CINEMA A BOMBA!

martedì 12 maggio 2020

I DOC: MARINA ABRAMOVIC:THE ARTIST IS PRESENT, LA VITA COME OPERA D'ARTE

(Clicca sulla locandina per vedere il documentario sottotitolato in italiano). 

USA, 2012
99'
Regia: Matthew Akers
Con: Marina Abramović, Ulay, Klaus Biesenbach.


In balia del pubblico per delle ore, consentendo ad esso di usare degli strumenti di piacere o di dolore sul suo corpo inerme.

In mezzo ad una stella a cinque punte infuocata posata per terra, dove prima aveva bruciato unghie e capelli che si era tagliata.

Intenta a spazzolarsi in capelli in modo sempre più deciso fino a sanguinare e fino a sfregiarsi il volto.

Impegnata a incidere sul proprio corpo nudo, con un rasoio, una stella a cinque punte.

Seduta su una montagna di ossa di bovino, mentre le pulisce maniacalmente per delle ore.

Con il compagno di allora, l'artista tedesco Ulay, azioni estreme come: far passare la gente per una porta stretta, tra loro che sono nudi; stare per delle ore in piedi, di spalle, con i rispettivi capelli intrecciati; prendere la rincorsa e scontrarsi violentemente; spingere a sé un arco mentre lui incocca la freccia: se lui molla, la freccia le colpirà il cuore; attraversare l'una da una parte l'altro dall'altra la Grande Muraglia Cinese, incontrandosi nel mezzo e lasciandosi, ponendo così fine ad una storia d'amore e collaborazione durata 12 anni.

Esibizionismo, autolesionismo, follia?

Una forma di voyeurismo per pseudo-intellettuali snob, come quella descritta dalla famosa scena di La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino?

O arte?

E se parliamo di arte, che senso ha la performance art, della quale la protagonista delle esibizioni succitate, Marina Abramović, è la più famosa rappresentante?






Il documentario che stiamo recensendo, in questo caso, è illuminante per capire la figura di una delle artiste più discusse e controverse degli ultimi 50 anni circa.

Partendo dalla preparazione e dalla realizzazione di quella che è finora una delle sue performance più ambiziose e mainstream, The Artist Is Present, appunto - consistente nello stare seduta su una sedia per delle ore (precisamente 736) e per diversi mesi davanti ad un'altra sedia nella quale di volta in volta si siede qualcuno - che ha avuto luogo al Museum of Modern Arts (familiarmente, MoMA) di New York nel 2010 (tra i visitatori, una nostra vecchia conoscenza), esso ne racconta la vita, le opere, gli amori, le inquietudini, le difficoltà (anche di farsi accettare come artista).

Un vissuto che essa è riuscita a rendere arte con l'utilizzo del proprio corpo, divenuto strumento per veicolare messaggi.

Non che questo sia una novità - basti ricordare gli happening dadaisti di un secolo fa o la "vita come un'opera d'arte" di Gabriele D'Annunzio.

Ma pochi, prima di lei, sono riusciti a trattare la propria fisicità in modo così duro e scioccante per denunciare i mali della società - violenza, guerra, mercificazione femminile...

Nessuno in modo così efficace e viscerale.

Donna dal grande carisma e temperamento, scopriamo così che essa ha vissuto un'infanzia nella quale non si è sentita amata - i suoi genitori, già partigiani jugoslavi titini non le dimostravano molto affetto - ma nella quale è stata educata rigidamente, quasi militarmente.

Cosa che le è servita per sviluppare in seguito un rigore, una forte autodisciplina e una resistenza fisica che sono poi risultati indispensabili per le sue performance, volte spesso a esplorare i limiti del corpo umano e a creare un rapporto anche fisico con lo spettatore, sul quale esse hanno sovente un forte impatto emotivo.

Marina Abramović, col tempo, ha reso le sue esibizioni più scenografiche, più teatraleggianti, è riuscita a travalicare l'ambito artistico e a diventare un'icona pop - tra i suoi tanti fan nello star system, citiamo per esempio Lady Gaga - e un personaggio riconoscibile persino nella mondanità - la ricordiamo come giurata alla Mostra del Cinema di Venezia 2012; nel documentario la si vede in compagnia di Riccardo Tisci, celebre art designer, al tempo direttore creativo della maison Givenchy.

Il suo vecchio sodale Ulay (scomparso lo scorso marzo) l'ha accusata di essere diventata una "diva" - nonostante i momenti con lui siano i più emotivamente intensi del documentario, i due per anni se le sono date di santa ragione a suon di carte bollate: la frecciatina non è nulla in confronto a quello che si sono detti nei tribunali.

Ma è indubbiamente grazie alla sua visibilità che la performance art è divenuta, se non popolare, almeno riconosciuta come una forma d'arte con una propria dignità e ragione d'essere e non una stravaganza fine a se stessa, effimera e destinata a non lasciare traccia.

Se poi i suoi emuli rischiano di sembrare dei personaggi degni di Sorrentino, beh, questo è un altro discorso.




Etichette: , , , , , , , ,

domenica 8 settembre 2019

VENEZIA 2019. VINCERE IL LEONE? UN... JOKER DA RAGAZZI!

Dall'alto: il direttore Alberto Barbera fa le bolle; Joaquin Phoenix fa San Tommaso col Leone d'Oro; lo svedese Roy Andersson se la ghigna. 


Prima il cartellone completo.
Poi il commento ad esso collegato.
Quindi l'elenco dei vincitori.

Se avete letto questi 3 post precedenti (o almeno l'ultimo), allora sapete già che Joker di Todd Phillips - lo stesso regista di Una Notte Da Leoni, non dimentichiamolo - ha vinto il Leone d'Oro della 76a Mostra del Cinema di Venezia.
E che, per quanto clamorosa, questa notizia non è affatto sorprendente.

Più sorprendente è il fatto che non sia stato premiato il suo protagonista, Joaquin Phoenix, con la Coppa Volpi.
Purtroppo, in base ad una regola sciocca, non è possibile assegnare due riconoscimenti alla stessa pellicola.
Peccato, perché la critica è stata unanime nell'incensare la sofferta performance dell'attore, che pure aveva già ottenuto il riconoscimento a Venezia 2012 - ex aequo col collega Philip Seymour Hoffman - per il suo ruolo in The Master di Paul Thomas Anderson.

Era già successo anni fa, proprio al Lido: Leone d'Oro a The Wrestler di Darren Aronofsky, ma bocca asciutta per il suo interprete Mickey Rourke, nonostante le lodi sperticate ricevute da tutti.
Ora come allora, la prestigiosa Coppa è finita nelle mani di un italiano: ieri Silvio Orlando, oggi Luca Marinelli (fortissimo in entrambi i casi il sospetto di un "contentino").

Phoenix tornerà a casa a mani vuote, ma ha avuto il merito di essere riuscito a dare nuove sfaccettature a un personaggio ingombrante e difficilissimo, già reso indimenticabile dalle interpretazioni passate di Jack Nicholson (clownesco e geniale in Batman) e Heath Ledger (psicopatico e minaccioso ne Il Cavaliere Oscuro).
Di certo ha surclassato il precedente Joker dandy e metrosessuale di Jared Leto (apparso nel deludente Suicide Squad).






Per quanto concerne le altre opere in programma, le sconfitte più cocenti sono quelle di J'Accuse di Roman Polański e di The Laundromat di Steven Soderbergh.
Il primo si è dovuto "accontentare" del Gran Premio della Giuria; a favore hanno giocato l'intensa interpretazione del mitico Jean Dujardin e, forse, la vertiginosa scollatura sfoggiata dalla Signora Polansky - ossia l'attrice Emmanuelle Seigner - sul red carpet.
Il secondo non ha ottenuto nulla, nonostante il consueto cast stellare.

Niente da fare anche per La Verité, film d'apertura della Mostra diretto da Hirokazu Kore'eda (già vincitore della Palma d'Oro a Cannes 2018 con Un Affare di Famiglia) e Ema dell'acclamato cineasta cileno Pablo Larraín (di cui avevamo assai apprezzato il politico No al Torino Film Festival di qualche anno fa).
Persino Marriage Story di Noah Baumbach, sodale di Wes Anderson, è stato ignorato, benché qualcuno ne abbia parlato in ottica di Oscar.

Per non parlare di Wasp Network di Olivier Assayas.
Il cineasta francese è un abitué dei festival, avendo già concorso a Venezia 2018, a Cannes 2016, a Cannes 2014 e Venezia 2012... Ma stavolta gli è andata male.

Chi invece gongola è lo svedese Roy Andersson, già Leone d'Oro a Venezia 2014.
Il suo About Endlessness non era certo tra i favoriti, ma ha conquistato il Leone d'Argento per la miglior regia, alla faccia della concorrenza.

Chi piange e chi ride, chi vince e chi perde, chi si esalta e chi si infuria.
Insomma, un'altra Mostra del Cinema.




Etichette: , , , , , , , , , , , ,

martedì 11 dicembre 2018

BOHEMIAN RHAPSODY, QUEEN SI CANTA!

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA/UK, 2018
134'
Regia: Bryan Singer, Dexter Fletcher (non accreditato)
Con: Rami Malek, Ben Hardy, Joseph Mazzello, Gwilym Lee, Lucy Boynton, Aidan Gillen, Tom Hollander, Allen Leech, Mike Myers.


Storia, successi ed eccessi di un cantante figlio di immigrati, Farrokh Bulsara, dagli esordi giovanili in una band alla consacrazione planetaria come Freddie Mercury, frontman dei Queen e icona rock tra le più celebri di sempre.

Passando per canzoni come Somebody To Love, Killer Queen, Bohemian Rhapsody, Crazy Little Thing Called Love, Love Of My Life, We Will Rock You, Another One Bites The Dust, I Want To Break Free, Radio Gaga, Hammer To Fall, We Are The Champions (la storia finisce con il Live Aid a Wembley del 1985)...






Lo affermiamo fin da subito: Bohemian Rhapsody è un film per chi ama la musica dei Queen, piuttosto che per i fan del gruppo inglese.

Biopic abbastanza infedele e poco accurato (tante le inesattezze, le incongruenze e gli errori nella sceneggiatura sulla vita di Mercury), un po' edulcorato (si è preferito mettere in secondo piano la sregolata vita privata e sessuale della rockstar) e celebrativo (tra i produttori compaiono pur sempre due membri della band, Brian May e Roger Taylor), esso ha fatto storcere il naso a più di un fan di stretta osservanza e a molta critica cinematografica.

Ma ciò non ha assoltamente influenzato il grande pubblico, che si è riversato numeroso nelle sale.

Un po' ovunque gli spettatori hanno intonato le canzoni assieme agli attori sullo schermo e hanno applaudito al termine della proiezione, dimostrando così un apprezzamento pressoché unanime per la messa in scena della storia dei Queen.

La scelta di privilegiare la parte spettacolare (le esibizioni, i concerti...), pubblica, musicale, su quella privata e intima si è dimostrata vincente, anche perché funziona bene ed è scossa da un'energia e da una vitalità contagiose.

Buona parte del merito va riconosciuta all'interpretazione di Rami Malek.

Il protagonista della serie Tv Mr. Robot, già apparso in The Master di Paul Thomas Anderson (vincitore morale della Mostra del Cinema di Venezia 2012), è un Freddie Mercury sensibile, solitario, tormentato, trasgressivo, professionale, carismatico, fragile, fedele alle amicizie, dalla voce potente e dalla notevole presenza scenica.

Malek, che pure fisicamente è più gracile dell'originale, si cala nel personaggio - al pari di Ben Hardy, Gwilym Lee e Joseph Mazzello, che impersonano gli altri componenti del gruppo (rispettivamente Roger Taylor, Brian May e John Deacon) - in modo credibile ed efficace.

E certamente è un Freddie Mercury molto diverso da quello che avrebbe potuto interpretare Sacha Baron Cohen, prima scelta per il ruolo - glielo avevano proposto nel 2010, ma non se n'è poi fatto niente per l'opposizione di May e Taylor alle idee del comico, che voleva mettere in risalto e rappresentare a tinte fosche gli eccessi del frontman.

Bohemian Rhapsody le sue turbolenze le ha comunque avute, a causa di Bryan Singer.

L'autore di I Soliti Sospetti, X-Men, Superman Returns è stato licenziato a riprese quasi finite e sostituito da Dexter Fletcher ufficialmente a causa di un ritardo ingiustificato che ha molto rallentato i lavori - ma molti pensano che i veri motivi fossero i litigi con l'attore protagonista e, soprattutto, le accuse di molestie sessuali a danno di ragazzi minorenni.

Non sappiamo cosa sia successo veramente, ma il fatto è che l'unico regista accreditato è proprio lo stesso Singer.

La pellicola si è dimostrata però più forte di tutte le polemiche: potere di canzoni che sono rimaste e della gran voglia, da parte del pubblico, di riviverle e di cantarle.

Non sarà forse un capolavoro, ma fa bene al cuore vedere come il cinema riesca ancora a suscitare cori, applausi, emozioni: è raro che un film riesca a rendere gli spettatori parte integrante dello spettacolo, ma Bohemian Rhapsody ci è riuscito.

Se vi sembra poco...




Etichette: , , , , , , , , ,

mercoledì 19 ottobre 2016

I CORTI: ZERO, VEDO LA GENTE CHE FLUTTUA

(Clicca sulla locandina per vedere il corto). 

USA/Spagna, 2015
29'
Regia: David Victori
Interpreti: Ryan Eggold, Felix Avitia, David Atkinson.


Un uomo, rimasto vedovo, cerca con difficoltà di conciliare lavoro e doveri di padre.
Il figlio, orfano, non si dà pace per la morte della madre.
I due vivono un rapporto complicato, chiusi come sono nel proprio dolore.

Un giorno, senza alcuna apparente ragione, la forza di gravità va e viene in modo intermittente.
Il mondo sta forse collassando e ci stiamo avvicinando alla sua fine?

Correva l'anno 2012.
YouTube e la compagnia aerea Emirates hanno lanciato un concorso per cortometraggi riservato a cineasti emergenti.
Dopo una lunga selezione, sono stati scelti 10 finalisti che hanno visto il proprio lavoro proiettato nel contesto della 69a Mostra di Venezia.

Alla fine è stato proclamato un vincitore, al quale è stato assegnato un premio di 500.000 dollari, utile per sviluppare un progetto in collaborazione con Ridley Scott e Michael Fassbender nei panni di produttori esecutivi per conto di YouTube.

Ad aggiudicarsi la vincita è stato il catalano David Victori con La Culpa, che noi di CINEMA A BOMBA! abbiamo visto, apprezzato e recensito.






Il futuro regista di The Martian e il divo - vincitore della Coppa Volpi 2011, bi-candidato all'Oscar nel 2014 per 12 Anni Schiavo e nel 2016 per Steve Jobs, protagonista di 300, Hunger, X-Men:Apocalisse - non si sono poi tirati indietro e, a distanza di tre anni, il successivo progetto si è concretizzato.

Come conferma questo nuovo corto, Victori è un autore che tende al metafisico: la trama e gli (ottimi) effetti speciali sono secondari al significato che sottendono.
A prescindere dal genere, thriller o fantascienza che sia, ciò che conta sono le relazioni tra i personaggi, gli interrogativi che essi si pongono, le risposte - per quanto sibilline - con cui sono chiamati a confrontarsi.

Qui non siamo nello spazio e non c'è Sandra Bullock come in Gravity, ma i temi della perdita, dell'abbandono e - ovviamente - della mancanza di gravità (quindi, metaforicamente, di certezze) li ritroviamo anche qui.

Come ne La Culpa, anche in Zero viene lasciata aperta la porta della speranza: l'uomo (l'umanità?) può ancora arrivare alla redenzione, se si rende capace di perdonare.

L'unico rimedio alla solitudine sembra essere la solidarietà.
E se per non andare alla deriva bastasse prendersi per mano?






Etichette: , , , , , , , , , , , , , , , ,

mercoledì 30 aprile 2014

I CLASSICI: SPRING BREAKERS, TI VA DI (S)BALLARE?

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2012
94'
Regia: Harmony Korine
Interpreti: James Franco, Vanessa Hudgens, Selena Gomez, Ashley Benson, Rachel Korine.


Quattro disinibite collegiali si preparano a scatenarsi in bagordi esagerati durante lo spring break, le vacanze primaverili che negli USA equivalgono più o meno ad un Ferragosto anticipato.
Per finanziare l'ambiziosa baldoria rapinano un fast food e partono per la Florida, ma vengono arrestate dalla polizia.
Le fa uscire di prigione Alien, rapper bianco che arrotonda col traffico di droga...

Presentato in concorso a Venezia 2012, Spring Breakers è uno di quei film che - purtroppo - tanto promettono quanto poco mantengono.
Eppure l'idea di partenza era stuzzicante: prendere un paio di stelline televisive di casa Disney (la mora Gomez e la finta bionda Hudgens), punto di riferimento delle adolescenti americane, e trasformarle in lolite seminude dedite a droghe, alcolici e armi da fuoco.

Un discreto shock per gli spettatori, ma poco altro che questo. Anche perché il regista - nonostante la fama di autore provocatorio e crudo - sembra condurre la corsa con il piede sul freno, impegnatissimo a sembrare cool e tuttavia troppo preoccupato di non esagerare.

Korine - ahinoi - non è Quentin Tarantino e neppure Russ Meyer: con in mano una materia che richiederebbe l'ironia pop del primo o alla peggio l'erotismo dissacrante del secondo, il nostro mescola bikini e luci caramellose, ralenti a casaccio e musica rap, Britney Spears e Pussy Riot, senza trovare una vera cifra stilistica.

Tra la Gomez che è poco più di una comparsa, la Hudgens nascosta da un'inutile parrucca, la Korine che è lì solo in quanto moglie del regista e la Benson che bamboleggia e basta (tutte ben attente a non scoprirsi troppo, per la cronaca), l'unico a salvarsi nel cast è il "prezzemolino" James Franco, vecchio amico di CINEMA A BOMBA!: il protagonista de Il Grande e Potente Oz in un ruolo che più tamarro non si potrebbe - con tanto di treccine, tatuaggi e denti d'oro - sembra il solo a divertirsi davvero.

Una parodia del genere pulp? Un saggio critico sul vuoto cerebrale/esistenziale e l'inquietante amoralità della nostra "peggio gioventù"? Uno specchietto per le allodole finalizzato a strappare qualche biglietto agli spettatori più ingenui?
Spring Breakers in un certo senso è già un classico, ma troppo trash per ambire a diventare un cult.

Etichette: , , , , , , , , , , , ,

venerdì 5 luglio 2013

TO THE WONDER, MALICK PARLA D'AMORE CHE È UNA MERAVIGLIA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2012
112'
Regia: Terrence Malick
Interpreti: Ben Affleck, Olga Kurylenko, Rachel McAdams, Javier Bardem, Romina Mondello.


In Francia una giovane donna con figlia al seguito e matrimonio fallito alle spalle (Kurylenko) cerca in un americano (Affleck) quel grande amore che le è sempre mancato.
Il trasferimento e la conseguente vita negli USA avranno pesanti conseguenze sul loro rapporto di coppia.
Nel frattempo un sacerdote (Bardem) - pur apprezzato e stimato dalla sua comunità - si trova a vivere una profonda crisi vocazionale.

Girato a un solo anno da quel capolavoro che è The Tree of Life, trionfatore al Festival di Cannes 2011 (frequenza temporale insolita per un autore che ha firmato solo 6 pellicole in 40 anni!), To the Wonder non ne ha replicato il successo (anzi, ha ricevuto critiche contrastanti e qualche plateale contestazione alla Mostra del Cinema di Venezia 2012, dove era in anteprima mondiale e in concorso), ma ne è il seguito ideale: la riflessione - autobiografica? - sulla ricerca di Dio da parte del leggendario cineasta Terrence Malick si sposta dall'ambito delle relazioni familiari a quello delle relazioni affettive, e dimostra come l'anelito al divino al contatto con la quotidianità sia tutt'altro che un tragitto semplice e lineare, bensì una strada tutta in salita, fatta di cadute, sbandamenti, cambi di percorso.

Per il maestro texano, ex professore di filosofia, l'amore - inteso in senso sia sacro che profano - è riflesso di Dio, quindi una conquista che si costruisce giorno per giorno, e che deve essere vissuta e messa alla prova delle difficoltà dell'esistenza.
Solo dopo aver conosciuto i momenti più bassi della propria vita, e averli superati - sembra suggerire Malick - è possibile tornare a sorprendersi e provare meraviglia.

Immortalato in modo sublime dal fidato direttore di fotografia messicano Emmanuel Lubezki, il film si compone principalmente di piani-sequenza con camera a spalla e immagini liriche (su tutte le scene ambientate a Mont Saint-Michel, luogo "meraviglioso", raggiungibile solo quando il livello della marea è basso), mentre i dialoghi - quasi tutti fuori campo - sono ridotti all'osso.

Non manca neppure, benché solo suggerita, la componente eco-panteista cara al regista: la presenza divina nella natura e il tormentato rapporto tra questa e gli esseri umani sono tematiche ricorrenti nel cinema di Malick, imprescindibili per cogliere il nocciolo delle sue sequenze più astratte.

Tra gli interpreti, Olga Kurylenko rappresenta una rivelazione: il film è incentrato soprattutto su di lei e la bellissima ex modella ucraina, già Bond Girl a fianco di Daniel Craig in Quantum of Solace, attraversa la storia con passo lieve, ma piglio vivace.
Il suo personaggio è ingenuo, selvaggio, charmant. Pur essendo meno nota, ruba la scena ai suoi colleghi più affermati, ridotti - a parte Ben Affleck - a ruoli abbastanza secondari.
Fa colore, però, la presenza della nostrana Romina Mondello - che in originale recita in italiano - in una piccola parte. Se la cava bene.

Nel montaggio finale Malick si è però permesso il lusso di tagliare scene con attrici del calibro di Jessica Chastain (sì, avete letto bene: Jessica Chastain!), Rachel Weisz e Amanda Peet. Da non crederci...
Ma d'altra parte, Malick è pur sempre Malick.
Nel bene e nel male.

Etichette: , , , , , , , , , ,

lunedì 22 ottobre 2012

I CORTI: LA CULPA, LA VERTIGINE DELLA VENDETTA

(Clicca sulla copertina per vedere il film) 

Spagna, 2010
12'
Regia: David Victori
Interpreti: Carlus Fàbrega, Mar Ulldemolins, Cesc Gòmez, Pol Estadella.


Per la sezione I CORTI, CINEMA A BOMBA! vi propone il cortometraggio vincitore a Venezia della prima edizione del Your Film Festival.

Questo concorso, nato dalla collaborazione tra Youtube, la compagnia aerea Emirates, la Biennale di Venezia e la compagnia di produzione Scott Free Production (quella del grande Ridley Scott!), ha lo scopo di lanciare nuovi talenti registici attraverso il conferimento di un premio di 500 mila dollari al migliore video da utilizzarsi per la realizzazione di un'opera patrocinata dal celebre regista e dal talentuoso attore Michael Fassbender (ricordate Hunger?), che l' anno scorso si aggiudicò la Coppa Volpi come miglior attore per Shame.

Tra i tanti corti presentati, gli utenti di Youtube ne hanno scelto dieci, proiettati al pubblico nella Sala Web nella cornice prestigiosa della Mostra del Cinema di Venezia; tra questi, la giuria presieduta dal divo tedesco-irlandese ha premiato il film La Culpa del giovane cineasta catalano David Victori.

E' la storia di un'ossessione, quella che vive l'anonimo protagonista. Sconvolto dalla morte della giovane moglie incinta, uccisa da un balordo durante un tentativo di borseggio, il nostro riesce a rintracciare l'ormai imborghesito assassino, solo per scoprire che la giustizia fai-da-te non è una via d'uscita così semplice.

Dopo un avvio realistico, Victori vira verso il surreale, facendoci come entrare nella testa - e negli incubi - del tormentato giustiziere.

L'atmosfera vagamente à la Lynch con la quale sono descritti i suoi rimorsi contribuisce a creare un senso di claustrofobia, rappresentato dal Paradosso di Penrose (una scala che scende sempre solo per ritornare al punto di partenza in un giro infinito, già sfruttata in Inception), sorta di labirinto borgesiano (da Jorge Luis Borges) in cui si trova intrappolata la coscienza del protagonista, incapace di uscirne.

Almeno fino a quando la vertigine della vendetta non lascia spazio alla pace della misericordia.

Etichette: , , , , , , ,

domenica 16 settembre 2012

VENEZIA 2012. VIAGGIO NEI LUOGHI DELLA MOSTRA DEL CINEMA

Vi abbiamo raccontato nei post precedenti e in quelli dell'anno scorso la Mostra del Cinema da un punto di visto cinefilo parlando principalmente dei film, dei protagonisti e accennando soltanto brevemente ai luoghi dove essa si svolge.

Cerchiamo di colmare questa lacuna presentandoveli più dettagliatamente e con l'ausilio di foto.


Innanzitutto una precisazione. La Mostra non si svolge nella città di Venezia, bensì al Lido (un'isola che separa la Laguna dal Mar Adriatico) comodamente raggiungibile con un vaporetto che, eccezionalmente durante il periodo della rassegna, ferma nei pressi del Casinò (foto sopra).
Una curiosità: quando nei Tg vedete sbarcare i divi dal motoscafo, sappiate che l'approdo dal quale essi scendono è a fianco di questa piattaforma.


Ad accogliere i visitatori, una volta arrivati a terra, è l'ingresso del Movie Village, allestito presso i giardini pubblici.


Varcando la soglia, sulla destra, c'è subito il prefabbricato che ospita la biglietteria e l'ufficio informazioni. I ragazzi che lavorano qui sono sempre disponibili e informati.
Una tappa obbligata per chi è alla prima esperienza festivaliera.


Di fronte alla biglietteria si vedono un bar, un ristorante, tavolini, panchine... Nei paraggi, il deposito bagagli. Insomma, ci troviamo nel regno incontrastato degli accreditati, che qui passano la loro giornata quando non sono intenti a guardare film.


Seguendo le indicazioni, da qui si può giungere in pochi minuti al Palazzo del Cinema, sul Lungomare Marconi. Dall'alto: il palazzo allestito per la 69a edizione della Mostra del Cinema (quella di quest'anno) e il red carpet; la postazione dei fotografi; l'ingresso; l'interno.


All'interno del Palazzo del Cinema c'è la Sala Grande, dove vengono presentati ufficialmente (spesso in anteprima mondiale) i film (in e fuori concorso) in presenza dei registi, degli attori protagonisti e dei produttori. Qui si svolge anche la cerimonia di premiazione della Mostra.
Noi di CINEMA A BOMBA! vi abbiamo visto Alois Nebel e il Wuthering Heights-Cime Tempestose di Andrea Arnold.
La capienza è di 1.032 posti.


A pochi minuti a piedi dal Palazzo del Cinema c'è il PalaBiennale, un'enorme tensostruttura temporanea da 1.700 posti che ospita principalmente le doppie proiezioni serali per il pubblico (con il prezzo di un biglietto si possono vedere due film).
Qui abbiamo visto quasi tutti i film che abbiamo recensito per il reportage dell'anno scorso.
Dall'alto: la struttura; l'interno.


Ritornando nei pressi del Movie Village, alcune transenne nascondono il vialetto d'ingresso che porta alla Sala Darsena (1.300 posti), dove vengono proiettati alcuni film delle sezioni cosiddette minori.
Il nostro inviato, però, c'è stato per la riproposizione dell'acclamato The Master.
Dall'alto. l'ingresso; l'interno.


L'edificio del Casinò, tra il Palazzo del Cinema e il Movie Village, ospita la Sala Perla (400 posti) e, temporaneamente, la Sala Volpi (150 posti) - spazi dove sono proiettati gli eventi speciali e film delle sezioni collaterali - nonché, per gli operatori del settore, Meeting Point, presenti anche nel vicino e lussuosissimo Hotel Excelsior, sul lungomare.
Ma questi luoghi non li abbiamo visti, se non dall'esterno.

Beh, il viaggio è terminato.
Il nostro augurio è che, se siete interessati, lo possiate fare anche voi: noi vi abbiamo dato delle descrizioni, ma le emozioni le potete provare soltanto venendo al Lido di persona.

Etichette: , , , , ,

giovedì 13 settembre 2012

VENEZIA 2012. THE MASTER, CERCO UN CENTRO DI GRAVITA' PERMANENTE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2012
137'
Regia: Paul Thomas Anderson
Interpreti: Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern


Dal nostro inviato alla Mostra del Cinema di Venezia.


E così, come anticipato nel post precedente, ho acquistato il biglietto per una delle opere più attese alla vigilia della Mostra del Cinema di Venezia, The Master, del regista cult Paul Thomas Anderson, autore assai stimato di Magnolia e Il Petroliere e fresco vincitore del Leone d'Argento per la migliore regia.

Opera molto attesa anche perché annunciata come prima, aperta critica cinematografica al controverso e potente movimento di Scientology.

Fughiamo subito ogni dubbio: dopo aver visto il film si ha l'impressione che il regista non fosse tanto interessato ad attaccare l'organizzazione fondata da Ron Hubbard (i riferimenti ci sono, ma sono palesi solo per chi ne conosce la genesi) quanto piuttosto a descrivere la ricerca da parte di un reduce della Seconda Guerra Mondiale inquieto e a disagio nelle relazioni interpersonali (Joaquin Phoenix) di un equilibrio nella sua vita.

Ad un certo punto sembra averlo trovato grazie alla relazione di amicizia, confidenza, fiducia che riesce ad instaurare con il capo di una psico-setta in espansione (Philip Seymour Hoffman).

P.T. Anderson presenta, quindi, la storia di due persone agli antipodi come carattere (ma, come si dice, gli opposti si attraggono) che però non riescono a fare a meno l'uno dell'altro: lo sbandato trova nel guru un senso di sicurezza e questi si sente attratto dall'irrefrenabile anelito alla libertà, dall'agire slegato dai lacci delle convenzioni sociali del suo sodale.

La messa in scena di questo rapporto, che diventa presto di interdipendenza, utilizza immagini magniloquenti ed epiche ad alta definizione, molto nitide, ottenute grazie all'utilizzo della ormai raramente adoperata pellicola formato 65 mm (proiettata in 70 mm), dalla resa assai suggestiva.

Ciò che impressiona maggiormente in The Master non è, però, la trama in sé (un'analisi più approfondita della setta la avrebbe reso forse più pepata), né la perizia registica sopraffina con la quale questa è sviluppata e alla quale Anderson ci ha abituati, bensì le superbe interpretazioni dei due protagonisti, non a caso entrambi premiati ex aequo con la Coppa Volpi per il migliore attore.

Più facile (si fa per dire) la prova di Joaquin Phoenix, che riesce a conquistare lo stesso riconoscimento che aveva consacrato 21 anni fa suo fratello River (per Belli e dannati), per un ruolo di reietto sopra le righe e tormentato che sembra ritagliato apposta su di lui.

Più sottile e con maggiori sfaccettature il personaggio rappresentato da Philip Seymour Hoffman, manipolatore e manipolato, carismatico e succubo, esteriormente rassicurante quanto intimamente sulfureo.
The Master (il maestro) è lui.

Etichette: , , , , , ,

mercoledì 12 settembre 2012

VENEZIA 2012. RITORNO AL LIDO DEI DANNATI

Non sapete chi sono queste persone sul red carpet? Non chiedetelo ad un accreditato! Per la cronaca, si tratta dell'attrice Noomi Rapace e del regista Brian De Palma.


Dal nostro inviato alla Mostra del Cinema di Venezia


Puntualmente, tra la fine di agosto e i primi di settembre il Lido di Venezia è luogo di una migrazione del tutto particolare.

Come abbiamo già avuto modo di notare l'anno scorso, stormi di spennati (non so se avete presente i prezzi a Venezia in alta stagione) si riversano in quest'isola tranquilla e invadono con il loro vociare e i loro discorsi da intellettuali cinefili ogni metro quadrato dei giardini pubblici, dove temporaneamente è stato allestito il Movie Village.

Eh sì, l'homo accreditatus, colui che, almeno una volta all'anno, ha il privilegio di saltare le file e di avere sconti ai ristoranti e nell'acquisto dei biglietti del cinema, e ha l'aria tronfia di chi pensa che tutto ciò gli sia dovuto, è tornato.
E non se ne vergogna. Anzi, imperversa.

Un consiglio per non dover subire un attacco da parte di questa specie molesta.
Se uno fa finta di niente, non verrà disturbato.
Ma se si è una signora di mezz'età che non sa chi è quella signorina che tutti fotografano sul tappeto rosso davanti al Palazzo del Cinema, beh, forse non è il caso di chiederlo a quel giovanotto invasato che la sta chiamando disperatamente a gran voce: probabilmente, anche se non ha ben in vista badge di riconoscimento, si tratta di un accreditato.
Costui, sapendo che quell'attrice sarebbe venuta a Venezia, si è studiato a memoria la pagina di Wikipedia che la riguarda, pronto a sciorinare a chiunque glielo chieda tutti i film nei quali ha recitato la star (o presunta tale).

A tal proposito,sono stato testimone anche stavolta di un episodio drammatico.
Venerdì 7, sul red carpet stava sfilando una delegazione per presentare il film Passion comprendente Brian De Palma, il regista (molto timido e imbarazzato: ho cercato di attirare la sua attenzione per fargli una foto e lui si è leggermente girato; ma chiamato dai fotografi ufficiali, si è prestato poco agli scatti, ricevendo in cambio sguaiati quanto irrispettosi ululati), e una delle protagoniste, Noomi Rapace (ha recitato nella trilogia ispirata ai libri della saga Millennium di Stieg Larsson - Uomini che odiano le donne, La ragazza che giocava con il fuoco, La regina dei castelli di carta - e in Sherlock Holmes-Gioco di ombre).

Ad un certo punto, la fatidica domanda di un'ingenua signora: "E questa che film ha fatto?".
Aggredita con una sfilza di titoli, la malcapitata si è allontanata mestamente con un profondo sconforto negli occhi: no, non aveva mai sentito parlare di nessuno dei film citati.

Ma l'invasione è solo temporanea: dopo una decina di giorni l'accreditato fa inesorabile ritorno alla sua terra e alla vita di tutti i giorni.
Una vita in cui egli, sull'onda dell'entusiasmo festivaliero, si ritrova a parlare di commoventi film turcomanni a gente abituata a vedere pellicole con Boldi e Christian De Sica.

Ma non preoccupatevi: si sta già preparando alla prossima Mostra.


Etichette: , ,

martedì 11 settembre 2012

VENEZIA 2012. LA CINQUIEME SAISON, NON C'E' PIU' LA MEZZA STAGIONE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

Belgio/Paesi Bassi/Francia, 2012
93'
Regia: Peter Brosens, Jessica Woodworth
Interpreti: Sam Louwyck, Aurélia Poirier, Django Schrevens


Dal nostro inviato alla Mostra del Cinema di Venezia.


Ammettiamolo: venerdì 7 settembre l'obiettivo neppure troppo recondito del nostro inviato era riuscire a vedere l'attesissimo The Company You Keep di Robert Redford, fuori concorso.

Purtroppo, per colpa dei soliti disservizi di Trenitalia, il nostro è arrivato troppo tardi a Venezia e ha dovuto ripiegare su La Cinquième Saison (in italiano: la quinta stagione), presentato in concorso giovedì e riproiettato all'Arena Estiva di Campo San Polo, un cinema all'aperto con maxischermo e numerosi posti a sedere nell'omonimo campo in pieno centro.
Suggestiva cornice per un film visivamente potente.

Narra un aneddoto che Einstein un giorno avrebbe affermato che se le api spariranno dalla Terra all'Uomo resteranno solo quattro anni di vita: niente più api significherebbe niente più impollinazione e quindi niente più piante, niente più animali, niente più uomini.

La vita di un placido villaggio rurale del Belgio comincia a cambiare quando la tanto attesa primavera non arriva: i terreni diventano aridi, le mucche non fanno più il latte, i galli non cantano più, gli alberi si seccano e si schiantano al suolo.
E tutte le api sono sparite.

Il film si apre con la festa del villaggio e si chiude con il villaggio che fa la festa ad un poveraccio divenuto capro espiatorio della conseguente crisi economica: dalla civiltà si passa alla barbarie più feroce, rappresentata dagli abitanti del paese che si avviano a compiere lo spietato sacrificio indossando lugubri maschere con lunghi becchi (come quella della locandina del film) per non farsi riconoscere.

Le ultime inquadrature mostrano un branco di struzzi: il genere umano è regredito ad un livello animalesco ed è divenuto ottuso e vigliacco.
La fine del mondo è proprio vicina.

Questa pellicola, conclusiva di una trilogia che i due registi hanno dedicato al rapporto conflittuale uomo-natura (gli altri titoli sono Khadak, vincitore a Venezia del Leone del Futuro nel 2006 per la migliore opera prima, e Altiplano), parte con immagini bucoliche, ma diventa poi greve, cupa, grottesca.

Pessimistico e apocalittico apologo sulla crisi dei valori, che provoca disaggregazione sociale e odio per chi è diverso, La Cinquième Saison ci avvisa che la fine del mondo arriverà con l'inaridimento della terra. E del cuore degli uomini.

Etichette: , , ,

lunedì 10 settembre 2012

VENEZIA 2012. I VINCITORI, OVVERO QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DE LUNGOMARE MARCONI

Dall'alto: Laetitia Casta sul red carpet nella serata della premiazione; Kim Ki-duk con il Leone d'Oro; Philip Seymour Hoffman mostra la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile.


Dal nostro inviato alla Mostra del Cinema di Venezia.


E' consuetudine ormai consolidata nel tempo che i film vincitori dei premi più importanti della Mostra del Cinema di Venezia vengano riproposti al pubblico subito dopo la cerimonia di premiazione (quest'anno hanno deciso di ritrasmettere le pellicole che hanno conquistato il Leone d'Oro per il miglior film e il Leone d'Argento per la migliore regia).

Problema: spesso vengono scelti titoli che lasciano perplessi (l' anno scorso, per esempio, sono stati premiati Faust di Aleksander Sokurov e un regista cinese).

Non avendo potuto assistere alla visione di alcun film, ecco che, arrivato a Venezia per fare la cronaca degli ultimi scampoli della Mostra, la possibilità di vedere film interessanti era legata esclusivamente ai gusti di una giuria quanto mai eterogenea: i registi Michael Mann, Matteo Garrone, Peter Ho-Sun Chan, Ari Folman, Ursula Meier, Pablo Trapero, le attrici Laetitia Casta e Samantha Morton, l'artista Marina Abramovic.

Data per certa la vittoria del coreano Pietà di Kim Ki-duk (Kim è il cognome), che in effetti ha conquistato il Leone d'Oro ma che non avevo particolare voglia di vedere, non mi restava che sperare nel Leone d'Argento.

Un urlo di terrore mi si è strozzato in gola quando hanno annunciato che il premio per la migliore regia era stato assegnato a... Ulrich Seidl, autore di un film-scandalo che molto ha fatto discutere (e proprio il suo film era l'unico che mi ero riproposto di non vedere assolutamente), mentre un contentino, il Premio Speciale della Giuria, era andato a The Master di Paul Thomas Anderson (che avrei visto volentieri).

Bene, ho pensato, mi tocca scegliere tra due film che non mi interessano.
Ma mentre mi stavo mettendo il cuore in pace e incamminando per andare ad acquistare il biglietto per il film coreano che ero sicuro avrebbe vinto (tuttavia chi ha assitito alla proiezione mi ha confidato che si tratta di una pellicola veramente bella ed importante: magari in futuro potrei vederla lo stesso), colpo di scena!

Durante il discorso di ringraziamento di Seidl, si alza Laetitia Casta, si scusa e annuncia che gli ultimi due premi sono stati invertiti!

Che gaffe! Ma meno male che è andata così: CINEMA A BOMBA! ha così potuto fare la recensione di un film del quale sentiremo ancora parlare.

Comunque, un motivo in più per ammirare la stupenda modella corsa.

Qui di seguito tutti i premi, assegnati tra le immancabili polemiche, che hanno investito soprattutto il giurato Matteo Garrone, reo di non essersi imposto sufficientemente per far vincere un premio importante ad uno dei film italiani in concorso.

Polemiche stupide: a Garrone la nostra piena solidarietà.


LEONE D’ORO per il miglior film a PIETA di Kim Ki-duk (Corea del Sud)

LEONE D’ARGENTO per la migliore regia a THE MASTER di Paul Thomas Anderson (Stati Uniti)

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a PARADIES GLAUBE di Ulrich Seidl (Austria, Germania, Francia)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile a Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix nel film THE MASTER di Paul Thomas Anderson (Stati Uniti)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione femminile a Hadas Yaron nel film FILL THE VOID-LEMALE ET HA’CHALAL di Rama Bursthein (Israele)

PREMIO MARCELLO MASTROIANNI a un giovane attore o attrice emergente a Fabrizio Falco
nel film BELLA ADDORMENTATA di Marco Bellocchio (Italia) e nel film È STATO IL FIGLIO di Daniele Ciprì (Italia)

PREMIO OSELLA PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA a Olivier Assayas per il film APRES MAI di Olivier Assayas (Francia)

PREMIO OSELLA PER IL MIGLIORE CONTRIBUTO TECNICO, PER LA FOTOGRAFIA, a Daniele Ciprì per il film È STATO IL FIGLIO di Daniele Ciprì (Italia)

Etichette: , , , , , , , , , , , , ,

mercoledì 29 agosto 2012

VENEZIA 2012. I FILM FUORI CONCORSO

Dall'alto: la locandina di The Iceman; Robert Redford in The Company You Keep; un'immagine da The Reluctant Fundamentalist; Carlo Mazzacurati (a sinistra) durante le riprese di Medici con l'Africa; una scena di Convitto Falcone.


Detto dei titoli della sezione principale della Mostra nel post precedente, ora diamo un'occhiata ai film fuori concorso.

Se il tabellone dei primi promette scintille, l'elenco di questi, a prima vista, sembra essere ugualmente di buon livello: certo l'anno scorso c'erano Wilde Salomé di Al Pacino, Il villaggio di cartone di Ermanno Olmi, Contagion di Steven Soderbergh e la rivelazione Alois Nebel di Tomás Lunák, pellicole che avrebbero potuto tranquillamente concorrere.

Ma quest'anno The Iceman (con un cast stellare: il protagonista di Take Shelter Michael Shannon, Wynona Ryder, Chris Evans, Ray Liotta, James Franco, Davis Schwimmer di Friends, Stephen Dorff), The Company You Keep di Robert Redford, il film di apertura della Mostra The Reluctant Fundamentalist di Mira Nair dimostrano la bontà delle scelte di Barbera.

Da notare anche la presenza di due registi pluripremiati con documentari a tema musicale: mentre Spike Lee ricorda i 25 anni dello storico album Bad di Michael Jackson, Jonathan Demme (Oscar per Il silenzio degli innocenti) ha preparato un tributo al musicista partenopeo Enzo Avitabile.

Controcorrente e all'insegna dell'impegno la nutrita rappresentativa italiana: si va dall'indagine di Liliana Cavani sulle suore di clausura alla testimonianza di Carlo Mazzacurati sull'operato dei medici volontari del CUAMM in Africa, dall'omaggio a Giovanni Falcone alle testimonianze dei giovani in cerca di futuro, dal viaggio della disperazione degli Albanesi verso l'Italia a quello in giro per l'Italia del grande Francesco De Gregori. Senza dimenticare la versione a cartoni animati di Pinocchio frutto della collaborazione Enzo D'Alò-Lucio Dalla.

Ecco, dunque, l'elenco dei film fuori concorso che più ci paiono interessanti (clicca sui link per vedere informazioni, curiosità, trailer):


The Reluctant Fundamentalist di Mira Nair (USA) - film di apertura
Love Is All You Need di Susanne Bier (Danimarca / Svezia)
Clarisse di Liliana Cavani (Italia) - Proiezioni speciali
Enzo Avitabile Music Life di Jonathan Demme (Italia / USA)
Lullaby To My Father di Amos Gitai (Francia) - Proiezioni speciali
Bad 25 di Spike Lee (USA)
Medici con l'Africa di Carlo Mazzacurati (Italia) - Proiezioni speciali
Gebo et l'ombre di Manoel de Oliveira (Portogallo / Francia)
The Company You Keep di Robert Redford (USA)
La nave dolce di Daniele Vicari (Italia / Albania)
The Iceman di Ariel Vromen (USA)
Come voglio che sia il mio futuro? di Maurizio Zaccaro - Ermanno Olmi (Italia) - Proiezioni speciali
Convitto Falcone di Pasquale Scimeca
Carta Bianca a Enrico Ghezzi di Enrico Ghezzi [Giornate degli Autori]
Francesco De Gregori, Finestre Rotte di Stefano Pistolini [Giornate degli Autori]
Pinocchio di Enzo D'Alò [Giornate degli Autori]



Etichette: , , , , , , , , , , , , , , ,

martedì 28 agosto 2012

VENEZIA 2012. I FILM IN CONCORSO

Dall'alto: Ben Affleck e Rachel McAdams in To The Wonder; Joaquin Phoenix in The Master; una scena di At Any Price con Zac Efron; un'immagine di Spring Breakers con James Franco, Selena Gomez e Vanessa Hudgens; la locandina di Outrage Beyond.


To The Wonder, film-evento di Terrence Malick; l'atteso The Master di P.T. Anderson ispirato alla fondazione del movimento Scientology; il nuovo yakuza-movie del cineasta cult Takeshi Kitano.
E ancora: gli idoli delle ragazzine Zac Efron, Vanessa Hudgens, Selena Gomez alla prova della maturità artistica; i registi emergenti Harmony Korine e Ramin Bahrami; il ritorno dei maestri Marco Bellocchio e Brian De Palma.

Dopo gli otto intensi anni di Marco Müller alla guida della Mostra del Cinema di Venezia è ritornato (alla grande) Alberto Barbera, il direttore che nel periodo dal 1999 al 2002 seppe portare al Lido, tra gli altri, film quali Eyes Wide Shut di Stanley Kubrik, Le regole della casa del sidro di Lasse Hallström, Non uno di meno di Zhang Yimou, Space Cowboys di Clint Eastwood, Prima che sia notte di Julian Schnabel, I Cento Passi di Marco Tullio Giordana, Il Dottor T e le donne di Robert Altman, The Others di Alejandro Amenábar.

Anche questa volta il piemontese ha imbastito un cartellone ricco di grossi nomi pur in un periodo di drammatica crisi economica; cartellone che ha come fiori all'occhiello i lavori di Malick e Anderson.

Scorciando l'elenco dei titoli, la prima cosa che si nota è che, rispetto all' edizione del 2011, in questa c'è la presenza di pellicole dal potenziale forte impatto su di un pubblico eterogeneo e vasto.

Insomma, sembra che quest'anno la Mostra di Venezia voglia prendersi la rivincita sul Festival di Cannes (che l'anno scorso aveva brillato grazie a The Artist, The Tree of Life e a Drive ma che quest'anno non pare aver proposto opere destinate alla storia del cinema) con una robusta iniezione di film made in USA.

Il programma è dunque interessante. Non ci resta che sperare che si dimostri ottimo.

Qui di seguito vi presentiamo i film in concorso (cliccando sui link potrete trovare informazioni, trailer, curiosità):


Après Mai di Olivier Assayas (Francia)
At Any Price di Ramin Bahrani (Gran Bretagna / USA)
Bella addormentata di Marco Bellocchio (Italia)
La cinquième saison di Jessica Woodworth e Peter Brosens (Belgio / Francia / Olanda)
Fill the Void di Rama Burshtein (Israele)
È stato il figlio di Daniele Ciprì (Italia / Francia)
Un giorno speciale di Francesca Comencini (Italia)
Passion di Brian De Palma (Francia / Germania)
Superstar di Xavier Giannoli (Francia / Belgio)
Pieta di Kim Ki-duk (Corea del Sud)
Outrage Beyond di Takeshi Kitano (Giappone)
Spring Breakers di Harmony Korine (USA)
To the Wonder di Terrence Malick (USA)
Thy Womb di Brillante Mendoza (Filippine)
Linhas de Wellington di Raul Ruiz e Valeria Sarmiento (Portogallo / Francia)
Paradise: Faith di Ulrich Seidl (Austria / Francia / Germania)
Betrayal di Kirill Serebrennikov (Russia)
The Master di Paul Thomas Anderson (Francia)

Etichette: , , , , , , ,