CINEMA A BOMBA!

martedì 14 novembre 2023

KILLERS OF THE FLOWER MOON, L'ORO NERO E IL CUORE NERO DEL CAPITALISMO AMERICANO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 



USA, 2023
206'
Regia: Martin Scorsese
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Robert De Niro, Lily Gladstone, Jesse Plemons, Brendan Fraser, John Lithgow, Tantoo Cardinal, Jason Isbell, Sturgill Simpson, Scott Shepherd, Gene Jones.


Anni Venti del Novecento. I membri della Nazione Osage, popolo di Nativi americani delle Grandi Pianure, ballano sotto una pioggia sporca.

Le terre della riserva in Oklahoma dove sono stati confinati si rivelano infatti piene di petrolio e all'improvviso essi si ritrovano ricchissimi.

Ma i giacimenti fanno gola ad avidi possidenti e avventurieri bianchi, che cercano di accasarsi con le donne indiane o di diventare tutori degli uomini per cercare di entrare in possesso dei preziosi terreni.

Lo stolido e ingenuo Ernest Burkhart (DiCaprio), spinto dall'astuto, spregiudicato e potente zio William Hale (De Niro), si sposa con la benestante ereditiera indiana Mollie (Gladstone).

Intorno a lei si forma, intanto, una scia di morti inspiegabili e misteriose che stanno falcidiando gli Osage.


Il cuore del capitalismo americano è nero, ha l'odore del petrolio misto al sangue e ha come suono il fruscio dei soldi.

Malaffare (Quei bravi ragazzi, ma anche il più recente The Irishman), gioco d'azzardo ( Casinò), imbrogli finanziari ( The Wolf of Wall Street): Martin Scorsese da sempre punta il dito contro la società americana, rea di essere corrotta e fondata sulla violenza e la sopraffazione (come dimostrato anche in Gangs of New York).

In Killers of the Flower Moon, sontuosa opera di quasi tre ore e mezza presentata in anteprima al Festival di Cannes 2023, il cineasta italo-americano alza il tiro: tali violenza e sopraffazione si fanno addirittura sterminio freddo e determinato di un popolo.

Non c'è un vendicatore che a suo modo si fa una sua giustizia sommaria (come in Taxi Driver): stavolta gli Osage subiscono il massacro, con la consapevolezza che gli Uomini Bianchi non ascolteranno il loro grido di dolore, non avranno a cuore le loro sorti, non daranno loro giustizia.

E anche quando questa in un qualche modo arriverà, sarà troppo tardi.

Come nel sottovalutato Silence, il pessimismo scorsesiano si fa cupo - ancora più cupo, se si pensa che la pellicola è l'adattamento di un saggio a sua volta ispirato a fatti realmente accaduti.

Ed è rappresentato magnificamente dai protagonisti: la dolce ma disincantata Molly (bravissima Lily Gladstone) assiste con dolore e un senso di impotenza alle morti delle persone a lei più care; l'imbelle Ernest (un'altra memorabile interpretazione di Leonardo DiCaprio) è in balia degli eventi e si trova invischiato nei machiavellici piani dello zio, William Hale.

All'apparenza rispettabile, rassicurante, bonario, amichevole, generoso, il personaggio interpretato magistralmente da Robert De Niro si dimostra nei fatti cinico, crudele, rapace, brutale, manipolatore.

Attenzione, dice Scorsese, non fatevi ingannare da modi gentili e toni melliflui: i tanti William Hale della storia degli Stati Uniti hanno reso più ricca e prospera l'America, spesso con il sorriso tra le labbra.

Ma a che prezzo?


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martedì 29 marzo 2016

I CORTI: THE AUDITION, BATBOB V SUPERLEO

(Clicca sulla locandina per vedere il cortometraggio). 

USA, 2015
16'
Regia: Martin Scorsese
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Robert De Niro, Martin Scorsese, Brad Pitt, Rodrigo Prieto.


Stiamo vivendo un periodo in cui a Hollywood piacciono i grandi scontri tra supereroi: in questi giorni abbiamo nelle sale Batman contro Superman (Batman v Superman: Dawn of Justice), mentre fra pochi mesi vedremo Capitan America contro Iron Man (Captain America: Civil War).

Perché allora non fare lo stesso coi grandi attori?
Perché non mettere Robert De Niro contro Leonardo DiCaprio?

Poniamo che i due si trovino inaspettatamente faccia-a-faccia a Manila, entrambi piuttosto sorpresi di essersi incontrati.
Scopriamo che sono stati chiamati contemporaneamente dal regista Martin Scorsese, che li vuole sottoporre a un provino per il ruolo di protagonista nel suo prossimo film.

Tra i due parte una competizione serrata senza esclusione di colpi, che porterà Scorsese a correre ai ripari...
Di più non raccontiamo per non togliere la sorpresa.

Ciò che possiamo dirvi, invece, è che questo cortometraggio - ufficialmente un mega spottone da 70 milioni di dollari di budget (!) a favore di due lussuosi casinò a Manila (Filippine) e Macao (Cina) ma, vedrete, rappresenta molto di più - è imperdibile per più di una ragione.

Innanzitutto, avete mai visto due divi come Robert De Niro e Leonardo DiCaprio recitare assieme in un film di Martin Scorsese?

Stiamo parlando di due attori capaci di vincere finora tre Oscar: i suoi, Bob li ha vinti nel 1975 (Il Padrino - Parte II, come non protagonista) e nel 1981 (Toro Scatenato); Leo, la sua prima statuetta l'ha conquistata solo quest'anno, ma a furor di popolo, per The Revenant (che recensiremo a breve).

È vero, i due erano già stati insieme in Voglia di Ricominciare del 1993 e La Stanza di Marvin del 1996, ma mai diretti dal loro mentore.

In particolare, fa impressione considerare il fatto che sono passati ormai vent'anni dall'ultima collaborazione tra Scorsese e De Niro - l'ottava (DiCaprio si è fermato a quota 5 lungometraggi), il discusso Casinò.

Proprio questa era stata una delle ultimissime grandi interpretazioni del divo del Bronx, che ritorna così - con ironia e autoironia, certo - sul luogo del delitto: il rutilante mondo delle case da gioco.

Qui assistiamo ad un interessante cambio di prospettiva da parte del regista: se nel film del 1995 esse erano viste come uno scintillante luogo di perdizione, questa volta vengono ritratte come un luogo di lusso tranquillo, dove potersi rilassare e mangiare bene.

Location che fanno da sfondo al vero fulcro del cortometraggio: lo scontro professionale e generazionale tra due pesi massimi del cinema, tra due modi diversi di recitare.

Scontro che fa scintille e che si risolve in un duetto divertente tutto giocato in punta di fioretto.

All'atmosfera scanzonata e da rimpatriata di amici concorrono anche un "indeciso" Scorsese - che ad un certo punto compare anche insieme a Rodgrigo Prieto, direttore della fotografia di Amores Perros, 21 Grammi, Babel e Biutiful di Alejandro González Iñárritu, ma anche di 8 Mile di Curtis Hanson, I Segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee, Alexander e Wall Street, Il Denaro Non Dorme Mai di Oliver Stone, Argo di Ben Affleck, The Wolf of Wall Street e il prossimo Silence del buon Martin - e un "esagerato" e spassoso Brad Pitt (altro Premio Oscar: come produttore di 12 Anni Schiavo).

The Audition doveva essere presentato in anteprima all'ultima Mostra del Cinema di Venezia, ma a causa di non meglio precisati problemi tecnici non ha potuto sbarcare al Lido.

Peccato.
Ma in questo periodo di lotte cinematografiche tra supereroi, una bella baruffa tra superattori ci sta alla grande.

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martedì 13 ottobre 2015

AMERICANA. COLAZIONE DA TIFFANY, TERAPIA CHIC

Audrey Hepburn, nel suo famoso tubino nero, guarda la vetrina di Tiffany sulla 5th Avenue.
(Clicca sull'immagine per vedere il trailer). 

USA, 1961
115'
Regia: Blake Edwards
Interpreti: Audrey Hepburn, George Peppard, Mickey Rooney, Patricia Neal, Buddy Ebsen, Martin Balsam, José Luis de Vilallonga


Holly Golightly (Hepburn) è quella che oggi si definirebbe una socialite (una frequentatrice assidua dell'alta società che passa gran parte della sua giornata in eventi mondani) e vivacchia facendosi pagare come accompagnatrice.
È naïf e sbadata, elegante ma vacua - ha una passione per la lussuosa gioielleria Tiffany, anche se i gioielli che vede esposti sono troppo cari per le sue tasche e lei si accontenta di guardarli dalle vetrine.

Holly è inafferrabile, un vero spirito libero che nessuno riesce a legare a sé.

Di lei si invaghisce Paul Varjak (Peppard; sì, proprio il futuro John "Hannibal" Smith dell'A-Team!), giovane scrittorucolo squattrinato amante di una matura signora e suo vicino di casa.

I due si somigliano: entrambi sono dei mantenuti senza troppe remore morali; entrambi in fondo non si trovano a proprio agio nell'ambiente che frequentano; entrambi fuggono e cercano qualcosa - anche se non sanno bene cosa.

E però lo trovano: l'amore.

Dopo San Francisco ( La Donna Che Visse Due Volte), lo Yosemite Park ( Valley Uprising), il Sequoia National Park, Las Vegas ( Casinò), Bryce Canyon, Monument Valley ( Ombre Rosse), Grand Canyon (il cortometraggio omonimo), la New York di Ghostbusters e Manhattan, il nostro Speciale Americana volge al termine.

Ed essendo un viaggio nei luoghi che Fede ha visitato non potevamo non finire proprio nella Grande Mela, ultima tappa prima del ritorno a casa, con uno dei film più celebri ambientati nella metropoli della East Coast: Colazione da Tiffany.

I costumi di Edith Head (una leggenda a Hollywood: 8 Oscar vinti in carriera! Nessuna donna è riuscita finora a fare meglio) e soprattutto gli abiti indossati da Audrey Hepburn e creati da Givenchy (il tubino nero della prima scena è considerato uno degli indumenti più celebri e copiati nella storia dell'abbigliamento e del costume del secolo scorso).

La sceneggiatura di George Axelrod, che ha edulcorato parecchio l'omonimo romanzo di Truman Capote - più esplicito e politicamente scorretto - per rendere la storia più adatta all'attrice.

La colonna sonora di Henry Mancini e la struggente canzone Moon River (dello stesso compositore e di Johnnny Mercer), premiate entrambe con l'Oscar.

La sicura regia di Blake Edwards (è l'autore anche di altre commedie sofisticate come La Pantera Rosa, Hollywood Party e Victor Victoria), capace in questa pellicola di rendere romantico ogni angolo di New York - persino un vicolo anonimo pieno di spazzatura, sfondo del bacio tra i due protagonisti nella scena finale.

Molti sono i punti di forza di questa commedia.

Ma se questa continua ad essere considerata un vero cult a quasi 55 anni dalla sua uscita è soprattutto grazie ad Audrey Hepburn, sua protagonista indiscussa.

Il suo espressivo sguardo da cerbiatta esprime innocenza, ma anche furbizia, malizia, intraprendenza e candida sfrontatezza.

La sua esile figura si muove con leggiadria e classe sia in abito da sera con cappello a tesa media rigida bombata verso l'interno e giro di perle al collo che in accappatoio con turbante in testa, sia in occhiali da sole con grosse lenti rotonde che in impermeabile sotto una pioggia battente, sia sorseggiando un drink che fumando una sigaretta da un lunghissimo bocchino.

Insomma, una ragazza acqua-e-sapone che sa trasformarsi in una donna sofisticata e molto chic con naturalezza e semplicità.

La Hepburn era già una diva quando fu scritturata - il grande successo di Vacanze Romane è del 1953, Sabrina è del 1954, Guerra e Pace del 1956 - ma fu proprio con Colazione da Tiffany che ottenne la sua consacrazione definitiva a icona di stile e buon gusto.

Con grande soddisfazione della celebre oreficeria sulla 5th Avenue, da allora divenuta il sogno proibito delle turiste di tutto il mondo - d'altra parte la stessa protagonista vi si reca per tirarsi su di morale.

E con grande soddisfazione dei newyorkesi, che hanno visto diventare la loro città uno dei simboli mondiali della moda, nonché del romanticismo.

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domenica 11 ottobre 2015

AMERICANA. MANHATTAN, RAPSODIA IN BIANCO E NERO

Diane Keaton e Woody Allen di fronte al Queensboro Bridge.
(Clicca sull'immagine per vedere il trailer). 

USA, 1979
96'
Regia: Woody Allen
Interpreti: Woody Allen, Diane Keaton, Meryl Streep, Mariel Hemingway, Michael Murphy, Wallace Shawn


Capitolo primo. "Adorava New York. La idolatrava smisuratamente..." No, è meglio: "la mitizzava smisuratamente", ecco. "Per lui, in qualunque stagione, questa era ancora una città che esisteva in bianco e nero e pulsava dei grandi motivi di George Gershwin..."
No, fammi cominciare da capo...

Capitolo primo. "Era troppo romantico riguardo a Manhattan, come lo era riguardo a tutto il resto: trovava vigore nel febbrile andirivieni della folla e del traffico. Per lui New York significava belle donne, tipi in gamba che apparivano rotti a qualsiasi navigazione..." Eh no, stantio, roba stantia, di gusto... Insomma, dai, impegnati un po' di più... Da capo.

Capitolo primo. "Adorava New York. Per lui era una metafora della decadenza della cultura contemporanea: la stessa carenza di integrità individuale che porta tanta gente a cercare facili strade stava rapidamente trasformando la città dei suoi sogni in una..." Non sarà troppo predicatorio? Insomma, guardiamoci in faccia: io questo libro lo devo vendere.

Capitolo primo. "Adorava New York, anche se per lui era una metafora della decadenza della cultura contemporanea. Com'era difficile esistere, in una società desensibilizzata dalla droga, dalla musica a tutto volume, televisione, crimine, immondizia..." Troppo arrabbiato. Non devo essere arrabbiato.

Capitolo primo. "Era duro e romantico come la città che amava. Dietro i suoi occhiali dalla montatura nera, acquattata ma pronta al balzo, la potenza sessuale di una tigre..."

No, aspetta, ci sono: "New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata..."



L'incipit fa da voce fuori campo alle immagini di alcuni dei luoghi più suggestivi della metropoli, accompagnate dalle note della celebre Rhapsody In Blue di George Gershwin, ed è una delle dichiarazioni di amore cinematografiche più appassionate nei confronti di un agglomerato urbano.

A firmarla un nativo e abitante della Grande Mela, Woody Allen, che alla sua città ha dedicato molti film: e il prolifico autore - vincitore di 4 Oscar (l'ultimo è del 2012, per la sceneggiatura di Midnight in Paris) - dopo la trasferta francese di Magic in the Moonlight vi ambienterà anche il suo prossimo lavoro, la cui uscita è prevista nel 2016.

Come dargli torto...
San Francisco è intrigante, Las Vegas è abbagliante, ma New York - Ghostbusters e Birdman tra gli altri insegnano - possiede un fascino unico, come ha sperimentato Fede (che la sta vivendo in questi giorni): la notte illuminata da milioni di luci, le forme eclettiche dei grattacieli, la monumentalità dei ponti, la natura del Central Park, i locali per tutti i gusti, una scena culturale ricca e variegata, i luoghi resi familiari da oltre un secolo di cinema, la vitalità e vivacità degli abitanti.. tutto contribuisce a creare la magia.

E Allen, in questa pellicola, ne esalta ancora di più le bellezze, grazie alla fotografia in bianco e nero curata da Gordon Willis che le conferisce un'atmosfera romantica, ma anche malinconica.

In linea con la trama del film, una storia di amori incasinati che vede come protagonista Isaac (Allen), autore televisivo divorziante dalla sua seconda moglie (Streep, al suo terzo lungometraggio ma già talentuosa) che sta frequentando una ragazza molto più giovane di lui (Hemingway) ma che si innamora di Mary (Keaton), che a sua volta ha una relazione con il migliore amico di Isaac (Murphy), che però è sposato.

Manhattan è un film di Woody Allen al 100%: chi non ama i lavori del regista non lo valuterà positivamente.
Ma chi li apprezza, come noi di CINEMA A BOMBA!, non potrà che trovarne una piacevole summa di tutta la sua carriera.

Aspettatevi quindi bellissime immagini, una regia pimpante e attenta ai particolari, una descrizione della borghesia bianca (ebraica, soprattutto) medio-alta degna di un entomologo, attori bravissimi (da notare la presenza del commediografo Wallace Shawn), musica jazz e swing in abbondanza.

E una sceneggiatura come al solito ironica (e auto-ironica), ricca di riferimenti a psicoanalisi, psicologia, sesso, religione, di dialoghi brillanti, ma anche di battute folgoranti come:

Sei così bella che stento a tenere gli occhi sul tassametro;
Sono interessanti i tuoi amici, un cast ideale per un film di Fellini;
Non dovresti consigliarti con me quando si tratta di donne. Sono il vincitore del premio Sigmund Freud;
Non fissarmi così con quei grandi occhi! Gesù, sembri uno di quei bambini scalzi della Bolivia in cerca di adozione!

Manhattan e uno script brillante: da Woody Allen non ci aspettavamo di meno.

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martedì 6 ottobre 2015

AMERICANA. OMBRE ROSSE, IL MONUMENTO DI JOHN FORD ALLA MONUMENT VALLEY

Le caratteristiche guglie rocciose della Monument Valley.
(Clicca sull'immagine per vedere il trailer). 

USA, 1939
96'
Regia: John Ford
Interpreti: John Wayne, Claire Trevor, Andy Devine, John Carradine, Thomas Mitchell, Louise Platt, George Bancroft


La Monument Valley...
Semplicemente uno dei luoghi più familiari per i cinefili: quante volte abbiamo visto sullo schermo il suo paesaggio arido e desertico e le sue imponenti e solitarie creste rocciose?

La Monument Valley, un set ideale per qualsiasi film di genere western, tanto da diventarne un vero e proprio tòpos.

Fede - dopo San Francisco, lo Yosemite National Park, il Sequoia National Park, Las Vegas e il Bryce Canyon - vi si recherà per ammirarne le bellezze naturali, ma non ci meraviglieremmo se il suo pensiero andasse anche a Ombre Rosse.

Ebbene sì: il film western per antonomasia, il capolavoro di John Ford - uno dei più grandi registi di tutti i tempi; vincitore di ben 6 premi Oscar, tra i quali 4 per la miglior regia - che lanciò nell'empireo hollywoodiano la stella di John Wayne (prima di allora, un caratterista semi-sconosciuto), è in buona parte ambientato nel pianoro tra Utah e Arizona.

In particolare, è la location del celeberrimo assalto alla diligenza da parte degli agguerriti guerrieri Apache guidati dal capo Geronimo: una scena tra le più eccitanti della storia del cinema, ricca di ritmo (le riprese vennero effettuate su macchine lanciate ad alta velocità per stare al passo dei cavalli), di invenzioni registiche (le riprese dal basso sono impressionanti; ma lo sono anche quelle girate dal posto del vetturino), di azione (una su tutte: John Wayne che salta sul tiro di cavalli lanciati in una folle corsa).
Conclusa con uno scatenato coup de théâtre all'arrivano-i-nostri.

Limitare Ombre Rosse a questa sequenza è però troppo riduttivo: al di là della composizione delle inquadrature, il regista si dimostra abile anche come narratore.

La vicenda - che narra il viaggio di un gruppo eterogeneo di persone nello spazio angusto e claustrofobico di una diligenza (lo Stagecoach che dà il titolo - in originale - alla pellicola) attraverso ampi territori controllati da bellicosi Indiani in guerra - non è infatti raccontata distinguendo in modo netto i buoni dai cattivi, le persone rispettabili dai poco di buono.

L'evaso in cerca di vendetta (Wayne), la prostituta ostracizzata dal proprio villaggio (Trevor), il baro gentiluomo (John Carradine, padre degli attori David - tra i protagonisti di Kill Bill di Quentin Tarantino - , Robert - comparso in Django Unchained dello stesso cineasta italo-americano -, Keith e Bruce) e il medico ubriacone (Mitchell, che per questo ruolo ebbe l'Oscar come miglior attore non protagonista) sono certamente personaggi più positivi dello sceriffo, della ragazza di buona famiglia, del banchiere, del rappresentante di liquori.

Eppure tutte queste persone, pur molto diverse tra loro per condizione sociale e morale, riescono nelle necessità ad allearsi contro le difficoltà - siano esse il far nascere il figlio della gentildonna, il difendersi dall'attacco degli Apache (che comunque, pur essendo dipinti come "cattivi", sono comunque fieri e coraggiosi), l'affrontare una pericolosa banda di criminali.

È ciò che auspica anche questo film, uscito nel 1939 - l'anno dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale; l'attacco a Pearl Harbour e l'ingresso tra i Paesi belligeranti degli USA sono del Dicembre 1941 -: lasciamo da parte ciò che ci divide e facciamo fronte comune contro ciò che ci minaccia.

Ogni riferimento all'odierna situazione politica ed economica internazionale non è puramente casuale...

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domenica 4 ottobre 2015

AMERICANA. CASINO', COME PERDERE (E PERDERSI) A LAS VEGAS

Robert De Niro in una scena del film.
(Clicca sull'immagine per vedere il trailer). 

USA, 1995
176'
Regia: Martin Scorsese
Interpreti: Robert De Niro, Sharon Stone, Joe Pesci, James Woods, Frank Vincent


Dopo San Francisco (vedi La Donna Che Visse Due Volte) Fede si sta facendo un bel giro tra parchi nazionali: Yosemite (protagonista del documentario Valley Uprising che abbiamo recensito da poco), Sequoia, Bryce Canyon, Monument Valley, Grand Canyon.

Nel bel mezzo del suo vagare si troverà anche in una città che poco ha a che fare con le bellezze naturali: Las Vegas, ambientazione di tanti film (un esempio, il divertente Una Notte da Leoni) e serie televisive di successo

La capitale del gioco d'azzardo è un luogo dove tutto è esagerato - luci artificiali, paillettes, pacchianeria, soldi che girano e soprattutto escono dai portafogli, - un luogo dove tutto quello che luccica non è oro.

Insomma, lo scenario ideale per Martin Scorsese per terminare la sua trilogia dedicata alla mafia, iniziata con Mean Street, continuata con Quei Bravi Ragazzi e finita appunto con Casinò.

Sam "Asso" Rothstein (De Niro, in una delle sue ultime grandi interpretazioni) è un uomo quadrato, metodico, preciso, un ex allibratore talmente in gamba da essere chiamato da una famiglia mafiosa a dirigere il Tangiers, un casinò sulla Strip (una delle strade più famose e frequentate di Las Vegas).

La situazione finirà fuori controllo quando egli si innamorerà di Ginger (Stone) - bellissima ma sballata truffatrice - e, nello stesso tempo, verrà affiancato dal violento e imprevedibile picchiatore Nick Santoro (Pesci).

Casinò, fin dalla sua uscita, fu paragonato a Quei Bravi Ragazzi (uscito nel 1990) per diversi motivi: stesso regista, stessi attori maschili protagonisti (Joe Pesci, qui, sembra ripetere il personaggio che gli è valso l'Oscar), stessa descrizione della violenza fisica e verbale, stessa montatrice (Thelma Schoonmaker, Leone d'Oro alla carriera a Venezia 2014), stesso autore di soggetto e sceneggiatura (Nicholas Pileggi)...

Ciò gli ha giovato in termini d'incasso - è stato un buon successo di pubblico e critica - ma nel lungo periodo la somiglianza tra le due pellicole lo ha penalizzato in fatto di popolarità: oggi è (ingiustamente) considerato quasi un film minore del regista italo-americano.

Un vero peccato: la vicenda (tratta da una storia vera) è avvincente, la descrizione del mondo dell'azzardo in grande stile è meticolosa e interessante, gli attori sono molto bravi (Sharon Stone si guadagnò persino una nomination agli Oscar come migliore attrice non protagonista), parecchie sono le sequenze virtuosistiche del buon Martin.

Che va oltre da dimensione "mafiosa", mostrando la realtà diabolica di un Paese dei Balocchi per adulti che attrae con le sue mille luci, i suoi spettacoli, il suo kitsch esagerato, le sue storie, le sue promesse, le sue tentazioni: un luogo di peccato seducente dov'è facile perdersi; il regno di Mammona, del dio denaro, in terra.

Un realizzarsi di un American Dream sbagliato: quello dei soldi facili (come sono simili i personaggi di Ginger e del Jordan Belfort di The Wolf Of Wall Street!), dove l'avidità conta più dell'umanità.

Non possono esserci - e infatti non ci sono - vincitori nel Casinò di Scorsese; solo vinti.
Come al tavolo da gioco.

[Occhio, Fede...]

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