CINEMA A BOMBA!

domenica 10 maggio 2026

I CLASSICI: SOLO DIO PERDONA, FACCIO A PUGNI CON TE (POI TI VENGO A CERCARE)

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

Danimarca/Francia, 2013
90'
Regia: Nicolas Winding Refn
Interpreti: Ryan Gosling, Vithaya Pansringarm, Rhatha Phongam, Gordon Brown, Tom Burke, Kristin Scott Thomas.


Bangkok. Due fratelli americani gestiscono una palestra di Muay Thai che in realtà è una facciata per il traffico di droga.

Quando uno, psicopatico e violento, viene giustiziato per aver ucciso una prostituta minorenne, l'altro (Gosling, più laconico del solito) viene costretto dalla madre criminale (Scott Thomas, a metà tra Lady Macbeth e Donatella Versace) a vendicarlo.

Ma il responsabile dell'omicidio del congiunto non è una persona qualsiasi: è un poliziotto in pensione con l'hobby del karaoke che funge da vigilante e Angelo della Morte (Pansringarm)...


Dimenticate Drive.
Due anni dopo quel cult movie ritorna la coppia attore-regista Gosling-Refn, ma il tono è molto diverso, più vicino alle precedenti pellicole del controverso cineasta danese, tipo la trilogia Pusher o Walhalla Rising.

Intinto in un'atmosfera plumbea e buia, illuminata solo da luci al neon, il film mette insieme poliziesco e arti marziali, thriller e melodramma.
E lo fa con quel citazionismo post-moderno che è il marchio di fabbrica del suo autore.

Infatti, i riferimenti stilistici sono orgogliosamente e arrogantemente evidenti: i ralenti epici di Sam Peckinpah, la violenza belluina di Gaspar Noé, il misticismo visionario di Alejandro Jodorowsky.
L'ambizioso regista si è persino arrischiato a paragonare la propria pellicola a Il Salario della Paura del mitico William Friedkin (anche meno, Nic).

Moderno western - anzi, eastern - con Ryan Gosling novello cowboy, vorrebbe essere una parabola esistenziale, una storia di redenzione, un'interrogazione sul silenzio di Dio il cui climax è la scazzottata finale tra i due protagonisti e avversari.

Uno scontro di thai boxe in preparazione del quale Ryan si era sottoposto a sessioni intensive di allenamento (il che è tanto paradossale quanto sconcertante, se avete visto la scena nel film).

Presentato in concorso al Festival di Cannes nel 2013, dove fu per lo più coperto di fischi, Solo Dio Perdona è un'opera che nasconde temi grandi sotto un'estetica patinata e dentro una cornice compositiva ricercata e compiaciuta.

Principale estimatore di se stesso, NWR ha fatto un lungometraggio consigliabile solo ai suoi fan più indefessi o a cinefili dallo stomaco forte che prediligono la forma al contenuto.
Un cult degli anni 10, nel bene e nel male.


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giovedì 21 ottobre 2021

I DOC: JODOROWSKY'S DUNE, IL PIU' AMBIZIOSO FILM MAI REALIZZATO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 



Francia/USA, 2013
90'
Regia: Frank Pavich
Con: Alejandro Jodorowsky, Michel Seydoux, H.R. Giger, Chris Foss, Nicolas Winding Refn, Amanda Lear, Richard Stanley, Brontis Jodorowsky


Immaginate.

Un regista visionario, un vero surrealista, che voleva fare un film nel quale gli spettatori potessero provare le sensazioni che si hanno quando si assume LSD.

Un romanzo cult (Dune di Frank Herbert) considerato infilmabile per ricchezza di suggestioni, complessità, spiritualità, trama e numero di personaggi - tanto difficle da trasporre sullo schermo che perfino un regista talentuoso come Denis Villeneuve, con i sofisticati effetti speciali a disposizione al giorno d'oggi e con un budget da kolossal, ha avuto difficolta a realizzare (eppure il suo Dune ne è una buona versione).

Un cast che comprendeva attori noti come David Carradine (della serie Tv anni Settanta Kung Fu; poi Bill nel Kill Bill di Quentin Tarantino) e Udo Kier (della Factory di Andy Warhol; caratterista visto, tra gli altri, in Iron Sky), l'adolescente figlio del regista e gente del calibro del pittore superstar Salvador Dalì, del grande regista Orson Welles, del frontman dei The Rolling Stones Mick Jagger e persino di Amanda Lear!

Una colonna sonora firmata dai Pink Floyd.

Uno storyboard - cioè la rappresentazione preliminare in immagini delle scene da girare - con i disegni del geniale fumettista francese Jean Giraud "Moebius" e degli illustratori Chris Foss e H.R. Giger.

Un film che, nelle intenzioni dei "Guerrieri Spirituali" - cioè delle persone coinvolte nella realizzazione della pellicola -, avrebbe dovuto essere profetico e cambiare la storia del cinema.

Che capolavoro il Dune diretto da Alejandro Jodorowsky!

Peccato solo che non si fece mai.

Questo interessantissimo documentario ce ne mostra la storia.



Quando nel 1974 il regista cileno naturalizzato francese (e dal cognome ucraino) iniziò a mettere mano al progetto, egli aveva alle spalle tre film molto controversi - Fando Y Lis e soprattutto l'atipico western El Topo e il grottesco La Montagna Sacra.

Il successo (si può dire underground) di questi ultimi due lo spinse a cimentarsi in un'impresa sommamente ambiziosa e un po' megalomane.

Assicuratosi la collaborazione dei grossi nomi che abbiamo citato prima, pronto a iniziare le riprese, incassati i complimenti dagli studios per l'ottimo lavoro svolto in fase di storyboard (recapitato preliminarmente), Jodorowsky ricevette però una bella mazzata: nessun grosso produttore si dimostrò disposto a finanziare un progetto così faraonico e soprattutto ad affidarlo ad un regista così poco hollywoodiano.

Così il progetto naufragò, con sommo dispiacere di quanti vi erano coinvolti.

Ma non tutto andò perduto.

Le immagini dello storyboard furono riciclate da Jodorowsky e Moebius nella miniserie fantascientifica a fumetti L'Incal, ma servirono anche da ispirazione per pellicole quali Star Wars, Alien, Flash Gordon, Blade Runner, Dune di David Lynch, I Dominatori dell'Universo.

Senza contare che Chris Foss ha poi collaborato a molti successi hollywoodiani (Superman, Alien, A.I.-Intelligenza Artificiale, Guardiani della Galassia), mentre H.R. Giger ha legato il suo nome agli effetti speciali della saga di Alien, arrivando a vincere un Oscar per il capostipite.

Insomma, l'impatto del Dune di Jodorowsky fu grandissimo: senza di esso la fantascienza al cinema sarebbe stata molto diversa.

E chissà cosa sarebbe successo, se solo fosse stato realizzato...



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giovedì 14 ottobre 2021

I CORTI: DESTINO, QUANDO WALT DISNEY INCONTRO' SALVADOR DALI'

(Clicca sulla locandina per vedere il cortometraggio). 



USA, 2003
6'32"
Regia: Dominique Monféry
Soggetto: Walt Disney
Sceneggiatura: Salvador Dalì, John Hench


[Premessa: la trama non è molto convenzionale.]

In un paesaggio desertico, una ragazza bellissima si imbatte in un'isolata struttura piramidale sulla cui faccia è rappresentato in altorilievo un uomo - senza volto e con un colibrì al posto del cuore - appoggiato ad un orologio sostenuto da una figura più piccola e da una testa.

La ragazza danza in un misterioso paesaggio fatto di orologi flosci, manichini senza volto; sale lungo una torre che sembra un torso umano, fugge da esseri con un solo grande occhio al posto della testa che la spogliano, si rifugia all'interno di una conchiglia che poi precipita dentro ad un occhio mentre lei ne esce prima e si aggira tra telefoni ammaccati.

Essa si riveste poi d'ombra continua a danzare fino a che la sua testa non diventa un soffione, i cui semi volanti risvegliano la vita: dalle sculture della piramide escono un colibrì, una figura di pietra che poi si trasforma in un uomo, delle formiche che poi assumono la forma di uomini in bicicletta, mentre il tempo riprende a scorrere inesorabile.

L'uomo e la donna si vedono, si innamorano; ma all'improvviso si creano increspature nel deserto e dal nulla appaiono mura che li separano.

Lui vede lei in varchi nelle pareti e nel profilo di due figure misteriose che si incontrano frontalmente.

La donna diventa una figura stilizzata che danza e che muove la propria testa senza volto come se fosse una palla, per poi lanciarla verso l'uomo, che la colpisce al volo con una mazza da baseball.

La palla viene presa da un guantone, che nelle mani dell'uomo si tramuta in un cuore, che egli stringe al proprio fino a farlo sparire.

Alla fine si ritorna alla piramide, intatta e solitaria nel deserto; ma qualcosa è cambiato rispetto all'inizio: da un buco nella struttura, si intravede la figura stilizzata della ragazza che spande semi di soffione.



Salvador Dalì (1904 - 1989) è stato senza dubbio uno degli artisti più significativi e celebri del Novecento, figura di spicco della corrente del surrealismo.

Egli si interessò molto al cinema, considerandolo un mezzo efficace per dare dinamicità e movimento alla sua arte - superando così l'inevitabile staticità della tela.

L'incontro tra l'eccentrico pittore e la Settima Arte diede risultati memorabili - egli lavorò con Luis Buñuel nel 1929 per Un chien andalou (la scena iniziale dell'occhio tagliato da un rasoio è una delle più famose - e tuttora disturbanti - della storia del cinema) e nel 1930 per L'âge d'or, con Alfred Hitckcock nel 1945 per Io ti salverò (in particolare, per la sequenza onirica), e fu coinvolto nell'ambizioso e mai realizzato Dune di Alejandro Jodorowsky del 1975.

Ma sicuramente la collaborazione più sorprendente fu quella con Walt Disney.

L'imprenditore, già molto celebre, conobbe l'artista e gli chiese di occuparsi di un cartone animato che avrebbe dovuto essere ancora più ambizioso di Fantasia del 1940: Destino, nelle intenzioni del primo, avrebbe dovuto essere il trait d'union tra arte e animazione "popolare".

Dalì, da parte sua, in 8 mesi preparò disegni e bozzetti, mettendo molto di suo nell'operazione, che secondo i suoi intendimenti avrebbe dovuto essere una summa della sua arte e una sorta di manuale per comprendere le simbologie alla base dei suoi quadri - orologi floschi, oggetti ammaccati, manichini senza volto, deserti, formiche... -: nel prologo, prevedeva di fare un'apparizione per dare una spiegazione chiara e intelligibile di quanto mosrato sullo schermo.

Tuttavia il progetto si arenò a causa di problemi economici del gruppo e fu accantonato.

Più di 50 anni dopo, esso fu riesumato dal nipote di Disney, Roy, che volle completarlo: affidò agli studios francesi il compito di decifrare, riordinare e montare il materiale lasciato da Dalì e dal suo collaboratore John Hench.

Il risultato è questo cortometraggio di poco più di 6 minuti, uscito nel 2003, realizzato con animazione classica e qualche intervento di computer grafica.

Un lavoro encomiabile, affascinante, che rende giustizia al classico "tocco Disney" e al genio indiscusso di una delle personalità più eclettiche del secolo scorso.

Un cartone animato misterioso e simbolico, unico nel suo genere.

Insomma, un vero capolavoro (non solo di animazione).



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domenica 10 ottobre 2021

DUNE, LE NOUVEAU PARFUM BY DENIS VILLENEUVE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 



USA/Ungheria/Canada, 2021
155'
Regia: Denis Villeneuve
Interpreti: Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson, Oscar Isaac, Zendaya, Josh Brolin, Jason Momoa, Stellan Skarsgård, Dave Bautista, Charlotte Rampling, Javier Bardem


Arrakis (detto Dune) è un pianeta desolato, arido, popolato da vermoni giganteschi e voraci e dal selvaggio e fiero popolo dei Fremen.

Ma è anche pieno di spezia, una sostanza necessaria per i viaggi interstellari e quindi di vitale importanza per l'impero intergalattico.

Per volere dell'Imperatore, lo sfruttamento del pianeta passa dalla crudele casata degli Harkonnen - guidata dal Barone Vladimir (Skarsgård) e dal suo braccio destro Rabban (Bautista) - a quella degli Atreides.

Questa è composta dal Duca Leto (Isaac), dalla moglie Lady Jessica (Ferguson) - che fa parte della misteriosa sorellanza delle Bene Gesserit - e dal loro gracile erede Paul (Chalamet), che fa strani sogni ricorrenti nei quali vede una ragazza Fremen (Zendaya) e terribili avveninenti (probabilmente futuri).

Tale decisione porterà ad una sanguinosa guerra tra le due famiglie, tra intrighi di potere, interessi economici, rivalità personali.

La popolazione locale, intanto, pensa che finalmente sia giunto il salvatore che li libererà dalla schiavitù.



Presentato in anteprima alla 78a Mostra del Cinema di Venezia - dove era il titolo più atteso della vigilia - Dune è l'adattamento cinematografico del noto omonimo romanzo di fantascienza di Frank Herbert, parte di una fortunata saga.

Per molti anni l'opera di Herbert è stata considerata infilmabile, sia per il numero di effetti speciali che sarebbero stati necessari per ricrearne l'articolato mondo, sia per la complessità della trama e per il numero di personaggi, sia sulla difficoltà di rendere i tanti monologhi interiori che ne caratterizzano la narrazione.

A cimentarsi nella (difficile) trasposizione per il grande schermo del complesso libro ci avevano già provato Alejandro Jodorowsky nel 1975 - con un visionario e ambizioso progetto che purtroppo non vide mai la luce e che avrebbe dovuto contare sulla presenza di Salvador Dalì, Mick Jagger e Orson Welles come attori e del disegnatore Moebius e dei Pink Floyd come collaboratori; ne rimane solo uno storyboard e un documentario che ne parla - e David Lynch - che nel 1984 ne firmò una versione non particolarmente fedele, massacrata dagli interventi della produzione e che si rivelò un flop al botteghino (salvo poi assumere negi anni lo status di cult).

La serie di libri è stata comunque costante fonte di ispirazione per diversi autori - tra i quali George Lucas per il suo storico Star Wars e per la conseguente saga di successo, che ha attinto ai romanzi e ai disegni preparatori del Dune di Jodorowsky.

Villeneuve aveva in mente già da tempo idee per trasferire sullo schermo lo spirito e l'immaginario dei romanzi herbertiani, da lui molto apprezzati.

Il risultato è un film tutto sommato fedele al materiale originario, sebbene limitato ad una parte del primo romanzo della saga e con qualche limite.

La descrizione del fantasioso mondo di Dune occupa gran parte del film: molto suggestiva e affascinante, attenta anche ai minimi particolari, essa però rallenta la narrazione, già caratterizzata da scarni dialoghi e lunghi silenzi (intendiamoci: questi non sono necessariamente dei difetti), con lunghi piani sequenza.

Le ripetute immagini di tramonti e albe nel deserto, poi, con vesti svolazzanti e il volto glam di una Zendaya con insoliti occhi azzurri, danno a lungo andare l'impressione quasi di trovarsi di fronte ad una insistente pubblicità di profumi.

La colonna sonora di Hans Zimmer è straniante e ricorda quella "industriale" di Ludwig Göransson per Tenet, non risultando tuttavia eccessivamente invadente.

La fotografia, la scenografia e i costumi sono sontuosi, adatti ad un kolossal come questo.

Per ciò che concerne gli attori, paradossalmente Brolin e Momoa sarebbero stati quasi perfetti a personaggi invertiti; ma per il resto, il cast è azzeccato.

Chalamet si dimostra una buona scelta, come protagonista (era stato efficace anche in Interstellar); Isaac è molto espressivo (ma che sia anche bravo lo sappiamo già: si veda A Most Violent Year), Ferguson fin troppo (non è un bene); Zendaya (ricordate gli Spider-Man con Tom Holland?), Rampling e Bardem sono incisivi, ma compaiono poco; Skarsgård e Bautista sono cattivi piuttosto convincenti.

La versione del regista canadese è forse meno mistica e lisergica rispetto all'originale letterario, ma presenta comunque stimolanti agganci con la contemporaneità: la crisi climatica, lo sfruttamento delle risorse e del lavoro, il potere invasivo di gruppi economici sempre più ricchi, la manipolazione delle menti, i giochi di potere, la dipendenza sempre più necessaria (o patologica?) dalla tecnologia...

Dune è un Villeneuve al 100%, nel bene e nel male: egli è uno dei registi più ricchi di immaginazione, più dotati di talento in circolazione, capace di utilizzare al meglio gli effetti speciali e di costruire scene di sicuro impatto, nonché di stimolare riflessioni non banali sul nostro mondo; i suoi film però sono lenti, con poco ritmo e pochissime battute di alleggerimento, e richiedono molta concentrazione e attenzione - si vedano Arrival e Blade Runner 2049.

Insomma, non lo consiglieremmo a chi al cinema cerca intrattenimento facile e ritmo forsennato.

Per quel che riguarda un giudizio complessivo sul film che stiamo recensendo, beh, in tutta onestà, considerato la mancanza di finale che lascia sospesa la trama, aspettiamo di vederne il seguito, che speriamo si faccia, per valutare per intero se il progetto di Villeneuve sia una grandiosa e memorabile operazione cinefila, il riuscito omaggio di un fan ad una saga letteraria amata, oppure un coraggioso ma deludente tentativo di adattare per il cinema l'intricatissimo mondo di Frank Herbert.

Vedremo (speriamo presto).



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sabato 24 giugno 2017

QUILIANO 2017. RATATAPLAN, L'INGEGNO DELL'INGEGNERE

(Clicca sulla locandina per vedere la sigla iniziale disegnata da Guido Manuli e alcune scene del film). 

Itaklia, 1979
95'
Regia: Maurizio Nichetti
Interpreti: Maurizio Nichetti, Angela Finocchiaro, Edi Angelillo, Roland Topor, Lidia Biondi, Giorgio "Gero" Caldarelli.


Colombo (Nichetti) è un timido ingegnere con molto ingegno.
Pure troppo, per un lavoro da ufficio.

Infatti si deve accontentare di fare il cameriere tuttofare presso un isolato chioschetto di bibite posto sopra una brulla collinetta (la cosiddetta Montagnetta di San Siro o Monte Stella a Milano, al giorno d'oggi decisamente meglio tenuta) e di sfogare la sua creatività a casa (trasformata in un laboratorio pieno zeppo di invenzioni) e in un gruppo teatrale itinerante piuttosto scalcinato.

Egli è innamorato non corrisposto di una bella vicina (Angelillo) e cerca di attirare la sua attenzione in tutti modi ma riuscirà a farsi notare solo grazie ad un colpo di genio.

Sarà il suo vero amore?






1979.
L'Italia era alle prese con il terrorismo politico - le stragi di Piazza Fontana a Milano e di Piazza della Loggia a Brescia erano di non molti anni prima, ancora non si era spento l'eco del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro l'anno precedente, mentre nei primi mesi dell'anno vengono assassinati il sindacalista Guido Rossa, il giudice Emilio Alessandrini, il giornalista Mino Pecorelli, l'avvocato Giorgio Ambrosoli, l'ufficiale dei carabinieri Antonio Varisco, il capo della squadra Mobile di Palermo Boris Giuliano.

Il capoluogo lombardo era alla vigilia del fenomeno "Milano da bere" (termine preso in prestito da un celebre spot pubblicitario del 1985 dell'Amaro Ramazzotti) e anche gli USA erano alle soglie del reaganesimo, ancora scottati dalla bruciante sconfitta in Vietnam del decennio precedente - Il Cacciatore di Michael Cimino in quest'anno (lo stesso dell'uscita di Apocalypse Now di Francis Ford Coppola) riuscì a imporsi agli Oscar con 5 statuette (film, regia, Christopher Walken attore non protagonista, montaggio, sonoro).

Nel contesto di questi drammatici fermenti e cambiamenti sociali, politici ed economici, a Settembre uscì in sordina un piccolo film interpretato da un mimo e attore milanese, al suo esordio alla regia.

Un film lieve, surreale, poetico con un protagonista che non parla mai e che ricorda i divi comici del muto Buster Keaton nell'imperturbabilità e nella fisicità, Charlie Chaplin nella malinconia, Jacques Tati nella goffaggine.
Ma con una cifra stilistica originale e molto italiana.

Dietro alle piroette e agli inciampi di Colombo e dei suoi sgangherati compari - "Quelli di Grock", compagnia teatrale veramente esistente fondata dallo stesso Nichetti e che vede, tra i propri membri, anche Gero Caldarelli (colui che fa muovere il Gabibbo) e la Finocchiaro, presenti anche in questa pellicola - c'è infatti la farsa e lo sberleffo nei confronti di una società dove il capitale riesce a monetizzare perfino i miracoli (falsi, in questo caso) e l'automazione spersonalizza i rapporti umani, una società contraddittoria dove grattacieli e palazzoni di uffici convivono con le povere case di ringhiera (quella dove vive il protagonista esiste tuttora ed è in Via Gaetano De Castillia, all'ombra del Bosco Verticale e a pochi passi da Piazza Gae Aulenti e dai grattacieli di Porta Nuova), dove alla frenetica vita di città si contrappone la semplicità (non tanto idilliaca e pacifica, in realtà) della campagna.

Interessante, nel cast, la presenza di Roland Topor, poliedrico artista (illustratore, attore, mimo, scrittore, drammaturgo...) francese che, assieme a Alejandro Jodorowsky - l'ormai anziano cineasta cileno che ha portato i suoi recenti La Danza de la Realidad e Poesia Sin Fin a Cannes rispettivamente nel 2013 e nel 2016 - e allo spagnolo Fernardo Arrabal, è stato uno degli alfieri del surrealismo nel mondo dello spettacolo Anni Sessanta.
E di un surrealismo caotico e provocatorio.

Anche la vicenda narrata procede in modo tutt'altro che lineare, con una serie di episodi (semplicistico chiamarli sketches) ricchi di ironia, buffi, simpatici e pieni di colpi di scena che spiazzano lo spettatore.

Esemplare, a tal proposito, quello in cui a Colombo viene ordinato un bicchiere d'acqua: per portarlo a destinazione deve attraversare mezza città e gliene succedono di tutti i colori; alla fine arriva a destinazione, ma...
Ecco, Nichetti aveva già anticipato la "Milano da bere"!

Ratataplan rappresentò ai tempi una boccata di aria fresca, ma anche ai giorni nostri non possiamo non apprezzare il carattere eversivo e anarchico della sua poesia e della sua ironia, ben rappresentato già dagli immaginifici titoli di testa dell'animatore Guido Manuli

Nonostante un budget molto limitato, fu subito grande successo di pubblico sia in Italia che (cosa meno scontata) all'estero, grazie soprattutto al passaparola.

Ne avevamo già parlato a proposito di Cosimo e Nicole di Francesco Amato: è sempre la stessa storia, solo proponendo qualcosa di nuovo il cinema italiano si arricchisce e cresce.

Gli organizzatori del Premio Quiliano Cinema hanno fatto bene a scegliere allora due cineasti che hanno saputo distinguersi dai colleghi.

Amato è giovane e promettente e ha le carte in regola per farsi conoscere ancora di più.
Nichetti ha saputo costruirsi una carriera piena di soddisfazioni restando fedele al proprio personalissimo stile, pur sperimentando molto.

Insomma, per i cineasti alle prime armi da Quiliano arriva un messaggio: osate, sperimentate, fate fruttare le vostre idee e il vostro talento.

Chissà, magari anche voi un giorno potreste arrivare in questo bel paesino per essere premiati...




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