CINEMA A BOMBA!

mercoledì 28 maggio 2025

CANNES 2025. SIC TRANSIT GLORIA?

Dall'alto: Jafar Panahi con la Palma d'Oro; la sempre splendida Juliette Binoche, Presidente della Giuria; Robert De Niro mentre riceve il premio alla carriera da Leonardo DiCaprio.


La 78a edizione del Festival di Cannes, come visto sabato, è stata vinta dall'iraniano Yek tasādof-e sāde, che tradotto significa "un semplice incidente" (per l'elenco completo dei premiati cliccate qui).

Un'opera coraggiosa in cui il regista Jafar Panahi denuncia le atrocità del regime di Teheran, e che è arrivata alla Palma d'Oro battendo pellicole più in vista come quelle di Wes Anderson (la commedia spionistica La Trama Fenicia) e Richard Linklater (Nouvelle Vague, tributo meta e un po' ruffiano al cinema transalpino).

Basterà per conquistare anche... gli Oscar?
Domanda apparentemente fuori contesto, ma in effetti legittima: da qualche anno a questa parte l'Academy sembra guardare (anche) alle grandi kermesse europee.

Proprio a Cannes un anno fa Anora di Sean Baker conquistò la Croisette, per poi trionfare alla Notte delle Stelle lo scorso febbraio; alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2021 Jane Campion venne premiata per la miglior regia con Il Potere del Cane e ottenne pochi mesi dopo la statuetta nella medesima categoria; il coreano Bong Joon-ho vinse l'Oscar nel 2020 con Parasite dopo essersi accaparrato la Palma d'Oro l'anno precedente; idem Guillermo del Toro, che grazie a The Shape of Water prima si portò a casa il Leone d'Oro e dopo l'Oscar (2017-2018).

Succederà la stessa cosa quest'anno? Improbabile, ma non impossibile, dati i precedenti.
Dopo un'edizione in cui gli Stati Uniti sono rimasti un po' ai margini (nessun premio, tranne quelli alla carriera per Denzel Washington e Robert De Niro) chissà che al prossimo giro non sia un film persiano a sbancare gli Academy Award.

E se la gloria di Hollywood passasse di nuovo da un festival?


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domenica 25 maggio 2025

CANNES 2025. I VINCITORI

Il regista Jafar Panahi con la Palma d'Oro. 


A vincere la 78a edizione del Festival di Cannes è stato il regista iraniano Jafar Panahi col suo film clandestino Yek tasādof-e sāde (traduzione letterale: "un semplice incidente").

Premiati dalla giuria capitanata da Juliette Binoche troviamo anche - tra gli altri - il divo brasiliano Wagner Moura (sì, quello di Tropa de Elite e Civil War) e gli immancabili fratelli belgi Dardenne.

In attesa del nostro consueto post di commento, leggete qui sotto l'elenco completo dei vincitori e fateci sapere che cosa ne pensate!


Palma d'Oro: Yek tasādof-e sāde, regia di Jafar Panahi (Iran)

Grand Prix Speciale della Giuria (premio per l'opera più originale o innovativa): Affeksjonsverdi, regia di Joachim Trier (Norvegia, Francia, Germania, Danimarca, Svezia)

Prix de la mise en scène (premio per la migliore regia): O agente secreto, regia di Kleber Mendonça Filho (Brasile, Francia)

Prix du scénario (premio per la migliore sceneggiatura): Jean-Pierre e Luc Dardenne per Jeunes Mères (Belgio)

Prix d'interprétation féminine (premio per la migliore attrice): Nadia Melliti per La Petite Dernière (Francia)

Prix d'interprétation masculine (premio per il migliore attore): Wagner Moura per O agente secreto (Brasile, Francia)

Premio della Giuria: In die Sonne schauen, regia di Mascha Schilinski (Germania) ex aequo con Ṣirāṭ, regia di Óliver Laxe (Spagna)

Palma d'Oro onoraria: Denzel Washington e Robert De Niro.


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martedì 27 febbraio 2024

OSCAR 2024. NOMINATION: ATTRICI E ATTORI

(Dall'alto: i candidati e le candidate in lizza rispettivamente per l'Oscar come miglior attore e attrice protagonista).


Una delle domande che ci si pone più frequentemente in attesa della Notte delle Stelle è: l'Academy confermerà il risultato dei Golden Globe?

Ma non c'è una risposta: sia perché i premi assegnati dalla stampa estera non sono - come qualcuno continua a credere - un'anteprima degli Oscar (basti vedere quante volte negli scorsi anni i verdetti siano stati ribaltati), sia perché le regole sono diverse.

Ad esempio, qui non si fa distinzione tra film drammatici e commedie, sicché per attrici e attori le categorie - e di conseguenza le possibilità di essere premiati - si riducono da 6 a 4.
Il che ovviamente rende la competizione tra le star più agguerrita, specie tra i protagonisti.

In questo ambito, la sfida è soprattutto tra l'affermata Emma Stone di Povere Creature (già premiata nel 2017 grazie al bellissimo La La Land) e la rivelazione Lily Gladstone del western politico Killers of the Flower Moon, con la prima favorita.
Le altre - se i bookmaker non cambiano idea - rimangono più indietro nella corsa, con Carey Mulligan di Maestro nelle vesti di outsider.

Tra le non protagoniste l'esito è meno scontato: l'Academy concederà il solito contentino al politicamente corretto o stavolta farà scelte più coraggiose?
Chi vivrà vedrà, ma se dovessimo sbilanciarci, punteremmo su una tra Da'Vine Joy Randolph di The Holdovers e Emily Blunt di Oppenheimer.

Ed è proprio il nuovo capolavoro di Christopher Nolan a monopolizzare la corsa in ambito maschile.
Cillian Murphy e Robert Downey Jr. - in lizza rispettivamente come protagonista e come attore di supporto - non sembrano davvero avere rivali.

Certo, l'apprezzato Bradley Cooper di Maestro potrebbe impensierire il primo (ma non è da sottovalutare nemmeno il Paul Giamatti di The Holdovers) e il divertente Ryan Gosling di Barbie potrebbe avere qualche chance contro il secondo, ma ci resta molto difficile crederlo.

Tuttavia, c'è ancora tempo prima di stabilire dei pronostici ufficiali e ancora di più per scoprire chi si porterà a casa le ambite statuette dorate.
Nell'attesa potete leggere il sottostante elenco dei candidati e cliccare sui link che trovate per saperne di più.

Rimanete sintonizzate/i, il nostro Speciale Oscar continua!


Miglior attrice protagonista
Annette Bening - Oltre l'Oceano (Nyad)
Lily Gladstone - Killers of the Flower Moon
Sandra Hüller - Anatomia di una Caduta
Carey Mulligan - Maestro
Emma Stone - Povere Creature! (Poor Things!)

Miglior attore protagonista
Bradley Cooper - Maestro
Colman Domingo - Rustin
Paul Giamatti - Lezioni di Vita (The Holdovers)
Cillian Murphy - Oppenheimer
Jeffrey Wright - American Fiction

Miglior attrice non protagonista
Emily Blunt - Oppenheimer
Danielle Brooks - Il Colore Viola
America Ferrera - Barbie
Jodie Foster - Oltre l'Oceano (Nyad)
Da'Vine Joy Randolph - Lezioni di Vita (The Holdovers)

Miglior attore non protagonista
Sterling K. Brown - American Fiction
Robert De Niro - Killers of the Flower Moon
Robert Downey Jr. - Oppenheimer
Ryan Gosling - Barbie
Mark Ruffalo - Povere Creature! (Poor Things!)


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martedì 14 novembre 2023

KILLERS OF THE FLOWER MOON, L'ORO NERO E IL CUORE NERO DEL CAPITALISMO AMERICANO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 



USA, 2023
206'
Regia: Martin Scorsese
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Robert De Niro, Lily Gladstone, Jesse Plemons, Brendan Fraser, John Lithgow, Tantoo Cardinal, Jason Isbell, Sturgill Simpson, Scott Shepherd, Gene Jones.


Anni Venti del Novecento. I membri della Nazione Osage, popolo di Nativi americani delle Grandi Pianure, ballano sotto una pioggia sporca.

Le terre della riserva in Oklahoma dove sono stati confinati si rivelano infatti piene di petrolio e all'improvviso essi si ritrovano ricchissimi.

Ma i giacimenti fanno gola ad avidi possidenti e avventurieri bianchi, che cercano di accasarsi con le donne indiane o di diventare tutori degli uomini per cercare di entrare in possesso dei preziosi terreni.

Lo stolido e ingenuo Ernest Burkhart (DiCaprio), spinto dall'astuto, spregiudicato e potente zio William Hale (De Niro), si sposa con la benestante ereditiera indiana Mollie (Gladstone).

Intorno a lei si forma, intanto, una scia di morti inspiegabili e misteriose che stanno falcidiando gli Osage.


Il cuore del capitalismo americano è nero, ha l'odore del petrolio misto al sangue e ha come suono il fruscio dei soldi.

Malaffare (Quei bravi ragazzi, ma anche il più recente The Irishman), gioco d'azzardo ( Casinò), imbrogli finanziari ( The Wolf of Wall Street): Martin Scorsese da sempre punta il dito contro la società americana, rea di essere corrotta e fondata sulla violenza e la sopraffazione (come dimostrato anche in Gangs of New York).

In Killers of the Flower Moon, sontuosa opera di quasi tre ore e mezza presentata in anteprima al Festival di Cannes 2023, il cineasta italo-americano alza il tiro: tali violenza e sopraffazione si fanno addirittura sterminio freddo e determinato di un popolo.

Non c'è un vendicatore che a suo modo si fa una sua giustizia sommaria (come in Taxi Driver): stavolta gli Osage subiscono il massacro, con la consapevolezza che gli Uomini Bianchi non ascolteranno il loro grido di dolore, non avranno a cuore le loro sorti, non daranno loro giustizia.

E anche quando questa in un qualche modo arriverà, sarà troppo tardi.

Come nel sottovalutato Silence, il pessimismo scorsesiano si fa cupo - ancora più cupo, se si pensa che la pellicola è l'adattamento di un saggio a sua volta ispirato a fatti realmente accaduti.

Ed è rappresentato magnificamente dai protagonisti: la dolce ma disincantata Molly (bravissima Lily Gladstone) assiste con dolore e un senso di impotenza alle morti delle persone a lei più care; l'imbelle Ernest (un'altra memorabile interpretazione di Leonardo DiCaprio) è in balia degli eventi e si trova invischiato nei machiavellici piani dello zio, William Hale.

All'apparenza rispettabile, rassicurante, bonario, amichevole, generoso, il personaggio interpretato magistralmente da Robert De Niro si dimostra nei fatti cinico, crudele, rapace, brutale, manipolatore.

Attenzione, dice Scorsese, non fatevi ingannare da modi gentili e toni melliflui: i tanti William Hale della storia degli Stati Uniti hanno reso più ricca e prospera l'America, spesso con il sorriso tra le labbra.

Ma a che prezzo?


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mercoledì 18 marzo 2020

OSCAR 2020. THE IRISHMAN, IL CREPUSCOLO DEI GANGSTER

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2019
209'
Regia: Martin Scorsese
Interpreti: Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Ray Romano, Bobby Cannavale, Anna Paquin, Stephen Graham, Jesse Plemons, Kathrine Narducci, Domenick Lombardozzi, Sebastian Maniscalco, Steven Van Zandt, Jack Huston, Aleksa Palladino.


L'irlandese Frank Sheeran (De Niro), camionista ed ex reduce della Seconda Guerra Mondiale, entra nel giro del boss italo-americano Russell Bufalino (Pesci) e ne diventa il braccio armato, un sicario fedele e senza troppi scrupoli.

La sua vita cambierà quando conoscerà il carismatico Jimmy Hoffa (Pacino), con il quale instaurerà un problematico rapporto di amicizia.






Probabilmente non sono molti, al giorno d'oggi, a conoscere James "Jimmy" Hoffa.

Ma il potente, discusso e influente leader del sindacato degli autotrasportatori è stato, negli anni 50 e 60, un vero e popolare protagonista della scena economico-sociale degli Stati Uniti.

La sua improvvisa sparizione, nel 1975, rimane tuttora uno dei più grandi misteri della storia americana e ha da sempre acceso la fantasia di dietrologi e complottisti.

Martin Scorsese ne dà una sua versione, basandosi sul saggio I Heard You Paint Houses (letteralmente: Ho sentito che tinteggi case; in Italia uscito con il titolo L'Irlandese) di Charles Bradt, adattato poi dallo sceneggiatore Steve Zaillian (Oscar per lo script di Schindler's List di Steven Spielberg nel 1994).

E ovviamente lo fa a suo modo, mettendoci dentro molto di sé.

The Irishman diventa pertanto non solo un racconto di "come andarono le cose", ma una profonda, amara, pessimistica e intima riflessione sullo scorrere del tempo, sull'impatto che le nostre scelte hanno sulla vita nostra e delle persone che ci stanno accanto, sulla solitudine del peccato e dei sensi di colpa.

Non è un caso che egli abbia chiamato ad interpretare i protagonisti due attori a lui molto cari: Robert De Niro (alla nona collaborazione insieme, con un Oscar vinto per Toro Scatenato, senza contare il corto The Audition) e Joe Pesci (alla quarta collaborazione, con un Oscar vinto per Quei Bravi Ragazzi), che insieme hanno recitato complessivamente 4 volte per l'amico regista (la penultima, per il troppo sottovalutato Casinò).

E che si sia avvalso dei fidati collaboratori Thelma Schoonmaker (montaggio), Rodrigo Prieto (fotografia; avevano già lavorato assieme in The Wolf of Wall Street, The Audition e Silence), Sandy Powell (costumi), Robbie Robertson (musiche).

Una rimpatriata che assume i toni crepuscolari di un testamento spirituale (nonostante l'attivismo del regista, sempre impegnato in nuovi progetti), di una quadratura del cerchio: The Irishman è una summa di tutti film "di gangster" da lui diretti precedentemente, di quasi tutti i tòpoi trattati nella sua lunga carriera, di una visione del mondo e della vita.

Non aspettatevi tuttavia un déja-vu: la pellicola è piuttosto anomala, per gli standard scorsesiani.

Pur non mancando scene forti, il ritmo non è forsennato: più simile, forse, al fluire di un grosso fiume che scorre placido, ma che appare altresì imponente e potente.

Anche la scelta dei brani musicali è particolare: nessun pezzo rock, ma molti in stile "confidenziale".

Poi, quest'opera è l'unica, nella carriera del cineasta, ad essere stata distribuita principalmente per lo streaming.

La produzione da parte di Netflix è probabilmente uno dei motivi dei pochi riconoscimenti ottenuti: 5 nomine ai Golden Globe e ben 10 agli Oscar, ma nessuna statuetta conquistata - ma lo sappiamo quanto poco Hollywood apprezzi questo tipo di fruizione dei film (si veda il caso Roma).

Però dobbiamo anche aggiungere che senza lo sforzo produttivo della piattaforma via web, questo film non avrebbe potuto essere fatto (o sarebbe stato molto diverso): il budget infatti è stato imponente - da uno che ha creato capolavori come Taxi Driver con pochi soldi, è cosa alquanto inusuale.

I costi sono lievitati soprattutto a causa degli effetti speciali: la tecnica messa a punto dalla Industrial Light & Magic (quella della saga di Star Wars, per intenderci) per ringiovanire digitalmente gli attori si è rivelata sì molto efficace e suggestiva, ma anche molto dispendiosa.

Altra "stranezza": Al Pacino recita finalmente (e per la prima volta) in un film di Scorsese!

Quest'ultimo utilizza spesso attori italo-americani - qui compaiono, tra gli altri, Bobby Cannavale, Ray Romano, Steve Van Zandt - ma non aveva mai avuto la possibilità di lavorare con uno dei migliori attori di Hollywood.

E questi offre, da par suo, un'eccellente interpretazione di uno dei personaggi più ambigui della storia americana del Novecento, vincendo (a parer nostro) la sfida con l'eterno "rivale" (ma i due si stimano molto) Robert De Niro.

Vedremo quali altri film ci riserverà in futuro Scorsese; tuttavia, se dovesse riprendere il genere gangster movie, sapremo che lo farà, a questo punto, per sconvolgerlo definitivamente.




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martedì 15 ottobre 2019

JOKER, SIAMO TUTTI CLOWN?

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2019
123'
Regia: Todd Phillips
Interpreti: Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Frances Conroy, Brett Cullen, Douglas Hodge, Dante Pereira-Olson, Shea Whigham, Bill Camp, Marc Maron, Bryan Callen


A Gotham City le profonde e durature disparità economiche hanno incattivito le persone: la criminalità dilaga indisturbata, i ricchi arroganti e strafottenti palesemente disprezzano e discriminano i più bisognosi, le periferie sono abbandonate al degrado e alla sporcizia.

Arthur Fleck (Phoenix) è un poveraccio con problemi psichici (che lo fanno ridere in modo parossistico e involontario) che vive con la madre (Conroy), anch'essa poco lucida, in uno squallido appartamentino in un edificio mal tenuto - dove vive anche la comprensiva ragazza-madre Sophie (Beetz) - e che guadagna qualche soldo facendo il clown in strada e in ospedale.

Il suo desiderio sarebbe quello di diventare un cabarettista - su modello del brillante conduttore televisivo Murray Franklin (De Niro) - ma la sua condizione mette a disagio le persone e in pubblico egli appare goffo e poco buffo.

La sua vita, poi, non è di certo una commedia: maltrattato da bambino, pure da adulto subisce ogni sorta di angheria e prepotenza.

Finché un giorno riesce a reagire all'ennesimo sopruso, scatenando un effetto domino sulla sua vita e su quella della città.






Preannunciato dalla clamorosa vittoria del prestigiosissimo Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia, da un nugolo di polemiche per un presunto incitamento alla violenza e dal timore di atti emulativi (soprattutto negli Stati Uniti), è arrivato come una bomba Joker, film sulla genesi del principale antagonista di Batman.

Grossi incassi finora al botteghino in tutto il mondo, fiumi di inchiostro sui giornali, in tendenza in tutti i social network, pubblico in visibilio, critici sommersi di...critiche in caso di recensioni non entustiastiche e comunque molto divisi (soprattutto in patria; in Italia invece il consenso è stato quasi unanime): poche opere riescono a suscitare reazioni così viscerali - ed il cinema, in crisi, ha un gran bisogno di ritrovare passione e idee, schiacciato com'è dalla concorrenza spietata delle Tv e delle piattaforme di streaming (si veda il caso Netflix, capace di sfornare ottimi lavori quali Roma di Alfonso Cuarón, La Ballata di Buster Scruggs dei fratelli Coen e il prossimo e già acclamato The Irishman di Martin Scorsese).

È vero, pochi mesi fa Avengers: Endgame ha spinto milioni di persone nelle sale ed è divenuto il film che ha incassato di più nella storia del cinema; ma si tratta del frutto di una programmazione attenta alla fidelizzazione degli spettatori (e quindi finalizzata soprattutto a fare profitti): prodotto rassicurante per i fan, molto gradevole, fatto molto bene, ricco di effetti speciali, con attori belli e scanzonati.

Recentemente Scorsese ha definito le pellicole Marvel come un parco divertimenti, come un puro intrattenimento senza alcuna pretesa artistica.
Si può essere d'accordo o meno con il pensiero di un cineasta così illustre - un vero appassionato, comunque, della Settima Arte - ma non si può non notare la penuria di "cose nuove" e di progetti audaci in campo cinematografico.

Ecco che allora Joker rappresenta una novità, un qualcosa di visto pochissime altre volte (e mai in modo così efficace): il tentativo di proporre un film d'autore, un film di denuncia a basso budget, camuffandolo da cinecomics, da film popolare.

Come si fa a rendere interessante ad un ampio pubblico la storia di un uomo solo e con problemi psichici in balia della violenza, dell'indifferenza, del disprezzo?
Sarebbero in pochi quelli disposti a vedere una pellicola che tratta un argomento così duro e crudo.

Ma se quest'uomo così disgraziato diventasse poi un personaggio iconico e carismatico, principale antagonista di uno dei supereroi più celebri del mondo...

La rivincita di Arthur Fleck - avete notato che "A. Fleck" richiama il cognome del celebre attore che impersona l'Uomo Pipistrello nel ciclo della Justice League? - sulla società che lo ha così maltrattato, proprio in virtù del suo destino (da perdente sappiamo che diverrà un numero uno - sebbene del crimine), rappresenta allora un più potente megafono della protesta degli ultimi.

Chi, preoccupandosi, ha interpretato Joker come una chiamata alle armi rivolta a disagiati, però a nostro avviso non ha centrato il punto: con il pretesto del racconto delle origini di un cattivo, si affrontano i temi della malattia mentale, dell'emarginazione, della sopraffazione in un modo che possa arrivare diritto come un pugno agli stomaci degli spettatori.

Chi entra in sala convinto di vedere lo spin-off di un film di supereroi, si ritrova invece catapultato nella vita disgraziata di un pover'uomo e viene portato a trovare comprensione, rispetto, tenerezza per lui.

Il deflagrare della violenza, così, diventa la goccia che fa traboccare un vaso pieno di frustazione e, lungi dal giustificarne gli atti, diviene un urlo di rivolta liberatorio nei confronti di un mondo ingiusto in cui gli ultimi sono abbandonati a se stessi e i ricchi si permettono di deriderli o di liquidare le loro istanze come pretese irrealizzabili e comunque non prioritarie, se non addirittura come pericolose.

Joker ci avvisa: il mondo è in fermento, guai a far finta di nulla.






Todd Phillips non sbaglia niente, nella rappresentazione della sua visione: lasciati da parte Una Notte da Leoni e i suoi seguiti, ispirandosi a due classici del calibro di Taxi Driver e Re Per Una Notte di Scorsese, egli opta per un ritratto cupo, crudo, pessimistico della società.

La regia è grezza e realistica, ben lontana dalle esagerazioni dei cinecomics - apprezzabili, in questo contesto, la mancanza di effetti speciali fracassoni e invadenti e la fotografia "sporca" di Lawrence Sher.

La straordinaria colonna sonora composta dall'islandese Hildur Guðnadóttir è eterea e straniante; le canzoni That's Life e Send In The Clowns, rese universalmente note da Frank Sinatra, e Smile di Charlie Chaplin offrono un contrappunto ironico, mentre Rock & Roll Part 2 del molto discusso Gary Glitter e White Room dei Cream sono in sottofondo a due scene divenute iconiche - rispettivamente, quella della scalinata e quella dell'insurrezione.

Il trucco di Nicki Ledermann e Kay Georgiou e i costumi di Mark Bridges dovevano discostarsi in modo significativo da quelli delle personificazioni precedenti del personaggio: missione compiuta, sono stati apprezzati dal pubblico e sono divenuti riconoscibili e popolari.

Bravissimi gli attori "di contorno": Robert De Niro, quando vuole, sa essere straordinario (questa è la conferma); Zazie Beetz (già vista in Deadpool 2) ha una faccia che funziona; Frances Conroy (la madre di Arthur) e Brett Cullen (Thomas Wayne) sono convincenti.

Ma Joker, volenti o nolenti, è il film "di" Joaquin Phoenix.

Che fosse un interprete eccellente lo sapevamo già - è a dir poco strepitoso in Lei-Her di Spike Jonze e in The Master di Paul Thomas Anderson, giusto per fare due esempi.

Ma che fosse così bravo...

Non è molto corretto fare accostamenti con Jack Nicholson e col rimpianto Heath Ledger, che avevano già portato sullo schermo il personaggio, rispettivamente in Batman di Tim Burton e Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan, anche perché i due erano co-protagonisti (sebbene molto carismatici e incisivi), mentre Phoenix è il fulcro dell'intero film, capace di reggerne il peso dalla prima all'ultima scena.

Scheletrico, nevrotico, sofferto, sgraziato, ferito, deformato, il corpo di Joaquin Phoenix si fa rappresentazione del dolore e dell'ingiustizia, così come il suo volto dolente è una smorfia di una sofferenza anche interiore e non un sorriso o un ghigno.

L'attore nato a Porto Rico dà un'interpretazione viscerale e totalmente immersiva, tanto da diventare lui stesso il personaggio che porta in scena, in una trasformazione che è impressionante: non si tratta di un semplice gigioneggiare in modo istrionico, né di un'adesione totale al Metodo Stanislavskij di immedesimazione maniacale.

È come se trasferisse tutti suoi demoni interiori, il suo vissuto, nel dolore, nella maschera, nella risata terrificante e straziante di Arthur Fleck.

Praticamente tutti quelli che hanno visto il film concordano sul fatto che egli meriterebbe ampiamente l'Oscar come miglior attore protagonista, ma indipendentemente dalla sua vittoria o dalla sua sconfitta sappiamo già che la sua magistrale prova attoriale sarà ricordata a lungo, tanto è incisiva, disperata, viva e sconvolgente.

Sicuramente la sua recitazione è l'asso vincente di un film che non esitiamo a definire un capolavoro incendiario - tanto è potente e in grado di generare discussioni.

Certo la scelta dei produttori di discostarsi dalla travagliata serie DC Extended Universe (L'Uomo d'Acciaio, Batman v Superman, Suicide Squad, Wonder Woman, Justice League, Aquaman, Shazam!) si è già rivelata un azzardo vincente.

Solo tra qualche anno vedremo se Joker resterà un caso isolato o se assumerà il titolo di precursore di un nuovo modo di intendere i cinecomics.

Noi tifiamo per quest'ultima ipotesi.




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giovedì 3 ottobre 2019

I CLASSICI: TAXI DRIVER, GIUSTIZIERE CHE NON DORME MAI NELLA CITTA' CHE NON DORME MAI

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 1976
113'
Regia: Martin Scorsese
Interpreti: Robert De Niro, Cybill Shepherd, Peter Boyle, Albert Brooks, Jodie Foster, Harvey Keitel, Leonard Harris, Martin Scorsese.


Travis Bickle (De Niro) è un reduce del Vietnam insonne e dipendente dagli psicofarmaci che per campare decide di fare il tassista di notte.

Durante il turno gira lungo le strade più malfamate di New York, covo di spacciatori, prostitute, teppisti, rapinatori; quando non lavora se ne sta rintanato in casa e occasionalmente va nei cinema a luci rosse o esce coi colleghi.

L'unico raggio di luce in tutto questo squallore è rappresentato dalla bella Betsy (Shepherd), che lavora nello staff elettorale del senatore Palantine (Harris), ambizioso politico che vuole diventare presidente degli Stati Uniti.

Travis, però, non sa come trattare le donne e, dopo un appuntamento disastroso, viene rifiutato dalla ragazza.

Preso dalla frustrazione e dalla rabbia, matura la decisione di fare giustizia di tutte le storture che sta vivendo: decide così di compiere un gesto eclatante e di salvare anche una baby prostituta (una giovanissima Jodie Foster) dalle grinfie del suo protettore (Keitel).





La vittoria del Leone d'Oro del Joker di Todd Phillips all'ultima Mostra del Cinema di Venezia ha ridestato l'interesse su uno dei capolavori della storia del cinema presi a riferimento dal film del regista di Una Notte Da Leoni: Taxi Driver di Martin Scorsese.

L'Arthur Fleck di Joaquin Phoenix, che da reietto della società si prende la sua folle rivincita sul mondo con la violenza, è ispirato proprio all'iconico Travis Bickle di Robert De Niro.

Costui, per calarsi nel ruolo, frequentò per un po' di tempo dei tassisti (e prese addirittura la licenza per guidare!), si informò presso militari e veterani circa la loro vita e raccolse notizie a proposito di Arthur Bremer, che nel 1972 attentò alla vita del candidato democratico alla presidenza George Wallace.

E ci mise anche del suo - come nella celeberrima scena davanti allo specchio, improvvisata - dimostrando, oltre all'adesione maniacale al Metodo Stanislavskij, un formidabile intuito recitativo.

De Niro, che aveva già vinto il suo primo Oscar nel 1975 per Il Padrino - Parte Seconda e che proprio in quel periodo stava lavorando pure in Italia per Novecento di Bernardo Bertolucci facendo avanti e indietro da un set all'altro, si dimostrò uno dei talenti più brillanti della sua generazione e perfetto per incarnare un personaggio così complesso.

A rendere l'interpretazione dell'italo-americano indimenticabile è ovviamente anche una storia piuttosto incisiva: la sceneggiatura di Paul Schrader è potente e la regia di Martin Scorsese è piena di invenzioni - spesso si è discusso della scena dello specchio, della sparatoria e del finale ambiguo; ma tutto il film sarebbe da rivedere fotogramma per fotogramma per apprezzare meglio le scelte del cineasta.

Taxi Driver è un film cupo, pessimista, un noir - impreziosito dalla colonna sonora del grande Bernard Herrmann (quello delle pellicole di Hitchcock; qui al suo ultimo lavoro)- che accompagna il protagonista verso una vera e propria discesa agli inferi in un climax di paranoia e delirio e trascina lo spettatore nel cuore di tenebra di una civiltà corrotta e brutale.

È un ritratto impietoso di un'America uscita distrutta dalla guerra in Vietnam, con i reduci abbandonati a se stessi e in preda a disturbi da stress post traumatico, non in grado di riambientarsi nel mondo civile né di intrattenere rapporti normali con le persone.

È un ritratto crudo di una New York senza legge né ordine, una città da Far West con giustiziere annesso.

È un'opera che smaschera il mito del "Sogno Americano", trasformato in un incubo metropolitano nel quale la violenza assume una valenza catartica, liberatoria e viene persino giustificata dai mass media.

Così, mentre Travis probabilmente riesce solo a placare temporaneamente i propri demoni interiori, per l'opinione pubblica egli diventa una sorta di cavaliere dell'Apocalisse, un angelo vendicatore, un San Giorgio che uccide il drago e salva la fanciulla in pericolo.

Ma ben diverso sarebbe stato il giudizio, se avesse assassinato il potente uomo politico anziché il pappone e i suoi compiacenti sodali: sarebbe stato considerato come un pericoloso criminale dalla gloria sinistra.

Scorsese svela quindi anche l'ipocrisia dei mezzi di comunicazione di massa, che non si fanno scrupoli di influenzare l'opinione pubblica, offrendole in pasto "il mostro" o "l'eroe", a seconda dei casi, e di soffiare sul fuoco fino a quando la storia perde interesse.

Manifesto e rappresentazione di un'epoca, Taxi Driver è un film che non perde smalto con gli anni e che riesce ancora ad essere un punto di riferimento per chi vuole fare cinema - proprio come i veri capolavori.



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mercoledì 10 agosto 2016

I CLASSICI: IL CACCIATORE, IL COLPO VINCENTE DI CIMINO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA/Regno Unito, 1978
182'
Regia: Michael Cimino
Interpreti: Robert De Niro, Christopher Walken, Meryl Streep, John Savage, John Cazale, George Dzundza.


Lavoro (in una fonderia), hobby (la caccia al cervo), amori, il matrimonio di uno di loro.

La vita di un gruppo di ragazzi alla vigilia della partenza per il Vietnam di tre di loro scorre spensierata e allegra, ma la realtà della guerra si dimostrerà traumatica.

Al ritorno, nulla sarà mai più come prima.

Il 2 Luglio scorso ci ha lasciato Michael Cimino.

Noto per la sua (per molti eccessiva) meticolosità e per i suoi comportamenti bizzarri, egli verrà ricordato soprattutto per questo film.

Era il 1978 quando questo uscì, il regista - ex sceneggiatore - aveva trentanove anni e una sola precedente esperienza dietro alla cinepresa (Una Calibro 20 per lo Specialista del 1974, con Clint Eastwood e Jeff Bridges).

Eppure, nonostante ciò, alla cerimonia degli Oscar dell'anno successivo la pellicola si aggiudicò 5 statuette - migliori film, regia, attore non protagonista (Walken), montaggio e sonoro - su 9 nomination che comprendevano anche sceneggiatura originale, fotografia (Vilmos Zsigmond), attore protagonista (De Niro, intenso e bravissimo) e attrice non protagonista (Streep, alla prima di una lunghissima serie di nomine: al momento siamo a quota 19!).

E il quasi esordiente si aggiudicò le due più prestigiose, forte di un grosso apprezzamento da parte di critica e pubblico.

Si parlò di un nuovo prodigio della cinematografia mondiale, di un autore potenzialmente in grado di lasciare un'impronta duratura, assieme ad altri talenti emergenti del periodo come Steven Spielberg, Francis Ford Coppola, George Lucas, Martin Scorsese.

Ma l'entusiasmo fu tuttavia effimero: nel 1980 uscì, dopo una travagliata produzione dai costi spropositati, I Cancelli del Cielo, uno dei flop più epocali della storia del cinema - tanto che fu tra le cause principali della bancarotta della gloriosa casa di produzione United Artists -, stroncato senza appello da critica e pubblico.

La reputazione di Cimino ne uscì distrutta: al contrario di William Friedkin - che dopo il boom di Il Braccio Violento della Legge e L'Esorcista aveva subito una rovinosa caduta con il pur ottimo Il Salario della Paura, ma poi ha saputo riprendersi con pellicole quali Vivere e Morire a Los Angeles, Bug e Killer Joe - egli non riuscì più a risollevarsi del tutto (nonostante L'Anno del Dragone del 1985).

Sì, Il Cacciatore è rimasto il suo esito più fortunato.

I forti contrasti tra i diversi tempi del film si scontrano violentemente e creano sensi di straniamento e disorientamento, proprio come quelli vissuti dai personaggi.

La prima parte è gioiosa laddove mostra il matrimonio (con rito ortodosso, quindi particolarmente suggestivo) e la successiva festa scatenata, e bucolica quando segue la caccia al cervo.

La seconda parte è angosciosa - soprattutto nella scena della tortura della "roulette russa" (che consiste nell'inserire un solo proiettile nel tamburo di una rivoltella, nel chiudere l'arma, puntarla verso la propria testa e premere il grilletto, sperando che non parta il colpo) - e "infernale" quando descrive il "dopo" dei bassifondi di Saigon.

La terza parte è triste e malinconica, con due dei protagonisti che tornano a casa - cambiati - e non riescono ad adattarsi alla quieta quotidianità: le tragedie che hanno vissuto (anche sulla propria pelle) sono ferite che non si rimargineranno mai.

Ad unire i tre contesti differenti c'è un filo rosso.
Rosso come il fuoco, i colori vividi e surreali della Saigon notturna, il sangue.

È il filo della violenza, che cova, esplode e, una volta che sembra passata, è pronta a ridestarsi da sotto la cenere.

È quella sensazione di star camminando in equilibrio su un filo - quando basta un niente per precipitare -, quella sensazione che il pubblico statunitense aveva bene a mente nel 1978 (la guerra del Vietnam era finita definitivamente solo tre anni prima).

Nella scena finale i vecchi amici sopravvissuti si riuniscono, ormai irrimediabilmente cambiati, e intonano in modo struggente l'inno patriottico God bless America, con la speranza che uniti il male e il dolore si riescano ad affrontare meglio.

Cimino riesce a commuovere toccando i nervi scoperti di una Nazione ancora traumatizzata, ma il suo è un grido contro la barbarie, contro la solitudine - soli con sé stessi i reduci non riescono più a trovare la pace; anzi, sono assaliti dai propri demoni personali - che va ben al di là della critica ai soli eventi bellici in Indocina e si fa grido di dolore universale contro la brutalità di tutte le guerre, ognuna delle quali è una "roulette russa" per civili incolpevoli e militari allo sbaraglio.

Proprio per questo Il Cacciatore è da considerarsi ancora attuale.
Purtroppo.





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martedì 29 marzo 2016

I CORTI: THE AUDITION, BATBOB V SUPERLEO

(Clicca sulla locandina per vedere il cortometraggio). 

USA, 2015
16'
Regia: Martin Scorsese
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Robert De Niro, Martin Scorsese, Brad Pitt, Rodrigo Prieto.


Stiamo vivendo un periodo in cui a Hollywood piacciono i grandi scontri tra supereroi: in questi giorni abbiamo nelle sale Batman contro Superman (Batman v Superman: Dawn of Justice), mentre fra pochi mesi vedremo Capitan America contro Iron Man (Captain America: Civil War).

Perché allora non fare lo stesso coi grandi attori?
Perché non mettere Robert De Niro contro Leonardo DiCaprio?

Poniamo che i due si trovino inaspettatamente faccia-a-faccia a Manila, entrambi piuttosto sorpresi di essersi incontrati.
Scopriamo che sono stati chiamati contemporaneamente dal regista Martin Scorsese, che li vuole sottoporre a un provino per il ruolo di protagonista nel suo prossimo film.

Tra i due parte una competizione serrata senza esclusione di colpi, che porterà Scorsese a correre ai ripari...
Di più non raccontiamo per non togliere la sorpresa.

Ciò che possiamo dirvi, invece, è che questo cortometraggio - ufficialmente un mega spottone da 70 milioni di dollari di budget (!) a favore di due lussuosi casinò a Manila (Filippine) e Macao (Cina) ma, vedrete, rappresenta molto di più - è imperdibile per più di una ragione.

Innanzitutto, avete mai visto due divi come Robert De Niro e Leonardo DiCaprio recitare assieme in un film di Martin Scorsese?

Stiamo parlando di due attori capaci di vincere finora tre Oscar: i suoi, Bob li ha vinti nel 1975 (Il Padrino - Parte II, come non protagonista) e nel 1981 (Toro Scatenato); Leo, la sua prima statuetta l'ha conquistata solo quest'anno, ma a furor di popolo, per The Revenant (che recensiremo a breve).

È vero, i due erano già stati insieme in Voglia di Ricominciare del 1993 e La Stanza di Marvin del 1996, ma mai diretti dal loro mentore.

In particolare, fa impressione considerare il fatto che sono passati ormai vent'anni dall'ultima collaborazione tra Scorsese e De Niro - l'ottava (DiCaprio si è fermato a quota 5 lungometraggi), il discusso Casinò.

Proprio questa era stata una delle ultimissime grandi interpretazioni del divo del Bronx, che ritorna così - con ironia e autoironia, certo - sul luogo del delitto: il rutilante mondo delle case da gioco.

Qui assistiamo ad un interessante cambio di prospettiva da parte del regista: se nel film del 1995 esse erano viste come uno scintillante luogo di perdizione, questa volta vengono ritratte come un luogo di lusso tranquillo, dove potersi rilassare e mangiare bene.

Location che fanno da sfondo al vero fulcro del cortometraggio: lo scontro professionale e generazionale tra due pesi massimi del cinema, tra due modi diversi di recitare.

Scontro che fa scintille e che si risolve in un duetto divertente tutto giocato in punta di fioretto.

All'atmosfera scanzonata e da rimpatriata di amici concorrono anche un "indeciso" Scorsese - che ad un certo punto compare anche insieme a Rodgrigo Prieto, direttore della fotografia di Amores Perros, 21 Grammi, Babel e Biutiful di Alejandro González Iñárritu, ma anche di 8 Mile di Curtis Hanson, I Segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee, Alexander e Wall Street, Il Denaro Non Dorme Mai di Oliver Stone, Argo di Ben Affleck, The Wolf of Wall Street e il prossimo Silence del buon Martin - e un "esagerato" e spassoso Brad Pitt (altro Premio Oscar: come produttore di 12 Anni Schiavo).

The Audition doveva essere presentato in anteprima all'ultima Mostra del Cinema di Venezia, ma a causa di non meglio precisati problemi tecnici non ha potuto sbarcare al Lido.

Peccato.
Ma in questo periodo di lotte cinematografiche tra supereroi, una bella baruffa tra superattori ci sta alla grande.

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domenica 4 ottobre 2015

AMERICANA. CASINO', COME PERDERE (E PERDERSI) A LAS VEGAS

Robert De Niro in una scena del film.
(Clicca sull'immagine per vedere il trailer). 

USA, 1995
176'
Regia: Martin Scorsese
Interpreti: Robert De Niro, Sharon Stone, Joe Pesci, James Woods, Frank Vincent


Dopo San Francisco (vedi La Donna Che Visse Due Volte) Fede si sta facendo un bel giro tra parchi nazionali: Yosemite (protagonista del documentario Valley Uprising che abbiamo recensito da poco), Sequoia, Bryce Canyon, Monument Valley, Grand Canyon.

Nel bel mezzo del suo vagare si troverà anche in una città che poco ha a che fare con le bellezze naturali: Las Vegas, ambientazione di tanti film (un esempio, il divertente Una Notte da Leoni) e serie televisive di successo

La capitale del gioco d'azzardo è un luogo dove tutto è esagerato - luci artificiali, paillettes, pacchianeria, soldi che girano e soprattutto escono dai portafogli, - un luogo dove tutto quello che luccica non è oro.

Insomma, lo scenario ideale per Martin Scorsese per terminare la sua trilogia dedicata alla mafia, iniziata con Mean Street, continuata con Quei Bravi Ragazzi e finita appunto con Casinò.

Sam "Asso" Rothstein (De Niro, in una delle sue ultime grandi interpretazioni) è un uomo quadrato, metodico, preciso, un ex allibratore talmente in gamba da essere chiamato da una famiglia mafiosa a dirigere il Tangiers, un casinò sulla Strip (una delle strade più famose e frequentate di Las Vegas).

La situazione finirà fuori controllo quando egli si innamorerà di Ginger (Stone) - bellissima ma sballata truffatrice - e, nello stesso tempo, verrà affiancato dal violento e imprevedibile picchiatore Nick Santoro (Pesci).

Casinò, fin dalla sua uscita, fu paragonato a Quei Bravi Ragazzi (uscito nel 1990) per diversi motivi: stesso regista, stessi attori maschili protagonisti (Joe Pesci, qui, sembra ripetere il personaggio che gli è valso l'Oscar), stessa descrizione della violenza fisica e verbale, stessa montatrice (Thelma Schoonmaker, Leone d'Oro alla carriera a Venezia 2014), stesso autore di soggetto e sceneggiatura (Nicholas Pileggi)...

Ciò gli ha giovato in termini d'incasso - è stato un buon successo di pubblico e critica - ma nel lungo periodo la somiglianza tra le due pellicole lo ha penalizzato in fatto di popolarità: oggi è (ingiustamente) considerato quasi un film minore del regista italo-americano.

Un vero peccato: la vicenda (tratta da una storia vera) è avvincente, la descrizione del mondo dell'azzardo in grande stile è meticolosa e interessante, gli attori sono molto bravi (Sharon Stone si guadagnò persino una nomination agli Oscar come migliore attrice non protagonista), parecchie sono le sequenze virtuosistiche del buon Martin.

Che va oltre da dimensione "mafiosa", mostrando la realtà diabolica di un Paese dei Balocchi per adulti che attrae con le sue mille luci, i suoi spettacoli, il suo kitsch esagerato, le sue storie, le sue promesse, le sue tentazioni: un luogo di peccato seducente dov'è facile perdersi; il regno di Mammona, del dio denaro, in terra.

Un realizzarsi di un American Dream sbagliato: quello dei soldi facili (come sono simili i personaggi di Ginger e del Jordan Belfort di The Wolf Of Wall Street!), dove l'avidità conta più dell'umanità.

Non possono esserci - e infatti non ci sono - vincitori nel Casinò di Scorsese; solo vinti.
Come al tavolo da gioco.

[Occhio, Fede...]

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martedì 1 settembre 2015

VENEZIA 2015. FILM IN E FUORI CONCORSO

Dall'alto: una scena di Everest, film di apertura della 72a Mostra del Cinema di Venezia; Matthias Schoenaerts, Tilda Swinton, Dakota Johnson e Ralph Fiennes, protagonisti di A Bigger Splash di Luca Guadagnino; Guardie Svizzere, protagoniste del documentario L'Esercito Più Piccolo del Mondo di Gianfranco Pannone.


Giunta alla sua 72a edizione, la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia non riesce ancora a ritornare ai fasti dell'era Marco Müller (direttore artistico dal 2004 al 2011).

Fiaccata negli ultimi anni dalla crisi economica e dalle scelte delle grandi case di produzione - snobbare i festival tout court oppure preferirle Cannes e/o Toronto - la gloriosa kermesse guidata ancora da Alberto Barbera stenta a trovare una via che le permetta di sopravvivere e di far parlare di sé almeno nelle riviste specializzate.

È vero, 12 mesi fa c'era Birdman di Alejandro González Iñárritu, destinato a trionfare nell' ultima edizione degli Oscar; ma il non avergli assegnato neppure un premio è stato un clamoroso autogol che ha messo in secondo piano il fatto di essere stato scelto per aprire la Mostra.

Quest'anno le vacche sono ancora più magre: assenti i grandi nomi in regia (era prevista la proiezione di un corto, The Audition, firmato Martin Scorsese con Leonardo DiCaprio, Robert De Niro e Brad Pitt; ma è stata annullata all'ultimo per cause tecniche) e i film sulla carta più interessanti, come Crimson Peak di Guillermo del Toro con Jessica Chastain, Tom Hiddleston, Charlie Hunnam e Mia Wasikowska.
Una delle poche speranze di destare attenzione è affidata ad Everest, film di apertura fuori concorso con un cast di tutto rispetto.
Speriamo bene...

Poco stuzzicanti infatti le pellicole in competizione: basti pensare che il favorito sulla carta è Aleksandr Sokurov (ricordate il suo Faust a Venezia 2011?), mentre gli outsider sono Jerzy Skolimowski e Atom Egoyan...

Potrebbero riservare sorprese invece Laurie Anderson (vedova di Lou Reed, performance artist e musicista) Charlie Kaufman (già sceneggiatore di Essere John Malkovich di Spike Jonze, Confessioni di una Mente Pericolosa di George Clooney, Se mi Lasci Ti Cancello di Michel Gondry), Xavier Giannoli (il suo Marguerite si ispira alla vita di Florence Foster Jenkins, la cantante lirica più stonata della storia; su questo personaggio è in arrivo anche un biopic con Meryl Streep) e il nostro Luca Guadagnino (ma il suo è un remake di un film francese, La Piscina di Jacques Deray con Alain Delon, Romy Schneider e Jane Birkin); Tom Hooper - già vincitore dell'Oscar per Il Discorso del Re e autore di Les Misérables - porta in Laguna un'opera che farà discutere ma che probabilmente piacerà alla Hollywood liberal.

Consoliamoci con i divi che potrebbero sbarcare al Lido - uno su tutti: Michael Keaton, recente protagonista del nostro seguitissimo Speciale; ma non dimentichiamo due cineasti di primo piano come Alfonso Cuarón (che aveva aperto Venezia 2013 con Gravity, poi vincitore morale dei successivi Oscar), presidente di giuria nel concorso principale, e Jonathan Demme (quello di Stop Making Sense, Il Silenzio degli Innocenti, Philadelphia), suo omologo per la selezione Orizzonti - e con i programmi delle sezioni collaterali, ricchi e variegati.

Molti i cortometraggi - notiamo con piacere, tra gli altri, la presenza di Zero, diretto da David Victori (autore del notevole La Culpa) e prodotto nientemeno che da Ridley Scott e Michael Fassbender insieme a YouTube - e i documentari.

Tra questi, segnaliamo In Jackson Heights del maestro del genere Frederick Wiseman (Leone d'Oro alla carriera l' anno scorso assieme alla grande direttrice di montaggio Thelma Schoonmaker); L'Esercito Più Piccolo del Mondo di Gianfranco Pannone, che parla della quotidianità delle Guardie Svizzere al tempo di Papa Francesco; De Palma, ritratto del regista di Scarface, Gli Intoccabili, Carlito's Way che è stato in competizione a Venezia 2012; Winter on Fire, sugli avvenimenti di Piazza Maidan che hanno sconvolto l'Ucraina; The Event, sui fatti convulsi che portarono al definitivo crollo dell'Unione Sovietica nel 1991.

Dopo Kurt Cobain: Montage of Heck sul leader dei Nirvana e Amy (presentato a Cannes 2015) su Amy Winehouse, non poteva mancare anche al Lido l'omaggio ad un'icona musicale: questa volta tocca a Janis Joplin.

E a proposito di omaggi: per festeggiare i cento anni dalla nascita del leggendario cineasta Orson Welles durante la serata di pre-apertura verrà proiettato Il Mercante di Venezia, pellicola che si pensava perduta.

Insomma: chi vuole i divi, sarà accontentato; chi vuole documentari e cortometraggi stimolanti, potrebbe rimanere soddisfatto; chi vuole vedere film che passeranno alla storia... beh, abbiamo l'impressione che non li troverà qui (però mai dire mai).

Ecco trailer, trame, interviste, curiosità sulle pellicole della Mostra di Venezia 2015: consigliamo comunque di darci un'occhiata.
Non ve ne pentirete.


FILM IN CONCORSO

Abluka (Frenzy), regia di Emin Alper (Turchia/Francia/Qatar)
Heart of a Dog, regia di Laurie Anderson (USA)
Sangue del mio sangue, regia di Marco Bellocchio (Italia/Francia/Svizzera), con Alba Rohrwacher, Filippo Timi, Toni Bertorelli, Roberto Herlitzka
Looking for Grace, regia di Sue Brooks (Australia)
Equals, regia di Drake Doremus (USA), con Nicholas Hoult, Kristen Stewart, Guy Pearce, Jacki Weaver
Remember, regia di Atom Egoyan (Canada/Germania), con Christopher Plummer, Martin Landau, Bruno Ganz, Jürgen Prochnow
Beasts of No Nation, regia di Cary Fukunaga (USA), con Idris Elba
Per amor vostro, regia di Giuseppe M. Gaudino (Italia/Francia), con Valeria Golino, Adriano Giannini
Marguerite, regia di Xavier Giannoli (Francia/Repubblica Ceca/Belgio)
Rabin, The Last Day, regia di Amos Gitai (Israele/Francia)
A Bigger Splash, regia di Luca Guadagnino (Italia/Francia), con Tilda Swinton, Dakota Johnson, Ralph Fiennes, Matthias Schoenaerts, Corrado Guzzanti
The Endless River, regia di Oliver Hermanus (Sud Africa/Francia)
The Danish Girl, regia di Tom Hooper (Gran Bretagna/USA), con Eddie Redmayne, Alicia Vikander, Matthias Schoenaerts, Ben Whishaw, Amber Heard
Anomalisa, regia di Charlie Kaufman e Duke Johnson (USA), con voci di Jennifer Jason Leigh, David Thewlis
L'Attesa, regia di Piero Messina (Italia/Francia), con Juliette Binoche
11 minut, regia di Jerzy Skolimowski (Polonia/Irlanda)
Francofonia, regia di Aleksandr Sokurov (Francia/Germania/Paesi Bassi)
El Clan, regia di Pablo Trapero (Argentina/Spagna)
Desde allá, regia di Lorenzo Vigas (Venezuela/Messico), con Alfredo Castro
L'Hermine, regia di Christian Vincent (Francia), con Fabrice Luchini
Behemot, regia di Zhao Liang (Francia/Cina)

FILM FUORI CONCORSO

Black Mass - L'ultimo gangster (Black Mass), regia di Scott Cooper (USA), con Johnny Depp, Joel Edgerton, Benedict Cumberbatch, Dakota Johnson, Kevin Bacon, Sienna Miller, Juno Temple
Everest, regia di Baltasar Kormákur (USA), con Jason Clarke, Josh Brolin, Robin Wright, Keira Knightley, Sam Worthington, Jake Gyllenhaal, Emily Watson [FILM D'APERTURA]
Mr Six (Lao pao er), regia di Hu Guan (Cina) [FILM DI CHIUSURA]
Go with Me, regia di Daniel Alfredson (USA/Canada/Svizzera),con Anthony Hopkins, Julia Stiles, Ray Liotta, Hal Holbrook
Non essere cattivo, regia di Claudio Caligari (Italia)
Spotlight, regia di Thomas McCarthy (USA), con Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Liev Schreiber, Stanley Tucci
La calle de la Amargura, regia di Arturo Ripstein (Messico/Spagna)
The Audition, regia di Martin Scorsese (USA) [CORTO], con Leonardo DiCaprio, Robert De Niro, Brad Pitt, Martin Scorsese [PROIEZIONE CANCELLATA]
Dove eravamo rimasti (Ricki and The Flash), regia di Jonathan Demme, con Meryl Streep, Kevin Kline

DOCUMENTARI

Winter on Fire, regia di Evgeny Afineevski (Ucraina)
De Palma, regia di Noah Baumbach e Jake Paltrow (USA)
Janis, regia di Amy Berg (USA)
The Event (Sobytie), regia di Sergei Loznitsa (Paesi Bassi/Belgio)
Gli uomini di questa città io non li conosco - Vita e teatro di Franco Scaldati, regia di Franco Maresco (Italia)
L'Esercito Più Piccolo del Mondo, regia di Gianfranco Pannone (Città del Vaticano/Italia/Svizzera)
Afternoon (Na ri xiawu), regia di Tsai Ming-liang (Taiwan)
In Jackson Heights, regia di Frederick Wiseman (USA)
Human, regia di Yann Arthus-Bertrand (Francia)
I Ricordi del Fiume, regia di Gianluca e Massimiliano De Serio (Italia)

CORTOMETRAGGI

New Eyes, regia di Hiwot Admasu Getaneh (Francia/Germania)
E.T.E.R.N.I.T., regia di Giovanni Aloi (Francia/Italia)
En defensa propia, regia di Mariana Arriaga (Messico)
Violence en Réunion, regia di Karim Boukercha (Francia), con Vincent Cassel
It seems to hang on, regia di Kevin Jerome Everson (USA)
Monkey (Hou), regia di Shen Jie (Cina)
Tarântula, regia di Aly Muritiba e Marja Calafange (Brasile)
55 pastillas, regia di Sebastián Muro (Argentina)
Seide, regia di Elnura Osmonalieva (Kirghizistan)
Champ des possibles, regia di Cristina Picchi (Canada)
Dvorišta-Backyards, regia di Ivan Salatic (Montenegro)
The Young Man Who Came From The Chee River (Jer gun muer rao jer gun), regia di Wichanon Somumjarn (Thailandia)
Belladonna, regia di Dubravka Turic (Croazia)
Oh Gallow Lay, regia di Julian Wayser (USA)
Zero, regia di David Victori (USA/Gran Bretagna/Spagna/Messico)

Nelle sezioni cosiddette collaterali, i titoli secondo noi più interessanti sono:

Pecore in erba, regia di Alberto Caviglia (Italia) [ORIZZONTI]
The Childhood of a Leader, regia di Brady Corbet (Gran Bretagna/Ungheria/Belgio/Francia), con Robert Pattinson, Bérénice Bejo, Liam Cunningham [ORIZZONTI]
Italian Gangster, regia di Renato De Maria (Italia) [ORIZZONTI]
A War (Krigen), regia di Tobias Lindholm (Danimarca) [ORIZZONTI]
Free in Deed, regia di Jake Mahaffy (USA/Nuova Zelanda) [ORIZZONTI]
Man Down, regia di Dito Montiel (USA), con Shia LaBeouf, Kate Mara, Gary Oldman, Jai Courtney [ORIZZONTI]
Milano 2015, scritto e diretto da Elio, Roberto Bolle, Silvio Soldini, Walter Veltroni, Cristiana Capotondi, Giorgio Diritti (Italia) [GIORNATE DEGLI AUTORI]
Viva la Sposa, regia di Ascanio Celestini (Italia, Belgio, Francia), con Ascanio Celestini, Alba Rohrwacher [GIORNATE DEGLI AUTORI]
Viva Ingrid!, regia di Alessandro Rossellini (Italia) [GIORNATE DEGLI AUTORI]
Lolo, regia di Julie Delpy (Francia) [GIORNATE DEGLI AUTORI]
The Daughter, regia di Simon Stone (Australia), con Geoffrey Rush, Miranda Otto, Sam Neill [GIORNATE DEGLI AUTORI]

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domenica 21 giugno 2015

MICHAEL KEATON. JACKIE BROWN, È LEI NOIR

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 1997
154'
Regia: Quentin Tarantino
Interpreti: Pam Grier, Samuel L. Jackson, Michael Keaton, Robert Forster, Robert De Niro, Bridget Fonda, Michael Bowen, Chris Tucker, Sid Haig.


Un trafficante di armi e droga violento e senza scrupoli (Jackson).
Un piccolo criminale suo braccio destro (De Niro).
Una biondina tossica e imprevedibile (Fonda).
Un agente della sezione anti-frode che cerca di incastrare il primo (Keaton).
Un garante di cauzioni (Forster).

Tutti coinvolti in una vicenda di trasferimento illecito di denaro tra Messico e Stati Uniti che ha al centro Jackie Brown (Grier), matura ma ancora affascinante hostess afro-americana che cerca di destreggiarsi tra boss e poliziotti.

A metà degli anni 90, dopo Le Iene e Pulp Fiction, Quentin Tarantino è il regista più famoso e richiesto del momento: il suo stile è già riconoscibilissimo, le aspettative nei suoi confronti sempre alle stelle.

È quindi una sorpresa per tutti quando, giunto al suo terzo film, ispirato liberamente a un romanzo di Elmore Leonard, il nostro muta radicalmente: niente narrazione frammentata (o quasi) e niente violenza (si vede appena uno schizzo di sangue contro un parabrezza), suoi marchi di fabbrica, e spazio a una maggior linearità e all'introspezione psicologica dei personaggi.

Il futuro "papà" di Django Unchained prende spunto dai poliziotteschi afro-americani degli anni '70, affidando proprio alla diva del genere il ruolo della protagonista, ribattezzata per l'occasione Jackie Brown (nel libro si chiama Jackie Burke, ed è bianca).
Non è un caso: Foxy Brown è una delle pellicole per cui la Grier viene ricordata più spesso, una delle tante da lei interpretate con l'amico Sid Haig, che qui fa una comparsata nel ruolo del giudice.

In questo picaresco affresco di 6 personaggi in cerca di un malloppo, molta importanza hanno i lunghi dialoghi, spesso velati di malinconia per il tempo che passa (tutti i protagonisti a un certo punto del film fanno riferimento alla vecchiaia).
Ma anche la cornice è fondamentale: la fotografia satura del messicano Guillermo Navarro (conosciuto da Quentin sul set di Dal Tramonto all'Alba), la colonna sonora funk-soul che va dai Delfonics a Bobby Womack, il montaggio della fida Sally Menke.

Con una sola concessione al virtuosismo registico (la sequenza del centro commerciale, climax del film), Jackie Brown potrebbe deludere i fan abituati al Tarantino di sempre.

Però è notevole la prova degli interpreti, in particolare quelle di Pam Grier e Robert Forster - ennesimi, geniali recuperi vintage di Quentin - e quella di Michael Keaton, che riesce a infondere umanità e simpatia a un personaggio altrimenti troppo a senso unico.
Ed è quasi commovente sentire ancora De Niro doppiato dalla bellissima voce pastosa del compianto Ferruccio Amendola.

PS: Keaton tornerà molto brevemente a vestire i panni del supersbirro Ray Nicolette l'anno successivo, in Out of Sight di Steven Soderbergh (il produttore esecutivo del recentemente oscarizzato Citizenfour), anch'esso tratto da un romanzo di Leonard.
È l'unico caso, insieme a Batman-Il Ritorno, in cui il nostro ha recitato in più di un'occasione lo stesso personaggio.

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giovedì 8 novembre 2012

RED LIGHTS, C'ERA UNA VOLTA ROBERT DE NIRO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA/Spagna, 2012
113'
Regia: Rodrigo Cortés
Interpreti: Cillian Murphy, Sigourney Weaver, Robert De Niro, Toby Jones, Joely Richardson.


C'era una volta un attore superbo.
Italo-americano, giovane e appassionato, negli anni 70 - insieme ai colleghi Al Pacino e Dustin Hoffman - divenne il principale rappresentante di un noto sistema di recitazione: il cosiddetto Metodo Stanislavskij, imparato al celebre Actor's Studio di New York e basato sulla totale immedesimazione dell'interprete nel personaggio.
Quell'attore si chiamava Robert De Niro.

La sua storia professionale è costellata di notevoli successi e performance memorabili: da Il Padrino - Parte II (primo Oscar) a Taxi Driver, da Toro Scatenato (secondo Oscar) a Mission, da Gli Intoccabili a Heat.
Ma a partire dalla fine degli anni 90 qualcosa cambia: De Niro diventa via via meno selettivo, accetta tutte le parti che gli offrono e rovina la propria fama con prove mediocri in filmetti e filmacci.
Questa pellicola - ahinoi - non fa eccezione.

Presentato in anteprima nel Gennaio 2012 al Sundance Film Festival, Red Lights è l'opera seconda dello spagnolo Rodrigo Cortés, già autore di Buried-Sepolto con Ryan Reynolds, anch'esso proiettato al festival organizzato da Robert Redford due anni fa.

Due studiosi del paranormale (Murphy e Weaver), impegnati a scovare finti guaritori e truffatori vari, si scontrano con un rinomato e popolare "mago" (De Niro) che sembra possedere sul serio pericolosi poteri psichici.

La storia suscita un certo interesse solo nella prima parte, perché andando avanti accumula inverosimilianze e buchi narrativi sempre più ilari, finché nel finale "esplicativo" - poiché di un cosidetto "film a sorpresa" si tratta - deflagra in un'orgia di kitch e ridicolo involontario.

De Niro - come abbiamo anticipato - è qui indifendibile, ma duole anche vedere due bravi attori come Sigourney Weaver (sprecatissima) e Cillian Murphy limitare il proprio talento ad una pellicola di serie B come questa.
Rodrigo Cortés si crede Alejandro Amenábar, ma sembra il peggior M. Night Shyamalan.

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