CINEMA A BOMBA!

martedì 16 luglio 2024

I DOC: NUDO E CRUDO, EDDIE MURPHY SENZA FILTRI

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 1987
90'
Regia: Robert Townsend
Interpreti: Eddie Murphy, Tatyana Ali, Samuel L. Jackson.


Dopo un breve prologo di fiction che descrive un episodio (inventato) dell'infanzia di Eddie Murphy, il film è la registrazione di uno spettacolo dell'attore americano.

Trattasi di uno dei migliori esempi di stand-up comedy, edito anche nel nostro paese grazie ad un doppiaggio fenomenale di Tonino Accolla, che riesce nell'improbo tentativo di adattare in italiano le battute e la cadenza del comico.

La star di Una Poltrona per Due e Il Principe cerca Moglie era all'apice della propria fama e del proprio talento, e qui si scatena in un'ora e mezza di monologo senza stacchi a ritmo lesto, una summa della propria comicità irriverente e coprolalica.

Può far ridere a crepapelle o indignare a morte, senza vie di mezzo: la routine di Murphy è un susseguirsi di volgarità - per qualche anno il film ha detenuto il record assoluto di numero di parolacce in un lungometraggio - e commenti politicamente scorretti che sarebbero incompatibili con gli standard odierni.

Se si riesce a passare sopra la flagrante omofobia e la malcelata misoginia di buona parte del materiale (curioso, per un uomo che anni dopo sarebbe stato arrestato perchè trovato in compagnia di una prostituta transgender), ci si può anche divertire molto.

Il meglio è rappresentato dalle imitazioni, uno dei punti di forza dell'attore fin dagli esordi col programma tv di culto Saturday Night Live: da Bill Cosby a Richard Pryor, da Michael Jackson agli italo-americani patiti di Rocky, Eddie colpisce spesso nel segno facendo una satira sboccata, ma arguta.

Verso la fine il ritmo cala e l'ultima parte risulta meno a fuoco delle precedenti, ma se siete fan di Murphy e della sua comicità Nudo e Crudo è un'opera fondamentale che dovreste e vorreste sicuramente vedere.


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lunedì 6 aprile 2020

I CLASSICI: SPIDER-MAN FAR FROM HOME, MA GUARDA UN PO' 'STI SUPEREROI

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2019
129'
Regia: Jon Watts
Interpreti: Tom Holland, Zendaya, Samuel L. Jackson, Jake Gyllenhaal, Marisa Tomei, Jon Favreau, Cobie Smulders, Ben Mendelsohn, J.K. Simmons.


Sono passati 8 mesi dagli eventi narrati in Avengers: Endgame.

Peter Parker (Holland) parte per una lunga gita scolastica in giro per l'Europa, durante la quale viene contattato da Nick Fury (Jackson) perché aiuti il supereroe Quentin Beck (Gyllenhaal) a fronteggiare la minaccia dei temibili Elementali.

Il ragazzo ha in progetto ben altri piani - dichiarare i propri sentimenti alla compagna di classe MJ (Zendaya), per esempio - ma alla fine si fa convincere.

Le cose però non sono come sembrano.
Spider-Man avrà bisogno dei propri amici e di Happy Hogan (Favreau) - ex braccio destro di Iron Man in buona con Zia May (Tomei) - per venire a capo della vicenda...






In principio fu la trilogia di Sam Raimi con Tobey Maguire, poi venne il dittico di Marc Webb con Andrew Garfield.

Questa è invece la 5a volta di Tom Holland nei panni del Ragnetto, dopo Captain America: Civil War, Spider-Man: Homecoming, Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame.

Una gradita conferma: a nostro giudizio, il giovane attore britannico è il miglior Spider-Man visto finora sul grande schermo.
Ha l'età del personaggio, la faccia giusta, un accento del Queens credibile e i vantaggi derivanti dall'essere parte del Marvel Cinematic Universe.

Far From Home è un seguito divertente, all'altezza del precedente Homecoming (benché stavolta, nonostante le iniziali indiscrezioni, manchi Michael Keaton).






Anche qui abbondano gli omaggi a John Hugues, autore di popolari commedie giovanilistiche negli anni 80 e sceneggiatore, tra le altre cose, della serie Vacation.
Anzi, questo sembra quasi un adattamento "ragnesco" del secondo capitolo, National Lampoon's European Vacation (in Italia uscito come Ma Guarda un po' 'sti Americani).

Ovviamente, non mancano neppure riferimenti alle altre pellicole del MCU.
Si veda ad esempio la gustosa sequenza post credits, che rimanda direttamente a Captain Marvel.

A proposito di Captain Marvel: come per il film con Brie Larson, anche in questo caso molti dei colpi di scena sono tali soltanto per chi non conosce il fumetto di origine.

Un difetto trascurabile, specie se sull'altro piatto della bilancia si trova un cast da leccarsi i baffi.
Stavolta, ancor più dei protagonisti, brillano i comprimari.

Zendaya - già vista nel musical The Greatest Showman insieme a un'altra icona Marvel, Hugh "Wolverine" Jackman - ha meritatamente più spazio; Marisa Tomei, la più verosimile Zia May della storia, è deliziosa come sempre; c'è pure un grande Jon Favreau (il regista dei primi due Iron Man, per la cronaca).






Il compianto Stan Lee è accreditato come produttore esecutivo, ma non compare nel tradizionale cameo, il che rende quella di Endgame la sua ultima apparizione.

La vera sorpresa arriva però da J.K. Simmons.
Dopo una breve "vacanza" nel DC Extended Universe come Commissario Gordon (andate a rivedervi Justice League, please), l'attore premio Oscar per Whiplash riprende inaspettatamente il ruolo di J. Jonah Jameson che aveva nel trittico di Raimi.
Un'apparizione-lampo che si presume avrà importanti ripercussioni sui prossimi film dedicati a Spidey.

Ma a quando il prossimo capitolo della serie?
Se è vero che la saga degli Avengers pare conclusa definitivamente, lo stesso non si può dire dell'Universo Marvel.
Anzi, qualcosa lascia intendere che Peter ne sia diventato il personaggio di punta.

E se Spider-Man fosse il nuovo Iron Man?




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martedì 13 novembre 2018

BOMBCAST: EP. 010 - CAPTAIN MARVEL (TRAILER)

(Clicca sull'immagine per ascoltare/scaricare il file). 


Il movimento #MeToo è entrato a gamba tesa nel cinema supereroistico!

Se il bellissimo Wonder Woman targato DC era stato il primo segnale che qualcosa a Hollywood stava cambiando, l'attesissimo Captain Marvel - prodotto, come si può intuire, dalla concorrente Marvel - sembra esserne la conferma.

Ora che attrici e registe possono ottenere lo spazio e il rispetto che meritano, è logico che l'industria punti su eroine in grado di incarnare tutti i valori femminili (sensibilità e intelligenza, ma anche coraggio e forza) e in cui ragazze e donne di ogni età possano immedesimarsi.

Captain Marvel è un prequel di Avengers e sarà fondamentale per il seguito di Avengers: Infinity War, come lasciava intendere la criptica-ma-non-troppo scena post credits.

Ascoltate o scaricate il file (cliccate sull'immagine in alto) per ascoltare l'episodio dedicato all'eroina del futuro!

[A episodio già registrato abbiamo appreso della morte di Stan Lee, l'uomo dietro al successo dei personaggi Marvel.
Prossimamente prepareremo e gli dedicheremo un sentito e doveroso omaggio.]



Il trailer di Captain Marvel.




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mercoledì 30 dicembre 2015

STAR WARS EP. III-LA VENDETTA DEI SITH, I DOLORI DEL GIOVANE VADER

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2005
140'
Regia: George Lucas
Interpreti: Hayden Christensen, Natalie Portman, Ewan McGregor, Ian McDiarmid, Samuel L. Jackson, Christopher Lee, Anthony Daniels, Kenny Baker, Temuera Morrison, Peter Mayhew, Joel Edgerton, Frank Oz.


Obi-Wan (McGregor) e Anakin (Christensen) sono incaricati di salvare il Cancelliere Palpatine (McDiarmid), rapito dal Conte Dooku (Lee) e dal Generale-cyborg Grievous (i cui colpi di tosse sono doppiati da... George Lucas!).

Mentre Anakin viene preso da Palpatine sotto la propria ala, la Regina Amidala (Portman) scopre di essere incinta.
Nel frattempo Yoda (Oz) si reca nel pianeta dei Wookie per combattere i Cloni al fianco di Chewbacca (Mayhew)...

Dopo il deludente La Minaccia Fantasma e il tiepido L'Attacco dei Cloni, pochi fan della saga nutrivano ancora grandi aspettative per l'ultimo capitolo della seconda trilogia.

Per fortuna, quella vecchia volpe di George Lucas li ha smentiti: La Vendetta dei Sith è il migliore dei tre prequel, l'unico a poter essere considerato all'altezza delle pellicole originali.

Tenendo a mente le critiche dei fan per i due episodi precedenti, il regista imprime un ritmo maggiore alla storia e si concentra meno su dialoghi ed effetti speciali fini a se stessi, così da lasciare più spazio ai personaggi.

Grazie anche all'apporto di lusso di un tale Steven Spielberg - che ha curato gli storyboard dei combattimenti, specie quello finale - le scene d'azione non sono più una maniera confusa per distrarre lo spettatore, ma tornano a essere un veicolo narrativo.

Tutti i nodi vengono al pettine: l'ascesa di Palpatine, il cedimento di Anakin, la nascita di Luke e Leia, l'inizio della guerra tra Jedi e Impero.

E così, in un crescendo rossiniano di incomprensioni, frustrazione, rabbia, paura, orgoglio, vanità, deliri di onnipotenza degni di una tragedia greca o di un'opera lirica, arriviamo allo scontro finale tra allievo e maestro in un pianeta vulcanico (effetti speciali a parte, la lava che si vede sullo sfondo è quella di un'eruzione del Monte Etna, filmata da una troupe in trasferta).

È questo il climax dell'intera trilogia, che porta alla definitiva entrata in scena di Darth Vader, cattivo per eccellenza e icona principale della saga.

Al di là degli intenti narrativi, La Vendetta Dei Sith rappresenta altresì il film più militante di George Lucas: l'irruzione del tormentato Anakin al tempio dei Jedi in testa ad un esercito di cloni assomiglia ad una parata nazista a passo dell'oca; mentre Palpatine, col pretesto di ristabilire pace e sicurezza, fonda una dittatura con un discorso che potrebbe esser stato pronunciato da un qualsiasi tiranno o leader populista.

Al contrario, l'amara constatazione di Padmé "Così muore la libertà: sotto scroscianti applausi." - proprio a commento di questa arringa - riecheggia Platone ("Così muore la democrazia: per abuso di se stessa", La Repubblica).
Qualcuno l'ha letta perfino come una critica all'unanimità con la quale è stato approvato il Patriot Act di George W. Bush - che limita le libertà individuali per ragioni di sicurezza - all'indomani dell'Undici Settembre.

Considerazioni politiche a parte, non si può non rimanere affascinati da questo romanzo di formazione (al male) finalmente epico che ricorda le bibliche cadute di Lucifero e di Adamo ed Eva - ma anche il detto "La via per l'inferno è lastricata di buone intenzioni" - e che ha nel giovane, inquieto Anakin un protagonista superomistico che è vittima e carnefice allo stesso tempo.

Con questo Episodio III Lucas dà l'addio al franchise con cui ha scritto una pagina fondamentale della cinematografia, non solo fantastica.
Con un canto del cigno che lo riconcilia con i fan.

Forse a passare alla storia sarà solo la prima trilogia, ma ora che il testimone è passato con successo a più giovani filmmaker è impossibile non rendere onore a un uomo che deliziato generazioni di spettatori con la forza della propria immaginazione.

Grazie di tutto George!

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lunedì 21 dicembre 2015

STAR WARS EP. II-L'ATTACCO DEI CLONI, AMORE (IN) FOLLE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2002
142'
Regia: George Lucas
Interpreti: Hayden Christensen, Ewan McGregor, Natalie Portman, Christopher Lee, Samuel L. Jackson, Ian McDiarmid, Pernilla August, Temuera Morrison, Rose Byrne, Anthony Daniels, Joel Edgerton, Kenny Baker.


Sono passati circa dieci anni dalle vicende narrate in La Minaccia Fantasma.

Il cancelliere Palpatine (McDiarmid) è sempre più saldamente al potere, sebbene la Repubblica sia sull'orlo di una guerra civile per via delle macchinazioni del Jedi rinnegato Conte Dooku (Lee).

Nel frattempo prosegue l'addestramento di Anakin Skywalker (Christensen), diventato giovanotto promettente ma intemperante.
La scelta di affidargli la sicurezza dell'ex regina e ora senatrice Padmé Amidala (Portman), tuttavia, si rivelerà disastrosa: scatta tra i due infatti una scintilla, proprio mentre il ragazzo cede al desiderio di vendetta nei confronti di chi ha fatto morire sua madre (August), venendo meno agli obblighi del proprio ruolo e finendo così sedotto dal lato oscuro della Forza.

Episodio II, quinto della serie in ordine di uscita nelle sale. Irrompe la passione.

Non è improbabile che Lucas si sia ispirato al classico tòpos storico e letterario delle coppie "maledette" per raccontare dell'unione tumultuosa tra Anakin e Padmé, due amanti che - come i modelli di riferimento - non possono essere liberi di amarsi e sono destinati alla dannazione.

Ma il tentativo di farne degli Abelardo ed Eloisa, Lancillotto e Ginevra, Tristano e Isotta, Romeo e Giulietta, Paolo e Francesca stellari si infrange di fronte ai due limiti principali di questa pellicola: i dialoghi - sciapi, privi del necessario pathos - e, di conseguenza, la recitazione dei due giovani protagonisti.

I due interpreti - spiace dirlo - risultano infatti inespressivi e poco credibili.
E stiamo parlando di Hayden Christensen - che aveva esordito nientemeno che in Il Seme della Follia di John Carpenter (1995) e che nel 2001 era stato apprezzato per la sua prova in L'Ultimo Sogno di Irwin Winkler a fianco di Kevin Kline, Kristin Scott Thomas e John Pankow (quello di Vivere e Morire a Los Angeles) - e di Natalie Portman - la ragazzina di Léon di Luc Besson con Jean Reno e Gary Oldman (1994) e più tardi attrice incisiva di V per Vendetta (2005) e Il Cigno Nero (2010, per il quale vinse un meritato Oscar come migliore attrice).
Insomma, due tra gli attori allora considerati più promettenti a Hollywood.

Ma provate voi a essere convincenti con una direzione degli attori distratta da una bulimia di effetti speciali digitali - francamente troppo invasivi - e da una sceneggiatura infarcita di banalità: i due, alla fine, hanno fatto quello che hanno potuto.

Lucas - in quanto regista e sceneggiatore - poteva, al contrario, fare molto meglio.
E meno male che ha tolto i riferimenti ai midi-chlorian (cioè le forme di vita microscopica che permettono di sentire la Forza)...

Detto questo, occorre riconoscere che L'Attacco Dei Cloni segna un miglioramento qualitativo rispetto a La Minaccia Fantasma, soprattutto per quel che concerne ritmo e scene d'azione: particolarmente gustoso soprattutto lo scontro tra il Conte Dooku e Yoda.

In compenso, manca quasi del tutto una componente comica e buffa: Jar-Jar Binks, dopo le tante polemiche, è relegato a un ruolo di secondo piano e non viene rimpiazzato da nessuno.

Rappresentando però un capitolo intermedio che assume un senso solo in relazione alla vista del film che lo precede e di quello che lo segue - proprio come nel caso di L'Impero Colpisce Ancora - si ha tuttavia l'impressione che, al contrario del memorabile seguito di Una Nuova Speranza, Lucas abbia messo in folle la sua fantasia e le sue capacità narrative per non sprecare benzina in vista del gran finale.

Che, in effetti, è la parte più interessante e riuscita di questa nuova trilogia.
Ma ne parleremo a breve, tranquilli!

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lunedì 14 dicembre 2015

STAR WARS EP. I-LA MINACCIA FANTASMA, JAR-JAR DEVE MORIRE?

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 1999
136'
Regia: George Lucas
Interpreti: Liam Neeson, Ewan McGregor, Natalie Portman, Jake Lloyd, Pernilla August, Ian McDiarmid, Anthony Daniels, Kenny Baker, Terence Stamp, Samuel L. Jackson, Ray Park.


Due cavalieri Jedi, Qui-Gon Jinn (Neeson) e il suo apprendista Obi-Wan Kenobi (McGregor), devono scortare la giovanissima regina Amidala (Portman) verso il pianeta Coruscant.
Dove la sovrana, dinnanzi al Senato della Repubblica Galattica, intende denunciare l'invasione del suo pianeta da parte della Federazione dei Mercanti, manovrata da un oscuro personaggio incappucciato che ha come allievo il misterioso e temibile Darth Maul (Park).

Durante il viaggio saranno costretti a fermarsi a Tatooine e qui incontreranno Anakin Skywalker (Lloyd), un piccolo schiavo dotato di impressionanti abilità.
Sarà lui il prescelto, colui che secondo una profezia porterà equilibrio nella Forza?

Ti chiami George Lucas.
Hai realizzato, spinto dalla forza della tua immaginazione, la saga fantascientifica per eccellenza.
Hai fatto diventare Harrison Ford una superstar, guadagnato una barca di soldi tra incassi e diritti d'autore, ricevuto i complimenti del tuo amico Steven Spielberg e l'amore incondizionato (?) di legioni di fan.

Che cosa ti spinge a riprendere in mano il timone della nave 16 anni dopo l'ultimo film e firmare una nuova trilogia?

Sul famigerato Episodio I di Star Wars, si sono consumati in questi anni fiumi di inchiostro e tasti di computer.
Certo, il sospetto di una mera manovra commerciale c'è tutto, ma d'altro canto l'idea di un trio di trilogie - midquel, prequel e sequel - era già nella testa di George fin dal primo Guerre Stellari.

Per che cosa viene ricordato maggiormente?
Per una forte contraddizione: è il film della serie che ha incassato di più (aspettando Il Risveglio della Forza e futuri capitoli) e al contempo quello più odiato dagli appassionati.

Le critiche - anzi, le ire - si sono concentrate principalmente su un nuovo personaggio: Jar-Jar Binks, sorta di ibrido disneyano tra Pippo e Paperino, accusato di essere troppo fumettistico e vagamente razzista (viene trattato come uno schiavetto scemo dai Jedi e nell'edizione originale parla con un marcato accento caraibico).
La nostra impressione però è che questi sia diventato più che altro un capro espiatorio per celare i veri errori della pellicola.

La Minaccia Fantasma - titolo di per sé non azzeccatissimo - racconta le origini della saga mettendo troppa carne al fuoco e sbagliando molti obiettivi.
La narrazione è troppo lunga e lenta (la corsa degli "sgusci", che dovrebbe essere la scena clou, pare interminabile); l'iconico cattivo Darth Maul - inserito in tutte le immagini pubblicitarie del film - compare solo per pochi minuti e non dice quasi nulla; i dialoghi sfiorano spesso il ridicolo involontario e talvolta vi sprofondano (la Forza trasformata in una specie di Spirito Santo).

I nuovi personaggi sono piatti e quelli vecchi non hanno neppure lontanamente il carisma degli originali (l'assenza di Ford pesa come un macigno).
Neeson è monolitico, McGregor non assomiglia né ricorda in alcun modo Alec Guinness e l'improbabile Anakin Skywalker bambino è il più antipatico personaggio della serie.
Jar-Jar quantomeno risolleva il morale con un po' di buffoneria!

Qualcosa però si può salvare: le musiche sempre epiche di John Williams, la sequenza della città sottomarina dei Gungan, le riprese nella bellissima Reggia di Caserta (il palazzo reale di Naboo) e il combattimento finale tra Qui-Gon, Obi-Wan e Maul (dove quest'ultimo impugna una bizzarra spada laser a due lame).
Buona poi l'idea di riaffidare a McDiarmid il ruolo di Palpatine da lui già sostenuto ne Il Ritorno dello Jedi.

Troppe erano le aspettative dei fan per il ritorno di una delle serie più amate della storia del cinema.
Accortosi di aver esagerato, Lucas tenterà di correggere il tiro nei due episodi successivi, riuscendovi fortunatamente nell'ultimo.
Ma questo ve lo racconteremo più avanti...

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lunedì 20 luglio 2015

MICHAEL KEATON. ROBOCOP (2014), ANIMA BIO (TORNA A CASA SUA?)

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2014
121'
Regia: José Padilha
Interpreti: Michael Keaton, Gary Oldman, Joel Kinnaman, Samuel L. Jackson, Abbie Cornish, Jay Baruchel, Jackie Earle Haley, Jennifer Ehle.


L'unica speranza di sopravvivere per Alex Murphy (Kinnaman) - vittima di un terribile attentato che gli ha devastato quasi tutto il corpo, ma non la testa - è quella di sottoporsi agli esperimenti di uno scienziato geniale (Oldman) che lavora per uno spregiudicato imprenditore (Keaton).
Questi vuole testare un prototipo di poliziotto robot - il RoboCop del titolo - che non abbia solo una tecnologia all'avanguardia ma anche un'anima, al fine di produrlo in serie e immetterlo sul mercato.

Il povero agente, diventato una sorta di cyborg, si trasformerà in una macchina senza sentimenti o riuscirà a conservare la propria umanità?

Senza dubbio il 2014 è stato un anno di svolta per Michael Keaton.
L'uscita di pellicole attese come questo RoboCop e Need for Speed (tratto dall'omonimo popolare videogioco) - ripagate con buoni incassi - ha infatti riportato sotto i riflettori il protagonista del nostro Speciale, che di questi film è il mattatore, dopo troppi anni di immeritato oblio.

Per non parlare di Birdman, acclamato dalla sua prima mondiale a Venezia e quindi trionfatore all'ultima edizione dei Premi Oscar

Come abbiamo già visto, il nostro dà il meglio di sé nell'opera del messicano Alejandro González Iñárritu; ma se la cava egregiamente anche in questo reboot fracassone del cult di Paul Verhoeven.

Anche perché a fargli da contraltare c'è praticamente il solo Gary Oldman.
Grazie ad una recitazione sobria e asciutta stile Tinker, Tailor, Soldier, Spy o Il Cavaliere Oscuro-Il Ritorno, l'attore britannico dimostra nuovamente di avere la stoffa dei grandi.

Samuel L. Jackson è come sempre bravo, ma ha un ruolo marginale e francamente superfluo; Jackie Earle Haley (il Rorschach del Watchmen di Zack Snyder) è anonimo.
Jennifer Ehle - che avevamo già visto in Zero Dark Thirty a fianco di Jessica Chastain - e Abbie Cornish sono invece sottoutilizzate.

E il protagonista, lo svedese Joel Kinnaman?
Beh, riadattando una celebre battuta di Sergio Leone su Clint Eastwood, si può dire che abbia solo due espressioni: con la visiera da RoboCop e senza.

Il regista brasiliano José Padilha sa il fatto suo e dirige con padronanza del mestiere, ma gli ottimi Tropa de Elite e Tropa de Elite 2 - O Nemigo Agora é Outro erano tutt'altra cosa.

Dell'originale parleremo prossimamente.
Nel frattempo se volete passare due ore di semplice intrattenimento senza impegno (civile e sociale) e troppe pretese, anche questo RoboCop può servire alla bisogna: la storia non è molto originale, ma il ritmo è incalzante e gli effetti speciali sono efficaci e spettacolari, benché tanto invasivi da dare l'impressione più di giocare ad un videogame "spara-tutto" che di assistere alla visione di un film.
Si sta forse avverando la profezia di CINEMA A BOMBA! sui rapporti tra videogiochi e cinema (ne avevamo parlato in questo post)?

Comunque sia, ciò che rimane più impresso della pellicola è il suo "cattivo": Michael vince ancora una volta a mani basse, calandosi nel ruolo con bravura e col carisma acquisito nel tempo.
D'altra parte il nostro è abituato a ruoli di questo tipo: dal perfido truffatore di Uno Sconosciuto alla Porta al genio del male di Soluzione Estrema.

Diavolaccio di un Michael Keaton: riesce sempre a spiazzarci, lasciando ogni volta il segno.

Basti pensare ai ruoli che ha ricoperto nella sua lunga e già gloriosa carriera: l'Uomo Pipistrello di Batman e Batman-Il Ritorno, lo spiritello porcello di Beetlejuice, il giornalista di Cronisti D'Assalto, il poliziotto di Jackie Brown, l'attore in declino nel già citato Birdman.

Senza contare i suoi irresistibili personaggi in commedie spumeggianti come Night Shift-Turno di Notte, Mister Mamma, 4 Pazzi in Libertà, Mi Sdoppio in 4.

Questo Speciale finisce qui.
Abbiamo battuto record su record di visualizzazioni negli ultimi mesi, segno della grande popolarità che il nostro gode anche oggi.
Vi ringraziamo veramente di cuore per tutte le volte che avete letto i nostri post.

E vi promettiamo una cosa: CINEMA A BOMBA! e Michael Keaton si incontreranno ancora.

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domenica 21 giugno 2015

MICHAEL KEATON. JACKIE BROWN, È LEI NOIR

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 1997
154'
Regia: Quentin Tarantino
Interpreti: Pam Grier, Samuel L. Jackson, Michael Keaton, Robert Forster, Robert De Niro, Bridget Fonda, Michael Bowen, Chris Tucker, Sid Haig.


Un trafficante di armi e droga violento e senza scrupoli (Jackson).
Un piccolo criminale suo braccio destro (De Niro).
Una biondina tossica e imprevedibile (Fonda).
Un agente della sezione anti-frode che cerca di incastrare il primo (Keaton).
Un garante di cauzioni (Forster).

Tutti coinvolti in una vicenda di trasferimento illecito di denaro tra Messico e Stati Uniti che ha al centro Jackie Brown (Grier), matura ma ancora affascinante hostess afro-americana che cerca di destreggiarsi tra boss e poliziotti.

A metà degli anni 90, dopo Le Iene e Pulp Fiction, Quentin Tarantino è il regista più famoso e richiesto del momento: il suo stile è già riconoscibilissimo, le aspettative nei suoi confronti sempre alle stelle.

È quindi una sorpresa per tutti quando, giunto al suo terzo film, ispirato liberamente a un romanzo di Elmore Leonard, il nostro muta radicalmente: niente narrazione frammentata (o quasi) e niente violenza (si vede appena uno schizzo di sangue contro un parabrezza), suoi marchi di fabbrica, e spazio a una maggior linearità e all'introspezione psicologica dei personaggi.

Il futuro "papà" di Django Unchained prende spunto dai poliziotteschi afro-americani degli anni '70, affidando proprio alla diva del genere il ruolo della protagonista, ribattezzata per l'occasione Jackie Brown (nel libro si chiama Jackie Burke, ed è bianca).
Non è un caso: Foxy Brown è una delle pellicole per cui la Grier viene ricordata più spesso, una delle tante da lei interpretate con l'amico Sid Haig, che qui fa una comparsata nel ruolo del giudice.

In questo picaresco affresco di 6 personaggi in cerca di un malloppo, molta importanza hanno i lunghi dialoghi, spesso velati di malinconia per il tempo che passa (tutti i protagonisti a un certo punto del film fanno riferimento alla vecchiaia).
Ma anche la cornice è fondamentale: la fotografia satura del messicano Guillermo Navarro (conosciuto da Quentin sul set di Dal Tramonto all'Alba), la colonna sonora funk-soul che va dai Delfonics a Bobby Womack, il montaggio della fida Sally Menke.

Con una sola concessione al virtuosismo registico (la sequenza del centro commerciale, climax del film), Jackie Brown potrebbe deludere i fan abituati al Tarantino di sempre.

Però è notevole la prova degli interpreti, in particolare quelle di Pam Grier e Robert Forster - ennesimi, geniali recuperi vintage di Quentin - e quella di Michael Keaton, che riesce a infondere umanità e simpatia a un personaggio altrimenti troppo a senso unico.
Ed è quasi commovente sentire ancora De Niro doppiato dalla bellissima voce pastosa del compianto Ferruccio Amendola.

PS: Keaton tornerà molto brevemente a vestire i panni del supersbirro Ray Nicolette l'anno successivo, in Out of Sight di Steven Soderbergh (il produttore esecutivo del recentemente oscarizzato Citizenfour), anch'esso tratto da un romanzo di Leonard.
È l'unico caso, insieme a Batman-Il Ritorno, in cui il nostro ha recitato in più di un'occasione lo stesso personaggio.

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venerdì 25 gennaio 2013

DJANGO UNCHAINED, SPAGHETTI AL SUGO TARANTINO

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USA, 2012
165'
Regia: Quentin Tarantino
Interpreti: Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson, Kerry Washington, James Remar, Don Johnson, Russ Tamblyn, Tom Savini, Michael Parks, Robert Carradine, Bruce Dern, Quentin Tarantino, Franco Nero.


Lo schiavo Django (Foxx) viene liberato dal dentista/pistolero Dr. Schultz (Waltz). Insieme pianificano la liberazione della moglie del primo (Washington), prigioniera del perfido latifondista Calvin Candie (DiCaprio).
Il che, come è facile immaginare, non sarà affatto semplice e si concluderà con un abbondante spargimento di sangue.

Fino ad oggi la carriera di Tarantino si poteva grossolanamente separare in due parti: gli anni 90 e gli anni successivi al 2000, con Kill Bill come spartiacque.
Nella prima il nostro girava film d'autore mascherati da film di genere, nella seconda ha preso a girare film di genere mascherandoli da film d'autore.

Django Unchained, primo cimento di Quentin nel western (ma elementi tipici del genere si possono riconoscere in tutta la sua filmografia, specie la più recente; ricordiamo, però, la sua comparsata attoriale in un altro omaggio al pistolero corbucciano, il giapponese Sukiyaki Western Django), rappresenta una terza via.
Il creatore di Pulp Fiction ritrova la forma degli esordi, riuscendo a divertire divertendosi, senza tuttavia porsi limiti di creatività e fantasia.

Quello di Tarantino è un cinema che ritorna sempre a se stesso, nutrendosi continuamente di citazioni (soprattutto gli spaghetti western di Sergio Leone e ovviamente di Sergio Corbucci - in Django Unchained, pure nella colonna sonora: ci sono musiche di Ennio Morricone, che ha collaborato altresì con il brano Ancora qui, composto apposta per il film e cantato da Elisa - ma anche quelli tradizionali e i blaxploitation) e autocitazioni (Waltz che racconta la leggenda di Sigfrido a un rapito Foxx ricalca una scena quasi identica di Kill Bill in cui David Carradine fa lo stesso con Uma Thurman).

Con meno tempi morti rispetto alle sue ultime opere (merito del nuovo montatore Fred Raskin?), il regista italo-americano ci accompagna in più di 2 ore e mezza di violenza e sparatorie alternate e spesso accompagnate da battute e gag irresistibili.

Impossibile non citare sequenze di straordinaria comicità come quella dei membri del KKK alle prese con cappucci scomodi (ecco il video!) o quella dei due protagonisti che affrontano il marshall di una cittadina cui hanno appena ucciso lo sceriffo.

In ambito recitativo il superbo attore austriaco Christoph Waltz fa la parte del mattatore, rubando la scena a tutti e prenotandosi per un secondo Oscar dopo quello conquistato per il precedente film di Quentin, Bastardi Senza Gloria.

Per i cinefili è anche uno spasso cercare di riconoscere tutti gli ospiti di eccezione che spuntano qua e là nella pellicola: da Don Johnson vestito di colori pastello come in Miami Vice al vecchio Bruce Dern in versione laido schiavista, dal leggendario truccatore Tom Savini allo stesso Tarantino che si concede un'uscita di scena esplosiva, per non parlare del mitico Franco Nero, che compare giusto il tempo per fare con Jamie Foxx un passaggio di testimone da applausi (clicca qui).

Per la cronaca: noi di CINEMA A BOMBA! abbiamo riconosciuto tutte le guest star, compreso Ted Neeley, il Gesù di Jesus Christ Superstar, ma purtroppo non Robert Carradine, che ci è sfuggito; sapete dirci dov'era?

Django Unchained non è solo una grande opera di intrattenimento e una geniale parabola antirazzista: è anche un atto d'amore nei confronti di un certo cinema italiano che non siamo più in grado di fare, intossicati come siamo di muccinate e cinepanettoni.

Che questa sia la spinta giusta per ritornare a fare film di genere innovativi e apprezzati?

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domenica 6 gennaio 2013

I CLASSICI: PULP FICTION, LA RIVOLUZIONE TARANTINO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 1994
154'
Regia: Quentin Tarantino
Interpreti: John Travolta, Samuel L. Jackson, Uma Thurman, Bruce Willis, Ving Rhames, Harvey Keitel, Tim Roth, Eric Stoltz, Rosanna Arquette, Angela Jones, Christopher Walken, Quentin Tarantino.


Due killer nerovestiti - uno eroinomane e imbranato (Travolta), l'altro colto da un'epifania religiosa (Jackson) - alle prese con una giornata di "lavoro"; un pugile (Willis) fugge da un incontro truccato e se la vede col boss che ha tradito (Rhames); la moglie del boss (Thurman) va in overdose e viene portata a casa di uno spacciatore (Stoltz) per essere rianimata; un "risolutore di problemi" (Keitel) deve far sparire un'auto imbrattata di sangue; un balordo (Roth) e la sua compagna decidono di rapinare una tavola calda.

Il 1994 è l'anno in cui l'universo cinematografico, quantomeno quello moderno, cambiò: uscì Pulp Fiction, opus n.2 di un giovane ed entusiasta regista semi-dilettante, e a Hollywood nulla fu più lo stesso.
Dopo aver vinto una clamorosa Palma d'Oro al Festival di Cannes e un meritato Oscar per la miglior sceneggiatura originale, la rivista Esquire arrivò a definirlo - non senza esagerazione - "Il miglior film della storia del cinema".

Ma che cosa aveva fatto di così innovativo questo longilineo trentenne del Tennessee, ex commesso di un videonoleggio?
Apparentemente non molto: la cronologia destrutturata, i bruschi cambi di tono e di genere, persino le vicende e i personaggi descritti non sono nuovi, è possibile ritrovarli in diversi film noir e nelle vecchie riviste pulp cui Quentin chiaramente - e dichiaratamente - si ispira.

Le cose che risultano davvero all'avanguardia sono sostanzialmente due: lo stile visivo insistentemente cool, ricco di particolari e citazioni provenienti dalla cultura pop (aspetto che gli imitatori ripeteranno alla nausea, con scarsissimi risultati), e l'uso innovativo del piano sequenza, che viene destituito del proprio "ruolo" - quello di evidenziare una scena particolarmente nobile o importante - e piegato alle esigenze (o alla volontà) dei personaggi (e dell'autore).

Tarantino si diverte quindi a giocare con la messinscena come un burattinaio, rompendo il legame, fino ad allora molto stretto, tra "segno" e "senso" cinematografico, e dimostrando che un film di genere può benissimo essere anche un film d'autore (e viceversa, ma questo solo nella fase più recente della sua carriera).

Il significato di Pulp Fiction come emblema del postmodernismo è tutto qui.
Se il cinema moderno è stato in grado di rinnovarsi dal proprio interno, rivelando una nuova linfa cui attingere, lo dobbiamo anche e soprattutto a questo stralunato regista di origine italiana.
Lunga vita a San Quentin!

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