CINEMA A BOMBA!

mercoledì 3 giugno 2026

I CORTI: THE BACKROOMS (FOUND FOOTAGE), PERDERSI È UNA QUESTIONE DI STILE

(Clicca sull'immagine per vedere il cortometraggio). 

USA, 2022
9'
Regia: Kane Parsons


1991. Un cameraman che sta girando un filmino amatoriale si ritrova improvvisamente catapultato nelle Backrooms, un insieme di stanze vuote o semivuote situate in una dimensione parallela a quella reale.

Il protagonista, che continua a riprendere tutto ciò che vede, mentre cerca una via d'uscita dal dedalo si accorge di essere seguito da una misteriosa creatura...


Quello delle backrooms è un concetto nato qualche anno fa su Internet e uno dei più popolari esempi di creepypasta (sostanzialmente leggende metropolitane sviluppate e diffuse online).

Nel 2022 uno youtuber di nome Kane Parsons - ai tempi noto col nickname Kane Pixels - ne ha firmato una propria versione pubblicando sul proprio canale un cortometraggio diventato in breve tempo virale (ad oggi vanta 78 milioni di visualizzazioni).

La vera notizia? Kane aveva solo... 16 anni!

Il ragazzo, autodidatta di programmi di CGI dall'età di 10 anni, ha imparato ad usare software come Adobe After Effects e Blender tramite dei banali tutorial e ha realizzato un'opera in cui tutto ciò che si vede, per quanto realistico, è interamente virtuale.

Il corto, narrativamente parlando, non è originale né innovativo: i soliti corridoi claustrofobici (un rimando alla Loggia Nera di Twin Peaks?), l'inevitabile mostro spaventoso, l'espediente frusto del found footage.
Ciò che lo rende interessante è come sia stato fatto.

Girato come un video casalingo degli anni 90, ha avuto tanto successo da generare una web series (2022-2024) e addirittura un lungometraggio ad alto budget che sta uscendo proprio in questi giorni.

Ad interpretare quest'ultimo troviamo Renate Reinsve del recentissimamente palmadorato Fjord e Chiwetel Ejiofor di 12 Anni Schiavo.
E in cabina di regia? Ancora lui: Kane Parsons, 20 anni.

Benché più vicino a The Blair Witch Project che a La Casa, questo horror "analogico" dimostra il talento visionario di un giovane che potrebbe aspirare a diventare il Sam Raimi della propria generazione.

Ci riuscirà? Chi (soprav)vivrà (alle backrooms) vedrà.


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lunedì 23 giugno 2025

GLI INEDITI: GEN13, NOSTALGIA MUTANTE

I Gen13 a Roma, disegnati da Jim Lee
(clicca sull'immagine per vedere il film intero). 

USA, 1998
86'
Regia: Kevin Altieri
Voci originali: Alicia Witt, Flea, Cloris Leachman, Mark Hamill.


La geniale studentessa Caitlin Fairchild (Witt) e altri 4 suoi coetanei - tra cui il grezzo e generoso Grunge (Flea) - vengono sottoposti a propria insaputa ad un esperimento genetico che dona loro dei superpoteri.

Manipolati dal telepate senza scrupoli Threshold (Hamill), capiscono che la loro scelta migliore è allearsi col misterioso Lynch, capo dell'organizzazione segreta nota come Operazioni Internazionali...


Co-creato dal grande Jim Lee, storico autore di X-Men e WildC.A.T.s, nonché attuale super-mega-direttore della DC Comics (chi scrive ha anche avuto la fortuna di incontrarlo nel 2023, ma questa è un'altra storia), Gen13 fu uno dei fenomeni fumettistici degli anni 90.

Ideato e sviluppato insieme al disegnatore J.Scott Campbell e allo scrittore Brandon Choi, è stato anche l'unico titolo della Image Comics ad avere l'onore di un adattamento cinematografico, insieme a Spawn di Todd McFarlane.

Ma mentre quello era un live action proiettato pure nelle grandi sale, questo è un lungometraggio animato che ha avuto una distribuzione limitata (in Italia arrivò solo in home video e in patria è persino rimasto inedito, tanto per dire).

La regia è affidata all'esperto Altieri (Batman The Animated Series), ma la grafica è appena sufficiente anche per gli standard di quegli anni.
Buoni invece la sceneggiatura, che adatta fedelmente la prima storica miniserie del gruppo, e il doppiaggio originale.

Nel cast vocale si distinguono Witt (la ricordate in Twin Peaks?) e il mitico Hamill (indimenticato Luke Skywalker di Star Wars), mentre è piuttosto inusuale la presenza di Flea (uno dei nazi-nichilisti de Il Grande Lebowski, più conosciuto come bassista della funk-rock band Red Hot Chili Peppers).

Consigliato ai fan del fumetto d'origine, ai quali lascerà un po' di nostalgia per i tempi che furono: ormai impegnato ad amministrare la casa di Batman e Superman, Jim Lee - qui anche produttore - difficilmente tornerà alle proprie creature.

Gen13 è tuttavia anche una buona occasione, per chi non li avesse mai sentiti, di conoscere alcuni tra i personaggi più iconici di fine secolo scorso.


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sabato 25 gennaio 2025

DAVID LYNCH. L'UOMO DEI SOGNI

David Lynch durante le riprese dell'ultima stagione di Twin Peaks.  


David Lynch è morto.
Una perdita incommensurabile per il mondo del cinema - è stato uno dei migliori e più importanti cineasti di tutti i tempi - e non solo.

Classe 1946, originario di Missoula (Montana), King David era l'ultimo Uomo del Rinascimento.
Dei suoi film era regista, sceneggiatore, produttore, sound designer, ma occasionalmente anche attore (pure per conto terzi: solo un paio di anni fa aveva interpretato John Ford in The Fabelmans di Steven Spielberg), direttore di fotografia, montatore, compositore.

Per non parlare dei suoi lavori extra-cinematografici: era un apprezzato pittore, fotografo, arredatore, vignettista; aveva realizzato alcuni dischi musicali, prima come produttore e paroliere, poi come musicista d'avanguardia, infine come cantautore sui generis; aveva aperto un esclusivo club a Parigi e fondato un'associazione di grande successo che promuove la meditazione trascendentale.

Fu tra i primi cineasti di successo a intuire le potenzialità dell'allora "snobbatissimo" mezzo televisivo, cambiando le regole del gioco col seminale serial Twin Peaks, un cult ancora oggi, a distanza di 35 anni.
Apprezzatissimo in Europa, ma Hollywood - che era diventata la sua casa - non lo capì mai davvero: vinse la Palma d'Oro a Cannes (dove fu insignito 2 volte anche come miglior regista) e il Leone d'Oro a Venezia (alla carriera), ma non ottenne mai un Oscar, nonostante diverse candidature.

Si dice che Fellini girasse film ispirati ai propri sogni; Lynch invece metteva in immagini i propri incubi, e li condivideva col mondo.
Le sue pellicole erano quasi sempre così ermetiche da risultare incomprensibili, ma lui non ci badava: dirigeva film come un pittore dipinge quadri, incurante del significato, ma interessatissimo alla reazione che avrebbero suscitato negli spettatori.

Vi lasciamo qui sotto la sua filmografia principale con le nostre recensioni, consci che non basteranno a definire la grandezza della sua opera, unica nella storia del cinema.
Grazie di tutto, David.


Eraserhead (1977)

 
Un uomo dai capelli ritti (Jack Nance) rimane sconvolto quando la sua ragazza partorisce un esserino mostruoso.

Impossibile raccontare per esteso la trama dell’opera prima di David Lynch, girata tra mille difficoltà con un budget minimo: si tratta per lo più di scene criptiche e oniriche che creano angoscia e disagio, metaforizzando la paura della paternità.

Espressionista, con una fotografia sgranata in bianco e nero, divenne il film preferito da Stanley Kubrick e un piccolo cult nei cinema d’essai.
Delirante, ma già “lynchiano” al 100%.


The Elephant Man (1980)

 
Un uomo deforme ma dall’animo gentile (John Hurt) viene portato via da un circo da un medico (Anthony Hopkins) che fa di tutto per farlo diventare un gentiluomo inglese.

Dopo diversi cortometraggi e lo sperimentale Eraserhead, David firma la sua prima regia importante sotto l’ala del produttore Mel Brooks (sì, proprio quello di Frankenstein Junior!).

Ispirato ad una storia vera, il film è l’occasione per il regista di mostrare talento e sensibilità raccontando la vicenda di un “diverso” migliore di tanti “normali”.

Buoni sentimenti sì, sentimentalismo no.
Ebbe numerose nomination agli Oscar, comprese quelle per miglior film e regia.


Dune (1984)

 
Durante una guerra intergalattica tra due casate rivali, un giovane duca (Kyle MacLachlan) diventa la guida di un popolo misterioso che vive nel desertico pianeta Dune difendendo una potente spezia.

Tratto dall’omonima saga letteraria cult di Frank Herbert e sceneggiato dallo stesso Lynch, è un film atipico per il regista.
Costò svariati milioni di dollari e fallì miseramente al botteghino, probabilmente perché risulta incomprensibile o quasi, specie per chi non ha letto il complesso romanzo di partenza.

Tuttavia le scene, i costumi, le creature (di Carlo Rambaldi), gli effetti speciali e la regia visionaria lo rendono uno strano film d’autore.
Vero che ora siamo abituati all'adattamento di Denis Villeneuve, ma questo primo tentativo di mettere in immagini il famoso romanzo sci-fi sarebbe da rivalutare.


Velluto Blu (1986)

 
Dopo aver trovato per caso un orecchio mozzato, un giovane (Kyle MacLachlan) si improvvisa detective e scopre che un gangster psicotico (Dennis Hopper) ricatta una cantante di night club (Isabella Rossellini).

Quarto lungometraggio che confermò il talento visionario del regista e fissò definitivamente i canoni del suo personalissimo stile, fece scandalo e divise la critica tra detrattori veementi e adoratori entusiasti.

Thriller inquietante e onirico, volutamente provocatorio, racconta una discesa agli inferi con catarsi finale che si può leggere come metafora del difficile passaggio dall’adolescenza all’età adulta, ma anche come riflessione sul cinema e la sua funzione voyeuristica.
Disturbante per chi ama i film classici e lineari, affascinante per chi accetta di entrare nel meccanismo della messinscena.

Numerosi i momenti di grande cinema, perfetta la colonna sonora vintage.
Hopper disegna un cattivo da antologia.


Cuore Selvaggio (1990)

 
Due sbandati (Laura Dern e Nicolas Cage) attraversano gli States per fuggire alla possessiva madre di lei, che assolda un investigatore privato (Harry Dean Stanton) e un gangster perché li rintraccino.

Grottesco noir on the road, con punte di splatter estremo, vinse a sorpresa la Palma d’oro a Cannes e confermò David Lynch come il regista più intelligente e provocatorio del nuovo cinema americano.
A conti fatti, si può considerare anche come un precursore del pulp tarantiniano.

Rispetto al romanzo di Barry Gifford da cui è tratto, il regista ha accentuato i toni onirici e fiabeschi, aggiungendo iterati riferimenti a Elvis e a Il Mago di Oz, e ribaltando completamente il finale.

Non è il film migliore di Lynch, ma è pieno di sequenze memorabili (la serenata di Cage in discoteca e l’impressionante incidente automobilistico notturno, solo per citarne due, peraltro assenti nel libro).
Solito, grande cast in cui si distingue il perverso/simpatico Dafoe.


Twin Peaks (1990-91)

 
La misteriosa uccisione di una ragazzina (Sheryl Lee) scuote Twin Peaks, paesino di provincia i cui abitanti nascondono ipocrisie e oscuri segreti.
Viene mandato a investigare un agente dell'FBI dai metodi non convenzionali (Kyle MacLachlan).

Storia di delitti e intrighi in una provincia montana americana, fu il serial più importante della storia della televisione (almeno fino a Lost).
Rivoluzionò i canoni del genere annullando il confine tra grande e piccolo schermo, segnando l’apice della popolarità del grande David Lynch che l’ideò col co-sceneggiatore Mark Frost (vedi il dittico dei Fantastici 4) e diresse alcuni episodi.

Alternando momenti di spavento e mistero a scenette quasi demenziali di umorismo surreale, costrinse gli spettatori di tutto il mondo a scervellarsi per rispondere alla domanda: "Chi ha ucciso Laura Palmer?"
Operazione di marketing geniale, ma in retrospettiva molte delle puntate che non vedono il coinvolgimento diretto di Lynch e Frost risultano deboli.

Musiche indimenticabili di Angelo Badalamenti, collaboratore storico del regista, e MacLachlan nel ruolo della vita.
Tra i comprimari spicca lo spassoso Albert impersonato da Miguel Ferrer.


Twin Peaks: Fuoco Cammina con Me (1992)

 
Indagando sulla morte di una giovane, due agenti dell’FBI (Chris Isaak e Kiefer Sutherland) scompaiono nel nulla. Un altro agente (Kyle MacLachlan) scopre di avere poteri paranormali.
Laura Palmer (Sheryl Lee), studentessa modello di giorno, conduce una vita dissoluta di notte.

Dopo un successo così clamoroso, era ovvio che David tornasse a Twin Peaks; questa versione cinematografica è però un prequel, cioè un racconto degli antefatti della vicenda.
Un fiasco totale: non risolve le lacune della serie, aggiungendone anzi di nuove, e ignora gran parte dei personaggi principali.

Il prologo è magistrale (una sequenza su tutte: la donna vestita di rosso che all’aeroporto mima messaggi in codice), poi il film diventa ridondante quando si concentra sul personaggio di Laura.
Finì per alienare critici e fan, che contestarono anche il tasso di violenza, nonostante qualche espediente sonoro di gran pregio.


Strade Perdute (1997)

 
Il sassofonista Fred (Bill Pullman) finisce in carcere per l’omicidio della moglie (Patricia Arquette), ma in cella si trasforma in un giovane meccanico (Balthazar Getty).
Questi, tornato a casa, instaura una pericolosa relazione con la pupa di un gangster (Robert Loggia), identica alla moglie del sassofonista.
A tirare le fila dell’intera vicenda sembra essere un misterioso omino ubiquo (Robert Blake).

Dopo il successo planetario di Twin Peaks, David torna al cinema con una delle sue opere più riuscite e rappresentative, probabilmente la più sottovalutata.
Il regista cerca di dare vita all’inconscio, ad un mondo onirico e irrazionale, inspiegabile come la trama del film, scritta a quattro mani col romanziere Barry Gifford (Cuore Selvaggio).

Immersa in un’atmosfera irreale, ambigua e plumbea (un po’ il marchio di fabbrica di Lynch), la pellicola si snoda incoerentemente come un incubo ad occhi aperti privilegiando lo stile alla storia, a riprova che il geniale cineasta americano era soprattutto un fabbricante di sensazioni, di emozioni forti.
Tra gli attori, perfetti Pullman e la Arquette e indimenticabile l’uomo misterioso impersonato da Blake.

Ultimo film per Jack Nance e Richard Pryor: il primo era stato con David fin dall'esordio di Eraserhead, il secondo - celebre stand-up comedian - è in uno dei suoi rari ruoli seri.


Una Storia Vera (1999)

 
Un anziano agricoltore (Richard Farnsworth) attraversa gli USA alla guida di un tagliaerba per poter rivedere il fratello malato (Harry Dean Stanton).

A 53 anni, sorprendentemente David Lynch cambia: realizza un film lento, molto ortodosso.
Bello, poetico e commovente, sereno e amaro allo stesso tempo, comincia e si conclude con la medesima contemplazione di un cielo stellato.

Pur senza rinunciare al proprio stile, ma lontano dalle provocazioni e dagli stravolgimenti che hanno fatto la sua fortuna, il regista mette parallelamente a confronto l’autunno della natura con l’inverno della vita, vincendo la scommessa di dimostrarsi un autore anche sensibile.
Bravissimo il veterano Richard Farnsworth nel ruolo principale.


Mulholland Drive (2001)

 
Hollywood: un’aspirante attrice (Naomi Watts) conosce una ragazza scampata a un incidente automobilistico (Laura Harring) e cerca di aiutarla a ricostruirne l’identità perduta.
Parallelamente, un regista (Justin Theroux) è vessato da alcuni gangster.

Premiato per la regia al Festival di Cannes e nominato agli Oscar nella medesima categoria, segna il ritorno di David Lynch al suo stile più personale, dopo la parentesi lineare e “moderata” di Una Storia Vera.
Il regista riprende e amplia il discorso da dove l’aveva lasciato con Strade Perdute: demolizione degli schemi, secondarietà della storia, perdita d’identità dei protagonisti.

Nella consueta atmosfera plumbea, tra eccessi e provocazioni, violenza ed enigmi inestricabili, cercare di dare un senso alla trama è inutile: il cinema di Lynch non ha bisogno di dar risposte, ha il solo scopo di trasmettere sensazioni violente, di scuotere lo spettatore, di mostrare (metaforicamente) la perdita di idee del cinema contemporaneo.

Considerato da alcuni critici come uno dei migliori film della storia del cinema: non esageriamo, ma è di certo l'ultimo grande lungometraggio di David e ha due protagoniste memorabili (più brava Watts, più sensuale Harring).


INLAND EMPIRE (2006)

 
Una famosa attrice (Laura Dern), impegnata nelle riprese di un film maledetto, perde progressivamente il senso della realtà e la propria identità.

Cinque anni dopo Mulholland Drive e diversi progetti “minori” (cortometraggi, animazioni, serie tv, album musicali...), Lynch torna al cinema con un film a basso costo, girato interamente con una videocamera digitale a mano che conferisce all’immagine un’accentuata sgranatura.

E’ forse, insieme all’iniziale Eraserhead, la sua opera più estrema, impegnativa anche per i suoi fan più accaniti: la durata è protratta per ben tre ore, la matassa narrativa inestricabile, la galleria dei personaggi eccessiva.
Non mancano rimandi e autocitazioni, come gli estratti da Rabbits, una sua bizzarra sit-com su una famiglia di conigli antropomorfi.

Come è più di prima Lynch si diverte a spiazzare gli spettatori lasciando molte domande irrisolte e pochi indizi: può essere considerato un genio o un folle, si può amarlo o odiarlo, ma in fondo è un regista che usa il cinema come un pittore usa il pennello sulla tela.

INLAND EMPIRE - sic, tutto in maiuscolo - è soprattutto un'opera-tributo all'ottima Laura Dern (alias Ellie di Jurassic Park), musa "lynchiana" il cui valore aggiunto è paragonabile a quello di Uma Thurman in Kill Bill di Tarantino.


Twin Peaks: Il Ritorno (2017)

 
Per ulteriori dettagli vi rimandiamo alla nostra precedente recensione.

Contro ogni previsione, a distanza di 25 anni David ritorna alla serie che lo aveva consacrato, ma stavolta scrive - in coppia col fidato Mark Frost - e dirige tutti gli episodi, approcciandosi alla materia come se fosse un lungometraggio suddiviso in capitoli piuttosto che come un telefilm a puntate.

Osannata dalla critica come e forse più delle precedenti, questa terza stagione risolve alcuni dei misteri rimasti in sospeso e ne aggiunge di nuovi, mentre i personaggi storici vengono affiancati da numerose new entry (tra queste, la più significativa è Laura Dern che dà finalmente il volto a Diane).

E' il canto del cigno di Lynch, la sua ultima opera, la chiusura del cerchio di una carriera che non ha eguali nella storia del cinema (e della tv).
Quanto ci mancherai, David.


PS: cogliete l'occasione per rileggere le recensioni che avevamo fatto ad alcuni cortometraggi del nostro! Le trovate qui sotto:
Boat + Lady Blue Shanghai + 3RS
Idem Paris
The Story of a Small Bug


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martedì 22 ottobre 2024

GLI INEDITI: C.A.T. SQUAD + C.A.T. SQUAD-PYTHON WOLF, VIVERE E MORIRE A MONTREAL

(Clicca sulle locandine per vedere i due film) 

C.A.T. SQUAD
USA, 1986
97'
Regia: William Friedkin
Interpreti: Joe Cortese, Jack Youngblood, Steve James, Patricia Charbonneau, Eddie Velez, Bradley Whitford.

C.A.T. SQUAD: PYTHON WOLF
USA, 1988
93'
Regia: William Friedkin
Interpreti: Joe Cortese, Jack Youngblood, Steve James, Deborah Van Valkenburgh, Miguel Ferrer.


Come sa già chi conosce la sua opera o legge abitualmente il nostro blog, William Friedkin - uno dei Grandi della storia del cinema - era nato professionalmente come documentarista per la tv.
Medium che il nostro non disprezzò mai, neppure dopo il passaggio trionfale al grande schermo, e al quale occasionalmente tornò.

I risultati di tale "ritorno alle origini" furono altalenanti (andate a rileggervi questa doppia recensione!), ma in alcuni casi meritano una rivisitazione.
I due lungometraggi che vi presentiamo oggi - trasmessi solo in USA e inediti in Italia - appartengono a questa categoria.


C.A.T. Squad

Un gruppo di scienziati che sta lavorando a un progetto segreto per la Difesa americana viene decimato da un misterioso killer.
Per proteggere i pochi ancora in vita viene allestita una squadra speciale anti-terrorismo (C.A.T. sta per Counter-Assault Tactical)...

Squadra che vince non si cambia: Billy riassembla lo stesso team del capolavoro Vivere e Morire a Los Angeles, un anno più tardi.
Contributi tecnici di altissimo livello: dallo sceneggiatore ex-poliziotto Gerald Petievich all'operatore Bob Yeoman (futuro DP di fiducia di Wes Anderson), passando per il fido montatore Bud Smith.

Nonostante un uso ingombrante delle musiche del 2 volte premio Oscar Ennio Morricone (ricilate da Il Mio Nome è Nessuno), il film è un buon esempio di poliziesco anni 80 che non ha nulla da invidiare a produzioni coeve come Miami Vice.

Ma diversamente dalla serie ideata dall'amico/rivale Michael Mann, Friedkin rinuncia a qualsiasi componente glamour in favore di quel "realismo metropolitano" che è sempre stato il suo marchio di fabbrica.

Girato a Montréal con attori semisconosciuti (nel cast ci sono l'ex giocatore di football Youngblood e un giovane Whitford, quello di Get Out e Godzilla: King of the Monsters), questa prima parte del dittico si distingue per un paio di riuscite scene di azione che portano le chiare impronte del Maestro.


C.A.T. Squad: Python Wolf

La squadra di superagenti stavolta è alle prese con un gruppo di estremisti sudafricani che contrabbandano plutonio.
I nostri dovranno tra l'altro salvare uno dei propri membri che è stato catturato dal nemico...

Ritorna la colonna sonora del mitico Ennio e il regista firma il copione insieme al solito Petievich, affiancati per l'occasione dal romanziere e sceneggiatore Robert Ward (Hill Street Blues, Miami Vice).

Le novità sono rappresentate da una parte del cast (uno dei cattivi è il Ferrer di Twin Peaks) e dall'atmosfera più vicina a Top Gun che a Vivere e Morire a Los Angeles.

Di nuovo girato a Montréal, è un seguito nel complesso inferiore all'originale, ma la mano del Maestro ogni tanto affiora.


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martedì 31 ottobre 2023

I CLASSICI: L'ALBERO DEL MALE, NON SEMBRAVA TANTO DRUIDA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 1990
92'
Regia: William Friedkin
Interpreti: Jenny Seagrove, Dwier Brown, Carey Lowell, Miguel Ferrer, Xander Berkeley, Theresa Randle.


Una giovane coppia si trasferisce a Los Angeles, andando ad abitare in un villone progettato da un architetto, a ridosso di un bosco.
Hanno un bambino e decidono di assumere una babysitter che se ne occupi mentre loro lavorano.

La scelta ricade sulla bella Camilla (Seagrove): apparentemente scrupolosa e amorevole, la ragazza è in realtà una sacerdotessa druida devota all'albero che si trova proprio nella selva adiacente alla casa...


Strano... non sembrava tanto druida!

Questa celebre battuta del comico John Candy - tratta dall'esilarante Balle Spaziali di Mel Brooks - potrebbe essere il commento perfetto a questa pellicola.

Come ogni anno vi proponiamo - per mezzo di una recensione - un film da vedere alla vigilia di Ognissanti.
A questo giro non potevamo che omaggiare il compianto William Friedkin, scomparso la scorsa estate, con una delle sue opere più controverse e meno note, ma perfetta per una serata come questa.

Trattasi del secondo horror del regista (pure l'ultimo, a meno di fare rientrare nella categoria Bug oppure The Devil and Father Amorth), 17 anni dopo il celeberrimo L'Esorcista che gli conferì fama e onori.
È anche l'unico lungometraggio cinematografico che il Maestro neppure nomina nella bellissima autobiografia The Friedkin Connection (in Italia edita col titolo Il Buio e la Luce, chissà poi perchè).

Non è difficile capire la ragione di tale omissione.
Billy lo girò in un momento di stasi lavorativa, a cavallo tra le due versioni - quella uscita in Europa e quella rimontata 5 anni dopo per il mercato USA - di Rampage (un'altra delle sue pellicole meno conosciute e più discusse; un giorno forse la recensiremo).

La sceneggiatura originale era priva di qualsiasi elemento sovrannaturale e parlava solo di una babysitter che rapiva i bambini (questo spunto divenne poi la trama di un altro film uscito un paio di anni più tardi: Le Mani sulla Culla).
Friedkin la rimaneggiò personalmente, stravolgendola e inserendovi l'albero del titolo italiano e i riferimenti al druidismo.

Non sappiamo il perchè di questa scelta, e il nostro non ha mai avuto il piacere di parlarne, ma il risultato è francamente ridicolo e al di sotto delle aspettative.
Trucchi ed effetti sono truculenti, ma di scarsa qualità, lontani dalle trovate artigianali ed efficaci apportate in quegli stessi anni da altri cineasti come Sam Raimi e George A. Romero.

Dal cast di non-molto-famosi spuntano alcuni volti noti come Berkeley, Ferrer e Randle (i primi due già visti rispettivamente in Straight to Hell e Twin Peaks, la terza comparirà poi in Spawn), ma l'unico memorabile è quello di Jenny Seagrove.
L'esile attrice britannica non riesce da sola a salvare la pellicola, ma gode quantomeno di un ruolo originale - oseremmo dire unico - nel panorama cine-orrorifico moderno.

Benché solo a tratti, anche il regista riesce a far emergere qualche scampolo del proprio indiscutibile talento.
In merito, si vedano: la scena del parto, che conserva il taglio semi-documentaristico tanto caro a Billy (nel montaggio sono inserite le immagini di un parto vero!); l'atmosfera plumbea, carica di tensione pronta ad esplodere; le dicotomie dentro/fuori e urbano/naturale esemplificate dai due set principali, la casa hi-tech e il bosco stregato.

L'Albero del Male non è certo il capolavoro del Maestro, ma vale la pena guardarlo come un elemento atipico - se non proprio un corpo estraneo - della sua filmografia.
Comunque senza troppe aspettative e/o con uno spirito sufficientemente goliardico.


Lasciandovi qui sotto tutte le recensioni degli anni scorsi in ordine cronologico, la Redazione di CINEMA A BOMBA augura a tutte/i un felice Halloween!

2013: Halloween.
2014: Nightmare.
2015: Venerdì 13 - Jason X.
2016: Plan 9 From Outer Space.
2017: Lo Squalo.
2018: Auguri per la tua Morte.
2019: Dal Tramonto all'Alba.
2020: Bubba Ho-Tep.
2021: Nosferatu.
2022: La Cosa.


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venerdì 16 aprile 2021

OSCAR 2021. NOMINATION: PREMI MUSICALI

(Dall'alto: Trent Reznor e Atticus Ross lavorano alla colonna sonora di Mank; James Newton Howard dirige l'orchestra sulle musiche di Notizie dal Mondo; una scena tratta da One Night in Miami).


Riusciranno i Nine Inch Nails a vincere il Premio Oscar?

Le probabilità sono dalla loro parte: Trent Reznor e Atticus Ross - il cuore e l'anima della famosa industrial band - occupano 2 nomine su 5 nella categoria dedicata alle musiche originali.

In più, c'è il recente Golden Globe conquistato nella medesima categoria per Soul, ultima fatica della ditta Disney-Pixar.
Sarebbe un encomio niente male per i due rocker cari a David Lynch (si esibivano in uno dei capitoli di Twin Peaks - Il Ritorno, ricordate?).

Il loro concorrente principale potrebbe essere il veterano James Newton Howard.
Il compositore di Batman Begins e Animali Fantastici è giunto alla nona nomination della sua carriera... senza aver mai vinto!
Che quest'anno sia quello buono?



Nella categoria inerente le migliori canzoni originali, potrebbe registarsi invece la rivincita di Diane Warren.

Lo scorso anno si era vista soffiare la statuetta da Sir Elton John in persona, questa volta è in gara con il brano di punta della colonna sonora del lungometraggio nostrano La vita davanti a sé, che vede protagonista la leggendaria Sophia Loren.

Insieme a lei è candidata - in qualità di co-autrice - Laura Pausini.
La cantante italiana è recentemente finita nella bufera per la sguaiatissima esultanza immediatamente successiva alla vittoria del Golden Globe.
Le auguriammo di fare il bis, ma nel caso le consigliamo di festeggiare in modo più consono.

Io Sì (Seen) è dunque il brano che parte ampiamente favorito, ma Hear My Voice (da Il Processo ai Chicago 7) e Speak Now (da Quella Notte a Miami) potrebbo essere dei validi contendenti.

Volete sapere chi la spunterà alla Notte degli Oscar?
Dovete aspettare ancora un po'.

Nel frattempo cliccate sui link che trovate di seguito e gustatevi la magia del connubio tra musica e cinema.



Migliore colonna sonora
Terence Blanchard - Da 5 Bloods
Emile Mosseri - Minari
James Newton Howard - Notizie dal Mondo (News of the World)
Trent Reznor e Atticus Ross - Mank
Trent Reznor, Atticus Ross e Jon Batiste - Soul


Migliore canzone
Fight For You (musiche di H.E.R. e Dernst Emile II, testo di H.E.R. e Tiara Thomas) - Judas and the Black Messiah
Hear My Voice (musiche di Daniel Pemberton, testo di Daniel Pemberton e Celeste Waite) - Il Processo ai Chicago 7
Husavik (musiche e testo di Savan Kotecha, Fat Max Gsus e Rickard Göransson) - Eurovision Song Contest: The Story of Fire Saga
Io sì (Seen) (musiche di Diane Warren, testo di Diane Warren e Laura Pausini) - La vita davanti a sé
Speak Now (musiche e testo di Leslie Odom Jr. e Sam Ashworth) - Quella Notte a Miami (One Night in Miami)


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giovedì 6 agosto 2020

FAVOLACCE, I BAMBINI CI GUARDANO (MALE)

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

Italia/Svizzera, 2020
98'
Regia: Damiano D'Innocenzo, Fabio D'Innocenzo
Interpreti: Elio Germano, Barbara Chichiarelli, Tommaso Di Cola, Giulietta Rebeggiani, Gabriel Montesi, Max Malatesta, Ileana D'Ambra, Giulia Melillo, Cristina Pellegrino, Lino Musella, Justin Korovkin, Barbara Ronchi, Max Tortora (voce)


Spinaceto, periferia di Roma.

Quartiere residenziale, con verde, lontano dal caos della Capitale.
Villette abitate dalla media borghesia di famiglie apparentemente tranquille.

Ecco, "apparentemente": dietro alla facciata del perbenismo e dei sorrisi di circostanza, si nasconde una realtà ben poco edificante.

Gli adulti covano invidia, violenza, egoismo, indifferenza, insofferenza, rassegnazione, rabbia, frustrazione.

E i bambini, impotenti e tristi testimoni delle mattane dei propri genitori, si sentono abbandonati a loro stessi e non amati.

La loro rivolta contro gli adulti deflagrerà in modo inaspettato e terribile.






Quanto segue è ispirato a una storia vera. La storia vera è ispirata a una storia falsa. La storia falsa non è molto ispirata.

Così la voce del narratore (Max Tortora!) apre in modo spiazzante e ironico un film che rimane spiazzante ma perde subito l'ironia.

È un pugno nello stomaco Favolacce, opera seconda di Damiano e Fabio D'Innocenzo, e non è da guardare a cuor leggero; ma vale decisamente la pena.

Chi è stato attirato dai già tanti premi vinti (come il prestigioso Orso d'Argento per lo script al Festival di Berlino), scoprirà che in effetti i due gemelli romani, anche soggettisti e sceneggiatori, sono cineasti da tenere d'occhio: essi dimostrano un'ottima costruzione delle scene e del climax, aiutati anche da validi contributi tecnici (la fotografia di Paolo Carnera, per esempio).

Anche gli interpreti - compresi quelli più giovani - sono ben scelti, a partire da un insolito Elio Germano.

Il film, dicevamo, è duro, pessimista, apocalittico - ma in modo alquanto inusuale per il cinema italiano.

Infatti ci ricorda piuttosto il David Lynch di Velluto Blu e Twin Peaks e la cupa cinematografia belga dei fratelli Dardenne, di Felix Van Groeningen ( Alabama Monroe), della coppia Brosens-Woodworth ( La Cinquième Saison), di Michaël R. Roskam (Bullhead).

È una favola nera più vicina ai fratelli Grimm e ad Hans Christian Andersen che a Gianni Rodari, ma qui non c'è lieto fine né speranza.

È uno specchio che ci rimanda un'immagine brutale del nostro tempo, fatto di incertezze, precarietà (anche negli affetti), crisi economica e morale.

È una rappresentazione dello sbandamento di una classe media impoverita e incattivita, abbandonata a se stessa.

È un impietoso "J'Accuse": i bambini si trovano costretti a crescere in fretta, abbandonando la fanciullezza, per sopravvivere ad un mondo nel quale vige la hobbesiana regola dell'homo homini lupus - non per niente i loro sorrisi sono pochissimi, mentre quelli dei rispettivi padri sono piuttosto un digrignare aggressivo.

La loro reazione, in un finale amaro e brutale, è un modo per inchiodare gli adulti alle proprie responsabilità genitoriali e un grido disperato di chi cerca affetto e comprensione - e non ne trova.

Insomma, citando l'omonimo film di Vittorio De Sica, i bambini ci guardano.

E ci giudicano severamente.




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giovedì 2 luglio 2020

I CORTI: THE STORY OF A SMALL BUG, IL CIRCO DELLE MERAVIGLIE DI CASA LYNCH

(Clicca su Lynch per vedere il cortometraggio). 

USA, 2020
2'
Regia: David Lynch
Interpreti: David Lynch.


Lynch nel giardino di casa con indosso un vestito che sembra un pigiama.
Un bruco che cerca testardamente di risalire una parete di roccia.
Una lucertola famelica in agguato.

Ecco in buona sostanza la sinossi di questo "cortometraggio da quarantena", da poco diffuso sulle piattaforme virtuali.






Il geniale David Lynch - lo sa bene chi conosce la sua opera - non è certo nuovo a stranezze e sperimentazioni di questo tipo, in particolare negli ultimi anni.

Abbandonato (per ora?) il grande schermo, si è dedicato alle più svariate attività collaterali: due dischi da cantautore elettro-rock, cimenti nella pittura e nella fotografia, l'attesissimo e discusso ritorno alla televisione col nuovo Twin Peaks e soprattutto diversi filmini realizzati in digitale.

Ricorderete di sicuro il documentaristico Idem Paris e altri precedenti video con cui il nostro era andato alla ricerca di nuove forme espressive.

The Story of a Small Bug è stato girato da David all'esterno della propria abitazione a Los Angeles, dove vive con la giovane moglie Emily (oltre 30 di differenza tra i due) e con la figlia avuta da lei, Lula Boginia.

Come interpretarlo?
Amara riflessione sull'ineluttabile crudeltà della Natura?
Apologo pessimista sulla società umana ai tempi del Covid-19?






Conoscendo un po' l'autore, probabilmente né una cosa né l'altra.
Piuttosto un divertissement un po' perverso, se non addirittura un mero espediente per combattere la noia da isolamento.

Che cosa lo rende però diverso da un esercizio fine a se stesso è l'uso del sonoro: gli effetti aggiunti nella seconda parte - un po' alla Eraserhead - servono a ricordare a tutti che Lynch è pure un valido sound designer e che il brevissimo film sarebbe da catalogare sotto la voce "fiction", non "documentario".

A qualcuno potrebbe venire in mente la non lontana polemica sulle presunte modificazioni sonore perpetuate in The Devil and Father Amorth dal collega William Friedkin (un altro cineasta fuori dagli schemi), ma è bene ricordare che il regista di Missoula - a differenza di Billy - non ha mai voluto né cercato di fare cinema-verità.

Che cosa aspettarsi adesso da King David?
Al momento il vecchio marziano di Hollywood sembra divertirsi un mondo a fare le previsioni del tempo (!) dal proprio canale online, ma quello che potrebbe tirare fuori dal cilindro a fine Pandemia è tutto da scoprire.

Che sia un altro album, un nuovo film, la quarta stagione di Twin Peaks o l'ennesimo cortometraggio.




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lunedì 24 dicembre 2018

GLI INEDITI: SILENT NIGHT DEADLY NIGHT III, UN HORROR PER NATALE DI CERTO NON FA MALE

Clicca sulla locandina per vedere il trailer. 

USA, 1989
90'
Regia: Monte Hellman
Interpreti: Bill Moseley, Samantha Scully, Richard Beymer, Laura Harring, Eric Da Re, Leonard Mann, Robert Culp, Melissa Hellman, Monte Hellman (non accreditato).


Lo psicopatico Ricky Caldwell (Moseley), noto come "il killer vestito da Babbo Natale", è in coma da ormai 6 anni.

Nel tentativo di mettersi in contatto con lui, il Dott. Newbury (Beymer) si serve dei poteri extrasensoriali di Laura (Scully), ragazza cieca che sembra avere con l'assassino una connessione psichica.

Alla Vigilia di Natale, Laura ha in programma una cena a casa della nonna, insieme al fratello Chris (Da Re) e alla sua fidanzata Jerri (Harring).

Non sa però che Ricky si è svegliato, è tornato a uccidere ed è ora sulle sue tracce...






Che cosa può aver spinto un cineasta di culto come Monte Hellman - "mentore" di Quentin Tarantino (gli ha prodotto Le Iene) e autore di opere come La Sparatoria, Le Colline Blu e Strada a Doppia Corsia - a dirigere il 3° capitolo di una delle saghe horror più irrilevanti della storia del cinema?

Di più: che cosa può averlo spinto a descriverlo, nel corso di un festival texano nel 2008, come il suo lavoro migliore (bada: non il suo film migliore)?

Probabilmente la velocità e, considerato lo scarsissimo budget a disposizione, l'efficienza con cui venne realizzato.

La sceneggiatura originale fu scartata e riscritta in un mese dallo stesso Hellman con l'aiuto della figlia Melissa (che inoltre interpreta l'assistente del dottore) e dell'attuale Vice Presidente ed executive editor di Variety, il grande Steven Gaydos, che sempre per Monte ha scritto in anni recenti il bellissimo Road to Nowhere.

Il film venne poi girato in fretta e furia, montato rapidamente e infine proiettato a un festival... il tutto in soli 2 mesi!






Certo, non parliamo di un capolavoro della storia del cinema, e neppure di un horror memorabile.
Però la mano del regista - che si permette pure una comparsata "hitchcockiana", nei panni del molesto Babbo Natale ubriaco - si percepisce in più momenti.

La sequenza dell'incubo in apertura è già un buon biglietto da visita (con echi addirittura dai film "di genere" di Lamberto Bava!), ma il meglio è nel climax: qui lo scontro finale tra Ricky e Laura si tinge di connotazioni quasi junghiane.

Di buon livello anche gli attori, alcuni dei quali avrebbero poi lavorato per un altro auteur, David Lynch (Beymer e Da Re in Twin Peaks, Harring in Mulholland Drive).

Senza esagerare - come ha fatto il biografo Brad Stevens, che è arrivato ad affermare che in questa pellicola "il senso di progressione dinamica tipico dell'opera di Hellman non è mai stato così chiaro" (come no) - non possiamo negare che Silent Night, Deadly Night III: Better Watch Out! sia un vero e proprio film d'autore, benché sui generis.

Halloween, Venerdì 13, Thanksgiving, Auguri per la tua Morte... Non mancano gli esempi di horror "festivi".
Questo è uno slasher natalizio.
Perché no?

Buon Natale dall'intera Redazione di CINEMA A BOMBA!

PS: abbiamo intervistato brevemente Steven Gaydos in merito al suo contributo al copione. Ci ha confermato che i momenti di alleggerimento umoristico sono farina del suo sacco, in particolare la scena del cellulare tra Richard Beymer e Robert Culp. Grazie, Mr. Gaydos!




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lunedì 29 maggio 2017

TWIN PEAKS-THE RETURN, LAURA VIVE (E LOTTA INSIEME A NOI)

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2017
111'
Regia: David Lynch
Interpreti: Kyle MacLachlan, Mädchen Amick, Jennifer Jason Leigh, Richard Beymer, Michael Horse, Al Strobel, Carl Struycken, Ashley Judd, Matthew Lillard, David Patrick Kelly, Russ Tamblyn, Balthazar Getty, James Marshall, Grace Zabriskie, Catherine E. Coulson, Ray Wise, Sheryl Lee.


Chi l'avrebbe detto.
David Lynch ha negato per due decenni e mezzo di voler riprendere i personaggi e il mondo di Twin Peaks, poi ha ricontattato il co-creatore Mark Frost (sceneggiatore dei due film dei Fantastici Quattro), ha chiamato a raccolta tutti i membri del vecchio cast ancora in vita (hanno risposto all'appello in 39) e - con sorpresa unanime - ha annunciato la venuta dell'attesissima terza stagione.

La storia riprende esattamente 25 anni dopo a quando l'avevamo lasciata, con l'Agente Cooper (il grande MacLachlan, con qualche ruga e i capelli tinti) ancora intrappolato nella Loggia Nera e il suo sosia malvagio (sempre MacLachlan, ma con un look da rockettaro in pensione) a fare l'assassino a pagamento in giro per gli USA.

Per evitare spoiler si può aggiungere poco o nient'altro, anche perché la trama - come da tradizione lynchiana - è ingarbugliatissima e a tratti incomprensibile.
Basti dire che l'azione si svolge - questa è una delle novità principali - in più città e in più stati, quasi sempre al di fuori della cittadina che dà il titolo alla serie.

Ci sono, tra le altre cose: una scatola di vetro monitorata 24 ore su 24 da un sistema di telecamere, il ritrovamento del cadavere di una donna decapitata in un letto (un'auto-citazione del regista da Mulholland Drive?), un arbusto fluorescente che parla, il preside di una scuola accusato di un omicidio che ricorda solo di aver sognato, un essere mostruoso che vibra (?) e uccide contemporaneamente...






I primi due episodi finora trasmessi - gli stessi proiettati in questi giorni al Festival di Cannes - non hanno tra loro uno "stacco" evidente, sembrano semmai un unico lungometraggio di quasi 2 ore.
Lynch e Frost si sono infatti approcciati al copione pensandolo come un lungo film, dividendolo in capitoli solo in fase di post-produzione.

Il cineasta settantunenne, in particolare, si è prodigato come non mai: oltre ad aver diretto e scritto tutte le nuove puntate, figura anche come attore (prossimamente riprenderà il ruolo dell'eccentrico agente Gordon Cole), produttore, co-montatore e sound designer.
Come direttore di fotografia ha invece richiamato in servizio il "tenebroso" Peter Deming, già DP di due dei massimi capolavori del maestro di Missoula: Strade Perdute e il succitato Mulholland Drive.

La lunga attesa dei fan - 26 anni dalla fine della serie, 11 dall'ultima pellicola firmata dal regista (l'impegnativo INLAND EMPIRE) - è stata ben ripagata: King David è in splendida forma e The Return ripresenta quasi tutti gli elementi che hanno fatto grande Twin Peaks.
La componente gialla-misteriosa è ovviamente dominante, mentre quella comica-surreale rimane un po' in secondo piano; c'è pure una punta di erotismo che riporta al controverso film-prequel Fuoco Cammina con Me.

Il cast è ampio e ingloba molti volti nuovi, benché i più noti - quelli di Ashley Judd, già protagonista di Bug, e della candidata all'Oscar Jennifer Jason Leigh - appaiano molto fugacemente.
Tra le attrici storiche della serie, in grande spolvero soprattutto Laura Palmer in persona (ossia Sheryl Lee, che invece avevamo faticato a riconoscere in Texas Killing Field) e la sempreverde Mädchen Amick, che riprende nel finale i panni di Shelly.

I punti rimasti aperti in questi due episodi saranno forse risolti in quelli successivi; di certo l'aspettativa era molto alta e non è stata delusa.
Di più: questa serie è l'esempio definitivo di come non esistano più confini tra cinema e televisione.

Bentornato David.
Bentornato Twin Peaks.




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mercoledì 17 maggio 2017

CANNES 2017. SETTANTA MI DÀ TANTO...

Il poster del 70° Festival di Cannes ritrae una giovane Claudia Cardinale.  


Il Festival di Cannes è giunto alla settantesima edizione.
Un bel traguardo per questa rassegna e un'altra bella occasione per i suoi organizzatori.

Gilles Jacob e Thierry Frémaux - rispettivamente presidente e direttore artistico - quest'anno hanno puntato su una miscela apparentemente equilibrata di opere d'autore e pellicole che strizzano l'occhio al grande pubblico.
Ma soprattutto hanno scelto di dare ampio spazio all'altra metà del cielo.

Tantissime le donne, tutte bellissime e/o bravissime: da Monica Bellucci madrina del festival a Nicole Kidman con ben 4 interpretazioni differenti (3 film + 1 serie tv), passando per Jessica Chastain nella Giuria principale - capitanata da Pedro Almodóvar e composta, tra gli altri, anche da Will Smith e dal regista di La Grande Bellezza, Paolo Sorrentino - e Uma Thurman "presidenta" di quella della sezione Un Certain Regard.
Non è neppure un caso che nella locandina dell'evento campeggi una foto giovanile della nostra Claudia Cardinale.

Scorrendo l'elenco delle pellicole in programma, si nota purtroppo anche la totale assenza di italiani nella selezione ufficiale, benché qualcuno sia riuscito a spuntare in quelle "secondarie".






Beh, almeno c'è un'italo-americana: Sofia Coppola, figlia del famoso Francis Ford (ricordate Twixt?) che sulla Croisette aveva già portato The Bling Ring nel 2013.
Stavolta ha adattato The Beguiled, romanzo già portato sul grande schermo da Don Siegel nel 1971 con protagonista Clint Eastwood (La Notte Brava del Soldato Jonathan): riuscirà a uscire dalla crisi professionale degli ultimi anni?

Ritroviamo anche l'austriaco barbuto Michael Haneke: insieme al greco Yorgos Lanthimos (candidato quest'anno agli Oscar per la sceneggiatura di The Lobster, stavolta presenta The Killing of a Sacred Deer, che ripropone la coppia di The Beguiled: Colin Farrell e Nicole Kidman) e all'americano Todd Haynes (Wonderstruck, con Julianne Moore e Michelle Williams; sulla Croisette c'era già stato nel 2015 con Carol) è il favorito per la Palma d'Oro.
Non c'è da stupirsi: Haneke è un beniamino del Festival e ha già vinto 2 volte (l'ultima nel 2012 con Amour).

Meno quotati ma potenzialmente competitivi ci sono anche Michel Hazanavicius e Noah Baumbach.
Il cineasta Premio Oscar nel 2012 per The Artist presenta Le Redoutable (su Jean-Luc Godard), con la moglie/musa Bérénice Bejo; Baumbach è più famoso come co-sceneggiatore di Wes Anderson (sì, quello di Moonrise Kingdom e Grand Budapest Hotel) che come regista, ma il suo The Meyerowitz Stories è trainato da un cast da paura: Adam Sandler, Emma Thompson, Ben Stiller, Dustin Hoffman...

Quest'ultimo e Okja, pellicola diretta dal regista coreano di Snowpiercer, sono insolitamente targati Netflix - che comunque già a Venezia 2015 aveva piazzato in cartellone Beasts of No Nation.
La famosa rete televisiva li presenta dopo i dissidi avuti alla vigilia con gli organizzatori, che vorrebbero che fossero trasmessi anche nelle sale cinematografiche francesi (Netflix non ne ha intenzione).

E proprio la presenza di serie Tv è la grande novità di quest'anno.
In un'era in cui il confine tra grande e piccolo schermo è venuto a mancare, troviamo in cartellone anche opere d'autore come Top of The Lake, a firma della pluripremiata regista Jane Campion (un'altra donna...).
Ma il vero colpaccio di Frémaux è stato assicurarsi la proiezione delle prime due puntate di Twin Peaks, il serial di culto tornato dopo oltre 25 anni per mano di quel geniaccio di David Lynch, che avevamo lasciato alle prese coi suoi estemporanei cortometraggi.

Ma sono molte le cose interessanti che fanno capolino dal programma generale: molto atteso è ad esempio Wind River di Taylor Sheridan, già sceneggiatore di Sicario di Denis Villeneuve (recentemente nominato agli Academy Award per la regia di Arrival) e di Hell or High Water, candidato quest'anno a ben 5 Oscar (miglior film, Jeff Bridges attore non protagonista, sceneggiatura originale per lo stesso Sheridan, montaggio).

Occhio anche ai documentari, categoria sottovalutata: c'è quello di esordio di Vanessa Redgrave sui migranti e quello del più che novantenne Claude Lanzmann, già protagonista di un cortometraggio documentario candidato agli Oscar 2016.
Soprattutto troviamo An Inconvenient Sequel, atteso seguito del bellissimo e spaventoso Una Scomoda Verità, ancora con l'ex vicepresidente USA Al Gore sugli scudi.

I più raffinati potrebbero invece appassionarsi a Carne y Arena, progetto in realtà virtuale del bi-oscarizzato Alejandro G. Iñárritu (nel 2015 per Birdman e nel 2016 per The Revenant), assieme al fido direttore della fotografia Emmanuel Lubezki, che di statuette ne ha vinte 3 di fila (nel 2014, nel 2015 e nel 2016).

Infine, siete fumettari indefessi? Allora How To Talk to Girls at Parties - con Nicole Kidman e Elle Fanning (entrambe già nel film della Coppola) - potrebbe fare per voi: è tratto da una graphic novel di Neil Gaiman, il quotatissimo creatore di Sandman.

Belle donne, Nicole Kidman ubiqua, serie tv che conquistano la stessa dignità delle opere cinematografiche, pellicole intriganti o addirittura innovative...
Ci sono tutte le carte in regola per un Festival di Cannes davvero memorabile.




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martedì 16 maggio 2017

CANNES 2017. I FILM IN E FUORI CONCORSO

La protagonista di Cannes 2017, Nicole Kidman, dall'alto: in L'Inganno (al centro) di Sofia Coppola, con Kirsten Dunst (seconda da sinistra), Colin Farrell ed Elle Fanning (accanto all'attore); in una scena di The Killing of a Sacred Deer di Yorgos Lanthimos di nuovo con Colin Farrell; in versione punk (o David Bowie in Labirinth o Ivana Spagna anni Ottanta) in Hot to talk to Girls at Parties; nella miniserie Tv diretta da Jane Campion Top of the Lake: China Girl.  


Anniversario "tondo" per il Festival di Cannes, quest'anno: l'edizione numero 70 avrà luogo sulla Croisette dal 17 al 28 Maggio.

La kermesse francese riesce sempre ad attirare la nostra attenzione, grazie ad un (solitamente) buon dosaggio tra glamour e impegno e alla presenza di tanti divi e registi talentuosi.

Ora, non sempre le pellicole presentate si sono dimostrate all'altezza delle nostre aspettative; però in passato ci siamo occupati di alcune di queste.

Dall'edizione del 2012 venivano Moonrise Kingdom di Wes Anderson, Mud di Jeff Nichols, Re della Terra Selvaggia di Benh Zeitlin, No-I Giorni dell'Arcobaleno di Pablo Larraín e i brutti On The Road di Walter Salles e Holy Motors di Leos Carax.

Del 2013 erano La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino e All Is Lost di J.C. Chandor.

Del 2014 avevamo considerato The Disappearance of Eleanor Rigby di Ned Benson e Whiplash di Damien Chazelle, mentre del 2015 gli italiani Mia Madre di Nanni Moretti e il deludente Il Racconto dei Racconti di Matteo Garrone, insieme al cartone animato della Pixar Inside Out e a Mad Max: Fury Road di George Miller.

Nessuna opera uscita da Cannes 2016 è stata da noi recensita finora - ma già l'anno scorso ci eravamo lamentati per un' edizione sottotono.

E quella di quest'anno come sarà?

Un primo commento arriverà con il prossimo post, ma possiamo subito individuare una protagonista: Nicole Kidman.

L'avevamo lasciata qualche mese fa candidata a Golden Globe e Oscar per la sua commovente interpretazione in Lion di Garth Davis.

Qui sulla Croisette è ultrapresente con ben 3 film - due, quello di Sofia Coppola e quello di Lanthimos, molto attesi - e una serie Tv (diretta nientemeno che da Jane Campion).

Aria di rilancio in grande stile per la talentuosa diva australiana - e ne saremmo lieti.

Di seguito riportiamo l'elenco completo dei film in competizione e di quelli che, secondo noi, sono più interessanti.
A presto per il post di commento!






CONCORSO

120 battements par minute, regia di Robin Campillo (Francia)
In the fade (Aus dem Nichts), regia di Fatih Akın (Germania), con Diane Kruger
The Meyerowitz Stories, regia di Noah Baumbach (Stati Uniti d'America), con Adam Sandler, Emma Thompson, Ben Stiller, Dustin Hoffman
L'inganno (The Beguiled), regia di Sofia Coppola (Stati Uniti d'America), con Nicole Kidman, Colin Farrell, Elle Fanning, Kirsten Dunst
Rodin, regia di Jacques Doillon (Francia), con Vincent Lindon
Happy End, regia di Michael Haneke (Austria), con Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, Mathieu Kassovitz
Wonderstruck, regia di Todd Haynes (Stati Uniti d'America), con Julianne Moore, Michelle Williams
Le Redoutable, regia di Michel Hazanavicius (Francia), con Louis Garrel, Bérénice Bejo
Okja, regia di Bong Joon-ho (Corea del Sud), con Tilda Swinton, Jake Gyllenhaal, Paul Dano, Giancarlo Esposito
Hikari, regia di Naomi Kawase (Giappone)
The Killing of a Sacred Deer, regia di Yorgos Lanthimos (Grecia), con Colin Farrell, Nicole Kidman, Alicia Silverstone
A Gentle Creature, regia di Sergei Loznitsa (Ucraina)
Jupiter's Moon, regia di Kornél Mundruczó (Ungheria)
L'amant double, regia di François Ozon (Francia), con Jacqueline Bisset
You Were Never Really Here, regia di Lynne Ramsay (Regno Unito), con Joaquin Phoenix
Good Time, regia di Joshua Safdie e Ben Safdie (Stati Uniti d'America), con Robert Pattinson, Jennifer Jason Leigh, Barkhad Abdi
The Day After (Geu-Hu), regia di Hong Sang-soo (Corea del Sud)
Loveless (Nelyubov), regia di Andreï Zvyagintsev (Russia)
The Square, regia di Ruben Östlund (Svezia, Danimarca, Francia, Stati Uniti d'America), con Dominic West






Un Certain Regard
Barbara, regia di Mathieu Amalric (Francia)
L'Atelier, regia di Laurent Cantet (Francia)
Fortunata, regia di Sergio Castellitto (Italia)
Las hijas de Abril, regia di Michel Franco (Messico)
Wind River, regia di Taylor Sheridan (Stati Uniti d'America, Canada, Regno Unito), con Jeremy Renner, Elizabeth Olsen
Dopo la guerra (Après la guerre), regia di Annarita Zambrano (Francia), con Barbora Bobulova, Giuseppe Battiston

Fuori concorso
Les fantômes d'Ismaël, regia di Arnaud Desplechin (Francia), con Mathieu Amalric, Marion Cotillard, Charlotte Gainsbourg - [FILM D'APERTURA]
Blade of the Immortal (Mugen Non Junin), regia di Takashi Miike (Giappone, Regno Unito)
How to Talk to Girls at Parties, regia di John Cameron Mitchell (Regno Unito, Stati Uniti d'America), con Elle Fanning, Nicole Kidman
Visages, villages, regia di Agnès Varda e JR (Francia)
D'après une histoire vraie, regia di Roman Polanski (Francia, Belgio), con Eva Green, Emmanuelle Seigner

Proiezioni di mezzanotte
Sans pitié (Bulhandang), regia di Byun Sung-Hyun (Corea del Sud)

Proiezioni speciali
An Inconvenient Sequel, regia di Bonni Cohen e Jon Shenk (Stati Uniti d'America), con Al Gore [Documentario]
Promised Land, regia di Eugene Jarecki (Stati Uniti d'America) [Documentario]
Napalm, regia di Claude Lanzmann (Francia) [Documentario]
Sea Sorrow, regia di Vanessa Redgrave (Regno Unito), con Ralph Fiennes, Emma Thompson [Documentario]






Virtual Reality Film
Carne y Arena, regia di Alejandro González Iñárritu e fotografia di Emmanuel Lubezki (Stati Uniti d'America)

Eventi del 70º anniversario
Top of the Lake: China Girl, regia di Jane Campion e Ariel Kleiman (Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti d'America), serie Tv con Nicole Kidman
24 Frames, regia di Abbas Kiarostami (Iran)
Twin Peaks (2 episodi), regia di David Lynch (Stati Uniti d'America), serie Tv con Kyle MacLachlan, Laura Dern, Monica Bellucci, Jennifer Jason Leigh, Sheryl Lee, Amanda Seyfried, Naomi Watts, Ashley Judd, Robert Forster, Tom Sizemore
Come Swim, regia di Kristen Stewart (Stati Uniti d'America) [Cortometraggio]

Quinzaine des Réalisateurs
A Ciambra, regia di Jonas Carpignano (Italia, Francia, Germania)
Bushwick, regia di Cary Murnion e Jonathan Milott (Stati Uniti d'America) con Dave Bautista
Patti Cake$, regia di Geremy Jasper (Stati Uniti d'America)
L'amant d'un jour, regia di Philippe Garrel (Francia)
Cuori puri, regia di Roberto De Paolis (Italia), con Barbora Bobulova
The Florida Project, regia di Sean Baker (Stati Uniti d'America) con Willem Dafoe
I Am Not a Witch, regia di Rungano Nyoni (Regno Unito, Francia)
Jeannette: The Childhood of Joan of Arc, regia di Bruno Dumont (Francia)
L'intrusa, regia di Leonardo Di Costanzo (Italia)
Nothingwood, regia di Sonia Kronlund (Francia, Germania) [Documentario]
West of the Jordan River (Field Diary Revisited), regia di Amos Gitai (Israele)

Settimana Internazionale della Critica
Sicilian Ghost Story, regia di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza (Italia)
Brigsby Bear, regia di Dave McCary (Stati Uniti d'America), con Claire Danes, Mark Hamill, Greg Kinnear





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