CINEMA A BOMBA!

martedì 12 dicembre 2023

I CLASSICI: SENTIERI SELVAGGI, IL WEST CHE PIACEVA A GODARD (E A TARANTINO)

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 1956
119'
Regia: John Ford
Interpreti: John Wayne, Vera Miles, Ward Bond, Jeffrey Hunter, Harry Carey Jr., Patrick Wayne, Natalie Wood.


Texas occidentale. 3 anni dopo la Guerra di Secessione, Ethan Edwards (Wayne) torna a casa pieno di monete d'oro e di risentimento nei confronti dei Pellerossa.

Quando i Comanche - dopo avergli trucidato la famiglia - rapiscono la sua nipote più giovane (Wood), l'uomo guida una spedizione per ritrovarla.
L'obiettivo è il salvataggio della ragazza o la sua uccisione in quanto ormai "contaminata" dal nemico?


L'amore che si prova per John Wayne nella scena in cui solleva Natalie Woods in "Sentieri Selvaggi" racchiude il mistero e il fascino del cinema americano.

Parole di Jean-Luc Godard, regista francese ed ex critico che più agli antipodi di Wayne - anche ideologicamente: marxistissimo il primo, ultraconservatore il secondo - non poteva essere.
Questo celebre giudizio da parte dell'auteur di Fino all'Ultimo Respiro rivela invece quanto l'arte possa mettere d'accordo persone anche molto diverse.

Non usiamo questo sostantivo a caso: Sentieri Selvaggi è davvero un'opera d'arte, una della vette - se non proprio la vetta, ma su questo punto torneremo in fondo - della folta filmografia di John Ford, il maestro indiscusso del western "classico" hollywoodiano.

Il regista di Ombre Rosse torna a girare nella propria location preferita - la stupenda Monument Valley - un dramma epico ed elegiaco, una lettera d'amore al mito della Frontiera, un'epopea familiare ricca di sfumature e di interrogativi (etici e non).

Perché il protagonista odia tanto gli Indiani? Dove è stato e che cosa ha fatto dopo la fine della guerra? In che modo ha guadagnato tutto quell'oro? Ha avuto una relazione con la cognata? E, nel caso, la ragazza rapita è sua nipote o sua figlia?
Domande cui Ford e i suoi collaboratori non danno risposte, se non in alcuni casi in maniera molto implicita (anche per non avere noie con la severa censura dell'epoca).

Ma probabilmente al grande cineasta con la benda sull'occhio le risposte importano fino a un certo punto.
Il suo interesse è - sì - realizzare una parabola morale, ma visivamente romantica e strutturalmente ineccepibile.

Obiettivo raggiunto, grazie anche ad un cast solido e ben diretto: il regista riesce a tirare fuori dal suo attore-feticcio Wayne - divo indiscusso ma attore monocorde - una delle migliori interpretazioni della propria carriera.

Numerose le sequenze memorabili, ma quella finale col protagonista che esce e si allontana, lasciando aperta la porta dalla quale vediamo il deserto stagliarsi sullo sfondo, è entrata di diritto nella Storia del Cinema ( Quentin Tarantino, per dire, l'ha copiata almeno due volte: in Kill Bill vol.2 e in Bastardi Senza Gloria).

Se Ombre Rosse è il film per cui Ford e Wayne verranno (vengono) ricordati, e L'Uomo che Uccise Liberty Valance si può considerare la loro ultima grande collaborazione, Sentieri Selvaggi è l'opera facilmente più rappresentativa del loro "periodo d'oro".

Il loro capolavoro? Il miglior western di tutti i tempi?
Giudicate voi.


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giovedì 22 settembre 2022

I CLASSICI: FINO ALL'ULTIMO RESPIRO, IL CINEMA DESTRUTTURATO E RIVOLUZIONARIO DI GODARD

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

Francia, 1960
90'
Regia: Jean-Luc Godard
Con: Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg, Jean-Pierre Melville, Jacques Rivette, Jean-Luc Godard.


Ladruncolo da strapazzo, Michel Poiccard (Belmondo) ruba un'auto.
Fermato per eccesso di velocità da un poliziotto, uccide questo e si dà alla fuga.

Braccato dalle forze dell'ordine, rintraccia una ragazza americana di cui è innamorato (Seberg) e pianifica di fuggire con lei in Italia...


Poche pellicole hanno cambiato le regole del "gioco" cinematografico come quella che vi stiamo recensendo.
Pochi registi hanno saputo osare come Jean-Luc Godard.

Fino all'Ultimo Respiro è stato il film-manifesto della Nouvelle Vague, il movimento artistico, politico e culturale francese che tra gli anni 50-60 rivoluzionò il modo di intendere la settima arte.

Ne facevano parte alcuni giovani cineasti in erba, molti dei quali provenienti dalla critica giornalistica dei Cahiers du Cinéma, la più prestigiosa rivista cinematografica francese (e probabilmente mondiale).

Tra questi proprio Jean-Luc, che esordì con questo lungometraggio riscrivendo e mettendo in immagini una storia ideata dai suoi colleghi e amici François Truffault e Claude Chabrol, che a loro volta sarebbero diventati auteurs affermati e rispettati.

Più che per l'esile trama, il film è ricordato per lo stile innovativo e non convenzionale: è una dichiarazione di superiorità della forma sulla sostanza, del Segno sul Senso.
Famoso soprattutto il montaggio "a salti", che conferisce un ritmo nervoso e serrato.

Fu il collega Jean-Pierre Melville - il maestro del gangster movie transalpino - a suggerire questa tecnica quando Godard si mostrò combattuto su quali scene tagliare per ridurre la durata della pellicola.
Perché rinunciare a intere sequenze quando si possono semplicemente eliminare qua e là tanti piccoli frammenti privi di dialoghi e movimento? Detto fatto.

Ci sono almeno 3 momenti memorabili: l'inizio, in cui Godard - giocando col montaggio - si diverte a "ingannare" le percezioni degli spettatori (vi siete mai accorti che lo sguardo del protagonista è rivolto dalla parte sbagliata rispetto all'azione?); l'omicidio del poliziotto, suggerito anziché mostrato; l'epilogo, tragico ma non serio.

Che dire poi dei due attori principali?
Se da un lato la Seberg è più che adeguata al ruolo, dall'altro Belmondo è prefetto.
Imitando sfacciatamente Humphrey Bogart, verrà a sua volta imitato fino alla nausea (un probabile esempio? Joe Strummer nel pulp-western post-moderno Straight to Hell).

Jean-Luc Godard verrà ricordato come un vero artista, idolatrato da gente come Quentin Tarantino (che ha chiamato la propria casa di produzione A Band Apart, gioco di parole con Bande à Part, un altro celebre lungometraggio del cineasta francese) e capace di mettersi in gioco fino all'ultimo, come dimostra la Palma d'Oro speciale vinta a Cannes 2018.

Fino all'Ultimo Respiro è invece già passato alla storia.
Non solo come un esperimento ambizioso e riuscito, ma come un autentico capolavoro del cinema.


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sabato 13 febbraio 2021

GLI INEDITI: FREDDY GOT FINGERED, IL NEO-SURREALISMO DI TOM GREEN

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2001
87'
Regia: Tom Green
Con: Tom Green, Rip Torn, Drew Barrymore, Marisa Coughlan, Anthony Michael Hall, Shaquille O'Neal.


L'aspirante fumettista Gord (Green) ha un sogno: trasformare la propria creazione in una serie televisiva animata.
Purtroppo ha pure un rapporto a dir poco conflittuale col padre (Torn), che lo considera un bamboccione fallito.

Dopo essersi fidanzato con una bella infermiera invalida (Coughlan), il giovane arriva ad accusare falsamente il genitore di abusi nei confronti del fratello minore (da cui il titolo del film).

Dopo uno spostamento - e un rapimento - in Pakistan, i due congiunti si riconcilieranno?
E Gord riuscirà a coronare la propria ambizione professionale?



Questo film non raschia il fondo del barile. Questo film non è al fondo del barile. Questo film non è sotto il fondo del barile. Questo film non merita nemmeno di essere menzionato insieme ai barili.

Questa famosa recensione del compianto Roger Ebert - il decano dei critici cinematografici americani - riassume il giudizio complessivo della stampa specializzata su questo film, annoverato quasi unanimamente come uno dei peggiori di tutti i tempi.

Eppure, in occasione del ventennale della sua realizzazione, ci sentiamo di rivalutarlo e spezzare una lancia in favore del suo autore, il comico canadese Tom Green (alcuni lo ricorderanno in Road Trip).

E se si fosse trattato di un grosso equivoco?
Se in realtà avessimo di fronte un esempio incompreso di neo-surrealismo, degno di Buñuel o Godard?

Generalmente considerata una pellicola demenziale, Freddy Got Fingered è in realtà una black comedy non convenzionale, una provocazione dadista, una performance art concettuale che potrebbe piacere a gente come Marina Abramović.
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Certo, è disordinata e spesso di cattivo gusto.
Però alcune gag - quella del ristorante, quella dell'uomo "al contrario" e quella ricorrente del bambino che si fa accidentalmente male - fanno genuinamente ridere col loro nonsense.

Tra le sequenze più famose - anzi, famigerate - ricordiamo anche:
- quella di Tom Green che suona (male) una pianola in una stanza piena di salsicce appese al soffitto, legate alle sue dita tramite dello spago;
- quella, pittosto splatter, in cui sempre Green aiuta una donna a partorire, recide il cordone ombelicale coi denti e fa roteare il neonato sopra la propria testa prima di ridarlo amorevolmente alla madre.

Nel cast fanno macchia Drew Barrymore, ai tempi moglie del regista (pochi anni dopo l'avremmo vista - anzi, sentita - in Curioso come George), e il protagonsita stesso, cui andrebbe riconosciuto almeno il coraggio di "giocarsi" in prima persona (appare in quasi tutte le scene senza controfigura, comprese quelle sullo skateboard).

A proposito di questo bizzarro comedian barbuto, c'è un episodio su cui vale la pena soffermarsi.
Non molto dopo l'uscita nelle sale e il massacro da parte della critica, il film venne pluripremiato - si fa per dire - coi Lamponi d'Oro, detti anche Razzie (delle specie di Oscar al contario, assegnati alle pellicole più brutte dell'anno).

Tom - evento più unico che raro - si presentò alla cerimonia per ritirarli, salvo poi prendersi gioco dell'uditorio ("Non credo di meritare questo premio più di voi!") e lanciarsi in un interminabile assolo di armonica, prima di essere portato giù dal palco con la forza.

Un cineasta con così poco tatto e così tanta sfacciataggine potrebbe essere destinato a fare qualcosa di grande, un giorno.


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domenica 20 maggio 2018

CANNES 2018. I VINCITORI

Dall'alto: il regista giapponese Hirozaku Kore'eda con la Palma d'Oro vinta per Shoplifters; Spike Lee con il Grand Prix Speciale della Giuria; Roberto Benigni premia Marcello Fonte come migliore attore; Alice Rohrwacher con il riconoscimento per la migliore sceneggiatura.  


In un'edizione che probabilmente non passerà alla storia (vedi il nostro post precedente), la giuria capitanata da Cate Blanchett - e comprendente i registi Ava DuVernay, Denis Villeneuve, Robert Guédiguian, Andreï Zviaguintsev, la cantante Khadja Nin e gli attori Kristen Stewart, Léa Seydoux, Chang Chen - è comunque riuscita a salvare capra e cavoli con verdetti che non hanno scontentato nessuno.

Premesso che in una rassegna cinematografica - piccola o grande che sia - è difficile trovare tutte opere brutte, bisogna dire che quest'anno da Cannes ci si aspettava di più: non che il programma fosse tutto da buttare; però stentiamo a segnalare lavori che possano suscitare vasto interesse al di fuori della Croisette.

L'Italia può tuttavia ritenersi soddisfatta.

Sebbene la Palma d'Oro sia andata ad un delicato film giapponese sulle disuguaglianze sociali - Shoplifters di Hirozaku Kore'eda - parla infatti molto italiano il palmarès del settantunesimo Festival di Cannes.

Il premio per la migliore interpretazione maschile è andato infatti al protagonista di Dogman di Matteo Garrone, Marcello Fonte - già visto in serie Tv (Don Matteo, La mafia uccide solo d'estate) e lungometraggi (in una piccola parte è comparso pure in Gangs of New York di Martin Scorsese!) -, che ha ricevuto il trofeo dalle mani di Roberto Benigni.

Alice Rohrwacher, invece, si è aggiudicata il riconoscimento per la sceneggiatura per Lazzaro felice, assieme a Nader Saeivar e Jafar Panahi (quest'ultimo, anche regista di Trois Visages).

Bella soddisfazione per i nostri due connazionali, che tra l'altro avevano lavorato insieme in Corpo Celeste, esordio dietro alla macchina da presa della cineasta toscana.

Tra le pellicole in competizione, quelle delle quali sentiremo probabilmente ancora parlare in un futuro prossimo sono BlacKkKlansman di Spike Lee e Cold War di Paweł Pawlikowski.

Forse un po' scaltramente, sono state premiate entrambe: la prima ha avuto il Grand Prix Speciale della Giuria e potrebbe rilanciare la carriera di uno degli autori più politicamente schierati degli USA; la seconda, con il premio per la regia, conferma il talento del cineasta polacco dopo l' Oscar a Ida nel 2015.

Dopo tanti proclami sulla parità dei sessi e vista la massiccia presenza muliebre in giuria, ci si aspettava più riconoscimenti per le donne: a parte la gratificazione nell'apposita sezione per l'attrice kazaka Samal Yeslyamova, le vittorie della Rohrwacher e della libanese Nadine Labaki sanno tanto di premio "di consolazione".

Come sa di "contentino" ai Francesi la Palma d'Oro Speciale assegnata all'eterno sperimentatore Jean-Luc Godard.

Qui di seguito vi facciamo conoscere i vincitori.

Speriamo che la prossima edizione del Festival possa suscitare maggiore entusiasmo.






Palma d'Oro: Shoplifters (Manbiki kazoku), regia di Hirokazu Kore'eda (Giappone)

Grand Prix Speciale della Giuria (premio per l'opera più originale o innovativa): BlacKkKlansman, regia di Spike Lee (Stati Uniti d'America)

Prix de la mise en scène (premio per la migliore regia): Paweł Pawlikowski per Cold War (Zimna wojna)

Prix du scénario (premio per la migliore sceneggiatura): Alice Rohrwacher per Lazzaro felice, regia di Alice Rohrwacher (Italia), ex-aequo con Nader Saeivar e Jafar Panahi per Trois Visages, regia di Jafar Panahi (Iran)

Prix d'interprétation féminine (premio per la migliore attrice): Samal Yeslyamova per My little one (Ayka), regia di Sergei Dvortsevoy (Kazakistan)

Prix d'interprétation masculine (premio per il miglior attore): Marcello Fonte per Dogman, regia di Matteo Garrone (Italia, Francia)

Premio della giuria (premio assegnato dalla Giuria): Capharnaüm, regia di Nadine Labaki (Libano)

Palma d'Oro Speciale: Le livre d'image, regia di Jean-Luc Godard (Svizzera)





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lunedì 7 maggio 2018

CANNES 2018. I FILM IN E FUORI CONCORSO

Dall'alto: Emilia Clarke e Alden Ehrenreich (Han Solo) in Solo: A Star Wars Story; Javier Bardem (primo a sinistra), Ricardo Darín (secondo da destra), Penélope Cruz nel film d'apertura Todos lo saben di Asghar Farhadi; una scena di Lazzaro Felice di Alice Rohrwacher; Adam Driver e Jonathan Pryce in The Man Who Killed Don Quixote, il film "maledetto" di Terry Gilliam.  


Come ogni anno, eccoci arrivati allo Speciale sul Festival di Cannes, che tante soddisfazioni (e visualizzazioni) ci porta.

Nell'attesa di un nostro commento più approfondito, scoprite trailer, trame, curiosità, notizie sui film che a noi della redazione di CINEMA A BOMBA! sembrano più interessanti.

Pronti ad immergervi nell'atmosfera della kermesse cinematografica più glamour del mondo?






CONCORSO

Todos lo saben, regia di Asghar Farhadi (Spagna, Francia, Italia), con Penélope Cruz, Javier Bardem, Ricardo Darín - film d'apertura
En guerre, regia di Stéphane Brizé (Francia), con Vincent Lindon
Dogman, regia di Matteo Garrone (Italia, Francia)
Le livre d'image, regia di Jean-Luc Godard (Svizzera)
Netemo sametemo, regia di Ryusuke Hamaguchi (Giappone)
Plaire, aimer et courir vite, regia di Christophe Honoré (Francia)
Shoplifters (Manbiki kazoku), regia di Hirokazu Kore'eda (Giappone)
Les filles du soleil, regia di Eva Husson (Francia)
Ash is the purest white (Jiānghú érnǚ), regia di Jia Zhangke (Cina)
Capharnaüm, regia di Nadine Labaki (Libano)
Burning, regia di Lee Chang-dong (Corea del Sud)
BlacKkKlansman, regia di Spike Lee (Stati Uniti d'America), con Adam Driver, Topher Grace, Harry Belafonte
Lazzaro felice, regia di Alice Rohrwacher (Italia), con Alba Rohrwacher, Sergi López, Nicoletta Braschi, Natalino Balasso
Trois Visages, regia di Jafar Panahi (Iran)
Under the Silver Lake, regia di David Robert Mitchell (Stati Uniti d'America), con Andrew Garfield, Riley Keohgh, Topher Grace,
Zimna wojna, regia di Pawel Pawlikowski (Polonia)
Leto, regia di Kirill Serebrennikov (Russia)
Yomeddine, regia di Abu Bakr Shawky (Egitto)
Un couteau dans le cœur, regia di Yann Gonzalez (Francia), con Vanessa Paradis
My little one (Ayka), regia di Sergei Dvortsevoy (Kazakistan)
The Wild Pear Tree (Ahlat Agaci), regia di Nuri Bilge Ceylan (Turchia)

Un Certain Regard

Gräns, regia di Ali Abbasi (Svezia)
Sofia, regia di Meyem Benm'Barek (Francia)
Les chatouilles, regia di Andréa Bescond e Eric Métayer (Francia)
Di qiu zui hou de ye wan, regia di Bi Gan (Cina)
Manto, regia di Nandita Das (India)
Des bails de rêve, regia di Antoine Desrosières (Francia)
Girl, regia di Lukas Dhont (Belgio)
Gueule d'ange, regia di Vanessa Filho (Francia)
Euforia, regia di Valeria Golino (Italia), con Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea, Isabella Ferrari, Valentina Cervi, Jasmine Trinca
Friend, regia di Wanuri Kahiu (Kenya)
Mon tissu préféré, regia di Gaya Jiji (Francia, Germania, Turchia)
Die Stropers, regia di Etienne Kallos (Sud Africa, Francia)
In My Room, regia di Ulrich Köhler (Germania, Italia)
El Ángel, regia di Luis Ortega (Argentina, Spagna)
The Gentle Indifference of the World, regia di Adilkhan Yerzhanov (Kazakistan, Francia)
Muere, Monstruo, Muere, regia di Alejandro Fadel (Argentina)
Chuva é cantoria na aldeia dos mortos, regia di João Salaviza e Renée Nader Messora (Portogallo, Brasile)
Donbass, regia di Sergei Loznitsa (Ucraina)

Fuori concorso

Solo: A Star Wars Story, regia di Ron Howard (Stati Uniti d'America), con Alden Ehrenreich, Emilia Clarke, Donald Glover, Woody Harrelson, Thandie Newton, Paul Bettany
Le Grand Bain, regia di Gilles Lellouche (Francia), con Mathieu Amalric, Benoît Poelvoorde, Guillaume Canet, Jean-Hugues Anglade
The Man Who Killed Don Quixote, regia di Terry Gilliam (Regno Unito, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio), con Jonathan Pryce, Adam Driver, Olga Kurylenko, Stellan Skarsgård, Sergi López, Jordi Mollà - film di chiusura
The House That Jack Built, regia di Lars von Trier (Danimarca, Francia, Germania, Svezia), con Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman, Riley Keough






Proiezioni di mezzanotte

Arctic, regia di Joe Penna (Islanda), con Mads Mikkelsen
The spy gone North (Gongjack), regia di Yoon Jong-Bin (Corea del Sud)
Fahrenheit 451, regia di Ramin Bahrani (Stati Uniti d'America), con Michael B. Jordan, Michael Shannon, Keir Dullea [Film Tv]
Whitney, regia di Kevin Macdonald (Regno Unito) [Documentario]

Proiezioni speciali

10 Jours en Thaïlande, regia di Aditya Assarat, Wisit Sasanatieng, Chulayarnon Sriphol e Apichatpong Weerasethakul (Thailandia)
The State Against Mandela and the Others, regia di Nicolas Champeaux e Gilles Porte (Francia)
O Grande Circo Místico, regia di Carlos Diegues (Brasile), con Vincent Cassel
La Traversée, regia di Romain Goupil e Daniel Cohn-Bendit (Francia)
À tous vents, regia di Michel Toesca (Francia)
Another Day of Life, regia di Damian Nenow e Raul de la Fuente (Polonia)
Dead Souls, regia di Wang Bing (Cina)
Papa Francesco - Un uomo di parola (Pope Francis - A Man of his World), regia di Wim Wenders (Germania)

Cortometraggi in concorso

Gabriel, regia di Oren Gerner (Francia)
Judgement, regia di Raymund Ribay Gutierrez (Filippine)
Caroline, regia di Celine Held e Logan George (Stati Uniti d'America)
Tariki, regia di Saeed Jafarian (Iran)
III, regia di Marta Pajek (Polonia)
Duality, regia di Masahiko Sato, Genki Kawamura, Yutaro Seki, Masayuki Toyota, Kentaro Hirase (Giappone)
On the border, regia di Wei Shujun (Cina)
Toutes ces créatures, regia di Charles William (Australia)

Documentari

The Eyes of Orson Welles, regia di Mark Cousins (Regno Unito)
Be Natural : The Untold Story of Alice Guy-Blaché, regia di Pamela B. Green (Stati Uniti d'America), con voce narrante di Jodie Foster
Jane Fonda in Five Acts, regia di Susan Lacy (Stati Uniti d'America)
Bergman - ett år, ett liv, regia di Jane Magnusson (Svezia)
Searching for Ingmar Bergman, regia di Margarethe Von Trotta (Germania)

Quinzaine des Réalisateurs
Lungometraggi


Amin, regia di Philippe Faucon (Francia)
Carmen y Lola, regia di Arantxa Echevarría (Spagna)
Climax, regia di Gaspar Noé (Francia)
Cómprame un revolver, regia di Julio Hernández Cordón (Messico)
Les Confins du monde, regia di Guillaume Nicloux (Francia)
El Motoarrebatador, regia di Agustín Toscano (Argentina)
En liberté!, regia di Pierre Salvadori (Francia)
Joueurs, regia di Marie Monge (Francia)
Leave No Trace, regia di Debra Granik (Stati Uniti d'America), con Ben Foster
Los silencios, regia di Beatriz Seigner (Brasile)
Ming wang xing shi ke, regia di Ming Xhang (Cina)
Mandy, regia di Panos Cosmatos (Stati Uniti d'America)
Mirai no Mirai?, regia di Mamoru Hosoda (Giappone)
Le monde est à toi, regia di Romain Gavras (Francia)
Pájaros de verano, regia di Ciro Guerra e Cristina Gallego (Colombia)
Petra, regia di Jaime Rosales (Spagna)
Samouni Road, regia di Stefano Savona, animazione di Simone Massi (Italia)
Teret, regia di Ognjen Glavonic (Serbia)
Troppa grazia, regia di Gianni Zanasi (Italia), con Alba Rohrwacher, Elio Germano, Giuseppe Battiston
Weldi, regia di Mohamed Ben Attia (Tunisia)

Cortometraggi

Basses, regia di Félix Imbert (Francia)
This magnificent cake!, regia di Emma De Swaef e Marc Roels (Belgio)
La Chanson, regia di Tiphaine Raffier (Francia)
La lotta, regia di Marco Bellocchio (Italia), con musiche di Nicola Piovani
Las Cruces, regia di Nicolas Boone (Francia)
La Nuit des sacs plastiques, regia di Gabriel Harel (Francia)
O órfão, regia di Carolina Markowicz (Brasile)
Our Song to War, regia di Juanita Onzaga (Colombia)
Skip Day, regia di Patrick Bresnan e Ivete Lucas (Stati Uniti d'America)
Le Sujet, regia di Patrick Bouchard (Canada)

Settimana Internazionale della Critica
Concorso
Lungometraggi


Chris The Swiss, regia di Anja Kofmel (Svizzera)
Diamantino, regia di Gabriel Abrantes e Daniel Schmidt (Portogallo)
Egy Nap, regia di Zsófia Szilágyi (Ungheria)
Fuga, regia di Agnieszka Smoczynska (Polonia)
Kona Fer I Stríð, regia di Benedikt Erlingsson (Islanda)
Sauvage, regia di Camille Vidal-Naquet (Francia)
Sir, regia di Rohena Gera (India)

Cortometraggi

Amor, Avenidas Novas, regia di Duarte Coimbra (Portogallo)
Ektoras Malo : I Teleftea Mera Tis Chronias, regia di Jacqueline Lentzou (Grecia)
Mo-Bum-Shi-Min, regia di Kim Cheol-Hwi (Corea del Sud)
Pauline asservie, regia di Charline Bourgeois-Tacquet (Francia)
La Persistente, regia di Camille Lugan (Francia)
Rapaz, regia di Felipe Gálvez (Cile)
Schächer, regia di Flurin Giger (Svizzera)
Tiikeri, regia di Mikko Myllyahti (Finlandia)
Un Jour de Mariage, regia di Elias Belkeddar (Algeria)
Ya Normalniy, regia di Michael Borodin (Russia)

Proiezioni speciali
Lungometraggi


Wildlife, regia di Paul Dano (Stati Uniti d'America), con Jake Gyllenhaal, Carey Mulligan - film d'apertura
Our Struggles, regia di Guillaume Senez (Belgio)
Shéhérazade, regia di Jean-Bernard Marlin (Francia)
Guy, regia di Alex Lutz (Francia) - film di chiusura

Cortometraggi

La Chute, regia di Boris Labbé (Francia)
Third Kind, regia di Yorgos Zois (Grecia)
Ultra Pulpe, regia di Bertrand Mandico (Francia)




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domenica 25 maggio 2014

CANNES 2014. IL FESTIVAL DELLE DONNE (O QUASI)

Dall'alto: la splendida Julianne Moore, miglior attrice per Maps to the Stars; il regista americano Bennett Miller (secondo da destra) coi protagonisti del suo Foxcatcher; Alba Rohrwacher con il Gran Prix vinto per Le Meraviglie.


Chiusasi la 67a edizione del Festival di Cannes, è tempo di fare qualche considerazione a mente fredda.

L'ambita Palma d'Oro, come già riportato nel nostro precedente post, è andata al turco Winter Sleep (Kış Uykusu).
Un risultato non scontato, specie considerando la durata della pellicola: 3 ore un quarto che evidentemente non hanno scoraggiato la resistente giuria capitanata dalla regista neozelandese Jane Campion.

Ma le vittorie più significative sono state altre due, entrambe andate a due donne.
La rossa Julianne Moore ha conquistato a furor di popolo il premio come miglior attrice, dando lustro al discusso Maps to the Stars del maestro canadese David Cronenberg e dimostrando al mondo che a più di 50 anni si può essere ancora da 10 e lode (in termini recitativi e non solo...).
La mora Alba Rohrwacher era partita in sordina col suo Le Meraviglie (unico film italiano in concorso), ma poco alla volta ha convinto tutti gli addetti ai lavori e si è portata a casa il prestigioso Gran Prix della Giuria: niente male!

In mezzo è riuscito a infilarsi l'autore indie Bennett Miller, eletto miglior regista con Foxcatcher, opera per la quale era lecito aspettarsi anche il premio per il miglior attore.
I giurati hanno preferito il britannico Timothy Spall al grande comico italoamericano Steve Carell (vero nome: Caroselli), ma di quest'ultimo - e di Miller stesso - sentiremo molto probabilmente parlare ancora in vista dei prossimi Oscar.

Furbetta la scelta di assegnare il Premio della Giuria a Jean-Luc Godard (unico francese nel palmarès) e a Xavier Dolan (pur se un po' deluso - si aspettava il premio più prestigioso - il vero protagonista della cerimonia di premiazione), rispettivamente il più anziano e il più giovane cineasta in concorso.
Ma in questo post avevamo pronosticato un qualche riconoscimento per i due.
Bravi, eh?

Tra le personalità rimaste a bocca asciutta, le delusioni maggiori sono state subite sicuramente da Michel Hazanavicius e Jessica Chastain.
Il cineasta francese pare in difficoltà nel replicare all'eclatante trionfo degli Oscar 2012, quando stravinse col bellissimo The Artist.
La superdiva di The Tree of Life e Zero Dark Thirty, nella doppia veste di protagonista e produttrice, ha invece tentato di promuovere l'innovativo The Disappearance of Eleanor Rigby nella sezione Un Certain Regard, ma invano.
Provaci ancora, Jessica!

A lasciare la Riviera francese a mani vuote sono stati anche gli strafavoriti della vigilia, i fratelli Dardenne - che non sono riusciti a diventare i fratelli Coen europei (al duo d'oltreoceano un premio a Cannes non è mai stato negato) - e il buon vecchio Tommy Lee Jones, che pure aveva convinto col suo western atipico.
Non piangete però per loro: sapranno rifarsi.

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sabato 24 maggio 2014

CANNES 2014. I VINCITORI

Dall'alto: un'immagine da Winter Sleep, vincitore della Palma d'Oro; una scena da Le Meraviglie con Monica Bellucci; Julianne Moore in Maps to the Stars; Timothy Spall in Mr. Turner


Un film turco di oltre tre ore fatto soprattutto di dialoghi e paesaggi è il vincitore della Palma d'Oro al Festival di Cannes 2014.
Winter Sleep di Nuri Bilge Ceylan (già autore del fortunato C'era una volta in Anatolia) è riuscito più di tutti infatti a convincere la giuria presieduta da Jane Campion, ma era da giorni che veniva dato per favorito.

Meno scontata la scelta di premiare una delle due registe in concorso (il Festival, soprattutto negli ultimi anni, non ha mai prestato troppa attenzione al cinema al femminile).
Mentre molti pensavano alla giapponese Naomi Kawase, ecco invece che a spuntarla è stata la nostra Alice Rohrwacher con il suo Le Meraviglie. Complimenti!
Tra l'altro ha conquistato lo stesso trofeo di Matteo Garrone due anni fa .

Ma il miglior regista - vera sorpresa della cerimonia - è risultato lo statunitense Bennett Miller.
Un buon viatico per la strada verso gli Oscar?

Tra gli attori, sorprende molto l'affermazione di Timothy Spall (che molti conosceranno per aver preso parte alla saga di Harry Potter), che interpreta il ruolo del pittore britannico J.M.W. Turner.
Sacrosanto invece il riconoscimento alla sempre bravissima Julianne Moore, star tra le star di... Maps to the Stars di David Cronenberg.

Una curiosità: il Premio per la Giuria è andato ex-aequo al regista più giovane e a quello più vecchio del concorso, rispettivamente il canadese Xavier Dolan e il francese (sembrava strano che non ne venisse premiato neppure uno...) Jean-Luc Godard.

In attesa dei nostri commenti, ecco l'elenco dei vincitori:


Palma d'Oro al miglior film: Winter Sleep (Kis Uykusu) di Nuri Bilge Ceylan (Turchia, Germania, Francia)

Grand Prix Speciale della Giuria (assegnato al film che mostra maggiore originalità o spirito di ricerca): Le Meraviglie di Alice Rohrwacher (Italia/Francia)

Prix d'interprétation féminine (assegnato alla migliore attrice): Julianne Moore, Maps to the Stars di David Cronenberg (Canada, USA)

Prix d'interprétation masculine (assegnato al miglior attore): Timothy Spall, Mr. Turner di Mike Leigh (Regno Unito)

Prix de la mise en scène (assegnato al miglior regista): Bennett Miller, Foxcatcher

Prix du scénario (assegnato al miglior sceneggiatore): Oleg Negin e Andrey Zvyagintsev, Leviathan di Andrey Zvyagintsev (Russia)

Premio della giuria: Mommy di Xavier Dolan (Canada) e Goodbye to Language (Adieu au Langage) di Jean-Luc Godard (Svizzera)

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postato da Illarcio Bros. | 21:20 | 0 Commenti

mercoledì 14 maggio 2014

CANNES 2014. I FILM IN E FUORI CONCORSO

Dall'alto: la principesca Nicole Kidman in Grace di Monaco; la divina Jessica Chastain e James McAvoy in The Disappearance of Eleanor Rigby; il regista premio Oscar Michel Hazanavicius sul set di The Search; Tommy Lee Jones e Hilary Swank in una scena di The Homesman


E alla fine Cannes 2014 è iniziato.
Come abbiamo visto nel post precedente, di sorprese non ce ne sono molte. Anzi.

I favoriti sono sempre gli stessi: David Cronenberg, i soliti fratelli Dardenne (che, come i fratelli Coen, un premio a Cannes lo prendono sempre), Ken Loach, Mike Leigh. Solo il primo non ha ancora vinto la Palma d'Oro.
I due belgi, invece, hanno già trionfato due volte; non è mai successo, però, che qualcuno ci riuscisse per tre volte.

Gli outsider? Jean-Luc Godard (al Festival non ha mai raccolto nulla: un omaggio all'anziano maestro della Nouvelle Vague in vista?), Xavier Dolan (ha 25 anni ed è gay: la Giuria deciderà di incoraggiarlo e far accendere su di lui le luci della ribalta internazionale?), Olivier Assayas (è pur sempre un ex critico della prestigiosa rivista cinematografica Cahiers du Cinéma...).

Poche possibilità sulla carta per Alice Rohrwacher, unica rappresentante italiana in concorso. Però l'anno scorso c'era La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, non premiato ma poi vincitore dell'Oscar per il Miglior Film Straniero...
E chissà che dopo i fasti hollywoodiani (agli Oscar 2012 trionfo personale e per il suo The Artist) non si riconfermi l'attesissimo Michel Hazanavicius: tre anni fa aveva dovuto vedersela nientepopodimeno che con lo splendido The Tree of Life di Terrence Malick (Palma d'Oro) e con Drive di Nicolas Winding Refn (Prix de la mise en scène, cioè premio per la migliore regia).

Non moltissime neppure le chance dei due film Made in USA: la Croisette servirà soprattutto come trampolino di lancio verso gli Oscar per Foxcatcher di Bennett Miller (tratto da una storia vera) e il western Homesman di Tommy Lee Jones, con cast di tutto rispetto: da una parte Steve Carell (in un insolito ruolo drammatico; ma era prevedibile che prima o poi succedesse anche per il protagonista di 40 Anni Vergine, Un'Impresa da Dio, Agente Smart-Casino Totale e Notte Folle a Manhattan), il lanciatissimo Channing Tatum e l'eclettico Mark Ruffalo; dall'altra le plurioscarizzate Hilary Swank e Meryl Streep.

Le due fuoriclasse, qui in Francia, si dovranno confrontare però con bravissime e agguerritissime colleghe: Juliette Binoche, Bérénice Bejo (però già premiata l'anno scorso), Marion Cotillard, Julianne Moore, Annette Bening, Rosario Dawson, Vanessa Redgrave, la nostra Monica Bellucci.

E ora ecco a voi il programma della 67a edizione del Festival di Cannes!


CONCORSO
Clouds of Sils Maria (Sils Maria) di Olivier Assayas (Germania, Francia, Svizzera), con Juliette Binoche, Kristen Stewart, Chloë Grace Moretz.
Saint Laurent di Bertrand Bonello (Francia), con Gaspard Ulliel, Léa Seydoux, Louis Garrel.
Winter Sleep (Kis Uykusu) di Nuri Bilge Ceylan (Turchia, Germania, Francia).
Maps to the Stars di David Cronenberg (Canada, USA), con Julianne Moore, Mia Wasikowska, John Cusack, Sarah Gadon, Robert Pattinson, Olivia Williams, Carrie Fisher.
Two Days, One Night (Deux jours, une nuit) di Jean-Pierre Dardenne e Luc Dardenne (Belgio, Italia, Francia), con Marion Cotillard.
Mommy di Xavier Dolan (Canada).
The Captive di Atom Egoyan (Canada), con Ryan Reynolds, Scott Speedman, Rosario Dawson.
Goodbye to Language (Adieu au Langage) di Jean-Luc Godard (Svizzera).
The Search di Michel Hazanavicius (Francia), con Annette Bening, Bérénice Bejo.
The Homesman di Tommy Lee Jones (USA), con Tommy Lee Jones, Hilary Swank, Hailee Steinfeld, Meryl Streep.
Still the Water (Futatsume No Mado) di Naomi Kawase (Giappone).
Mr. Turner di Mike Leigh (Regno Unito), con Timothy Spall.
Jimmy's Hall di Ken Loach (Regno Unito, Irlanda, Francia).
Foxcatcher di Bennett Miller (USA), con Channing Tatum, Mark Ruffalo, Steve Carell, Sienna Miller, Vanessa Redgrave.
Le meraviglie di Alice Rohrwacher (Italia/Francia), con Monica Bellucci, Alba Rohrwacher.
Timbuktu di Abderrahmane Sissako (Francia).
Wild Tales (Relatos salvajes) di Damián Szifrón (Argentina), con Ricardo Darín.
Leviathan di Andrey Zvyagintsev (Russia).


Nelle altre sezioni, segnaliamo due opere ad alto tasso di glamour - grazie anche alle due splendide e bravissime protagoniste: Grace di Monaco, cioè il discusso biopic su Grace Kelly (interpretata da Nicole Kidman) che aprirà la kermesse, osteggiato dalla famiglia della principessa; e The Disappearance of Eleanor Rigby, sperimentale opera prima (in realtà già presentata a Toronto qualche mese fa in versione non definitiva) che racconta una relazione sentimentale dal punto di vista di lui e di lei, con protagonista la nostra pupilla Jessica Chastain.

Da notare la presenza di tre lungometraggi diretti da altrettanti attori passati dietro alla macchina da presa: Ryan Gosling, Mathieu Amalric (entrambi all'esordio) e Asia Argento.

Qui di seguito, comunque, riportiamo i film che secondo noi sono più interessanti.


Grace di Monaco (Grace of Monaco) di Olivier Dahan (Francia / USA / Belgio / Italia), con Nicole Kidman, Tim Roth, Frank Langella. - Film d'apertura [Fuori concorso]
The Rover di David Michôd (USA / Australia), con Guy Pearce, Robert Pattinson. [Fuori concorso]
Dragon Trainer 2 di Dean Deblois (USA) [Fuori concorso]
L'Homme que l'on aimait trop di André Téchiné (Francia), con Catherine Deneuve, Guillaume Canet (Fuori concorso)
La chambre bleue di Mathieu Amalric (Francia), con Mathieu Amalric. [Un Certain Regard]
Incompresa di Asia Argento, con Charlotte Gainsbourg, Gabriel Garko. (Italia / Francia) [Un Certain Regard]
The Disappearance of Eleanor Rigby di Ned Benson (USA), con Jessica Chastain, James McAvoy, Viola Davis, William Hurt, Isabelle Huppert. [Un Certain Regard]
Lost River di Ryan Gosling (USA), con Christina Heindricks, Saoirse Ronan, Eva Mendes. [Un Certain Regard]
Amour fou di Jessica Hausner (Austria). [Un Certain Regard]
Coming Home di Zhang Yimou (Cina), con Gong Li [Un Certain Regard]
Queen and Country di John Boorman (Irlanda/GB). (Quinzaine des Réalisateurs)

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postato da Illarcio Bros. | 21:15 | 0 Commenti

martedì 13 maggio 2014

CANNES 2014. IL FESTIVAL DELL'USATO SICURO

La locandina del Festival di Cannes 2014, omaggio a Marcello Mastroianni e al cinema italiano. 


I francesi Olivier Assayas (già critico cinematografico per Cahiers du Cinéma), Bertrand Bonello, Jean-Luc Godard (ritorno in grande stile, dunque, per uno dei maestri d'Oltralpe), Michel Hazanavicius ( premio Oscar per The Artist).
La nutrita comitiva dei canadesi David Cronenberg, Xavier Dolan, Atom Egoyan; gli inglesi Mike Leigh, Ken Loach.
L'italiana Alice Rohrwacher, il turco Nure Bilge Ceylan, i belgi fratelli Dardenne, lo statunitense Tommy Lee Jones, la giapponese Naomi Kawase, il russo Andrey Zvyagintsev, il mauritano Abderrahmane Sissako.

Che cosa unisce tutti questi registi più o meno noti, oltre alla partecipazione in concorso al Festival di Cannes 2014 (dal 14 al 25 Maggio)?
La risposta è... l'aver già partecipato al Festival di Cannes in edizioni precedenti.
L'argentino Damián Szifrón è infatti l'unico a non aver calcato mai finora il tappeto rosso della Croisette.

Gli organizzatori della kermesse rivierasca, quest'anno, non hanno certo brillato per coraggio.
Peccato: Cannes è attualmente la vetrina cinematografica più importante d'Europa - sebbene più adatta agli addetti ai lavori piuttosto che al pubblico, che deve accontentarsi di veder sfilare i divi senza poter assistere alle proiezioni delle pellicole che presentano (ne avevamo già parlato l' anno scorso, ricordate?).

Dare una certa visibilità anche agli autori più giovani e/o meno conosciuti gioverebbe al cinema e porterebbe una ventata di novità.

Certo, sempre che non si cada nell'errore della Mostra di Venezia 2013, dove - accanto a pochissimi autori noti (i soli Hayao Miyazaki, Terry Gilliam, Stephen Frears e Alfonso Cuarón, che aveva presentato in pompa magna l'attesissimo Gravity, successivamente vincitore morale degli Oscar 2014) e nell'ottica di risparmiare a tutti i costi - troppi sono stati i talenti-da-lanciare, con il risultato di dare l'idea di un festival fatto con gli scarti dei concorrenti e quindi di scarso appeal e prestigio internazionale.

D'altra parte, è facilmente dimostrabile che le rassegne più riuscite sono quelle che sanno andare incontro ai gusti sia del vasto pubblico che dei cinefili duri e puri, entrambi ansiosi di conferme da parte dei loro autori preferiti e di vedere cose nuove.

A Cannes 2014 si vedranno sfilare, oltre ai registi succitati, anche i membri delle giurie - le registe Jane Campion (presidente), Sofia Coppola e Andrea Arnold (nel 2011 noi di CINEMA A BOMBA! avevamo visto in anteprima mondiale la sua versione di Cime Tempestose), i cineasti Nicolas Winding Refn (quello di Drive, per intenderci) e Abbas Kiarostami, gli attori Carole Bouquet, Willem Dafoe, Gael García Bernal (il protagonista di No) - e il solito stuolo di divi (per sapere chi sono e quali sono i film nei quali compaiono, però, vi rimandiamo al prossimo post).

Insomma, il festival del déja-vu e dell'usato sicuro.

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postato da Illarcio Bros. | 20:32 | 0 Commenti

domenica 3 giugno 2012

CANNES 2012. UN PASSO INDIETRO?

(Il regista Michael Haneke con la Palma d'Oro) 

Dopo l’ubriacatura di meritocrazia dello scorso anno, quando la giuria presieduta da Robert De Niro aveva schiaffato in faccia alla critica più snob un responso sacrosanto ma tutt’altro che scontato (Palma d’Oro a The Tree of Life di Terrence Malick, Nicolas Winding Refn miglior regista, Kristen Dunst e Jean Dujardin migliori interpreti), era logico aspettarsi quest’anno un verdetto meno coraggioso.
E così è stato.

Non che tutte le scelte siano state sciagurate: il divo danese Mads Mikkelsen (miglior attore) è bravo e versatile; il Gran Prix a Garrone è utile per ricordare al mondo e a noi stessi che non tutti i film italiani sono cinepanettoni.
Però è lecito ignorare autori come Cronenberg e Anderson, Hillcoat e Nichols?
E’ sensato premiare come migliori attrici due carneidi, pur avendo a disposizione una rosa che andava da Jessica Chastain a Juliette Binoche, da Marion Cotillard a Nicole Kidman?
E quanti davvero si recheranno nei cinema per vedere il palmadorato drammone senile di Haneke?

Soprattutto: l’assenza di riconoscimenti a pellicole hollywoodiane – intendendo non soltanto quelle di produzione americana, ma quelle genericamente “di genere” – sta a significare un fallimento della linea intrapresa dal direttore artistico Thierry Frémaux negli ultimi anni?
Naturalmente no, anzi. Come già avevamo scritto in relazione a Venezia 2011 (vedi il post), il compito dei giurati in fin dei conti è sottoporsi a un giochino di gusto personale. Discutibile finchè si vuole ma lecito, una volta accettate le regole.

Ciò che conta realmente è la programmazione, e non è sbagliato lasciare spazio anche a opere che possano piacere al grande pubblico: i film di genere possono anche essere film d’autore.
E poi, diciamo la verità: se non fosse per loro, chi se li filerebbe davvero i festival del cinema?!
Le “abbiette leggi” del mercato - per usare una fraseologia cara a Godard - non c’entrano nulla. Per questo, nonostante tutto, quella di Frémaux è stata l’ennesima vittoria.
Continua così, Thierry. Niente passi indietro.

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postato da Illarcio Bros. | 20:31 | 0 Commenti