio 2023

INDIANA JONES E IL QUADRANTE DEL DESTINO, EUREKA! IL PROFESSOR JONES NON DELUDE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2023
142'
Regia: James Mangold
Interpreti: Harrison Ford, Mads Mikkelsen, Phoebe Waller-Bridge, John Rhys-Davies, Boyd Holbrook, Toby Jones, Antonio Banderas, Karen Allen, Thomas Kretschmann, Boyd Holbrook.


Dopo l'Arca dell'Alleanza (I Predatori dell'Arca Perduta), le pietre di Sankara (Indiana Jones e il Tempio Maledetto), il Santo Graal (Indiana Jones e l'Ultima Crociata), i teschi di cristallo di Eldorado (Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo), l'archeologo più famoso del grande schermo (Ford) dà la caccia ad un altro manufatto leggendario: la Lancia di Longino, la lancia che trafisse Gesù crocefisso, un'arma in grado di garantire l'invincibilità a chi la possiede e che è finita nelle mani dei nazisti.

Ma sul treno pieno di beni razziati in tutta Europa dalle forze ormai sconfitte del Führer c'è un qualcosa di più prezioso e potente: la metà del meccanismo di Antikytera, un quadrante ideato dal matematico siracusano Archimede che, una volta completato, consentirebbe di aprire varchi spazio-temporali e quindi di viaggiare nel tempo.

Nel concitato tentativo di recuperarlo sono impegnati Indiana Jones, il collega Basil Shaw (Tobey Jones) e lo scienziato tedesco Jürgen Voller (Mikkelsen), ma il prezioso oggetto va perduto.

25 anni dopo molte cose sono cambiate: Indiana Jones è ormai solo un disilluso professore fresco di pensione; Voller è considerato una sorta di eroe, essendo colui che ha contribuito a portare l'uomo sulla Luna (Wernher von Braun vi ricorda qualcosa?); Shaw è morto, ossessionato dall'invenzione di Archimede, ma la sua ricerca è ripresa dalla figlia, Helena (Waller-Bridge), che ha scopi meno nobili del padre.

Un nuovo terzetto si ritrova quindi ad inseguire il quadrante di Archimede: chi spinto dall'amore per la storia, chi dall'avidità, chi da brame di potere.


Quinto film del franchise creato da George Lucas e Steven Spielberg e primo ideato senza l'estro del creatore di Star Wars e la regia del secondo (ma i due sodali sono presenti come produttori esecutivi), Indiana Jones e il Quadrante del Destino, pur potendo contare su un budget imponente (è prodotto dalla Disney con un dispendio di mezzi tale da averlo fatto diventare uno dei film più costosi di sempre) e sul richiamo di uno dei personaggi più famosi della storia del cinema, non si può definire un successo commerciale (e già l'accoglienza a Cannes quest'anno, dove era stato presentato in anteprima, era stata meno calorosa di quanto previsto).

A sfavore della pellicola hanno giocato diversi fattori: la sostituzione di Spielberg (con il pur bravo Mangold, che pure aveva diretto l'interessante e crepuscolare Logan); la crisi del cinema in sé, sempre più sofferente nel confronto con le piattaforme di streaming; l'età avanzata di Harrison Ford (sempre affascinante e simpatico, ma pur sempre più che ottuagenario e considerato non più adatto alle rocambolesche scene d'azione alle quali il mitico dottor Henry Jones Junior ci ha abituato); la Disney, potentissima macchina da soldi troppo spesso accusata di essere stucchevolmente politically correct...

Cresciuti a pane e Indiana Jones, con queste premesse siamo andati in sala, senza aspettarci molto.

Però...

Però ne siamo usciti rinfrancati.

Il film è godibilissimo, pieno com'è di azione, scene incalzanti, umorismo, effetti speciali, location suggestive (ah, Siracusa...), storia (il crollo del nazismo, il ritorno dell'equipaggio dell'Apollo 11, un famosissimo assedio di un bel po' di anni fa, von Braun, Archimede...), mistero, un cattivo cattivo al punto giusto (sempre bravo, il buon Mads Mikkelsen!).

Il ritorno di personaggi ricorrenti (il Sallah di John Rhys-Davies, la Marion di Karen Allen), oltre alla presenza di Harrison Ford - uno degli attori più "recuperati" di Hollywood: basti pensare alle sue grandi rentrée in Star Wars: Il Risveglio della Forza e in Blade Runner 2049 - e la famigliare colonna sonora di John Williams sono funzionali alla continuità con il passato, mentre la presenza di Antonio Banderas è un divertissement, poco più di un piacevole cameo.

Ma molto azzeccata, dobbiamo dire, è la scelta di Phoebe Waller-Bridge.

La vispa inglese, creatrice delle serie Tv Killing Eve e Fleabag (nella quale recita anche il ruolo principale) è una piacevole sorpresa e si dimostra un'ottima co-protagonista, scattante, sardonica, spigliata, intraprendente, senza troppi scrupoli; e compensa così gli umanissimi limiti anagrafici e fisici della star della pellicola.

Harrison Ford è un mito che non si tocca e anche in questo caso il nostro se la cava più che dignitosamente, senza risultare patetico o grottesco; anzi, aggiunge un tocco dolente e malinconico che non scalfisce però il proverbiale carattere scanzonato del personaggio - quello che più ci piace.

Ed è anche per questo che, da grandi fan dell'attore, siamo usciti dalla sala soddisfatti.

Possiamo dirlo con un sospiro di sollievo: eureka, la saga di Indiana Jones è salva!


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sabato 11 giugno 2022

JURASSIC WORLD: IL DOMINIO, MA IL CENTRO È SEMPRE PIÙ BLUE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2022
146'
Regia: Colin Trevorwood
Con: Chris Pratt, Bryce Dallas Howard, Campbell Scott, BD Wong, Omar Sy, DeWanda Wise, Daniella Pineda, Justice Smith, Sam Neill, Laura Dern, Jeff Goldblum.


Il mondo è cambiato: i dinosauri convivono ormai dappertutto con gli altri esseri viventi.
Owen (Pratt) e Claire (Howard) hanno formato una famiglia clandestina con la loro figlia adottiva, una ragazzina clonata geneticamente.

La situazione precipita quando delle locuste modificate minacciano il già fragile ecosistema, rischiando un effetto catena che porterebbe all'estinzione dell'umanità.
Ne è responsabile il Dottor Wu (Wong), ora dipendente della BioSyn, potentissima compagnia scientifica guidata dallo spregiudicato Lewis Dodgson (Scott).

Nel tentativo di salvare la vita sulla Terra, la botanica Ellie Sattler (Dern) e il paleontologo Alan Grant (Neill) decidono di infiltrarsi nella sede italiana della BioSyn per rubare un campione di DNA delle locuste OGM.
Ma per riuscire hanno bisogno dell'aiuto del matematico Ian Malcolm (Goldblum)...


Il Dominio è lo Star Wars: Il Risveglio della Forza della serie di Jurassic World?
Domanda legittima, vista la coabitazione del "nuovo" cast con i protagonisti storici della prima trilogia.

Questo non sarebbe nemmeno l'unico aggancio col marchio creato da George Lucas 45 anni or sono: proprio il regista Colin Trevorwood era stato defenestrato da L'Ascesa di Skywalker e per questo aveva saltato il precedente Jurassic World: Il Regno Distrutto (in cui era stato comunque coinvolto in qualità di co-sceneggiatore e produttore), salvo poi tornare al franchise che aveva contribuito brillantemente a rilanciare.

Ed è un bene: Trevorwood si conferma la persona giusta per il compito ingrato di tirare le fila e mettere fine a una delle sage più amate della storia del cinema.
Un J.J. Abrams "dinosauresco"? Un Jason Reitman paleontologico? Forse, ma più focalizzato e attento ai dettagli.

Si potrebbe allora azzardare che questo ultimo capitolo sia il Ghostbusters: Legacy di Jurassic World?
Non proprio: qui il "vecchio" cast non si limita ad una comparsata, ma è parte integrante della storia.

Continuando a giocare coi paragoni, il confronto più opportuno ci sembra con Avengers: Endgame.
Questa non è solo una degna conclusione della serie, è LA conclusione. I nodi vengono al pettine e le sottotrame rimaste aperte vengono finalmente chiuse.

Gli storici protagonisti di Jurassic Park hanno retto bene il corso del tempo: tra un barbuto Sam Neill in versione Indiana Jones e un incanutito ma sempre atletico Jeff Goldblum, chi sembra cambiata meno - complice la chirurgia plastica - è l'oscarizzata Laura Dern.

Molti altri personaggi del franchise fanno capolino qua e là per la gioia dei cultori, ma il colpo di genio stavolta è il recupero vintage di Dodgson, il cattivo dei due romanzi originali di Michael Crichton.
Nel primo adattamento di Spielberg faceva una breve apparizione (era l'uomo che assoldava Nedry all'inizio), qui ha un ruolo prominente ed è interpretato da un attore diverso.

Campbell Scott - altro grande ritorno: lo avevamo perso di vista dopo Singles e La Formula - ne dà una versione che è 60% Steve Jobs e 40% Alessandro Cecchi Paone.

E poi ci sono loro: i dinosauri, per la gioia di grandi e piccini!
Oltre ad alcune new entry (il Gigantosauro, ad esempio), ritornano alcuni degli animali più amati: il Mosasauro, il Dilofosauro (che mancava dai tempi del primo Jurassic Park), il Carnotauro Toro (autocitazione dalla serie animata Nuove Avventure-Camp Cretaceous), lo storico Tirannosauro Rexy...

E soprattutto il Velociraptor Blue, personaggio-simbolo della nuova trilogia.
Qui ha sostanzialmente un ruolo di supporto, ma il suo cucciolo Beta - già visto nei trailer e giustamente destinato a diventare un idolo dei bambini - riveste invece un ruolo essenziale ai fini dell'intreccio.

Parabola ecologista e animalista, Jurassic World-Il Dominio non è solo un gran bel film: è la degna chiusura di una storia appassionante e amatissima.
In un'era di remake, reboot, sequel, prequel e fan service va benissimo così.


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giovedì 2 gennaio 2020

STAR WARS: EP. IX - L'ASCESA DI SKYWALKER, LA FINE (?) DELLE GUERRE STELLARI

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2019
141'
Regia: J.J. Abrams
Interpreti: Daisy Ridley, Adam Driver, Oscar Isaac, John Boyega, Carrie Fisher, Mark Hamill, Anthony Daniels, Billy Dee Williams, Ian McDiarmid, Naomi Ackie, Lupita Nyong'o, Domhnall Gleeson, Richard E. Grant, Keri Russell, Joonas Suotamo, Kelly Marie Tran, Dominic Monaghan, Harrison Ford, Greg Grunberg, Kevin Smith.


Una terribile minaccia riemerge dal passato.

Per trovare e sconfiggere l'antico nemico Rey (Ridley), ora istruita dalla Principessa Leia (Fisher), dovrà intraprendere un lungo e insidiosissimo viaggio con i suoi compagni Finn (Boyega), Poe Dameron (Isaac), Chewbecca (Suotamo) e i droidi C-3PO (Daniels) e BB-8 che la porterà a scoprire le proprie radici.

E mentre si infittiscono le connessioni tra la giovane apprendista Jedi e il Leader Supremo del Primo Ordine, il tormentato Kylo Ren (Driver), ci si prepara allo scontro finale tra la sempre più sparuta Resistenza e le apparentemente irresistibili forze del male.






È arrivata la fine.

L'Ascesa di Skywalker dovrebbe - il condizionale è d'obbligo quando si parla della Disney, il colosso dell'intrattenimento che nel 2012 ha acquisito la casa di produzione Lucasfilm di George Lucas - rappresentare il capitolo conclusivo di una delle saghe più iconiche e di successo della storia del cinema.

Una storia iniziata 42 anni fa, con l'uscita del rivoluzionario Star Wars: Ep. IV - Una Nuova Speranza (Guerre Stellari).

C'è un po' di comprensibile tristezza per la conclusione, anche perché questo film ha scontentato molti fan e diviso gli spettatori.

Noi di CINEMA A BOMBA! abbiamo molto apprezzato la trilogia originale (senza dubbio e di gran lunga la migliore): Star Wars: Ep. IV - Una Nuova Speranza (Guerre Stellari), appunto, Star Wars: Ep. V - L'Impero Colpisce Ancora (che filmone!), Star Wars: Ep. VI - Il Ritorno dello Jedi.

La trilogia prequel è stata riscattata alla grande con l'episodio finale, l'epico Star Wars: Ep. III - La Vendetta dei Sith, mentre Star Wars: Ep. I - La Minaccia Fantasma e Star Wars: Ep. II - L'Attacco dei Cloni non si può certo dire che siano stati dei capolavori.

Per quanto riguarda la trilogia sequel, la "degeorgelucasizzazione" e la conseguente "disneyzzazione" hanno avuto come conseguenza un maggior orientamento verso le famiglie e il politicamente corretto, cosa alquanto stucchevole, in realtà.

La paura di non scontentare nessuno ha portato inoltre a ripescare quasi tutti i personaggi storici, mettendoli a confronto con quelli nuovi.

La scelta, forse, non è stata delle migliori: il pubblico è troppo affezionato a Luke, Leia e Han Solo per considerare sufficientemente accattivanti i vari Rey, Kylo Ren, Finn, Poe Dameron...

E questo nonostante alcuni momenti imbarazzanti, presenti soprattutto in Star Wars: Ep. VIII - Gli Ultimi Jedi (col senno di poi uno dei punti più bassi della saga): vedere Carrie Fisher in versione Befana e Mark Hamill come Jedi capriccioso è stato sconcertante.

Certo, quest'ultimo episodio e ancor più il precedente Star Wars: Ep. VII - Il Risveglio della Forza avevano fatto vedere anche cose interessanti, ma aspettavamo la conclusione della trilogia per farcene un'idea più completa.






Ora possiamo dire che la nuova trilogia è stata tutto sommato gradevole, ma nel complesso superflua.
L'Ascesa di Skywalker, purtroppo, esacerba i difetti più gravi dei predecessori: la confusione e la mancanza di coraggio.

Riguardo al primo punto, per esempio, né il blasonato J.J. Abrams (regista del primo e del terzo episodio) né il carneade Rian Johnson (regista del secondo) sembrano essersi fatti un'idea abbastanza chiara di che cosa sia la Forza e ognuno ne dà una propria interpretazione, causando un certo disordine.

Per ciò che concerne il secondo punto, il film viaggia su binari sicuri, strizzando l'occhio ai fan al limite del tic nervoso.
Niente di originalissimo neppure nella scelta del cattivo, un ripescaggio del quale pochi probabilmente sentivano la mancanza.

Le comparsate dei vecchi personaggi (a proposito: bentornato, Lando!) erano funzionali per chiudere il cerchio, ma la rimpatriata ci fa ancora più rimpiangere la prima trilogia.

Tra i nuovi protagonisti, ne escono bene Rey e Poe; si riscatta Kylo (ma nessuno in fondo gli perdonerà di aver ammazzato a tradimento il personaggio migliore della saga, cosa che continuerà anche in futuro a renderlo uno dei personaggi meno amati della storia di Star Wars); male il Generale Hux (Gleeson) e Finn; i personaggi di contorno risultano irrilevanti (molto ridimensionata Rose Tico, con somma soddisfazione degli haters della povera Kelly Marie Tran, vittima due anni fa di odioso cyber-bullismo).

Occhio pure ai cammei più o meno nascosti: i fan di lunga data apprezzeranno il recupero vintage di Wedge Antilles, mentre i più nerd faticheranno a trovare l'apparizione-lampo dell'onnipresente cineasta-fumettista Kevin Smith.

Capiamo quelli (tanti) che sono rimasti delusi da L'Ascesa di Skywalker; tuttavia, non ci sentiamo di dire che non ci sia piaciuto.
Anzi, troviamo che in fondo sia una conclusione dignitosa per una saga così avvincente: il finale, per esempio, è accettabile - se e solo se la Disney non avrà la malaugurata idea di continuare ad accanirsi con ulteriori seguiti.

Il fatto che Rey - un personaggio femminile, quindi - assuma un ruolo centrale all'interno dell'universo Star Wars non è poi una cosa così malvagia, considerando anche che, nonostante la non molto azzeccata scoperta delle sue origini, è alla fine il personaggio di gran lunga più rappresentativo della nuova trilogia.






Certo, ci si aspettava che la Forza potesse trovare un equilibrio diverso; ma alla fine la soluzione adottata ha cercato (se poi c'è riuscita, è un altro discorso) di essere un buon compromesso per i fan della prima ora e per quelli più recenti.

E poi non dimentichiamo lo spettacolo, il ritmo e le scene suggestive (come quella del combattimento in mezzo alle onde gigantesche), cose che in fondo non sono mai mancate in tutti i film della serie.

Una parte del merito è sicuramente di Chris Terrio (lo stesso di Argo, con cui ha vinto l'Oscar, Batman v Superman e Justice League), che ha sostituito il veterano Lawrence Kasdan come co-sceneggiatore di Abrams.

La conclusione poteva essere migliore?
Certo che sì.
Ma poteva anche essere peggiore.

George Lucas avrebbe fatto meglio?
Dal suo ranch milionario, il creatore ostenta indifferenza verso le nuove avventure ambientate nel suo universo coi suoi personaggi, sicché è difficile dirlo.

Alla fine siamo convinti che, arrivati a questo punto, qualsiasi soluzione avrebbe scontentato molte persone.

Tanto vale accontentarsi e mettersi il cuore in pace: la Disney, d'altro canto, non è diventata padrona dello show business puntando su storie innovative (gradevoli, fatte bene: sì; innovative: no) ed era difficile immaginarsi un finale in chiaroscuro.

Resta una gran voglia di rivedersi i film meno recenti, anche se ormai li conosciamo quasi a memoria - e chissà se un giorno rimpiangeremo pure la terza trilogia.

I progetti collaterali - per adesso siamo a Rogue One, Solo, la serie Tv The Mandalorian - forse continueranno, giusto per sfruttare ambientazioni, personaggi, brand.

Ma per noi la saga è definitivamente finita.

Star Wars è morto.
Viva Star Wars!

E che la Forza sia sempre con noi.




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venerdì 29 dicembre 2017

STAR WARS: EPISODIO VIII - GLI ULTIMI JEDI, UN CIAONE A GEORGE LUCAS

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USA, 2017
152'
Regia: Rian Johnson
Interpreti: Mark Hamill, Carrie Fisher, Daisy Ridley, John Boyega, Adam Driver, Oscar Isaac, Lupita Nyong'o, Andy Serkis, Domhnall Gleeson, Anthony Daniels, Peter Mayhew, Gwendoline Christie, Benicio del Toro, Laura Dern, Kellie Marie Tran, Simon Pegg, Justin Theroux, Warwick Davis, Tom Hardy, Gary Barlow, Gareth Edwards, Frank Oz, Joseph Gordon-Levitt (cameo vocale)


Il Primo Ordine, erede dell'Impero, ormai controlla tutto: distrutto il Senato e pertanto anche la Repubblica, ha ridotto al lumicino la Resistenza, sempre guidata dal Generale Organa (l'ex Principessa Leia) e sempre più esigua numericamente.

La giovane Rey (Ridley), trovato Luke Skywalker (Hamill), ha il compito di convincerlo ad unirsi ai ribelli.
Ma costui è cambiato: si è volontariamente isolato da tutti, è divenuto disilluso e fatalista.
Sicuri che possa servire veramente alla causa?

La stessa ragazza è piena di titubanze, accentuate dalla scoperta di avere una connessione psico-fisica con il membro di spicco del Primo Ordine Kylo Ren (Driver), che a sua volta vive una lotta interiore tra bene (il rimorso per aver ucciso il padre) e male (l'attrazione per le gesta del nonno materno Anakin Skywalker/Darth Vader).






Si sta avanzando a grandi passi verso la completa "degeorgelucasizzazione" dell'universo Star Wars.

È sempre un piacere rivedere Mark Hamill e Carrie Fisher, ma senza Harrison Ford sembra di assistere ad un episodio di Happy Days con Richie e Sottiletta, ma senza Fonzie.
La fuoriuscita del vecchio Han Solo - unica vera pecca dell'altrimenti bellissimo Star Wars: Il Risveglio della Forza - pesa come un macigno.

Con questo ottavo capitolo inoltre scompaiono (?) altri due personaggi storici della saga: una, proprio la Principessa Leia, per la morte l'anno scorso dell'attrice che la incarnava, qui pertanto alla sua ultima interpretazione (ci manchi, Carrie!); l'altro, invece, lo lasciamo scoprire a voi.

Rimagono alcuni personaggi di contorno e pochi altri riferimenti, giusto per giustificare l'appartenenza al franchise: storie, tono, personaggi, atmosfere... ormai sono diversi, molto meno George Lucas e molto più Walt Disney.

Tante sono le conseguenze.

Anzitutto il proliferare di personaggi buffi: attenzione genitori, è in arrivo un'invasione di pupazzetti!

Inoltre, il trionfo di un politically correct su cui è legittimo nutrire qualche dubbio: manca ancora un personaggio gay, ma nel frattempo si nota un proliferare di attori di etnie diverse - ci sono bianchi, neri, gialli, ispanici... -, mentre le donne stanno assumendo un ruolo preponderante.

Noi ci vediamo un tentativo più furbo che sincero di rappresentare le minoranze ed evitare polemiche - si vedano i casi Oscars so white e della questione femminile a Hollywood - ma d'altra parte il prodotto deve fare cassa e ogni pesante contestazione potrebbe influire sull'incasso finale.

Detto questo, non è una cattiva idea quella di dare maggiore visibilità e spessore alle donne: nella nuova trilogia la personalità più carismatica è comunque quella di Rey e, sebbene Leia sia diventata una saggia nonnetta rassicurante, interessante è invece la parte che è stata affidata a Laura Dern, mentre la Rose di Kellie Marie Tran (di origini vietnamite) ottiene parecchio spazio.

A Gwendoline Christie (la Brienne di Tarth di Games Of Thrones), quasi irriconoscibile sotto l'armatura da Stormtrooper, invece è stata "regalata" una scena di combattimento: inutile ai fini dello svolgimento della trama, ma va bene così.

I soggetti maschili, per contro, perdono il confronto.

Mark Hamill si è pubblicamente lamentato di come è stato rappresentato il suo Luke Skywalker, molto differente da quello della trilogia originale.
Si è poi scusato per le esternazioni, ma pensiamo non avesse poi tutti i torti.

Finn (Boyega), centrale in Il Risveglio della Forza, è protagonista di una sottotrama ambientata in un mondo-casinò assieme a Rose - sottotrama che non pare fondamentale ai fini dello sviluppo della saga e che pertanto pone il personaggio in secondo piano, ma che ha il merito di introdurre il balbuziente ma abile ladruncolo/hacker DJ di Benicio del Toro (lo rivedremo in futuro?).

Accantonando il comunque non memorabile Leader Supremo Snoke, in questa pellicola ci sono due villain: il "classico cattivo" Generale Hux (Gleeson) - niente di particolarmente originale, per ora - e il più tomentato, complesso e incostante Kylo Ren/Ben Solo - c'è il tentativo di riabilitarlo, ma per valutarlo appieno avremo bisogno ancora del capitolo conclusivo: sospendiamo il giudizio.

Di Oscar Isaac conosciamo il talento (si vedano, tra gli altri, A Most Violent Year, Cristiada, Drive), ma sebbene il suo Poe Dameron abbia molto spazio pensiamo che potenzialmente possa dare di più.

Gli Ultimi Jedi - il titolo italiano è errato: quello originale è da intendersi al singolare ed è riferito al solo Luke (Rian Johnson dixit) - ha polarizzato il pubblico tra chi lo considera uno dei migliori di tutta la saga e chi invece afferma che, pur essendo superiore alla seconda trilogia, non risulta invece all'altezza di quella originale.

Tale dicotomia si è riflessa in parte sugli incassi, buoni ma forse un po' al di sotto delle aspettative; inoltre la disneyzzazione ha reso Star Wars un prodotto quasi per famiglie e ciò ha fatto storcere il naso a più di un fan.

Ciononostante, il film è ben fatto, spettacolare al punto giusto (il combattimento con la Guardia di Snoke è particolarmente suggestivo, giocato com'è sulle tonalità di rosso, colore molto ricorrente nelle inquadrature), con un buon ritmo; è lungo ma non pesante e adempie egregiamente al suo compito di intrattenere il pubblico.
Missione compiuta per il regista Rian Johnson!

Come L'Impero Colpisce Ancora e L'Attacco Dei Cloni, questo è un capitolo intermedio e come tale va giudicato: è prematuro osannarlo, così come affossarlo.

Ma se del primo mancano i colpi di scena clamorosi e del secondo lo sviluppo del Lato Oscuro in quello che diventerà il personaggio più iconico della serie, la connessione Rey-Kylo Ren - fulcro dell'intera trilogia - promette tuttavia sviluppi interessanti, così come l'ascesa di quest'ultimo e la concorrenza con Hux, lo svelarsi dell'Equilibrio della Forza.

Insomma, l'epopea di Star Wars sta andando avanti anche senza il suo ideatore George Lucas, ma ormai, nel bene e nel male, è un'altra cosa.
E ce ne dovremo fare una ragione.




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giovedì 12 ottobre 2017

I CLASSICI: BLADE RUNNER, MEGLIO L'ORIGINALE O LA REPLICA(NTE)?

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 1982
117'
Regia: Ridley Scott
Interpreti: Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young, M. Emmeth Walsh, Edward James Olmos, Brion James, Daryl Hannah.


2019. In una Los Angeles multietnica vessata da una pioggia incessante, Rick Deckard (Ford) è un cacciatore di Replicanti, cyborg dall'aspetto del tutto simile agli umani, ma dotati di ricordi artificiali.

Il suo compito è rintracciare 4 di loro, che sono fuggiti da una colonia spaziale e hanno raggiunto la Terra, e ucciderli.
Il loro capo è il temibile e intelligentissimo Roy Batty (Hauer).

Ma nel corso dell'indagine Deckard incontra Rachael (Young), affascinante Replicante femmina, e la sua ferrea morale di poliziotto comincia a vacillare...






Quando - in ambito cinematografico - si parla di "classici della fantascienza", il pensiero non può che andare subito a Blade Runner.
Tratto liberamente da un racconto di Phillip K. Dick (forse lo scrittore più saccheggiato di Hollywood), è il secondo cimento del britannico Ridley Scott col genere, dopo Alien del 1979.

Ma qui non ci sono mostri extraterresti, né astronauti né spazio profondo: la matrice sci-fi è data principalmente dai costumi e dall'ambientazione futuristica (notevoli le scenografie di Lawrence G. Paull e David Snyder); quel che più conta sono però le interazioni tra i personaggi, le loro caratterizzazioni, i loro sentimenti.

Il dilemma morale è lampante: i Replicanti sono solo macchine senza cuore? É giusto considerarli solo come oggetti ad uso e consumo degli esseri umani che li hanno creati?
Deckard è rappresentato come un giustiziere cinico - una versione aggiornata dei detective disillusi alla Chandler - che a poco a poco scopre i limiti del proprio lavoro.

Harrison Ford, con un insolito capello corto, è perfetto per la parte, ma ancora meglio è l'olandese Rutger Hauer nei panni del "cattivo": il suo monologo finale - in buona parte riscritto e improvvisato dall'attore stesso - è entrato di diritto nelle antologie del cinema.






Ad accrescere la fama di questo cult movie hanno contribuito inoltre le modifiche e i rimaneggiamenti fatti nel corso degli anni, tant'è che di Blade Runner esistono almeno 3 versioni:
- l'originale, con la voce fuori campo di Ford che narra e commenta le vicende del film;
- il Director's Cut del 1991, senza la voce narrante, col finale "tagliato" e l'aggiunta di una breve sequenza (quella dell'unicorno) che lascia supporre che anche Deckard sia un Replicante;
- il Final Cut, che combina elementi delle due versioni precedenti ed è la preferita da Scott.

La domanda che per decenni ha fatto discutere i fan - Deckart è davvero un Replicante? - probabilmente non avrà mai risposta.
Per il regista sì, per Ford e Hauer no (la versione ufficiale sembra dare ragione ai secondi).

Nel frattempo, il cineasta franco-canadese Denis Villeneuve (quello di Arrival, 8 nomine agli ultimi Oscar) ha girato il controverso seguito della storia, a ben 35 anni di distanza.
Ford - che pare divertirsi a rivestire i panni dei suoi vecchi personaggi, essendo già tornato a interpretare Indiana Jones nel 2008 e Han Solo nel 2015 (vedi Star Wars - Il Risveglio della Forza) - è di nuovo della partita, ma ha lasciato il ruolo di protagonista al Ryan Gosling di Drive.

Blade Runner 2049 ha già diviso gli appassionati tra chi lo ha osannato e chi è rimasto deluso...
Ma questo ve lo racconteremo nel prossimo post.




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domenica 24 settembre 2017

I CORTI: SIX SHOOTER, UN GUY RITCHIE ALLA GUINNESS

(Clicca sulla locandina per vedere il corto). 

Irlanda, 2004
27'
Regia: Martin McDonagh
Interpreti: Brendan Gleeson, Rúaidhrí Conroy, Aisling O'Sullivan, David Wilmot, Gary Lydon, Domhnall Gleeson.


Un uomo di mezza età (B. Gleeson) diventa vedovo.
Durante il viaggio in treno che lo porta dall'ospedale dove era ricoverata la moglie fino a casa, fa conoscenza con un giovane un po' matto da poco rimasto orfano.

Il tragitto si rivelerà pieno di imprevisti e colpi di scena...






Benché il Leone d'Oro conquistato da Guillermo del Toro con The Shape of Water alla recente Mostra del Cinema di Venezia sia stato indiscutibile, nessuno alla vigilia si sarebbe stupito se il massimo riconoscimento fosse andato a Three Billboards Outside Ebbing, Missouri.

Quello tra il regista messicano di Hellboy (e co-autore dell'adattamento della Trilogia de Lo Hobbit, non dimentichiamo) e il collega britannico Martin McDonagh è stato un testa-a-testa fino all'ultimo, ma alla fine il secondo si è dovuto accontentare di un premio secondario, per quanto strameritato: l'Osella per la migliore sceneggiatura.

In effetti, la scrittura è il punto di forza di questo cineasta d'Oltremanica molto attivo e apprezzato anche a teatro, tanto da essere stato definito dal New York Times addirittura "uno dei più importanti commediografi irlandesi viventi".

McDonagh è diventato famoso come regista del gangster movie In Bruges con Colin Farrell, Brendan Gleeson, Ralph Fiennes (3 nomine ai Golden Globe e una candidatura agli Oscar 2009 per migliore sceneggiatura originale) e si è poi confermato con 7 Psicopatici, pulp con Colin Farrell, Christopher Walken e Tom Waits.

Ma il suo folgorante esordio dietro la macchina da presa è stato con questo cortometraggio, che gli valse l'Oscar nella categoria nel 2006.
Girata su un vero treno in movimento, è una commedia grottesca che nel finale - la sparatoria che fa da climax - flirta con il cinema d'azione.

Ai tempi qualcuno lo definì "Ken Loach che incontra Quentin Tarantino".
Ma più del palmadorato regista inglese (lo scorso anno con I, Daniel Blake)) e dell'autore di Pulp Fiction e Django Unchained, a noi Six Shooter (il titolo fa riferimento ai revolver con 6 colpi) ha ricordato l'opera di un Guy Ritchie che la butta meno in caciara.

Il pezzo forte sono ovviamente i dialoghi, ricchi di giochi di parole e riferimenti alla cultura pop (ma la parlata stretta di Conroy è quasi inintelligibile!), e le interpretazioni degli attori, specie il massiccio Brendan Gleeson.

Occhio infine alla comparsata di Domhnall Gleeson - figlio di Brendan e noto come Generale Hux di Star Wars - Il Risveglio della Forza - nel ruolo del venditore di merendine.
Chissà che cosa direbbero il Leader Supremo Snoke e gli altri gerarchi del Primo Ordine se lo vedessero farsi mettere i piedi in testa dai clienti...




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mercoledì 29 marzo 2017

OSCAR 2017. SILENCE, PARLA SCORSESE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2016
161'
Regia: Martin Scorsese
Interpreti: Andrew Garfield, Adam Driver, Liam Neeson, Ciarán Hinds, Issei Ogata, Yōsuke Kubozuka, Tadanobu Asano, Shinya Tsukamoto, Yoshi Oida


Giappone, XVII secolo.
Gli shogun (la casta dominante,) stanno perseguendo i Cristiani presenti nel Paese, per la maggior parte contadini di villaggi remoti: li torturano e li obbligano ad abiurare, pena una morte lenta e tra mille tormenti (fisici e psicologici).

Due giovani gesuiti, padre Rodrigues (Garfield) e padre Garupe (Driver), decidono di andare a cercare il loro mentore, padre Ferreira (Neeson), del quale sanno poco o nulla.
È vero, come dicono, che abbia rinnegato la propria fede? È ancora vivo?

Affronteranno una realtà ancora più dura di quanto pensassero.






Il 24° lungometraggio di Martin Scorsese è la realizzazione di un progetto dalla gestazione pluridecennale: l'adattamento di un romanzo storico nipponico del 1966 scritto dal cattolico Shūsaku Endō (da molti considerato il Graham Greene del Sol Levante per affinità stilistiche, tematiche e biografiche).

In forma epistolare, in esso vengono trattati i tormenti di uomini che devono scegliere se venire meno alla propria fede e salvare vite umane (anche le proprie), oppure scegliere di essere coerenti e condannare di conseguenza altre persone al martirio e alla gloria di Dio.

Bella sfida per il cineasta italo-americano, che riguardo al Cattolicesimo ha sempre avuto un rapporto contrastato e ambivalente: in molte sue opere si sente una fascinazione per il sacro, per il bene; ma nello stesso tempo si avverte una presa di distanza e una posizione critica.

L'aver voluto presentare questa pellicola in anteprima ai Gesuiti e a Papa Francesco è forse segno, però, che certe rigidità e diffidenze sono venute meno e che si tratti di un ulteriore passo verso la riscoperta della propria fede.

Non sfugge il fatto che questa pare essere un'opera molto personale, pensata più per sé e per un pubblico che ha più dimestichezza di concetti quali "peccato", "colpa", "misericordia", "martirio", che per una platea più ampia.

Scarso il successo al botteghino, mentre la critica, più benevola, si è soffermata maggiormente sulla maestria registica, sulla splendida fotografia di Rodrigo Prieto ( Argo, The Wolf of Wall Street, The Audition) - non per niente candidata all'Oscar, ingiustamente unica nomination per la pellicola - , sulle scenografie e costumi dei sempre ottimi Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo (coppia da ben tre Oscar, di cui l'ultimo nel 2012), sul montaggio di Thelma Schoonmaker (Leone d'oro alla carriera a Venezia 2014), piuttosto che sulla storia in sé - decisamente drammatica.

Il fatto è che Silence è impegnativo e talmente ricco di temi da prestarsi a numerose letture: è un pugno nello stomaco che fa riflettere, che lascia mille interrogativi, mille dubbi sull'interpretazione di ciò che viene narrato - non propriamente un film d'intrattenimento, quindi.

A titolo di esempio, il personaggio di Kichijiro (il malpresissimo accompagnatore dei due giovani Gesuiti interpretato da Kubozuka, che era nel cast di Himizu, in concorso alla Mostra di Venezia 2011) - senza spoilerare nulla - è davvero un disgraziato da disprezzare? O è un uomo che, pur conscio dei propri (tanti) limiti, ciononostante (e forse proprio per questo) ha bisogno del conforto della fede?
Può essere ridotto a macchietta uno che si chiede umilmente "Dov'è il posto per un debole come me in un mondo come questo?", domanda che può fornire in fondo una delle chiavi di lettura per comprendere ciò che vuole esprimere il regista?

In realtà, nessuno dei personaggi principali è monodimensionale.
Affidarli ad attori che potessero coglierne le sfumature era pertanto una necessità.

Nella parte dei due giovani sono stati scelti due interpreti che sono tra i più apprezzati della loro generazione.

Andrew Garfield, oltre ai due The Amazing Spider-Man, si è fatto notare in The Social Network (nomina come non protagonista ai Golden Globe 2011) e, più recentemente, in La Battaglia di Hacksaw Ridge (presentato a Venezia 2016, gli è valso la seconda nomination ai Globes quest'anno e la candidatura ai recenti Academy Award come attore protagonista).
Offre una prova convincente e matura, riuscendo così a incarnare efficacemente i tormenti del suo personaggio.

Adam Driver, per molti, è l'odiato Kylo Ren di Star Wars: Il Risveglio della Forza, ma noi lo ricordiamo anche come vincitore della Coppa Volpi come miglior attore alla Mostra di Venezia nel 2014 per Hungry Heart di Saverio Costanzo.
Qui conferma le sue doti recitative.

Stesso riconoscimento lo aveva vinto anche Liam Neeson (nel 1996, per il Michael Collins di Neil Jordan che si era aggiudicato anche il Leone d'Oro).
Finalmente il divo irlandese si ricorda di essere un buon attore: tra un film d'azione e l'altro ci eravamo scordati delle sue 3 nomine ai globi d'oro e della candidatura all'Oscar (per Schindler's List).

Per quel che riguarda l'adeguato cast nipponico, se vi state chiedendo dove avete già visto Tadanobu Asano la risposta è... in Thor e Thor: The Dark World; Issei Ogata e Yoshi Oida sono attori noti in patria, mentre Shinya Tsukamoto è un regista famoso in Giappone per film di genere cyberpunk.

Ma ciò che più emerge nel film è il silenzio, che non è solo reso da una colonna sonora ridotta ai minimi termini, ma anche da un senso di attesa, di sospensione, che permea tutto il film.

Un silenzio che rappresenta il silenzio di Dio di fronte alle sofferenze dei suoi fedeli, ma non una Sua assenza: è il dolore e il pianto senza voce di un padre che vede i propri figli sofferenti a causa dei fratelli, una muta condivisione dei loro strazi e tormenti,

E in silenzio è l'atteggiamento nel quale mettersi per cercare di rispondere ai tanti interrogativi che il film di Scorsese pone.

Il Padre pronunciò una parola, che fu suo Figlio, e sempre la ripete in un eterno silenzio; perciò in silenzio essa deve essere ascoltata dall'anima. [San Giovanni della Croce]





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giovedì 12 gennaio 2017

ROGUE ONE: A STAR WARS STORY, IL PIANO PER TRAFUGARE I PIANI

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2016
133'
Regia: Gareth Edwards
Interpreti: Felicity Jones, Diego Luna, Ben Mendelsohn, Donnie Yen, Jiang Wen, Mads Mikkelsen, Riz Ahmed, Forest Withaker, Anthony Daniels, Ian McElhinney, Ben Daniels, James Earl Jones (voce nella versione originale).


Rogue One ("Rogue" vuol dire canaglia/furfante) è il nome di un'astronave dell'Impero requisita e ribattezzata così da ribelli decisi ad impossessarsi dei piani della Morte Nera, una terribile arma in grado di distruggere interi pianeti, per scoprirne il punto debole.

Dell'equipaggio fanno parte, tra gli altri, il dissidente senza troppi scrupoli Cassian Andor (Luna), il sardonico droide K-2SO, il pilota imperiale passato alla Resistenza Bodhi Rook (Ahmed), il monaco cieco Chirrut (Yen, specialista in arti marziali. Ricordate Ip Man?) e il gigante giallo Baze (Wen).

E soprattutto la giovane Jyn Erso (Jones, candidata agli Oscar 2015 come migliore attrice protagonista per La Teoria del Tutto).
Il padre, Galen Erso (Mikkelsen, già migliore attore a Cannes 2012), che la abbandona a malincuore da bambina, è un ingegnere che lavora alla costruzione della Morte Nera e che, tormentato dai rimorsi, fa trapelare i piani per distruggere l'arma.

A contrastare il commando, l'ambizioso direttore dei lavori (!) Krennic (Mendelsohn) e due vecchie - e cattive - conoscenze.

Bene, sono iniziati gli spin-off di Guerre Stellari: quelli della cosiddetta Star Wars Anthology.
Non aspettatevi novità sconvolgenti: le pellicole sono programmaticamente incanalate nel mondo creato da George Lucas e, più precisamente, saranno approfondimenti di storie già affrontate precedentemente.

Per esempio il secondo episodio, che uscirà fra un paio d'anni, racconterà la giovinezza di Han Solo e Lando Calrissian, che saranno interpretati rispettivamente da Alden Ehrenreich (quello di Twixt) e Donald Glover (quello della serie Community, ma visto anche in Sopravvissuto-The Martian).

Questo primo, Rogue One, è centrato invece sull'antefatto che porterà Luke Skywalker a neutralizzare la Morte Nera (vedi Una Nuova Speranza).






La continuità con la prima - in ordine di uscita al cinema - trilogia è lampante, così come sono smaccati i riferimenti.
Personaggi ricorrenti (alcuni riproposti tramite una computer grafica non molto sofisticata, a dire il vero), scene di combattimenti aerei che sembrano prese pari pari da quelle dell' Episodio IV: nonostante protagonisti nuovi e nuovi pianeti, c'è un senso di confortante dèja-vu, un che di familiare che piacerà soprattutto ai fan (qualcuno si è spinto a paragoni, un po' eccessivi, con L'Impero Colpisce Ancora).

Ma chi si è perso le puntate precedenti, non disperi: il film è costruito intelligentemente in modo tale da non essere poi così concatenato con gli altri - al contrario di quelli della Marvel, dove se te ne perdi uno, poi qualche difficoltà a cogliere i rimandi ce l'hai.
Si segue bene, fila liscio pur senza clamorosi colpi di scena, intrattiene con un buon ritmo: insomma, è gradevole e piacevole, senza violenza eccessiva o volgarità.

Insomma, il classico prodotto Disney: diligente, fatto bene e adatto alle famiglie.
Allo stesso tempo, se vogliamo vedere l'altro lato della medaglia, puntare su un immaginario consolidato senza sconvolgerlo è una mossa un po' furbetta e acchiappa-pubblico (come i risultati al botteghino stanno confermando).

Ciò che però caratterizza il nuovo corso "disneyano" è il forte risalto dato alla componente femminile.
Se nei film più vecchi la Principessa Leila interpretata dalla compianta Carrie Fisher aveva un ruolo quasi paritario rispetto a Luke Skywalker (Mark Hamill) e Han Solo (Harrison Ford), nella cosiddetta " trilogia prequel" la Regina Amidala (Natalie Portman) aveva assunto sì un ruolo importante, ma subordinato a quello di Anakin Skywalker.

Già con Il Risveglio della Forza, però avviene il ribaltamento che rimette in equilibrio le parti e porta il principale personaggio femminile - la Rey di Daisy Ridley - a diventare protagonista incontrastata dell'intera vicenda.

La tendenza continua appunto con Rogue One, ma senza una demarcazione precisa: come Rey, anche Jyn è intraprendente, coraggiosa, sveglia e in gamba, un maschiaccio che sa conservare la propria femminilità senza ostentarla.
Insomma, due personaggi piuttosto simili.

Ci aspettiamo sviluppi futuri sulla prima, mentre per quel che concerne la seconda possiamo aggiungere che la scelta della britannica (come la Ridley) Felicity Jones si è rivelata comunque... felice.

Se proprio vogliamo trovare un difetto evidente del film è che neanche stavolta si vedono... i subappaltatori della Morte Nera all'opera (per i non fan di Kevin Smith rimandiamo a questa scena presa da Clerks).
E se facessero uno spin-off anche su di loro?







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sabato 26 novembre 2016

I CORTI: THE FLASH-KILLER FROST, RITORNO A CENTRAL CITY

Danielle Panabaker e Kevin Smith sul set (clicca sulla foto per vedere il promo). 

USA, 2016
42'
Regia: Kevin Smith
Interpreti: Danielle Panabaker, Grant Gustin, Tom Felton, Tom Cavanagh, Jesse L. Martin, Carlos Valdes, Candice Patton, Greg Grunberg.


Salvando Flash (Gustin) dal malvagio Savitar, Caitlin (Panabaker) libera inavvertitamente i propri poteri, trasformandosi nella temibile Killer Frost.
Forte del proprio cambiamento, la ragazza parte alla caccia del misterioso Dr. Alchemy e rapisce Julian (Felton).
Toccherà proprio a Flash cercare di fermarla...

Se il precedente The Runaway Dinosaur era stato l'evento "fumettelevisivo" dell'anno, questo nuovo Killer Frost - episodio 3x07 della serie dedicata al velocista della DC Comics - è il seguito che non poteva tardare.

Kevin Smith, cineasta indipendente convertito al piccolo schermo, è tornato sul luogo del delitto annunciando urbi et orbi che ci sarebbe stata più azione rispetto all'altra volta, quando invece aveva prevalso un tono più intimo e riflessivo.

Così è stato: la storia inizia in medias res con una sequenza adrenalinica ricca di effetti speciali e prosegue a ritmo sostenuto, tra combattimenti accuratamente coreografati e improvvisi colpi di scena.
Si tratta del primo approccio del regista al genere thriller, fatta eccezione - forse - del mediocre Red State.

Tuttavia Smith non rinuncia all'introspezione psicologica, come dimostrano i vari confronti "a cuore aperto" tra i personaggi, in particolare quello tra Harrison (Cavanagh) e Joe (Martin) in auto e quello finale tra Barry e Caitlin nel tubo/prigione.






Ottima la prova recitativa dell'intero cast, di cui entra a far parte il massiccio Greg Grunberg, amico di Kevin (conducono insieme il programma televisivo Geeking Out) e già visto in Star Wars-Il Risveglio della Forza, dove impersonava uno dei piloti ribelli.

Merita una menzione d'onore la bellissima Danielle Panabaker, che offre un'interpretazione notevole per intensità e coinvolgimento emotivo: la sua Killer Frost - come il titolo esplicita - è la vera protagonista della vicenda, al punto da mettere un po' in ombra lo stesso Flash.

Resta da chiedersi: The Flash è diventato di culto perché Kevin Smith ne ha diretto due puntate oppure è Kevin Smith a essere tornato in auge perché adesso lavora a un prodotto di successo?

Per noi vale la prima ipotesi: per questo Killer Frost, anziché essere considerato semplicemente l'episodio di un serial televisivo, può essere approssimato ad un vero e proprio cortometraggio.

Aspettando il suo attesissimo cimento con Supergirl, serie "gemella" prodotta dalla stessa rete televisiva, è sempre un piacere ritrovare il regista alle prese con ciò che conosce meglio: il mondo dei fumetti (vedere anche il delizioso Cameo School).

Bentornato a Central City, Kev!




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giovedì 12 maggio 2016

CANNES 2016. IL RITORNO DEI FESTIVAL?

Il manifesto del 69° Festival di Cannes. 


Chissà se Gilles Jacob e Thierry Frémaux - rispettivamente Presidente e Direttore Generale del Festival di Cannes - hanno letto il nostro post di settembre dedicato all'obsolescenza delle grandi kermesse cinematografiche (lasciatecelo pensare, s'il vous plaît).

Fatto sta che dopo qualche annata veramente a ribasso, compresa quella scorsa, i due sono corsi ai ripari offrendoci un programma che - almeno sulla carta - è da leccarsi i baffi.

Scorrendo l'elenco dei film in concorso e non, quest'anno sembra essercene per tutti i gusti.

Si parte con l'immancabile Woody Allen, che apre i 10 giorni di proiezioni con la sua nuova commedia Café Society, prima collaborazione del regista di Magic in the Moonlight col nostro Vittorio Storaro, direttore di fotografia di capolavori come Apocalypse Now, L'Ultimo Imperatore e Dick Tracy.
Nel cast la prezzemolina da Croisette Kristen Stewart e il Jesse Eisenberg di Batman v Superman: Dawn of Justice.

Sempre fuori concorso segnaliamo un tris d'assi davvero notevole.

Il Gigante Gentile è il ritorno del grande Steven Spielberg al genere fantastico e il suo secondo film consecutivo con Mark Rylance dopo l'acclamato Il Ponte delle Spie, che pochi mesi fa ha portato l'attore inglese a vincere un Oscar tanto inaspettato quanto meritato.

In Money Monster rivedremo George Clooney nella doppia veste di protagonista e produttore.
Con Julia Roberts e l'emergente Jack O'Connell al suo fianco, e Jodie Foster dietro la cinepresa, il superdivo ci presenta un thriller che sembra essere molto critico nei confronti del mezzo televisivo e del mondo della finanza.

The Nice Guys rappresenta invece l'anima scanzonata della rassegna: lo sceneggiatore battutaro per eccellenza Shane Black (Arma Letale, L'Ultimo Boy Scout) dirige la strana coppia formata da Russell Crowe e Ryan Gosling - con la Kim Basinger di Batman come terza incomoda - in una commedia thriller che probabilmente strapperà più di una risata.

Nelle sezioni cosiddette collaterali troviamo le uniche pellicole italiane presenti quest'anno in Costa Azzurra: l' anno scorso solo in concorso ce n'erano addirittura tre - Youth-La Giovinezza di Paolo Sorrentino, Mia Madre di Nanni Moretti e Il Racconto dei Racconti di Matteo Garrone.

Sono:
il drammatico Pericle Il Nero di Stefano Mordini con Riccardo Scamarcio, tratto dall'omonimo romanzo di Giuseppe Ferrandino;
il documentario L'Ultima Spiaggia di Thanos Anastopoulous e Davide Del Degan, storia di un muro che in uno stabilimento balneare triestino ancora divide gli uomini dalle donne;
La Pazza Gioia di Paolo Virzì, che narra di un'amicizia al femminile tra due pazienti psichiatriche (che sono poi la moglie del regista, Micaela Ramazzotti, e la sorella dell'ex Première Dame Carla Bruni, Valeria Bruni Tedeschi);
Fiore di Claudio Giovannesi, racconto di un amore in un carcere minorile;
Fai Bei Sogni di Marco Bellocchio, dalla celeberrima opera di Massimo Gramellini.

Per la Selezione Ufficiale in molti casi si è preferito andare sull'usato sicuro: dagli allegrissimi (sarcasmo) fratelli belgi Dardenne al canadese Xavier Dolan, dal coreano Park Chan-Wook all'idolo di casa Olivier Assayas, sono ben pochi i nomi nuovi di quest'edizione.

Tra le vecchie glorie del fronte europeo si segnalano: l'olandese errante Paul Verhoeven (quello di Robocop), che presenta un thriller psicologico probabilmente molto crudo; l'inglese impegnato Ken Loach, che affronta il tema - purtroppo attualissimo - dei nuovi poveri; il danese trucido Nicolas Winding Refn, in affanno nel dimostrare al mondo che Drive non è stato un caso fortuito.

Ben rappresentato il cinema made in USA: tra l'inglese Andrea Arnold in trasferta Oltreoceano (alla presenza della quale avevamo assistito all'anteprima di Wuthering Heights, ricordate?) e il versatile Sean Penn tornato dietro la cinepresa per dirigere Charlize Theron (reduce dai fasti di Mad Max: Fury Road), un occhio particolare lo potrebbe meritare Jeff Nichols.

Il giovane regista dell'Arkansas è uno dei più emergenti talenti della propria generazione: basti rivedere Take Shelter e Mud per farsi un'idea.
Nel drammatico Loving sarà come sempre coadiuvato dal suo attore-feticcio Michael Shannon, che i nostri lettori ricorderanno per Bug e che recentemente abbiamo rivisto - ma era proprio lui o un manichino? - nel succitato Batman v Superman.

Dulcis in fundo, la doppia partecipazione di Jim Jarmusch.
Il cineasta indipendente amico di Joe Strummer presenta in concorso Patterson, con protagonista Adam Driver (il cattivo di Star Wars-Il Risveglio della Forza che aveva vinto la Coppa Volpi a Venezia 2014), e nelle proiezioni notturne Gimme Danger, "rockdocumentario" su Iggy Pop e gli Stooges, i padrini del garage-punk.

La Giuria capitanata da quella vecchia volpe australiana di George Miller (altra scelta geniale!) ha di che lavorare quest'anno.
E se riuscisse a salvare quegli agonizzanti eventi chiamati festival del cinema?

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lunedì 21 marzo 2016

OSCAR 2016. MAD MAX: FURY ROAD, NELLA TESTA DI GEORGE MILLER

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

Australia/USA, 2015
120'
Regia: George Miller
Interpreti: Tom Hardy, Charlize Theron, Nicholas Hoult, Hugh Keays-Byrne, Josh Helman, Rosie Huntington-Whiteley, Zoë Kravitz, Megan Gale, iOTA.


Fury Road è la strada che attraversa un arido deserto di sabbia che si estende a perdita d'occhio.
Al suo termine c'è la Cittadella, l'unico posto dove sopravvive un po' di vegetazione.

La Cittadella è controllata da Immortan (sic) Joe (Keays-Byrne), che ha a sua disposizione - oltre ad acqua, cibo, mezzi di trasporto - un esercito di Figli della Guerra che hanno costante bisogno di trasfusioni da persone sane e un harem personale di belle ragazze da ingravidare.

Un giorno una di queste, l'intrepida Furiosa (Theron), si impossessa di un'autocisterna e cerca di scappare con le sue giovani compagne.

Ad aiutarla nella fuga, un ragazzo malato della Cittadella (Hoult) e soprattutto un prigioniero costretto a fare da sacca di sangue vivente: Max "Mad Max" Rockatansky (Hardy), uomo in cerca di redenzione dopo la morte dei propri familiari.

Nella testa del settantunenne regista australiano George Miller ci deve essere un bel guazzabuglio di idee.

L'autore di pellicole quali la commedia nera Le Streghe di Eastwick (1987), il drammatico L'Olio di Lorenzo (1992) e i buffi e divertenti Babe, Maialino Coraggioso (1995. Non lo ha diretto, ma solo sceneggiato e prodotto), Babe Va in Città (1998), Happy Feet (2006, Oscar come miglior film d'animazione), Happy Feet 2 (2011), è infatti lo stesso che, con i primi tre film della saga dedicata a Mad Max, era riuscito a re-inventare la fantascienza immettendovi forti dosi di ritmo forsennato (con un montaggio velocissimo), aggressività, violenza e pessimismo.

Trent'anni dopo Mad Max-Oltre la Sfera del Tuono (1985), che era l'ultimo della serie - gli altri sono il capostipite Interceptor del 1979 e Interceptor-Il Guerriero della Strada del 1981 - il buon Miller decide di rimettersi nuovamente in gioco.

Non proponendo un semplice reboot - cioè, un riscrivere le origini di un personaggio utilizzando però un canovaccio facilmente riconoscibile dai fan - ma re-inventando il mondo che lo aveva reso celebre, pur restando fedele al proprio stile e senza disdegnare, qua e là, citazioni dai suoi lavori precedenti.

La gestazione di Mad Max: Fury Road è stata piuttosto lunga: l'idea era venuta al nostro George circa dodici anni fa, ma problemi produttivi e organizzativi di varia natura - tra i quali la defezione di Mel Gibson - hanno finito per posticiparne la realizzazione.

Visti però i risultati, l'attesa è stata ben ripagata: la presentazione a Cannes 2015 (l'anteprima era però avvenuta a Hollywood qualche giorno prima) è stata un tripudio, così come la risposta del pubblico e della critica, culminata con ben 10 nomination agli Oscar: per film, regia e tutti i premi tecnici (fotografia, montaggio, sonoro, montaggio sonoro, scenografia, costumi, trucco & parrucco, effetti speciali).

Queste 10 nomine si sono infine concretizzate in ben 6 Oscar - tutti quelli delle categorie tecniche, tranne effetti speciali e fotografia - che ne hanno fatto quasi il vincitore morale (si veda il nostro post precedente), specie considerando che Revenant-Redivivo ne ha vinti solo 3 e che Il Caso Spotlight - miglior film, a sorpresa - si è addirittura fermato a 2.

Non male per una pellicola dove ciò che conta non è tanto la trama o i dialoghi o un discorso "alto" da veicolare; bensì l'azione, la velocità, le immagini - splendide, tra l'altro: complimenti al direttore di fotografia John Seale, che si è ritirato dalla pensione per lavorare a quest'opera!

La visionarietà di George Miller è in effetti notevole e deve molto all'immaginario heavy metal e steampunk, coi colori che passano dal livido al vivido senza tante sfumature.

Questo stile raggiunge il culmine nelle scene di inseguimento: pensate ad un western tipo Ombre Rosse.
Con moto, camion, auto corazzate, alte pertiche alle quali sono appesi uomini armati, guerrieri dipinti di bianco e un mostruoso chitarrista metal che - sospeso con corde elastiche su un gigantesco palco mobile - suona una chitarra elettrica che lancia fiamme (personaggio geniale incarnato dal musicista australiano iOTA).

Grazie all'apporto di acrobati del Cirque du Soleil, di atleti olimpici, di stuntmen e di pochissimi effetti speciali digitali, la coreografia e lo spettacolo sono garantiti a livelli di altissima professionalità e spettacolarità.

Il ritmo è incalzante e degno del William Friedkin di Il Braccio Violento della Legge, Vivere e Morire a Los Angeles e Jade.

Per quel che riguarda gli attori, Tom Hardy - nonostante alcuni dissidi col regista (dei quali comunque si è pentito) - si cala molto bene nel ruolo del protagonista, tanto da non far rimpiangere troppo Mel Gibson, che lo aveva personificato nelle tre pellicole precedenti.
C'è anche da dire che il Mad Max dell'inglese sembra un altro personaggio rispetto a quello dell'australiano d'adozione: d'altra parte era proprio l'intento di Miller quello di re-inventare la saga, a partire dal suo eroe.

Poi c'è Charlize Theron.
La sudafricana si inserisce a pieno titolo nel novero delle attrici in grado di essere credibili nella parte di eroine di action movie di fantascienza, in compagnia della Sigourney Weaver di Alien, della Linda Hamilton di Terminator e, più recentemente, della Jennifer Lawrence di The Hunger Games e della Daisy Ridley di Star Wars-Il Risveglio della Forza.

Rasata e senza un braccio, perde qualcosa della sua leggendaria bellezza; ciononostante riesce a rubare la scena a tutti con grinta e personalità, risultando il vero motore dell'azione.
La mancata candidatura agli Oscar per la sua prova è una nota stonata, ma il tempo saprà essere galantuomo con lei.

Detto questo, Mad Max: Fury Road è soprattutto un trionfo per il regista; che lo ha pensato nei minimi dettagli, ci ha creduto, ci ha messo se stesso, il suo entusiasmo, la sua esperienza.

"Non sei in un film, sei nella testa di George", ha sentenziato Hardy in un'intervista.

Volenti o nolenti, siamo finiti veramente nella testa di George Miller!
E abbiamo visto cose mirabolanti.

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domenica 28 febbraio 2016

OSCAR 2016. LE NOSTRE PREVISIONI



2015: 20.
2014: 23.
2013: 17.
2012: 21.

Cosa rappresentano questi numeri?
Sono le previsioni sugli Oscar che la redazione di CINEMA A BOMBA! ha azzeccato nelle edizioni dell'Academy Award che ha seguito.

Considerando che le categorie sono 24 (comprese quelle più imprevedibili dei migliori documentari e cortometraggi), si può dire che abbiamo ottenuto degli ottimi risultati.

Speriamo che anche quest'anno ci riservi delle soddisfazioni, sebbene i pronostici non siano mai semplici.

Qui di seguito riportiamo tutti i nominati e chi, a nostro avviso, uscirà vincitore dalla notte più magica del cinema.

Allora, secondo voi, come andrà a finire?


MIGLIOR FILM


La grande scommessa (The Big Short), regia di Adam McKay


Il ponte delle spie (Bridge of Spies), regia di Steven Spielberg


Brooklyn, regia di John Crowley


Mad Max: Fury Road, regia di George Miller - ANG


Sopravvissuto - The Martian (The Martian), regia di Ridley Scott


Revenant - Redivivo (The Revenant), regia di Alejandro González Iñárritu - FE, FRA


Room, regia di Lenny Abrahamson


Il caso Spotlight (Spotlight), regia di Tom McCarthy


MIGLIOR REGIA
Lenny Abrahamson - Room
Alejandro González Iñárritu – Revenant - Redivivo (The Revenant) - FRA, ANG
Tom McCarthy – Il caso Spotlight (Spotlight)
Adam McKay - La grande scommessa (The Big Short)
George Miller – Mad Max: Fury Road - FE


MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA
Bryan Cranston – L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo (Trumbo)
Matt Damon – Sopravvissuto - The Martian (The Martian)
Leonardo DiCaprio – Revenant - Redivivo (The Revenant) - FE, FRA, ANG
Michael Fassbender – Steve Jobs
Eddie Redmayne – The Danish Girl


MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA
Cate Blanchett – Carol
Brie Larson – Room - FE, FRA
Jennifer Lawrence – Joy
Charlotte Rampling - 45 anni (45 Years) - ANG
Saoirse Ronan – Brooklyn


MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA
Christian Bale – La grande scommessa (The Big Short)
Tom Hardy - Revenant - Redivivo (The Revenant)
Mark Ruffalo - Il caso Spotlight (Spotlight)
Mark Rylance – Il ponte delle spie (Bridge of Spies) - ANG
Sylvester Stallone – Creed - Nato per combattere (Creed) - FE, FRA


MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA
Jennifer Jason Leigh – The Hateful Eight
Rooney Mara – Carol
Rachel McAdams - Il caso Spotlight (Spotlight) - ANG
Alicia Vikander – The Danish Girl - FRA
Kate Winslet – Steve Jobs - FE


MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE
Anomalisa, regia di Charlie Kaufman
Il bambino che scoprì il mondo (Boy & The World), regia di Alê Abreu
Inside Out, regia di Pete Docter e Ronnie del Carmen - FE, FRA
Shaun, vita da pecora - Il film (Shaun the Sheep Movie), regia di Mark Burton e Richard Starzak - ANG
Quando c'era Marnie (思い出のマーニー Omoide no Mānī?), regia di Hiromasa Yonebayashi


MIGLIOR FILM STRANIERO
El abrazo de la serpiente, regia di Ciro Guerra (Colombia) - ANG
Mustang, regia di Deniz Gamze Ergüven (Francia)
Il figlio di Saul (Salu fia), regia di László Nemes (Ungheria) - FE, FRA
Theeb, regia di Naji Abu Nowar (Giordania)
A War, regia di Tobias Lindholm (Danimarca)


MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE
Matt Charman, Joel ed Ethan Coen - Il ponte delle spie (Bridge of Spies)
Alex Garland - Ex Machina - ANG
Josh Cooley, Ronnie del Carmen, Pete Docter e Meg LeFauve - Inside Out
Tom McCarthy, Josh Singer – Il caso Spotlight (Spotlight) - FE, FRA
Andrea Berloff, Jonathan Herman, S. Leight Savidge e Alan Wenkus - Straight Outta Compton


MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
Charles Randolph e Adam McKay – La grande scommessa (The Big Short) - FE, FRA
Nick Hornby - Brooklyn
Phyllis Nagy - Carol - ANG
Drew Goddard - Sopravvissuto - The Martian (The Martian)
Emma Donoghue – Room


MIGLIOR COLONNA SONORA
Thomas Newman - Il ponte delle spie (Bridge Of Spies)
Carter Burwell – Carol
Ennio Morricone – The Hateful Eight - FE, FRA, ANG
Jóhann Jóhannsson - Sicario
John Williams - Star Wars: Il risveglio della Forza (Star Wars: The Force Awakens)


MIGLIOR CANZONE
Earned It (Abel Tesfaye, Ahmad Balshe, Jason Daheala Quenneville e Stephan Moccio) - Cinquanta sfumature di grigio (Fifty Shades of Grey) - ANG
Manta Ray (J. Ralph e Antony Hegarty) - Racing Extinction
Simple Song#3 (David Lang) – Youth - La Giovinezza (Youth)
Til It Happens to You (Diane Warren e Lady Gaga) - The Hunting Ground - FRA
Writing's on the Wall (Sam Smith, Jimmy Napes) – Spectre - FE


MIGLIOR FOTOGRAFIA
Ed Lachman - Carol
Robert Richardson - The Hateful Eight
John Seale - Mad Max: Fury Road - ANG
Emmanuel Lubezki - Revenant - Redivivo (The Revenant) - FE, FRA
Roger Deakins - Sicario


MIGLIOR SCENOGRAFIA
Rena DeAngelo, Bernhard Henrich e Adam Stockhausen - Il ponte delle spie (Bridge of Spies) - ANG
Michael Standish e Eve Stewart - The Danish Girl
Colin Gibson e Lisa Thompson - Mad Max: Fury Road - FE
Celia Bobak e Arthur Max - Sopravvissuto - The Martian (The Martian)
Jack Fisk e Hamish Purdy - Revenant - Redivivo (The Revenant) - FRA


MIGLIOR MONTAGGIO
Hank Corwin - La grande scommessa (The Big Short) - FE
Margaret Sixel - Mad Max: Fury Road - FRA
Stephen Mirrione - Revenant - Redivivo (The Revenant) - ANG
Tom McArdle - Il caso Spotlight (Spotlight)
Maryann Brandon e Mary Jo Markey - Star Wars: Il Risveglio della Forza (Star Wars: The Force Awakens)


MIGLIORI EFFETTI SPECIALI
Mark Williams Ardington, Sara Bennett, Paul Norris e Andrew Whitehurst - Ex Machina
Andrew Jackson, Dan Oliver, Andy Williams e Tom Wood - Mad Max: Fury Road - ANG
Anders Langlands, Chris Lawrence, Richard Stammers e Steven Warner - Sopravvissuto - The Martian (The Martian)
Richard McBride, Matt Shumway, Jason Smith e Cameron Waldbauer - Revenant - Redivivo (The Revenant)
Chris Corbould, Roger Guyett, Paul Kavanagh e Neal Scanlan - Star Wars: Il risveglio della Forza (Star Wars: The Force Awakens) - FE, FRA


MIGLIOR SONORO
Andy Nelson, Gary Rydstrom e Drew Kunin - Il ponte delle spie (Bridge of Spies)
Chris Jenkins, Gregg Rudloff e Ben Osmo - Mad Max: Fury Road - FRA
Andy Nelson, Christopher Scarabosio e Stuart Wilson - Star Wars: Il risveglio della Forza (Star Wars: The Force Awakens) - ANG
Paul Massey]], Mark Taylor e Mac Ruth - Sopravvissuto - The Martian (The Martian)
Jon Taylor, Frank A. Montaño, Randy Thom e Chris Duesterdiek - Revenant - Redivivo (The Revenant) - FE


MIGLIOR MONTAGGIO SONORO
Mark Mangini e David White - Mad Max: Fury Road - FE
Alan Robert Murray - Sicario
Matthew Wood e David Acord - Star Wars: Il risveglio della Forza (Star Wars: The Force Awakens)
Oliver Tarney - Sopravvissuto - The Martian (The Martian)
Martin Hernandez e Lon Bender - Revenant - Redivivo (The Revenant) - FRA, ANG


MIGLIORI COSTUMI
Sandy Powell - Carol - FRA
Sandy Powell - Cenerentola (Cinderella) - FE
Paco Delgado - The Danish Girl
Jenny Beavan - Mad Max: Fury Road - ANG
Jacqueline West - Revenant - Redivivo (The Revenant)


MIGLIOR TRUCCO E ACCONCIATURA
Lesley Vanderwalt, Elka Wardega e Damian Martin - Mad Max: Fury Road - FRA
Love Larson e Eva Von Bahr - Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve (Hundraåringen som klev ut genom fönstret och försvann)
Sian Grigg, Duncan Jarman e Robert A. Pandini - Revenant - Redivivo (The Revenant) - FE, ANG


MIGLIOR DOCUMENTARIO
Amy, regia di Asif Kapadia - FRA
Cartel Land, regia di Matthew Heineman - ANG
The Look of Silence, regia di Joshua Oppenheimer - FE
What Happened, Miss Simone?, regia di Liz Garbus
Winter on Fire: Ukraine's Fight for Freedom, regia di Evgeny Afineevsky


MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DOCUMENTARIO
Body Team 12 - regia di David Darg e Bryn Mooser - FRA
Chau, Beyond The Lines - regia di Courtney Marsh e Jerry France
Claude Lenzmann: Spectres Of The Shoah - regia di Adam Benzine
A Girl In The River: The Price Of Forgiveness - regia di Sharmeen Obaid-Chinoy - ANG
Last Day Of Freedom - regia di Dee Hibert e Jones Nomi Talisman - FE


MIGLIOR CORTOMETRAGGIO
Ave Maria, regia di Basil Khalil
Day One, regia di Henry Hughes
Alles Wird Gut-Everything Will Be Ok, regia di Patrick Vollrath - ANG
Shok, regia di Jamie Donoughue - FRA
Stutterer, regia di Benjamin Cleary e Serena Armitage - FE


MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DI ANIMAZIONE
Bear Story, regia di Gabriel Osorio Vargas - FRA
Prologue, regia di Richard Williams
Sanjay's Super Team, regia di Sanjay Patel
We can't Live Without Cosmos, regia di Konstantin Bronzit - ANG
World of Tomorrow, regia di Don Hertzfeldt - FE

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