CINEMA A BOMBA!

domenica 17 dicembre 2023

NAPOLEON, DUE (E PIÙ) VOLTE NELLA POLVERE


(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 



USA/Regno Unito, 2023
104'
Regia: Ridley Scott
Interpreti: Joaquin Phoenix, Vanessa Kirby, Tahar Rahim, Rupert Everett, Ben Miles, Ludivine Sagnier, Paul Rhys, Sinéad Cusack, Matthew Needham, Edouard Philipponnat.


Lui è Napoleone Bonaparte (Phoenix), giovane, brillante, ambizioso ufficiale destinato ad un glorioso futuro e ad una fine in esilio.

Lei è Giuseppina de Beauharnais (Kirby), aristocratica vedova, disinibita per sopravvivere a tempi tumultuosi.

I due si conosceranno, si sposeranno, avranno una vita coniugale piena di problemi, si lasceranno, ma non si dimenticheranno.

Lei morirà prima di lui e lui la ricorderà prima di spirare.


Sembra che le ultime parole del controverso Uom fatale di manzoniana memoria siano state infatti "La Francia, l’esercito, il capo dell’esercito, Joséphine".

Ridley Scott, quasi infischiandosi delle altre, ha costruito tutto un film intorno alla parte meno interessante e notevole della vita del Gran Corso: quella relativa al suo rapporto con la moglie Giuseppina, poi ripudiata perché non in grado di dargli un erede.

Il precoce talento strategico, il genio militare, il carisma, l'ascendente popolare e tra le file dell'esercito, la sfrenata ambizione, le ascese e le cadute, le riforme sociali introdotte, il rapimento di papa Pio VII, l'influenza nell'arte, nella storia e nella politica...: ce ne sarebbe stato, di materiale, per fare un kolossal degno della fama di un personaggio storico così importante.

Ma il regista di Il Gladiatore ha sprecato una grande occasione: pur sentendoci di salvare alcune inquadrature e le scene di battaglia (rappresentate solo quelle di Tolone, Austerlitz, Borodino e naturalmente Waterloo) - comunque non dettagliate né troppo accurate - per il resto ci sembra che tutto il potenziale biografico sia stato sacrificato in favore di una non originalissima vicenda di corna, attrazione e passione, intervallata qua e là da un'accozzaglia di errori e inesattezze storiche da far accapponare la pelle.

Si salva ben poco, quindi, in questa disastrosa trasposizione cinematografica e a farne le spese sono i due interpreti principali: Joaquin Phoenix, che pure ha già dimostrato ampiamente il proprio talento (soprattutto in The Master, Lei/Her, Joker), qui non rende al meglio il carisma del personaggio; Vanessa Kirby (ricordiamolo: Coppa Volpi come migliore attrice alla Mostra del Cinema di Venezia 2020) è brava, ma non basta.

A parziale scusante del cineasta britannico, che quando vuole sa il fatto suo (lo dimostrano, tra gli altri, Blade Runner e Sopravvissuto/The Martian) - salvo poi scivolare in passi falsi (come con House of Gucci) - c'è una considerazione: la vita di Napoleone, così complessa e ricca di avvenimenti, non si è dimostrata finora molto adatta per il grande schermo.

Ci aveva provato ai tempi del muto il francese Abel Gance, ma la sua agiografia, pur fervida di immaginazione e caratterizzata da notevoli innovazioni registiche, era talmente monumentale da risultare in un film di circa 6 ore che per di più si fermava... alla Campagna d'Italia! (lo sforzo produttivo era stato talmente notevole che, nonostante il successo commerciale, Gance finì con ridimensionare di molto le sue ambizioni di proseguire nella biografia).

Ci avevano provato gli studios hollywoodiani senza troppa fortuna, sfruttando in drammoni romantici la notorietà di divi come Charles Boyer e Greta Garbo (Maria Walewska, del 1937) e Marlon Brando e Jean Simmons (Désirée, del 1954).

Ci aveva provato il produttore Dino De Laurentiis, che aveva cercato di coinvolgere il grande regista John Huston, ma che si era dovuto accontentare del sovietico Sergej Bondarčuk: Waterloo del 1970, pur apprezzabile nella ricostruzione fedele della famosa battaglia, era stato un fiasco al botteghino.

Ci aveva provato perfino Stanley Kubrick: il suo Napoleone in chiave antieroica non venne alla luce (ma, a quanto si sussurra, mai dire mai...); tuttavia molte delle idee che gli erano venute in mente almeno confluirono poi in quel capolavoro assoluto che è Barry Lyndon.

E ci avevano provato anche diversi registi italiani, dall'inizio del Novecento in poi, con esiti non memorabili - anche se l'interessante N (Io e Napoleone) di Paolo Virzì, incentrato sull'esilio dell'Imperatore francese all'Isola d'Elba e tratto dal fortunato romanzo N. del compianto Ernesto Ferrero, ha almeno il merito di aver lanciato la carriera di Elio Germano.

Insomma, i precedenti giocavano a sfavore di Ridley Scott, che però ci ha messo del suo per farci ricordare (e provare) i versi di Il Cinque Maggio:

Ahi! Forse a tanto strazio/cadde lo spirto anelo,/e disperò.

Cosa resterà quindi del suo Napoleone?

Ai posteri/l'ardua sentenza!


Etichette: , , , , , , , , ,

martedì 15 ottobre 2019

JOKER, SIAMO TUTTI CLOWN?

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2019
123'
Regia: Todd Phillips
Interpreti: Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Frances Conroy, Brett Cullen, Douglas Hodge, Dante Pereira-Olson, Shea Whigham, Bill Camp, Marc Maron, Bryan Callen


A Gotham City le profonde e durature disparità economiche hanno incattivito le persone: la criminalità dilaga indisturbata, i ricchi arroganti e strafottenti palesemente disprezzano e discriminano i più bisognosi, le periferie sono abbandonate al degrado e alla sporcizia.

Arthur Fleck (Phoenix) è un poveraccio con problemi psichici (che lo fanno ridere in modo parossistico e involontario) che vive con la madre (Conroy), anch'essa poco lucida, in uno squallido appartamentino in un edificio mal tenuto - dove vive anche la comprensiva ragazza-madre Sophie (Beetz) - e che guadagna qualche soldo facendo il clown in strada e in ospedale.

Il suo desiderio sarebbe quello di diventare un cabarettista - su modello del brillante conduttore televisivo Murray Franklin (De Niro) - ma la sua condizione mette a disagio le persone e in pubblico egli appare goffo e poco buffo.

La sua vita, poi, non è di certo una commedia: maltrattato da bambino, pure da adulto subisce ogni sorta di angheria e prepotenza.

Finché un giorno riesce a reagire all'ennesimo sopruso, scatenando un effetto domino sulla sua vita e su quella della città.






Preannunciato dalla clamorosa vittoria del prestigiosissimo Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia, da un nugolo di polemiche per un presunto incitamento alla violenza e dal timore di atti emulativi (soprattutto negli Stati Uniti), è arrivato come una bomba Joker, film sulla genesi del principale antagonista di Batman.

Grossi incassi finora al botteghino in tutto il mondo, fiumi di inchiostro sui giornali, in tendenza in tutti i social network, pubblico in visibilio, critici sommersi di...critiche in caso di recensioni non entustiastiche e comunque molto divisi (soprattutto in patria; in Italia invece il consenso è stato quasi unanime): poche opere riescono a suscitare reazioni così viscerali - ed il cinema, in crisi, ha un gran bisogno di ritrovare passione e idee, schiacciato com'è dalla concorrenza spietata delle Tv e delle piattaforme di streaming (si veda il caso Netflix, capace di sfornare ottimi lavori quali Roma di Alfonso Cuarón, La Ballata di Buster Scruggs dei fratelli Coen e il prossimo e già acclamato The Irishman di Martin Scorsese).

È vero, pochi mesi fa Avengers: Endgame ha spinto milioni di persone nelle sale ed è divenuto il film che ha incassato di più nella storia del cinema; ma si tratta del frutto di una programmazione attenta alla fidelizzazione degli spettatori (e quindi finalizzata soprattutto a fare profitti): prodotto rassicurante per i fan, molto gradevole, fatto molto bene, ricco di effetti speciali, con attori belli e scanzonati.

Recentemente Scorsese ha definito le pellicole Marvel come un parco divertimenti, come un puro intrattenimento senza alcuna pretesa artistica.
Si può essere d'accordo o meno con il pensiero di un cineasta così illustre - un vero appassionato, comunque, della Settima Arte - ma non si può non notare la penuria di "cose nuove" e di progetti audaci in campo cinematografico.

Ecco che allora Joker rappresenta una novità, un qualcosa di visto pochissime altre volte (e mai in modo così efficace): il tentativo di proporre un film d'autore, un film di denuncia a basso budget, camuffandolo da cinecomics, da film popolare.

Come si fa a rendere interessante ad un ampio pubblico la storia di un uomo solo e con problemi psichici in balia della violenza, dell'indifferenza, del disprezzo?
Sarebbero in pochi quelli disposti a vedere una pellicola che tratta un argomento così duro e crudo.

Ma se quest'uomo così disgraziato diventasse poi un personaggio iconico e carismatico, principale antagonista di uno dei supereroi più celebri del mondo...

La rivincita di Arthur Fleck - avete notato che "A. Fleck" richiama il cognome del celebre attore che impersona l'Uomo Pipistrello nel ciclo della Justice League? - sulla società che lo ha così maltrattato, proprio in virtù del suo destino (da perdente sappiamo che diverrà un numero uno - sebbene del crimine), rappresenta allora un più potente megafono della protesta degli ultimi.

Chi, preoccupandosi, ha interpretato Joker come una chiamata alle armi rivolta a disagiati, però a nostro avviso non ha centrato il punto: con il pretesto del racconto delle origini di un cattivo, si affrontano i temi della malattia mentale, dell'emarginazione, della sopraffazione in un modo che possa arrivare diritto come un pugno agli stomaci degli spettatori.

Chi entra in sala convinto di vedere lo spin-off di un film di supereroi, si ritrova invece catapultato nella vita disgraziata di un pover'uomo e viene portato a trovare comprensione, rispetto, tenerezza per lui.

Il deflagrare della violenza, così, diventa la goccia che fa traboccare un vaso pieno di frustazione e, lungi dal giustificarne gli atti, diviene un urlo di rivolta liberatorio nei confronti di un mondo ingiusto in cui gli ultimi sono abbandonati a se stessi e i ricchi si permettono di deriderli o di liquidare le loro istanze come pretese irrealizzabili e comunque non prioritarie, se non addirittura come pericolose.

Joker ci avvisa: il mondo è in fermento, guai a far finta di nulla.






Todd Phillips non sbaglia niente, nella rappresentazione della sua visione: lasciati da parte Una Notte da Leoni e i suoi seguiti, ispirandosi a due classici del calibro di Taxi Driver e Re Per Una Notte di Scorsese, egli opta per un ritratto cupo, crudo, pessimistico della società.

La regia è grezza e realistica, ben lontana dalle esagerazioni dei cinecomics - apprezzabili, in questo contesto, la mancanza di effetti speciali fracassoni e invadenti e la fotografia "sporca" di Lawrence Sher.

La straordinaria colonna sonora composta dall'islandese Hildur Guðnadóttir è eterea e straniante; le canzoni That's Life e Send In The Clowns, rese universalmente note da Frank Sinatra, e Smile di Charlie Chaplin offrono un contrappunto ironico, mentre Rock & Roll Part 2 del molto discusso Gary Glitter e White Room dei Cream sono in sottofondo a due scene divenute iconiche - rispettivamente, quella della scalinata e quella dell'insurrezione.

Il trucco di Nicki Ledermann e Kay Georgiou e i costumi di Mark Bridges dovevano discostarsi in modo significativo da quelli delle personificazioni precedenti del personaggio: missione compiuta, sono stati apprezzati dal pubblico e sono divenuti riconoscibili e popolari.

Bravissimi gli attori "di contorno": Robert De Niro, quando vuole, sa essere straordinario (questa è la conferma); Zazie Beetz (già vista in Deadpool 2) ha una faccia che funziona; Frances Conroy (la madre di Arthur) e Brett Cullen (Thomas Wayne) sono convincenti.

Ma Joker, volenti o nolenti, è il film "di" Joaquin Phoenix.

Che fosse un interprete eccellente lo sapevamo già - è a dir poco strepitoso in Lei-Her di Spike Jonze e in The Master di Paul Thomas Anderson, giusto per fare due esempi.

Ma che fosse così bravo...

Non è molto corretto fare accostamenti con Jack Nicholson e col rimpianto Heath Ledger, che avevano già portato sullo schermo il personaggio, rispettivamente in Batman di Tim Burton e Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan, anche perché i due erano co-protagonisti (sebbene molto carismatici e incisivi), mentre Phoenix è il fulcro dell'intero film, capace di reggerne il peso dalla prima all'ultima scena.

Scheletrico, nevrotico, sofferto, sgraziato, ferito, deformato, il corpo di Joaquin Phoenix si fa rappresentazione del dolore e dell'ingiustizia, così come il suo volto dolente è una smorfia di una sofferenza anche interiore e non un sorriso o un ghigno.

L'attore nato a Porto Rico dà un'interpretazione viscerale e totalmente immersiva, tanto da diventare lui stesso il personaggio che porta in scena, in una trasformazione che è impressionante: non si tratta di un semplice gigioneggiare in modo istrionico, né di un'adesione totale al Metodo Stanislavskij di immedesimazione maniacale.

È come se trasferisse tutti suoi demoni interiori, il suo vissuto, nel dolore, nella maschera, nella risata terrificante e straziante di Arthur Fleck.

Praticamente tutti quelli che hanno visto il film concordano sul fatto che egli meriterebbe ampiamente l'Oscar come miglior attore protagonista, ma indipendentemente dalla sua vittoria o dalla sua sconfitta sappiamo già che la sua magistrale prova attoriale sarà ricordata a lungo, tanto è incisiva, disperata, viva e sconvolgente.

Sicuramente la sua recitazione è l'asso vincente di un film che non esitiamo a definire un capolavoro incendiario - tanto è potente e in grado di generare discussioni.

Certo la scelta dei produttori di discostarsi dalla travagliata serie DC Extended Universe (L'Uomo d'Acciaio, Batman v Superman, Suicide Squad, Wonder Woman, Justice League, Aquaman, Shazam!) si è già rivelata un azzardo vincente.

Solo tra qualche anno vedremo se Joker resterà un caso isolato o se assumerà il titolo di precursore di un nuovo modo di intendere i cinecomics.

Noi tifiamo per quest'ultima ipotesi.




Etichette: , , , , , , , , , , , , , , , ,

domenica 8 settembre 2019

VENEZIA 2019. VINCERE IL LEONE? UN... JOKER DA RAGAZZI!

Dall'alto: il direttore Alberto Barbera fa le bolle; Joaquin Phoenix fa San Tommaso col Leone d'Oro; lo svedese Roy Andersson se la ghigna. 


Prima il cartellone completo.
Poi il commento ad esso collegato.
Quindi l'elenco dei vincitori.

Se avete letto questi 3 post precedenti (o almeno l'ultimo), allora sapete già che Joker di Todd Phillips - lo stesso regista di Una Notte Da Leoni, non dimentichiamolo - ha vinto il Leone d'Oro della 76a Mostra del Cinema di Venezia.
E che, per quanto clamorosa, questa notizia non è affatto sorprendente.

Più sorprendente è il fatto che non sia stato premiato il suo protagonista, Joaquin Phoenix, con la Coppa Volpi.
Purtroppo, in base ad una regola sciocca, non è possibile assegnare due riconoscimenti alla stessa pellicola.
Peccato, perché la critica è stata unanime nell'incensare la sofferta performance dell'attore, che pure aveva già ottenuto il riconoscimento a Venezia 2012 - ex aequo col collega Philip Seymour Hoffman - per il suo ruolo in The Master di Paul Thomas Anderson.

Era già successo anni fa, proprio al Lido: Leone d'Oro a The Wrestler di Darren Aronofsky, ma bocca asciutta per il suo interprete Mickey Rourke, nonostante le lodi sperticate ricevute da tutti.
Ora come allora, la prestigiosa Coppa è finita nelle mani di un italiano: ieri Silvio Orlando, oggi Luca Marinelli (fortissimo in entrambi i casi il sospetto di un "contentino").

Phoenix tornerà a casa a mani vuote, ma ha avuto il merito di essere riuscito a dare nuove sfaccettature a un personaggio ingombrante e difficilissimo, già reso indimenticabile dalle interpretazioni passate di Jack Nicholson (clownesco e geniale in Batman) e Heath Ledger (psicopatico e minaccioso ne Il Cavaliere Oscuro).
Di certo ha surclassato il precedente Joker dandy e metrosessuale di Jared Leto (apparso nel deludente Suicide Squad).






Per quanto concerne le altre opere in programma, le sconfitte più cocenti sono quelle di J'Accuse di Roman Polański e di The Laundromat di Steven Soderbergh.
Il primo si è dovuto "accontentare" del Gran Premio della Giuria; a favore hanno giocato l'intensa interpretazione del mitico Jean Dujardin e, forse, la vertiginosa scollatura sfoggiata dalla Signora Polansky - ossia l'attrice Emmanuelle Seigner - sul red carpet.
Il secondo non ha ottenuto nulla, nonostante il consueto cast stellare.

Niente da fare anche per La Verité, film d'apertura della Mostra diretto da Hirokazu Kore'eda (già vincitore della Palma d'Oro a Cannes 2018 con Un Affare di Famiglia) e Ema dell'acclamato cineasta cileno Pablo Larraín (di cui avevamo assai apprezzato il politico No al Torino Film Festival di qualche anno fa).
Persino Marriage Story di Noah Baumbach, sodale di Wes Anderson, è stato ignorato, benché qualcuno ne abbia parlato in ottica di Oscar.

Per non parlare di Wasp Network di Olivier Assayas.
Il cineasta francese è un abitué dei festival, avendo già concorso a Venezia 2018, a Cannes 2016, a Cannes 2014 e Venezia 2012... Ma stavolta gli è andata male.

Chi invece gongola è lo svedese Roy Andersson, già Leone d'Oro a Venezia 2014.
Il suo About Endlessness non era certo tra i favoriti, ma ha conquistato il Leone d'Argento per la miglior regia, alla faccia della concorrenza.

Chi piange e chi ride, chi vince e chi perde, chi si esalta e chi si infuria.
Insomma, un'altra Mostra del Cinema.




Etichette: , , , , , , , , , , , ,

martedì 11 dicembre 2018

BOHEMIAN RHAPSODY, QUEEN SI CANTA!

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA/UK, 2018
134'
Regia: Bryan Singer, Dexter Fletcher (non accreditato)
Con: Rami Malek, Ben Hardy, Joseph Mazzello, Gwilym Lee, Lucy Boynton, Aidan Gillen, Tom Hollander, Allen Leech, Mike Myers.


Storia, successi ed eccessi di un cantante figlio di immigrati, Farrokh Bulsara, dagli esordi giovanili in una band alla consacrazione planetaria come Freddie Mercury, frontman dei Queen e icona rock tra le più celebri di sempre.

Passando per canzoni come Somebody To Love, Killer Queen, Bohemian Rhapsody, Crazy Little Thing Called Love, Love Of My Life, We Will Rock You, Another One Bites The Dust, I Want To Break Free, Radio Gaga, Hammer To Fall, We Are The Champions (la storia finisce con il Live Aid a Wembley del 1985)...






Lo affermiamo fin da subito: Bohemian Rhapsody è un film per chi ama la musica dei Queen, piuttosto che per i fan del gruppo inglese.

Biopic abbastanza infedele e poco accurato (tante le inesattezze, le incongruenze e gli errori nella sceneggiatura sulla vita di Mercury), un po' edulcorato (si è preferito mettere in secondo piano la sregolata vita privata e sessuale della rockstar) e celebrativo (tra i produttori compaiono pur sempre due membri della band, Brian May e Roger Taylor), esso ha fatto storcere il naso a più di un fan di stretta osservanza e a molta critica cinematografica.

Ma ciò non ha assoltamente influenzato il grande pubblico, che si è riversato numeroso nelle sale.

Un po' ovunque gli spettatori hanno intonato le canzoni assieme agli attori sullo schermo e hanno applaudito al termine della proiezione, dimostrando così un apprezzamento pressoché unanime per la messa in scena della storia dei Queen.

La scelta di privilegiare la parte spettacolare (le esibizioni, i concerti...), pubblica, musicale, su quella privata e intima si è dimostrata vincente, anche perché funziona bene ed è scossa da un'energia e da una vitalità contagiose.

Buona parte del merito va riconosciuta all'interpretazione di Rami Malek.

Il protagonista della serie Tv Mr. Robot, già apparso in The Master di Paul Thomas Anderson (vincitore morale della Mostra del Cinema di Venezia 2012), è un Freddie Mercury sensibile, solitario, tormentato, trasgressivo, professionale, carismatico, fragile, fedele alle amicizie, dalla voce potente e dalla notevole presenza scenica.

Malek, che pure fisicamente è più gracile dell'originale, si cala nel personaggio - al pari di Ben Hardy, Gwilym Lee e Joseph Mazzello, che impersonano gli altri componenti del gruppo (rispettivamente Roger Taylor, Brian May e John Deacon) - in modo credibile ed efficace.

E certamente è un Freddie Mercury molto diverso da quello che avrebbe potuto interpretare Sacha Baron Cohen, prima scelta per il ruolo - glielo avevano proposto nel 2010, ma non se n'è poi fatto niente per l'opposizione di May e Taylor alle idee del comico, che voleva mettere in risalto e rappresentare a tinte fosche gli eccessi del frontman.

Bohemian Rhapsody le sue turbolenze le ha comunque avute, a causa di Bryan Singer.

L'autore di I Soliti Sospetti, X-Men, Superman Returns è stato licenziato a riprese quasi finite e sostituito da Dexter Fletcher ufficialmente a causa di un ritardo ingiustificato che ha molto rallentato i lavori - ma molti pensano che i veri motivi fossero i litigi con l'attore protagonista e, soprattutto, le accuse di molestie sessuali a danno di ragazzi minorenni.

Non sappiamo cosa sia successo veramente, ma il fatto è che l'unico regista accreditato è proprio lo stesso Singer.

La pellicola si è dimostrata però più forte di tutte le polemiche: potere di canzoni che sono rimaste e della gran voglia, da parte del pubblico, di riviverle e di cantarle.

Non sarà forse un capolavoro, ma fa bene al cuore vedere come il cinema riesca ancora a suscitare cori, applausi, emozioni: è raro che un film riesca a rendere gli spettatori parte integrante dello spettacolo, ma Bohemian Rhapsody ci è riuscito.

Se vi sembra poco...




Etichette: , , , , , , , , ,

domenica 16 settembre 2012

VENEZIA 2012. VIAGGIO NEI LUOGHI DELLA MOSTRA DEL CINEMA

Vi abbiamo raccontato nei post precedenti e in quelli dell'anno scorso la Mostra del Cinema da un punto di visto cinefilo parlando principalmente dei film, dei protagonisti e accennando soltanto brevemente ai luoghi dove essa si svolge.

Cerchiamo di colmare questa lacuna presentandoveli più dettagliatamente e con l'ausilio di foto.


Innanzitutto una precisazione. La Mostra non si svolge nella città di Venezia, bensì al Lido (un'isola che separa la Laguna dal Mar Adriatico) comodamente raggiungibile con un vaporetto che, eccezionalmente durante il periodo della rassegna, ferma nei pressi del Casinò (foto sopra).
Una curiosità: quando nei Tg vedete sbarcare i divi dal motoscafo, sappiate che l'approdo dal quale essi scendono è a fianco di questa piattaforma.


Ad accogliere i visitatori, una volta arrivati a terra, è l'ingresso del Movie Village, allestito presso i giardini pubblici.


Varcando la soglia, sulla destra, c'è subito il prefabbricato che ospita la biglietteria e l'ufficio informazioni. I ragazzi che lavorano qui sono sempre disponibili e informati.
Una tappa obbligata per chi è alla prima esperienza festivaliera.


Di fronte alla biglietteria si vedono un bar, un ristorante, tavolini, panchine... Nei paraggi, il deposito bagagli. Insomma, ci troviamo nel regno incontrastato degli accreditati, che qui passano la loro giornata quando non sono intenti a guardare film.


Seguendo le indicazioni, da qui si può giungere in pochi minuti al Palazzo del Cinema, sul Lungomare Marconi. Dall'alto: il palazzo allestito per la 69a edizione della Mostra del Cinema (quella di quest'anno) e il red carpet; la postazione dei fotografi; l'ingresso; l'interno.


All'interno del Palazzo del Cinema c'è la Sala Grande, dove vengono presentati ufficialmente (spesso in anteprima mondiale) i film (in e fuori concorso) in presenza dei registi, degli attori protagonisti e dei produttori. Qui si svolge anche la cerimonia di premiazione della Mostra.
Noi di CINEMA A BOMBA! vi abbiamo visto Alois Nebel e il Wuthering Heights-Cime Tempestose di Andrea Arnold.
La capienza è di 1.032 posti.


A pochi minuti a piedi dal Palazzo del Cinema c'è il PalaBiennale, un'enorme tensostruttura temporanea da 1.700 posti che ospita principalmente le doppie proiezioni serali per il pubblico (con il prezzo di un biglietto si possono vedere due film).
Qui abbiamo visto quasi tutti i film che abbiamo recensito per il reportage dell'anno scorso.
Dall'alto: la struttura; l'interno.


Ritornando nei pressi del Movie Village, alcune transenne nascondono il vialetto d'ingresso che porta alla Sala Darsena (1.300 posti), dove vengono proiettati alcuni film delle sezioni cosiddette minori.
Il nostro inviato, però, c'è stato per la riproposizione dell'acclamato The Master.
Dall'alto. l'ingresso; l'interno.


L'edificio del Casinò, tra il Palazzo del Cinema e il Movie Village, ospita la Sala Perla (400 posti) e, temporaneamente, la Sala Volpi (150 posti) - spazi dove sono proiettati gli eventi speciali e film delle sezioni collaterali - nonché, per gli operatori del settore, Meeting Point, presenti anche nel vicino e lussuosissimo Hotel Excelsior, sul lungomare.
Ma questi luoghi non li abbiamo visti, se non dall'esterno.

Beh, il viaggio è terminato.
Il nostro augurio è che, se siete interessati, lo possiate fare anche voi: noi vi abbiamo dato delle descrizioni, ma le emozioni le potete provare soltanto venendo al Lido di persona.

Etichette: , , , , ,

giovedì 13 settembre 2012

VENEZIA 2012. THE MASTER, CERCO UN CENTRO DI GRAVITA' PERMANENTE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2012
137'
Regia: Paul Thomas Anderson
Interpreti: Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern


Dal nostro inviato alla Mostra del Cinema di Venezia.


E così, come anticipato nel post precedente, ho acquistato il biglietto per una delle opere più attese alla vigilia della Mostra del Cinema di Venezia, The Master, del regista cult Paul Thomas Anderson, autore assai stimato di Magnolia e Il Petroliere e fresco vincitore del Leone d'Argento per la migliore regia.

Opera molto attesa anche perché annunciata come prima, aperta critica cinematografica al controverso e potente movimento di Scientology.

Fughiamo subito ogni dubbio: dopo aver visto il film si ha l'impressione che il regista non fosse tanto interessato ad attaccare l'organizzazione fondata da Ron Hubbard (i riferimenti ci sono, ma sono palesi solo per chi ne conosce la genesi) quanto piuttosto a descrivere la ricerca da parte di un reduce della Seconda Guerra Mondiale inquieto e a disagio nelle relazioni interpersonali (Joaquin Phoenix) di un equilibrio nella sua vita.

Ad un certo punto sembra averlo trovato grazie alla relazione di amicizia, confidenza, fiducia che riesce ad instaurare con il capo di una psico-setta in espansione (Philip Seymour Hoffman).

P.T. Anderson presenta, quindi, la storia di due persone agli antipodi come carattere (ma, come si dice, gli opposti si attraggono) che però non riescono a fare a meno l'uno dell'altro: lo sbandato trova nel guru un senso di sicurezza e questi si sente attratto dall'irrefrenabile anelito alla libertà, dall'agire slegato dai lacci delle convenzioni sociali del suo sodale.

La messa in scena di questo rapporto, che diventa presto di interdipendenza, utilizza immagini magniloquenti ed epiche ad alta definizione, molto nitide, ottenute grazie all'utilizzo della ormai raramente adoperata pellicola formato 65 mm (proiettata in 70 mm), dalla resa assai suggestiva.

Ciò che impressiona maggiormente in The Master non è, però, la trama in sé (un'analisi più approfondita della setta la avrebbe reso forse più pepata), né la perizia registica sopraffina con la quale questa è sviluppata e alla quale Anderson ci ha abituati, bensì le superbe interpretazioni dei due protagonisti, non a caso entrambi premiati ex aequo con la Coppa Volpi per il migliore attore.

Più facile (si fa per dire) la prova di Joaquin Phoenix, che riesce a conquistare lo stesso riconoscimento che aveva consacrato 21 anni fa suo fratello River (per Belli e dannati), per un ruolo di reietto sopra le righe e tormentato che sembra ritagliato apposta su di lui.

Più sottile e con maggiori sfaccettature il personaggio rappresentato da Philip Seymour Hoffman, manipolatore e manipolato, carismatico e succubo, esteriormente rassicurante quanto intimamente sulfureo.
The Master (il maestro) è lui.

Etichette: , , , , , ,

lunedì 10 settembre 2012

VENEZIA 2012. I VINCITORI, OVVERO QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DE LUNGOMARE MARCONI

Dall'alto: Laetitia Casta sul red carpet nella serata della premiazione; Kim Ki-duk con il Leone d'Oro; Philip Seymour Hoffman mostra la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile.


Dal nostro inviato alla Mostra del Cinema di Venezia.


E' consuetudine ormai consolidata nel tempo che i film vincitori dei premi più importanti della Mostra del Cinema di Venezia vengano riproposti al pubblico subito dopo la cerimonia di premiazione (quest'anno hanno deciso di ritrasmettere le pellicole che hanno conquistato il Leone d'Oro per il miglior film e il Leone d'Argento per la migliore regia).

Problema: spesso vengono scelti titoli che lasciano perplessi (l' anno scorso, per esempio, sono stati premiati Faust di Aleksander Sokurov e un regista cinese).

Non avendo potuto assistere alla visione di alcun film, ecco che, arrivato a Venezia per fare la cronaca degli ultimi scampoli della Mostra, la possibilità di vedere film interessanti era legata esclusivamente ai gusti di una giuria quanto mai eterogenea: i registi Michael Mann, Matteo Garrone, Peter Ho-Sun Chan, Ari Folman, Ursula Meier, Pablo Trapero, le attrici Laetitia Casta e Samantha Morton, l'artista Marina Abramovic.

Data per certa la vittoria del coreano Pietà di Kim Ki-duk (Kim è il cognome), che in effetti ha conquistato il Leone d'Oro ma che non avevo particolare voglia di vedere, non mi restava che sperare nel Leone d'Argento.

Un urlo di terrore mi si è strozzato in gola quando hanno annunciato che il premio per la migliore regia era stato assegnato a... Ulrich Seidl, autore di un film-scandalo che molto ha fatto discutere (e proprio il suo film era l'unico che mi ero riproposto di non vedere assolutamente), mentre un contentino, il Premio Speciale della Giuria, era andato a The Master di Paul Thomas Anderson (che avrei visto volentieri).

Bene, ho pensato, mi tocca scegliere tra due film che non mi interessano.
Ma mentre mi stavo mettendo il cuore in pace e incamminando per andare ad acquistare il biglietto per il film coreano che ero sicuro avrebbe vinto (tuttavia chi ha assitito alla proiezione mi ha confidato che si tratta di una pellicola veramente bella ed importante: magari in futuro potrei vederla lo stesso), colpo di scena!

Durante il discorso di ringraziamento di Seidl, si alza Laetitia Casta, si scusa e annuncia che gli ultimi due premi sono stati invertiti!

Che gaffe! Ma meno male che è andata così: CINEMA A BOMBA! ha così potuto fare la recensione di un film del quale sentiremo ancora parlare.

Comunque, un motivo in più per ammirare la stupenda modella corsa.

Qui di seguito tutti i premi, assegnati tra le immancabili polemiche, che hanno investito soprattutto il giurato Matteo Garrone, reo di non essersi imposto sufficientemente per far vincere un premio importante ad uno dei film italiani in concorso.

Polemiche stupide: a Garrone la nostra piena solidarietà.


LEONE D’ORO per il miglior film a PIETA di Kim Ki-duk (Corea del Sud)

LEONE D’ARGENTO per la migliore regia a THE MASTER di Paul Thomas Anderson (Stati Uniti)

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a PARADIES GLAUBE di Ulrich Seidl (Austria, Germania, Francia)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile a Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix nel film THE MASTER di Paul Thomas Anderson (Stati Uniti)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione femminile a Hadas Yaron nel film FILL THE VOID-LEMALE ET HA’CHALAL di Rama Bursthein (Israele)

PREMIO MARCELLO MASTROIANNI a un giovane attore o attrice emergente a Fabrizio Falco
nel film BELLA ADDORMENTATA di Marco Bellocchio (Italia) e nel film È STATO IL FIGLIO di Daniele Ciprì (Italia)

PREMIO OSELLA PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA a Olivier Assayas per il film APRES MAI di Olivier Assayas (Francia)

PREMIO OSELLA PER IL MIGLIORE CONTRIBUTO TECNICO, PER LA FOTOGRAFIA, a Daniele Ciprì per il film È STATO IL FIGLIO di Daniele Ciprì (Italia)

Etichette: , , , , , , , , , , , , ,