USA, 2021
95'
Regia: Enrico Casarosa
Voci originali: Jacob Tremblay, Jack Dylan Grazer, Maya Rudolph, Giacomo Gianniotti, Sacha Baron Cohen.
Italia, anni 50.
Luca (Tremblay), un anfibio teenager che vive nel Mar Ligure, disobbidisce ai propri genitori ed esce dall'acqua insieme al coetaneo Alberto (Grazer).
Scopre così che i mostri marini come loro si trasformano, una volta asciutti, in esseri umani.
Passano quindi le proprie giornate nel villaggio di Portorosso, dove conoscono il bullo Ercole e la simpatica Giulia.
Tutti e 4 decidono di partecipare alla Portorosso Cup, una specie di triathlon durante il quale bisogna nuotare, mangiare un piatto di pasta e compiere una corsa in bicicletta.
Nei giorni successivi - complice la rivalità con l'odioso Ercole - l'amicizia tra Luca, Alberto e Giulia verrà messa a dura prova...
Per chi non lo conoscesse, Enrico Casarosa è un genovese emigrato in California per realizzare il proprio sogno: lavorare per i big dell'animazione.
Dopo una lunga gavetta da storyboard artist in pellicole come Cars (Disney-Pixar) e L'Era Glaciale (Dreamworks), il nostro conterraneo si fece notare qualche anno fa con il delizioso cortometraggio La Luna, candidato all'Oscar nel 2012.
Come sappiamo, la statuetta venne poi assegnata a The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore, ma la nomination gli diede abbastanza visibilità da permettergli un avanzamento di carriera. Luca è il suo primo lungometraggio da regista.
L'ambientazione è ovviamente ispirata alle coste della Liguria - in particolare alla Riviera di Ponente (provincia di Savona) e alle Cinque Terre - e quella che vi viene rappresentata è un'Italia idealizzata: il Belpaese del Neorealismo post-bellico e del primo Fellini, che tanto piace agli Americani.
Graficamente, si notino un paio di tocchi di (auto)citazionismo, col paesino marittimo di Portorosso che ricorda un po' quello di Porto Corsa visto in Cars 2 e il papà di Giulia che assomiglia molto a quello de La Luna, benché l'influenza del maestro nipponico Hayao Miyazaki e del suo Studio Ghibli sia la più lampante (Portorosso è anche un riferimento/omaggio a Porco Rosso).
Uditivamente, consigliamo convinti la visione in lingua originale: col doppiaggio - non eccelso, oltretutto - si perde almeno metà del divertimento.
E si perde inoltre la possibilità di ascoltare Sacha Baron Cohen - il comico inglese di Borat, visto anche in Les Misérables e Il Processo ai Chicago 7 - in un suo raro excursus nel cinema per famiglie.
Luca è un film d'animazione piacevolmente fresco ed estivo: non un'opera memorabile (come Toy Story, Cars ed Inside Out, ad esempio), ma neppure "l'ennesima prova dell'involuzione artistica della Pixar", come l'ha definito una parte della critica oltreoceanica (in patria l'accoglienza è stata nel complesso tiepida).
Consigliato ovviamente a tutti i Liguri e in generale agli appassionati di spiagge e mare.
Che siano già in vacanza oppure no.
IL PROCESSO AI CHICAGO 7, I MAGNIFICI SETTE (DEI DIRITTI CIVILI)
(Clicca sulla locandina per vedere il trailer).
USA, 2020
130'
Regia: Aaron Sorkin
Con: Sacha Baron Cohen, Eddie Redmayne, Mark Rylance, Joseph Gordon-Levitt, Frank Langella, Yahya Abdul-Mateen II, John Carroll Lynch, Michael Keaton.
Chicago, estate 1968.
Un gruppo di attivisti dei diritti civili, tra cui Abbie Hoffman (Baron Cohen) e Tom Hayden (Redmayne), parteciparono ad una manifestazione contro la guerra nel Vietnam che sfociò in uno scontro tra i manifestanti e la Guardia Nazionale.
Cinque mesi dopo, 7 (+1) di loro vennero arrestati con le accuse di cospirazione e incitamento alla sommossa.
Il processo che ne seguì ottenne un'ampia eco mediatica ed ebbe un forte impatto sull'opinione pubblica.
Chi è Aaron Sorkin?
Per molti è uno sceneggiatore di lungo corso che vinse l'Oscar un decennio or sono grazie a The Social Network di David Fincher (sì, proprio l'autore di Se7en e Mank).
Non tutti sanno però che questo ex drammaturgo di mezza età è pure un valido regista.
Dopo l'esordio dietro la cinepresa nel 2017 con Molly's Game (protagonista l'affascinante Jessica Chastain), il nostro ha firmato la propria opera seconda, che in tanti avevano dato tra le favorite nella corsa a Golden Globe e Oscar.
Sappiamo com'è finita: dopo il Globo per la miglior sceneggiatura, tutte e 6 le nomination per gli Academy Awards sono andate a vuoto.
Peccato: nonostante qualche difetto, Il Processo ai Chicago 7 è una pellicola che merita almeno una visione.
La forza principale di questo legal drama risiede nella sua attualità: racconta un episodio degli anni 60, ma chiaramente parla dell'America di oggi.
Difficile non vedere un parallelo - benché ideologicamente agli antipodi - tra i Chiacago 7 di allora e i Proud Boys di oggi.
Chiariamo: non c'è alcuna volontà di concedere pari dignità ai due movimenti o di giustificare le azioni dei facinorosi che, aizzati da Donald Trump, a inizio anno hanno assaltato Capitol Hill tentando - e fallendo - un colpo di stato.
Anzi, Sorkin non nasconde la propria fede democratica e strizza l'occhio anche a Black Lives Matter.
In definitiva, la sua tesi è: gli Stati Uniti hanno sempre avuto una storia violenta, anche recente, di insurrezioni civili e sociali, però c'è protesta e protesta.
A fare la differenza non è da quale parte della barricata si combatte (quella del popolo o quella delle istituzioni), ma per quale causa, per quale ideale.
Il regista esponde questo pensiero per mezzo di numerose libertà storiche e licenze artistiche che gli hanno attirato diverse critiche (e probabilmente precluso la conquista di una statuetta).
Si tratta tuttavia di un film, non di un documentario.
Come ha detto lo stesso Sorkin in un'intervista: "I personaggi non sono impersonificati, sono interpretati".
E se a farlo è un cast di grande caratura, allora c'è di che accontantarsi.
Si noti che molti dei protagonisti, pur recitando il ruolo di Americani, sono in effetti di nazionalità britannica!
Mark Rylance (già premio Oscar per Il Ponte delle Spie e visto successivamente nel sottovalutatissimo Ready Player One), Eddie Redmayne (anch'egli oscarizzato grazie a La Teoria del Tutto e poi protagonista della serie Animali Fantastici) e Sacha Baron Cohen (che proprio con Redmayne aveva condiviso il set di Les Misérables) sono straordinariamente credibili ed efficiaci.
Proprio quest'ultimo svetta su tutti: in uno dei suoi rari ruoli seri, il comico inglese ha dovuto recitare con un accento yankee per interpretare Abbie Hoffman, un nativo del Massachusetts trapiantato in California.
C'è riuscito così bene da essere stato candidato agli Academy Awards come miglior attore non protagonista.
Come purtroppo sappiamo, la sua nomination - così come quella per la miglior sceneggiatura non originale, ottenuta grazie a Borat 2 - è rimasta tale.
Senza nulla togliere a Daniel Kaluuya (il protagonista di Scappa-Get Out è stato premiato al suo posto per Judas and the Black Messiah, un altro biopic ambientato più o meno nello stesso periodo storico), Sacha non avrebbe affatto demeritato.
Nei ruoli di contorno, tra il giovane Joseph Gordon-Levitt (lo ricordate in Inception e Il Cavaliere Oscuro-Il Ritorno?) e l'anziano Frank Langella (grande attore di formazione teatrale, specializzato in ruoli di cattivo), emerge - tanto per cambiare! - Michael Keaton.
Come sappiamo, l'ex Batman (a proposito: è di questi giorni la clamorosa conferma che rivestirà i panni dell'Uomo Pipistrello nel film "solista" di Flash della Justice League!) sta vivendo negli ultimi anni una seconda giovinezza artistica, iniziata col plurioscarizzato Birdman.
Qui fa poco più di una comparsa, ma la sua performance ricorda da vicino quella - ottima - di un altro recente lungometraggio di impegno civile, Il Caso Spotlight.
Con uno script forse più consono al palcoscenico che al grande/piccolo schermo, Il Processo ai Chicago 7 resta una pellicola da vedere, su cui riflettere e di cui discutere.
Anche senza il blasone portato dagli Oscar.
Migliore attrice protagonista
Viola Davis - Ma Rainey's Black Bottom - FRA
Andra Day - The United States vs. Billie Holiday
Vanessa Kirby - Pieces of a Woman
Frances McDormand - Nomadland - FEDE
Carey Mulligan - Una Donna Promettente
Migliore attore protagonista
Riz Ahmed - Sound of Metal
Chadwick Boseman - Ma Rainey's Black Bottom - FEDE / FRA
Anthony Hopkins - The Father
Gary Oldman - Mank
Steven Yeun - Minari
Migliore attrice non protagonista
Maria Bakalova - Borat - Seguito di Film Cinema - FEDE
Glenn Close - Elegia Americana
Olivia Colman - The Father
Amanda Seyfried - Mank
Yoon Yeo-jeong - Minari - FRA
Migliore attore non protagonista
Sacha Baron Cohen - Il Processo ai Chicago 7
Daniel Kaluuya - Judas and the Black Messiah - FEDE / FRA
Leslie Odom Jr. - Quella notte a Miami...
Paul Raci - Sound of Metal
Lakeith Stanfield - Judas and the Black Messiah
Migliore canzone Fight For You (musiche di H.E.R. e Dernst Emile II, testo di H.E.R. e Tiara Thomas) - Judas and the Black Messiah Hear My Voice (musiche di Daniel Pemberton, testo di Daniel Pemberton e Celeste Waite) - Il Processo ai Chicago 7 - FEDE Husavik (musiche e testo di Savan Kotecha, Fat Max Gsus e Rickard Göransson) - Eurovision Song Contest: The Story of Fire Saga Io sì (Seen) (musiche di Diane Warren, testo di Diane Warren e Laura Pausini) - La vita davanti a sé - FRA Speak Now (musiche e testo di Leslie Odom Jr. e Sam Ashworth) - Quella Notte a Miami (One Night in Miami)
Migliore fotografia
Sean Bobbitt - Judas and the Black Messiah
Erik Messerschmidt - Mank
Phedon Papamichael - Il Processo ai Chicago 7
Joshua James Richards - Nomadland - FRA
Dariusz Wolski - Notizie dal Mondo (News of the World) - FEDE
Migliore scenografia
Donald Graham Burt e Jan Pascale - Mank - FEDE / FRA
David Crank ed Elizabeth Keenan - Notizie dal Mondo
Nathan Crowley e Kathy Lucas - Tenet
Peter Francis e Cathy Featherstone - The Father
Mark Ricker, Karen O'Hara e Diana Stoughton - Ma Rainey's Black Bottom
Miglior montaggio
Alan Baumgarten - Il Processo ai Chicago 7 - FRA
Giōrgos Lamprinos - The Father
Mikkel E. G. Nielsen - Sound of Metal
Frédéric Thoraval - Una Donna Promettente (Promising Young Woman)
Chloé Zhao - Nomadland - FEDE
Migliori effetti speciali
Nick Davis, Greg Fisher, Ben Jones e Santiago Colomo Martinez - L'unico e insuperabile Ivan
Sean Faden, Anders Langlands, Seth Maury e Steve Ingram - Mulan
Andrew Jackson, David Lee, Andrew Lockley e Scott Fisher - Tenet - FEDE / FRA
Matthew Kasmir, Christopher Lawrence, Max Solomon e David Watkins - The Midnight Sky
Matt Sloan, Genevieve Camilleri, Matt Everitt e Brian Cox - Love and Monsters
Miglior sonoro
Nicolas Becker, Jaime Baksht, Michelle Couttolenc, Carlos Cortés e Phillip Bladh - Sound of Metal - FEDE / FRA
Ren Klyce, Coya Elliott e David Parker - Soul
Ren Klyce, Jeremy Molod, David Parker, Nathan Nance e Drew Kunin - Mank
Warren Shaw, Michael Minkler, Beau Borders e David Wyman - Greyhound
Oliver Tarney, Mike Prestwood Smith, William Miller e John Pritchett - Notizie dal Mondo
Migliori costumi
Alexandra Byrne - Emma
Massimo Cantini Parrini - Pinocchio
Bina Daigeler - Mulan
Ann Roth - Ma Rainey's Black Bottom - FEDE / FRA
Trish Summerville - Mank
Miglior trucco e acconciatura
Mark Coulier, Dalia Colli e Francesco Pegoretti - Pinocchio
Eryn Krueger Mekash, Matthew Mungle e Patricia Dehaney - Elegia Americana
Marese Langan, Laura Allen e Claudia Stolze - Emma
Sergio Lopez-Rivera, Mia Neal e Jamika Wilson - Ma Rainey's Black Bottom - FRA
Gigi Williams, Kimberley Spiteri e Colleen LaBaff - Mank - FEDE
BORAT-SEGUITO DI FILM CINEMA, OFFRESI FIGLIA DISPERATAMENTE
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Regno Unito/USA, 2020
96'
Regia: Jason Woliner
Interpreti: Sacha Baron Cohen, Maria Bakalova, Rudolph Giuliani, Michael Pence, Dani Popescu, Tom Hanks
Anni dopo il suo reportage dagli USA, il giornalista kazako Borat Sagdiyev è caduto in disgrazia: il suo Paese ha attirato insulti e derisione, mettendo in imbarazzo i pezzi grossi del regime.
Il presidente del Kazakistan gli offre però un'occasione per redimersi: portare un prezioso dono a Trump o a qualcuno del suo entourage per ingraziarsi i favori degli Stati Uniti.
All'arrivo in America, Borat scopre che sua figlia (Bakalova) si è imbucata clandestinamente. E così gli viene in mente un'idea.
A ben 14 anni dall'uscita del primo film, è tornato Borat, con un seguito giunto a sorpresa, girato in gran segreto.
E a pochi giorni dalle elezioni presidenziali americane, che a distanza di settimane non hanno ancora un risultato definitivo - sebbene sembri certa la sconfitta di Trump e l'affermazione di Joe Biden.
Sacha Baron Cohen, dopo aver irriso l'american way of life, qui mette nel mirino il trumpismo e la risposta USA all'emergenza epidemiologica legata al Covid-19.
Il metodo è simile a quello del predecessore - una sorta di candid camera che coinvolge gente ignara, con scene montate nel contesto di una narrazione cinematografica - ma con risultati diversi.
E discontinui: sebbene le parti con gente comune risultino meno credibili e spontanee, rimangono più impresse invece quelle che vedono protagonisti loro malgrado Michael Pence e Rudolph Giuliani.
Il vicepresidente è quello che ha avuto meno problemi, essendo stato vittima di un'incursione, durante un comizio, del comico inglese vestito da Trump, con in spalla la brava e simpatica Bakalova, pronta per essergli offerta in dono.
Il servizio di sicurezza, in questo caso, è riuscito a sventare la boutade.
L'ex sindaco di New York, invece, è finito nei guai.
Ha iniziato una finta intervista in una stanza d'albergo con la Bakalova nei panni della figlia di Borat, mentre questa cercava di sedurlo (pur dichiarando di essere minorenne), e l'ha continuata nella stanza da letto; qui si è sdraiato e ha cominciato a trafficare dentro i pantaloni.
A questo punto ha fatto irruzione Baron Cohen impersonando Borat, e gli ha offerto la ragazza.
Giuliani si è poi difeso affermando di aver agito così per togliersi il microfono, ma non sono in pochi a non aver creduto a questa versione - a noi la mente è andata a un film come Bombshell.
Fatto sta che l'avvocato personale di Trump è stato sommerso dalle polemiche, proprio a pochi giorni dal voto, scatenando anche le ire del tycoon, che si è sentito attaccato, seppure indirettamente.
Non sappiamo quanto il clamore dello scandalo abbia danneggiato The Donald, ma di certo è servito come pubblicità per il film, che è andato direttamente in streaming su Amazon Prime Video e che sta riscuotendo un ottimo successo sia di critica che di pubblico.
Qualcuno parla anche di chance di Oscar, ma sinceramente la cosa ci sembra un tantino esagerata: rispetto all'originale, questo seguito è inferiore per mordente, ritmo, originalità e irriverenza.
Tuttavia l'aver osato contaminare farsa cinematografica e politica reale rappresenta una presa di posizione militante molto coraggiosa e sicuramente più efficace di tanti discorsi di star hollywoodiane.
Da questo punto di vista, Borat-Seguito di Film Cinema potrebbe aprire la strada ad un nuovo e più aggressivo modo di fare satira.
Chissà se Baron Cohen tra qualche anno sarà considerato un pioniere o solo un caso isolato.
I CLASSICI. BORAT, KAZAKI AMARI PER IL POLITICALLY CORRECT USA
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Regno Unito/USA, 2006
84'
Regia: Larry Charles
Interpreti: Sacha Baron Cohen, Pamela Anderson, Ken Davitian, Luenell Campbell
Borat Sagdiyev (Baron Cohen) è un reporter della televisione del Kazakistan che vive in un villaggio miserrimo e arretrato sia economicamente che culturalmente.
Essendo un giornalista di punta dell'emittente nazionale, viene mandato negli Stati Uniti per studiarne usi e costumi.
Accompagnato dal fido collaboratore Azamat Bagatov (Davitian), egli si sconterà con una civiltà completamente diversa dalla sua e non priva di contraddizioni, che egli stesso, con la sua ingenuità, porterà a galla, lasciando esterrefatti i suoi interlocutori.
Ma la situazione deflagrerà quando vedrà in Tv Pamela Anderson, nei (succinti) panni della bagnina di Baywatch.
Borat - Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan - questo il titolo completo - è stato un vero e proprio caso.
Irriverente, dissacrante, volgare, politicamente molto scorretto, quando è uscito ha suscitato reazioni indignate da parte di tantissime persone: ebrei, cristiani, musulmani, zingari, omosessuali, femministe, Americani del Sud, kazaki, repubblicani a stelle e strisce...
Girato come un documentario, esso ha visto il coinvolgimento anche di persone ignare, che hanno denunciato i produttori per violazione della privacy e sfruttamento non autorizzato dell'immagine.
Le tante grane giudiziarie sono seguite al grande successo di critica e soprattutto di pubblico che ha suscitato un po' a sorpresa la pellicola, che ha così consacrato a livello globale l'umorismo cinico e cattivo di Sacha Baron Cohen (di origini ebraiche), precedentemente noto in Tv per il personaggio del gangsta-rapper Ali G.
Il comico britannico ha ottenuto per questo film un Golden Globe come miglior attore in una commedia e una nomination agli Oscar per la sceneggiatura (non originale) e, successivamente, parti in opere importanti, quali Hugo Cabret di Martin Scorsese e Les Misérables di Tom Hooper.
Ha portato poi sul grande schermo altri personaggi del suo repertorio, come il giornalista di moda austriaco gay Brüno e il dittatore mediorientale Hafez Aladeen, con buon successo - sebbene non clamoroso come quello di Borat.
Perché questo ha avuto un impatto così prorompente e duraturo?
Sicuramente c'è stato l'elemento novità: pochissime volte prima di allora c'era stato un attacco tanto esplicito alla società americana, che se da una parte si dimostra tollerante e aperta, dall'altra, nei fatti, non lo è così tanto nei confronti di afroamericani, ebrei, omosessuali, donne, poveri...
Attraverso un linguaggio scurrile si scoperchia così il vaso di Pandora delle contraddizioni dell'America profonda e non, tra bigottismo e un perbenismo di facciata da una parte e razzismo e superficialità dall'altra.
Gli Stati Uniti ne escono malissimo, da questa feroce satira; ma il fatto che l'industria cinematografica di Hollywood abbia osannato questa pellicola dimostra che probabilmente il messaggio non è stato recepito molto bene.
Gli sviluppi recenti riguardo alle regole per gli Oscar - un film è eleggibile solo se rispetta un'equa rappresentanza di genere, origine, orientamento sessuale... - non fanno che dimostrare che l'Academy sarà sì vicina agli ambienti intellettuali e sociali cosiddetti liberal, ma non si è accorta (o finge di non accorgersi) della crisi di rigetto nei confronti del politically correct di larga parte della popolazione statunitense - rigetto che probabilmente è stato alla base nel 2016 della clamorosa (e, per molto versi, scioccante) vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali.
Hollywood è isolata nel suo mondo solo a prima vista fantastico (la sua realtà però è fatta anche di personaggi eufemisticamente controversi - Harvey Weinstein e Jeffrey Epstein sono solo i nomi più noti), ma tale rifiuto è ormai sempre più diffuso e un film come quello che stiamo recensendo, probabilmente, può essere portato a vessillo dalla ribellione allo stucchevole e ipocrita star system imperante.
Il rischio è, per il futuro, che si spinga sempre più in là la sottile linea di demarcazione tra umorismo greve e cattivo gusto - e a proposito di quest'ultimo, come non pensare a Scemo & + Scemo 2 e Holy Motors?
Se le provocazioni dovessero farsi più estreme, tuttavia, rimpiangeremo quel personaggio un po' naif e ingenuo come in fondo è il vituperatissimo Borat.
USA/UK, 2018
134'
Regia: Bryan Singer, Dexter Fletcher (non accreditato)
Con: Rami Malek, Ben Hardy, Joseph Mazzello, Gwilym Lee, Lucy Boynton, Aidan Gillen, Tom Hollander, Allen Leech, Mike Myers.
Storia, successi ed eccessi di un cantante figlio di immigrati, Farrokh Bulsara, dagli esordi giovanili in una band alla consacrazione planetaria come Freddie Mercury, frontman dei Queen e icona rock tra le più celebri di sempre.
Passando per canzoni come Somebody To Love, Killer Queen, Bohemian Rhapsody, Crazy Little Thing Called Love, Love Of My Life, We Will Rock You, Another One Bites The Dust, I Want To Break Free, Radio Gaga, Hammer To Fall, We Are The Champions (la storia finisce con il Live Aid a Wembley del 1985)...
Lo affermiamo fin da subito: Bohemian Rhapsody è un film per chi ama la musica dei Queen, piuttosto che per i fan del gruppo inglese.
Biopic abbastanza infedele e poco accurato (tante le inesattezze, le incongruenze e gli errori nella sceneggiatura sulla vita di Mercury), un po' edulcorato (si è preferito mettere in secondo piano la sregolata vita privata e sessuale della rockstar) e celebrativo (tra i produttori compaiono pur sempre due membri della band, Brian May e Roger Taylor), esso ha fatto storcere il naso a più di un fan di stretta osservanza e a molta critica cinematografica.
Ma ciò non ha assoltamente influenzato il grande pubblico, che si è riversato numeroso nelle sale.
Un po' ovunque gli spettatori hanno intonato le canzoni assieme agli attori sullo schermo e hanno applaudito al termine della proiezione, dimostrando così un apprezzamento pressoché unanime per la messa in scena della storia dei Queen.
La scelta di privilegiare la parte spettacolare (le esibizioni, i concerti...), pubblica, musicale, su quella privata e intima si è dimostrata vincente, anche perché funziona bene ed è scossa da un'energia e da una vitalità contagiose.
Buona parte del merito va riconosciuta all'interpretazione di Rami Malek.
Il protagonista della serie Tv Mr. Robot, già apparso in The Master di Paul Thomas Anderson (vincitore morale della Mostra del Cinema di Venezia 2012), è un Freddie Mercury sensibile, solitario, tormentato, trasgressivo, professionale, carismatico, fragile, fedele alle amicizie, dalla voce potente e dalla notevole presenza scenica.
Malek, che pure fisicamente è più gracile dell'originale, si cala nel personaggio - al pari di Ben Hardy, Gwilym Lee e Joseph Mazzello, che impersonano gli altri componenti del gruppo (rispettivamente Roger Taylor, Brian May e John Deacon) - in modo credibile ed efficace.
E certamente è un Freddie Mercury molto diverso da quello che avrebbe potuto interpretare Sacha Baron Cohen, prima scelta per il ruolo - glielo avevano proposto nel 2010, ma non se n'è poi fatto niente per l'opposizione di May e Taylor alle idee del comico, che voleva mettere in risalto e rappresentare a tinte fosche gli eccessi del frontman.
Bohemian Rhapsody le sue turbolenze le ha comunque avute, a causa di Bryan Singer.
L'autore di I Soliti Sospetti, X-Men, Superman Returns è stato licenziato a riprese quasi finite e sostituito da Dexter Fletcher ufficialmente a causa di un ritardo ingiustificato che ha molto rallentato i lavori - ma molti pensano che i veri motivi fossero i litigi con l'attore protagonista e, soprattutto, le accuse di molestie sessuali a danno di ragazzi minorenni.
Non sappiamo cosa sia successo veramente, ma il fatto è che l'unico regista accreditato è proprio lo stesso Singer.
La pellicola si è dimostrata però più forte di tutte le polemiche: potere di canzoni che sono rimaste e della gran voglia, da parte del pubblico, di riviverle e di cantarle.
Non sarà forse un capolavoro, ma fa bene al cuore vedere come il cinema riesca ancora a suscitare cori, applausi, emozioni: è raro che un film riesca a rendere gli spettatori parte integrante dello spettacolo, ma Bohemian Rhapsody ci è riuscito.
Regno Unito, 2012
158'
Regia: Tom Hooper
Interpreti: Hugh Jackman, Russell Crowe, Anne Hathaway, Amanda Seyfried, Helena Bonham Carter, Sacha Baron Cohen, Eddie Redmayne, Samantha Barks.
8 nomination agli Oscar - tra cui miglior film - e 3 Golden Globe vinti (miglior film nella categoria commedia/musical, Jackman e Hathaway migliori attori).
Niente male come dote da portare davanti all' Academy domenica 24, per questo potente kolossal, che oltre ad essere il 14° adattamento del celebre romanzo di Victor Hugo è anche la versione filmata di un popolare e longevo musical di Broadway.
Possibilità di vittoria? Non molte, trovandosi contro lo strafavorito Lincoln di Steven Spielberg e Daniel Day-Lewis.
Ma almeno Anne Hathaway - smagrita e imbruttita da un trucco impietoso - potrebbe farcela come attrice non protagonista, benché il suo contributo sia limitato a una manciata di minuti.
La storia è quella, risaputa, del galeotto dal cuore d'oro Jean Valjean (Jackman), il quale - pur braccato continuamente dall'ispettore-mastino Javert (Crowe) - si prende cura dell'orfanella Cosette (Seyfried) e si unisce alla causa dell'insurrezione repubblicana di Parigi del 5 e 6 Giugno 1832.
Benché un po' fiaccata dall'eccessiva prolissità (2 ore e mezza sono davvero troppe, ma è il fio che si è pagato per renderla il più possibile fedele al comunque lunghissimo romanzo originale), la pellicola è efficace nel trasmettere i tormenti dei protagonisti e in grado di farsi apprezzare anche da coloro che - come chi scrive - non amano i musical.
Merito della regia dinamica e competente del premio Oscar Tom Hooper (Il Discorso del Re), ma soprattutto di una bella squadra di interpreti.
I quali - divi hollywoodiani compresi - a differenza di quanto solitamente avviene in altri prodotti del genere, cantano con la propria voce e in presa diretta, anziché in playback con basi preregistrate.
Questo espediente conferisce maggiore spontaneità alle loro performance e riduce la distanza emotiva tra personaggi e spettatori.
E se Russel Crowe è notoriamente avezzo alla musica, essendo voce e frontman del gruppo rock 30 Odd Foot of Grunts, è una bella sorpresa scoprire inedite qualità canore in Hathaway e Jackman.
Quest'ultimo in particolare, dimagrito di 14 kg grazie a una dieta ferrea basata su minime assunzioni di acqua, ribadisce una volta per tutte di non essere più solo l'eroe massiccio della serie X-Men, ma anche un attore intenso e sensibile.
In attesa del verdetto della notte degli Oscar, fatevi quindi una bella cantata con alcuni dei vostri divi preferiti.
"Volete unirvi alla nostra crociata?/Chi sarà forte e starà con me?/Da qualche parte oltre la barricata/C'è un mondo che desiderate vedere?/Sentite la gente cantare?/Sentite i tamburi lontani?/Questo è il futuro che portiamo/Al domani che arriva!"