CINEMA A BOMBA!

domenica 10 ottobre 2021

DUNE, LE NOUVEAU PARFUM BY DENIS VILLENEUVE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 



USA/Ungheria/Canada, 2021
155'
Regia: Denis Villeneuve
Interpreti: Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson, Oscar Isaac, Zendaya, Josh Brolin, Jason Momoa, Stellan Skarsgård, Dave Bautista, Charlotte Rampling, Javier Bardem


Arrakis (detto Dune) è un pianeta desolato, arido, popolato da vermoni giganteschi e voraci e dal selvaggio e fiero popolo dei Fremen.

Ma è anche pieno di spezia, una sostanza necessaria per i viaggi interstellari e quindi di vitale importanza per l'impero intergalattico.

Per volere dell'Imperatore, lo sfruttamento del pianeta passa dalla crudele casata degli Harkonnen - guidata dal Barone Vladimir (Skarsgård) e dal suo braccio destro Rabban (Bautista) - a quella degli Atreides.

Questa è composta dal Duca Leto (Isaac), dalla moglie Lady Jessica (Ferguson) - che fa parte della misteriosa sorellanza delle Bene Gesserit - e dal loro gracile erede Paul (Chalamet), che fa strani sogni ricorrenti nei quali vede una ragazza Fremen (Zendaya) e terribili avveninenti (probabilmente futuri).

Tale decisione porterà ad una sanguinosa guerra tra le due famiglie, tra intrighi di potere, interessi economici, rivalità personali.

La popolazione locale, intanto, pensa che finalmente sia giunto il salvatore che li libererà dalla schiavitù.



Presentato in anteprima alla 78a Mostra del Cinema di Venezia - dove era il titolo più atteso della vigilia - Dune è l'adattamento cinematografico del noto omonimo romanzo di fantascienza di Frank Herbert, parte di una fortunata saga.

Per molti anni l'opera di Herbert è stata considerata infilmabile, sia per il numero di effetti speciali che sarebbero stati necessari per ricrearne l'articolato mondo, sia per la complessità della trama e per il numero di personaggi, sia sulla difficoltà di rendere i tanti monologhi interiori che ne caratterizzano la narrazione.

A cimentarsi nella (difficile) trasposizione per il grande schermo del complesso libro ci avevano già provato Alejandro Jodorowsky nel 1975 - con un visionario e ambizioso progetto che purtroppo non vide mai la luce e che avrebbe dovuto contare sulla presenza di Salvador Dalì, Mick Jagger e Orson Welles come attori e del disegnatore Moebius e dei Pink Floyd come collaboratori; ne rimane solo uno storyboard e un documentario che ne parla - e David Lynch - che nel 1984 ne firmò una versione non particolarmente fedele, massacrata dagli interventi della produzione e che si rivelò un flop al botteghino (salvo poi assumere negi anni lo status di cult).

La serie di libri è stata comunque costante fonte di ispirazione per diversi autori - tra i quali George Lucas per il suo storico Star Wars e per la conseguente saga di successo, che ha attinto ai romanzi e ai disegni preparatori del Dune di Jodorowsky.

Villeneuve aveva in mente già da tempo idee per trasferire sullo schermo lo spirito e l'immaginario dei romanzi herbertiani, da lui molto apprezzati.

Il risultato è un film tutto sommato fedele al materiale originario, sebbene limitato ad una parte del primo romanzo della saga e con qualche limite.

La descrizione del fantasioso mondo di Dune occupa gran parte del film: molto suggestiva e affascinante, attenta anche ai minimi particolari, essa però rallenta la narrazione, già caratterizzata da scarni dialoghi e lunghi silenzi (intendiamoci: questi non sono necessariamente dei difetti), con lunghi piani sequenza.

Le ripetute immagini di tramonti e albe nel deserto, poi, con vesti svolazzanti e il volto glam di una Zendaya con insoliti occhi azzurri, danno a lungo andare l'impressione quasi di trovarsi di fronte ad una insistente pubblicità di profumi.

La colonna sonora di Hans Zimmer è straniante e ricorda quella "industriale" di Ludwig Göransson per Tenet, non risultando tuttavia eccessivamente invadente.

La fotografia, la scenografia e i costumi sono sontuosi, adatti ad un kolossal come questo.

Per ciò che concerne gli attori, paradossalmente Brolin e Momoa sarebbero stati quasi perfetti a personaggi invertiti; ma per il resto, il cast è azzeccato.

Chalamet si dimostra una buona scelta, come protagonista (era stato efficace anche in Interstellar); Isaac è molto espressivo (ma che sia anche bravo lo sappiamo già: si veda A Most Violent Year), Ferguson fin troppo (non è un bene); Zendaya (ricordate gli Spider-Man con Tom Holland?), Rampling e Bardem sono incisivi, ma compaiono poco; Skarsgård e Bautista sono cattivi piuttosto convincenti.

La versione del regista canadese è forse meno mistica e lisergica rispetto all'originale letterario, ma presenta comunque stimolanti agganci con la contemporaneità: la crisi climatica, lo sfruttamento delle risorse e del lavoro, il potere invasivo di gruppi economici sempre più ricchi, la manipolazione delle menti, i giochi di potere, la dipendenza sempre più necessaria (o patologica?) dalla tecnologia...

Dune è un Villeneuve al 100%, nel bene e nel male: egli è uno dei registi più ricchi di immaginazione, più dotati di talento in circolazione, capace di utilizzare al meglio gli effetti speciali e di costruire scene di sicuro impatto, nonché di stimolare riflessioni non banali sul nostro mondo; i suoi film però sono lenti, con poco ritmo e pochissime battute di alleggerimento, e richiedono molta concentrazione e attenzione - si vedano Arrival e Blade Runner 2049.

Insomma, non lo consiglieremmo a chi al cinema cerca intrattenimento facile e ritmo forsennato.

Per quel che riguarda un giudizio complessivo sul film che stiamo recensendo, beh, in tutta onestà, considerato la mancanza di finale che lascia sospesa la trama, aspettiamo di vederne il seguito, che speriamo si faccia, per valutare per intero se il progetto di Villeneuve sia una grandiosa e memorabile operazione cinefila, il riuscito omaggio di un fan ad una saga letteraria amata, oppure un coraggioso ma deludente tentativo di adattare per il cinema l'intricatissimo mondo di Frank Herbert.

Vedremo (speriamo presto).



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domenica 10 settembre 2017

VENEZIA 2017. IL MOSTRO DELLA LAGUNA CONQUISTA LA MOSTRA DELLA LAGUNA

Dall'alto: Guillermo del Toro con il Leone d'Oro vinto per The Shape of Water; Martin McDonagh (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri) vincitore dell'Osella per la sceneggiatura; Xavier Legrand (Jusqu'à la Garde); Samuel Maoz, regista di Foxtrot; Charlotte Rampling con la Coppa Volpi per la migliore attrice. 


Ha vinto meritatamente un film meritevole.

Una volta tanto il Leone d'Oro non è stato assegnato ad un'opera pallosa-ma-artistica, politicamente pregnante, di una cinematografia-che-ha-bisogno-di-visibilità...

Viva quindi Annette Bening e la sua giuria, che hanno premiato il titolo che più di tutti ha messo d'accordo critica e pubblico, The Shape of Water - storia d'amore tra una donna muta e non più giovanissima e un mostro anfibio tenuto prigioniero in un laboratorio, ma anche omaggio ai musical e ai film di genere Anni Cinquanta/Sessanta ( La La Land insegna).

Il messicano Guillermo del Toro - che ha diretto, tra gli altri, i due Hellboy, Il Labirinto del Fauno, Pacific Rim e co-sceneggiato Lo Hobbit - è da sempre considerato uno dei più visionari registi viventi e i suoi lavori spesso ottengono ottimi riscontri anche al botteghino; ma questa potrebbe essere la consacrazione definitiva per un autore che troppo spesso è stato liquidato come "di genere".

Vincere un Leone d'Oro per una fiaba fantasy con effetti speciali è in effetti già un traguardo molto notevole e molto prestigioso, ma la marcia del corpulento cineasta potrebbe essere appena all'inizio e portare ad altri riconoscimenti ambiti - d'altra parte, Venezia porta bene ai film che hanno ambizioni da Golden Globe e Oscar (vedi qui, qui e qui).






Alla Notte delle Stelle non ci meraviglierebbe ritrovare il britannico/irlandese Martin McDonagh.
Il suo Three Billboards Outside Ebbing, Missouri è stato la rivelazione di questa edizione della Mostra ma, sebbene accreditato da molti come probabile vincitore, si è dovuto "accontentare" del premio per la migliore sceneggiatura, andato allo stesso autore.

Lo script - che narra la guerra personale tra una madre di una ragazza barbaramente uccisa e la polizia accusata di non impegnarsi abbastanza per trovare il colpevole - ha convinto pressoché tutti, forte anche di interpretazioni veramente convincenti da parte di Woody Harrelson e Sam Rockwell, ma soprattutto di una magistrale Frances McDormand.

Il regolamento per l'assegnazione dei premi vieta la concentrazione di riconoscimenti: ecco perché la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile non è stata vinta né da quest'ultima né da Sally Hawkins (la protagonista di The Shape of Water), bensì dall'inglese Charlotte Rampling.

L'affascinante signora ha lavorato per molti registi italiani - Luchino Visconti, Giuseppe Patroni Griffi, Giuliano Montaldo, Liliana Cavani, Adriano Celentano, Gianni Amelio... - e probabilmente non è un caso che proprio per un film di un regista italiano (il giovane Andrea Pallaoro, che avevamo già segnalato a Venezia 2013) abbia ottenuto il prestigioso premio.

Il corrispettivo maschile, invece, è andato ad un attore di formazione teatrale, Kamel El Basha, protagonista del libanese L'Insulte.
Palestinese.

Ma non preoccupatevi: in nome della par condicio, è stato premiato anche un israeliano.
Nello specifico, Samuel Maoz si è aggiudicato il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria per la sua opera seconda, Foxtrot.
Non male, considerando che per la sua opera prima, Lebanon, nel 2009 aveva avuto addirittura il Leone d'Oro!

Ad emularlo ci è andato molto molto vicino il francese Xavier Legrand, esordiente ma giudicato miglior regista per il suo film sulle violenze domestiche Jusqu'à la Garde.

Gloria anche per il cineasta australiano aborigeno Warwick Thornton - Premio Speciale della Giuria per Sweet Country - e per il giovane Charlie Plummer - Coppa Marcello Mastroianni per il miglior attore emergente per Lean On Pete.






E gli sconfitti?

I film italiani, innanzitutto: non che ci aspettassimo sfracelli (ne avevamo parlato in questo post), ma il fatto che siano piaciuti solo alla critica italiana non è un bel segno.
E pensare che se avessimo voluto trovare dei buoni lavori nostrani avremmo potuto rivolgerci invece alla sezione Orizzonti, dove, per il secondo anno consecutivo, una pellicola tricolore ha vinto il concorso - l'anno scorso, il documentario Liberami di Federica Di Giacomo; questo, Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli.

Chi invece aveva suscitato entusiasmi era stato Mektoub, My Love - Canto Uno, sulla giovinezza di un gruppo di giovani franco-tunisini.
Ma a pesare sul film di Abdellatif Kechiche (già Palma d'Oro a Cannes 2013 per La Vie d'Adèle) è stata l'accusa di maschilismo - troppi indugi sui fondoschiena delle giovani protagoniste, tanto è vero che qualche malizioso ha tirato in ballo addirittura Tinto Brass!

Stroncato senza pietà dai critici, al contrario, è stato Mother!, l'attesissima parabola horror ecologista/religiosa firmata Darren Aronofsky.
Non ha ricevuto premi, ma siamo sicuri che gli agguerriti fan della protagonista Jennifer Lawrence (comunque molto brava. Non per niente nel 2013 ha vinto un Oscar...) accorreranno in sala per seguire la loro beniamina.

Per quel che riguarda le altre pellicole a stelle e strisce, ambivano a premi i veterani Paul Schrader - che ha presentato First Reformed con Ethan Hawke nel ruolo di un pastore luterano sconvolto dai sensi di colpa - e Frederick Wiseman - il suo documentario sulla New York Public Library è piaciuto nonostante la durata eccessiva -, ma sono rimasti a bocca asciutta.

Così come Alexander Payne - ma il suo Downsizing aveva già avuto l'onore di aprire la kermesse - e George Clooney - che la Mostra l'aveva aperta nel 2011 con Le Idi di Marzo e che questa volta portava la commedia nera firmata Fratelli Coen Suburbicon.
Qualche applauso, ma per il resto accoglienza non troppo calorosa per i loro lavori.

Alla vigilia era molto accreditato anche l'artista dissidente cinese Ai Weiwei, ma il suo documentario sui migranti Human Flow è stato accusato di essere troppo incentrato sull'autore stesso, vanificando così in parte i buoni propositi iniziali.

Tra gli sconfitti dobbiamo annoverare - ma non ci fa piacere - anche il Festival di Cannes.
Quest'anno il programma non era male, ma niente di paragonabile a quello di questa Mostra.

Se Venezia è tornata però ad essere un appuntamento internazionale imprescindibile, molto del merito dev'essere riconosciuto al direttore Alberto Barbera, che negli ultimi anni ha lavorato in modo intelligente e lungimirante, invitando al Lido ottimi autori e attori, ma anche dando spazio a modi alternativi di fare cinema (geniale ed azzeccata l'idea del concorso dedicato alla realtà virtuale), cercando quindi di avvicinare le esigenze di una rassegna cinematografica a respiro internazionale con i gusti del pubblico.

Ora la vittoria di Guillermo del Toro potrebbe dargli un'ulteriore mano: se The Shape of Water dovesse continuare a mietere successi, le major hollywoodiane in futuro potrebbero essere incentivate ancora di più a scommettere sulla kermesse lagunare.

La 74a edizione della Mostra del Cinema è appena terminata, ma noi della redazione di CINEMA A BOMBA! già non vediamo l'ora che arrivi la prossima.





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sabato 9 settembre 2017

VENEZIA 2017. I VINCITORI

Un po' di Leoni d'Oro. 


The Shape of Water del regista messicano Guillermo del Toro - uno dei più immaginifici cineasti viventi - ha sbaragliato la concorrenza ed è riuscito ad aggiudicarsi il premio più ambito, il Leone d'Oro.

D'altra parte era piaciuto già da subito sia a critica che a pubblico.
Si profila un cammino trionfale nei prossimi mesi per questa romantica storia d'amore tra una donna muta e un mostro anfibio?

La giuria guidata da Annette Bening e composta da altre quattro donne (tra le quali la nostra Jasmine Trinca) e da quattro uomini (uno di questi è il brillante autore britannico Edgar Wright) lo ha preferito ad un altro degli strafavoriti della vigilia, quel Three Billboards Outside Ebbing, Missouri che qui è stato premiato "solo" per la (strepitosa) sceneggiatura del regista Martin McDonagh ma che si prepara già per i prossimi Oscar.

A bocca asciutta, invece, l'apprezzatissimo Mektoub, My Love del franco-tunisino Abdellatif Kechiche - che paga le critiche di eccessivo maschilismo - e le altre pellicole americane.

Il palmarès, per il resto, è il risultato di decisioni che non volevano scontentare nessuno: premiato un attore palestinese, ma anche un film israeliano; un'attrice anziana, e un giovane regista esordiente; un cineasta aborigeno e un all-american boy.

Nel prossimo post faremo le nostre approfondite considerazioni, ma nel frattempo ecco i vincitori della selezione ufficiale.






LEONE D'ORO AL MIGLIOR FILM al miglior film: The Shape of Water, regia di Guillermo del Toro (Stati Uniti d'America)

LEONE D'ARGENTO per la miglior regia: Xavier Legrand, regista di Jusqu’à la garde

LEONE D'ARGENTO - GRAN PREMIO DELLA GIURIA: Foxtrot, regia di Samuel Maoz (Israele, Germania, Francia, Svizzera)

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA: Sweet Country, regia di Warwick Thornton (Australia)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile: Kamel El Basha, L'insulte, regia di Ziad Doueiri (Francia, Libano)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione femminile: Charlotte Rampling, Hannah, regia di Andrea Pallaoro (Italia, Belgio, Francia)

PREMIO OSELLA per la migliore sceneggiatura: Martin McDonagh, Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)

PREMIO MARCELLO MASTROIANNI ad un attore o attrice emergente: Charlie Plummer, Lean on Pete, regia di Andrew Haigh (Regno Unito)

LEONE D'ORO ALLA CARRIERA: Jane Fonda, Robert Redford

PREMIO JAEGER-LE COULTRE GLORY TO THE FILMMAKER: Stephen Frears





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mercoledì 18 luglio 2012

I COLORI DELLA PASSIONE, COSA SUCCEDE DENTRO AL QUADRO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer)

Polonia-Svezia, 2011
92'
Regia: Lech Majewski
Interpreti: Rutger Hauer, Charlotte Rampling, Michael York


Chi, sfogliando un libro durante un momento di noia, non si è mai sorpreso a fantasticare sui personaggi di un'immagine? Che cosa stanno facendo, che cosa si stanno dicendo?
Spesso, nei propri viaggi mentali, si pensa a situazioni più o meno buffe, a dialoghi surreali e/o goliardici.
Una cosa non molto diversa da ciò che ha fatto l'artista polacco Lech Majewski, che dalla curiosità per le figure del quadro Salita al Calvario del pittore fiammingo Pieter Bruegel il Vecchio ha addirittura tratto un film.

Majewski dà voce ad alcuni delle centinaia di personaggi che affollano il dipinto, una rievocazione del drammatico episodio evangelico ambientata però nelle Fiandre della seconda metà del 1500 sottoposte all'occupazione spagnola.
Da notare che la caduta di Gesù sotto il peso della croce è solo un episodio dei tanti raffigurati e quasi non si riesce a vederlo: il dramma del Cristo e dell'umanità tutta avviene nell'indifferenza generale, soffocato dalla banalità del quotidiano.

Le considerazioni che sono alla base del film sono espresse chiaramente attraverso le figure di Bruegel (un Rutger Hauer cogitabondo) e del committente (un redivivo Michael York), che aiutano lo spettatore a capire la genesi del quadro e ad entrare in esso.

Gli effetti speciali digitali mirabolanti (che ricordano quelli utilizzati da Sokurov in Faust, Leone d'Oro a Venezia 2011) fanno sì, al contrario, che i protagonisti della storia escano dal dipinto, poiché prigionieri all'interno dell'angusta prigione di una cornice, e prendano vita.
Il risultato è una partecipazione attiva dello spettatore al processo creativo di un artista e alle storie narrate.

Insomma, nonostante il ritmo non proprio frenetico e il carattere decisamente intellettualistico del progetto, in fondo I colori della passione è un'intrigante lezione di storia dell'arte, raccomandata però solo agli appassionati e ai motivati.

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