CINEMA A BOMBA!

sabato 12 novembre 2022

ENOLA HOLMES 2, LA SORELLA PIÙ FURBA DI SHERLOCK HOLMES

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA/UK, 2022
129'
Regia: Harry Bradbeer
Con: Millie Bobby Brown, Henry Cavill, David Thewlis, Helena Bonham Carter, Louis Partridge, Adeel Akhtar, Sharon Duncan-Brewster, Himesh Patel.


Dopo le vicende del primo film, Enola (Brown) sta cercando di lanciarsi come investigatrice privata.
Il suo primo caso è quello di una ragazza, operaia in una fabbrica di fiammiferi, misteriosamente scomparsa nel nulla.

La situazione diventa sempre più pericolosa man mano che la giovane si avvicina alla verità, al punto da finire persino nei guai con la legge.
Urge l'aiuto del fratello maggiore Sherlock (Cavill)...


Come avevamo previsto 2 anni or sono, il successo di Enola Holmes - film originale Netflix, tratto dai romanzi della scrittrice americana Nancy Springer - ha naturalmente "chiamato" un seguito.
Confermati il regista, lo sceneggiatore Jack Thorne (drammaturgo famoso per aver scritto lo spettacolo teatrale su Harry Potter) e soprattutto i due protagonisti.

Ottima notizia: Henry Cavill e Millie Bobby Brown sono rispettivamente l'anima e il cuore della pellicola.
L'ex(?) Superman si conferma il più interessante e originale Sherlock Holmes dai tempi di Robert Downey Jr. nel dittico di Guy Ritchie; la star di Stranger Things ormai ha convinto anche i più scettici di essere la miglior attrice della propria generazione.

È inoltre un piacere rivedere la combattiva Helena Bonham Carter (ce la ricordiamo in Alice in Wonderland e Les Misérables, no?), mentre il sulfureo David Thewlis (Harry Potter, Wonder Woman) risulta stavolta un po' manierato.

Questo lungometraggio segna pure l'ingresso di due personaggi storici dell'universo legato al personaggio creato da Sir Arthur Conan-Doyle: senza spoilerare alcunché, ci limitiamo a dire che uno compare solo nella scena mid-credits e l'altro è il twist finale, purtroppo piegato alle abiette leggi del politicamente corretto.

Quest'ultimo è l'unico vero difetto di un lungometraggio nel complesso molto riuscito, un secondo capitolo indubbiamente al livello del primo.
E con un lodevole risvolto storico/socio-politico, grazie all'inserimento della vicenda (ovviamente inventata) nella storia (vera) dello sciopero delle fiammiferaie londinesi del 1888.

Enola Holmes 2 potrebbe essere il sequel che non pensavate di volere e non vi aspettavate di amare.
Resta solo un quesito da porre: a quando il prossimo film?


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martedì 24 agosto 2021

I CORTI: DUE ESTRANEI, HOMO HOMINI LOOP

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2020
32'
Regia: Travon Free, Martin Desmond Roe
Con: Joey Badass, Andrew Howard, Zaria.


New York City.
Un fumettista afroamericano (Badass) sta tornando a casa col proprio cane dopo il primo appuntamento con una ragazza (Zaria).

Viene fermato per un accertamento da un poliziotto bianco (Howard) e da questi ucciso per soffocamento.
Tuttavia, subito dopo si risveglia incolume nel letto della fidanzata.

Il ragazzo capisce quindi di essere finito in un loop temporale nel quale è costretto a rivevere ogni volta la medesima giornata...



La trama vi suona familiare?
Non sarebbe strano: questo cortometraggio è in pratica un remake in pillole di Ricomincio da Capo (celebre dramedy romantica con Bill Murray) e di Auguri per la tua Morte (divertente horror umoristico scritto da Scott Lobdell).

Qui però c'è ben poco da ridere: il taglio è quello impegnato e antirazzista di opere come Get Out, e i riferimenti a eventi recenti di cronaca nera - l'ispirazione al movimento Black Lives Matter è esplicita e dichiarata - conferiscono uno spessore sociale ben superiore a quello dei suoi predecessori.

La prima morte del protagonista ricorda volutamente quella di George Floyd, avvenuta nel maggio 2020; in un'altra il rimando è all'uccisione di Breonna Taylor, nel marzo dello stesso anno.

Anche il titolo originale (Two Distant Strangers) è tratto da una strofa della canzone Change di Tupac Shakur, defunto rapper tra i più impegnati nella causa dei diritti degli afroamericani.



L'allegoria diventa globale nella scena dell'ultimo omicidio, con la pozza di sangue che prende la forma del continente africano: qui non si parla solo degli Stati Uniti, è un'intera razza a essere - letteralmente - nel centro del mirino.

Finanziato da Lawrence Bender (ex socio di Quentin Tarantino e produttore, tra le altre cose, di Una Scomoda Verità), Jesse Williams (Grey's Anatomy) e Sean Combs (il rapper noto anche come Puff Daddy o P. Diddy o semplicemnte Diddy), Due Estranei è il primo film Netflix ad aver vinto l'Oscar come miglior cortometraggio.

Da vedere e di cui discutere.
E un plauso a quanti riescono a cogliere l'easter egg di Poliziotto in Prova.



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venerdì 9 aprile 2021

OSCAR 2021. NOMINATION: DOCUMENTARI E CORTOMETRAGGI

Dall'alto: una scena del documentario My Octopus Teacher; la locandina del documentario rumeno Collective; un fotogramma del cortometraggio animato Opera di Erick Oh; una scena del corto Pixar Burrow.


Lo ammettiamo: è sempre un piacere preparare il post sui candidati agli Oscar per i documentari e i cortometraggi.

Innanzitutto perché si trovano delle vere e proprie perle, sconosciute al grande pubblico ma il più delle volte molto interessanti per i temi trattati o per il loro carattere sperimentale.

E poi anche perché spesso, in queste categorie, viene rappresentato lo Zeitgeist, lo spirito del tempo che stiamo vivendo, in modo più vivo e vivido rispetto ai prodotti di finzione.

Non vi anticipiamo nulla riguardo al contenuto di queste opere, ma vi invitiamo a scoprirle insieme a noi.

Vedrete, rimarrete sorpresi.

[Se proprio volete un suggerimento, vi consigliamo almeno di dare un'occhiata ai documentari El Agente Topo, Collective, My Octopus Teacher, ai cortometraggii Two Distant Strangers e The Letter Room (con il divo di Star Wars Oscar Isaac), ai cortometraggi animati Opera e il pixariano Burrow.]

Poi non veniteci a dire che queste sono categorie minori...



Miglior documentario

El agente topo, regia di Maite Alberdi

Collective (Colectiv), regia di Alexander Nanau

Crip Camp: disabilità rivoluzionarie (Crip Camp), regia di Nicole Newnham e Jim LeBrecht

Il mio amico in fondo al mare (My Octopus Teacher), regia di Pippa Ehrlich e James Reed

Time, regia di Garrett Bradley


Miglior cortometraggio documentario

Colette, regia di Anthony Giacchino

A Concerto Is a Conversation, regia di Kris Bowers e Ben Proudfoot

Do Not Split, regia di Anders Hammer

Hunger Ward, regia di Skye Fitzgerald

A Love Song for Latasha, regia di Sophia Nahli Allison


Miglior cortometraggio

Feeling Through, regia di Doug Roland

The Letter Room, regia di Elvira Lind, con Oscar Isaac

The Present, regia di Farah Nabulsi

Two Distant Strangers, regia di Travon Free e Martin Desmond Roe

White Eye, regia di Tomer Shushan


Miglior cortometraggio d'animazione

Genius loci, regia di Adrien Mérigeau

Yes-People (Já-Fólkið), regia di Gísli Darri Halldórsson

Opera, regia di Erick Oh

Se succede qualcosa, vi voglio bene (If Anything Happens I Love You), regia di Michael Govier e Will McCormack

La tana (Burrow), regia di Madeline Sharafian



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sabato 7 novembre 2020

ENOLA HOLMES, ELEMENTARE SHERLOCK!

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2020
121'
Regia: Harry Bradbeer
Con: Millie Bobby Brown, Helena Bonham Carter, Sam Claflin, Adeel Akhtar, Fiona Shaw, Henry Cavill.


1884. Le sedicenne Enola Holmes (Brown) vive serenamente in un vecchio maniero di campagna insieme alla madre femminista (Carter) e alla sparuta servitù.

Quando l'amato genitore scompare apparentemente nel nulla, riallaccia i rapporti coi fratelli maggiori che non vede da anni: l'acido Mycroft (Claflin) e il comprensivo Sherlock (Cavill).

Ma la madre, prima di fuggire, le ha lasciato degli indizi per farsi ritrovare: Enola, sfruttando la propria innata intelligenza, parte quindi alla sua ricerca...



Tratto dalla serie di romanzi The Enola Holmes Mysteries della scrittrice Nancy Springer, questo lungometraggio è l'evento Netflix del momento.

E non potrebbe essere altrimenti, data la presenza di due delle star più in vista degli ultimi anni: l'affermato Henry Cavill (alias Superman) e l'emergente Millie Bobby Brown, che tutti conoscono come Undici della serie tv di culto Stranger Things (un altro marchio Netflix, non a caso).

Proprio quest'ultima - accreditata anche come produttrice (a soli 16 anni!) - è il vero asso nella manica: porta sulle spalle l'intero film con notevole disinvoltura e creatività (è stata sua l'idea di permettere a Enola di rivolgersi direttamente agli spettatori, rompendo il cosiddetto forth wall).

Nonostante l'età ancora verde, non si dovrebbe più parlare di lei come di una "giovane promessa".
È una conferma, una realtà.



Ma Enola Holmes non è soltanto quello che si definisce un "film di attori": ammirevoli sono anche i contributi tecnici, in particolare le scenografie e gli splendidi costumi d'epoca.

Girata quasi del tutto con una steadycam (una cinepresa a spalla, più maneggevole di quelle tradizionali, usata per conferire maggiore fluidità ai piani sequenza), la pellicola scorre leggera e piacevole, benché l'intreccio risulti alla fin fine un po' subordinato ai personaggi.

Gli appassionati del'investigatore creato da Sir Arthur Conan-Doyle possono apprezzare l'accurata ricostruzione d'epoca e il susseguirsi di colpi di scena, ma potrebbero storcere il naso per l'assenza di Watson, storico braccio destro di Sherlock, e per l'insolito Lestrade "etnico" (l'attore che lo interpreta è di origine pakistana-keniota).

I fan di Harry Potter - un altro celeberrimo soggetto letterario inglese - ritrovano dal canto loro due volti noti: Helena Bonham Carter e Fiona Shaw comparivano appunto nella popolare saga cinematografica dedicata al maghetto.
Non solo: lo sceneggiatore Jack Thorne è lo stesso drammaturgo che ha scritto il discusso - e, a nostro giudizio, bellissimo - spettacolo teatrale Harry Potter e la Maledizione dell'Erede.



Agli eredi di Conan-Doyle invece il film non è piaciuto affatto, tanto che recentemente hanno fatto causa alla produzione, rea di aver rappresentato uno Sherlock Holmes fuori dai canoni.
In effetti l'ombroso, scorbutico, freddo personaggio che tutti conosciamo è qui dipinto come un uomo affabile, simpatetico, umano.

Una polemica che tuttavia ci suona sterile, dato che l'interpretazione (ottima) di Cavill non si discosta troppo da quella già poco ortodossa di Robert Downey Jr. nei due adattamenti diretti da Guy Ritchie, pur con meno idiosincrasie e un maggiore aplomb.

Enola Holmes, la cui premessa può sembrare a prima vista una variante al femminile de Il Fratello più Furbo di Sherlock Holmes di Gene Wilder, è un lungometraggio imperdibile che lascia presagire una prossima, futura serialità.

Noi ce lo auguriamo.
A patto, ovviamente, che vengano confermati Millie Bobby Brown e Henry Cavill.


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mercoledì 18 marzo 2020

OSCAR 2020. THE IRISHMAN, IL CREPUSCOLO DEI GANGSTER

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2019
209'
Regia: Martin Scorsese
Interpreti: Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Ray Romano, Bobby Cannavale, Anna Paquin, Stephen Graham, Jesse Plemons, Kathrine Narducci, Domenick Lombardozzi, Sebastian Maniscalco, Steven Van Zandt, Jack Huston, Aleksa Palladino.


L'irlandese Frank Sheeran (De Niro), camionista ed ex reduce della Seconda Guerra Mondiale, entra nel giro del boss italo-americano Russell Bufalino (Pesci) e ne diventa il braccio armato, un sicario fedele e senza troppi scrupoli.

La sua vita cambierà quando conoscerà il carismatico Jimmy Hoffa (Pacino), con il quale instaurerà un problematico rapporto di amicizia.






Probabilmente non sono molti, al giorno d'oggi, a conoscere James "Jimmy" Hoffa.

Ma il potente, discusso e influente leader del sindacato degli autotrasportatori è stato, negli anni 50 e 60, un vero e popolare protagonista della scena economico-sociale degli Stati Uniti.

La sua improvvisa sparizione, nel 1975, rimane tuttora uno dei più grandi misteri della storia americana e ha da sempre acceso la fantasia di dietrologi e complottisti.

Martin Scorsese ne dà una sua versione, basandosi sul saggio I Heard You Paint Houses (letteralmente: Ho sentito che tinteggi case; in Italia uscito con il titolo L'Irlandese) di Charles Bradt, adattato poi dallo sceneggiatore Steve Zaillian (Oscar per lo script di Schindler's List di Steven Spielberg nel 1994).

E ovviamente lo fa a suo modo, mettendoci dentro molto di sé.

The Irishman diventa pertanto non solo un racconto di "come andarono le cose", ma una profonda, amara, pessimistica e intima riflessione sullo scorrere del tempo, sull'impatto che le nostre scelte hanno sulla vita nostra e delle persone che ci stanno accanto, sulla solitudine del peccato e dei sensi di colpa.

Non è un caso che egli abbia chiamato ad interpretare i protagonisti due attori a lui molto cari: Robert De Niro (alla nona collaborazione insieme, con un Oscar vinto per Toro Scatenato, senza contare il corto The Audition) e Joe Pesci (alla quarta collaborazione, con un Oscar vinto per Quei Bravi Ragazzi), che insieme hanno recitato complessivamente 4 volte per l'amico regista (la penultima, per il troppo sottovalutato Casinò).

E che si sia avvalso dei fidati collaboratori Thelma Schoonmaker (montaggio), Rodrigo Prieto (fotografia; avevano già lavorato assieme in The Wolf of Wall Street, The Audition e Silence), Sandy Powell (costumi), Robbie Robertson (musiche).

Una rimpatriata che assume i toni crepuscolari di un testamento spirituale (nonostante l'attivismo del regista, sempre impegnato in nuovi progetti), di una quadratura del cerchio: The Irishman è una summa di tutti film "di gangster" da lui diretti precedentemente, di quasi tutti i tòpoi trattati nella sua lunga carriera, di una visione del mondo e della vita.

Non aspettatevi tuttavia un déja-vu: la pellicola è piuttosto anomala, per gli standard scorsesiani.

Pur non mancando scene forti, il ritmo non è forsennato: più simile, forse, al fluire di un grosso fiume che scorre placido, ma che appare altresì imponente e potente.

Anche la scelta dei brani musicali è particolare: nessun pezzo rock, ma molti in stile "confidenziale".

Poi, quest'opera è l'unica, nella carriera del cineasta, ad essere stata distribuita principalmente per lo streaming.

La produzione da parte di Netflix è probabilmente uno dei motivi dei pochi riconoscimenti ottenuti: 5 nomine ai Golden Globe e ben 10 agli Oscar, ma nessuna statuetta conquistata - ma lo sappiamo quanto poco Hollywood apprezzi questo tipo di fruizione dei film (si veda il caso Roma).

Però dobbiamo anche aggiungere che senza lo sforzo produttivo della piattaforma via web, questo film non avrebbe potuto essere fatto (o sarebbe stato molto diverso): il budget infatti è stato imponente - da uno che ha creato capolavori come Taxi Driver con pochi soldi, è cosa alquanto inusuale.

I costi sono lievitati soprattutto a causa degli effetti speciali: la tecnica messa a punto dalla Industrial Light & Magic (quella della saga di Star Wars, per intenderci) per ringiovanire digitalmente gli attori si è rivelata sì molto efficace e suggestiva, ma anche molto dispendiosa.

Altra "stranezza": Al Pacino recita finalmente (e per la prima volta) in un film di Scorsese!

Quest'ultimo utilizza spesso attori italo-americani - qui compaiono, tra gli altri, Bobby Cannavale, Ray Romano, Steve Van Zandt - ma non aveva mai avuto la possibilità di lavorare con uno dei migliori attori di Hollywood.

E questi offre, da par suo, un'eccellente interpretazione di uno dei personaggi più ambigui della storia americana del Novecento, vincendo (a parer nostro) la sfida con l'eterno "rivale" (ma i due si stimano molto) Robert De Niro.

Vedremo quali altri film ci riserverà in futuro Scorsese; tuttavia, se dovesse riprendere il genere gangster movie, sapremo che lo farà, a questo punto, per sconvolgerlo definitivamente.




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giovedì 23 gennaio 2020

OSCAR 2020. NOMINATION: DOCUMENTARI E CORTOMETRAGGI

Dall'alto: una scena di Honeyland; i coniugi Obama, produttori di American Factory; i protagonisti di Hair Love; un'immagine tratta da Kitbull.


Come da tradizione, che lo Speciale di CINEMA A BOMBA! dedicato agli Oscar abbia inizio!

Come ogni anno, l'onore e l'onere di aprire le danze spetta a documentari e cortometraggi, ossia le categorie storicamente più snobbate dall'Academy e dai mass media.
A torto, secondo il nostro modesto parere.

Curiosando tra le candidature, troviamo la prima collaborazione tra Netflix e... gli Obama!
American Factory è infatti prodotto dalla Higher Ground Productions, neonata compagnia fondata proprio dall'ex Presidente degli Stati Uniti insieme alla moglie - ed ex First Lady - Michelle.

A contendergli la statuetta come miglior documentario c'è soprattutto Honeyland, che batte bandiera macedone ed è forte di una doppia nomination, essendo curiosamente in lizza anche come miglior film internazionale.

Una delle figure più interessanti che emergono è senza dubbio quella di Bruce Franks Jr.
Si tratta di un rapper, politico e attivista noto come "St. Louis Superman", che è pure il titolo del corto-documentario di cui è protagonista.

Balza soprattutto all'occhio l'ampia presenza femminile.
Sono numerose le protagoniste in queste categorie: sia al centro delle storie, sia alla regia.

Ci troviamo su un terreno immune dalle polemiche sulle differenze di genere, così come sulla rappresentazione di minoranze e stranieri, diversamente da quanto regolarmente accade per le categorie principali.

In documentari e cortometraggi c'è spazio per tutte e tutti, senza discriminazioni.
Magari fosse così anche per gli altri Oscar.

Volete un ulteriore approfondimento?
Cliccate sui link che trovate qui sotto!






Miglior documentario
Alla mia piccola Sama (For Sama), regia di Waad al-Kateab ed Edward Watts
The Cave, regia di Feras Fayyad
Democrazia al limite (Democracia em vertigem), regia di Petra Costa
Made in USA - Una fabbrica in Ohio (American Factory), regia di Steven Bognar e Julia Reichert
Medena zemja/Honeyland, regia di Tamara Kotevska e Ljubomir Stefanov

Miglior cortometraggio documentario
In the Absence, regia di Yi Seung-jun
Learning to Skateboard in a Warzone (If You're a Girl), regia di Carol Dysinger
Life Overtakes Me, regia di Kristine Samuelson e John Haptas
St. Louis Superman, regia di Smriti Mundhra e Sami Khan
Walk Run Cha-Cha, regia di Laura Nix

Miglior cortometraggio
Ikhwène/Brotherhood, regia di Meryam Joobeur
Nefta Football Club, regia di Yves Piat
The Neighbors' Window, regia di Marshall Curry
Saria, regia di Bryan Buckley
Une sœur, regia di Delphine Girard

Miglior cortometraggio d'animazione
Dcera/Daughter, regia di Daria Kashcheeva
Hair Love, regia di Bruce W. Smith, Matthew A. Cherry e Everett Downing Jr.
Kitbull, regia di Rosana Sullivan
Mémorable, regia di Bruno Collet
Sister, regia di Siqi Song




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venerdì 10 gennaio 2020

GOLDEN GLOBES 2020. LA GRANDE GUERRA CONTRO NETFLIX

Dall'alto: Leonardo DiCaprio e Brad Pitt in C'Era Una Volta a Hollywood; una scena di 1917; Joaquin Phoenix nei panni di Joker. 


I Golden Globe, per loro natura, sono destinati ad accontentare un po' tutti, con la distinzione tra film drammatici e commedie.

Così, l'anno scorso a trionfare erano stati il criticatissimo (ma amato dal pubblico) Bohemian Rhapsody, il discreto Green Book (poi affermatosi, con molte perplessità, agli Oscar) e l'ottimo Roma di Alfonso Cuarón.

Questa volta i vincitori sono soprattutto Once Upon A Time In Hollywood di Quentin Tarantino e 1917 di Sam Mendes (già regista di Spectre, ricordate?).
Un po' di gloria è andata anche a Joker di Todd Phillips e Rocketman di Dexter Fletcher.

Il primo si è preso i premi per la migliore commedia, la migliore sceneggiatura (ennesimo riconoscimento al cineasta italo-americano) e il miglior attore non protagonista (Brad Pitt); il secondo, per il miglior film drammatico e per la regia (Sam Mendes, una delle sorprese della serata); il terzo per il miglior attore drammatico (Joaquin Phoenix, a furor di popolo) e colonna sonora; il quarto per il miglior attore in una commedia/musical (Taron Egerton, clamorosamente) e la migliore canzone.






Stiamo parlando di film che sono, rispettivamente: un omaggio alla Hollywood di fine anni Sessanta, una rappresentazione degli orrori della Prima Guerra Mondiale, la reinvenzione di uno dei cattivi più iconici della storia dei fumetti e dei cinecomics, il biopic del cantautore Elton John.
Film, quindi, molto diversi tra di loro.

E per scontentare meno persone possibili, ecco, tra gli attori, le rivelazioni Awkwafina ed Egerton nel palmarès assieme agli strafavoriti della vigilia Phoenix, Pitt, Renée Zellweger (migliore attrice drammatica per Judy, su Judy Garland), Laura Dern (la musa di David Lynch è la migliore attrice protagonista per Marriage Story).

Proprio Marriage Story è tra i delusi della serata: un solo globo, mentre le ambizioni erano ben altre.

Ma la pellicola targata Netflix ha dovuto scontare una diffidenza sempre diffusa nei confronti proprio del gigante dello streaming.

A farne le spese è stato soprattutto The Irishman: il kolossal firmato Martin Scorsese è tornato a casa a mani vuote, nonostante le numerose candidature e i favori della vigilia.

La piattaforma online poteva contare su ben 17 nomination in campo cinematografico, per i suoi film: l'aggiudicazione di un solo riconoscimento (sempre quello per la Dern) dà la misura del poco amore per il suo modo di fare cinema.






Un'altra (parziale) delusione è rappresentata da Parasite: il vincitore della Palma d'Oro 2019 si è aggiudicato la statuetta per il miglior film in lingua straniera, ma i critici cinematografici reclamavano di più.

Non è detto, però, che il suo regista, il coreano Bong Joon-ho, non si rifaccia agli Oscar.
Vedremo: la concorrenza nella categoria, con la vittoria di Mendes - che ha bissato il successo di American Beauty risalente a 20 anni fa - e la probabile presenza di Scorsese e Tarantino, è tuttavia piuttosto agguerrita.

La cinquina che tuttavia ha regalato la più clamorosa sorpresa della serata e le più cocenti sconfitte e delusioni tra i candidati è stata quella dei film di animazione: Missing Link, pellicola in stop motion (la stessa tecnica utilizzata per Nightmare Before Christmas) ha battuto il terzo capitolo della saga Dragon Trainer e soprattutto pezzi da novanta targati Disney come Toy Story 4, Il Re Leone (rifacimento firmato da Jon Favreau, regista dei primi due Iron Man) e Frozen II, proprio nel giorno in cui quest'ultimo - attesissimo seguito del blasonato Frozen - diventava il cartone di maggiore incasso nella storia del cinema.

Vista la potenza e gli incassi stellari del colosso dell'intrattenimento non avremmo mai pensato che il titolo meno conosciuto in competizione potesse farcela: probabilmente i tre kolossal si sono tolti voti a vicenda.

Ma ciò non toglie la soddisfazione da parte nostra per un palmarès che ancora una volta si dimostra interessante.

Aspettiamo gli Oscar, ma già i Golden Globe sono uno sfizioso aperitivo.




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lunedì 15 luglio 2019

I CLASSICI: ROMA, LE DONNE NON SI ARRENDONO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

Messico, 2018
135'
Regia: Alfonso Cuarón
Interpreti: Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Daniela Demesa, Latin Lover, Nancy García García, Jorge Antonio Guerrero.


Messico, primi anni Settanta.

La giovane domestica di origine amerindia Cleo (Aparicio) vive un periodo di grandi cambiamenti.

Frequenta un giovanotto, che la mette incinta.
Nella famiglia presso la quale lavora, marito e moglie (de Tavira) sono in crisi.
A Città del Messico, dove essi vivono, la violenza dilaga.






Conosciamo Alfonso Cuarón per pellicole spettacolari, quali Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, Children of Men-I Figli degli Uomini e Gravity, per il quale vinse personalmente 2 Oscar, per il montaggio e la regia (primo messicano ad aggiudicarsi la prestigiosa statuetta).

Questa volta egli si è cimentato in una piccola storia quasi autobiografica, ambientata nella sua città natale, con protagonisti in buona parte non professionisti, narrata in lingua spagnola.

Piccola storia, sì; ma grande film, questo Roma!

Il respiro intimistico, ma anche epico della narrazione è reso da una fotografia in bianco e nero veramente suggestiva e poetica, che lascia la trama sospesa nel tempo (poco importa quando la vicenda si dipana: il messaggio diventa universale e atemporale) - come solo le opere dei maestri neorealisti italiani e della Nouvelle Vague francese avevano saputo fare.

Cuarón ha tatto e sensibilità, così che la riservata Cleo - impersonata ottimamente dall'esordiente Yalitza Aparicio, che ha la faccia giusta - diventa suo malgrado eroina nella sua forza tranquilla, emblema di tutte le donne che pur nelle difficoltà riescono a rialzarsi.

È un bell'omaggio al genere femminile, quello che fa il regista messicano: gli uomini adulti non ne escono tanto bene, ma le protagoniste brillano - non per niente Aparicio e de Tavira sono state (meritatamente) candidate all' Oscar.

Le 10 nomine agli Academy Award e le tre statuette vinte (per la regia, la fotografia e il film straniero, andate tutte e tre a Cuarón), ma anche i due Golden Globe per regia e film straniero e il prestigiosissimo Leone d'Oro alla Mostra di Venezia hanno ripagato l'investimento in qualità fatto da Netflix.

Peccato solo che sia mancato il riconoscimento più scintillante: la piattaforma di streaming online sconta un diffuso pregiudizio tra i membri dell'Academy che, allineandosi con la posizione degli organizzatori del Festival di Cannes, non vedono di buon occhio la proiezione delle sue pellicole in poche, selezionate sale - privilegiando così la visione in casa e on demand.

L'elegia cuaroniana però ha dimostrato che il mezzo televisivo punti su storie originali e qualità più di quanto faccia attualmente quello cinematografico, che per sopravvivere deve ricorrere massicciamente a sequel, prequel e spin-off e a pellicole non troppo impegnative.

Cuarón ha trovato in Netflix la libertà di girare in lingua spagnola un film intimista che è anche una risposta "politica" molto forte alla criminalizzazione dei Messicani e dei migranti in generale da parte di Donald Trump.

Non per niente egli, nei suoi discorsi di accettazione delle statuette agli Oscar, ha affermato: Voglio ringraziare l’Academy per aver premiato un film incentrato su una donna indigena, una delle 70 milioni di lavoratrici domestiche senza diritti professionali, un personaggio che storicamente è stato relegato sullo sfondo. Come artisti, il nostro lavoro è guardare dove gli altri distolgono gli occhi, e questa responsabilità è ancora più importante in un’epoca in cui veniamo incoraggiati a guardare altrove e anche Sono cresciuto vedendo film stranieri; siamo tutti parte della stessa emozione, tutti parte dello stesso oceano.

E si sa, i muri non possono arginare l'oceano (vero, Mr. President?).




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venerdì 1 marzo 2019

OSCAR 2019. NON TUTTE LE STRADE PORTANO A ROMA

Dall'alto: la premiazione di Green Book; gli attori premiati: Rami Malek, Olivia Colman, Regina King, Mahershala Ali; indovinate quanti Oscar ha vinto personalmente Alfonso Cuarón...; Lady Gaga e Bradley Cooper cantano Shallow durante la cerimonia; l'omaggio a Freddie Mercury durante l'esibizione dei Queen.


Cosa resterà di questa edizione numero 91 degli Academy Award?

Certamente lo spettacolo offerto sul palco dai musicisti: in una cerimonia senza presentatore e numeri comici, a dominare la scena sono stati i Queen - che hanno voluto omaggiare il loro iconico frontman Freddie Mercury e hanno caricato il pubblico con We Will Rock You e We Are The Champions (molto appropriato) - e Lady Gaga - che ha eseguito una struggente e intensa Shallow in coppia con Bradley Cooper (la loro esibizione è stata accolta dall'unica standing ovation della serata).

La band inglese ha assistito al successo (molto contestato dai critici, ma molto ben accolto dal popolo dei social) di Bohemian Rhapsody, che si è aggiudicato il maggior numero di statuette, 4 - miglior attore protagonista (l'effettivamente ottimo Rami Malek), miglior montaggio (un tantinello esagerato), miglior sonoro, miglior montaggio sonoro.

La cantautrice italo-americana, invece, ha vinto la (meritatissima) statuetta per la migliore canzone, unico riconoscimento al pur notevole A Star Is Born.

Non ce l'ha fatta, però, come migliore attrice protagonista: la vittoria è andata a sorpresa a Olivia Colman, ottima regina Anna nel dramma in costume The Favourite-La Favorita (10 nomine, 1 solo Oscar: questo), che è riuscita a superare pure Glenn Close, data per vincente alla vigilia grazie al Golden Globe precedentemente conquistato.
Per la serie: "tra i due litiganti il terzo gode"...






La sempre brava veterana di Hollywood ha perso pure questa volta - la settima!
La sta "raggiungendo" Amy Adams: 6 candidature, ma anche per lei "zero tituli".

Questa volta a batterla è stata Regina King (If Beale Street Could Talk), mentre Mahershala Ali ha vinto il suo secondo Academy Award (il primo è stato nel 2017 per Moonlight).
I due si sono imposti come attori non protagonisti, ma ci sembra che la tanto democratica Academy abbia relegato gli attori di colore - in genere scarsamente presenti tra i protagonisti - a queste categorie "secondarie" per poi farli vincere, come per dare alla comunità afro-americana un contentino.

Chissà se l'attivista Spike Lee ci ha mai pensato.

Il regista di Fa' La Cosa Giusta ha comunque vinto il suo primo Oscar - senza contare quello alla carriera preso nel 2016 - per la sceneggiatura non originale di BlacKKKlansman, ma ha fatto parlare di sé soprattutto per la sua plateale protesta contro la vittoria di Green Book come miglior film.

La pellicola diretta da Peter Farrelly (uno dei due fratelli campioni della commedia demenziale: basti citare Scemo & + Scemo, Tutti Pazzi Per Mary, Io, Me & Irene) ha incontrato i gusti dei membri dell'Academy, che hanno preferito i toni blandi e leggeri di una storia di amicizia tra un raffinato musicista nero e il suo grezzo autista italo-americano ad opere più impegnative e/o schierate politicamente e/o controverse.

I critici vi si sono scagliati contro, paragonandolo ad altri due vincitori dell'Oscar per il miglior film, A Spasso Con Daisy di Bruce Beresford (1990; sinceramente, il meno memorabile tra i candidati, che erano Il Mio Piede Sinistro di Jim Sheridan, Nato Il 4 Luglio di Oliver Stone, L'Uomo Dei Sogni di Phil Alden Robinson e soprattutto il capolavoro L'Attimo Fuggente di Peter Weir) e Crash di Paul Haggis (2006, l'anno di I Segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee, ma anche di Munich di Steven Spielberg, Truman Capote: A Sangue Freddo di Bennett Miller e Good Night And Good Luck di George Clooney).
Due pellicole generalmente considerate mediocri - se non addirittura brutte - e comunque non meritevoli di ricevere il riconoscimento più importante dell'industria cinematografica.

Su Green Book ognuno può farsi la propria opinione; di certo esso è riuscito a imporsi sul favorito della vigilia, quel Roma già Leone d'Oro a Venezia e a tutti gli effetti vero vincitore morale di questa edizione degli Academy Award.






Il capolavoro in bianco e nero di Alfonso Cuarón sarebbe stato il primo prodotto Netflix ad affermarsi nella categoria principale e il primo ad aggiudicarsi il titolo di miglior film straniero (è in lingua spagnola) e film tout court, ma forse un'ultima mancanza di coraggio da parte dei votanti gli ha impedito di fare la storia.

In particolare, nonostante non abbia vinto il premio più ambito - possiamo dire, però, che l'ha praticamente sfiorato - il vero protagonista della Notte delle Stelle è stato proprio il regista messicano, che di persona si è portato a casa tutte le statuette vinte dalla sua opera: miglior film straniero, migliore fotografia e migliore regia.

Insomma, la favola dei "Tre Amigos" continua: Alejandro G. Iñárritu, Guillermo del Toro e lo stesso Cuarón sono stati premiati come migliori registi complessivamente 5 volte nelle ultime 6 edizioni!
Il primo per Birdman e The Revenant rispettivamente nel 2015 e 2016, il secondo lo scorso anno grazie a The Shape of Water, il terzo nel nel 2014 con Gravity e di nuovo adesso con Roma.

L'unico ad aver interrotto questo "mexican power" era stato Damien Chazelle con La La Land, due anni or sono.
Il giovane regista quest'anno concorreva nelle retrovie con il sottovalutatissimo First Man, che però si è aggiudicato a sorpresa gli effetti speciali battendo l'epico Avengers: Infinity War.

La Marvel può comunque consolarsi con Black Panther: non avrà vinto come miglior film, però ha incassato costumi, colonna sonora, scenografia.
Ma anche con Spider-Man: Into the Spider-verse, cartone animato che ha battuto a mani basse Gli Incredibili 2 della Pixar.
Ci intriga molto: speriamo di recensirlo presto per voi.

Anche Vice, biopic su Dick Cheney, che aveva un bel po' di nomine, ha vinto qualcosa (per il trucco).

Insomma, si è voluto premiare un po' tutti... scontentando un po' tutti.

Continuate a seguirci: a breve parleremo di alcuni dei film che ci hanno maggiormente colpito di questa edizione (altri li abbiamo già recensiti: andate a rileggervi i post!).




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lunedì 5 febbraio 2018

OSCAR 2018. NOMINATION: DOCUMENTARI E CORTOMETRAGGI

Dall'alto: Kobe Bryant in versione cartone animato in Dear Basketball; una scena da Lou della Pixar; batraci in Garden Party; la strana coppia JR-Agnès Varda in Visage Villages.


5 campionati NBA, 2 ori olimpici, innumerevoli riconoscimenti individuali... E ora un Oscar?

Kobe Bryant è una delle grandi sorprese di questa edizione degli Academy Award, candidato per il miglior cortometraggio animato con un'opera ispirata alla toccante lettera che ha annunciato il ritiro dallo sport giocato del campione dei Los Angeles Lakers nel 2015.

Dear Basketball può contare sui disegni del grande illustratore Disney Glen Keane, sulle musiche di John Williams (ha bisogno di presentazioni uno che ha appena ricevuto la sua 51a nomination? Di lui riparleremo prossimamente, comunque), su un nutrito gruppo di tifosi ed estimatori di Bryant in tutto il mondo, sulla popolarità di una leggenda sportiva.

Basterà?
Non è detto: la candidatura ha fatto riemergere anche un controverso caso di violenza sessuale di alcuni anni fa che ha visto come imputato lo stesso giocatore e sono in molti a chiedersi come mai Hollywood sia stata tanto indulgente nel concedere questo onore ad un uomo che sì, è stato assolto, ma sul quale aleggiano ancora molti dubbi.

Tale polarizzazione potrebbe favorire gli avversari, primo fra tutti Lou, corto Pixar (che potete vedere qui sotto! E vi assicuriamo che merita) contro il bullismo.

Ma meglio non sottovalutare neppure gli altri: il francese Garden Party, con protagonisti rane e rospi, visivamente straordinario; Negative Space, che parla del rapporto tra un figlio e il padre spesso via per lavoro; Revolting Rhymes, tratto da ul libro di Roald Dahl, che "riscrive" le fiabe tradizionali di Biancaneve, Cenerentola, Cappuccetto Rosso (ehi, ci ricorda qualcosa)...






Non fosse per la presenza di Kobe Bryant, il riflettore su queste quattro categorie ancora troppo poco considerate noi lo avremmo puntato su Agnès Varda.

Per chi non la conoscesse, questa piccola e anziana signora è una delle registe più apprezzate della storia del cinema, rappresentante di spicco della Nouvelle Vague, autrice di pellicole innovative quali Cléo dalle 5 alle 7 e Senza Tetto nè Legge (Leone d'Oro a Venezia nel 1985), fresca vincitrice di un Oscar alla carriera.

E co-realizzatrice di uno dei più curiosi documentari degli ultimi tempi, Visages Villages - presentato al Festival di Cannes dell' anno scorso -, racconto di un viaggio alla scoperta di piccole grandi storie nella provincia francese fatto con il giovane street artist JR, autore di fotografie giganti.

Di ben altro tenore gli altri documentari in competizione.

Strong Island narra dell'uccisione di un giovane afroamericano e dell'ingiustizia e il dolore che la famiglia ha dovuto subire; Icarus ha come protagonista un ciclista dilettante che, volendo fare un reportage sul doping a livello amatoriale, si ritrova invece invischiato nel grande scandalo che ha coinvolto gli atleti olimpici russi; Abacus: Small Enough to Jail fa il verso a Too Big To Fail (film Tv sulla crisi dei subprime) e tratta di una piccola banca di Chinatown, l'unico istituto di credito statunitense ad aver subito un processo penale per la truffa sui mutui; Last Man in Aleppo parla dei Caschi Bianchi, il gruppo di volontari che cerca superstiti tra le macerie dei palazzi bombardati in Siria che era già stato al centro del corto documentario che aveva vinto nella categoria lo scorso anno - primo storico Academy Award ad una produzione originale Netflix.

A proposito della celebre piattaforma di streaming, occorre notare che essa presenta un candidato molto forte anche quest'anno tra i corti documentari - Heroin(e), storia di tre donne che cercano di contrastare il diffondersi dell'uso degli oppiacei nella loro comunità -, prova della grande attenzione che sta riservando a questo tipo di espressione filmica, attenzione che si manifesta in prodotti di qualità che riescono (anche grazie a budget non comuni per il genere) ad attirare l'attenzione degli spettatori.

Ci voleva!
Ma se i competitor non si adegueranno, il rischio che Netflix riesca in futuro a monopolizzare le categorie documentarie è molto forte.

Tra gli avversari delle eroine antidroga, il Premio Simpatia simbolicamente potrebbe andare ai due protagonisti di Edith+Eddie - afroamericana lei, bianco lui - che in barba a tutto e a tutti (soprattutto ai familiari) hanno deciso di sposarsi a 90 e passa anni, diventando i neosposini "misti" più anziani al mondo.

Heaven is a Traffic Jam on the 405 (che potete vedere per intero qui sotto) ci presenta invece la vita dell'artista Mindy Alper che, affetta da disturbi mentali e depressione, ha dovuto subire terapie di elettroshock e vivere un periodo di 10 anni senza poter parlare; Traffic Stop è un racconto di come un semplice controllo per un'infrazione stradale sia degenerato nel drammatico arresto di una giovane insegnante dalla pelle nera; Knife Skills segue infine le vicende di un gruppo di freschi ex carcerati che cercano di aprire un ristorante di lusso di cucina francese e di riscattarsi pertanto agli occhi della comunità.






Per quel che riguarda i corti di finzione, c'è una sola commedia, The Eleven o'Clock, nel quale uno psichiatra cerca di analizzare un paziente deluso, che a sua volta pensa di essere uno psichiatra e che quindi cercherà di analizzare il vero psichiatra pensando che sia un paziente.

Non preoccupatevi: le trame degli altri sono meno vertiginose.
DeKalb Elementary parla di una sparatoria in una scuola elementare; My Nephew Emmett, di un predicatore nero che cerca di impedire che due uomini portino via suo nipote adolescente, accusato di aver rivolto apprezzamenti ad una ragazza bianca; The Silent Child, di una bambina muta e dei suoi genitori, riluttanti ad essere coinvolti nella sua educazione; Watu Wote/All of Us (ispirato ad una storia vera), del sequestro di un bus da parte di un gruppo terroristico islamico e del rifiuto dei passeggeri musulmani di collaborare per identificare i cristiani presenti sul mezzo.

Detto questo, andiamo a conoscere i singoli candidati.

Perché, come vedrete, oltre a Kobe Bryant c'è di più.

MIGLIOR DOCUMENTARIO
Abacus: Small Enough to Jail, regia di Steve James
Icarus, regia di Bryan Fogel
Last Man in Aleppo, regia di Firas Fayyad
Strong Island, regia di Yance Ford
Visages Villages, regia di Agnès Varda e JR

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DOCUMENTARIO
Edith+Eddie, regia di Laura Checkoway e Thomas Lee Wright
Heaven is a Traffic Jam on the 405, regia di Frank Stiefel
Heroin(e), regia di Elaine McMillion Sheldon e Kerrin Sheldon
Knife Skills, regia di Thomas Lennon
Traffic Stop, regia di Kate Davis e David Heilbroner

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO
DeKalb Elementary, regia di Reed Van Dyk
The Eleven o'Clock, regia di Derin Seale e Josh Lawson
My Nephew Emmett, regia di Kevin Wilson, Jr.
The Silent Child, regia di Chris Overton e Rachel Shenton
Watu Wote/All of Us, regia di Katja Benrath e Tobias Rosen

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO D'ANIMAZIONE
Dear Basketball, regia di Glen Keane e Kobe Bryant
Garden Party, regia di Victor Caire e Gabriel Grapperon
Lou, regia di Dave Mullins e Dana Murray
Negative Space, regia di Max Portner e Ru Kuwahata
Revolting Rhymes, regia di Jakob Schuh e Jan Lachauer




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