CINEMA A BOMBA!

giovedì 26 marzo 2026

I CLASSICI: BASTA VINCERE, FRIEDKIN VA A CANESTRO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 1994
108'
Regia: William Friedkin
Interpreti: Nick Nolte, Shaquille O'Neal, Penny Hardaway, Mary McDonnell, J.T. Walsh, Robert Wuhl, Louis Gossett Jr., Matt Nover, Bob Knight, Larry Bird.


Un burbero allenatore di basket universitario (Nolte) è in crisi: litiga di continuo con giornalisti e dirigenti, ha il sostegno di una donna adorabile (McDonnell) da cui però è divorziato e soprattutto la sua squadra - un tempo vincente - non è più competitiva.

In giro per gli Stati Uniti scova tre talenti in erba (tra questi O'Neal), ma - onesto qual è - l'uomo non vuole piegarsi ai tentativi dei suoi capi di ingaggiare i ragazzi con accordi sottobanco (per regolamento è vietato pagare i cestisti perché giochino nel campionato universitario).


Se c'è uno specialista nel genere "commedia sportiva", questo è Ron Shelton, autore di film con Kevin Costner come Bull Durham (sul baseball) e Tin Cup (sul golf), ma anche di Chi non Salta Bianco è (sul basket).
Qui torna sulla pallacanestro, ma solo come sceneggiatore e produttore, lasciando la direzione al Maestro in persona: William Friedkin.

Billy, cestista in gioventù e tifoso appassionato, si è approcciato al copione con diligenza e competenza.
Il risultato è una parabola morale un po' pesante - nonostante qualche occasionale alleggerimento - che ha il suo punto di forza nella regia muscolare e realistica tipica di Friedkin.

Per rendere le scene di azione verosimili, il nostro ha ingaggiato dei veri giocatori professionisti (Shaq e Penny degli Orlando Magic, ma pure il leggendario Larry Bird, ex stella dei Boston Celtics che fa un cameo nel ruolo di se stesso), girando contemporaneamente con sei cineprese, così da ottenere un effetto semi-documentaristico.

Se è vero che è difficile trasmettere su pellicola l'eccitazione di una vera partita, è vero anche che le sequenze di gioco sono le parti migliori del film, che comunque annovera un cast solido e ben scelto.
Tra la McDonnell di Balla coi Lupi e Wuhl di Batman compare anche il mitico coach Bobby Knight, cui il personaggio di Nolte è chiaramente ispirato.

Considerato un capitolo minore nella filmografia del regista di Vivere e Morire a Los Angeles e The Caine Mutiny, Basta Vincere è oggi rivalutata come una delle migliori pellicole sportive di sempre, apripista ad altri lungometraggi dello stesso genere (su tutti l'ottimo Hustle con Adam Sandler).

Consigliabile ai fan del basket e agli spettatori nostalgici del cinema "di una volta", privo di troppi fronzoli ed effetti.

Vogliamo chiudere con una nota spiritosa lasciando la parola a Friedkin, che raccontò un divertente anedotto su Nick Nolte, seguace dello Stanislavskij, famoso metodo di recitazione immersivo e totalizzante...

Non amo lavorare con gli attori "da metodo"; per me un attore deve entrare dalla porta, andare dal segno 1 al segno 2, recitare la propria battuta e uscire. (...) All'inizio delle riprese Nick si presentò da me con un volume di 500 pagine che aveva scritto di suo pugno sul proprio personaggio, e mi chiese di leggerlo. Quella sera diedi un'occhiata solo alle prime pagine e poi lo buttai via. La mattina dopo mi domandò: "L'hai letto? Che ne pensi?" Io gli risposi: "Certo, bellissimo! Adesso entra dalla porta, vai dal segno 1 al segno 2, recita la tua battuta ed esci..."


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lunedì 19 gennaio 2026

I DOC: FRIEDKIN UNCUT, IL MAESTRO SALE IN CATTEDRA

Il Maestro presenta Friedkin Uncut a Venezia (clicca sulla foto per guardare il trailer). 

Italia, 2018
106'
Regia: Francesco Zippel
Con: William Friedkin, Damien Chazelle, Wes Anderson, Matthew McConaughey, Juno Temple, Gina Gershon, Francis Ford Coppola, William Petersen, Michael Shannon, Walter Hill, Edgar Wright, Quentin Tarantino.


I documentari su William Friedkin non sono mai abbastanza, e quello che vi stiamo recensendo è uno dei più intriganti, divertenti e completi a lui dedicati.
Ha un'altra particolarità: è una produzione... italiana!

Il Maestro ha avuto nei suoi ultimi anni un legame particolarmente stretto col Belpaese, a partire dalla sua prima partecipazione alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2011, quando presentò in concorso Killer Joe e avemmo l'onore di incontrarlo e di diventare - come lui stesso ci avrebbe successivamente appellato - i suoi "italian friends".

In seguito, Billy sarebbe tornato in Italia a più riprese: al Lido per ricevere il meritatissimo Leone d'Oro alla carriera o per le anteprime dei suoi lavori successivi (l'ultima, purtroppo postuma, è stata quella di The Caine Mutiny Court-Martial nel 2023); a Firenze e Torino per dirigere opere liriche; a Roma per conoscere e intervistare l'esorcista del Vaticano, Padre Gabriele Amorth.

Proprio a questo incontro nella Capitale, da cui scaturì una memorabile cronaca pubblicata da Vanity Fair, è legato il nome dell'autore del film che vi stiamo recensendo.
Zippel è probabilmente il "Francesco" che Friedkin nomina nell'articolo come suo accompagnatore ed interprete; di certo è lo stesso che viene accreditato come line producer nel documentario che il nostro realizzò da quell'esperienza, The Devil and Father Amorth.

In Friedkin Uncut - proiettato in anteprima a Venezia 2018 - la carriera del cineasta di Chicago viene ripercorsa in ordine per lo più cronologico e lineare, in modo succinto ma esaustivo; a filmati di repertorio si alternano interviste ad amici, attori, colleghi, estimatori; le parti migliori sono però gli interventi dello stesso Billy dalla sua casa di Bel-Air.

Da grande oratore qual era, il Maestro gigioneggia a tutto vapore, si lancia in ardite considerazioni filosofiche e col suo umorismo caustico strappa spesso una risata.
Il risultato è un documento accorato e sincero che pende verso l'agiografia, il ritratto di un uomo di spettacolo larger than life che potrebbe durare tranquillamente il doppio e non risulterebbe noioso né pesante.

Diciamo la verità: si potrebbe ascoltare William Friedkin per ore perché parla di cinema meglio di chiunque altro; quanto manca la sua presenza autorevole oggi!
Consigliato non solo ai suoi fan, ma a tutti i cinefili degni di questo nome.


[PS: se voleste approfondire, qui sotto trovate una filmografia parziale del Maestro in ordine cornologico; cliccate sui link per guardare i trailer e soprattutto leggere le nostre recensioni!]

1971 - Il Braccio Violento della Legge.
1973 - L'Esorcista.
1977 - Il Salario della Paura.
1985 - I Serprenti della Notte.
1985 - Vivere e Morire a Los Angeles.
1986 - C.A.T. Squad.
1988 - C.A.T. Squad: Python Wolf.
1990 - L'Albero del Male.
1992 - Segno di Morte.
1995 - Jade.
1998 - Ce Que Je Sais.
2006 - Bug.
2011 - Killer Joe.
2017 - The Devil and Father Amorth.
2023 - The Caine Mutiny Court-Martial.


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martedì 22 ottobre 2024

GLI INEDITI: C.A.T. SQUAD + C.A.T. SQUAD-PYTHON WOLF, VIVERE E MORIRE A MONTREAL

(Clicca sulle locandine per vedere i due film) 

C.A.T. SQUAD
USA, 1986
97'
Regia: William Friedkin
Interpreti: Joe Cortese, Jack Youngblood, Steve James, Patricia Charbonneau, Eddie Velez, Bradley Whitford.

C.A.T. SQUAD: PYTHON WOLF
USA, 1988
93'
Regia: William Friedkin
Interpreti: Joe Cortese, Jack Youngblood, Steve James, Deborah Van Valkenburgh, Miguel Ferrer.


Come sa già chi conosce la sua opera o legge abitualmente il nostro blog, William Friedkin - uno dei Grandi della storia del cinema - era nato professionalmente come documentarista per la tv.
Medium che il nostro non disprezzò mai, neppure dopo il passaggio trionfale al grande schermo, e al quale occasionalmente tornò.

I risultati di tale "ritorno alle origini" furono altalenanti (andate a rileggervi questa doppia recensione!), ma in alcuni casi meritano una rivisitazione.
I due lungometraggi che vi presentiamo oggi - trasmessi solo in USA e inediti in Italia - appartengono a questa categoria.


C.A.T. Squad

Un gruppo di scienziati che sta lavorando a un progetto segreto per la Difesa americana viene decimato da un misterioso killer.
Per proteggere i pochi ancora in vita viene allestita una squadra speciale anti-terrorismo (C.A.T. sta per Counter-Assault Tactical)...

Squadra che vince non si cambia: Billy riassembla lo stesso team del capolavoro Vivere e Morire a Los Angeles, un anno più tardi.
Contributi tecnici di altissimo livello: dallo sceneggiatore ex-poliziotto Gerald Petievich all'operatore Bob Yeoman (futuro DP di fiducia di Wes Anderson), passando per il fido montatore Bud Smith.

Nonostante un uso ingombrante delle musiche del 2 volte premio Oscar Ennio Morricone (ricilate da Il Mio Nome è Nessuno), il film è un buon esempio di poliziesco anni 80 che non ha nulla da invidiare a produzioni coeve come Miami Vice.

Ma diversamente dalla serie ideata dall'amico/rivale Michael Mann, Friedkin rinuncia a qualsiasi componente glamour in favore di quel "realismo metropolitano" che è sempre stato il suo marchio di fabbrica.

Girato a Montréal con attori semisconosciuti (nel cast ci sono l'ex giocatore di football Youngblood e un giovane Whitford, quello di Get Out e Godzilla: King of the Monsters), questa prima parte del dittico si distingue per un paio di riuscite scene di azione che portano le chiare impronte del Maestro.


C.A.T. Squad: Python Wolf

La squadra di superagenti stavolta è alle prese con un gruppo di estremisti sudafricani che contrabbandano plutonio.
I nostri dovranno tra l'altro salvare uno dei propri membri che è stato catturato dal nemico...

Ritorna la colonna sonora del mitico Ennio e il regista firma il copione insieme al solito Petievich, affiancati per l'occasione dal romanziere e sceneggiatore Robert Ward (Hill Street Blues, Miami Vice).

Le novità sono rappresentate da una parte del cast (uno dei cattivi è il Ferrer di Twin Peaks) e dall'atmosfera più vicina a Top Gun che a Vivere e Morire a Los Angeles.

Di nuovo girato a Montréal, è un seguito nel complesso inferiore all'originale, ma la mano del Maestro ogni tanto affiora.


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sabato 9 dicembre 2017

I CORTI: CE QUE JE SAIS, ADIEU MONSIEUR HALLYDAY

Johnny Hallyday a fianco di William Friedkin. (Clicca sull'immagine per vedere il video). 

Francia, 1998
4'
Regia: William Friedkin
Interpreti: Johnny Hallyday.


Il 6 Dicembre 2017 è morto Johnny Hallyday, uno dei più amati e apprezzati cantanti francesi, interprete di grandi successi (uno anche in italiano: Quanto T'Amo).
Per i suoi connazionali è stato una specie di Elvis, per i suoi ottusi detrattori italiani solo un Ligabue o un Vasco transalpino.

Alla carriera musicale l'artista parigino aveva sempre affiancato quella cinematografica, arrivando a lavorare con registi del calibro di Jean-Luc Godard (Detective), Costa-Gavras (Consiglio di Famiglia), Patrice Leconte (L'Uomo del Treno) e Johnnie To (l'autore di Life Without Principle lo aveva scelto come protagonista di Vendicami).

Questo cortometraggio, che in realtà è un videoclip, rappresenta l'equilibrio tra le due anime di Hallyday, che ha la possibilità di mostrare le proprie doti canore in un contesto attoriale dove può godere della direzione di uno dei più grandi di Hollywood: William Friedkin alias "il Maestro", regista tra le altre cose di L'Esorcista e Killer Joe.

Che cosa? Un cineasta da Oscar che firma un video musicale?
Sì, perché nonostante tutto Billy è avvezzo al medium, avendo già diretto due clip a metà degli anni 80: To Live and Die in LA dei Wang Chung (singolo della colonna sonora di Vivere e Morire a Los Angeles) e Self-Control dell'ormai purtroppo dimenticata Laura Branigan.






Qui l'ambientazione rimanda inevitabilmente ad un'altra sua opera, quella che lo ha reso famoso: Il Braccio Violento della Legge, il cui titolo originale - forse non a caso - è The French Connection.
In una New York deserta, grigia, crepuscolare e spettrale che sembra riflettere lo stato d'animo del protagonista, Hallyday si muove con uno sguardo che buca lo schermo.

Il volto stropicciato dalle rughe e dall'età, l'inconfondibile voce potente e intensa, la solita presenza scenica: Friedkin confeziona un piccolo gioiello di virtuosismo registico e di stile sfruttando fascino e carisma del maturo rocker francese e il paesaggio urbano di una Brooklyn in chiaroscuro e malinconica.

Il potenziale da "uomo vissuto ma ancora virile" verrà esaltato, poi, soprattutto dai successivi e già citati film di Leconte e To, dei quali si dimostrerà un protagonista perfetto; ma è il Maestro che per primo lo ha messo in mostra.

Pensiamo quindi che questo videoclip possa essere un degno omaggio ad un grande cantante che col tempo si è dimostrato anche ottimo attore, ad un uomo di spettacolo che verrà ricordato a lungo in Francia e non solo.

Adieu, Monsieur Hallyday.




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mercoledì 17 agosto 2016

I CLASSICI: L'ANNO DEL DRAGONE, VIVERE E MORIRE A CHINATOWN

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 1985
145'
Regia: Michael Cimino
Interpreti: Mickey Rourke, John Lone, Ariane, Raymond J. Barry, Eddie Jones, Victor Wong.


New York. Il giovane e rampante gangster Joey Tai (Lone) tenta la scalata ai vertici della mafia cinese di Chinatown.
Ma a contrastare i suoi piani trova Stanley White (Rourke), pluridecorato reduce del Vietnam divenuto capitano di polizia.

Entrambi hanno già altri problemi: il primo nel rendersi credibile agli occhi degli anziani della propria comunità, il secondo nei rapporti con la moglie e i colleghi.
Lo scontro tra i due sarà senza esclusione di colpi.

A 5 anni di distanza dal disastro finanziario de I Cancelli del Cielo, che portò alla bancarotta la United Artists, Michael Cimino tornava dietro la macchina presa.
E lo faceva col suo film più scattante, inatteso e - forse, nel complesso - più riuscito.

Scritto a quattro mani con Oliver Stone, sceneggiatore di qualche merito (è suo il copione di Scarface diretto da Brian DePalma) e futuro regista di successo (Platoon, Wall Street, JFK), L'Anno del Dragone è - insieme a Vivere e Morire a Los Angeles del maestro William Friedkin, uscito nello stesso anno - il miglior poliziesco degli anni 80.

Nella cornice di una New York interamente ricreata in studio (così accurata nella sua finzione da aver tratto in inganno persino Stanley Kubrick, originario del Bronx), viene descritta una sorta di caccia al topo, una sfida tra due individui diversi e complementari, due ideologie, due culture.

Da un lato un "cattivo" senza molti scrupoli che però possiede una certa eleganza, una certa dignità tragica.
Dall'altro il "buono" più egoista, razzista e politicamente scorretto della storia di Hollywood.

Mickey Rourke - invecchiato dal trucco e, nella versione italiana, dalla voce bellissima di Ferruccio Amendola - è eccezionale nel rendere il proprio personaggio anche fragile, insicuro, umano.
Senza dubbio, una delle sue migliori interpretazioni.

Adattando liberamente un romanzo un po' fiacco di Robert Daley, Cimino e Stone scrivono i dialoghi più brillanti e sfacciati della propria carriera, iniettano un po' di ironia sarcastica e inseriscono alcune scene d'azione da antologia del cinema.

Due sparatorie in particolare - quella al ristorante e quella finale sui binari del treno - bastano a esprimere la maestria registica del cineasta italo-americano.

Come e forse più de Il Cacciatore, che pure gli aveva dato una repentina quanto effimera gloria, L'Anno del Dragone è il film che meglio ha saputo esprimere le qualità di Michael Cimino, autore poco prolifico e fuori da ogni schema.

Un piccolo artista incompreso che Hollywood aveva rinnegato e che adesso, inevitabilmente, rimpiangerà.




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lunedì 24 agosto 2015

MIA MADRE, LA STANZA DI NANNI

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

Italia, 2015
106'
Regia: Nanni Moretti
Interpreti: Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini, Nanni Moretti.


Margherita (Buy) è una regista affermata di pellicole a sfondo sociale, ma è anche una donna in crisi, specie da quando sua madre (Lazzarini), ex insegnante di lettere classiche, è ricoverata in ospedale.
Ad aiutarla c'è il fratello maggiore Giovanni (Moretti), a impensierirla ulteriormente ci sono invece una figlia adolescente e un attore hollywoodiano (Turturro), protagonista del suo nuovo film.

Senza troppi preamboli: presentato in concorso a Cannes 2015, dove è rimasto inspiegabilmente senza premi, Mia Madre è una delle opere italiane più riuscite degli ultimi anni, in assoluto una delle più ispirate di Moretti.

In questo ideale proseguimento dell'altrettanto toccante La Stanza del Figlio, con cui invece dalla Croisette portò a casa la Palma d'Oro (con grande "scorno" di un autoironico e divertito David Lynch, che sperava di vincere con Mulholland Drive), il regista romano affronta nuovamente il tema di un lutto privato e dell'autocritica che ne deriva.

Nonostante il titolo, la vicenda non è incentrata tanto sulla figura della madre, che pure funge da catalizzatore, quanto su quella di Margherita (madre a sua volta), sulla sua difficoltà di stabilire un vero rapporto umano con familiari, amici, colleghi, amanti.
La figlia non le dice tutto, il fratello le appare sempre più premuroso e saggio, persino gli ex alluni di sua madre sembrano averla conosciuta meglio di lei.

Di Nanni si possono discutere la simpatia, le idee politiche, l'abbandono della dimensione collettiva - che tanto piace ai suoi estimatori più intellettuali - in favore di quella privata.
Ma non la sensibilità, il senso della misura, l'abilità nella direzione degli attori, la capacità di alleggerire i momenti più drammatici alternandoli con intermezzi comici, affidati principalmente a John Turturro.

Il divo italoamericano - che i lettori del nostro blog ricorderanno per Vivere e Morire a Los Angeles e Il Grande Lebowski - è davvero in grande spolvero e strappa parecchie risate, ma anche gli altri protagonisti sono in stato di grazia.
Lo stesso Moretti è ottimo in un ruolo insolitamente sobrio e di secondo piano, ma Buy e Lazzarini qui trovano probabilmente il ruolo della vita (e devono al regista una riconoscenza infinita).

Si presume che i giurati del Festival francese da qualche mese dormano male; in ogni caso dovrebbero farsi un bell'esame di coscienza.
Mia Madre è con ogni probabilità il film italiano dell'anno.
Altamente consigliato.

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mercoledì 2 ottobre 2013

WILLIAM FRIEDKIN. BUG, TUTTO IL RESTO È (PARA)NOIA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2006
102'
Regia: William Friedkin
Interpreti: Ashley Judd, Michael Shannon, Lynn Collins, Brian F. O'Byrne, Harry Connick, Jr.


Anni 70: Il Braccio Violento della Legge, L'Esorcista, Il Salario della Paura.
Anni 80: Vivere e Morire a Los Angeles.
Anni 90: Jade.
Anni 10 (del nuovo secolo): Killer Joe.

All’appello manca solo il primo decennio del 2000: qual è il film di William Friedkin più rappresentativo di quegli anni?
La nostra scelta è caduta su Bug, colpevolmente ignorato dai distributori italiani, tanto che da noi è uscito in ritardo e soltanto in DVD.
Presentato al Festival di Cannes, ottiene buone recensioni e vince a sorpresa il premio Fipresci, tradizionalmente assegnato a opere prime o a giovani cineasti, non certo a ultrasettantenni leoni del cinema.

Billy sta attraversando un periodo di forte insoddisfazione professionale – il suo ultimo lavoro davvero memorabile risale ad almeno 20 anni prima! – quando fa un incontro che darà una nuova svolta alla propria carriera.
Si tratta del drammaturgo/attore Tracy Letts, che ha adattato per il cinema una propria pièce e sta cercando un regista per trasferirla sul grande schermo.

Agnes (Judd), cameriera con un figlio scomparso e un ex marito violento, vive di alcol e droghe in uno squallido motel nel deserto.
Qui incontra Peter (Shannon), timido e disadattato reduce dalla guerra del Golfo, ossessionato dagli insetti e dai complotti governativi.
Insieme, i due percorreranno un’allucinante spirale di follia e violenza, che li porterà a compiere un gesto estremo e definitivo.

Dramma esistenziale, love story non ortodossa o horror psicologico? Nessuna delle tre, o forse tutte ("Non rientra facilmente in alcuna categoria", ha affermato Friedkin in un'intervista).
Opera n.20 del regista, è una pellicola essenziale, girata con pochi mezzi, un piccolo set e due protagonisti in stato di grazia.
L'italoamericana Ashley Judd - vero cognome Ciminella - si immerge anima e corpo (soprattutto corpo) in un personaggio non facile con vibrante emotività, mentre il collega Michael Shannon - che riprende il ruolo già interpretato on stage - è un ottimo attore cui basta alzare un sopraciglio per sembrare ora rassicurante ora minaccioso (ve lo ricordate in Take Shelter?).

Il meglio del film è rappresentato dalla capacità del Maestro - quando è in vena è davvero tale - di trascendere la dimensione teatrale del copione e puntare all'allegoria.
Bug rappresenta infatti l'ennesima doccia fredda per i detrattori "politici" del nostro, da sempre accusato di reazionarismo (ma è anche lo stesso che ha diretto L'Affare del Secolo, lampante satira antimilitarista col comico liberal Chevy Chase).
La paranoia schizoide del reduce Peter (ma poi è davvero pazzo?) dice molto più sulla crisi americana post 11 Settembre e post Iraq di tante altre pellicole più esplicitamente dedicate all'argomento.

E' in fondo la storia di due solitudini che soltanto nell'amore reciproco trovano rifugio dalle minacce esterne (l'ex marito violento, il dottore) ed interne (gli insetti, che lo spettatore non vede mai), sommersi in un mondo estraneo, indifferente o ostile.
Forse qui non si parla solo degli USA. Forse si parla di tutti noi.

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domenica 29 settembre 2013

WILLIAM FRIEDKIN. JADE, ECCESSO BUGIE E VIDEOTAPE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 1995
95'
Regia: William Friedkin
Interpreti: David Caruso, Linda Fiorentino, Chazz Palminteri, Michael Biehn, Richard Crenna, Angie Everhart, Victor Wong.


Vecchio porco, appartenente all'aristocrazia di San Francisco, viene trovato orribilmente assassinato nel proprio megavillone.
Si incarica del caso un ambizioso viceprocuratore distrettuale (Caruso), che concentra i sospetti su una sua vecchia fiamma (Fiorentino), ora sposata con un potente e cinico avvocato (Palminteri).
Ma nelle indagini è coinvolto persino il Governatore (Crenna)...

Un regista Premio Oscar, autore di capolavori che hanno rivoluzionato il cinema (indovinate di chi stiamo parlando).
Una bella attrice reduce da lodi sperticate per la sua interpretazione da femme fatale in un piccolo film dai buoni incassi, L'Ultima Seduzione (Linda Fiorentino).
Un popolare divo televisivo in cerca della consacrazione definitiva sul grande schermo (David Caruso).
Un attore fresco di nomination per Pallottole su Broadway di Woody Allen, nonché autore del copione di Bronx, convincente esordio dietro alla macchina da presa di Robert De Niro (Chazz Palminteri).
Lo sceneggiatore più pagato del momento (Joe Eszterhas, quello di Basic Instinct, per intenderci).
Un apprezzato autore di colonne sonore (James Horner).

Gli ingredienti per fare di Jade un successo c'erano tutti, almeno sulla carta. Il problema è che in gran parte sulla carta sono rimasti.
Non che il sottogenere "thriller erotico" faccia normalmente accorrere il pubblico a frotte nelle sale; ma se aggiungiamo a ciò alcuni gravi errori, ecco che non risulta poi inspiegabile il flop di questa pellicola.

Qualche esempio.
La scelta dei protagonisti: Caruso è ancora lontano dal ruolo dell'iconico eroe televisivo Horatio Caine di CSI: Miami; la Fiorentino è poco credibile e qui sfoggia un sex appeal pari a quello di una triglia bollita.
La fotografia: patinata come quella dei tipici porno soft di quegli anni.
Il copione: infarcito di luoghi comuni e con colpi di scena poco scioccanti.
Le scene di sesso: più o meno esplicite, ma fintamente trasgressive, cercano di provocare lo spettatore facendolo diventare – suo malgrado – un voyeur come i personaggi del film (insomma, la tipica "eszterhasata").

Allora perché recensire nello Speciale Friedkin un film che nel complesso non ci è piaciuto?
Perché dopo i fasti di Il Braccio Violento della Legge e L'Esorcista, e dopo film notevoli ma incompresi come Il Salario della Paura e Vivere e Morire a Los Angeles, il nostro ha vissuto un lungo periodo di crisi artistica.
E Jade - che pure negli anni Novanta tra i suoi lavori è il meno peggio - ne è la dimostrazione.

Ma non tutto è da buttare, anzi.
A partire dalla lunga sequenza - 8 minuti buoni - dell’inseguimento automobilistico, vero marchio di fabbrica del Maestro, che questa volta si diverte a giocare col ritmo: prima forsennato tra le ripide strade di San Francisco; poi di una lentezza esasperata quando inseguitore e inseguito si ritrovano rallentati dal carnevale cinese; infine sospeso, ma carico di tensione e attesa, nel finale sul porticciolo, con le due vetture che sembrano muoversi come predatori in procinto di attaccare la preda.
Un pezzo di rara maestria registica che da solo vale la visione del film.

Tra le altre cose da salvare: la colonna sonora, con brani di Loreena Mckennitt e di Stravinskij; la descrizione ambientale, condotta con virtuosismo quasi compiaciuto (vedere l’inizio, mentre scorrono i titoli di testa); la sottile satira antiborghese, probabilmente dovuta alle modifiche effettuate sulla sceneggiatura personalmente da Friedkin.

Per queste ragioni, nonostante tutto, Jade ha lasciato un ottimo ricordo ad Hurricane Billy, che ancora oggi lo annovera tra i suoi lavori più riusciti.
Sarà poi l’incontro con il drammaturgo Tracy Letts - autore prima delle pièce e poi dei copioni di Bug e Killer Joe - a ravvivare nel nostro, una volta per tutte, l’ispirazione dei tempi migliori.
Ma questa è un’altra storia.

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domenica 15 settembre 2013

WILLIAM FRIEDKIN. IL BRACCIO VIOLENTO DELLA LEGGE, LA POLIZIA SI INC***A

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 1971
103'
Regia: William Friedkin
Interpreti: Gene Hackman, Roy Scheider, Fernando Rey, Tony Lo Bianco, Eddie Egan, Sonny Grosso.


Dopo la recensione de Il Salario della Paura, presentato in versione rimasterizzata a Venezia 2013 in occasione del compleanno di William Friedkin (ivi insignito dello strameritato Leone d'Oro alla carriera), continuiamo il nostro speciale sul Maestro tornando indietro di qualche anno.

Siamo all'inizio degli anni 70.
Il nostro, dopo una buona gavetta in televisione, è reduce da un pugno di lungometraggi sperimentali che lo hanno reso un nome noto nei circuiti underground.
Viene notato anche dallo sveglio produttore Philip D'Antoni, che gli propone di dirigere un poliziesco metropolitano, The French Connection; una vera fortuna per il regista, che ha la possibilità di cimentarsi in un genere per lui inusuale (finora).

Il copione, affidato all’esperto Ernest Tidyman - romanziere di Shaft, da cui verrà tratta la celebre pellicola omonima con Richard Roundtree - è ispirato alle vicende di due veri poliziotti, Egan & Grosso, i quali partecipano alle riprese sia come consulenti tecnici sia come attori, in ruoli minori.
New York: il rozzo sbirro "Popeye" Doyle (Hackman), insieme al laconico collega "Cloudy" Russo (Scheider), dà la caccia ad un raffinato trafficante marsigliese (Rey), giunto negli USA per portare a destinazione un importante e ingente carico di droga. La sfida sarà senza esclusione di colpi.

Risultato? 5 premi Oscar, tutti meritatissimi: miglior film, regia (ad oggi la sola statuetta vinta dal Maestro), Hackman attore protagonista, sceneggiatura e montaggio.
Ma insieme ai premi e al successo commerciale arrivano anche le polemiche di parte della critica, che dipinge film e regista come "reazionari": un’accusa idiota che accompagnerà Billy per tutta la carriera, e che dimostra quanto questo autore sia stato e sia tuttora poco capito.

Come abbiamo già visto nel post dedicato a Il Salario della Paura, al nostro interessa realizzare opere il più possibile vicine al reale: non solo verosimili, ma "vere" (non dimentichiamo che Friedkin viene dai documentari).
La vita dei poliziotti è dura e violenta? Allora la finzione deve riprodurre quella durezza e quella violenza, senza filtri o edulcoranti: il personaggio di Popeye - interpretato da un grande Gene Hackman - è razzista e spietato perché sono l’ambiente in cui si muove e il mestiere che fa che lo hanno reso così.

Questa fissazione per il "realismo metropolitano" spiega alcune precise scelte di regia, quali girare totalmente on location (ossia senza l'utilizzo alcuno di set cinematografici), coinvolgere nelle riprese i protagonisti della vicenda originale (il meccanico che nella realtà aiutò Egan e Grosso, tale Irving Abrahams, compare nel ruolo di se stesso) o utilizzare un vero campione di eroina per la scena del test sulla purezza della droga (una sequenza che ricorda quella dei dollari falsi di Vivere e Morire a Los Angeles).

La sequenza più memorabile del film rimane però quella nella quale Doyle rincorre il sicario francese: 10 magistrali minuti senza musica che danno il via ad un’ ideale "trilogia degli inseguimenti", che proseguirà nel succitato Vivere e Morire a Los Angeles, fino a concludersi con Jade.
Notare che le 3 pellicole sono girate in decenni diversi (anni 70, 80 e 90) e ambientate in differenti metropoli (New York, Los Angeles, San Francisco), quasi rappresentassero dei veri e propri "giri di boa" per il regista, continuamente impegnato a superare se stesso e al contempo cimentarsi in qualcosa di nuovo, pur mantenendo il proprio originalissimo stile.

A distanza di oltre 40 anni, Il Braccio Violento della Legge fa ancora scuola, e rappresenta non solo una vetta nell'itinerario artistico di William Friedkin, ma anche uno dei più significativi connubi tra il cinema di genere e quello d'autore.

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giovedì 29 agosto 2013

WILLIAM FRIEDKIN. PERCHE' UNO SPECIALE



Oggi, 29 Agosto 2013, compie gli anni William Friedkin.

Il suo nome dirà forse poco a chi non frequenta assiduamente CINEMA A BOMBA!: dopo averne parlato in parecchi post, abbiamo finalmente deciso di dedicare a questo grande regista uno speciale per festeggiare il meritatissimo Leone d'Oro alla carriera che la Mostra del Cinema di Venezia gli ha attribuito proprio il giorno del suo 78o compleanno.
Per l'occasione verrà presentata altresì una nuova versione di Il Salario della Paura, ambizioso ma sfortunato capolavoro (che non mancheremo di recensire a breve!) il cui insuccesso di pubblico pose fine alla sua vorticosa ascesa verso l'empireo hollywoodiano.

Il nostro era infatti reduce dai trionfi ottenuti da due pellicole che fecero epoca: Il Braccio Violento della Legge (che gli permise di vincere il suo finora unico Oscar, per la regia) e L'Esorcista (uno dei più eclatanti campioni d'incassi di tutti i tempi).
Nulla sembrava in grado di fermarlo.

Friedkin non riuscirà più, invece, a replicare i fasti delle sue opere più famose.
Un vero peccato, perché un film come Vivere e Morire a Los Angeles - rivalutato in ritardo dalla critica - avrebbe meritato una sorte più benigna.
Nonostante ciò, il Maestro è recentemente tornato a far parlare di sé con un noir provocatorio e immaginifico, che col passare del tempo sta assurgendo sempre più allo status di cult: Killer Joe, presentato in concorso a Venezia nel 2011.

Col riaccendersi delle luci della ribalta e sull'onda dell'entusiasmo, il cineasta di Chicago si è scatenato: oltre al riconoscimento che riceverà al Lido e al ritorno nelle sale di Il Salario della Paura in versione rimasterizzata, egli ha dato alle stampe la sua autobiografia (The Friedkin Connection - gioco di parole col titolo originale di Il Braccio Violento della Legge, cioé The French Connection; in Italia esce oggi con il modesto titolo Il Buio e la Luce) e sta lavorando ad un nuovo film - Trapped - con Demián Bichir.

Insomma, Hurricane Billy - com'è chiamato per il suo carattere turbolento - sta tornando alla grande, e dopo aver gigioneggiato in occasione della sua ultima apparizione sul red carpet del Lido (ricordate il simpatico siparietto che ha fatto con noi della redazione di CINEMA A BOMBA! due anni fa?), promette ancora sicuro spettacolo.
Vai così, Maestro!

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domenica 5 maggio 2013

LEONE D'ORO A FRIEDKIN, GRAZIE ANCHE A CINEMA A BOMBA!




Il Leone d'Oro alla carriera quest'anno verrà assegnato al Maestro.
William Friedkin lo riceverà a Venezia in concomitanza col proprio compleanno, il 29 agosto.
Nell'occasione, Hurricane Billy - come il nostro viene chiamato per il carattere turbolento - presenterà una versione restaurata del suo classico del 1977, Il Salario della Paura.

Il film - remake di una pellicola francese del 1953, Vite Vendute - non è tra i più famosi del nostro, ma è assurto allo stato di cult a causa della travagliatissime riprese nella giungla dominicana, e lo stesso William lo considera uno dei propri lavori più personali e riusciti.

Nella motivazione del premio, il direttore della Mostra del Cinema Alberto Barbera ha riconosciuto a Friedkin: “una fedeltà rischiosa ai propri ideali che, allontanandolo dal centro del cinema hollywoodiano, lo ha spinto a cercare nel cinema indipendente quella libertà necessaria a perseguire la ricerca di un linguaggio fatto di spiazzamenti continui, di istinto visivo folgorante, visionario, allucinatorio, eppure insaziabilmente affamato di realtà anche quando sembra perdersi nel delirio cinetico, astratto e perfezionistico delle prepotenti sequenze d’azione e d’inseguimento che caratterizzano la sua opera in maniera emblematica.
William Friedkin rappresenta ancora oggi l’esempio di un cinema esigente, intellettualmente onesto, emotivamente intenso, programmaticamente avventuroso ed erratico: un antidoto potente e generoso al crescente livellamento del cinema contemporaneo
”.

Visti gli articoli entusiastici che abbiamo dedicato al nostro e il bombardamento mediatico di post e tweet nei principali social network a favore suo e del restauro di Il Salario della Paura, ci piace pensare di aver contribuito - anche se in minima parte - alla rivalutazione di uno dei cineasti più originali ed innovativi della storia del cinema, ingiustamente incompreso ed emarginato dal giro che conta ad Hollywood nel corso della sua carriera, per le sue scelte troppo in anticipo sui tempi.

Per festeggiare quindi degnamente l'importante riconoscimento, CINEMA A BOMBA! ha in serbo per il futuro uno speciale sul regista di Chicago.

Così, dopo avervi fatto conoscere Killer Joe e riscoprire Vivere e Morire a Los Angeles, continueremo insieme lo sconvolgente viaggio negli inferi di un'America in balia del male, specchio della crisi materiale e di valori della nostra società occidentale.

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domenica 28 ottobre 2012

I CLASSICI: DRIVE, ANATOMIA DI UN CULT (POST)MODERNO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2011
100'
Regia: Nicolas Winding Refn
Interpreti: Ryan Gosling, Carey Mulligan, Albert Brooks, Ron Pearlman, Christina Hendricks, Russ Tamblyn.


Emergente di talento o manierista velleitario?
Nicolas Winding Refn (ricordate Bronson?) è uno di quei personaggi in grado di dividere nettamente la critica fra estimatori adoranti e feroci detrattori.
Autore di culto ed ex enfant prodige del cinema danese, è un abitué dei festival di tutto il mondo, ma da noi si è fatto conoscere solo con Drive, presentato a Cannes 2011 e ivi insignito - un po’ a sorpresa - del premio per la miglior regia (mentre la Palma d’Oro veniva destinata all’ottimo The Tree of Life di Malick).

La storia segue le gesta di un meccanico – un sorta di aggiornamento dell’Uomo Senza Nome leoniano – che di giorno lavora come stuntman e di notte arrotonda facendo l’autista per le rapine.
La sua vita cambia quando decide di aiutare una giovane madre con un marito ex galeotto in debito con la mafia.
Il pilota si ritrova così a fronteggiare una banda di piccoli gangster capeggiati da un trucido boss.

Una pellicola che sembra studiata apposta per trasudare coolness da ogni poro: attori azzeccati (emergono il lanciatissimo Gosling, quello di Le Idi di Marzo, e il comico Brooks in un ruolo per lui inusuale), un copione con tutti i luoghi comuni al posto giusto, accattivanti musiche rétro, continui riferimenti grafici agli anni 80 e una cura particolare dei dettagli.

Numerosissimi i riferimenti più o meno colti (la favola della rana e dello scorpione è un leitmotiv, peraltro ripreso dalla giacca dello stilosissimo protagonista), specie in campo cinematografico, segno di un postmodernismo che ha spinto alcuni a tirare in ballo Tarantino.
Ma Quentin c’entra poco. I debiti più evidenti sono nei confronti dei noir metropolitani di William Friedkinin primis Vivere e Morire a Los Angeles – e Michael Mann, ma gli omaggi sono molteplici: da Walter Hill a Luc Besson, da Sam Peckinpah a Gaspar Noé.

Fra adrenalinici inseguimenti e silenzi esistenziali, romanticherie al ralenti e subitanee esplosioni di Grand Guignol, c’è spazio persino per un dito inguantato minaccioso come una pistola e per una forchetta da cucina che dà un po’ troppo nell’occhio.

Né genio né bluff, quindi: NWR è un artigiano furbetto con qualche asso nella manica, che ha trovato in Ryan Gosling il proprio Steve McQueen e più di ogni altra cosa conferma l’ottimo stato di salute del nuovo cinema scandinavo (vedi pure Iron Sky), anche quando è in trasferta yankee.

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martedì 5 giugno 2012

I CLASSICI: VIVERE E MORIRE A LOS ANGELES, A LEZIONE DAL MAESTRO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 1985
116'
Regia: William Friedkin
Interpreti: William Petersen, Willem Dafoe, John Pankow, Darlanne Fleugel, Dean Stockwell, John Turturro.


Ci è parso giusto iniziare ufficialmente la sezione I CLASSICI DI CINEMA A BOMBA! con l'opera più rappresentativa di un regista che abbiamo avuto la fortuna di incontrare alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, in occasione dell'anteprima del suo Killer Joe.
Parliamo naturalmente del grande William "Maestro" Friedkin.

La storia: l'agente Chance (Petersen), ossessionato dall'uccisione del suo migliore amico e collega, decide di dare la caccia - senza esclusione di colpi e al confine della legalità - ad un falsario/artista (Dafoe) che di quella morte è responsabile.
Ad aiutarlo ci sono un'informatrice fin troppo disponibile (Fleugel) e un nuovo collega più ligio al protocollo (Pankow).

Un vero classico del noir, uno di quei film da scuola del cinema che a oltre 25 anni dalla propria uscita non ha perso un briciolo del proprio magnetismo.
Merito di un cast azzeccato (Petersen in versione pre- CSI è perfetto), di un'accurata ambientazione con un'insolita Los Angeles (fotografia dell'antillano Robby Muller), di un ritmo serrato e continuo, e soprattutto della maestria tecnica del regista.

Friedkin tira fuori dal cilindro alcune delle sequenze più ingegnose e spettacolari della propria carriera: dal prologo col terrorista arabo alla fabbricazione delle banconote false (per la quale fu ingaggiato come consulente un vero ex-falsario!), dall'inseguimento in aeroporto con Chance che corre sul cordolo del tappeto mobile all'inaspettato finale.
Fino al celeberrimo inseguimento in auto - marchio di fabbrica del maestro - contromano in autostrada: una scena lunghissima girata quasi senza stuntman (la tensione sui volti degli attori è reale!), una chicca per gli appassionati di action movie.

Non che i meriti del film siano solo formali, anzi. Mai come in questa pellicola il regista è riuscito a rappresentare il lato oscuro dell'edonismo degli anni 80, la religione del denaro, l'egoismo e l'ambiguità dell'animo umano.
Non ci sono buoni e cattivi, i ruoli si confondono e si annullano.
Rimane il ritratto, impietoso e incisivo, di un'America violenta in cerca di un'impossibile redenzione.

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