CINEMA A BOMBA!

venerdì 10 gennaio 2025

SONIC-IL FILM 3, LI SEGUE COME UN'OMBRA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA/Giappone, 2024
110'
Regia: Jeff Fowler
Interpreti: James Marsden, Jim Carrey, Tika Sumpter, Lee Majdoub.
Voci originali: Ben Schwartz, Colleen O'Shaughnessey, Idris Elba, Keanu Reeves.


A seguito degli eventi dei primi 2 film, Sonic (Schwartz) e i suoi amici Knuckles (Elba) e Tails (O'Shaughnessey) devono affrontare una nuova minaccia globale.

Per neutralizzare Shadow (Reeves), potentissimo sosia dello stesso Sonic, toccherà loro chiedere aiuto al più improbabile degli alleati: il redivivo Eggman (Carrey)...


Dopo gli ottimi Sonic e Sonic 2, e la discreta miniserie spin-off incentrata su Knuckles, eccoci finalmente giunti all'ultimo(?) capitolo della trilogia dedicata all'amato riccio blu.

Ancora prodotto da Tim Miller (regista del primo Deadpool), è il terzo adattamento cinematografico di un popolare videogioco sviluppato dalla giapponese SEGA negli anni 90.

La galleria dei protagonisti si infoltisce: dopo l'introduzione della volpe gialla Tails e dell'echidna rosso Knuckles nella scorsa pellicola, stavolta è il turno di Shadow, una sorta di gemello "cattivo" di Sonic che è il vero fulcro della storia (voce originale di Keanu Reeves, che lo doppia come Batman di DC League of Super-Pets).

Una new entry efficacissima, cui si aggiunge un secondo cattivo: il malvagio nonno di Robotnik (Carrey in doppio ruolo).
Il suo personaggio e le sue interazioni col nipote sono l'elemento comico del film (la scena più spassosa è probabilmente quella del balletto coordinato dei due), che per il resto ha un tono più serio dei precedenti.

Nonostante l'attore canadese di Ace Ventura e Scemo e + Scemo gigioneggi senza freni cercando di rubare la scena a tutti (dopo essersi fatto convincere a rimandare l'annunciato ritiro dalle scene), Majdoub riesce a ottenere un ruolo più cospicuo e la coppia Sumpter-Marsden sembra divertirsi di più delle volte scorse (specie l'ex Ciclope degli X-Men).

Tra una cine-citazione e l'altra (da Detective Pikachu a Speed, passando per La Talpa), quello di Sonic è un caso raro di franchise che mantiene alta la qualità anche nei seguiti, un po' come Paddington (o quasi: dobbiamo ancora vedere - e quindi giudicare - Paddington in Perù, anch'essa l'ultima parte di una trilogia).

Sì, possiamo dirlo: Sonic 3 è forse il capitolo migliore della serie.
Aspettando il prossimo...

[PS: occhio alle sequenze mid- e post-credits! Nella prima esordisce un altro personaggio storico (era ora!), nella seconda c'è un piccolo colpo di scena... per la gioia dei fan!]


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lunedì 22 febbraio 2016

OSCAR 2016. IL PONTE DELLE SPIE, IL PREMIO OSCAR... SERVIREBBE?

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USA, 2015
141'
Regia: Steven Spielberg
Interpreti: Tom Hanks, Mark Rylance, Amy Ryan, Alan Alda, Austin Stowell, Jesse Plemons, Sebastian Koch, Will Rogers.


1957. Brooklyn. Il tranquillo e insospettabile Rudolf Abel (Rylance) è arrestato con l'accusa di spionaggio a danno degli Stati Uniti e in favore dell'Unione Sovietica.

Ad occuparsi della sua difesa, l'avvocato di origine irlandese James B. Donovan (Hanks), che già aveva lavorato nel Processo di Norimberga contro i gerarchi nazisti: l'unico ad accettare una causa già persa.
Nonostante le schiaccianti prove contrarie, riesce ad evitare la condanna a morte per il suo assistito e a proporlo per un eventuale scambio di prigionieri.

1960. Germania. Il pilota di U-2 Francis Gary Powers (Stowell) è abbattuto durante una missione di ricognizione sopra i cieli della Germania occupata dai Sovietici e viene fatto prigioniero.

1961. Berlino. Lo studente statunitense Frederic Pryor (Rogers) si trova nella parte sbagliata della capitale tedesca il giorno della costruzione del Muro, senza la possibilità di rimpatriare.

Tocca di nuovo a Donovan occuparsi dei difficilissimi negoziati per riportare a casa i due connazionali.
E proprio Abel potrebbe essere il suo asso nella manica.

Da molti considerato il più grande autore cinematografico della sua generazione, Steven Spielberg alterna da molti anni pellicole di assoluto intrattenimento (la saga di Indiana Jones, Jurassic Park, Le Avventure di Tintin) ad opere di impegno storico/civile (Shindler's List, Salvate il Soldato Ryan, Lincoln).

Il Ponte delle Spie rientra nella seconda categoria e segna la prima collaborazione tra il regista di Cincinnati e i fratelli Joel & Ethan Coen.

Dall'alchimia tra i tre grandi cineasti è nata una pellicola che sa coniugare tensione, sviluppi, azione del thriller spionistico con l'accuratezza storica.
Che differenza con precedenti film di genere come La Talpa, incapace di tenere vivi attenzione e ritmo!
L'esperienza di Mastro Steven è davvero una garanzia.

La sceneggiatura, scritta assieme a Matt Charman dagli autori di Il Grande Lebowski e altri memorabili film, è - come la maggior parte dei loro script, d'altra parte - particolarmente riuscita, piena com'è di considerazioni "alte" sulla libertà (in pieno stile spielberghiano) e di ironia (e qui si riconosce la mano dei due fratelli).

Gli alleggerimenti umoristici di alcuni dialoghi sono geniali nel non soffocare il tono comunque serio che la storia necessitava.
La candidatura al Premio Oscar ci sembra strameritata.

A valorizzare ulteriormente l'opera troviamo due interpreti in stato di grazia.
Il primo è Tom Hanks, che un recentissimo sondaggio ha decretato l'attore più amato dagli americani: convincente e rassicurante come al solito.
Il secondo è una vera rivelazione: Mark Rylance, di estrazione teatrale (anch'egli nominato come attore non protagonista).

"Lei non si preoccupa mai?"
"Servirebbe?"

Questo botta-e-risposta tra i due protagonisti è già diventato un tormentone, anche grazie all'espressione sardonica del misconosciuto cinquantaseienne inglese, la cui prova sotto le righe gli è valsa il sacrosanto plauso della critica internazionale, la simpatia del pubblico e il ruolo principale nel prossimo film di Spielberg (Il Gigante Gentile).

Il Ponte delle Spie permette di fare luce su un episodio poco noto della Guerra Fredda e regala più di 2 ore di cinema puro, un po' all'antica, senza stancare mai.

Forse non vincerà nessuno dei 6 Oscar cui è candidato (oltre a sceneggiatura e attore non protagonista, ha ottenuto nomination anche come miglior film, colonna sonora, scenografia e sonoro), ma ciò non toglie che sia una delle pellicole più belle e significative dell'anno.

In fondo, l'Oscar davvero... servirebbe?

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sabato 21 novembre 2015

SPECTRE, NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE CRIMINALE

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Regno Unito/USA, 2015
148'
Regia: Sam Mendes
Interpreti: Daniel Craig, Christoph Waltz, Léa Seydoux, Ralph Fiennes, Ben Whishaw, Naomie Harris, Dave Bautista, Monica Bellucci, Andrew Scott, Rory Kinnear, Judi Dench.


Tra Città del Messico, Roma, l'Austria, Tangeri e Londra si dipana la trama di un complotto che mira a controllare l'intelligence dei Paesi più potenti dell'orbe tramite un database.

Ad ordirla, un'organizzazione misteriosa e onnipresente: la SPECTRE, guidata dal gelido e spietato Ernst Stavro Blofeld (Waltz).
A contrastarla, l'agente dei servizi segreti britannici più famoso al mondo. Che - difficoltà nelle difficoltà - dovrà pure fare i conti con il proprio passato (prossimo e remoto).

Nel ventiquattresimo episodio della saga ispirata alle avventure del personaggio nato dalla penna di Ian Fleming, troverete ben poche novità.

Partiamo da dietro la cinepresa. Dopo il clamoroso successo ottenuto col precedente episodio Skyfall, vincitore di due Premi Oscar nel 2013, è stato confermato Sam Mendes, regista britannico di origine teatrale e unico vero Autore prestato alla serie (vanta un Premio Oscar, per il controverso e discusso American Beauty).

Tra i suoi collaboratori invece non ritroviamo più il grande direttore della fotografia Roger Deakins (quello di Il Grande Lebowski), sostituito da Hoyte Van Hoytema (DP di La Talpa e Interstellar, per dirne due).

Riguardo al cattivo: gli sceneggiatori non si sono peritati di crearne uno nuovo, ma ne hanno riesumato uno che già era comparso in altri 6 film bondeschi - che precisamente sono: Dalla Russia Con Amore, Thunderball-Operazione Tuono (in entrambi compare dal petto in giù, mentre accarezza un gatto bianco), Si Vive Solo Due Volte (personificato da Donald Pleasance), Al Servizio Segreto Di Sua Maestà (Telly Savalas, il pelato Tenente Kojak televisivo), Una Cascata Di Diamanti, Solo Per I Tuoi Occhi (dove non viene ma inquadrato in primo piano). C'è anche in un settimo, il non ufficiale Mai Dire Mai (Max von Sydow).

Ad interpretarlo, tra l'altro, l'apprezzatissimo (anche da noi di CINEMA A BOMBA!) Christoph Waltz, che non a caso
ha vinto un Oscar nel 2013 come attore non protagonista (per Django Unchained) bissando lo stesso riconoscimento ottenuto per Bastardi Senza Gloria nel 2010 - due pellicole entrambe dirette dal cineasta di Pulp Fiction e Jackie Brown (un tale di nome Quentin Tarantino...).

Ma la scelta di questo attore così talentuoso, paradossalmente, non è stata felicissima: tenuto a briglia corta, senza la possibilità di gigioneggiare alla sua maniera, impiegato in poche scene, poco caratterizzato fisicamente, Waltz appare sfruttato al di sotto delle sue (ottime) capacità.
Avesse avuto più spazio...

Analoga sorte per il suo braccio destro, Mr. Hinx (verosimile il gioco di parole con "in excess", in eccesso: effettivamente, visto quello che fa durante il film...): il personaggio affidato all'ex wrestler Dave Bautista - il Drax di Guardiani della Galassia - avrebbe dovuto essere una specie di Squalo od Oddjob dei giorni nostri, ma alla fine non ha ottenuto un ruolo così incisivo e finisce per essere liquidato in modo un po' sbrigativo.

Come ogni film di James Bond, non mancano le Bond Girl che puntualmente finiscono a letto col protagonista.
Questa volta tocca alla nostrana Monica Bellucci - quinta italiana dopo Daniela Bianchi (Dalla Russia Con Amore), Luciana Paluzzi (Thunderball), Maria Grazia Cucinotta (Il Mondo Non Basta), Caterina Murino (Casino Royale) - e a Léa Seydoux - premiata con una Palma d'Oro speciale a Cannes 2013 e già a fianco di Ralph Fiennes in Grand Budapest Hotel di Wes Anderson: un'attrice di talento, qui un po' sottoutilizzata.
La bruna e la bionda, la matura e la giovane, la debole e la forte: un po' troppi stereotipi anche per una pellicola bondiana.

Chi si giova di tutto ciò è Daniel Craig, sesto Agente 007 (non viene conteggiato David Niven, protagonista della parodia non ufficiale Casino Royale del 1967), al suo quarto film consecutivo - tutti legati tra loro nella trama e tutti premiati da ottimi riscontri di critica e pubblico.
Il suo James Bond è più muscolare che ironico e fascinoso, ma è anche tormentato, inquieto; insomma, al netto di certe esagerazioni nelle scene d'azione, è abbastanza credibile.

A proposito di esagerazioni: Spectre è entrato nel Guinness dei Primati, per la più grande esplosione (ottenuta artigianalmente e non digitalmente) nella storia dl cinema.
Nessuna sorpresa: ogni titolo del longevo franchise - e questo non fa eccezione - è ricco di inseguimenti, combattimenti, intrighi diabolici, sparatorie, scene adrenaliniche...

Ossia quanto il pubblico di appassionati cerca e pretende in un film di James Bond.
E ciò che abbiamo trovato anche in Spectre, oltre alle strizzate d'occhio ai film più o meno recenti della serie e alla presenza degli usuali tòpoi (il vodka Martini agitato-non-mescolato; "Il mio nome è Bond. James Bond"; la sequenza iniziale gunbarrel, cioè quella in cui 007 è inquadrato dalla canna della pistola, si volta di scatto, spara e fa sanguinare lo schermo).

Produttori, sceneggiatori e regista non hanno quindi voluto rischiare e sono andati sul sicuro.
Per chi anela solo a un po' di sano intrattenimento, va bene anche così.

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mercoledì 19 agosto 2015

IL RACCONTO DEI RACCONTI, IL PASTICCIO DEI PASTICCI

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Italia, 2014
125'
Regia: Matteo Garrone
Interpreti: Salma Hayek, Vincent Cassel, Toby Jones, John C. Reilly, Alba Rohrwacher, Massimo Ceccherini.


Una regina egoista (Hayek) sacrifica il marito per avere un figlio.
Un re erotomane (Cassel) si invaghisce di una donna che non ha mai visto, ignaro che questa sia in realtà una vecchia.
Il sovrano di un altro reame (Jones) dà in sposa sua figlia a un orco.

Queste tre storielle che si alternano rappresentano la trama dell'ultimo film del pluripremiato Matteo Garrone, presentato in concorso allo scorso Festival di Cannes, da cui tornò però a mani vuote.
Non è difficile capire il perché.

Siamo chiari: Garrone è uno dei pochi registi italiani che possiamo esportare senza vergognarcene, e un certo talento visionario - questa pellicola, nonostante tutto, lo conferma - non si può dire che gli manchi.
Difetta invece di senso della misura e rigore narrativo.

Da un copione scritto a otto mani (troppe) il regista romano ha cavato un film che punta molto sullo sfarzo visivo (ottimi i costumi di Massimo C. Parrini e le scenografie curate da Dimitri Capuani e Alessia Anfuso), ma che nel complesso risulta sconclusionato e a tratti perfino spiacevole.

Alla fine delle oltre due ore di durata, solo una delle tre storie arriva a una conclusione. Le altre non finiscono: si interrompono.
Per tacere di certi compiacimenti un po' morbosetti, specie nell'episodio delle vecchie sorelle: si può anche cercare di fare dell'umorismo sul decadimento fisico nella tarda età, ma qui si ha il forte sospetto che dietro si celino badilate di cinismo.

Si salvano gli interpreti, molti dei quali stranieri: tra la sempreverde messicana Salma Hayek e il piccolo inglese Toby Jones (era nel cast de La Talpa, ricordate?) quello che se la cava meglio è il francese Vincent Cassel in un ruolo di simpatico mascalzone lussurioso.

Aiuta attorniarsi di un cast internazionale? Certo, specie considerata la pochezza recitativa di molti attori nostrani. Però - ne sa qualcosa anche Gabriele Muccino - non basta per accreditarsi come un Autore.
E peccato che Ceccherini non proferisce parola: qualcuna delle sue triviali battute avrebbe almeno rallegrato la serata.

Il consiglio non richiesto che vorremmo dare a Matteo è in definitiva questo: torna sulla terraferma e ricomincia da capo.
Moretti e Sorrentino ti aspettano.

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lunedì 8 dicembre 2014

MAGIC IN THE MOONLIGHT, UNA PIACEVOLE SERATA IN PURO STILE ALLEN

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USA, 2014
97'
Regia: Woody Allen
Con: Colin Firth, Emma Stone, Marcia Gay Harden, Jacki Weaver, Hamish Linklater, Eileen Atkins, Catherine McCormack.


1928: su richiesta di un amico e collega, un famoso illusionista britannico (Firth) si reca in Costa Azzurra per smascherare una giovane medium (Stone) che lui crede essere una truffatrice.
Il problema è che la ragazza non sembra utilizzare trucchi: che abbia reali capacità sensitive? La razionalità cinica dell'uomo comincia così a vacillare...

Quello con le pellicole di Woody Allen è da tempo diventato un appuntamento fisso, una tradizione piacevole che si avvicina molto all'incontro con un vecchio amico.
Il regista newyorkese è in pratica l'unico cineasta - insieme a Clint Eastwood - a poter permettersi di realizzare un film all'anno, dove, come e con chi vuole.

Certo, il tempo dei capolavori è lontano - con l'unica eccezione di Match Point, che comunque è del 2005 - ma non quello dei riconoscimenti: neanche un anno fa Blue Jasmine ha fatto vincere a Cate Blanchett l'Oscar come miglior attrice, due anni prima era stato Midnight in Paris a far guadagnare al vecchio Woody una statuetta per la miglior sceneggiatura originale.

Nonostante qualche incongruenza logica (perché, se la storia è ambientata in Francia, quasi tutti i personaggi sono inglesi?) e una traduzione un po' maldestra (la "musica hot" che si sente nei dialoghi in originale era probabilmente riferita allo hot jazz, corrente musicale di moda negli anni 20-30), non è azzardato pronosticare uno o più premi anche per Magic in the Moonlight, commedia romantica in puro stile Allen: dialoghi brillanti, personaggi nettamente delineati, curata fotografia dell'iraniano Darius Khondji, ormai collaboratore fisso del regista.

Come al solito, gli attori giocano un ruolo fondamentale: Colin Firth - che CINEMA A BOMBA! aveva avuto l'onore di incontrare a Venezia nel 2011 - è sempre "regale" e distinto; Emma Stone punta a sembrare una nuova Mia Farrow e riesce a non far pesare la differenza d'età col suo coprotagonista (tra i due passano 28 anni, eppure la loro relazione sullo schermo è credibile).
Nelle retrovie, occhio all'arzilla Eileen Atkins: la sua vispa zietta è motivo di grande spasso in più di una sequenza.

Con Woody Allen vale sempre la regola del "prendere o lasciare": se cercate qualcosa di fresco e innovativo, guardate altrove.
Se invece preferite il calore della tradizione e la tranquillità dell'usato sicuro, Magic in the Moonlight vi farà trascorrere una serata piacevole e...magica.

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sabato 7 gennaio 2012

GLI INEDITI: BRONSON, UNA VITA VIOLENTA

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GB, 2008
92'
Regia: Nicolas Winding Refn
Interpreti: Tom Hardy, Matt King, James Lance.

Per chi non lo conoscesse, Nicolas Winding Refn è stato uno dei principali fenomeni della scorsa stagione cinematografica.
Danese, classe 1970, è da anni idolo di cinefili e festival, ma da noi è stato scoperto solo in seguito al premio alla regia meritatamente vinto all'ultimo Festival di Cannes col riuscito Drive, noir friedkiniano cool & cult col lanciatissimo Ryan Gosling ( Le Idi di Marzo).

Bronson in Italia è stato distribuito talmente poco e male da poterlo considerare un inedito a tutti gli effetti (ma ad altre opere del regista come la crudissima trilogia Pusher e il "vichingo" Walhalla Rising era andata peggio: usciti direttamente in DVD).

La storia è quella (vera) di Michael Peterson alias Charlie Bronson, ribelle senza causa con un talento innato per la violenza che, pur senza aver mai ucciso nessuno, ha passato quasi tutta la vita in carcere.
Con molti echi da Arancia Meccanica e qualcuno da Trainspotting, la vicenda è raccontata a flashback senza un vero filo logico, in modo così grottesco e sopra le righe da risultare persino divertente (specie nella prima parte), benchè risultino evidenti oltre alle qualità anche i limiti del suo autore.

Winding Refn magari non è un genio, ma neppure il manierista vezzoso descritto dai suoi detrattori. Di certo dirige bene i suoi attori - Tom Hardy ( Inception, La Talpa) è irriconoscibile e azzeccato - e possiede un personale gusto visivo.
Per contro, non ha ancora imparato il senso della misura: se ci riuscisse, potrebbe aspirare all'ingresso nell'empireo dei grandi della Nuova Hollywood.

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martedì 6 settembre 2011

TINKER TAILOR SOLDIER SPY, CACCIA ALLA TALPA


Dopo le emozioni di ieri notte e dopo esserci "caricati" con la mostra d'arte di Julian Schnabel al museo Correr (notevole l'uso che il pittore/regista ha fatto di resine e poliestere, ma questa è un'altra storia), siamo tornati al Lido.
Mentre ci rechiamo al red carpet ci passa accanto il solito James Franco, che ormai è di casa. Persino i veneziani non ci fanno più caso.

La passerella d'onore è tutta per il cast e la produzione della pellicola inglese: Gary Oldman è assente, ma gli altri ci sono tutti, sicchè vediamo sfilarci davanti agli occhi il regista Tomas Alfredson, il grande vecchio John Hurt, l'emergente Benedict Cumberbatch e il compassato Mark Strong.
Il più generoso però è Colin Firth, che si avvicina per salutare e si concede lungamente agli autografi. Un vero re, come l'Oscar insegna.

La Talpa, ambientato in piena guerra fredda, racconta la storia di un agente dei servizi segreti (Oldman, molto misurato) che indaga per scovare un traditore al soldo dei sovietici che si nasconde nel suo dipartimento.

Classico film di spionaggio albionico, è in parte inficiato dai difetti tipici del genere: scarsezza di ritmo e inesplicabilità dell'intreccio.

Per fortuna a bilanciare il tutto ci pensa l'alta qualità recitativa di un gruppo di attori che sa il fatto proprio e il mestiere di un regista svedese in grado di creare qualche momento di vera tensione.

Alla fine molti applausi, sebbene almeno metà del pubblico fosse inglese. Ma così vale?

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