CINEMA A BOMBA!

martedì 18 aprile 2023

CIP E CIOP AGENTI SPECIALI, CHI HA INCASTRATO I DUE SCOIATTOLI?

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2022
97'
Regia: Akiva Schaffer
Voci originali: John Mulaney, Andy Samberg, Eric Bana, Will Arnett, Dennis Haysbert, Keenan-Michael Key, Seth Rogen, J.K. Simmons, Charles Fleischer, Alan Oppenheimer.


Una trentina d'anni dopo la fine della serie animata Cip e Ciop Agenti Speciali (geniale spunto meta-cine-animato, per la cronaca), i due scoiattoli di casa Disney conducono vite diverse e separate: il primo è diventato un assicuratore, il secondo è un attore in declino.

La misteriosa scomparsa di alcuni noti personaggi dei cartoni - tra cui il loro vecchio amico Monterey Jack - li porta a ritrovarsi ed unire le forze per scoprire chi c'è dietro e perché...


È lecito aspettarsi, dato il soggetto e i protagonisti, che questo lungometraggio sia un'opera piacevole e ovviamente family-friendly.
Più sorprendente è scoprire che si tratti del più divertente lavoro targato Disney da... non sappiamo di preciso da quando, ma comunque da parecchi anni a questa parte!

Realizzato con una tecnica mista di animazione e live action, sul modello di Chi ha Incastrato Roger Rabbit? (il famoso coniglio compare pure in una scena) e di Tom & Jerry, il film è un seguito/reboot dell'eponima serie tv trasmessa all'inizio degli anni 90.
L'effetto nostalgia è immediato, con conseguenti e numerosi riferimenti alla serie stessa, così come ad altri cartoon dell'epoca.

Tuttavia gli autori non si sono limitati a far riaffiorare (piacevoli) ricordi agli spettatori con qualche recupero vintage: la trama è semplice e prevedibile, ma per fortuna sostenuta da battute ben calibrate e gag a volte esilaranti.

Una delle trovate più riuscite è aver parodiato la chirurgia plastica - cui fanno ricorso tante persone dello spettacolo - facendo apparire Ciop in CGI, mentre il suo amico Cip è ancora rappresentato in 2D.

Molto dello spasso deriva comunque dall'individuare tutte le comparsate e gli omaggi più o meno espliciti.
Segnaliamo la presenza di: Flounder de La Sirenetta e Lumière de La Bella e La Bestia; Paperone e Darkwing Duck di Duck Tales; Baloo e Pumbaa dalle versioni moderne, rispettivamente, de Il Libro della Giungla e Il Re Leone; un commento autoironico su Polar Express e un cammeo "umano" di Paul Rudd senza il costume di Ant-Man.

Ma ci sono anche apparizioni di personaggi esterni ai franchise disneiani: ad esempio il Batman della Justice League (stavolta in lotta contro - anziché Superman - E.T. l'extraterrestre!) oppure He-Man e Skeletor dei Masters of the Universe.

Nella versione originale, il cast "animato" è composto da alcune voci che i nostri lettori potrebbero riconoscere.
Si va dal comedian John Mulaney che fa Cip (era l'esilarante Spider-Ham di Spider-Man: Un Nuovo Universo) all'ex Hulk Eric Bana; dal canadese Will Arnett (ossia il Lego Batman) all'oscarizzato J.K. Simmons (universalmente noto come J.J. Jameson nei film di Spider-Man).

È presto per dire se questa pellicola avrà un seguito, ma tutto lascia presagire una serialità prossima ventura; sia essa in forma di lungometraggio o di nuova serie animata.
Una cosa però è certa: gli Agenti Speciali sono tornati e sono in forma smagliante.


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mercoledì 9 marzo 2022

OSCAR 2022. NOMINATION: ATTRICI E ATTORI



Sapete, a livello statistico, quale post del nostro annuale Speciale Oscar è tradizionalmente più apprezzato e letto?
Indovinato: quallo relativo alle/agli interpreti!

Se il recente verdetto dei Golden Globe può dare un'idea di chi parta in vantaggio nella corsa alle statuette, a questo giro le scelte dell'Academy potrebbero non risultare affatto scontate.

La "sfida del secolo" è ovviamente quella tra due dive tra le nostre preferite in assoluto: l'australiana Nicole Kidman (già memorabile in Bombshell) e colei che molti considerano la sua erede, Jessica Chastain.
La prima è leggermente favorita; la seconda è alla terza nomina, dopo due "scippi" clamorosi e ingiusti (nel 2012 e nel 2013, ricordate?).
Questa sarà la volta buona?

Entrambe dovranno guardarsi dall'ex vampira Kristen Stewart (quotatissima grazie al proprio ritratto di Lady Diana Spencer nell'omonimo biopic), mentre le già oscarizzate Olivia Colman e Penelope Cruz fungono da outsider.

Tra le non protagoniste, i riflettori sono puntati su Ariana DeBose: attrice afro, ma di lontane origini italiane, è in lizza col nuovo West Side Story firmato Steven Spielberg (la sua compagna di pellicola Rachel Zegler non è invece riuscita ad ottenere la candidatura, benché entrambe siano state incensate coi Globes).

A contenderle la stauetta ci sono Kristen Dunst (quanto tempo è passato dai primi Spider-Man!) e soprattutto Aunjanue Ellis, in gara con un'altra opera biografica, incentrata sulla vera storia delle sorelle Williams, campionesse di tennis.

Per lo stesso film sportivo potrebbe fare il bis un ex Principe (di Bel Air) diventato King (Richard).
Stiamo parlando ovviamente di Will Smith, ma la star di Independence Day e Suicide Squad si trova sul cammino due colleghi britannici pronti a dargli filo da torcere: da un lato Andrew Garflied, dall'altro Benedict Cumberbatch.

L'ex (?) Spider-Man ha raccolto il plauso della critica internazionale col musicale Tick, Tick... Boom! (l'ennesimo biopic in concorso), mentre il Dottor Strange - che avevamo incontrato a Venezia un po' di anni fa, per chi se lo fosse dimenticato - gareggia col favoritissimo Il Potere del Cane.

E proprio in merito allo psico-western diretto da Jane Campion, va registrato un derby fratricida tra comprimari: Kodi Smit-McPhee (un Globo d'Oro anche per lui a gennaio) contro il collega Jesse Plemons.
Ma tra i due litiganti il terzo potrebbe godere, e questi potrebbe forse essere J.K. Simmons, già oscarizzato per il bellissimo Whiplash.

Insomma, le quattro competizioni sembrano sulla carta abbastanza equilibrate.
Chi la spunterà?
Leggete tutte le nomination qui sotto e scatenatevi coi pronostici!


Migliore attrice protagonista
Nicole Kidman - A Proposito dei Ricardo
Jessica Chastain - Gli Occhi di Tammy Faye
Olivia Colman - La Figlia Oscura
Penélope Cruz - Madres Paralelas
Kristen Stewart - Spencer


Migliore attore protagonista
Javier Bardem - A Proposito dei Ricardo
Benedict Cumberbatch - Il Potere del Cane
Andrew Garfield - Tick, Tick... Boom!
Will Smith - Una Famiglia Vincente (King Richard)
Denzel Washington - Macbeth


Migliore attrice non protagonista
Jessie Buckley - La Figlia Oscura
Ariana DeBose - West Side Story
Judi Dench - Belfast
Kirsten Dunst - Il Potere del Cane
Aunjanue Ellis - Una Famiglia Vincente (King Richard)


Migliore attore non protagonista
Ciarán Hinds - Belfast
Troy Kotsur - I Segni del Cuore
J.K. Simmons - A Proposito dei Ricardo
Jesse Plemons - Il Potere del Cane
Kodi Smit-McPhee - Il Potere del Cane


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venerdì 3 dicembre 2021

GHOSTBUSTERS: LEGACY, UN SEGUITO NELLO... SPIRITO DELL'ORIGINALE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2021
125'
Regia: Jason Reitman
Interpreti: Paul Rudd, Mckenna Grace, Finn Wolfhard, Carrie Coon, Olivia Wilde, Tracy Letts, J.K. Simmons, Annie Potts, Sigourney Weaver, Ernie Hudson, Dan Aykroyd, Bill Murray.


Gli Spengler (il cognome vi suona familiare?) - madre single con due figli adolescenti - si trasferiscono nella sperduta cittadina di Summerville.
Nella vecchia casa di campagna dove ora risiedono i ragazzi trovano delle strane apparecchiature appartenute al defunto nonno.

Che ci sia qualche collegamento tra queste e i misteriosi fenomeni che infestano la zona (da inspiegabili apparizioni a ingiustificati eventi sismici)?

Con l'aiuto di un professore/scienziato (Rudd) e di 3 Acchiappafantasmi in pensione (Murray, Aykroyd e Hudson), la famiglia scoprirà la verità sul proprio congiunto e verrà a capo della faccenda.



Era l'Anno Domini 1984 quando uscì nelle sale una pellicola entrata di diritto nella storia del cinema.
Ghostbusters-Acchiappafantasmi era unica nel suo genere, un brillante incrocio di commedia, (attori principali e sceneggiatori provenivano da vere e proprie fucine comiche come Saturday Night Live e Second City), fantascienza e horror.

Il regista Ivan Reitman si era fatto le ossa con opere semi-demenziali (Polpette, Stripes); il trio composto da Bill Murray (già popolare, ma ancora lontano dai fasti di Ricomincio da Capo e Lost in Translation), Dan Aykroyd (l'ex Blues Brother era reduce dal successo di Una Poltrona per Due) e Harold Ramis (futuro autore di ottime commedie come Mi Sdoppio in 4) era una garanzia di successo.

Il resto è storia: un seguito complessivamente inferiore all'originale (Ghostbusters II, 1989), un videogioco molto divertente che molti considerano il vero terzo capitolo della serie (Ghostbusters: The Video Game, 2009) e un odiatissimo reboot al femminile (intitolato con grande fantasia Ghostbusters, 2016).
Infine, adesso, il sequel che gli appassionati aspettavano da anni.

I vecchi protagonisti hanno lasciato spazio a un cast nuovo di zecca (da cui emerge la bravissima Mckenna Grace, vero "cuore" della storia), l'anziano Ivan Reitman ha fatto un passo di lato in favore dell'affermato figlio Jason (scelta ovvia), l'ambientazione rurale è agli antipodi da quella urbana degli altri lungometraggi, gli effetti speciali sono naturalmente aggiornati e soddisfacenti.



Ghostbusters: Legacy - in patria è uscito come Ghostbusters: Afterlife - è Il Risveglio della Forza della saga degli Acchiappafantasmi: praticamente un'unica, continua autocitazione del primo film, con comparsate eccellenti che strizzano l'occhio agli spettatori più esigenti, Paul Rudd (alias Ant-Man) che nel terzo atto fa un'imitazione spudorata di Rick Moranis e easter eggs come se non ci fosse un domani.

Fan service all'ennesima potenza, ma che male c'è se la qualità è così alta? Il film mantiene fortunatamente lo spirito dell'originale, inserendo al contempo elementi di novità che lo fanno sembrare fresco e non eccessivamente derivativo.
Gli attori sono ben scelti e la sceneggiatura è ben congeniata.

Alcuni personaggi iconici sono assenti (oltre a Egon dello scomparso Ramis, cui l'opera è affettuosamente dedicata, mancano all'appello il Louis di Moranis e un altro che non sveliamo), ma che gioia rivedere il Mastro di Chiavi e il Guardia di Porta, Dana e Janine (occhio alle due sequenze post-credits!), Gozer e i tre Ghostbusters (di questi ultimi quello invecchiato meno bene è Murray).

In ruoli marginali vanno segnalati alcuni volti noti: dal Premio Oscar J.K. Simmons (suo il cammeo più inutile) ad una quasi irriconoscibile Olivia Wilde (la ricordate in Lei-Her?), passando per l'attore-drammaturgo Tracy Letts (sì, proprio lo sceneggiatore di Bug e Killer Joe).

Legacy intrattiene, fa ridere, può spaventare e nel finale commuove fino alle lacrime.
Un sequel migliore forse non potevano farlo.
Bentornati, Acchiappafantasmi.



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mercoledì 24 marzo 2021

ZACK SNYDER'S JUSTICE LEAGUE, GIUSTIZIA È FATTA

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USA, 2021
242'
Regia: Zack Snyder
Interpreti: Ben Affleck, Gal Gadot, Henry Cavill, Amy Adams, Ray Fisher, Ezra Miller, Jason Momoa, Willem Dafoe, Jesse Eisenberg, Jeremy Irons, Diane Lane, Connie Nielsen, J.K. Simmons, Ciarán Hinds, Amber Heard, Joe Morton, Ray Porter, Jared Leto, Joe Manganiello, Robin Wright, Billy Crudrup.


La morte di Superman (Cavill) ha risvegliato le scatole madri, potenti manufatti alieni in grado di distruggere interi pianeti, e ciò ha attirato l'attenzione di Steppenwolf (Hinds), generale di una malvagia razza extraterrestre e braccio destro del temibile Darkseid (Porter), che ha intenzione di impossessarsene e di utilizzarle.

Per cercare di fermare i piani di distruzione degli invasori, il miliardario Bruce Wayne (Affleck), nei panni di Batman, chiederà aiuto ad esseri dotati di poteri speciali: l'amazzone Diana Prince/Wonder Woman (Gadot), il tritone umanoide Arthur Curry/Aquaman (Momoa), il velocissimo Barry Allen/Flash (Miller), Victor Stone/Cyborg (Fisher), metà uomo e metà robot e in grado di controllare ogni tecnologia.



2017. Dopo il divisivo Man of Steel, gli incassi deludenti di Batman v Superman, le stroncature della critica riguardo Suicide Squad, la Warner Bros. si trova in difficoltà.

Dopo l'acclamata trilogia del Cavaliere Oscuro targata Christopher Nolan, la concorrenza con la Marvel si è fatta impietosa in termini di riscontri di critica e pubblico.

Insomma, il progettato DC Extended Universe non decolla e la casa di produzione sta ripensando la propria strategia.

Viene trovato un capro espiatorio: Zack Snyder, autore dei primi due film citati, che sta lavorando al seguito di BvS, Justice League.

La pellicola è a buon punto, ma divergenze creative sempre più marcate e un improvviso e drammatico lutto familiare (il suicidio di una delle figlie, Autumn) porteranno il regista ad abbandonare il progetto.

Questo sarà affidato in corsa a Joss Whedon, che aveva diretto per i concorrenti i primi due film degli Avengers e che apporterà tutta una serie di cambiamenti - tagli, scene rigirate, variazioni di trama...

Ma il tono meno cupo, più scanzonato - in buona sostanza, più marvelliano - della Justice League whedoniana non avrà il successo sperato e si risolverà in un mezzo flop e nella richiesta sempre più pressante da parte dei fan di vedere la versione di Zack Snyder.

#ReleaseTheSnyderCut diventerà un hashtag di tendenza sempre più citato e utilizzato, tanto da dar vita ad un vero e proprio movimento social.

Nel frattempo l'universo DC Comics riuscirà a risollevarsi grazie ai successi di Wonder Woman, Aquaman e di Joker (clamoroso Leone d'Oro a Venezia!).

Ma quell'invocazione resterà sempre forte.

E diverrà un boato all'annuncio qualche mese fa e, dopo un hype pazzesco (ce ne siamo occupati nella più seguita - finora - puntata del nostro BOMBCAST), all'uscita (pochi giorni fa) di quella che, dapprima denominata Snyder Cut, verrà poi conosciuta col titolo definitivo di Zack Snyder's Justice League.

Non capita tutti i giorni che ad un regista venga data la possibilità di rimettere mano alla propria creazione per ripristinare montaggio e storia originali, eliminando censure, tagli e interventi degli studios; ma è ancora più raro il fatto è che sia un vasto pubblico a richiederlo.

Chissà se questo tipo di pressione farà scuola e che non vengano in futuro rifatti interni film senza dover per forza ricorrere ai remake...

Detto questo, la risposta che vi starete ponendo è: Ma ne è valsa la pena?


La risposta a nostro avviso è: Sì. Decisamente.

Quella di Whedon era una versione pastrocchiata, sebbene tutto sommato gradevole: la storia avrebbe dovuto essere sviluppata ampiamente, vista la ricchezza di personaggi e situazioni, ma averla compressa in sole due orette l'ha resa piuttosto caotica, confusa e in certi tratti incomprensibile.

Il tono più brillante, le battutine, le situazioni buffe se da una parte alleggerivano la vicenda dall'altra facevano sembrare il film una copia mal riuscita del Marvel Cinematic Universe.

Non è un caso che le scene visivamente migliori non siano quelle rigirate da Whedon, quanto piuttosto quelle di Snyder: di quest'ultimo si potrà dire quel che si vuole, ma non che manchi di un proprio stile riconoscibile.

L'aver riconsegnato il lavoro al buon Zack - che ha utilizzato tutte le scene già girate e poi tagliate in fase di montaggio nella versione di Whedon e che ha dovuto solo rigirarne poche - comporta che esso presenti le evidenti impronte del suo autore.

E quindi: una maniacale costruzione dell'inquadratura, quasi a riproduzione di una tavola fumettistica, con effetti visivi pertanto molto suggestivi; scene piene di particolari e spesso di personaggi, con scenografico uso dello spazio; un maggior senso di solennità e di epos; un'attenzione al volume dei corpi (i protagonisti sono quasi degli dei: il loro fisico deve essere pertanto adeguato), con strizzate d'occhio alla statuaria classica; colonna sonora fracassona ed effetti speciali abbondanti; uso ripetuto del ralenti in funzione virtuosistica; toni cupi, con dovizia di chiaroscuri e sfumati; conseguente poco spazio per scenette di alleggerimento; personaggi tormentati e in balia dei propri demoni interiori, ma caratterizzati da una volontà superomistica...

In ben 4 ore (ricordiamolo: sono così tante solo perché questo film è destinato alle piattaforme streaming: al cinema, al giorno d'oggi, una tale durata è considerata improponibile) egli approfondisce la trama, mette più azione, inserisce nuovi personaggi (non tutti in realtà necessari), ne valorizza altri - Cyborg e Flash sono poco più che comparsate nella versione precedente, mentre hanno un ruolo molto incisivo in questa -; addirittura si permette un finale cosiddetto cliffhanger (cioè con un colpo di scena che anticipa il film successivo. Ma in questo caso è difficile, purtroppo, che Justice League abbia un seguito) di grande impatto.

Insomma, questo Snyder Cut diventa così summa del regista e sua opera più ambiziosa, con grande tripudio dei fan adoranti, ma anche dei semplici appassionati del cinema supereroistico.

Un'opera sontuosa e colossale, destinata forse a rimanere un unicuum, la fine di un ciclo.

Ma che apre interessanti prospettive sul futuro del rapporto studios - franchise - fan.

Intanto si sta già diffondendo a macchia d'olio l'hashtag #RestoreTheSnyderVerse...

Chissà...

A questo punto, meglio non sottovalutare il potere di un fandom.


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lunedì 6 aprile 2020

I CLASSICI: SPIDER-MAN FAR FROM HOME, MA GUARDA UN PO' 'STI SUPEREROI

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USA, 2019
129'
Regia: Jon Watts
Interpreti: Tom Holland, Zendaya, Samuel L. Jackson, Jake Gyllenhaal, Marisa Tomei, Jon Favreau, Cobie Smulders, Ben Mendelsohn, J.K. Simmons.


Sono passati 8 mesi dagli eventi narrati in Avengers: Endgame.

Peter Parker (Holland) parte per una lunga gita scolastica in giro per l'Europa, durante la quale viene contattato da Nick Fury (Jackson) perché aiuti il supereroe Quentin Beck (Gyllenhaal) a fronteggiare la minaccia dei temibili Elementali.

Il ragazzo ha in progetto ben altri piani - dichiarare i propri sentimenti alla compagna di classe MJ (Zendaya), per esempio - ma alla fine si fa convincere.

Le cose però non sono come sembrano.
Spider-Man avrà bisogno dei propri amici e di Happy Hogan (Favreau) - ex braccio destro di Iron Man in buona con Zia May (Tomei) - per venire a capo della vicenda...






In principio fu la trilogia di Sam Raimi con Tobey Maguire, poi venne il dittico di Marc Webb con Andrew Garfield.

Questa è invece la 5a volta di Tom Holland nei panni del Ragnetto, dopo Captain America: Civil War, Spider-Man: Homecoming, Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame.

Una gradita conferma: a nostro giudizio, il giovane attore britannico è il miglior Spider-Man visto finora sul grande schermo.
Ha l'età del personaggio, la faccia giusta, un accento del Queens credibile e i vantaggi derivanti dall'essere parte del Marvel Cinematic Universe.

Far From Home è un seguito divertente, all'altezza del precedente Homecoming (benché stavolta, nonostante le iniziali indiscrezioni, manchi Michael Keaton).






Anche qui abbondano gli omaggi a John Hugues, autore di popolari commedie giovanilistiche negli anni 80 e sceneggiatore, tra le altre cose, della serie Vacation.
Anzi, questo sembra quasi un adattamento "ragnesco" del secondo capitolo, National Lampoon's European Vacation (in Italia uscito come Ma Guarda un po' 'sti Americani).

Ovviamente, non mancano neppure riferimenti alle altre pellicole del MCU.
Si veda ad esempio la gustosa sequenza post credits, che rimanda direttamente a Captain Marvel.

A proposito di Captain Marvel: come per il film con Brie Larson, anche in questo caso molti dei colpi di scena sono tali soltanto per chi non conosce il fumetto di origine.

Un difetto trascurabile, specie se sull'altro piatto della bilancia si trova un cast da leccarsi i baffi.
Stavolta, ancor più dei protagonisti, brillano i comprimari.

Zendaya - già vista nel musical The Greatest Showman insieme a un'altra icona Marvel, Hugh "Wolverine" Jackman - ha meritatamente più spazio; Marisa Tomei, la più verosimile Zia May della storia, è deliziosa come sempre; c'è pure un grande Jon Favreau (il regista dei primi due Iron Man, per la cronaca).






Il compianto Stan Lee è accreditato come produttore esecutivo, ma non compare nel tradizionale cameo, il che rende quella di Endgame la sua ultima apparizione.

La vera sorpresa arriva però da J.K. Simmons.
Dopo una breve "vacanza" nel DC Extended Universe come Commissario Gordon (andate a rivedervi Justice League, please), l'attore premio Oscar per Whiplash riprende inaspettatamente il ruolo di J. Jonah Jameson che aveva nel trittico di Raimi.
Un'apparizione-lampo che si presume avrà importanti ripercussioni sui prossimi film dedicati a Spidey.

Ma a quando il prossimo capitolo della serie?
Se è vero che la saga degli Avengers pare conclusa definitivamente, lo stesso non si può dire dell'Universo Marvel.
Anzi, qualcosa lascia intendere che Peter ne sia diventato il personaggio di punta.

E se Spider-Man fosse il nuovo Iron Man?




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domenica 15 aprile 2018

OSCAR 2018. TONYA, L'ANGELO (CADUTO) SUL GHIACCIO

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USA, 2017
121'
Regia: Craig Gillespie
Interpreti: Margot Robbie, Allison Janney, Sebastian Stan, Julianne Nicholson, Bobby Cannavale, Caitlin Carver, Paul Walter Hauser.


Correva l'anno 1994.

Ai campionati nazionali statunitensi di pattinaggio su ghiacchio (validi per le qualificazioni alle Olimpiadi Invernali di Lillehammer, in Norvegia) la concorrente Nancy Kerrigan viene colpita con un manganello ala gamba da uno sconosciuto.

Questo, individuato ed arrestato poco tempo dopo, si scopre essere stato ingaggiato da un tal Jeff Gillooly, ex marito di una delle avversarie della vittima, la campionessa Tonya Harding.

La vicenda diventerà un caso mediatico, che raggiungerà il suo apice proprio ai Giochi olimpici, quando le due rivali si ritroveranno in competizione - una, ripresasi dall'aggressione; l'altra, riconosciuta responsabile dell'agguato ma ammessa dalla Federazione americana dopo la minaccia di una causa legale miliardaria.

Sotto i flash, la prima vincerà un'amara medaglia d'argento; la seconda non reggerà la pressione e farà una prova disastrosa.

Successivamente sarà bandita a vita.






A rispolverare questo fattaccio di cronaca nera sportiva ci ha pensato l'australiano Craig Gillespie, regista pubblicitario e (con minore fortuna, prima di questo lavoro) cinematografico, che si è avvalso di una sceneggiatura (ottima) di Steven Rogers.

A differenza di quanto si potrebbe pensare, la trama del film non è incentrata tanto sulla rivalità Harding-Kerrigan, quanto piuttosto sulla vita tormentata e travagliata della prima.

Lo dimostra il fatto che il personaggio della Kerrigan - affidato a Caitlin Carver - compare poco, mentre ad interpretare la Harding è stata chiamata la ben più nota Margot Robbie.

La bionda protagonista di The Wolf of Wall Street e Suicide Squad, oltre a metterci un corpo statuario - pur sempre necessario per rappresentare una pattinatrice di livello olimpico - dimostra capacità recitative notevoli, a dimostrazione che oramai a Hollywood non basta solo la presenza fisica per accreditarsi come attrice credibile.

E riesce a rendere il suo personaggio molto più sfaccettato di quanto i media l'abbiano allora dipinto - cioè, come l'angelo caduto dell'American Dream, la cattiva che l'America (e il mondo) aveva bisogno di odiare.

Nata in una famiglia povera e disagiata, perennemente umiliata da una madre anaffettiva e picchiata da un marito manesco, la Harding della Robbie ne esce come una vittima di un mondo violento in cui gli affetti non trovano spazio, un mondo popolato di individui gretti, perdenti, sballati.

Grinta e talento a nulla serviranno e le sue fragilità e insicurezze erutteranno in modo drammatico, fino a lasciarla sola contro tutti, anche per colpa di un caratteraccio che ha semplificato il compito dei media, che hanno avuto vita facile a descriverla come la cattiva di turno.

Nominata a Golden Globe e Oscar per la migliore interpretazione femminile, la Robbie non è riuscita a vincere, come invece è successo a Allison Janney.

Nella parte della madre della Harding, il volto noto soprattutto in Tv (per la telenovela Sentieri e per la serie West Wing) ruba la scena a tutti con una prova sopra le righe, esagerata, che concorre a caratterizzare questa dark comedy: senza il suo personaggio, la storia non avrebbe avuto la stessa forza, e senza la sua bravura e il suo carisma il film non sarebbe stato così riuscito.

Per "cattiveria" e incisività, la LaVona Harding della Janney ci ricorda un altro villain del cinema indie, il Terence Fletcher di Whiplash incarnato da J.K. Simmons, anch'egli premiato con Golden Globe e Oscar da non protagonista nel 2015.

Speriamo di rivedere l'attrice di Dayton (Ohio) più spesso sul grande schermo, com'è successo al collega dopo gli allori conquistati: se lo meriterebbe.

Nella parte del marito di Tonya troviamo Sebastian Stan.
La presenza dell'attore rumeno è un po' spiazzante - siamo abituati a vederlo in ben altri panni, quelli di Bucky, amico di Capitan America - ma tutto sommato rende bene la dualità del ruolo, sospeso tra ingenuità e odiosa violenza domestica.

Fanno colore invece i personaggi estremi interpretati da Paul Walter Hauser e Bobby Cannavale, nelle vesti rispettivamente della "mente" e dell'esecutore del crimine.

Insomma, in questa commedia nera - ma comunque meno nera della cronaca alla quale è ispirata - la grottesca vicenda dell'atleta diventa emblematica del lato oscuro del Sogno Americano, infranto in questo caso da errori e scelte sbagliate.

E la pellicola, nella sua denuncia, risulta affilata almeno quanto la lingua e i pattini di Tonya Harding.




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mercoledì 29 novembre 2017

JUSTICE LEAGUE, NON É LA MARVEL

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USA, 2017
120'
Regia: Zack Snyder
Interpreti: Ben Affleck, Gal Gadot, Ezra Miller, Jason Momoa, Ray Fisher, Amy Adams, Jeremy Irons, Diane Lane, J.K. Simmons, Connie Nielsen, Ciarán Hinds, Joe Morton, Billy Crudup, Amber Heard, Henry Cavill.


Superman è morto.
La criminalità e la sfiducia della popolazione civile sono in crescita, a Gotham come a Metropolis.

Le preoccupanti apparizioni dei Parademoni anticipano la venuta del temibile Steppenwolf (Hinds), bramoso di mettere le mani sui 3 cubi del potere che gli permetterebbero di riportare l'umanità all'età della pietra.

Batman (Affleck) decide di mettere insieme una squadra per affrontare la minaccia: l'amazzone Wonder Woman (Gadot), il re degli abissi Aquaman (Momoa), il velocista Flash (Miller) e il metaumano Cyborg (Fisher).






Prendiamo una scena, una di quelle apparentemente slegate da un contesto.

Siamo in un imprecisato e freddo villaggio del Nord (le riprese sono state fatte in Islanda).
Il gigantesco hipster Aquaman, durante la tempesta, si toglie la camicia mostrando una muscolatura possente e vistosi tatuaggi che gli coprono buona parte del petto depilato, tracanna un'intera bottiglia di whiskey come se fosse acqua, getta platealmente la bottiglia per terra, si avvia spavaldo verso il mare impetuoso e senza pensarci due volte si tuffa virilmente tra le onde.

Sembra la pubblicità di un profumo per uomo, ma in fondo è la chiave di lettura per interpretare questo nuovo film firmato Zack Snyder (e in parte Joss Whedon - sì, proprio il regista dei "rivali" Avengers! - chiamato per supervisionare la post-produzione dopo un grave lutto che ha colpito il collega e a dirigere alcune scene aggiuntive): c'è un sicuro effetto scenico, ma c'è anche epicità, machismo.
E tanta auto-ironia.

Mentre Batman v Superman: Dawn of Justice era stato considerato troppo pomposo e serioso (ma noi, come potete leggere, non abbiamo condiviso le stroncature piovute addosso al kolossal snyderiano) e il successivo Suicide Squad risultava un goffo tentativo di correggere il tiro, la Warner Bros. aveva trovato la formula giusta con Wonder Woman.

Justice League continua sulla stessa scia di WW, presentando sì i tópoi dei film supereroistici, ma anche - prendendo spunto dai tanti successi della Marvel - momenti scanzonati e di alleggerimento.

Possiamo allora dire: "Justice League... assemble?!?"

Non proprio.
Perché se è chiaro che il supergruppo rappresenta il corrispettivo DC degli Avengers, è altrettanto vero che possiede caratteristiche che lo rendono unico.

Volendo divertirsi a fare il gioco delle corrispondenze, Flash sarebbe Spider-Man, in quanto personaggio "comico"; Superman, Capitan America, come leader tutto di un pezzo; Batman, Iron Man, come playboy ricco e tormentato; Aquaman, Thor, per la fisicità; Cyborg potrebbe essere Visione in quanto essere "elettronico".

Ma Wonder Woman?
L'eroina più famosa dei fumetti è... unica! Il fatto che un personaggio femminile sia centrale nella narrazione e riconosciuto dagli altri componenti come autorevole e degno della leadership - non ce ne voglia Scarlett Johansson, ma la sua Vedova Nera risulta in confronto piuttosto sciapa - è qualcosa di piuttosto insolito nel mondo del cinema, specie quello supereroistico.

Certo, aiuta che l'Amazzone sia stata protagonista assoluta di un film a lei dedicato, baciato da ottimi riscontri di critica e pubblico, e che Gal Gadot abbia una notevole presenza scenica; ma la differenza con l'universo Marvel (a forte impronta maschile) si fa comunque sentire.

Poi c'è l'appeal di due tra i più famosi personaggi dell'affollato e variegato mondo dei fumetti, personaggi che nonostante il tempo che passa - Superman è stato creato nel 1933, Batman 6 anni dopo - continuano ad avere legioni di fan, anche grazie a numerose trasposizioni cinematografiche.

Con particolare riferimento all'Uomo Pipistrello, chi non ha apprezzato la trilogia diretta da Christopher Nolan?
Chi non è rimasto stupefatto dall'immaginario di Tim Burton in Batman e Batman- Il Ritorno?

In proposito, Justice League segna tra le altre cose il clamoroso ritorno del compositore Danny Elfman, già autore delle musiche del dittico burtoniano.
Un recupero vintage sottolineato dalla ripresa del tema del film dell'89 nella sequenza di apertura, che oltretutto omaggia esplicitamente la prima apparizione del Cavaliere Oscuro sul grande schermo.

Più controverso potrebbe essere quello che noi consideriamo come un altro punto di forza: la regia di Zack Snyder.






Lasciateci spezzare una lancia in suo favore.
Insultato e deriso dalla stragrande maggioranza dei critici cinematografici (praticamente tutti), il regista del Wisconsin secondo noi è uno dei più rigorosi adattatori di fumetti e graphic novel che ci siano in circolazione, per lo meno dal punto di vista visivo.

Le scene ricche di dettagli sono costruite in modo maniacale e sembrano uscite dalle tavole di un albo: i colori sono vividi, i contorni netti, le pose plastiche.
Lo avevamo notato già con 300, L'Uomo d'Acciaio e Batman v Superman, ma anche in questo nuovo capitolo molte scene sembrano "disegnate".

Una su tutte, quella - quasi immobile - nella quale Flash si lancia nel vuoto per aiutare Wonder Woman a recuperare la spada potrebbe essere opera di Jim Lee (non a caso co-autore della serie a fumetti che ha ispirato questo film) o di un altro artista di punta della DC.
Per noi si tratta di un pezzo di gran virtuosismo registico.

Indiscutibile è invece la sceneggiatura, briosa e brillante, approntata da Chris Terrio - che aveva vinto l'Oscar nella categoria nel 2013 per Argo e successivamente contribuito al copione di BvS - con l'apporto, probabilmente incisivo, del già citato Joss Whedon.

Azzeccati gli attori.
Se da un lato Gal Gadot, come abbiamo detto, è perfetta e in grado da sola di bucare lo schermo, dall'altro Ben Affleck si conferma il miglior Uomo Pipistrello dai tempi di Michael Keaton.
Di Henry Cavill, poi, non si può dire che gli manchi il physique du rôle per impersonare Superman.

I nuovi ingressi se la cavano bene: Ezra Miller (già visto in Animali Fantastici e Dove Trovarli, ricordate?) è divertente e offre un'interpretazione di Flash molto diversa da quella della serie tv dedicata al personaggio; Jason Momoa (Khal Drogo in Game of Thrones) è una buona scelta nel ruolo di Aquaman; Ray Fisher come Cyborg è adeguato, benché un po' in secondo piano.

Abbiamo poi un nuovo Commissario Gordon.
A prendere il posto del Gary Oldman della Trilogia firmata Christopher Nolan non è stato chiamato un attore qualsiasi, bensì J.K. Simmons, il J.J. Jameson dello Spider-Man di Sam Raimi e meritatissimo Premio Oscar per Whiplash.
Ottima scelta.

I confermati Jeremy Irons, Diane Lane e Amy Adams sono come sempre bravissimi, anche se avremmo preferito che almeno quest'ultima avesse più spazio.
Più in sordina invece Ciarán Hinds, costretto a dar voce a un cattivo troppo prevedibile e stereotipato.

Eh già, la rappresentazione dei cattivi è purtroppo uno dei Talloni di Achille del DC Extended Universe: pensavamo che il Doomsday di BvS - che sembrava uscito direttamente da un adattamento tolkeniano (la serie firmata Peter Jackson deve piacere molto a Snyder, perché anche la sequenza della battaglia con le Lanterne Verdi pare presa di peso da Il Signore degli Anelli...) - e la pessima Incantatrice di Suicide Squad fossero semplici incidenti di percorso, ma ahinoi...

Speriamo nel Deathstroke di Joe Manganiello (corrispettivo "serio" dello spassoso Deadpool marveliano), che compare a sorpresa nell'ultimissima scena post credits a fianco di Lex Luthor (Jesse Eisenberg).

Tra i delusi possiamo annoverare anche... i fan dei gilet!
In BvS li indossavano praticamente tutti, mentre questa volta resiste il solo Bruce Wayne/Ben Affleck (che comunque li porta con stile, dobbiamo ammettere).

Insomma, a parte i gilettari, non lasciatevi influenzare da critici mugugnoni e prevenuti o fan duri e puri: Justice League è un prodotto di intrattenimento senza eccessive ambizioni autoriali, ma gradevole e visivamente stuzzicante.
Il tipico film che si va a vedere volentieri al cinema con gli amici.

In definitiva, meglio quindi gli Avengers o la Justice League?

La parola ora spetta a voi, cari lettori.





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mercoledì 5 aprile 2017

OSCAR 2017. ZOOTROPOLIS, COM'È UMANA LEI

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2016
108'
Regia: Byron Howard, Rich Moore, Jared Bush
Voci originali di: Ginnifer Goodwin, Jason Bateman, Idris Elba, J.K. Simmons, Octavia Spencer, Josh Dallas, Tommy Chong, Shakira.


Judy Hopps (Goodwin) è una coniglietta di campagna che non aspira alla vita da contadina di carote cui la sua famiglia vorrebbe destinarla.
Il suo sogno è infatti trasferirsi in città - la Zootropolis del titolo - è lavorarvi come poliziotta.

Ci riesce, ma una volta lì si ritrova in balia dei pregiudizi degli altri animali.
Le cose cambiano quando conosce la volpe Nick Wilde (Bateman), un delinquentello che campa con piccole truffe, e quando inizia ad indagare su alcuni misteriosi attacchi di rabbia...

Zootropolis - in originale Zootopia, gioco di parole tra "zoo" e "utopia"; quello italiano è forse un incongruo omaggio allo storico Metropolis di Fritz Lang - è stato il cartone-rivelazione della scorsa stagione.
Con l'altra pellicola Disney dell'anno, Oceania-Moana, c'è stata una rivalità continua, ma alla fine ha vinto il migliore.

Il nostro l'ha spuntata sul più blasonato rivale sia ai Golden Globe che agli Oscar, aggiudicandosi in entrambe le occasioni il premio come miglior film d'animazione.
Un risultato meritato, che valorizza un prevedibile ma avvincente racconto di formazione in salsa poliziesca, piuttosto che l'ennesimo musical per principesse.






Il suo valore aggiunto non è l'intreccio giallo, pur godibile e logico, né l'ambientazione (nulla di originale), e neppure la qualità delle scenette comiche (non molte, a dire il vero).
Il meglio è dato dalla caratterizzazione dei personaggi: tutti animali antropomorfi come ai tempi del vecchio Robin Hood (non a caso, Nick sembra una versione moderna del protagonista del classico disneiano), eppure terribilmente umani, "veri".

Judy, in particolare, è la più credibile, sfaccettata e nuova figura femminile della storia Disney recente. Merito anche della sua doppiatrice Ginnifer Goodwin, attrice nota al pubblico come Biancaneve della serie tv Once Upon a Time.
Non le è da meno il collega Jason Bateman (Horrible Bosses), che presta alla volpe anche alcune delle proprie famose espressioni.

Tra le voci di contorno, oltre alla cantante Shakira in versione gazzella, segnaliamo la partecipazione di J.K. Simmons (l'attore di Spider-Man e Premio Oscar per Whiplash dà la voce al sindaco leone) e di Tommy Chong del duo comico Cheech & Chong nei panni di uno yak strafumato.

Dato il successo del film, si inizia già a parlare di un seguito, o in forma di secondo lungometraggio o addirittura di serial televisivo.
Comunque sarà, una cosa è certa: le avventure di Judy & Nick sono appena cominciate...




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martedì 7 marzo 2017

OSCAR 2017. LA LA LAND, IL SAPORE AGRODOLCE DEI SOGNI

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2016
128'
Regia: Damien Chazelle
Interpreti: Emma Stone, Ryan Gosling, J.K. Simmons, John Legend, Rosemarie DeWitt, Finn Wittrock.


Lei (Emma Stone).
Una ragazza di provincia che sogna di fare l'attrice.
I provini non le vanno bene (ha talento, ma forse non è abbastanza carina), così si mantiene lavorando in un bar.

Lui (Ryan Gosling).
Un malinconico, scontroso, intransigente pianista jazz.
Suonicchia in giro (anche in una cover band!), ma vorrebbe aprire un locale tutto suo dove potersi esibire nel suo repertorio.

Si incontrano a Los Angeles, cominciano a conoscersi, si innamorano.

Nella "città delle stelle" molti sogni si infrangono, solo pochi si realizzano: sarà possibile per loro conciliare i sentimenti con la carriera?






Maxi ingorgo in autostrada: le macchine sono ferme e da ognuna di esse esce musica dall'autoradio.
Una ragazza si stufa, apre la portiera, comincia a cantare e a muoversi seguendo il ritmo.

Senza staccare, si segue le sue evoluzioni, poi si segue un'altra persona che ha deciso di fare lo stesso, poi un'altra, poi un'altra ancora, finché tutti gli automobilisti vengono coinvolti nell'euforia e si mettono a cantare e ballare in modo scatenato.

Quando la musica cessa, ritorna la normalità.

Il film è appena cominciato (questa è la scena iniziale) e già capiamo cosa ci dobbiamo attendere da La La Land: una storia in bilico tra il fantastico e il mondo reale, nella quale la musica ha un ruolo centrale.

Un musical "vecchio stile" zeppo di riferimenti al genere - Cantando sotto la pioggia, Un Americano a Parigi, Les Parapluies de Cherbourg, Les Demoiselles de Rochefort, Sweet Charity, Funny Face, Ginger Rogers e Fred Astaire, Grease, West Side Story tra i modelli - ma dalla sensibilità contemporanea.

L'opera di un regista pieno di immaginazione e talento - tutta la scena sembra girata in un unico piano sequenza, ma non lo è: avevamo visto utilizzare la stessa tecnica da Alejandro González Iñárritu in Birdman (toh, vincitore anch'egli per la migliore regia agli Oscar 2015...).

Un film per sognatori e che parla di sognatori, pulito, garbato, senza volgarità, scene truculente, cinismo.
Solo, con un finale non così scontato e che lascia un po' l'amaro in bocca.

E un successo partito dall'inaugurazione della Mostra del Cinema di Venezia 2016 e arrivato fino alla recente Notte delle Stelle.

Le 14 nomination (raggiunto il primato di Eva Contro Eva nel 1951 e Titanic nel 1998) - per film, regia, attore protagonista, attrice protagonista, sceneggiatura originale, colonna sonora e canzone (2 volte), fotografia, montaggio, sonoro, montaggio sonoro, scenografia, costumi - si sono concretizzate in ben 6 statuette.

Sulla beffa del miglior film abbiamo già parlato nel post precedente: ci è molto dispiaciuto per il fatto increscioso, anche perché il film meritava ampiamente il massimo riconoscimento.

Si consolino i produttori: hanno avuto gloria solo per pochi secondi, ma La La Land resterà comunque negli annali.

In primo luogo, per aver permesso a Damien Chazelle di diventare il più giovane a vincere i prestigioso Oscar per la migliore regia - 32 anni, un mese e qualche giorno: battuto il record di Norman Taurog (anche lui trentaduenne, ma con 7 mesi in più), che resisteva dal 1931!

Poi, per aver portato la prima statuetta ad una delle attrici più apprezzate, talentuose e versatili della propria generazione: Emma Stone (si vedano Magic In The Moonlight e il già citato Birdman).

Peccato per Ryan Gosling: appuntamento rinviato per il bravo interprete di Drive e Le Idi di Marzo.

Stone e Gosling in quest'opera hanno fatto faville; ma insieme i due avevano già recitato, prima in Crazy, Stupid Love del 2011 e poi in Gangster Squad del 2013.
Una coppia cinematografica rodata e di sicuro appeal che speriamo di rivedere ancora unita.

Pensare che non erano neanche le prime scelte: in un primo momento i ruoli erano stati offerti a Miles Teller (protagonista della precedente opera di Chazelle, Whiplash) ed Emma Watson (Hermione Granger nei film tratti dai libri su Harry Potter della scrittrice J.K. Rowlings), che adesso si staranno mangiando le mani.

In piccole parti compaiono anche la brava Rosemarie DeWitt (nipote del campione di pugilato J.J. Braddock e Rachel in Rachel Sta Per Sposarsi di Jonathan Demme, l'autore di Stop Making Sense e Il Silenzio degli Innocenti) e due Premi Oscar - J.K. Simmons (miglior attore non protagonista nel 2015) e John Legend (autore della migliore canzone, nello stesso anno).

La La Land può anche consolarsi con il record di Golden Globe vinti, ben 7 (su 7 nomination!): i premi assegnati dalla stampa estera si confermano più aderenti ai gusti del pubblico rispetto agli ormai troppo politicizzati Academy Award.

E poi con gli innumerevoli riconoscimenti ottenuti e gli ottimi riscontri di critica e - cosa meno scontata - di pubblico (persino in Italia, dove pure il genere non è popolarissimo): l'incasso è stato di quasi 400 milioni di dollari in giro per il mondo a fronte di un budget di circa 30 milioni.

Che ironia, ciò che è accaduto alla pellicola non è molto dissimile dallo svolgimento della sua storia: curiosità all'inizio (un musical che apre la Mostra i Venezia?/gente che canta e balla in uno svincolo autostradale?), attrazione (del pubblico/dei protagonisti), amore, successo, un finale agrodolce.

Eh sì, la vita ti riporta sempre con i piedi per terra.
Ma quanto è bello trovarsi, ogni tanto, con la testa tra le nuvole e a ballare tra le stelle (come succede ai protagonisti in una delle scene più suggestive)...




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martedì 10 marzo 2015

I CORTI: WHIPLASH, JAZZ SO' PAZZO

(Clicca sull'immagine per vedere il corto) 

USA, 2013
18'
Regia: Damien Chazelle
Interpreti: J.K. Simmons, Johnny Simmons.


2013. Un regista ventottenne di belle speranze, che si è fatto le ossa come sceneggiatore di horror (The Last Exorcism-Liberaci dal male) e thriller (Il Ricatto con Elijah Wood e John Cusack), ha in curriculum una sola pellicola: Guy and Madeline on a Park Bench, piccola storia d'amore con protagonista un trombettista jazz.

Il suo nome è Damien Chazelle, e per la propria opera seconda ha le idee molto chiare: un'altra vicenda d'ambiente musicale, permeata di suspense psicologica, che vede il giovane allievo di un conservatorio alle prese con un direttore d'orchestra che assomiglia piuttosto ad un istruttore dei Marines.

Peccato però che il nostro non riesca a trovare fondi sufficienti.
Così trasforma il progetto in un cortometraggio, lo presenta al Sundance Film Festival (la celebre rassegna del cinema indipendente ideata da Robert Redford) e vince il Gran Premio della Giuria.

Il resto è storia: dopo questo successo Whiplash ridiventa un lungometraggio per mezzo di nuovi finanziamenti (grazie, tra gli altri, a Jason Reitman), ottiene a sorpresa 5 nomination agli Oscar - compresa quella per il miglior film - e vince in 3 categorie: miglior attore non protagonista (il caratterista J.K. Simmons nel ruolo della vita), miglior montaggio e miglior sonoro.

Il corto in questione rappresenta solo una scena di quella che sarà poi la pellicola vera e propria, ma quasi tutto il cast e i collaboratori tecnici sono gli stessi.
Praticamente solo il protagonista è diverso: qui Johnny Simmons (nessuna parentela con J.K. Simmons), là Miles Teller.

Però anche il tono è complessivamente differente: in questi 18 minuti scarsi si respira più pessimismo.
Il ragazzo, pur volenteroso e pieno di speranze, viene stroncato subito dal suo maestro: per lui non c'è rivincita né redenzione.
Il messaggio che Chazelle vuole trasmettere sembra dunque questo: il mondo - e quello della musica non fa eccezione - non è fatto per i sognatori, destinati a soccombere in una sorta di darwinismo sociale.
La sconfitta rappresenta banalmente solo il brusco ritorno alla realtà.

Chi ha visto il lungometraggio naturalmente sa che la storia del giovane batterista non finisce qui.
A chi invece non l'ha fatto consigliamo di rimediare al più presto, magari iniziando proprio da questo corto.
Potreste scoprirvi anche voi... pazzi per il jazz.

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lunedì 9 marzo 2015

WHIPLASH, HELL THAT JAZZ

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2014
105'
Regia: Damien Chazelle
Interpreti: J.K. Simmons, Miles Teller, Melissa Benoist, Paul Reiser, Austin Stowell, Chris Mulkey.


Il giovane Andrew (Teller) ha una grande passione: il jazz.
E un sogno: diventare uno dei più grandi batteristi al mondo.
Decide allora di iscriversi al conservatorio più prestigioso di New York; ma sulla sua strada incontra Terence Fletcher (Simmons), direttore d'orchestra che sarà la sua guida e renderà la sua vita un incubo.

Uno short movie come base di partenza (presto ve lo proporremo nella sezione I CORTI); un regista giovane - 30 anni appena compiuti - alla sua opera seconda, che egli stesso ha scritto; un cast composto principalmente da un attore sconosciuto scelto per la sua capacità di suonare la batteria e da un caratterista bravo ma da sempre sottoutilizzato; una colonna sonora a ritmo di jazz, non esattamente un genere popolarissimo; un film a basso costo dagli incassi non proprio stellari.

Alzi la mano chi - prima dell'annuncio delle nomination di Golden Globe e Academy Award - si era accorto di Whiplash.

Un anno dopo la sua proiezione in anteprima al Sundance Film Festival di Robert Redford, se ne parla ancora e già si può definirlo un cult.
Di certo aiutano i 3 freschi Oscar vinti - attore non protagonista, montaggio, sonoro - su 5 nomine (tra le quali quelle per il miglior film e la migliore sceneggiatura non originale): un biglietto da visita niente male che, unito al passaparola, sta aiutando questa piccola pellicola a ritagliarsi spazio.
E lo merita.

I contributi tecnici sono effettivamente di ottimo livello; la regia ha un andamento a scatti (molto jazz) e, grazie anche ad una trama piena di svolte e colpi di scena, riesce a coinvolgere gli spettatori.
Speriamo che il talento di Damien Chazelle si confermi anche in futuro.

La musica può piacere o non piacere, ma non soffoca la storia - che è comunque incentrata principalmente sul rapporto tra allievo e maestro - anzi serve a scandire il ritmo dell'azione.

Miles Teller, che interpreta il protagonista, è una buona scelta e sa suonare benissimo la batteria (ha registrato anche alcuni brani della colonna sonora).
Si presume che ne sentiremo parlare ancora.

E poi c'è lui.
Alto, magro, sempre vestito di nero, completamente pelato, con occhi di ghiaccio e una faccia cattivissima: Terence Fletcher, l'insegnante che - con un parallelo tele-culinario - farebbe sembrare degli agnellini gente come Gordon Ramsay, Joe Bastianich e Carlo Cracco.

J.K. Simmons - il J.J. Jameson dello Spider-Man di Sam Raimi, nonché caratterista molto richiesto ma poco valorizzato - grazie a questo ruolo ha ottenuto Golden Globe e Oscar come miglior attore non protagonista, oltre a una miriade di altri premi.

Tutti riconoscimenti meritati: la sua interpretazione è competente (suona personalmente il piano nella scena del nightclub) ma non manieristica, sanguigna ma mai eccessiva.

Ricorda molto quelle di R. Lee Ermey - diventato un'icona pop come Sergente Hartman nel capolavoro di Stanley Kubrick Full Metal Jacket - e Louis Gossett Jr. - anch'egli vincitore di un Academy Award come attore non protagonista per il suo ruolo del Sergente Foley in Ufficiale e Gentiluomo di Taylor Hackford con Richard Gere.
Stessa cattiveria, stessa umanità rude e repressa, stesso carisma, stessa capacità di motivare gli allievi tramite metodi piuttosto brutali.

Come i colleghi, Simmons riesce a lasciare il segno nell'immaginario collettivo: numerose sono già le parodie (come questa, in cui ha a che fare con i Muppets; oppure questa, dove la pellicola drammatica diventa una sitcom) e scommettiamo che numerose saranno anche le imitazioni.

Non era facile distinguersi dai due modelli originari, ma ce l'ha fatta: Whiplash è uno degli esempi più fulgidi di quel cinema indipendente che tanto ci piace e che quest'anno ha conquistato a tutti i livelli anche i giurati dell'Academy.

Il finale ovviamente non lo sveliamo, ma il tema della pellicola fa e farà discutere: quando il troppo è troppo?
Un sistema basato su abusi verbali e psicologici forse è utile per formare i militari delle Forze Speciali, ma ha senso applicarlo alla musica?

Lasciamo il giudizio agli spettatori del film e ai lettori di CINEMA A BOMBA!
Il demone del jazz contagerà anche voi?

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mercoledì 25 febbraio 2015

OSCAR 2015. MAI CON QUESTA ACADEMY, SEMMAI COL KEATON

Dall'alto: Michael Keaton omaggia Alejandro G. Iñárritu, regista di Birdman; Julianne Moore con l'Oscar come miglior attrice protagonista; J.K. Simmons, miglior non protagonista.


Una Notte degli Oscar può essere ricordata più per gli esclusi e gli sconfitti che per coloro che hanno vinto?
Sembrerebbe di sì: l'uomo-simbolo di questa edizione - Micheal Keaton, mai così bravo - è rimasto clamorosamente a bocca asciutta, sorpassato a destra da Eddie Redmayne.
Un colpo di scena che ha scatenato subito furiose polemiche.

Chiariamo subito: il giovane britannico (miglior attore protagonista) non ha affatto demeritato; la sua interpretazione in La Teoria del Tutto è straordinaria, ma si ha l'impressione che sulla sua vittoria abbia pesato soprattutto l'appoggio pubblico dello scienziato Stephen Hawking, che Redmayne impersona nel film.

E non dimentichiamo che Hollywood ha da sempre un debole per le "prove dell'handicap", quando cioè il protagonista di una pellicola è un personaggio affetto da una qualsiasi infermità o malattia che induca spettatori e critici alla compassione.
Questo potrebbe spiegare anche il trionfo annunciato della Julianne Moore di Still Alice, che ha dovuto calarsi nei panni di un'insegnante affetta da morbo di Alzheimer per potersi finalmente aggiudicare la statuetta come migliore attrice protagonista dopo 4 nomination andate a vuoto.

Ma l'ex Batman non è l'unico sconfitto: tra i delusi vanno annoverati anche gli esclusi eccellenti.

Neppure nominato lo spassoso The LEGO Movie nella categoria del miglior film d'animazione: al suo posto è stato premiato Big Hero 6, probabilmente perché prodotto dalla potente Disney; mentre quello che secondo noi è il migliore e più divertente cartoon dell'anno si è dovuto accontentare solo di una nomina per la migliore canzone.

Analogo destino per la superdiva Jessica Chastain: suvvia, neanche una nomination per la sua pluripremiata interpretazione in A Most Violent Year?!

Numerosi anche gli sconfitti.
Boyhood, 6 candidature e un solo Oscar vinto da Patricia Arquette come non protagonista (non male per l'indimenticata Alabama del tarantiniano Una Vita al Massimo), ha patito la lunga distanza: presentata in anteprima al Sundance Film Festival - la festa del cinema indie organizzata da Robert Redford - nel Gennaio 2014, la pellicola di Richard Linklater non è riuscita a replicare il successo degli ultimi Golden Globe.

Anche il campione di incassi American Sniper (ha incassato più di tutti i suoi rivali messi insieme), nonostante 6 nomination, ha avuto solo un premio per il miglior montaggio sonoro, proprio com'era successo al memorabile Zero Dark Thirty nel 2013.

Per tacere di Foxcatcher (5 nomine e nessun Oscar, nonostante il premio alla regia strappato a Cannes 2014), del divertente Guardiani della Galassia e soprattutto del capolavoro Interstellar (solo un riconoscimento per gli effetti speciali visivi).

Ma allora chi ha vinto?
Anzitutto Alejandro G. Iñárritu, che grazie a Birdman si è portato a casa 3 delle 4 statuette conquistate dal film con Michael Keaton: miglior film, regia e sceneggiatura (l'ultima è andata al grande Emmanuel Lubezki: secondo Oscar consecutivo per il direttore di fotografia caro a Terrence Malick).
L'autore messicano ha dimostrato un talento e un'immaginazione notevoli, bissando il trionfo dello scorso anno del connazionale Alfonso Cuarón (miglior regia per Gravity).

Altrettanti Oscar, ma meno pesanti, per Grand Budapest Hotel: colonna sonora (Alexandre Desplat era doppiamente candidato, anche per The Imitation Game. 8 candidature e finalmente prima vittoria), scenografia, trucco e acconciatura, ma soprattutto costumi.
9 nomination e ben 4 riconoscimenti - dopo Barry Lyndon, Momenti di Gloria e Marie Antoinettte - per la costumista torinese Milena Canonero, una delle più eleganti signore della cerimonia e unico orgoglio nostrano della serata.
Bravissima!

La vera rivelazione è stata Whiplash di Damien Chazelle (un regista da tenere d'occhio): 3 Oscar su 5 nomine.
Oltre a quelli per montaggio e sonoro, spicca il premio come attore non protagonista al caratterista J.K. Simmons: nella parte di un direttore di conservatorio stile sergente di Full Metal Jacket, il J.J. Jameson dello Spider-Man di Sam Raimi aveva l'occasione della vita ed è stato in grado di sfruttarla.

Poche sorprese - o nessuna - nelle categorie cosiddette minori.
Paweł Pawlikowski è riuscito, con Ida, laddove non sono arrivati suoi connazionali più blasonati come Andrzej Wajda, Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Zanussi: portare in Polonia l'Oscar per il miglior film straniero.
Ma l'Academy, premiando Leviathan - critica alla società russa ai tempi di Putin - o Timbuktu - dove si mette alla berlina il fondamentalismo islamico - avrebbe dimostrato più coraggio e un maggiore aggancio all'attualità di questi giorni.

Se a Citizenfour, miglior documentario, ha giovato il nome del regista Steven Soderbergh nell'elenco dei produttori esecutivi, a Selma non sono bastate le polemiche politiche delle scorse settimane: premiata solo la canzone cantata da John Legend e dal rapper Common, dopo che erano stati snobbati sia il protagonista David Oyelowo (ma almeno una nomination poteva starci) sia la regista Ava DuVernay.

Meritati infine gli Oscar alla carriera all'attrice Maureen O'Hara e allo sceneggiatore francese Jean-Claude Carrière, mentre è sacrosanto quello assegnato al maestro dell'animazione giapponese Hayao Miyazaki, che con opere quali Porco Rosso (al quale proprio Michael Keaton aveva prestato la voce nella versione in inglese: ma guarda un po' che coincidenza...), La Città Incantata, Il Castello Errante di Howl e Si Alza il Vento ha ridefinito il modo di fare cinema d'animazione.
Lui va in pensione, ma il suo Studio Ghibli - che già aveva prodotto il bellissimo La Collina dei Papaveri - continuerà a divulgare nel mondo la sua sensibilità artistica.

Speciale finito, quindi?
Sì e no: per quanto riguarda strettamente gli Oscar 2015 abbiamo concluso, ma alle porte c'è un nuovo Speciale, dedicato al vincitore morale di questa edizione.
Ormai avrete capito di chi si tratti...proprio lui, Michael Keaton.

Lo avevamo in programma già dall'estate scorsa, ma ora più che mai è divenuto attuale.
Rimanete con noi, quindi: c'è da rendere giustizia all'attore dell'anno.

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