CINEMA A BOMBA!

sabato 24 giugno 2017

QUILIANO 2017. RATATAPLAN, L'INGEGNO DELL'INGEGNERE

(Clicca sulla locandina per vedere la sigla iniziale disegnata da Guido Manuli e alcune scene del film). 

Itaklia, 1979
95'
Regia: Maurizio Nichetti
Interpreti: Maurizio Nichetti, Angela Finocchiaro, Edi Angelillo, Roland Topor, Lidia Biondi, Giorgio "Gero" Caldarelli.


Colombo (Nichetti) è un timido ingegnere con molto ingegno.
Pure troppo, per un lavoro da ufficio.

Infatti si deve accontentare di fare il cameriere tuttofare presso un isolato chioschetto di bibite posto sopra una brulla collinetta (la cosiddetta Montagnetta di San Siro o Monte Stella a Milano, al giorno d'oggi decisamente meglio tenuta) e di sfogare la sua creatività a casa (trasformata in un laboratorio pieno zeppo di invenzioni) e in un gruppo teatrale itinerante piuttosto scalcinato.

Egli è innamorato non corrisposto di una bella vicina (Angelillo) e cerca di attirare la sua attenzione in tutti modi ma riuscirà a farsi notare solo grazie ad un colpo di genio.

Sarà il suo vero amore?






1979.
L'Italia era alle prese con il terrorismo politico - le stragi di Piazza Fontana a Milano e di Piazza della Loggia a Brescia erano di non molti anni prima, ancora non si era spento l'eco del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro l'anno precedente, mentre nei primi mesi dell'anno vengono assassinati il sindacalista Guido Rossa, il giudice Emilio Alessandrini, il giornalista Mino Pecorelli, l'avvocato Giorgio Ambrosoli, l'ufficiale dei carabinieri Antonio Varisco, il capo della squadra Mobile di Palermo Boris Giuliano.

Il capoluogo lombardo era alla vigilia del fenomeno "Milano da bere" (termine preso in prestito da un celebre spot pubblicitario del 1985 dell'Amaro Ramazzotti) e anche gli USA erano alle soglie del reaganesimo, ancora scottati dalla bruciante sconfitta in Vietnam del decennio precedente - Il Cacciatore di Michael Cimino in quest'anno (lo stesso dell'uscita di Apocalypse Now di Francis Ford Coppola) riuscì a imporsi agli Oscar con 5 statuette (film, regia, Christopher Walken attore non protagonista, montaggio, sonoro).

Nel contesto di questi drammatici fermenti e cambiamenti sociali, politici ed economici, a Settembre uscì in sordina un piccolo film interpretato da un mimo e attore milanese, al suo esordio alla regia.

Un film lieve, surreale, poetico con un protagonista che non parla mai e che ricorda i divi comici del muto Buster Keaton nell'imperturbabilità e nella fisicità, Charlie Chaplin nella malinconia, Jacques Tati nella goffaggine.
Ma con una cifra stilistica originale e molto italiana.

Dietro alle piroette e agli inciampi di Colombo e dei suoi sgangherati compari - "Quelli di Grock", compagnia teatrale veramente esistente fondata dallo stesso Nichetti e che vede, tra i propri membri, anche Gero Caldarelli (colui che fa muovere il Gabibbo) e la Finocchiaro, presenti anche in questa pellicola - c'è infatti la farsa e lo sberleffo nei confronti di una società dove il capitale riesce a monetizzare perfino i miracoli (falsi, in questo caso) e l'automazione spersonalizza i rapporti umani, una società contraddittoria dove grattacieli e palazzoni di uffici convivono con le povere case di ringhiera (quella dove vive il protagonista esiste tuttora ed è in Via Gaetano De Castillia, all'ombra del Bosco Verticale e a pochi passi da Piazza Gae Aulenti e dai grattacieli di Porta Nuova), dove alla frenetica vita di città si contrappone la semplicità (non tanto idilliaca e pacifica, in realtà) della campagna.

Interessante, nel cast, la presenza di Roland Topor, poliedrico artista (illustratore, attore, mimo, scrittore, drammaturgo...) francese che, assieme a Alejandro Jodorowsky - l'ormai anziano cineasta cileno che ha portato i suoi recenti La Danza de la Realidad e Poesia Sin Fin a Cannes rispettivamente nel 2013 e nel 2016 - e allo spagnolo Fernardo Arrabal, è stato uno degli alfieri del surrealismo nel mondo dello spettacolo Anni Sessanta.
E di un surrealismo caotico e provocatorio.

Anche la vicenda narrata procede in modo tutt'altro che lineare, con una serie di episodi (semplicistico chiamarli sketches) ricchi di ironia, buffi, simpatici e pieni di colpi di scena che spiazzano lo spettatore.

Esemplare, a tal proposito, quello in cui a Colombo viene ordinato un bicchiere d'acqua: per portarlo a destinazione deve attraversare mezza città e gliene succedono di tutti i colori; alla fine arriva a destinazione, ma...
Ecco, Nichetti aveva già anticipato la "Milano da bere"!

Ratataplan rappresentò ai tempi una boccata di aria fresca, ma anche ai giorni nostri non possiamo non apprezzare il carattere eversivo e anarchico della sua poesia e della sua ironia, ben rappresentato già dagli immaginifici titoli di testa dell'animatore Guido Manuli

Nonostante un budget molto limitato, fu subito grande successo di pubblico sia in Italia che (cosa meno scontata) all'estero, grazie soprattutto al passaparola.

Ne avevamo già parlato a proposito di Cosimo e Nicole di Francesco Amato: è sempre la stessa storia, solo proponendo qualcosa di nuovo il cinema italiano si arricchisce e cresce.

Gli organizzatori del Premio Quiliano Cinema hanno fatto bene a scegliere allora due cineasti che hanno saputo distinguersi dai colleghi.

Amato è giovane e promettente e ha le carte in regola per farsi conoscere ancora di più.
Nichetti ha saputo costruirsi una carriera piena di soddisfazioni restando fedele al proprio personalissimo stile, pur sperimentando molto.

Insomma, per i cineasti alle prime armi da Quiliano arriva un messaggio: osate, sperimentate, fate fruttare le vostre idee e il vostro talento.

Chissà, magari anche voi un giorno potreste arrivare in questo bel paesino per essere premiati...




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mercoledì 17 agosto 2016

I CLASSICI: L'ANNO DEL DRAGONE, VIVERE E MORIRE A CHINATOWN

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 1985
145'
Regia: Michael Cimino
Interpreti: Mickey Rourke, John Lone, Ariane, Raymond J. Barry, Eddie Jones, Victor Wong.


New York. Il giovane e rampante gangster Joey Tai (Lone) tenta la scalata ai vertici della mafia cinese di Chinatown.
Ma a contrastare i suoi piani trova Stanley White (Rourke), pluridecorato reduce del Vietnam divenuto capitano di polizia.

Entrambi hanno già altri problemi: il primo nel rendersi credibile agli occhi degli anziani della propria comunità, il secondo nei rapporti con la moglie e i colleghi.
Lo scontro tra i due sarà senza esclusione di colpi.

A 5 anni di distanza dal disastro finanziario de I Cancelli del Cielo, che portò alla bancarotta la United Artists, Michael Cimino tornava dietro la macchina presa.
E lo faceva col suo film più scattante, inatteso e - forse, nel complesso - più riuscito.

Scritto a quattro mani con Oliver Stone, sceneggiatore di qualche merito (è suo il copione di Scarface diretto da Brian DePalma) e futuro regista di successo (Platoon, Wall Street, JFK), L'Anno del Dragone è - insieme a Vivere e Morire a Los Angeles del maestro William Friedkin, uscito nello stesso anno - il miglior poliziesco degli anni 80.

Nella cornice di una New York interamente ricreata in studio (così accurata nella sua finzione da aver tratto in inganno persino Stanley Kubrick, originario del Bronx), viene descritta una sorta di caccia al topo, una sfida tra due individui diversi e complementari, due ideologie, due culture.

Da un lato un "cattivo" senza molti scrupoli che però possiede una certa eleganza, una certa dignità tragica.
Dall'altro il "buono" più egoista, razzista e politicamente scorretto della storia di Hollywood.

Mickey Rourke - invecchiato dal trucco e, nella versione italiana, dalla voce bellissima di Ferruccio Amendola - è eccezionale nel rendere il proprio personaggio anche fragile, insicuro, umano.
Senza dubbio, una delle sue migliori interpretazioni.

Adattando liberamente un romanzo un po' fiacco di Robert Daley, Cimino e Stone scrivono i dialoghi più brillanti e sfacciati della propria carriera, iniettano un po' di ironia sarcastica e inseriscono alcune scene d'azione da antologia del cinema.

Due sparatorie in particolare - quella al ristorante e quella finale sui binari del treno - bastano a esprimere la maestria registica del cineasta italo-americano.

Come e forse più de Il Cacciatore, che pure gli aveva dato una repentina quanto effimera gloria, L'Anno del Dragone è il film che meglio ha saputo esprimere le qualità di Michael Cimino, autore poco prolifico e fuori da ogni schema.

Un piccolo artista incompreso che Hollywood aveva rinnegato e che adesso, inevitabilmente, rimpiangerà.




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mercoledì 10 agosto 2016

I CLASSICI: IL CACCIATORE, IL COLPO VINCENTE DI CIMINO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA/Regno Unito, 1978
182'
Regia: Michael Cimino
Interpreti: Robert De Niro, Christopher Walken, Meryl Streep, John Savage, John Cazale, George Dzundza.


Lavoro (in una fonderia), hobby (la caccia al cervo), amori, il matrimonio di uno di loro.

La vita di un gruppo di ragazzi alla vigilia della partenza per il Vietnam di tre di loro scorre spensierata e allegra, ma la realtà della guerra si dimostrerà traumatica.

Al ritorno, nulla sarà mai più come prima.

Il 2 Luglio scorso ci ha lasciato Michael Cimino.

Noto per la sua (per molti eccessiva) meticolosità e per i suoi comportamenti bizzarri, egli verrà ricordato soprattutto per questo film.

Era il 1978 quando questo uscì, il regista - ex sceneggiatore - aveva trentanove anni e una sola precedente esperienza dietro alla cinepresa (Una Calibro 20 per lo Specialista del 1974, con Clint Eastwood e Jeff Bridges).

Eppure, nonostante ciò, alla cerimonia degli Oscar dell'anno successivo la pellicola si aggiudicò 5 statuette - migliori film, regia, attore non protagonista (Walken), montaggio e sonoro - su 9 nomination che comprendevano anche sceneggiatura originale, fotografia (Vilmos Zsigmond), attore protagonista (De Niro, intenso e bravissimo) e attrice non protagonista (Streep, alla prima di una lunghissima serie di nomine: al momento siamo a quota 19!).

E il quasi esordiente si aggiudicò le due più prestigiose, forte di un grosso apprezzamento da parte di critica e pubblico.

Si parlò di un nuovo prodigio della cinematografia mondiale, di un autore potenzialmente in grado di lasciare un'impronta duratura, assieme ad altri talenti emergenti del periodo come Steven Spielberg, Francis Ford Coppola, George Lucas, Martin Scorsese.

Ma l'entusiasmo fu tuttavia effimero: nel 1980 uscì, dopo una travagliata produzione dai costi spropositati, I Cancelli del Cielo, uno dei flop più epocali della storia del cinema - tanto che fu tra le cause principali della bancarotta della gloriosa casa di produzione United Artists -, stroncato senza appello da critica e pubblico.

La reputazione di Cimino ne uscì distrutta: al contrario di William Friedkin - che dopo il boom di Il Braccio Violento della Legge e L'Esorcista aveva subito una rovinosa caduta con il pur ottimo Il Salario della Paura, ma poi ha saputo riprendersi con pellicole quali Vivere e Morire a Los Angeles, Bug e Killer Joe - egli non riuscì più a risollevarsi del tutto (nonostante L'Anno del Dragone del 1985).

Sì, Il Cacciatore è rimasto il suo esito più fortunato.

I forti contrasti tra i diversi tempi del film si scontrano violentemente e creano sensi di straniamento e disorientamento, proprio come quelli vissuti dai personaggi.

La prima parte è gioiosa laddove mostra il matrimonio (con rito ortodosso, quindi particolarmente suggestivo) e la successiva festa scatenata, e bucolica quando segue la caccia al cervo.

La seconda parte è angosciosa - soprattutto nella scena della tortura della "roulette russa" (che consiste nell'inserire un solo proiettile nel tamburo di una rivoltella, nel chiudere l'arma, puntarla verso la propria testa e premere il grilletto, sperando che non parta il colpo) - e "infernale" quando descrive il "dopo" dei bassifondi di Saigon.

La terza parte è triste e malinconica, con due dei protagonisti che tornano a casa - cambiati - e non riescono ad adattarsi alla quieta quotidianità: le tragedie che hanno vissuto (anche sulla propria pelle) sono ferite che non si rimargineranno mai.

Ad unire i tre contesti differenti c'è un filo rosso.
Rosso come il fuoco, i colori vividi e surreali della Saigon notturna, il sangue.

È il filo della violenza, che cova, esplode e, una volta che sembra passata, è pronta a ridestarsi da sotto la cenere.

È quella sensazione di star camminando in equilibrio su un filo - quando basta un niente per precipitare -, quella sensazione che il pubblico statunitense aveva bene a mente nel 1978 (la guerra del Vietnam era finita definitivamente solo tre anni prima).

Nella scena finale i vecchi amici sopravvissuti si riuniscono, ormai irrimediabilmente cambiati, e intonano in modo struggente l'inno patriottico God bless America, con la speranza che uniti il male e il dolore si riescano ad affrontare meglio.

Cimino riesce a commuovere toccando i nervi scoperti di una Nazione ancora traumatizzata, ma il suo è un grido contro la barbarie, contro la solitudine - soli con sé stessi i reduci non riescono più a trovare la pace; anzi, sono assaliti dai propri demoni personali - che va ben al di là della critica ai soli eventi bellici in Indocina e si fa grido di dolore universale contro la brutalità di tutte le guerre, ognuna delle quali è una "roulette russa" per civili incolpevoli e militari allo sbaraglio.

Proprio per questo Il Cacciatore è da considerarsi ancora attuale.
Purtroppo.





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