CINEMA A BOMBA!

lunedì 2 settembre 2024

UN COLPO DI FORTUNA, CASO DOLCE CASO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

Francia/Regno Unito, 2023
93'
Regia: Woody Allen
Interpreti: Lou de Laâge, Melvil Poupaud, Niels Schneider, Valérie Lemercier.


Fanny risiede nella Parigi bene col marito Jean e ha una vita apparentemente perfetta, ma quando incontra per caso l'ex compagno di scuola Alain qualcosa inizia a incrinarsi.

Jean, in superficie rispettabile, è in realtà un affarista senza scrupoli, e pian piano si insospettisce del comportamento della moglie...


La cosa bella dei cinema all'aperto, oltre al fatto di godere la visione di un film in un ambiente naturalmente aerato, è la possibilità di recuperare opere già uscite nelle sale che per qualche ragione ci si era persi.
È il nostro caso, avendo recentemente potuto vedere sul grande schermo l'ultima fatica firmata Woody Allen.

Scriviamo ultima non a caso: quella che vi stiamo recensendo è la pellicola numero 50 nella lunga carriera dell'autore di Manhattan, e potrebbe essere quella conclusiva, sia per questioni meramente anagrafiche (Woody ha quasi 89 anni) sia per il boicottaggio che sta subendo in patria per colpa di vecchie accuse di molestie riaffiorate di recente (per la cronaca: ai tempi 2 commissioni di inchiesta, indipendenti tra loro, lo assolsero).

Questo ostruzionismo delle case di produzione e distribuzione ha portato il cineasta a girare per la prima volta in lingua francese e con un cast interalmente transalpino.
È il principale elemento di novità di questo film, che per il resto è "alleniano" al 100% ed è ambientato in una città che il regista conosce bene: Parigi, ovviamente.

Woody aveva già ambientato alcune precedenti pellicole nella città dell'amore, non ultima quella Midnight in Paris che molti ritengono - non a torto - l'ultimo suo grande opus.
Beh, che sia un caso o no, Un Colpo di Fortuna è il miglior Allen da quel film a questa parte.

E proprio il tema della casualità e della fortuna (intesa in senso latino, cioè neutro), da sempre uno dei principali topoi del regista, è qui predominante.
Così come quello del "dostoevskiano" delitto e castigo, già precedentemente esplorato in Crimini e Misfatti e Match Point.

Con quei due longometraggi questo condivide la struttura thriller e la riflessione - etica, prima ancora che penale - sulla punibilità dell'omicidio.
Ma qui il tono è più leggero, quasi da commedia brillante, al punto che nell'inaspettata scena finale - che ovviamente non sveliamo - ci è scappata perfino una risata.

Bella la fotografia del grande Vittorio Storaro (Apocalypse Now, Dick Tracy), negli ultimi anni vero e proprio uomo di fiducia di Allen, che infonde di colori caldi la capitale francese al punto che a tratti essa sembra la New York autunnale che il regista ha spesso immortalato nelle sue opere più famose.

In un cast di sconosciuti (per noi) tutti molto bravi, si fa notare la protagonista Lou de Laâge, una specie di incrocio tra Léa Seydoux e una giovane Diane Keaton.
Ma le sequenze migliori sono affidate a Valérie Lemercier (la madre), di cui traspare un talento sotteraneamente umoristico.

Accolto bene a Venezia 2023, dopo che Cannes lo aveva snobisticamente rifiutato (sempre per le accuse di cui sopra), Coup de Chance sarà forse il canto del cigno di questo cineasta dall'aspetto buffo o forse no.

Ma, fermandosi un attimo e ripercorrendo a memoria la sua filmografia, dagli anni 60 ad oggi, una cosa possiamo affermare: il successo di Woody Allen non è stato... un colpo di fortuna.


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martedì 20 giugno 2023

GLI INEDITI: GUNS OF EL CHUPACABRA, MOSTRO NINJA ALLA RISCOSSA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 1997
90'
Regia: Don Jackson
Interpreti: Kevin Eastman, Julie Strain, Scott Shaw, Joe Estevez, Robert D'Zar, Conrad Brooks.


Nello spazio, King Allmedia (Eastman) e la sua consorte Queen B (Strain) incaricano lo sceriffo interstellare Jack B. Quick (Shaw) di andare sulla Terra per liberarla dalla minaccia del leggendario Chupacabra.

Giunto nel nostro pianeta a bordo di un'auto vintage, il nostro Uomo della Legge farà incetta di armi da fuoco prima di affrontare la pericolosa creatura, che ha un debole per le belle ragazze...


Ricordate Ed Wood (nome completo: Edward D. Wood Jr.)?
Anni fa il regista di Batman e Alice in Wonderland, Tim Burton, gli dedicò un biopic: era un cineasta di serie Z passato alla storia per aver firmato Plan 9 From Outer Space, considerato il film più brutto di tutti i tempi.

Ebbene, uno degli attori preferiti di questo re del trash cinematografico era tale Conrad Brooks, che compare anche in questa pellicola.

Una coincidenza? Pensiamo di no: questo lungometraggio - prodotto da una banda di dilettanti allo sbaraglio specializzata in film brutti - sembra essere un omaggio proprio a Wood, ma aggiornato ai topoi degli anni 90 e con un'abbondante dose di autoironia.

Al di là delle apprezzabili intenzioni parodistiche, un'ora e mezza è una durata atroce per questo impavido miscuglio di horror, fantascienza, western, poliziesco e kung-fu: come sketch di 10-15 minuti avrebbe funzionato meglio.

Per lo spettatore la cosa più interessante da fare è probabilmente spulciare nel cast: oltre a Brooks fanno capolino Estevez, fratello di Martin Sheen (quello di Apolaypse Now e Spawn), e D'Zar (Maniac Cop, poliziesco-horror con Bruce Campbell che un giorno forse vi recensiremo).

Ma soprattutto c'è la coppia Eastman & Strain: il primo - quasi irriconoscibile - è il co-creatore delle Tartarughe Ninja, qui nel periodo della sua (breve) infatuazione con la recitazione; la seconda - scomparsa qualche anno fa per colpa di un brutto incidente - era una modella di Penthouse e la di lui moglie anche nella vita.

Tra mostri di cartapesta, donne nude, scenografie improbabili, dialoghi assurdi e coreografie parossistiche, Guns of El Chupacabra ha molta - forse troppa - carne al fuoco per gli amanti del genere.
Consigliabile ai fan di Ed Wood e... a pochi altri.


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sabato 24 giugno 2017

QUILIANO 2017. RATATAPLAN, L'INGEGNO DELL'INGEGNERE

(Clicca sulla locandina per vedere la sigla iniziale disegnata da Guido Manuli e alcune scene del film). 

Itaklia, 1979
95'
Regia: Maurizio Nichetti
Interpreti: Maurizio Nichetti, Angela Finocchiaro, Edi Angelillo, Roland Topor, Lidia Biondi, Giorgio "Gero" Caldarelli.


Colombo (Nichetti) è un timido ingegnere con molto ingegno.
Pure troppo, per un lavoro da ufficio.

Infatti si deve accontentare di fare il cameriere tuttofare presso un isolato chioschetto di bibite posto sopra una brulla collinetta (la cosiddetta Montagnetta di San Siro o Monte Stella a Milano, al giorno d'oggi decisamente meglio tenuta) e di sfogare la sua creatività a casa (trasformata in un laboratorio pieno zeppo di invenzioni) e in un gruppo teatrale itinerante piuttosto scalcinato.

Egli è innamorato non corrisposto di una bella vicina (Angelillo) e cerca di attirare la sua attenzione in tutti modi ma riuscirà a farsi notare solo grazie ad un colpo di genio.

Sarà il suo vero amore?






1979.
L'Italia era alle prese con il terrorismo politico - le stragi di Piazza Fontana a Milano e di Piazza della Loggia a Brescia erano di non molti anni prima, ancora non si era spento l'eco del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro l'anno precedente, mentre nei primi mesi dell'anno vengono assassinati il sindacalista Guido Rossa, il giudice Emilio Alessandrini, il giornalista Mino Pecorelli, l'avvocato Giorgio Ambrosoli, l'ufficiale dei carabinieri Antonio Varisco, il capo della squadra Mobile di Palermo Boris Giuliano.

Il capoluogo lombardo era alla vigilia del fenomeno "Milano da bere" (termine preso in prestito da un celebre spot pubblicitario del 1985 dell'Amaro Ramazzotti) e anche gli USA erano alle soglie del reaganesimo, ancora scottati dalla bruciante sconfitta in Vietnam del decennio precedente - Il Cacciatore di Michael Cimino in quest'anno (lo stesso dell'uscita di Apocalypse Now di Francis Ford Coppola) riuscì a imporsi agli Oscar con 5 statuette (film, regia, Christopher Walken attore non protagonista, montaggio, sonoro).

Nel contesto di questi drammatici fermenti e cambiamenti sociali, politici ed economici, a Settembre uscì in sordina un piccolo film interpretato da un mimo e attore milanese, al suo esordio alla regia.

Un film lieve, surreale, poetico con un protagonista che non parla mai e che ricorda i divi comici del muto Buster Keaton nell'imperturbabilità e nella fisicità, Charlie Chaplin nella malinconia, Jacques Tati nella goffaggine.
Ma con una cifra stilistica originale e molto italiana.

Dietro alle piroette e agli inciampi di Colombo e dei suoi sgangherati compari - "Quelli di Grock", compagnia teatrale veramente esistente fondata dallo stesso Nichetti e che vede, tra i propri membri, anche Gero Caldarelli (colui che fa muovere il Gabibbo) e la Finocchiaro, presenti anche in questa pellicola - c'è infatti la farsa e lo sberleffo nei confronti di una società dove il capitale riesce a monetizzare perfino i miracoli (falsi, in questo caso) e l'automazione spersonalizza i rapporti umani, una società contraddittoria dove grattacieli e palazzoni di uffici convivono con le povere case di ringhiera (quella dove vive il protagonista esiste tuttora ed è in Via Gaetano De Castillia, all'ombra del Bosco Verticale e a pochi passi da Piazza Gae Aulenti e dai grattacieli di Porta Nuova), dove alla frenetica vita di città si contrappone la semplicità (non tanto idilliaca e pacifica, in realtà) della campagna.

Interessante, nel cast, la presenza di Roland Topor, poliedrico artista (illustratore, attore, mimo, scrittore, drammaturgo...) francese che, assieme a Alejandro Jodorowsky - l'ormai anziano cineasta cileno che ha portato i suoi recenti La Danza de la Realidad e Poesia Sin Fin a Cannes rispettivamente nel 2013 e nel 2016 - e allo spagnolo Fernardo Arrabal, è stato uno degli alfieri del surrealismo nel mondo dello spettacolo Anni Sessanta.
E di un surrealismo caotico e provocatorio.

Anche la vicenda narrata procede in modo tutt'altro che lineare, con una serie di episodi (semplicistico chiamarli sketches) ricchi di ironia, buffi, simpatici e pieni di colpi di scena che spiazzano lo spettatore.

Esemplare, a tal proposito, quello in cui a Colombo viene ordinato un bicchiere d'acqua: per portarlo a destinazione deve attraversare mezza città e gliene succedono di tutti i colori; alla fine arriva a destinazione, ma...
Ecco, Nichetti aveva già anticipato la "Milano da bere"!

Ratataplan rappresentò ai tempi una boccata di aria fresca, ma anche ai giorni nostri non possiamo non apprezzare il carattere eversivo e anarchico della sua poesia e della sua ironia, ben rappresentato già dagli immaginifici titoli di testa dell'animatore Guido Manuli

Nonostante un budget molto limitato, fu subito grande successo di pubblico sia in Italia che (cosa meno scontata) all'estero, grazie soprattutto al passaparola.

Ne avevamo già parlato a proposito di Cosimo e Nicole di Francesco Amato: è sempre la stessa storia, solo proponendo qualcosa di nuovo il cinema italiano si arricchisce e cresce.

Gli organizzatori del Premio Quiliano Cinema hanno fatto bene a scegliere allora due cineasti che hanno saputo distinguersi dai colleghi.

Amato è giovane e promettente e ha le carte in regola per farsi conoscere ancora di più.
Nichetti ha saputo costruirsi una carriera piena di soddisfazioni restando fedele al proprio personalissimo stile, pur sperimentando molto.

Insomma, per i cineasti alle prime armi da Quiliano arriva un messaggio: osate, sperimentate, fate fruttare le vostre idee e il vostro talento.

Chissà, magari anche voi un giorno potreste arrivare in questo bel paesino per essere premiati...




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domenica 1 settembre 2013

WILLIAM FRIEDKIN. IL SALARIO DELLA PAURA, UN' OPERA DA MANEGGIARE CON CURA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 1977
121'
Regia: William Friedkin
Interpreti: Roy Scheider, Bruno Cremer, Francisco Rabal, Amidou.


«Apocalypse Now, Aguirre-Furore di Dio e il mio Il Salario della Paura sembrano in effetti aver sofferto dello stesso male. Sapete, la maggior parte dei registi ha un solo desiderio: quello di vivere sul filo del rasoio. Sapendo che un regista non ha sempre un controllo assoluto sulla propria creazione è evidente che egli ha forzatamente voglia di andare vicino al punto di rottura di una situazione data per provare al mondo di essere in grado di ritornare, all’ultimo minuto, padrone del suo destino».

Un camion che pare venuto dall'inferno - col muso che ricorda un demone e con sbuffi di fumo che escono da tubi che sembrano corna - attraversa un ponte di corde lacere e assi di legno putride, scosso da raffiche di vento e pioggia battente.
Sbanda, sembra poter cadere nel fiume da un momento all'altro.
I movimenti sono lenti, i volti del conducente e di chi sta guidando il mostro meccanico dal ponte sono terrei e tesi per l'attenzione e la preoccupazione: i due sanno che un minimo movimento brusco potrebbe far scoppiare il carico - delle casse di nitroglicerina - e ucciderli all'istante.

È questa la scena-simbolo di Il Salario della Paura, storia di quattro disperati in fuga dal mondo che si incontrano in un remoto villaggio dell'America Latina e che accettano per necessità il lavoro di trasportare dell'esplosivo attraverso la foresta, tra mille insidie e percorsi a dir poco accidentati.
Una sequenza di pochi minuti che però venne a costare un decimo dell'intero budget e fece guadagnare al regista il nomignolo di Hurricane Billy.

Circa un anno fa, CINEMA A BOMBA! - rispondendo ad un accorato appello apparso nelle pagine di Facebook e Twitter da parte del gruppo Save Sorcerer - sottoscrisse petizioni e fece pressioni sulla Paramount e sull'Universal per salvare le pellicole negative originali 35mm del film più impegnativo e maledetto di William Friedkin.

Immaginate quindi la nostra soddisfazione nel sapere a Febbraio di quest'anno - e nell'avere la relativa conferma a Maggio - del salvataggio di Il Salario della Paura.
Non solo, ma anche di una sua presentazione a Venezia 2013 in una nuova edizione restaurata e rimasterizzata, nel giorno del compleanno del suo autore e della consegna del prestigiosissimo Leone d'Oro alla carriera!

Il "maledettismo" della pellicola fu dovuto ai costi esorbitanti sostenuti dalla produzione negli scomodissimi esterni dominicani, al massacro dei critici all'uscita nelle sale e allo scarso risultato al botteghino.
Un flop che segnò in modo indelebile la carriera del cineasta di Chicago, allora considerato uno dei più talentuosi e promettenti della propria generazione.

Al disastro contribuirono di certo gli inadeguati interpreti, quasi tutti quinte o addirittura seste scelte (Scheider è chiaramente al posto di Steve McQueen); il fuorviante titolo originale Sorcerer, "stregone", riferito - ma l'associazione è tutt'altro che scontata - al destino malvagio; l'uscita nelle sale in concomitanza con quella dell'epocale Guerre Stellari.
E infine il perfezionismo maniacale di Friedkin, che per la scena dell'incidente nel prologo arrivò a far distruggere dodici automobili di fila (12!) prima di ritenersi soddisfatto.

Eppure l'opera in questione è notevole e decisamente non merita l'oblio al quale sembrava inesorabilmente condannata.
Potente, forgiata da una forza titanica, investe lo spettatore con il fango, la pioggia, l'umidità, il fumo e le fiamme incandescenti che tormentano i quattro antieroi, e gli fa vivere i loro stessi brividi.
L'accentuato realismo è sempre stato in fondo uno dei principali marchi di fabbrica del Maestro, allergico agli artifici spettacolari fini a se stessi.

Il senso di tensione, strisciante fin dalle prime sequenze, cresce progressivamente lungo lo svolgersi della vicenda, senza risparmiare il finale, amaro e sospeso.
Solo un grande regista poteva rendere la fisicità, la materia della storia in modo così efficace.
William Friedkin ci è riuscito.

«Di tutti i film che ho girato, questo è il mio preferito. E' uno dei pochi che posso rivedere perché è venuto quasi esattamente come volevo».

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