PECORE SOTTO COPERTURA, CHE BEEEL GREGGE DI DETECTIVE!
(Clicca sulla locandina per vedere il trailer).
UK/USA, 2026
109'
Regia: Kyle Balda
Interpreti: Hugh Jackman, Nicholas Braun, Emma Thompson, Nicholas Galitzine.
Voci originali: Patrick Stewart, Julia Louis-Dreyfus, Laraine Newman, Bryan Cranston.
Poco fuori da un piccolo villaggio nella campagna inglese, il buon pastore George (Jackman) viene assassinato.
Le sue pecore, capeggiate dall'intelligente Lily (Louis-Dreyfus) decidono di indagare per aiutare il poliziotto locale (Braun) a scoprire il colpevole...
Complici i remake di/con Kenneth Branagh (da Assassinio sull'Orient Express in poi) e forse anche la recente trilogia di successo Knives Out, da qualche anno i vecchi gialli in stile Agatha Christie sono tornati di moda sul grande schermo.
Quello che vi recensiamo oggi è cronologicamente il più recente di questa categoria, e anche uno dei più brillanti in assoluto.
Realizzato con una tecnica mista live action + CGI di impressionante realismo, è una sorta di Peter Rabbit in salsa murder mystery.
Per funzionare, opere come questa si devono reggere su una struttura narrativa molto solida che porti a una risoluzione credibile.
Missione compiuta: l'intreccio è a prova di bomba e risulta molto divertente tentare di indovinare il colpevole (noi ci siamo riusciti, ma solo all'ultimo, seguendo gli indizi disseminati dagli autori lungo il percorso).
Al risultato finale concorrono attori ben scelti, da cui emergono il veterano Hugh Jackman e l'emergente Nicholas Galitzine in ruoli agli antipodi di quelli che li hanno resi famosi: Wolverine e He-Man, rispettivamente.
Ma ancora meglio è il cast ovino, che ruba la scena ai "colleghi" umani e il cuore agli spettatori.
Adatto a tutte le età, Pecore Sotto Copertura è il film perfetto per una serata in famiglia.
Fa ridere a crepapancia, stimola l'intelletto e commuove fino alle lacrime.
USA/Regno Unito, 2023
180'
Regia: Christopher Nolan
Interpreti: Cillian Murphy, Robert Downey Jr., Emily Blunt, Matt Damon, Florence Pugh, Jason Clarke, Josh Hartnett, Casey Affleck, Kenneth Branagh, Gary Oldman, Rami Malek, Benny Safdie, Dane DeHaan, Alden Ehrenreich, Matthew Modine
Nel 1942, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, il generale statunitense Leslie Groves (Damon) convince il fisico quantistico Robert Oppenheimer (Murphy) a coordinare un gruppo di brillanti scienziati al fine di battere sul tempo la Germania nazista nella costruzione della bomba atomica.
Il cosiddetto Progetto Manhattan avrà successo e nell'agosto 1945 la nuova arma dimostrerà tutta la sua potenza distruttiva contro le città di Hiroshima e Nagasaki.
Come il professore presto constaterà, ciò non porterà ad una pace duratura, bensì ad un mondo nuovo costantemente minacciato dalla catastrofe nucleare e ad un nuovo scontro - questa volta contro l'Unione Sovietica, la cosiddetta Guerra Fredda - che lo coinvolgerà direttamente.
Christopher Nolan mette alla sbarra il padre della bomba atomica.
Il regista della trilogia del Cavaliere Oscuro e di opere che ormai sono diventate dei veri e propri classici, come Inception, Interstellar, Dunkirk, Tenet usa l'espediente del film giudiziario per imbastire la sua prima biografia.
Il padre della bomba atomica, successivamente alla fine del conflitto mondiale, si era infatti scontrato con il potente presidente della Commissione per l'energia atomica degli Stati Uniti, Lewis Strauss (interpretato qui da Robert Downey Jr.), che aveva orchestrato una serie di udienze - un vero e proprio processo farsa - per delegittimarlo agli occhi dell'opinione pubblica con il pretesto di passate simpatie e frequentazioni comuniste.
Tali udienze avevano portato alla revoca dell'autorizzazione di sicurezza per lo scienziato - cioè lo estromisero dall'accesso ai laboratori governativi e ai dati relativi alla bomba che aveva contribuito a creare - e praticamente gli compromisero la carriera.
Nolan ricostruisce la vicenda del fisico e la sua personalità giocando con i piani temporali e i rimandi sparsi nel flusso della narrazione e ne mostra i dilemmi.
Ma non lo assolve: Oppenheimer era conscio delle conseguenze che le sue azioni avrebbero avuto, ma non si è fermato; salvo poi pentirsene amaramente, sì, ma tardivamente.
"Ora sono diventato Morte, il distruttore di mondi" afferma ad un certo punto lo scienziato citando un testo sacro dell'induismo, in riferimento al risultato dei suoi studi - parole che riecheggiano nel cupo e pessimista finale che quasi fa di questo film un prequel "serio" di quel capolavoro che è Il Dottor Stranamore di Stanley Kubrick.
Ma ciò si potrebbe applicare anche ai rapporti con la sua giovane fiamma (Florence Pugh, nota al grande pubblico soprattutto per il ruolo in Black Widow, si conferma attrice ricca di sfumature) e con la moglie (una spigolosa Emily Blunt), vittime più o meno inconsapevoli di un uomo dedito al lavoro ma anche contraddittorio.
Tuttavia il dipanarsi della trama mostra in fondo che il vero nucleo della narrazione è il confronto tra Oppenheimer e Strauss: geniale il primo, invidioso e vendicativo il secondo; clamorosamente i due ricordano Mozart e Salieri nell'indimenticabile Amadeus di Miloš Forman.
Si studiano, si sfidano, non si capiscono - ed entrambi cadono, con esiti diversi.
Straordinari Cillian Murphy e Robert Downey Jr. (a proposito, un consiglio: nelle loro filmografie non limitatevi, rispettivamente, alla serie Tv Peaky Blinders o ai film con Nolan, e ad Iron Man & C.) nel rendere la complessità dei personaggi con rigore e credibilità.
Insomma, altro che semplice biografia: Oppenheimer è solo apparentemente il film più lineare e meno cervellotico del regista, ma porta a riflessioni, interrogativi, interpretazioni diverse.
E' un film accurato, ben diretto, con un cast eccezionale, con ottimi contributi tecnici (la fotografia di Hoyte van Hoytema, gli effetti speciali di Scott Fisher e Andrew Jackson, la colonna sonora di Ludwig Göransson su tutti), che non fa pesare le sue tre ore di durata.
E' potente e ricco di spunti e suggestioni.
E' un monito ad un'umanità sempre più sull'orlo del baratro.
OSCAR 2022. CHI È SENZA PECCATO LANCI LA PRIMA SBERLA
(Dall'alto: la bellissima Jessica Chastain posa col proprio Oscar; Will Smith schiaffeggia Chris Rock; Nicole Kidman non riesce a crederci).
La 94a edizione degli Oscar - i premi cinematografici assegnati dalla Academy of Motion Picture Arts And Sciences - passerà alla storia soprattutto per lo schiaffone rifilato in diretta da un imbufalito Will Smith al comico Chris Rock, reo di aver fatto una battuta infelice sulla moglie del collega.
Un confronto all black che ha finito per mettere in ombra la vittoria del protagonista di Independence Day, così come quelle degli altri trionfatori della Notte delle Stelle, a partire dalla divina Jessica Chastain.
Gucci-vestita e bellissima come sempre, la rossa attrice californiana (e beniamina del nostro blog) l'ha spuntata nella "sfida del secolo": quella contro la bionda diva Nicole Kidman, che invece aveva prevalso ai Golden Globe.
Il biografico Gli Occhi di Tammy Faye ha finalmente permesso a Jessica di conquistare il riconoscimento che le spettava di diritto da un decennio, dopo che per ben due volte di fila si era vista soffiare la statuetta da attrici che avevano meritato meno di lei.
Ma non tutti i verdetti sono stati scontati, anzi: pochi - tra questi non c'è, modestia a parte, la nostra Redazione - si erano aspettati il trionfo del fantascientifico Dune (maggior numero di statuette vinte, per quanto tecniche) e del drammatico I Segni del Cuore (miglior film e miglior attore non protagonista allo spigoloso Troy Kotsur).
Due remake che evidenziano - più che altro nel secondo caso - scelte poco coraggiose o originali da parte dell'Academy, anche quest'anno più preocupata del "politicamente corretto" che dell'effettiva qualità delle pellicole in gara.
Così a pagare sono stati i film più amati dalla critica specializzata: il favoritissimo Il Potere del Cane e l'apprezzato West Side Story firmato Steven Spielberg.
Un solo Oscar ciascuno, benché "pesante": miglior regia al primo (Jane Campion, seconda donna consecutiva e terza assoluta, dopo Katherine Bigelow e Chloé Zhao) e miglior attrice non protagonista al secondo (Ariana DeBose, afro-portoricana di lontane origini italiane).
Se da un lato è curioso che sia stato premiato, tra gli altri, il cattivo di Venom (il rapper Riz Ahmed, co-autore del cortometraggio The Long Goodbye), dall'altro non c'è da stupirsi per i riconoscimenti ottenuti da Encanto (miglior film animato) e Drive My Car (miglior film internazionale).
Peccato per gli italiani Enrico Casarosa e Paolo Sorrentino, che concorrevano rispettivamente con Luca e È stata la Mano di Dio.
Non ce l'ha fatta nemmeno Spider-Man: No Way Home, a riprova del fatto che l'Academy non sia ancora pronta per incensare le opere di grande impatto popolare.
E l'attesissimo collegamento video col presidente ucraino Volodymyr Zelensky?
Neppure una menzione, con grande scorno di Sean Penn che l'aveva sponsorizzato molto.
Ci si può indignare per la battutaccia di un comico, ma non per una guerra che coinvolge - piaccia o meno - l'Occidente.
Anche questa è Hollywood.
In un'edizione che verrà ricordata più per lo schiaffo dell'oscarizzato Will Smith al presentatore Chris Rock che per le pellicole premiate, le sorprese non sono mancate.
A vincere sono state I Segni del Cuore (miglior film) e Dune (maggior numero di statuette: ben 6), ma soprattutto la divina Jessica Chastain, finalmente insignita del riconoscimento che le spettava da un decennio.
Esce invece sconfitto il film che era strafavorito fino alla vigilia: Il Potere del Cane si deve accontentare di un solo Oscar, per la miglior regia (Jane Campion, seconda donna di fila a trionfare nella categoria).
E le previsioni di CINEMA A BOMBA?
Quest'anno ne abbiamo azzeccate complessivamente 21 su 23!
Il migliore della Redazione?
Fra ha battuto Fede di poco, 16 a 13.
Leggete tutti i premiati nell'elenco qui sotto e cliccate sui link per maggiori approfondimenti!
Miglior film:
CODA-I Segni del Cuore, regia di Sian Heder - FRA
Miglior regia:
Jane Campion - Il Potere del Cane - FEDE, FRA
Migliore attrice protagonista Jessica Chastain - Gli Occhi di Tammy Faye - FEDE, FRA
Migliore attore protagonista
Will Smith - Una Famiglia Vincente (King Richard) - FEDE, FRA
Migliore attrice non protagonista
Ariana DeBose - West Side Story - FEDE, FRA
Migliore attore non protagonista
Troy Kotsur - I Segni del Cuore - FEDE, FRA
Miglior film d'animazione
Encanto, regia di Byron Howard e Jared Bush - FEDE, FRA
Miglior film internazionale
Drive My Car (Doraibu mai kā), regia di Ryūsuke Hamaguchi (Giappone) - FEDE, FRA
Come ogni anno ci chiediamo chi vincerà la serata delle stelle di Hollywood.
A volte è facile pronosticare il trionfatore; altre volte è più difficile.
Ecco: questo è uno di quegli anni.
Tanti sono infatti i pretendenti (ben 10!), ognuno rappresentante di un certo tipo di cinema.
C'è il kolossal fantascientifico ( Dune), il musical (West Side Story), il noir (Nightmare Alley), il western (The Power of the Dog), la commedia satirica (Don't Look Up), il film "black" (King Richard), il film indie (CODA), il film storico in bianco e nero semi-autobiografico (Belfast), il film drammatico "esotico" (stavolta tocca al giapponese Drive My Car), il film sentimental-nostalgico (Licorice Pizza).
Di questi, alcuni sono passati per i prestigiosi festival europei - Venezia (le pellicole di Denis Villeneuve e Jane Campion) e Cannes (il rappresentante nipponico) - altri sono produzioni della piattaforma streaming Netflix (Il Potere del Cane, Don't Look Up), mentre gli altri hanno avuto alterne vicende ai botteghini (per esempio: buoni incassi per l'ambiziosa opera di Villeneuve, scarsi per il vivace musical targato Spielberg, deludenti per l'affascinante Nightmare Alley di Guillermo del Toro).
La qualità? Piuttosto alta.
Molti non avranno mai sentito parlare di alcuni dei film candidati o non li avranno reputati degni di grande attenzione; ma forse è meglio così: in caso di vittoria (a sorpresa) dei titoli più sconosciuti c'è la possibilità di scoprirli o di apprezzare qualche cineasta non propriamente mainstream.
E' un piacere quindi trovare, tra i migliori registi, Paul Thomas Anderson (degno erede del grande Robert Altman), il misconosciuto ma talentuoso Ryūsuke Hamaguchi e la troppo spesso sottovalutata Jane Campion a fianco di colleghi più popolari quali l'eclettico Kenneth Branagh e il leggendario Steven Spielberg.
Categoria piuttosto interessante, anche se si fanno notare le assenze di Denis Villeneuve e Guillermo del Toro - assenze che penalizzano le rispettive opere nell'affollata competizione per il premio più prestigioso.
Chi uscirà quindi vincitore dalla Notte degli Oscar?
Ma soprattutto: è così importante proclamare un vincitore?
In questo periodo il cinema sta attraversando uno dei periodi più neri della sua storia.
Godiamoci la Settima Arte in tutte le sue sfaccettature e riscopriamo il piacere di vedere film diversi tra di loro: è più divertente.
Qui di seguito vi riportiamo i candidati per il miglior film e la migliore regia dell'edizione numero 94 dei Premi Oscar.
OSCAR 2022. NOMINATION: FILM D'ANIMAZIONE, FILM INTERNAZIONALE, SCENEGGIATURE
Dall'alto: le locandine di Luca di Enrico Casarosa, E' stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, Dune di Denis Villeneuve.
L'Italia, in questa edizione degli Oscar, è ben rappresentata.
Abbiamo già visto che il toscano Massimo Cantini Parrini è in competizione per i migliori costumi.
Ma fortunatamente non è l'unico: per il miglior film internazionale è candidato il campano Paolo Sorrentino, mentre tra i film d'animazione spunta il nome del ligure Enrico Casarosa.
Entrambi sono alla seconda nomination: il primo se l'era guadagnata nel 2014 per La Grande Bellezza, poi vincitrice della stautetta; ci riprova ora con E' stata la mano di Dio, dopo il successo nella Mostra di Venezia 2021.
Il secondo ci è arrivato con il delizioso Luca, dopo essere stato nominato nel 2012 per il cortometraggio animato La Luna, che non aveva vinto (ci era però piaciuto molto).
La concorrenza per i due cineasti nostrani è temibile.
Tra i film internazionali il favorito è il giapponese Drive My Car, ma occhio anche a Flee, incredibilmente candidato anche come miglior documentario e miglior film d'animazione.
In quest'ultima categoria il disneyano Encanto, più di tutti, gode i favori del pronostico.
Un po' di Italia c'è anche tra le sceneggiature, in particolare tra quelle non originali: Maggie Gyllenhaal è in lizza per The Lost Daughter, suo esordio alla regia, tratto da un romanzo di Elena Ferrante.
Ha buone chance: non c'è nella categoria un chiaro favorito (si prevede che i film di Campion, Villeneuve e Hamaguchi potrebbero già vincere in altri ambiti e ciò lascerebbe spazio ad una pellicola che negli USA è stata più apprezzata che a Venezia, dove pure aveva vinto il premio proprio per il migliore script).
Tra le sceneggiature originali troviamo un peso massimo: Paul Thomas Anderson.
Con quelle di questa edizione è a quota 11 nomination - incredibile ma vero: uno degli autori più acclamati e originali di Hollywood non ha mai vinto l'ambita statuetta. Che sia finalmente la volta buona?
Adam McKay e Kenneth Branagh, tuttavia, sono avversari agguerriti, che potrebbero prevalere se i rispettivi film dovessero deludere nelle altre categorie.
Qui di seguito vi abbiamo indicato i film che si sfideranno: si profilano sfide appassionanti e imprevedibili.
Gli scandali - in passato voti poco trasparenti (ecco spiegati molti premi senza senso!), di fatto nessuna rappresentatività delle minoranze nelle giurie, con le conseguenti accuse di razzismo - , l'assenza di diretta Tv (la NBC si è sfilata) e di streaming in tempo reale, il fuggi fuggi dei divi che hanno preso le distanze dall'organizzazione, la mancanza di pubblico per le restrizioni dovute all'emergenza epidemiologica ne hanno minato la visibilità e la credibilità.
Risultato? Non se li è filati praticamente nessuno.
Fino a qualche anno fa, almeno, erano considerati come una sorta di anteprima degli Oscar; ma già da un po' di anni non è che offrissero un'idea tanto precisa circa l'esito degli Acdemy Award e quindi l'interesse nel pubblico è andato vieppiù scemando.
Scorrendo l'elenco dei vincitori di quest'anno viene quindi da chiedersi: si verificherà anche quest'anno un "effetto Nomadland"?
The Power of the Dog-Il Potere del Cane - considerato da alcuni il nuovo Brokeback Mountain - partirà forse da favorito dopo essersi aggiudicato domenica 3 riconoscimenti "pesanti" (miglior film drammatico, miglior regia e miglior attore non protagonista): se il verdetto venisse confermato dall'Academy, Jane Campion diventerebbe la seconda donna consecutiva ad aggiudicarsi la statuetta, dopo Chloé Zhao lo scorso anno, e solo la terza nella storia.
Ma se la cineasta cinese di Eternals non aveva praticamente avuto concorrenti, la sua collega neozelandese dovrà vedersela con un signore di nome Steven Spielberg.
L'autore de Lo Squalo, Indiana Jones e Ready Player One è immarcescibile: il suo rifacimento di West Side Story sarà pure un fiasco al botteghino, ma la critica sta gridando al capolavoro, al punto che molti lo reputano persino superiore all'originale.
Con 3 Globi in dote (miglior film commedia/musicale e migliori attrici), è il secondo favorito nella corsa agli Oscar.
Occorre tuttavia non dare per spacciato il quasi autobiografico in bianco e nero Belfast di Kenneth Branagh, mentre l'ambizioso remake di Dune è uscito ridimensionato nelle proprie aspettative (premio solo per la colonna sonora di Hans Zimmer).
In ottica Oscar, le sfide tra gli attori hanno presentato spunti molto interessanti.
L'irriconoscibile Nicole Kidman di Being the Ricardos e Will Smith sono in rampa di lancio, avendo sbaragliato una concorrenza di ottimo livello.
La diva di Lion (per il quale si guadagnò quella che finora è la sua ultima nomination) si è imposta nella categoria dei film drammatici su quella che da molti è considerata la sua erede, Jessica Chastain, su Olivia Colman (la ricordate in The Favourite?), su Kristen Stewart e sulla favorita della vigilia, l'oscarizzata Lady Gaga.
Il Principe di Bel Air è invece salito al trono diventando Re Richard (ossia il padre delle sorelle Williams, campionesse di tennis) dopo essersela vista con Mahershala Ali e Javier Bardem, ma soprattutto con Denzel Washington e Benedict Cumberbatch.
Chissà tuttavia se il suo futuro, principale rivale arriverà dalla categoria commedie/musical...
Qui si è imposto il già Spider-Man Andrew Garfield (che ha battuto, tra gli altri, nientemeno che Leonardo DiCaprio), suscitando un tripudio nei social.
A proposito di supereroi, la Marvel è tornata a casa a bocca asciutta: detto di Cumberbatch (noto ai più come Doctor Strange), nessun globo è andato alla bellissima miniserie post-EndgameWandaVision.
Dal canto suo, il già Batman Michael Keaton si è aggiudicato il premio come miglior attore in una miniserie/film per la Tv.
Per lui è il secondo riconoscimento in questa kermesse, dopo il trionfo di Birdman qualche anno or sono.
Casa Disney può consolarsi con il premio per il miglior cartone animato: Encanto ha vinto il derby con il "ligure" Luca (un vero peccato per il bel cartoon di Enrico Casarosa).
L'Italia esce delusa anche per la mancata vittoria di Paolo Sorrentino con il suo struggente E' stata la mano di Dio.
La nuova opera dell'autore de La Grande Bellezza ha ceduto il premio per il miglior film straniero al giapponese Drive My Car.
I Golden Globe, quest'anno, hanno provato a presentarsi con una ventata di freschezza: Ariana DeBose (classe 1991), Kodi Smit-McPhee (classe 1996) e soprattutto Rachel Zegler (millennial classe 2001!) hanno vinto rispettivamente come migliore attrice non protagonista, miglior attore non protagonista e migliore attrice di commedie/musical, imponendosi su colleghi molto più noti e affermati (alcuni nomi: Kirsten Dunst; Ben Affleck, Jamie Dornan; Emma Stone, Jennifer Lawrence, Marion Cotillard).
Ecco: far dimenticare gli scandali, puntare sui giovani (senza tralasciare i divi di grande richiamo), proporre delle novità.
Se i Golden Globe vogliono sopravvivere, è meglio che cambino un po' di cose.
USA/Regno Unito, 2020
150'
Regia: Christopher Nolan
Interpreti: John David Washington, Robert Pattinson, Kenneth Branagh, Elizabeth Debicki, Dimple Kapadia, Michael Caine, Martin Donovan, Fiona Diurif, Himesh Patel, Clémence Poésy, Aaron Taylor-Johnson
Scienziati e politici dal futuro stanno cercando di cambiare il loro passato (che è anche il nostro presente) come soluzione per contrastare disastri ambientali gravissimi.
Attraverso portelli girevoli che permettono alle due ere di comunicare, essi comunicano con un loro agente che vive ai giorni nostri (Branagh) e lo incaricano di trovare indizi che, una volta raccolti, consentiranno di ricostruire un algoritmo in grado, potenzialmente, di distruggere la razza umana attuale.
La misteriosa organizzazione Tenet cercherà in tutti i modi di fermarlo, assoldando un agente speciale sveglio e coriaceo (Washington) e affiancandolo all'enigmatico Neil (Pattinson).
Innanzitutto iniziamo dal titolo: cosa vuol dire "Tenet"?
In inglese significa "principio", "dottrina".
Ma il riferimento probabilmente più voluto dal regista è quello riferito ad una ricorrente iscrizione latina in forma di quadrato magico, composta dalle parole SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS, che compongono una frase palindroma dal significato mai del tutto chiarito.
Le stesse possono essere lette da sinistra verso destra, da destra verso sinistra, dall'alto in basso da sinistra verso destra, dal basso in alto da destra verso sinistra.
E al centro, come una croce, c'è proprio la parola "tenet", che in latino sta per "tiene", "guida", "regge"
Tali parole sono celate all'interno dell'intero film: Sator è il cognome dell'antagonista; Arepo, quello di un pittore autore di falsi che ha innescato una crisi familiare tra Sator e la moglie; Tenet è il nome dell'organizzazione segreta per la quale lavora il protagonista; Opera si riferisce al teatro dell'opera di Kiev dal quale inizia tutta la vicenda; Rotas è la denominazione di un'impresa edile che fa da copertura alle attività di Sator.
L'intento di Nolan è chiaro: giocare ancora con lo spazio e con il tempo - come già aveva fatto con Inception, Interstellar e Dunkirk - cercando di alterarne il normale corso e soffermandosi soprattutto sul secondo.
La vicenda è cervellotica e difficile da seguire, con tutte le inversioni di tempo che ci sono.
Ma il risultato è comunque un'opera audace, sontuosa, che compensa i tanti punti criptici con una resa scenica spettacolare.
Come tutti i film di Nolan.
E come tutti i film di Nolan richiede spettatori attenti e di essere vista più volte per essere meglio compresa e apprezzata.
Sapete che a noi di CINEMA A BOMBA! il cineasta britannico piace molto, ma la sceneggiatura questa volta è ancora più ostica dei lavori precedenti - se va avanti così, potremmo rivalutare il pur complicato Sokurov.
Ma sappiamo che non è lo script il suo punto forte.
Di Tenet apprezziamo soprattutto la regia - inconfondibile la mano dell'autore della saga del Cavaliere Oscuro -, ma anche la scelta dei luoghi delle riprese (c'è anche la Costiera Amalfitana) e dei collaboratori per le musiche (questa volta il fidato Hans Zimmer è stato sostituito dal compositore svedese Ludwig Göransson, che ha composto un'interessante colonna sonora rimbombante e martellante), il suono, la fotografia (magnifica, di Hoyte van Hoytema).
Anche gli effetti speciali sono notevoli - ma attenzione: l'aereo che viene fatto schiantare è un aereo vero!
Non male la selezione degli interpreti.
John David Washington, figlio di Denzel, dopo la bella prova in BlacKkKlansman, si conferma pure qui attore talentuoso e capace di non vivere all'ombra di un padre tanto ingombrante.
Robert Pattinson dimostra che la saga Twilight, che pure gli ha dato notorietà mondiale, è stato solo un incidente di percorso in termini di qualità recitativa.
Di Kenneth Branagh conosciamo già la bravura - il suo accento russo è credibile ed ha pure recitato imparando intere frasi al contrario!
L'australiana Elizabeth Debicki è eterea e algida come richiede il personaggio affidatole.
Tra gli altri, non ci ha sorpreso trovare nel cast Michael Caine, vero prezzemolino nolaniano.
Ma sapete cos'è la cosa che ci è piaciuta di più di Tenet?
È ciò che rappresenta per il cinema tutto, colpito gravemente dal Covid-19: cioè un tentativo di ripartire, di riportare il pubblico nelle sale.
In mezzo a tante produzioni rimandate ai prossimi mesi (per poter concorrere agli Oscar) o passate direttamente in streaming, si è creduto nel potenziale di questo film e si è provato a distribuirlo in modo tradizionale.
Vedremo se, alla fine, i numeri daranno ragione a Nolan & C.
Noi non possiamo che apprezzarne il coraggio e la fiducia nella rinascita dell'industria cinematografica.
HARRY POTTER E LA CAMERA DEI SEGRETI, ANIMALI FANTASTICI E CONVITATI DI PIETRA
(Clicca sulla locandina per vedere il trailer).
Regno Unito/USA, 2002
161' - 174 (versione estesa)
Regia: Chris Columbus
Interpreti: Daniel Radcliffe, Emma Watson, Rupert Grint, Richard Harris, Kenneth Branagh, John Cleese, Robbie Coltrane, Richard Griffiths, Jason Isaacs, Alan Rickman, Maggie Smith, Fiona Shaw, Julie Walters, Tom Felton, Bonnie Wright, Warwick Davis.
Ignorando l'avvertimento di un elfo domestico, che gli aveva intimato di non tornare a scuola a causa di un non precisato pericolo, Harry (Radcliffe) sale a bordo di un auto volante insieme a Ron (Grint) e raggiunge Hogwarts.
Qui si verificano strani incidenti: alcuni studenti vengono trovati pietrificati e si sparge la voce che la misteriosa Camera dei Segreti sia stata aperta.
Nel frattempo, i ragazzi sono alle prese con un nuovo professore - il famoso e vanesio Allock (Branagh), per cui Hermione (Watson) stravede - e Harry trova un vecchio diario...
E se in quelle pagine si trovasse la chiave per risolvere il mistero?
Squadra che vince non si cambia: confermati il regista Chris Columbus (Mamma Ho Perso l'Aereo, Mrs. Doubtfire), lo sceneggiatore Steven Kloves (che adatterà tutti i capitoli della serie, tranne L'Ordine della Fenice), l'intero cast (cui si aggiunge un divertente e divertito Kenneth Branagh) e in sostanza la troupe del precedente Harry Potter e la Pietra Filosofale, grande successo al botteghino solo un anno prima.
Quel che cambia è l'approccio: pur trattandosi ancora di un prodotto destinato a giovani e giovanissimi, si possono notare gli inserimenti di maggiori elementi dark e orrorifici: si pensi soprattutto alla sequenza nel bosco coi ragni giganti e alla lotta tra Harry e il serpentone.
Insomma, il pubblico del primo film è un po' cresciuto e questo secondo capitolo sembra adattarsi all'età degli spettatori.
Questa peculiarità - pensiamo voluta - si ripeterà nelle pellicole successive, ed è probabilmente una delle ragioni della loro enorme popolarità.
Siamo di fronte, purtroppo, anche all'ultima apparizione di Sir Richard Harris sul grande schermo.
Il grande attore britannico - interprete, tra le altre cose, di Un Uomo Chiamato Cavallo e Il Gladiatore - lascerà a Michael Gambon i panni del saggio preside Albus Silente a cominciare dal terzo film, ma qui si concede una grande uscita di scena.
Tra gli altri attori fanno macchia Jason Isaac (i cui suggerimenti hanno contribuito non poco a delineare l'aspetto e il comportamento di Lucius Malfoy), il sempre ottimo Alan Rickman e il giovane Tom Felton, che abbiamo rivisto adulto nella serie tv The Flash.
La Camera dei Segreti forse non è il capitolo più entusiasmante della saga dedicata al maghetto occhialuto, ma resta uno dei più importanti per lo sviluppo della storia.
Fate attenzione allo scontro conclusivo: come i lettori più affezionati sanno bene, c'è almeno un dettaglio che si rivelerà fondamentale nel finale della serie...
Regno Unito, 2017
106'
Regia: Christopher Nolan
Interpreti: Fionn Whitehead, Kenneth Branagh, Tom Hardy, Cillian Murphy, Mark Rylance, Tom Glynn-Carney, Aneurin Barnard, Barry Keoghan, Jack Lowden, James D'Arcy, Harry Styles.
1940.
Le armate della Germania nazista, aggirando la Linea Maginot, sono dilagate in Francia.
L'invasione, rapidissima e inarrestabile, sorprende centinaia di migliaia di soldati britannici che, sulle spiagge di Dunkerque (Dunkirk, in inglese), aspettano di essere salvati.
Ma essi sono accerchiati e continuamente bombardati.
Ogni piano di evacuazione sembra destinato all'insuccesso e la disfatta sembra inevitabile. Ma...
Ha scelto un episodio poco conosciuto della Seconda Guerra Mondiale Christopher Nolan per il suo primo film tratto da vicende veramente accadute.
Colui che è considerato uno dei registi più popolari e talentuosi del nuovo secolo - da Memento (2000) in poi non ha fato altro che accumulare successi su successi, dalla trilogia del Cavaliere Oscuro a Interstellar, passando per Insomnia, The Prestige, Inception - ha deciso di mettersi nuovamente in gioco e di cimentarsi in un genere (quello bellico) non ancora affrontato prima, sebbene il progetto di fare una pellicola sull'evacuazione di Dunkerque covasse in lui già da parecchi anni.
Attesa ripagata dall'attuale acclamazione di critica e pubblico che, nonostante l'uscita prematura (fine luglio negli USA, un mesetto dopo in Italia) rispetto alla cosiddetta stagione di preparazione ai Golden Globe e agli Oscar - che tradizionalmente inizia con la Mostra di Venezia ed ha il suo culmine a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno - potrebbe spingere Dunkirk verso traguardi importanti.
E sì, perché non ci troviamo di fronte ad un war movie come gli altri - e da Nolan non ci aspettavamo di certo un film pieno di cliché che svolgesse in modo diligente il compitino di narrare fatti storici - bensì ad un'opera che da una parte sovverte i tópoi del genere e dall'altra dà loro nuova linfa.
Innanzitutto non ci sono protagonisti, bensì singoli personaggi che emergono: piccole storie in una storia più grande che si compone sì di atti di valore e di senso del dovere, ma soprattutto di paura, angoscia, vigliaccheria, istinto di sopravvivenza, disperazione.
È la guerra vissuta non dai politici (che non compaiono e che tutt'al più sono citati nei discorsi) o dai generali ma dai soldati - ragazzi in balia degli eventi che gli orrori del conflitto li vivono in prima persona, un'intera generazione allo sbando mandata al macello e ritrovatasi a doversi battere con le unghie e con i denti per portare a casa la pelle - e da chi ha perso un proprio caro nelle ostilità.
È la guerra, ma quella raccontata dal basso.
Tre sono le ambientazioni.
La spiaggia di Dunkerque, dove i militari britannici, continuo bersaglio dei Tedeschi che li circondano, aspettano di essere evacuati.
L'azione si svolge nell'arco temporale di una settimana.
Il mare dinnanzi a Dunkerque, da dove si vede la costa inglese, così vicina e così disperatamente difficile da raggiungere, ma dalla quale partono le piccole imbarcazioni da diporto requisite dalla Royal Navy o condotte dai proprietari con il compito di aggirare il blocco navale imposto dagli occupanti.
L'azione si svolge nell'arco temporale di un giorno.
I cieli sopra Dunkerque, teatro di scontri aerei senza esclusione di colpi.
L'azione si svolge nell'arco temporale di un'ora.
Grazie al sapiente montaggio dell'australiano Lee Smith, queste differenze di durata - che sembrerebbero inconciliabili tra di loro - non ingolfano però la narrazione, ma anzi - pur risultando spiazzanti in certi momenti - sono amalgamate in modo tale da creare una certa continuità.
Tale continuità contribuisce, a sua volta, al crescendo di tensione, al senso di attesa nel quale veniamo trascinati pure noi spettatori, per merito anche di una colonna sonora (firmata Hans Zimmer!) quasi non percepita tanto è poco invasiva, ma che si fonde con le immagini in modo molto efficace.
Il coinvolgimento emotivo è reso anche dalla fotografia ad alta definizione (grazie alle pellicole IMAX 65mm e alle pellicole a grande formato 65 mm) di Hoyte Van Hoytema (lo stesso di La Talpa, Lei-Her, Interstellar, Spectre), che rende le immagini nitidissime.
L'accuratezza nella composizione delle inquadrature si vede anche dei dettagli - le navi e gli aerei utilizzati sono quelli del tempo - mentre il ricorso ad effetti speciali è limitato e comunque funzionale alla storia.
Non aspettatevi un film verboso, pieno di frasi e monologhi da citare e ri-citare: i dialoghi sono scarni - d'altra parte Nolan, all'inizio, aveva addirittura pensato di rinunciare alla sceneggiatura per focalizzarsi maggiormente sull'azione - e a parlare sono soprattutto i volti degli attori, quasi tutti ben scelti (non ce ne vogliano le fan degli One Direction, ma quel "quasi" è proprio per Harry Styles...) e ben impiegati.
Nel cast troviamo veterani inglesi del calibro di Kenneth Branagh, Mark Rylance, Tom Hardy - rispettivamente uno dei più famosi interpreti britannici sia al cinema che a teatro, candidato a 5 Academy Award e a 5 Golden Globe; il vincitore del Premio Oscar per il miglior attore non protagonista nel 2016 per Il Ponte delle Spie; il candidato battuto nella stessa categoria e nello stesso anno per The Revenant, però iconico protagonista di pellicole quali Bronson e Mad Max: Fury Road - oltre all'irlandese Cillian Murphy, uno dei pupilli del regista.
Quest'ultimo, però, ha il merito di aver dato loro il giusto spazio senza soffocare i ruoli dei giovani ed espressivi comprimari - l'esordiente sul grande schermo Fionn Whitehead (quello che paradossalmente ha il ruolo più incisivo di tutta la pellicola) e i poco più esperti Tom Glynn-Carney e Aneurin Barnard (solo per citarne due) - ai quali sono affidate parti tutt'altro che facili.
E i soldati tedeschi?
La novità - soprattutto per un film che parla della Seconda Guerra Mondiale - è che essi non compaiano praticamente mai: si avverte la loro ingombrante presenza, si subisce le loro azioni, ma essi sono come invisibili; sono come fantasmi, ma terribilmente concreti e pericolosi.
L'angoscia dei militari britannici è resa benissimo: come si fa a combattere, che speranza si ha di sopravvivere se si è in balia di un nemico che non si vede?
Insomma, è riduttivo (e fuorviante) definire Dunkirk un film di genere: va molto oltre per visione, innovazioni, ambizioni, budget ed eccellenza di regia e contributi tecnici.
Possiamo parlare di un kolossal - ma anche di un film d'autore - che riesce ad intrattenere pur non perdendo profondità, a far pensare e a suscitare discussioni: cosa che solo pochi autori sono in grado di fare.
Abbiamo l'impressione che Dunkirk sarà ricordato ancora a lungo.
Sempre che Nolan non riesca a superarsi nuovamente.
Cominciamo con una precisazione: tra i personaggi principali della Marvel ce n'è uno che non è stato inventato ex novo.
Figlio di Odino (il re degli dei), abitante di Ásgard (in un mondo separato da quello dei mortali), dotato di muscoli possenti e di una forza sovrumana, Thor è il dio del tuono le cui gesta sono narrate dalla mitologia norrena.
La divinità scandinava è spesso rappresentata con in mano Mjöllnir, un gigantesco martello magico capace di colpire gli avversari e di tornare indietro - più o meno come un boomerang - dal suo proprietario, l'unico in grado di impugnarlo.
Stan Lee, Larry Lieber e Jack Kirby, in cerca di un eroe ancora più forte di Hulk (e chi può essere più forte di un dio?), lo hanno preso in prestito e modernizzato, facendone dal 1962 il protagonista di una serie a fumetti.
Le sue avventure sono caratterizzate da uno stile particolare: l'eroe si esprime con locuzioni arcaiche (spesso mutuate da opere di Shakespeare), le atmosfere ricordano opere wagneriane (lo stesso Thor, tradizionalmente descritto con fluenti barba e capelli rossi, è diventato un eroe biondo simile a Sigfrido, ma vestito alla vichinga), le storie sono a volte vere e proprie trasposizioni delle leggende nordiche o ne sono pesantemente influenzate.
L'"americanizzazione" del mito nordeuropeo ha funzionato: il personaggio è tuttora considerato uno dei più rappresentativi della Marvel, la testata a lui dedicata continua ancora oggi (tra i vari cicli di storie ricordiamo quello dello scrittore Warren Ellis, per i disegni di Mike Deodato) e numerose sono state le versioni a cartoni animati.
Ma i fan hanno dovuto pazientare fino al 2011 per lo sbarco sul grande schermo.
Thor (2011)
Il trailer di Thor.
Insolita la scelta del regista: Kenneth Branagh.
Cioè uno dei massimi interpreti a teatro e al cinema delle opere di Shakespeare sia in veste di attore che di regista.
Un artista che può vantare cinque nomination agli Oscar - come regista e attore protagonista di Enrico V nel 1989, miglior cortometraggio per Il Canto del Cigno del 1992, miglior sceneggiatura non originale per Hamlet del 1996, miglior attore non protagonista per Marilyn del 2011) -, cinque ai Golden Globe e un'infinità di altri riconoscimenti.
Ambizioso l'intento: cercare di dare un certo spessore culturale ad un prodotto concepito per l'intrattenimento.
Coinvolgere Branagh non poteva che portare quindi alla "shakespearizzazione" della storia.
La vicenda è centrata sui rapporti problematici tra padre (Odino) e figli (Thor e Loki) e tra i due fratelli ed è intrisa di tradimenti, intrighi, gelosie, sete di potere, colpa: uno scontro tra volontà titaniche - i protagonisti sono pur sempre dei! - del quale sono spettatori inermi gli uomini (normali e quindi più deboli), in balia di eventi che non riescono e non possono controllare.
Tra scene di azione ed effetti speciali, emerge una certa impostazione teatrale, soprattutto quando in scena ci sono Anthony Hopkins (Odino) e Tom Hiddleston (Loki), due attori britannici con molta dimestichezza col palcoscenico.
Ma, mentre il primo aveva una lunga e gloriosa carriera cinematografica alle spalle (tra i tanti riconoscimenti, l'Oscar come attore protagonista nel 1992 per Il Silenzio degli Innocenti), per il secondo si è trattato quasi di un esordio (solo due i lungometraggi a suo attivo) e del ruolo che lo ha portato alla notorietà.
A incarnare il protagonista, un altro semi-sconosciuto lanciato proprio da questa pellicola: l'aitante australiano Chris Hemsworth.
Non pensiamo che le donne si siano soffermate sulle qualità recitative.
Ma se affidare la parte di Thor ad un ragazzone alto-biondo-occhi azzurri è scelta condivisibile (soprattutto per il pubblico muliebre), quella della bella di turno ci lascia un po' perplessi.
Il problema non è tanto l'avvenenza di Natalie Portman - chi la mette in dubbio? - quanto piuttosto il fatto di non aver voluto sfruttare (né appieno né in parte) il talento di una delle attrici più brave dei nostri tempi: se qualcuno non è convinto delle qualità espresse nella seconda trilogia di Star Wars, si riguardi almeno Closer di Mike Nichols (nomina agli Oscar, ma vitoria ai Golden Globe come attrice non protagonista), V per Vendetta, Black Swan di Darren Aronofsky (che le valse il Premio Oscar come migliore attrice nel 2011), Knight of Cups di Terrence Malick, oppure vada al cinema a vedere il recente Jackie di Pablo Larraín (molti applausi per la sua prova alla Mostra di Venezia 2016, dov'è stato presentato in anteprima, candidatura ai Golden Globe e...).
Qui fa la parte della ragazza un po' secchiona, sfigata, tutta sospiri: è capace di ben altro.
Tra i personaggi di contorno, segnaliamo la sempre bellissima Rene Russo, il caratterista Stellan Skarsgård (già in Will Hunting-Genio Ribelle), la simpatica Kat Dennings (la stagista casinista), l'allora poco noto Idris Elba e il solito Stan Lee.
Thor si distingue quindi per l'ottima fattura, la trama avvincente e i dialoghi tutt'altro che banali.
Clamorosamente ed inaspettatamente, il tono non è solo epico, ma anche leggero: si ride in più di un'occasione e ci sono scenette piuttosto divertenti.
Non era così scontato, soprattutto se pensiamo che è un film su Thor.
Peccato che Branagh non sia stato confermato anche per il capitolo successivo, dove infatti la sua assenza si fa sentire, come vedremo.
Nel frattempo, il dio del tuono è tra i protagonisti del campione di incassi The Avengers.
The Avengers (2012)
Il trailer di The Avengers.
Avengers: Age of Ultron (2015)
Il trailer di Avengers: Age of Ultron.
Senza anticipare troppo - sui Vendicatori ci soffermeremo più dettagliatamente - del primo possiamo dire che Loki è l'antagonista di turno, deciso a distruggere il mondo con un esercito di mostri alieni (i Chitauri).
Essendo un dio, Capitan America, Iron Man & C. saranno messi a dura prova e chiederanno l'aiuto di Thor, che così si unirà al supergruppo di supereroi per difendere la Terra e proteggere il genere umano.
Nel secondo, invece, il figlio di Odino ha un ruolo marginale e deve lasciare spazio a Capitan America, Iron Man & C.
In Captain America: Civil War, addirittura, non compare proprio.
Speriamo che nelle future pellicole abbia un ruolo più incisivo.
Thor: The Dark World (2013)
Il trailer di Thor: The Dark World.
Facciamo un passo indietro.
Nel secondo film da solista, Thor dovrà allearsi con l'intrigante fratello per salvare l'universo dagli Elfi Oscuri, che vogliono impossessarsi di un potente materiale fluido (che si trova in un'altra dimensione, nel cosiddetto "Mondo Oscuro" - da cui il titolo) che, sfruttando un raro allineamento di pianeti, può riportare tutto ad una oscurità primordiale.
La trama, come avrete capito, non è delle più chiare e non è in effetti il punto di forza del film, che continua pervicacemente a far sospirare la povera Natalie Portman e l'Oscar che ha in bacheca. E noi con loro.
Neanche i cattivi sono dei più memorabili; ma Tom Hiddleston è ancora convincente: è ancora il suo il personaggio più interessante.
E occhio ancora una volta alla consueta comparsata di Stan Lee.
Buoni effetti speciali, buon ritmo.
La pellicola è tutto sommato gradevole, ha degli spunti e dei guizzi buoni; ma certo quella diretta da Branagh è molto migliore.
Speriamo che Thor: Ragnarok (i "Ragnarǫk", nella mitologia norrena, indicano quei fatti che rappresentano lo scontro finale tra potenze della luce e delle tenebre), che uscirà verso la fine dell'anno, sia meno arzigogolato e più ambizioso.