CINEMA A BOMBA!

mercoledì 28 agosto 2024

VENEZIA 2024. I FILM IN E FUORI CONCORSO

(La locandina di Venezia 2024) 


Sta per iniziare l'edizione numero 81 della Mostra del Cinema di Venezia!

Quella lagunare è una kermesse alla quale siamo particolarmente affezionati, essendo stata la molla (o la scusa?) con cui demmo vita a questo blog, ormai diversi anni fa.

In tutto questo tempo abbiamo imparato anche alcune regole non scritte, una delle quali è: ad un'edizione particolarmente interessante in termini di proposte - vedi quella dello scorso anno - ne segue in genere una sottotono.

A giudicare dal programma, il 2024 non sembra infatti l'annata migliore della rassegna.
Tuttavia, rispetto al concorrente Festival di Cannes, la Mostra appare comunque maggiormente in salute.

Scorrendo l'elenco delle pellicole in competizione, ciò che più balza all'occhio è quanto sia rappresentata l'Italia, tra autori, produzioni e co-produzioni.
Basterà questa "saturazione tricolore" a permetterci di vincere qualche premio importante? Magari proprio il Leone d'Oro?

Guadagnino, Amelio e compagnia hanno tuttavia una concorrenza non da poco: tra lo spagnolo Almodóvar (per la prima volta alle prese con la lingua inglese) e il cileno Larraín (ricordate El Conde?), il più atteso è probabilmente Todd Phillips col suo seguito di Joker.

Ma, come spesso inopinatamente accade, la selezione più intrigante è quella fuori concorso.
Si comincia (letterlamente: è il film d'apertura) con l'attesissimo secondo capitolo di Beetlejuice, che vede riuniti il visionario Tim Burton e l'eccezionale Michael Keaton.

Si prosegue col nuovo opus del giapponese Takeshi Kitano (l'avevamo lasciato ad Outrage) e col ritorno del controverso Harmony Korine (speriamo che il suo nuovo film sia migliore di Spring Breakers), ma l'hype è tutto per Jon Watts, regista dell'ultima trilogia Spider-Man.
La sua ultima fatica, Wolfs, vede duettare la coppia di superdivi George Clooney e Brad Pitt, ed è giustamente una delle pellicole più in vista della rassegna.

Un altro grande atteso è Kevin Costner, che porta al Lido la seconda parte del suo ambiziosissimo Horizon, il cui primo capitolo aveva avuto un'accoglienza discreta alla Croisette.
Dati gli scarsi incassi che sta riscontrando al botteghino, gli auguriamo che stavolta vada meglio.

Nelle categorie "minori" in programma segnaliamo inoltre la presenza del 2 volte premio Oscar Alfonso Cuarón con una miniserie thriller e la proiezione di cortometraggi firmati da autori come Marco Bellocchio (lo avevamo incontrato proprio a Venezia anni fa, ricordate?) e Nicolas Winding Refn (sì, quello che dopo Drive non ne ha più azzeccata una).

Come andrà questa edizione della Mostra? Lo scopriremo strada facendo.
Rimanete sintonizzate/i per scoprire, come sempre, i vincitori e per i nostri consueti commenti conclusivi!

Nel frattempo, leggete l'elenco sottostante e cliccate sui link per maggiori approfondimenti.


In concorso
Ainda estou aqui, regia di Walter Salles (Brasile, Francia)
Ap'rili, regia di Dea K'ulumbegashvili (Georgia, Francia, Italia)
Babygirl, regia di Halina Reijn, con Nicole Kidman (Stati Uniti d'America)
The Brutalist, regia di Brady Corbet (Stati Uniti d'America)
Campo di battaglia, regia di Gianni Amelio (Italia)
Diva Futura, regia di Giulia Louise Steigerwalt (Italia)
Harvest, regia di Athina Rachel Tsangari (Regno Unito, Stati Uniti d'America, Germania)
Iddu - L'ultimo padrino, regia di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza (Italia, Francia)
Joker: Folie à Deux, regia di Todd Phillips (Stati Uniti d'America)
Jouer avec le feu, regia di Delphine e Muriel Coulin (Francia)
Kill the Jockey, regia di Luis Ortega (Argentina, Spagna, Messico, Danimarca)
Kjærlighet, regia di Dag Johan Haugerud (Norvegia)
Leurs Enfants après eux, regia di Ludovic e Zoran Boukherma (Francia)
Maria, regia di Pablo Larraín (Cile, Italia, Germania)
Mò shì lù, regia di Yeo Siew Hua (Singapore, Taiwan, Francia, Stati Uniti d'America)
The Order, regia di Justin Kurzel (Stati Uniti d'America)
Queer, regia di Luca Guadagnino (Italia, Stati Uniti d'America)
Qīngchūn: Guī, regia di Wang Bing (Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi)
The Room Next Door, regia di Pedro Almodóvar (Spagna)
Trois Amies, regia di Emmanuel Mouret (Francia)
Vermiglio, regia di Maura Delpero (Italia, Francia, Belgio)

Fuori concorso
Baby Invasion, regia di Harmony Korine (Stati Uniti d'America)
Beetlejuice Beetlejuice, regia di Tim Burton, con Michael Keaton e Monica Bellucci (Stati Uniti d'America) - film d'apertura
Broken Rage, regia di Takeshi Kitano (Giappone)
Cloud, regia di Kiyoshi Kurosawa (Giappone)
Finalement, regia di Claude Lelouch (Francia)
Maldoror, regia di Fabrice Du Welz (Belgio, Francia)
L'orto americano, regia di Pupi Avati (Italia)
Phantosmia, regia di Lav Diaz (Filippine)
Il tempo che ci vuole, regia di Francesca Comencini (Italia, Francia)
Wolfs - Lupi solitari (Wolfs), regia di Jon Watts, con George Clooney e Brad Pitt (Stati Uniti d'America)
Horizon: An American Saga – Chapter 2, regia di Kevin Costner (Stati Uniti d'America)

Cortometraggi
Allégorie citadine, regia di Alice Rohrwacher e JR (Italia, Francia)
Beauty Is Not a Sin, regia di Nicolas Winding Refn (Italia, Danimarca)
Se posso permettermi - Capitolo II, regia di Marco Bellocchio (Italia)

Serie
Los años nuevos, regia di Rodrigo Sorogoyen – serie TV, 10 episodi (Spagna)
Disclaimer, regia di Alfonso Cuarón – miniserie TV, 7 puntate (Stati Uniti d'America, Messico)
Familier som vores, regia di Thomas Vinterberg – miniserie TV, 7 puntate (Danimarca, Svezia, Regno Unito)
Leopardi - Il poeta dell'infinito, regia di Sergio Rubini – miniserie TV, 2 puntate (Italia)
M. Il figlio del secolo, regia di Joe Wright – serie TV, 8 episodi (Italia)


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mercoledì 20 settembre 2023

I CLASSICI: L'ASSASSINIO DI JESSE JAMES..., LA MORTE DEL MITO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 



USA, 2007
160'
Regia: Andrew Dominik
Interpreti: Brad Pitt, Casey Affleck, Sam Rockwell, Mary Louise Parker, Sam Shepard, Jeremy Renner, Zooey Deschanel, Michael Parks, Ted Levine, Brooklynn Proulx.


3 aprile 1882. Un colpo di pistola alle spalle sparato da Robert Ford (Affleck) coglie di sorpresa e uccide Jesse James (Pitt), infallibile pistolero, in un raro momento di tranquillità.

Il bandito, già celebrato in vita per le sue temerarie rapine a banche e treni, entra così nel mito.

L'assassino avrà il suo momento di notorietà - notorietà che pagherà a caro prezzo.


Jesse James è una delle figure più note della storia statunitense e le sue avventurose vicende hanno ispirato numerosi romanzetti popolari e film interpretati da divi di Hollywood del calibro di Tyrone Power, Audie Murphy, Robert Duvall, Christopher Lloyd, Kris Kristofferson, Colin Farrell.

Non stiamo certo parlando di uno stinco di santo, anzi; tuttavia la morte prematura e la fama da bello e dannato ne hanno idealizzato la figura.

Al contrario Robert Ford, comunque non certo un chierichetto, è stato oggetto di riprovazione e disprezzo generale.

L'Assassinio di Jesse James per mano del Codardo Robert Ford (denominazione chilometrica che ricalca fedelmente l'originale, The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford) offre uno sguardo interessante sulla vicenda dei due, accomunati già a partire dal titolo.

Pur inserendosi pienamente nel filone western per epoca e ambientazioni, il film si discosta dai tradizionali canoni del genere per addentrarsi nel lirismo crepuscolare e in un'analisi dei personaggi tutt'altro che banale.

Il ritmo scorre lento in una contemplazione dei paesaggi fisici e dell'anima che ricorda molto Terrence Malick - tra i punti forti della pellicola citiamo a proposito la colonna sonora di Nick Cave e soprattutto la splendida fotografia di Roger Deakins (che vincerà i suoi primi Oscar solo qualche anno più tardi, con Blade Runners 2047 e 1917).

Sui due protagonisti sembra gravare l'attesa di un comune destino ineluttabile e tragico: Jesse James non si fida di Robert Ford, ma non riesce ad allontanarsene; Robert Ford sa che seguire il proprio idolo lo porterà all'autodistruzione, ma decide comunque di schiantarsi.

Il dualismo si riflette nella stessa struttura del film: la prima parte è dominata dalla figura superomistica del capo, dell'uomo che diventa mito e si eleva (non senza sprezzo) sulla massa; la seconda è incentrata sulla caduta rovinosa di un Icaro che ha voluto volare troppo vicino al proprio sole, nel desiderio smanioso di dimostrare il proprio valore.

Ma se un pur bravo Brad Pitt (che verrà premiato a Venezia con la Coppa Volpi; l'Oscar arriverà solo nel 2020, per C'era una volta... a Hollywood) incarna l'antieroe disilluso e pur ancora spietato in modo convincente, è Casey Affleck la vera sorpresa.

Questi si aggiudicherà la preziosa statuetta dell'Academy dieci anni dopo, ma già qui fa vedere di non essere solo il fratello del più celebre Ben.

La sua interpretazione è sfaccettata, ambigua, dolente e offre al personaggio di Ford un'aura tragica: convinto di poter trovare la propria strada nella vita liberandosi dal peso ingombrante del Mito, egli riceve invece in cambio lo stigma del vigliacco, che lo condannerà ad una vita di dannazione.

Il regista australiano Andrew Dominik - autore poi del successivo e controverso Blonde su un'altra icona americana, Marilyn Monroe - cerca di liberare Robert Ford dal marchio dell'infamia, provando nei suoi confronti una certa indulgenza.

In fondo Jesse James non è che un uomo - e non molto migliore del suo assassino.

E' un western lento, contemplativo, malinconico, disilluso, struggente, spietato, questo di Dominik.

Ma che western!


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venerdì 28 febbraio 2020

OSCAR 2020. C'ERA UNA VOLTA...A HOLLYWOOD, ANGELI E DEMONI

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2019
161'
Regia: Quentin Tarantino
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Al Pacino, Kurt Russell, Zoe Bell, Bruce Dern, Dakota Fanning, Maya Hawke, Harley Quinn Smith, Damian Lewis, Michael Madsen, Luke Perry.


Los Angeles, 1969. Rick Dalton (DiCaprio) è un divo del cinema e della televisione in declino.
Vicino di casa di Sharon Tate (Robbie) e Roman Polanski, la cui ascesa a Hollywood pare invece inarrestabile, il nostro ha come miglior amico Cliff Booth (Pitt), intrepido stuntman che lo segue come un'ombra.

Mentre l'attore partecipa a una serie tv western, un'inquietante comunità hippy si installa allo Spahn Ranch con il progetto di far la festa a Tate e compagnia.

Rick comincia a chiedersi se non abbia ragione il suo manager, Marvin Schwarz (Pacino), che gli ha consigliato di trasferirsi in Italia a girare western spaghetti...






La storia si ripete: prima al Festival di Cannes, poi alla Notte degli Oscar, C'era una Volta... a Hollywood ha dovuto cedere il premio più ambito al rivale coreano Parasite.

I 3 Golden Globe conquistati a gennaio non sono bastati a convincere l'Academy: il film di Tarantino è stato, insieme a 1917 di Sam Mandes, uno dei grandi sconfitti della serata.
Solo 2 statuette, alla fine: miglior attore non protagonista (Pitt) e miglior scenografia.

Eppure Quentin avrebbe meritato almeno l'Oscar per la miglior sceneggiatura originale, non fosse altro per averci lavorato 5 lunghi anni (parole sue).
Se fosse accaduto, sarebbe stata la terza volta per lui, dopo Pulp Fiction e Django Unchained.

Il riconoscimento a Brad Pitt ha invece messo d'accordo tutti, e non poteva essere altrimenti.
Il regista italo-americano gli ha cucito addosso il ruolo della vita: un personaggio spavaldo e violento, eppure coraggioso e leale, difficile da dimenticare.

L'unico elemento discordante è la categoria in cui è stato premiato.
Non protagonista? Ma è lui il vero eroe della storia.






CUVAH è una lettera d'amore, un commosso omaggio alla Hollywood dei tempi d'oro: sta a Tarantino come Roma stava ad Alfonso Cuarón.
Vero, qui ci sono un po' troppi tempi morti e digressioni, e a 3/4 del film compare dal nulla una voce narrante del tutto superflua, ma rimane un'ottima rievocazione d'epoca.

Quella di QT non è una città da documentario, è una Los Angeles "dell'anima", idealizzata e immersa in un contesto storico volutamente e irriverentemente revisionista.
Non scendiamo in dettagli per non spoilerare nulla, ma non sarebbe divertente se Cliff si scoprisse essere il discendente dell'ufficiale di Bastardi Senza Gloria?

Pitt e DiCaprio (a proposito, bravissimo anche quest'ultimo, come sempre) sono - parole di Quentin - "la più esaltante coppia cinematografica dai tempi di Redford e Newman", ma non sono le uniche stelle del cast a brillare.

La Sharon Tate di Margot Robbie attraversa il film a passo di danza: la sua è una presenza angelica che serve da contraltare alla rozzezza demoniaca della Manson Family (curiosamente, Charles Manson compare solo per pochi secondi).
La statuaria attrice di The Wolf of Wall Street e Suicide Squad è oramai una diva a tutti gli effetti, guai a chi dice il contrario.

Tra le parti di secondo piano commuove quella del compianto Luke Perry, un tempo star televisiva del giovanilistico Beverly Hills 90210, morto poco dopo le riprese.

Diverse figlie d'arte tra le comparse: Rumer Willis, figlia di Bruce Willis e Demi Moore; Maya Hawke (apparsa nella 3a stagione di Stranger Things), figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke; Harley Quinn Smith, figlia di Kevin Smith (vedere Yoga Hosers e Supergirl Lives).

Nonostante qualche momento di tensione (la visita di Pitt allo Spahn Ranch è in odore di Non Aprite Quella Porta) e un'unica scena splatter nel finale, C'era una Volta a Hollywood si può catalogare come commedia.
Tra tutte, la scenetta più divertente è probabilmente quella in cui Bruce Lee fa la figura dello scemo.

Nelle interviste, Tarantino ha parlato di questa ennesima fatica come del proprio "Magnum Opus": al netto di qualche difetto, forse lo è.
Di sicuro è la sua pellicola più personale e sincera.

Da vedere, con o senza Oscar.




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domenica 16 febbraio 2020

OSCAR 2020. UN "PARASSITA" CONTAMINA HOLLYWOOD

Dall'alto: è amore tra 2 dei 4 Oscar vinti da Parasite; Renéè Zellweger (miglior attrice protagonista) in mezzo a Joaquin Phoenix e Brad Pitt (miglior attore protagonista e non); Laura Dern premiata come non protagonista.


Incredibile!
Per la prima volta nella storia, una pellicola in lingua non inglese si è aggiudicata l'Oscar come miglior film.

Parasite ha trionfato senza se e senza ma, accaparrandosi altre 3 statuette "pesanti": miglior regia, miglior sceneggiatura originale e miglior film internazionale (in buona sostanza, gli è riuscito ciò che l'anno scorso non riuscì a Roma di Cuarón).

Si tratta di una delle poche vittorie nette dell'ultimo decennio: ad eccezione di questa e di quelle di The Artist (2012), Birdman (2015), The Shape of Water (2018), l'Academy ultimamente ha cercato di accontentare un po' tutti, attirandosi più di un sospetto di cerchiobottismo e di soverchio politically correct.

Dopo la Palma d'Oro allo scorso Festival di Cannes, è stato un cammino inesorabile quello intrapreso da Bong Joon-Ho, paffuto cineasta coreano che vanta Tarantino tra i suoi più appassionati estimatori.

Già, Quentin.
Il suo C'era una Volta...a Hollywood è stato uno dei principali sconfitti della serata, andando a segno "solo" con la scenografia e con Brad Pitt, strameritato miglior non protagonista (è il suo 2° Oscar: il primo lo ottenne nel 2014 in quanto produttore di 12 Anni Schiavo).






A proposito di attori, i pronostici sono stati confermati, replicando l'assegnazione dei Golden Globe.
Oltre a Pitt, sono stati incensati Joaquin Phoenix (a furor di popolo per Joker, già Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia), Renée Zellweger (Judy) e Laura Dern (Storia di un Matrimonio).

Meno scontati i premi tecnici, specie quello per gli effetti speciali andato a 1917.
Il war movie diretto da Sam Mandes è stato l'altro grande perdente, avendo ottenuto riconoscimenti solo in queste categorie (a proposito: meritatissimo quello alla fotografia di Roger Deakins).

La feroce polemica tra cinema d'autore e blockbuster innescata da Martin Scorsese contro la Marvel si è risolta di fatto a favore della seconda: The Irishman è rimasto a secco, mentre Taika Waititi - già regista di Thor: Ragnarok - si è portato a casa l'Oscar per la miglior sceneggiatura non originale con la sua commedia satirica Jojo Rabbit.

Il cineasta neozelandese - il primo di etnia maori a vincere una statuetta - ha battuto tra gli altri Greta Gerwig, attrice/regista che non pare riscuotere molte simpatie nell'ambiente.

Un po' di gloria è andata anche a Le Mans '66 (con 2 Oscar, benché tecnici, è stata una delle rivelazioni), Piccole Donne e Bombshell, mentre i premi musicali venivano equamente divisi tra Joker (per le musiche dissonanti della violoncellista islandese Hildur Guðnadóttir) e Rocketman (miglior canzone; è la seconda volta per Elton John, a 25 anni da quella vinta con Il Re Leone).






Dopo l'inaspettata sconfitta di Frozen II ai Golden Globe, la Disney aveva puntato tutto su Toy Story 4.
Scommessa vinta, ma nell'ambito dell'animazione il cartoon che più è piaciuto è stato il delizioso corto Hair Love, diretto dall'ex giocatore di football americano Matthew A. Cherry (naturale che venga subito in mente Dear Basketball del compianto Kobe Bryant).

Hanno vinto anche i coniugi Obama, al loro esordio cinematografico.
American Factory, documentario su una fabbrica di vetro cinese nell'Ohio, porta la loro firma come produttori.

Ma di questa Notte degli Oscar rimarrà soprattutto il cortocircuito dello star system: tra i candidati c'erano molti Wasp, pochi afroamericani e poche donne.
Eppure a trionfare è stato un regista asiatico con un film girato in Corea, con attori coreani che recitano - ovviamente - in lingua coreana.

Prepariamoci ad una Hollywood sempre più variegata: la vittoria di Parasite ha finalmente aperto gli Oscar al mondo.

Speriamo che in un futuro la categoria "miglior film internazionale/straniero" scompaia definitivamente, facendo concorrere alla pari film USA e produzioni di paesi non anglofoni, come succede già nei festival più importanti.

Se le cose andranno davvero per questo verso, solo il tempo ce lo potrà dire.




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lunedì 10 febbraio 2020

OSCAR 2020. I VINCITORI

Il regista Bong Joon-Ho con uno degli Oscar vinti per Parasite


Clamoroso!
Il film coreano Parasite è il vincitore - senza se e senza ma - della 92a edizione dei premi Oscar!

Sulla base delle nostre previsioni, il nostro staff ha azzeccato... 21 nomine su 24!
FRAN 16 + FEDE 12 + ANG 8.

Presto pubblicheremo il nostro post di commento.
Nel frattempo, leggete qui sotto tutte le vincitrici e i vincitori!

E non dimenticate di cliccare sui link per maggiori approfondimenti...






Miglior film
Parasite (Gisaengchung), regia di Bong Joon-ho

Migliore regia
Bong Joon-ho – Parasite (Gisaenchung)- FRAN

Migliore attrice protagonista
Renée Zellweger – Judy - FEDE - FRAN

Migliore attore protagonista
Joaquin Phoenix Joker - FEDE - FRAN - ANG

Migliore attrice non protagonista
Laura Dern – Storia di un matrimonio (Marriage Story) - FEDE - FRAN

Migliore attore non protagonista
Brad Pitt – C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood) - FEDE - FRAN - ANG

Migliore sceneggiatura originale
Bong Joon-ho e Han Jin-won – Parasite (Gisaenchung) - FRAN

Migliore sceneggiatura non originale
Taika Waititi - Jojo Rabbit - FEDE - FRAN

Miglior film d'animazione
Toy Story 4, regia di Josh Cooley - FRAN - ANG

Miglior film internazionale
Parasite (Gisaenchung), regia di Bong Joon-ho (Corea del Sud) - FEDE - FRAN - ANG

Migliore colonna sonora
Hildur Guðnadóttir – Joker - FRAN - ANG

Migliore canzone
(I'm Gonna) Love Me Again (Elton John, Taron Egerton) – Rocketman - FRAN

Migliore fotografia
Roger Deakins - 1917 - FEDE - FRAN

Migliore scenografia
Barbara Ling e Nancy Haigh - C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood) - ANG

Miglior montaggio
Andrew Buckland e Michael McCusker - Le Mans '66 - La grande sfida (Ford v Ferrari) - ANG

Migliori effetti speciali
Greg Butler, Dominic Tuohy e Guillaume Rocheron - 1917 - FEDE

Miglior sonoro
Mark Taylor e Stuart Wilson - 1917 - FEDE - ANG

Miglior montaggio sonoro
Donald Sylvester - Le Mans '66 - La grande sfida (Ford v Ferrari)

Migliori costumi
Jacqueline Durran – Piccole donne (Little Women) - FRAN

Miglior trucco e acconciatura
Vivian Baker, Anne Morgan e Kazuhiro Tsuji - Bombshell

Miglior documentario
Made in USA - Una fabbrica in Ohio (American Factory), regia di Steven Bognar e Julia Reichert - FEDE - FRAN

Miglior cortometraggio documentario
Learning to Skateboard in a Warzone (If You're a Girl), regia di Carol Dysinger - FRAN

Miglior cortometraggio
The Neighbors' Window, regia di Marshall Curry - FEDE

Miglior cortometraggio d'animazione
Hair Love, regia di Bruce W. Smith, Matthew A. Cherry e Everett Downing Jr. - FEDE - FRAN




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mercoledì 5 febbraio 2020

OSCAR 2020. NOMINATION: ATTRICI E ATTORI



Le candidature che, in genere, interessano di più al pubblico sono quelle relative alle interpretazioni.
Attrici e attori sono in grado, con la propria bravura o il proprio carisma, di cambiare le sorti di un film.

Dopo i recenti Golden Globe, quest'anno i verdetti paiono già scritti (a scanso di sorprese clamorose).

Renée Zellweger porterà a casa il suo secondo Oscar, anni dopo quello ottenuto come non protagonista per Ritorno a Cold Mountain?
A Hollywood (e all'Academy) piacciono i biopic: la sua interpretazione della leggendaria Judy Garland - madre di Liza Minnelli e piccola star di Il Mago di Oz - è già data per vincente.

Un peccato per le altre attrici in lizza: la cantante Cynthia Erivo è l'unica "quota black", mentre Saoirse Ronan conquista la sua nomina numero 4 a poco meno di 26 anni.
Scarlett Johansson (presente in due categorie!) e Charlize Theron hanno dimostrato di non essere soltanto belle.

A proposito, tra i ruoli di supporto spicca un'altra bellissima: Margot Robbie.
Guai a liquidarla come una bambolina: la critica si è finalmente accorta delle qualità recitative della bionda di The Wolf of Wall Street e Suicide Squad.

Anche lei però rimarrà probabilmente a bocca asciutta: la strafavorita in questa categoria è Laura Dern.
Forse solo la sottovalutata Kathy Bates potrebbe essere capace di contendere il premio alla musa di David Lynch.
Occhio comunque alla stella in super ascesa Florence Pugh: la nomination le farà da trampolino definitivo?






In ambito maschile, solo un grosso dispetto potrebbe far perdere l'Oscar allo strepitoso Joaquin Phoenix di Joker.
In alternativa, una chance potrebbe averla il nasuto Adam Driver (sì, proprio Kylo Ren/Ben Solo di Star Wars).

Più difficile che la statuetta vada a DiCaprio (7a candidatura per lui: 6 da attore + 1 da produttore), Pryce o Banderas.
E pensare che quest'ultimo è - incredibilmente - solo alla sua prima nomina, dopo una carriera piena di soddisfazioni e successi.

Pochissimi dubbi anche sul trionfo di Brad Pitt nella categoria relativa ai non protagonisti.
In C'era una Volta... a Hollywood Quentin Tarantino gli ha cucito addosso il ruolo della vita: non assegnargli l'Oscar - potenzialmente il suo secondo, dopo quello conquistato come produttore di 12 Anni Schiavo - sarebbe sacrilego.

Eppure la concorrenza è da leccarsi i baffi: da Anthony Hopkins (Papa Benedetto XVI per un film Netflix che è tra le rivelazioni di questa edizione) a Tom Hanks (6 nomination in carriera, di cui 2 andate a segno; ne avrebbe meritate di più), passando per la coppia di The Irishman, Al Pacino (nei panni del controverso sindacalista Jimmy Hoffa, scomparso misteriosamente) e il redivivo Joe Pesci (terza nomina per lui; aveva vinto per Quei Bravi Ragazzi).

In attesa di scoprire quali stelle riusciranno a brillare nella Notte degli Oscar, cliccate sui link che trovate qui sotto e godetevi lo spettacolo!






Migliore attrice protagonista


Cynthia Erivo – Harriet
Scarlett Johansson – Storia di un matrimonio (Marriage Story)
Saoirse Ronan – Piccole donne (Little Women)
Charlize Theron – Bombshell
Renée Zellweger – Judy

Migliore attore protagonista


Antonio Banderas – Dolor y gloria
Leonardo DiCaprio – C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood)
Adam Driver – Storia di un matrimonio (Marriage Story)
Joaquin Phoenix Joker
Jonathan Pryce – I due papi (The Two Popes)

Migliore attrice non protagonista


Kathy Bates – Richard Jewell
Laura Dern – Storia di un matrimonio (Marriage Story)
Scarlett Johansson - Jojo Rabbit
Florence Pugh - Piccole donne (Little Women)
Margot Robbie – Bombshell

Migliore attore non protagonista


Tom Hanks – Un amico straordinario (A Beautiful Day in the Neighborhood)
Anthony Hopkins – I due papi (The Two Popes)
Al Pacino – The Irishman
Joe Pesci – The Irishman
Brad Pitt – C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood)




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venerdì 10 gennaio 2020

GOLDEN GLOBES 2020. LA GRANDE GUERRA CONTRO NETFLIX

Dall'alto: Leonardo DiCaprio e Brad Pitt in C'Era Una Volta a Hollywood; una scena di 1917; Joaquin Phoenix nei panni di Joker. 


I Golden Globe, per loro natura, sono destinati ad accontentare un po' tutti, con la distinzione tra film drammatici e commedie.

Così, l'anno scorso a trionfare erano stati il criticatissimo (ma amato dal pubblico) Bohemian Rhapsody, il discreto Green Book (poi affermatosi, con molte perplessità, agli Oscar) e l'ottimo Roma di Alfonso Cuarón.

Questa volta i vincitori sono soprattutto Once Upon A Time In Hollywood di Quentin Tarantino e 1917 di Sam Mendes (già regista di Spectre, ricordate?).
Un po' di gloria è andata anche a Joker di Todd Phillips e Rocketman di Dexter Fletcher.

Il primo si è preso i premi per la migliore commedia, la migliore sceneggiatura (ennesimo riconoscimento al cineasta italo-americano) e il miglior attore non protagonista (Brad Pitt); il secondo, per il miglior film drammatico e per la regia (Sam Mendes, una delle sorprese della serata); il terzo per il miglior attore drammatico (Joaquin Phoenix, a furor di popolo) e colonna sonora; il quarto per il miglior attore in una commedia/musical (Taron Egerton, clamorosamente) e la migliore canzone.






Stiamo parlando di film che sono, rispettivamente: un omaggio alla Hollywood di fine anni Sessanta, una rappresentazione degli orrori della Prima Guerra Mondiale, la reinvenzione di uno dei cattivi più iconici della storia dei fumetti e dei cinecomics, il biopic del cantautore Elton John.
Film, quindi, molto diversi tra di loro.

E per scontentare meno persone possibili, ecco, tra gli attori, le rivelazioni Awkwafina ed Egerton nel palmarès assieme agli strafavoriti della vigilia Phoenix, Pitt, Renée Zellweger (migliore attrice drammatica per Judy, su Judy Garland), Laura Dern (la musa di David Lynch è la migliore attrice protagonista per Marriage Story).

Proprio Marriage Story è tra i delusi della serata: un solo globo, mentre le ambizioni erano ben altre.

Ma la pellicola targata Netflix ha dovuto scontare una diffidenza sempre diffusa nei confronti proprio del gigante dello streaming.

A farne le spese è stato soprattutto The Irishman: il kolossal firmato Martin Scorsese è tornato a casa a mani vuote, nonostante le numerose candidature e i favori della vigilia.

La piattaforma online poteva contare su ben 17 nomination in campo cinematografico, per i suoi film: l'aggiudicazione di un solo riconoscimento (sempre quello per la Dern) dà la misura del poco amore per il suo modo di fare cinema.






Un'altra (parziale) delusione è rappresentata da Parasite: il vincitore della Palma d'Oro 2019 si è aggiudicato la statuetta per il miglior film in lingua straniera, ma i critici cinematografici reclamavano di più.

Non è detto, però, che il suo regista, il coreano Bong Joon-ho, non si rifaccia agli Oscar.
Vedremo: la concorrenza nella categoria, con la vittoria di Mendes - che ha bissato il successo di American Beauty risalente a 20 anni fa - e la probabile presenza di Scorsese e Tarantino, è tuttavia piuttosto agguerrita.

La cinquina che tuttavia ha regalato la più clamorosa sorpresa della serata e le più cocenti sconfitte e delusioni tra i candidati è stata quella dei film di animazione: Missing Link, pellicola in stop motion (la stessa tecnica utilizzata per Nightmare Before Christmas) ha battuto il terzo capitolo della saga Dragon Trainer e soprattutto pezzi da novanta targati Disney come Toy Story 4, Il Re Leone (rifacimento firmato da Jon Favreau, regista dei primi due Iron Man) e Frozen II, proprio nel giorno in cui quest'ultimo - attesissimo seguito del blasonato Frozen - diventava il cartone di maggiore incasso nella storia del cinema.

Vista la potenza e gli incassi stellari del colosso dell'intrattenimento non avremmo mai pensato che il titolo meno conosciuto in competizione potesse farcela: probabilmente i tre kolossal si sono tolti voti a vicenda.

Ma ciò non toglie la soddisfazione da parte nostra per un palmarès che ancora una volta si dimostra interessante.

Aspettiamo gli Oscar, ma già i Golden Globe sono uno sfizioso aperitivo.




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lunedì 6 gennaio 2020

GOLDEN GLOBE 2020. I VINCITORI

Dall'alto: Sam Mendes; Quentin Tarantino; Joaquin Phoenix; Laura Dern; Brad Pitt; Renée Zellweger. 


Grandi sorprese nel palmarès dei Golden Globe 2020!

Ma anche vincitori ampiamente annunciati.

Abbiamo due grandi sconfitti: Martin Scorsese e Netflix.

In attesa del nostro post di commento, ecco chi ha trionfato.






MIGLIOR FILM DRAMMATICO
1917, regia di Sam Mendes

MIGLIOR FILM COMMEDIA O MUSICALE
C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood), regia di Quentin Tarantino

MIGLIOR REGISTA
Sam Mendes – 1917

MIGLIORE ATTRICE IN UN FILM DRAMMATICO
Renée Zellweger – Judy

MIGLIORE ATTORE IN UN FILM DRAMMATICO
Joaquin Phoenix Joker

MIGLIORE ATTRICE IN UN FILM COMMEDIA O MUSICALE
Awkwafina – The Farewell - Una bugia buona (The Farewell)

MIGLIORE ATTORE IN UN FILM COMMEDIA O MUSICALE
Taron Egerton – Rocketman

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA
Laura Dern – Storia di un matrimonio (Marriage Story)

MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA
Brad Pitt – C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood)

MIGLIOR FILM STRANIERO
Parasite (Gisaenchung), regia di Bong Joon-ho (Corea del Sud)

MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE
Missing Link, regia di Chris Butler

MIGLIORE SCENEGGIATURA
Quentin Tarantino C'era una volta a... Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood)

MIGLIORE COLONNA SONORA ORIGINALE
Hildur Guðnadóttir – Joker

MIGLIORE CANZONE ORIGINALE
(I'm Gonna) Love Me Again (Elton John, Taron Egerton) – Rocketman





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mercoledì 29 maggio 2019

CANNES 2019. PREMI A CASACCIO (MA OTTIMA SELEZIONE)

Dall'alto: il messicano Alejandro G. Iñárritu indica il sudcoreano Bong Joon-Ho e lo spagnolo Antonio Banderas; l'inglese Ken Loach sembra perplesso. 


Scorrendo l'elenco completo dei vincitori della 72a edizione del Festival di Cannes, viene da chiedersi che cosa si siano fumati Alejandro G. Iñárritu e soci.

La giuria capitanata dal plurioscarizzato regista di Birdman e The Revenant ha sovvertito - con poche eccezioni - ogni pronostico, dando la netta impressione di aver assegnato i premi un po' a casaccio.

Certo, incensare un film asiatico è un trend immortale per ogni festival internazionale.
E assegnare uno o più contentini ai padroni di casa - oppure a qualche pellicola francofona, tanto per stare sul sicuro - è quasi una regola, a Cannes.






Questo spiegherebbe i riconoscimenti assegnati a Young Amhed di quegli allegroni dei fratelli Dardenne (miglior regia), ad Atlantics (Gran Premio della Giuria; prima vittoria di una regista nera, in qualsiasi categoria, in oltre 7 decenni di Festival!), a Portrait of a Lady on Fire (miglior sceneggiatura) e a Les Misérables (Premio della Giuria; niente a che vedere con l'omonimo musical).

Oltre ovviamente all'ambita Palma d'Oro finita nelle mani del regista di Parasite, il sudcoreano Bong Joon-Ho.

Gli unici premi ragionati sembrano essere quelli per gli interpreti (Emily Beecham per Little Joe e il redivivo Antonio Banderas per Pain and Glory) e quello della Giuria conquistato dal bizzarro western Bacurau (a conferma della buona salute del cinema brasiliano: ricordate Tropa de Elite?).

Niente ai big: il più sconfitto - Banderas a parte - è lo spagnolo Pedro Almodovar, favoritissimo alla vigilia.
Una terza Palma d'Oro al britannico Ken Loach (dopo Il Vento che Accarezza l'Erba nel 2006 e I, Daniel Blake 10 anni dopo) forse è stata giudicata eccessiva, mentre al texano Terrence Malick è stata probabilmente fatta pagare qualche velleità arty di alcune sue pellicole precedenti (vedere ad esempio To The Wonder e Knight of Cups).

Neppure il nostro Marco Bellocchio con Il Traditore ha fatto breccia nel cuore dei giurati.
Può essere che il tema dei pentiti di mafia sia un argomento scomodo pure dall'altra parte delle Alpi...






E Quentin Tarantino?
Il suo nuovo lungometraggio C'era una Volta a Hollywood, personale omaggio alla Los Angeles degli anni 60, ha ricevuto nel complesso critiche più che positive (merito anche dell'accoppiata DiCaprio-Pitt, "il più eccitante duo cinematografico dopo Redford-Newman", a detta del regista), ma non ha incassato alcun premio.

Tutto da buttare, allora? Niente affatto.
Sorvolando sull'assurda guerra a Netflix, il direttore artistico Therry Frémaux non ha sbagliato un colpo, accaparrandosi una rosa di pellicole di altissimo livello che alla Croisette mancava da anni.
Questa volta la Mostra del Cinema di Venezia avrà serie difficoltà a rispondere a tono.

Bocciata la Giuria, promossa la kermesse.
Per il secondo match, l'appuntamento è tra pochi mesi in Laguna...




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domenica 27 maggio 2018

DEADPOOL 2, ARLECCHINO MUTANTE (E SGUAIATO)

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2018
119'
Regia: David Leitch
Interpreti: Ryan Reynolds, Josh Brolin, Julian Dennison, Morena Baccarin, Zazie Beetz, T.J. Miller, Matt Damon, Brad Pitt, Eddie Marsan, Terry Crews, Bill Skarsgård, Rob Delaney


Deadpool (Reynolds), in seguito ad un dramma, decide di farla finita: si fa esplodere nel suo appartamento, ma non riesce a morire.

Viene raccolto dall'uomo d'acciaio Colosso e portato nella sede degli X-Men, nella speranza che possa entrare nel gruppo.

Chiamato a fronteggiare la sua prima esperienza - un orfano mutante adolescente (Dennison) ha il potere di bruciare tutto ciò che vuole e decide di utilizzarlo contro il direttore e il personale della struttura che lo ospita - egli però finirà per farsi arrestare insieme al ragazzo.

Nella galera che li tiene imprigionati fa però irruzione Cable (Brolin), un killer venuto dal futuro intenzionato a uccidere il giovane.






Volgare, violento, irriverente, politicamente scorretto (ma senza esagerare: minoranze e omosessuali sono risparmiati in modo un po' ruffiano): è tornato Deadpool, il personaggio creato dai fumettisti Fabian Nicieza e Rob Liefeld!

Questa volta l'improbabile supereroe si accompagna con X-Force, una scalcagnata banda di mutanti dai poteri non così straordinari: la sexy Domino (Beetz), che ha la caratteristica di essere super fortunata; Bedlam (Crews), capace di intervenire sui campi magnetici; Shatterstar, che pensa di essere migliore di tutti (mah...); Zeitgeist (Skarsgård, il protagonista dell'ultimo It), che vomita un liquido corrosivo; Svanitore (buffo cammeo di Brad Pitt), una sorta di uomo invisibile; Peter, un normale uomo di mezza età.

Non vi diremo come andrà a finire; ma anticipiamo soltanto che gli X-Men, ai quali X-Force fa riferimento, sono decisamente un'altra cosa.

Aumentano quindi i comprimari, ma non cambia la sostanza di questo film scacciapensieri, senza alcuna ambizione autoriale (vedi Logan, che recensiremo a breve) o epica ( Avengers:Infinity War non è distante solo per il budget).

Sostanza, in realtà, ce n'è ben poca: il prodotto è pensato con il solo scopo di intrattenere il pubblico.

E ci riesce, nonostante le trappole che un seguito generalmente porta con sé: ripetere il successo di un precedente non è mai troppo facile, soprattutto perché viene a mancare l'effetto novità.

Evitati gli eccessi, per esempio, di Scemo & + Scemo 2 - che nell'esagerare situazioni e battute ha finito per risultare grottesco e patetico -, Deadpool 2 ha risolto il problema nella continuità con il capostipite (soluzione già adottata con successo per Guardiani della Galassia Vol. 2).

Certo, la natura del personaggio aiuta, strabordante com'è anche al di fuori dello schermo - è molto presente, oltre che (ovviamente) nei fumetti, anche in meme, video demenziali (il cortometraggio No Good Dead, ma non solo), social network...

Bisogna pure ammettere che, nel pur affollato universo Marvel, questo Arlecchino mutante - meno colorato, ma non meno irridente e beffardo - è riuscito a ritagliarsi un proprio spazio con esuberanza e con numeri da grand guignol e un po' grossolani e sguaiati (il modo in cui viene affrontato il super cattivo Juggernaut/Fenomeno è più degno di Porky's che di un film Marvel).

D'altra parte il divieto imposto negli USA ai minori di 17 anni non accompagnati da adulti (ma in Italia non è stato vietato) la dice lunga sul fatto che questa pellicola non è propriamente adatta alle famiglie.

Ciononostante, gli incassi negli States e nel resto del mondo sono finora abbastanza buoni, sebbene gli introiti iniziali siano risultati un po' minori di quanto ci si aspettava.

Anche perché il film fa ridere e diverte - certi momenti di ironia e autoironia sono spassosi (si veda per esempio una delle scene post-credit con protagonista Ryan Reynolds nella parte di se stesso) - e conta su avvincenti scene d'azione volutamente inverosimili e iperboliche che esaltano la buffoneria istrionica del protagonista.

L'introduzione poi del personaggio di Cable - incisivo, Josh Brolin! - è azzeccata e potrebbe portare a sviluppi interessanti, in prospettiva.

Insomma, non aspettatevi da Deadpool 2 un capolavoro o un film indimenticabile.
E se avete gusti raffinati in fatto di cinema... ehm... beh...

Ma Deadpool è fatto così.
Come si fa a non amarlo?




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martedì 29 marzo 2016

I CORTI: THE AUDITION, BATBOB V SUPERLEO

(Clicca sulla locandina per vedere il cortometraggio). 

USA, 2015
16'
Regia: Martin Scorsese
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Robert De Niro, Martin Scorsese, Brad Pitt, Rodrigo Prieto.


Stiamo vivendo un periodo in cui a Hollywood piacciono i grandi scontri tra supereroi: in questi giorni abbiamo nelle sale Batman contro Superman (Batman v Superman: Dawn of Justice), mentre fra pochi mesi vedremo Capitan America contro Iron Man (Captain America: Civil War).

Perché allora non fare lo stesso coi grandi attori?
Perché non mettere Robert De Niro contro Leonardo DiCaprio?

Poniamo che i due si trovino inaspettatamente faccia-a-faccia a Manila, entrambi piuttosto sorpresi di essersi incontrati.
Scopriamo che sono stati chiamati contemporaneamente dal regista Martin Scorsese, che li vuole sottoporre a un provino per il ruolo di protagonista nel suo prossimo film.

Tra i due parte una competizione serrata senza esclusione di colpi, che porterà Scorsese a correre ai ripari...
Di più non raccontiamo per non togliere la sorpresa.

Ciò che possiamo dirvi, invece, è che questo cortometraggio - ufficialmente un mega spottone da 70 milioni di dollari di budget (!) a favore di due lussuosi casinò a Manila (Filippine) e Macao (Cina) ma, vedrete, rappresenta molto di più - è imperdibile per più di una ragione.

Innanzitutto, avete mai visto due divi come Robert De Niro e Leonardo DiCaprio recitare assieme in un film di Martin Scorsese?

Stiamo parlando di due attori capaci di vincere finora tre Oscar: i suoi, Bob li ha vinti nel 1975 (Il Padrino - Parte II, come non protagonista) e nel 1981 (Toro Scatenato); Leo, la sua prima statuetta l'ha conquistata solo quest'anno, ma a furor di popolo, per The Revenant (che recensiremo a breve).

È vero, i due erano già stati insieme in Voglia di Ricominciare del 1993 e La Stanza di Marvin del 1996, ma mai diretti dal loro mentore.

In particolare, fa impressione considerare il fatto che sono passati ormai vent'anni dall'ultima collaborazione tra Scorsese e De Niro - l'ottava (DiCaprio si è fermato a quota 5 lungometraggi), il discusso Casinò.

Proprio questa era stata una delle ultimissime grandi interpretazioni del divo del Bronx, che ritorna così - con ironia e autoironia, certo - sul luogo del delitto: il rutilante mondo delle case da gioco.

Qui assistiamo ad un interessante cambio di prospettiva da parte del regista: se nel film del 1995 esse erano viste come uno scintillante luogo di perdizione, questa volta vengono ritratte come un luogo di lusso tranquillo, dove potersi rilassare e mangiare bene.

Location che fanno da sfondo al vero fulcro del cortometraggio: lo scontro professionale e generazionale tra due pesi massimi del cinema, tra due modi diversi di recitare.

Scontro che fa scintille e che si risolve in un duetto divertente tutto giocato in punta di fioretto.

All'atmosfera scanzonata e da rimpatriata di amici concorrono anche un "indeciso" Scorsese - che ad un certo punto compare anche insieme a Rodgrigo Prieto, direttore della fotografia di Amores Perros, 21 Grammi, Babel e Biutiful di Alejandro González Iñárritu, ma anche di 8 Mile di Curtis Hanson, I Segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee, Alexander e Wall Street, Il Denaro Non Dorme Mai di Oliver Stone, Argo di Ben Affleck, The Wolf of Wall Street e il prossimo Silence del buon Martin - e un "esagerato" e spassoso Brad Pitt (altro Premio Oscar: come produttore di 12 Anni Schiavo).

The Audition doveva essere presentato in anteprima all'ultima Mostra del Cinema di Venezia, ma a causa di non meglio precisati problemi tecnici non ha potuto sbarcare al Lido.

Peccato.
Ma in questo periodo di lotte cinematografiche tra supereroi, una bella baruffa tra superattori ci sta alla grande.

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domenica 9 marzo 2014

12 ANNI SCHIAVO, SOLOMON UNCHAINED (MA SOLO ALLA FINE)

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA/Regno Unito, 2013
134'
Regia: Steve McQueen
Interpreti: Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Lupita Nyong'o, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Paul Giamatti, Garrett Dillahunt, Alfre Woodard, Quvenzhané Wallis, Brad Pitt.


Quella della schiavitù - una delle pagine più nere della storia americana - è una tematica che ultimamente Hollywood sembra aver riscoperto: prima c'è stato Django Unchained di Tarantino, subito dopo il Lincoln di Spielberg.
Ora è il turno di 12 Anni Schiavo, da poco insignito dell'Oscar per il miglior film.

I giudizi emersi dalla critica oltreoceanica sono stati in realtà piuttosto contrastanti, come evidenzia il contraddittorio verdetto degli Academy Awards: è vero, la pellcola ha vinto nella categoria più prestigiosa, ma è vero anche che di statuette ne ha collezionate in tutto solo 3 (le altre due: miglior attrice non protagonista e miglior sceneggiatura non originale).
Un bottino un po' magro se paragonato ai 7 riconoscimenti di Gravity, forse segno che i giurati ne hanno apprezzato più gli intenti di denuncia che l'effettivo valore cinematografico.
Si tratta quindi di un brutto film? No, niente affatto.

Terza collaborazione di fila tra il filmaker britannico Steve McQueen e il divo irlandese/tedesco Michael Fassbender dopo Hunger e Shame (con cui Fassy vinse la Coppa Volpi a Venezia 2011), 12 Anni Schiavo racconta la storia - purtroppo vera - di Solomon Northup, afroamericano nato libero che nel periodo pre-Guerra Civile viene rapito con l'inganno e trasformato in schiavo, passando da un latifondista all'altro, fino ad arrivare nelle grinfie del sadico Mr. Epps...

Questo crudo resconto di una vicenda di ordinario razzismo è arrivato a Hollywood forte del titolo di film-che-deve-essere-visto per la tematica che affronta, per poi diventare film-che-deve-essere-premiato; ma probabilmente non avrebbe avuto la medesima visibilità se non fosse intervenuto un divo a metterci la faccia e...il portafogli (ma ne è valsa la pena: la pellicola gli ha fruttato la sua prima statuetta, come produttore).
E il divo in questione è niente meno che Brad Pitt, che compare anche in una piccola parte - appena 7 minuti, verso la fine - di bianco di buon cuore con idee e barba alla Lincoln.

McQueen dirige col suo classico stile freddo, quasi documentaristico, con lunghi e virtuosi piani sequenza che esaltano le qualità recitative degli interpreti: più dell'oscarizzata Lupita Nyong'o (esordiente), destano ammirazione l'intenso Chiwetel Ejiofor e il sempre maiuscolo Michael Fassbender nei panni del crudele e ottuso Epps (sono stati candidati per la prima volta in carriera, rispettivamente, come miglior attore protagonista e miglior attore non protagonista; non hanno vinto, ma siamo sicuri che avranno altre occasioni).

La scelta del cast è quindi un altro punto a vantaggio del cineasta inglese, già in passato apprezzato video artist e ora finalmente accettato nel mondo cel cinema-che-conta. Speriamo che i tanti riconoscimenti e apprezzamenti non gli facciano perdere la strada: finora ha dimostrato di essere un autore in grado di distinguersi dalla massa.

Insomma, 12 Anni Schiavo è un film da Oscar?
A noi è piaciuto (meno male che c'è l'happy ending!) e, secondo la nostra opinione, il massimo premio dell'Academy non è immeritato.
Andate a vederlo e fateci sapere che cosa ne pensate... Scatenatevi.

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