CINEMA A BOMBA!

mercoledì 18 marzo 2026

OSCAR 2026. UNA BATTAGLIA DOPO L'ALTRA NEL MONDO IN GUERRA

(Dall'alto: P.T. Anderson; Jessie Buckley; Sean Penn).  


Chi ha vinto gli Oscar 2026?

Qualcuno potrebbe dire Paul Thomas Anderson.

L'autore "artigiano" di Magnolia, Il Petroliere, The Master e Il Filo Nascosto ha visto finalmente certificato il suo status di grande del cinema.
La giusta consacrazione per questo cineasta non di nicchia, ma lontano dalle logiche commerciali hollywoodiane, non dissimile in questo dai suoi colleghi Christopher Nolan e Guillermo del Toro.

Il suo Una Battaglia dopo l'Altra, film politico d'azione con risvolti di commedia, ha sbaragliato nettamente la concorrenza accaparrandosi 6 statuette: miglior film, regia, sceneggiatura non originale, attore non protagonista, montaggio e - categoria introdotta quest'anno - casting.

Qualcuno potrebbe dire il succitato Guillermo del Toro.

Il suo Frankenstein ha trionfato nelle categorie tecniche, dimostrandosi un adattamento decisamente accattivante del celebre e sfruttatissimo romanzo di Mary Shelley.
Esito tutt'altro che scontato.

Qualcuno potrebbe dire Michael B. Jordan.

L'antagonista di Black Panther ha sbaragliato la concorrenza di colleghi più accreditati di lui.
Tra questi il grande sconfitto della serata, Timothée Chalamet, che ha di certo pagato sovraesposizione mediatica e dichiarazioni infelici (festeggeranno i cultori di opera e balletto, ma non quelli del ping pong: Marty Supreme è tornato a casa a mani vuote).

I Peccatori - omaggio al cinema blaxploitation degli anni 70 che unisce arditamente horror e musical - si presentava con un numero record di candidature (16!), concretizzatesi però solo con quattro riconoscimenti, comunque piuttosto pesanti (tra questi: miglior attore protagonista, appunto, e migliore sceneggiatura originale per il regista Ryan Coogler).

Qualcuno potrebbe dire Jessie Buckley, la prima irlandese ad affermarsi come migliore attrice, che ha convinto tutti con il commovente Hamnet della regista di Nomadland Chloé Zhao.

Oppure la sottovalutata Amy Madigan, che ricordiamo al fianco di Kevin Costner in L'Uomo dei Sogni e che ora non è più soltanto "la moglie di Ed Harris", bensì l'onorevole vincitrice di un Oscar da non protagonista (e per un horror, per di più!).

Qualcun'altro potrebbe dire KPop Demon Hunters, prodotto Netflix che con le statuette per migliore film di animazione e migliore canzone attesta la crisi nera della Disney, un tempo padrona incontrastata delle due categorie.

A proposito di musiche, ancora una sconfitta per la pluricandidata Diane Warren (la settima di fila e diciasettesima in totale!).
Continua a comporre, cara Diane: arriverà finalmente il tuo momento... prima o poi.

C'è stata gloria anche per Sentimental Value, drammone nordico che ha avuto la meglio come miglior film internazionale.
E dire che la concorrenza era spietata: il brasiliano L'Agente Segreto, Golden Globe nella stessa categoria; l'iraniano Un Semplice Incidente, Palma d'Oro a Cannes; il tunisino/palestinese La Voce di Hind Rajab, Gran Premio della Giuria a Venezia.

Insomma, nella Notte delle Stelle, ci sono stati tanti vincitori.
Ma permetteteci di affermare che il vero trionfatore di questa edizione è stato... Sean Penn.

Poteva essere una serata storica per lui, che aggiudicandosi il titolo di miglior attore non protagonista per il ruolo di un fanatico generale in Una Battaglia dopo l'Altra è entrato nel ristrettissimo novero di coloro che sono riusciti a vincere tre Oscar, in compagnia di Walter Brennan, Jack Nicholson e Daniel Day-Lewis.

Ma il divo di Dead Man Walking e Mystic River non si è presentato a ritirare la statuetta.

La sua assenza si è fatta notare e ha fatto discutere, ma sapete cosa stava facendo mentre il mondo del cinema si autocelebrava tra luci e paillettes?
Era diretto a Kiyv per incontrare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, attore anch'egli in un tempo che sembra ormai remoto...

Il mondo sta bruciando, gli Stati Uniti sono una potenza in rapido declino e mai come in questo periodo l'Academy si è dimostrata tanto afona e autoreferenziale.
Pochissimi i cenni all'attualità nei discorsi di ringraziamento dei premiati o di presentazione dei premi - solo lo spagnolo Javier Bardem ha preso posizione sul palco contro le guerre e a favore di una Palestina libera, ma è rimasto isolato.

Ecco che l'assenza di Penn ha squarciato così il velo dell'ipocrisia di un mondo che si riempie tanto la bocca di parole quali diritti, libertà, inclusione, ma che nella sostanza non ha il coraggio di affrontare a viso aperto il potente di turno o di intraprendere azioni concrete per portare avanti le proprie battaglie.

L'attore, con questo gesto, non solo ha manifestato solidarietà al capo di stato di una nazione in guerra bistrattato ingiustamente dallo stesso presidente USA, ma ha anche messo a nudo la vacuità, l'inutilità, l'irrilevanza di Hollywood di fronte ai drammatici problemi del mondo attuale.

Grazie anche a questo premio (meritato), il vero protagonista di questa edizione è stato lui.


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martedì 9 settembre 2025

VENEZIA 2025. MA IL CORAGGIO DOV'È?

(Dall'alto: Jim Jarmusch con la Palma d'Oro; la regista Kawthar ibn Haniyya mentre mostra la foto della piccola Hind Rajab; Werner Herzog premiato alla carriera dal collega Francis Ford Coppola)


Alla fine, il Leone d'Oro della 82a Mostra del Cinema di Venezia è andato a Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch (qui trovate l'elenco completo dei vincitori).

L'autore di Daunbailò, Mystery Train e The Limits of Control ha realizzato una dramedy in 3 atti girata tra New Jersey, Dublino e Parigi, che ha conquistato la Giuria capitanata dal collega Alexander Payne (quello di The Descendants, Golden Globe nel 2012).

Un cineasta americano indie che premia un cineasta americano indie... non sembra proprio essere una coincidenza, considerando che anche il Leone d'Argento per la miglior regia è stato assegnato ad un cineasta americano indie (Benny Sadfie per The Smashing Machine).

A farne sostanzialmente le spese è stata la pellicola favorita alla vigilia: Ṣawt al-Hind Rajab (letteralmente: "la voce di Hind Rajab") della regista tunisina Kawthar ibn Haniyya, che documenta l'omicidio di una bambina palestinese di 5 anni da parte dell'esercito israeliano nei primi mesi dell'invasione della Striscia di Gaza.

Un'opera forte, che si avvale della registrazione originale della bimba quando - intrappolata in auto con la cugina - chiamò gli operatori della Croce Rossa, che non poterono però far nulla per impedire l'uccisione della piccola e della sua intera famiglia (papà, mamma e tre fratelli).
Al film è andato il Gran Premio della Giuria: un po' poco.

Possono invece ritenersi soddisfatti i padroni di casa: l'Italia ha ottenuto ben 2 riconoscimenti, la Coppa Volpi al solito Toni Servillo (con La Grazia, del solito Paolo Sorrentino) e il Premio speciale della Giuria per Sotto le Nuvole di Gianfranco Rosi (documentarista che aveva già vinto il Leone d'Oro nel 2013, come ricorderete).

Tornano in patria con le pive nel sacco tanto Jay Kelly (con l'inedito duetto tra George Clooney e Adam Sandler) quanto Il Mago del Cremlino di Olivier Assayas (con un sulfureo Jude Law in versione Vladimir Putin), ma soprattutto due pellicole che avevano raccolto i favori della critica.

Guillermo del Toro col suo Frankenstein e l'acclamatissima Kathryn Bigelow con l'apocalittico A House of Dynamite sono i grandi delusi della kermesse, ma chissà che non si prendano una rivincita ai prossimi Oscar.

In definitiva, questa edizione della Mostra verrà ricordata per le scelte non esattamente felici della Giuria e per le polemiche da esse scaturite, con i contestatori che ora accusano Payne e compagnia - tra i giurati anche l'italiana Maura Delpero - di non aver avuto il fegato di condannare Israele.

Qualcuno dirà che non vanno messe insieme arte e politica; d'accordo, ma arte e coraggio sì.
E quest'ultimo davvero non si è visto.


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venerdì 11 aprile 2025

I CLASSICI: HELLBOY, DAL MIO PORTALE... SCATENATO È L'INFERNO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2004
122'
Regia: Guillermo del Toro
Interpreti: Ron Perlman, Selma Blair, Jeffrey Tambor, Doug Jones, John Hurt, Mike Mignola (non accreditato).


Alla fine della seconda guerra mondiale, un piccolo diavoletto rosso arriva nella nostra dimensione attraverso un portale.
Cresciuto dall'amorevole Dott. Broom (Hurt), da adulto è diventato il nerboruto Hellboy (Perlman).

Il nostro guida adesso una squadra segreta di superesseri - composta anche dall'insicura piromante Liz (Blair) e dal riflessivo anfibio Abe (Jones) - che combatte contro le forze del male al servizio del malvagio Rasuptin...


Il 2024 è stato pieno di anniversari: Godzilla ha compiuto 70 anni, le Tartarughe Ninja e il loro amico coniglio Usagi 40 anni... e anche Hellboy ha festeggiato il proprio trentennale!

Creato nel 1994 dal fumettista Mike Mignola (che qui fa un cammeo blink-and-you-miss-it vestito da cavaliere medioevale), il massiccio antieroe rosso deve buona parte del proprio successo ai due adattamenti cinematografici realizzati da Guillermo del Toro, il primo dei quali uscì un ventennio fa in occasione del decennale del personaggio.

Il cinesta messicano due volte premio Oscar dà ampio sfogo alla fantasia tirando fuori tutte le armi del proprio arsenale, creando visivamente un universo fantastico ricco di dettagli, invenzioni, trucchi ed effetti speciali notevoli anche per i tempi.

Il risultato è un'opera diversa da qualsiasi altra pellicola fumetto-derivata di quegli anni, merito anche dei valenti contributi tecnici e di un cast scelto con intelligenza.
Oltre al protagonista Perlman (lo ritroveremo in Drive), perfetto per il ruolo, si distinguono la Blair di Dark Horse e il vecchio Hurt de La Talpa.

Discorso a parte merita il mimo e stand-in Doug Jones (che poi avrebbe interpretato Silver Surfer nel secondo film dei Fantastici Quattro): il suo personaggio è di fatto il prototipo dell'essere acquatico di The Shape of Water, con cui proprio del Toro trionferà agli Oscar 14 anni dopo.

Questo lungometraggio ha avuto un seguito - di nuovo realizzato da GdT - che alcuni considerano migliore dell'originale (un giorno forse recensiremo anche quello) e due sfortunati reboot: il primo, uscito nel 2019, si è rivelato un fiasco di pubblico e critica; il secondo è stato distribuito l'anno scorso nell'indifferenza generale.

I fan possono consolarsi riguardando il primo Hellboy: non solo un riuscito adattamento del fumetto omonimo, ma anche uno dei migliori e più godibili film supereroistici di sempre.


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giovedì 12 gennaio 2023

GOLDEN GLOBE 2023. PREMIO CINEMATOGRAFICO DI RIPRESA E RESILIENZA

Steven Spielberg con i suoi 2 Globi. 



Dopo gli scandali e la crisi di identità degli ultimi anni, i Golden Globe hanno provato quest'anno a risalire la china.

Molte le star che hanno sfilato sul tappeto rosso, molti i flash, molte le polemiche che ci sono state (una su tutte: l'assenza di Brendan Fraser, pur candidato come miglior attore in un ruolo drammatico)...

Insomma, si è ricominciato a parlare della manifestazione organizzata dalla Hollywood Foreign Press Association dopo la sordina alle scorse edizioni.

E si è ricominciato a parlare di cinema: in un periodo in cui - a parte il fenomeno Avatar-La Via dell'Acqua (nessun premio) e i soliti cinefumettoni Marvel (contentino a Black Panther-Wakanda Forever con Angela Bassett migliore attrice non protagonista) - i film "da sala" non hanno più quel richiamo che avevano una volta, questa è già una buona notizia.

Merito anche del palmarès di quest'anno (vedi qui): tra gli insigniti, volti e nomi noti, emergenti, recuperati, apprezzati dalla critica, rassicuranti anche per i guardiani del politicamente corretto.

Il primo nome che salta agli occhi è quello di Steven Spielberg: il celeberrimo regista di innumerevoli capolavori (citiamo qui, volutamente, alcuni di quelli meno celebri e vi invitiamo a riscoprirli tramite i nostri precedenti post: Le avventure di Tintin, Lincoln, Il Ponte delle spie, Ready Player One), ad un solo anno dalla vittoria della sua versione di West Side Story ( miglior musical) questa volta si aggiudica i riconoscimenti per il miglior film drammatico e la migliore regia per The Fabelmans.

Un altro nome è quello di Guillermo del Toro: la sua versione di Pinocchio è stata votata come migliore pellicola di animazione, battendo la concorrenza dei colossi targati Disney.

Una vittoria meno banale di quanto sembri.

Ma tra i trionfatori c'è stato anche una persona che non ha ricevuto neppure un premio: Alberto Barbera.

Il direttore della Mostra del Cinema di Venezia può vantarsi però del fatto che, tra le 14 categorie cinematografiche dell'evento, ben 5 sono state vinte da film presentati in anteprima al Lido: un colpaccio, sia per il lustro della kermesse lagunare che per il cinema d'autore tout court.

E non categorie di secondo piano: The Banshees of Inisherin di Martin McDonagh (che nel 2018 aveva sbancato i Golden Globe con Tre Manifesti a Ebbing, Missouri) ha conquistato le statuette per la migliore commedia, il miglior attore protagonista in una commedia (bentornato Colin Farrell! Quindi The Batman ha veramente contribuito a rilanciarlo), la migliore sceneggiatura (lo stesso McDonagh, che ormai si starà abituando a questo tipo di riconoscimento); la sempre superba Cate Blanchett è la migliore attrice drammatica per Tár di Todd Field (a bocca asciutta, invece, Ana de Armas con Blonde); Argentina 1985 è stato invece riconosciuto meritatamente come miglior film internazionale.

Molta gloria anche per gli outsider.

L'immaginifico Everything Everywhere All at Once ha dato un'ottima ribalta a Michelle Yeoh (migliore attrice per una commedia) e soprattutto a Jonathan Ke Quan (miglior attore non protagonista. Il nome non vi dice niente? Beh, e se vi dicessimo che stiamo parlando di Shorty di Indiana Jones e il Tempio Maledetto di Steven Spielberg - combinazione! - e di Data di I Goonies? Un gradito ritorno per i nostalgici degli Anni Ottanta).

Austin Butler, come miglior attore drammatico, è stato una delle sorprese della serata: molti si aspettavano il nome di Brendan Fraser, che aveva commosso Venezia con The Whale di Darren Aronofsky, ma la sua interpretazione di Elvis nell'omonimo biopic di Baz Luhrmann ha convinto un maggior numero di giurati (premio comunque difficilmente contestabile).

La migliore canzone se l'è aggiudicata un film indiano (!) e non, come ci si aspettava, una tra Lady Gaga, Taylor Swift e Rihanna.

La statuetta per la migliore colonna sonora è invece il contentino che hanno dato a Babylon, ambizioso progetto di Damien Chazelle che ha diviso critica e pubblico.

L'ottantesima edizione dei Golden Globe è terminata, ma già si scaldano i motori per i prossimi Oscar.

La stagione dei premi cinematografici è appena iniziata e si prevedono scintille - e soprattutto segnali di ripresa per la Settima Arte.


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lunedì 21 marzo 2022

OSCAR 2022. NOMINATION: FILM E REGIA



Come ogni anno ci chiediamo chi vincerà la serata delle stelle di Hollywood.

A volte è facile pronosticare il trionfatore; altre volte è più difficile.

Ecco: questo è uno di quegli anni.

Tanti sono infatti i pretendenti (ben 10!), ognuno rappresentante di un certo tipo di cinema.

C'è il kolossal fantascientifico ( Dune), il musical (West Side Story), il noir (Nightmare Alley), il western (The Power of the Dog), la commedia satirica (Don't Look Up), il film "black" (King Richard), il film indie (CODA), il film storico in bianco e nero semi-autobiografico (Belfast), il film drammatico "esotico" (stavolta tocca al giapponese Drive My Car), il film sentimental-nostalgico (Licorice Pizza).

Di questi, alcuni sono passati per i prestigiosi festival europei - Venezia (le pellicole di Denis Villeneuve e Jane Campion) e Cannes (il rappresentante nipponico) - altri sono produzioni della piattaforma streaming Netflix (Il Potere del Cane, Don't Look Up), mentre gli altri hanno avuto alterne vicende ai botteghini (per esempio: buoni incassi per l'ambiziosa opera di Villeneuve, scarsi per il vivace musical targato Spielberg, deludenti per l'affascinante Nightmare Alley di Guillermo del Toro).

La qualità? Piuttosto alta.

Molti non avranno mai sentito parlare di alcuni dei film candidati o non li avranno reputati degni di grande attenzione; ma forse è meglio così: in caso di vittoria (a sorpresa) dei titoli più sconosciuti c'è la possibilità di scoprirli o di apprezzare qualche cineasta non propriamente mainstream.

E' un piacere quindi trovare, tra i migliori registi, Paul Thomas Anderson (degno erede del grande Robert Altman), il misconosciuto ma talentuoso Ryūsuke Hamaguchi e la troppo spesso sottovalutata Jane Campion a fianco di colleghi più popolari quali l'eclettico Kenneth Branagh e il leggendario Steven Spielberg.

Categoria piuttosto interessante, anche se si fanno notare le assenze di Denis Villeneuve e Guillermo del Toro - assenze che penalizzano le rispettive opere nell'affollata competizione per il premio più prestigioso.

Chi uscirà quindi vincitore dalla Notte degli Oscar?

Ma soprattutto: è così importante proclamare un vincitore?

In questo periodo il cinema sta attraversando uno dei periodi più neri della sua storia.

Godiamoci la Settima Arte in tutte le sue sfaccettature e riscopriamo il piacere di vedere film diversi tra di loro: è più divertente.

Qui di seguito vi riportiamo i candidati per il miglior film e la migliore regia dell'edizione numero 94 dei Premi Oscar.


Miglior film:


Belfast, regia di Kenneth Branagh



CODA-I Segni del Cuore, regia di Sian Heder




Don't Look Up, regia di Adam McKay



Drive My Car, regia di Ryūsuke Hamaguchi



Dune, regia di Denis Villeneuve



Una Famiglia Vincente (King Richard), regia di Reinaldo Marcus Green



Licorice Pizza, regia di Paul Thomas Anderson



Nightmare Alley-La Fiera delle Illusioni, regia di Guillermo del Toro



The Power of the Dog-Il Potere del Cane, regia di Jane Campion



West Side Story, regia di Steven Spielberg



Miglior regia:

Kenneth Branagh - Belfast

Ryūsuke Hamaguchi - Drive My Car

Paul Thomas Anderson - Licorice Pizza

Jane Campion - Il Potere del Cane

Steven Spielberg - West Side Story



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domenica 24 settembre 2017

I CORTI: SIX SHOOTER, UN GUY RITCHIE ALLA GUINNESS

(Clicca sulla locandina per vedere il corto). 

Irlanda, 2004
27'
Regia: Martin McDonagh
Interpreti: Brendan Gleeson, Rúaidhrí Conroy, Aisling O'Sullivan, David Wilmot, Gary Lydon, Domhnall Gleeson.


Un uomo di mezza età (B. Gleeson) diventa vedovo.
Durante il viaggio in treno che lo porta dall'ospedale dove era ricoverata la moglie fino a casa, fa conoscenza con un giovane un po' matto da poco rimasto orfano.

Il tragitto si rivelerà pieno di imprevisti e colpi di scena...






Benché il Leone d'Oro conquistato da Guillermo del Toro con The Shape of Water alla recente Mostra del Cinema di Venezia sia stato indiscutibile, nessuno alla vigilia si sarebbe stupito se il massimo riconoscimento fosse andato a Three Billboards Outside Ebbing, Missouri.

Quello tra il regista messicano di Hellboy (e co-autore dell'adattamento della Trilogia de Lo Hobbit, non dimentichiamo) e il collega britannico Martin McDonagh è stato un testa-a-testa fino all'ultimo, ma alla fine il secondo si è dovuto accontentare di un premio secondario, per quanto strameritato: l'Osella per la migliore sceneggiatura.

In effetti, la scrittura è il punto di forza di questo cineasta d'Oltremanica molto attivo e apprezzato anche a teatro, tanto da essere stato definito dal New York Times addirittura "uno dei più importanti commediografi irlandesi viventi".

McDonagh è diventato famoso come regista del gangster movie In Bruges con Colin Farrell, Brendan Gleeson, Ralph Fiennes (3 nomine ai Golden Globe e una candidatura agli Oscar 2009 per migliore sceneggiatura originale) e si è poi confermato con 7 Psicopatici, pulp con Colin Farrell, Christopher Walken e Tom Waits.

Ma il suo folgorante esordio dietro la macchina da presa è stato con questo cortometraggio, che gli valse l'Oscar nella categoria nel 2006.
Girata su un vero treno in movimento, è una commedia grottesca che nel finale - la sparatoria che fa da climax - flirta con il cinema d'azione.

Ai tempi qualcuno lo definì "Ken Loach che incontra Quentin Tarantino".
Ma più del palmadorato regista inglese (lo scorso anno con I, Daniel Blake)) e dell'autore di Pulp Fiction e Django Unchained, a noi Six Shooter (il titolo fa riferimento ai revolver con 6 colpi) ha ricordato l'opera di un Guy Ritchie che la butta meno in caciara.

Il pezzo forte sono ovviamente i dialoghi, ricchi di giochi di parole e riferimenti alla cultura pop (ma la parlata stretta di Conroy è quasi inintelligibile!), e le interpretazioni degli attori, specie il massiccio Brendan Gleeson.

Occhio infine alla comparsata di Domhnall Gleeson - figlio di Brendan e noto come Generale Hux di Star Wars - Il Risveglio della Forza - nel ruolo del venditore di merendine.
Chissà che cosa direbbero il Leader Supremo Snoke e gli altri gerarchi del Primo Ordine se lo vedessero farsi mettere i piedi in testa dai clienti...




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sabato 9 settembre 2017

VENEZIA 2017. I VINCITORI

Un po' di Leoni d'Oro. 


The Shape of Water del regista messicano Guillermo del Toro - uno dei più immaginifici cineasti viventi - ha sbaragliato la concorrenza ed è riuscito ad aggiudicarsi il premio più ambito, il Leone d'Oro.

D'altra parte era piaciuto già da subito sia a critica che a pubblico.
Si profila un cammino trionfale nei prossimi mesi per questa romantica storia d'amore tra una donna muta e un mostro anfibio?

La giuria guidata da Annette Bening e composta da altre quattro donne (tra le quali la nostra Jasmine Trinca) e da quattro uomini (uno di questi è il brillante autore britannico Edgar Wright) lo ha preferito ad un altro degli strafavoriti della vigilia, quel Three Billboards Outside Ebbing, Missouri che qui è stato premiato "solo" per la (strepitosa) sceneggiatura del regista Martin McDonagh ma che si prepara già per i prossimi Oscar.

A bocca asciutta, invece, l'apprezzatissimo Mektoub, My Love del franco-tunisino Abdellatif Kechiche - che paga le critiche di eccessivo maschilismo - e le altre pellicole americane.

Il palmarès, per il resto, è il risultato di decisioni che non volevano scontentare nessuno: premiato un attore palestinese, ma anche un film israeliano; un'attrice anziana, e un giovane regista esordiente; un cineasta aborigeno e un all-american boy.

Nel prossimo post faremo le nostre approfondite considerazioni, ma nel frattempo ecco i vincitori della selezione ufficiale.






LEONE D'ORO AL MIGLIOR FILM al miglior film: The Shape of Water, regia di Guillermo del Toro (Stati Uniti d'America)

LEONE D'ARGENTO per la miglior regia: Xavier Legrand, regista di Jusqu’à la garde

LEONE D'ARGENTO - GRAN PREMIO DELLA GIURIA: Foxtrot, regia di Samuel Maoz (Israele, Germania, Francia, Svizzera)

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA: Sweet Country, regia di Warwick Thornton (Australia)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile: Kamel El Basha, L'insulte, regia di Ziad Doueiri (Francia, Libano)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione femminile: Charlotte Rampling, Hannah, regia di Andrea Pallaoro (Italia, Belgio, Francia)

PREMIO OSELLA per la migliore sceneggiatura: Martin McDonagh, Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)

PREMIO MARCELLO MASTROIANNI ad un attore o attrice emergente: Charlie Plummer, Lean on Pete, regia di Andrew Haigh (Regno Unito)

LEONE D'ORO ALLA CARRIERA: Jane Fonda, Robert Redford

PREMIO JAEGER-LE COULTRE GLORY TO THE FILMMAKER: Stephen Frears





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