CINEMA A BOMBA!

martedì 15 settembre 2020

VENEZIA 2020. L'ARTE HA SCONFITTO LA PAURA

Dall'alto: il Leone d'Oro vinto da Nomadland; Vanessa Kirby con la Coppa Volpi; Pierfrancesco Favino con l'altra Coppa Volpi. 


No, non importa chi abbia vinto la 77a edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

Non perché il film designato dalla Giuria capitanata dalla sempre deliziosa Cate Blanchett (e comprendente, tra gli altri, il mitico Matt "Singles" Dillon) - Nomadland di Chloé Zhao - non meritasse il massimo encomio, ma perché la premiazione è davvero passata in secondo piano rispetto alla presenza stessa della rassegna.

Se il Festival di Cannes quest'anno - per questioni di sicurezza e dopo una lunga e (immaginiamo) dolorosa autoanalisi sull'effettiva opportunità delle kermesse cinematografiche ai tempi del Coronavirus - aveva dovuto fermarsi, il suo principale concorrente ha avuto la possibilità di firmare un'edizione memorabile e sui generis.

Questo grazie anche al direttore Alberto Barbera, che ha deciso che la Mostra potesse avere una possibilità, purché fosse svolta salvaguardando il più possibile la salute di ospiti, organizzatori, lavoratori.






Confrontano il programma - da noi puntualmente e opportunamente commentato - con l'elenco dei vincitori, possiamo affermare che non ci siano state né sorprese né delusioni particolari.

Vero, il favorito alla vigilia sembrava essere il messicano Michel Franco con Nuevo Orden (comunque il Leone d'Argento è un bel contentino), tuttavia non è un segreto che Nomadland avesse conquistato i giurati alla sua proiezione.
L'emergente Chloé Zhao deve il Leone d'Oro anche a un cast di tutto rispetto da cui spicca la due volte Premio Oscar Frances McDormand.

Non stupisce neppure il Premio Speciale della Giuria ottenuto da Cari Compagni: il russo Andrej Končalovskij è da sempre un autore assai quotato e un beniamino dei festival (ma noi preferiamo ricordarlo come regista di Tango & Cash, commedia poliziesca con Sylvester Stallone e Kurt Russell).

In ambito recitativo, la Coppa Volpi conquistata da Pierfrancesco Favino (per Padrenostro di Claudio Noce) è la conferma del talento del più esportabile degli attori italiani del momento.
Occhio invece a Vanessa Kirby, emersa come miglior interprete femminile in Pieces of a Woman: è nata una stella?






Che cosa rimarrà di questa Mostra?

Più dei premi e dei premiati, più dei film in e fuori concorso, più delle star e delle passeggiate sul red carpet, resterà la sensazione che il cinema, una delle più sottovalutate forme d'arte, sia riuscito a sopravvivere alla più spaventosa pandemia della storia umana recente.

Venezia batte Covid 1-0.
Prendi e porta a casa, dannato virus.




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martedì 5 giugno 2018

I CLASSICI: SINGLES, IL FILM "GRUNGE" PER ECCELLENZA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 1992
99'
Regia: Cameron Crowe
Interpreti: Matt Dillon, Bridget Fonda, Campbell Scott, Kyra Sedgwick, Bill Pullman, Sheila Kelley, James LeGros, Tom Skerritt, Eric Stoltz, Tim Burton, Tad Doyle, Soundgarden, Alice in Chains, Pearl Jam.


La storia di due coppie a Seattle, all'inizio degli anni 90.

Il serio Steve (Scott) si innamora - ricambiato - di Linda (Sedgwick), che fatica a fidarsi degli uomini dopo essere stata tradita dal suo ultimo ragazzo.

L'allegra Janet (Fonda) è invece cotta persa di Cliff (Dillon), velleitario cantante rock che aspira al successo.

Intorno a loro, intanto, stanno fiorendo la musica e la cultura grunge...






Se esiste un film che più di ogni altro è riuscito a cogliere lo spirito del Seattle sound, allora è questo.

Girato nella Città del Caffè durante il periodo di massima esplosione del fenomeno grunge, Singles è - a suo modo - una delle pellicole più rappresentative degli anni 90 (occhio al titolo, ha 3 significati diversi: si riferisce ai piccoli appartamenti in cui vivono i personaggi, ma allude pure alla condizione sentimentale dei protagonisti - per l'appunto single in cerca di relazioni stabili - e ai singoli musicali).

Crowe è uno sceneggiatore/regista che nella propria carriera ha mostrato qualche limite (romanticismo affettato, tendenza al patetismo), ma qui dimostra di avere pochi eguali nel raccontare gli ambienti del rock.

Lo aiuta senza dubbio l'esperienza pregressa come giornalista di settore, che lo ha portato - tra le altre cose - a dirigere Pearl Jam Twenty, uno dei migliori documentari musicali degli ultimi anni (doveva concorrere a Venezia 2011, ma all'ultimo non venne selezionato, ricordate?).

In effetti la pellicola che recensiamo oggi vale, più che per le vicende sentimentali, per la trascinante colonna sonora firmata da Paul Westerberg (ex leader del gruppo punk/alt-rock The Replacements) e per le appassionate esibizioni dal vivo di Alice In Chains e Soundgarden.






Ma le band guidate, rispettivamente, dai compianti Layne Staley e Chris Cornell non sono le uniche apparizioni di musicisti grunge.
In piccoli ruoli fanno capolino anche Tad Doyle dei Tad e soprattutto i Pearl Jam nelle vesti dei Citizen Dick, il gruppo capitanato da Matt Dillon nel film (con Eddie Vedder come batterista!).

A proposito di Dillon, è suo il personaggio più riuscito del mazzo: un cantante così scalcinato e ridicolo nelle proprie aspirazioni da rock star da risultare sinceramente tenero e simpatico, molto più "a fuoco" degli altri protagonisti, in verità un po' piatti e manierati.

La lacuna principale di Singles?
Indubbiamente la mancata partecipazione - in qualunque forma - dei Nirvana, la band di punta della scena di Seattle.

Kurt Cobain e soci declinarono qualsiasi coinvolgimento nel progetto e la loro assenza in effetti pesa: in pratica come girare un film sul rock'n'roll senza i Rolling Stones o un film sul punk senza i Clash.

Nonostante questo, la pellicola di Crowe è riuscita a travalicare persino le proprie ambizioni e diventare il documento di un momento e di un mondo che non esistono più e probabilmente - ahinoi! - non torneranno.

Ma che mancano.
Eccome, se mancano.




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mercoledì 26 novembre 2014

I DOC: IL FUTURO NON E' SCRITTO, VITA E ARTE DEL PARTIGIANO JOE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

Gran Bretagna/USA/Irlanda, 2007
123'
Regia: Julian Temple
Con: Joe Strummer, Mick Jones, Topper Headon, Bono, Flea, Courtney Love, Jim Jarmusch, Steve Buscemi, Johnny Depp, Matt Dillon, Martin Scorsese.


Per realizzare il definitivo documentario-tributo al "signore della guerra del punk-rock" (auto-definizione di Joe stesso) ci sono voluti 5 anni, a partire da quel maledetto 22 Dicembre 2002, quando un banale attacco cardiaco privò il mondo del più significativo cantautore che il rock'n'roll abbia mai espresso: Joe Strummer, naturalmente.

Il britannico Julian Temple - già autore di due documentari sui Sex Pistols e regista di fiction - ha raccolto meticolosamente ogni filmato, fotografia, intervista; ha chiamato a raccolta musicisti, star del cinema, amici e conoscenti che in qualche modo avevano incrociato la strada con Joe.
Li ha fatti mettere intorno a un fuoco da campo - come quelli che Strummer stesso amava - e ha lasciato che parlassero a ruota libera, ricordando e, in più di un caso, commuovendosi.

Il regista segue l'ordine cronologico degli eventi, alternando qua e là ai filmati spezzoni di film e animazioni grafiche ricavate da schizzi a matita di Joe, che era anche un notevole illustratore.
Si parte quindi dall'infanzia del nostro, di cui non si era mai saputo tantissimo (quanti sospettavano che fosse stato uno scout?), poi si passa agli anni difficili in collegio, alla ribellione adolescenziale e alla vita da hippy negli squat, dove avviene la scoperta del proprio talento musicale.

Qui John Graham Mellor - il suo vero nome - diventa prima Woody (in onore di Woody Guthrie), poi Joe Strummer, lo "strimpellatore".
Mentre suona e canta nella pub band 101'ers viene notato dall'aspirante manager Bernie Rhodes e diventa il leader di quello che anni dopo Andy Warhol proclamerà "l'unico gruppo che conta": i Clash.

Il resto è storia: l'ascesa internazionale, il passaggio dalla punk music dei primi anni all'eclettico mix sperimentale di album come London Calling e Sandinista!, il ruolo sempre più impegnativo di portavoce politico di una generazione, l'improvviso e drammatico scioglimento della band, gli anni della solitudine e della depressione, infine il ritorno sulle scene coi Mescaleros e la riappacificazione con se stesso.

Il documentario di Temple ha qualche carenza (manca il punto di vista del bassista dei Clash, Paul Simonon; il riassunto è molto sintetico, tanto che alcuni episodi della vita di Joe sono espunti o solo accennati) e molti pregi; tra questi sicuramente quello di non aver nascosto i difetti e le debolezze dell'artista.
Il Futuro Non è Scritto è il racconto sincero e in parte impietoso di un novello Prometeo che si è sempre ribellato alle convenzioni e alle autorità, che ha conosciuto la vetta dall'Olimpo dello star system e ha avuto l'ambizione smisurata di cambiare per sempre la musica - e perché no? - anche il mondo attraverso di essa.

Ma il destino di Joe Strummer, nella sua vertigine egocentrica, non poteva non essere simile a quello del Titano.
Precipitato dagli dei - o dai suoi demoni - sulla terra, egli è però riuscito a rialzarsi e a ricominciare mettendosi nuovamente in discussione, arrestato nella sua risalita soltanto dalla morte prematura.

Come l'eroe mitologico, anche Joe ha lasciato in eredità ai posteri il fuoco: non quello effimero di un falò, ma quello della passione per la musica.
Un fuoco che non si spegnerà mai in chi ha amato e continua a cantare le sue canzoni.

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