CINEMA A BOMBA!

lunedì 9 settembre 2024

VENEZIA 2024. I VINCITORI




Dall'alto: Pedro Almodóvar con il Leone d'Oro; Vincent Lindon con la Coppa Volpi; Maura Delpero con il Leone d'Argento-Gran Premio della Giuria. 




L' edizione numero 81 della Mostra del Cinema di Venezia verrà ricordata come quella del trionfo di Pedro Almodóvar.

Il regista spagnolo, già premio Oscar per il film straniero nel 1999 con Tutto su mia madre e per la sceneggiatura originale nel 2003 con Parla con lei, per la prima volta in carriera si aggiudica il premio più importante di uno dei principali festival cinematografici del mondo.

E lo fa ancora con una storia al femminile - che parla di eutanasia - tutta girata in inglese (lui che aveva sempre diretto pellicole in lingua spagnola), con protagoniste due attrici strepitose: Julianne Moore e Tilda Swinton.

C'è una regola strana, alla Mostra del Cinema di Venezia: se un film vince un premio per migliore attore o migliore attrice, poi non può essere premiato con il Leone d'Oro (o viceversa) - motivo per il quale, per esempio, nel 2012 The Master, già premiato per le superbe interpretazioni di Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix, non riuscì ad aggiudicarsi quello che sarebbe stato un Leone d'Oro sacrosanto.

Ed è forse che per questo che la Coppa Volpi, anziché al formidabile duo, è andata alla pur bravissima Nicole Kidman, assente alla premiazione solo per un grave lutto in famiglia.

La diva australiana si è imposta su altre star che nei prossimi mesi le daranno filo da torcere in ottica Oscar: Angelina Jolie - Maria Callas nel biopic di Pablo Larraín - e Lady Gaga - Harley Quinn nel seguito di Joker.

Quest'ultima, in realtà, potrebbe avere maggiori chance con i Golden Globe: una sua eventuale vittoria in occasione della cerimonia di consegna dei premi della stampa estera, tuttavia, sarebbe un buon viatico.

Per ciò che riguarda gli attori, la scelta sembrava essere tra Daniel Craig, protagonista di Queer di Luca Guadagnino, e il redivivo Adrien Brody, architetto ebreo in The Brutalist di Brady Corbet; ma la Coppa Volpi è andata invece a Vincent Lindon - ottimo interprete, è vero, ma anche partner in scena in numerosi film della presidente della giuria Isabelle Huppert...

Sfida rimandata, a quanto pare: i due sembrerebbero già seri contendenti per una nomination agli Academy Award, forti di due film che sono stati molto apprezzati.

Ma se Guadagnino gode già di un buon credito a Hollywood, occhio a Corbet: il suo The Brutalist è stato la rivelazione del festival e gli è valso il riconoscimento per la migliore regia - abbiamo vibrazioni da Opera senza autore, pellicola che ci ha entusiasmato.

Un'altra rivelazione è stata l'unica opera italiana finita nel palmarès: Vermiglio, firmata da Maura Delpero e ambientata nell'omonimo paesino del Trentino con attori perlopiù non professionisti, ha conquistato giurati e pubblico e si è portata a casa addirittura un Leone d'Argento.

Speriamo di sentirne ancora parlare.

Tra gli altri premiati, un film georgiano, due sceneggiatori brasiliani (per Ainda estou aqui, considerato uno dei papabili per la vittoria del premio più prestigioso; speriamo che questa attenzione serva comunque a riportare i riflettori su Walter Salles) e il giovane protagonista di Leurs Enfants après eux.

Qui di seguito riportiamo i vincitori del concorso principale.

Con la solita nota a margine: nei prossimi mesi sentiremo parlare ancora solo di pochi film presentati al Lido; molti verranno dimenticati; altri passeranno quasi inosservati.

Ma voi date credito a tutti e amateli: il cinema è fatto sì di grandi nomi e grandi risorse, ma anche di piccole storie, di sacrifici, di budget scarsi e di volti interessanti ma non noti.


Leone d'oro al miglior film: The Room Next Door, regia di Pedro Almodóvar (Spagna)

Leone d'argento - Gran premio della giuria: Vermiglio, regia di Maura Delpero (Italia, Francia, Belgio)

Leone d'argento - Premio speciale per la regia: Brady Corbet per The Brutalist (Stati Uniti d'America)

Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile: Nicole Kidman per Babygirl, regia di Halina Reijn (Stati Uniti d'America)

Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile: Vincent Lindon per Jouer avec le feu, regia di Delphine e Muriel Coulin (Francia)

Premio Osella per la migliore sceneggiatura: Murilo Hauser ed Heitor Lorega per Ainda estou aqui, regia di Walter Salles (Brasile, Francia)

Premio speciale della giuria: Ap'rili, regia di Dea K'ulumbegashvili (Georgia, Francia, Italia)

Premio Marcello Mastroianni: Paul Kircher per Leurs Enfants après eux, regia di Ludovic e Zoran Boukherma (Francia)


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mercoledì 22 novembre 2023

THE KILLER, LA POCO ESALTANTE VITA DI UN ASSASSINO PROFESSIONISTA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 



USA, 2023
118'
Regia: David Fincher
Interpreti: Michael Fassbender, Tilda Swinton, Arliss Howard, Charles Parnell, Kerry O'Malley, Sala Baker, Sophie Charlotte, Gabriel Polanco.


Lunghi appostamenti, noia, paranoia, concentrazione, pasti veloci, riposi brevi, solitudine, socialità inesistente, poca tranquillità...

La vita dell'assassino prezzolato non è proprio il massimo, soprattutto se poi sbagli bersaglio, se i tuoi committenti si rifanno sulle persone alle quali vuoi bene, se stai scappando e nello stesso tempo vuoi vendicarti.

E se hai a che fare con gente che ha pochi scrupoli come te.


In concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, dove era uno dei titoli più attesi, The Killer è l'adattamento cinematografico di una graphic novel francese e il ritorno di David Fincher al suo genere più congeniale.

E' vero, The Social Network era stato un successo di critica e di pubblico, sebbene troppo prematuro nel suo J'accuse a Mark Zuckerberg (quante ne ha combinate, successivamente, il creatore di Facebook!); sì, Mank era un prodotto di ottima fattura, pur rivelandosi troppo livoroso e ingiusto nei confronti di Orson Welles; ma è con film come Se7en, The Game, Fight Club, Panic Room, Zodiac, Gone Girl-L'amore bugiardo che il regista di Denver ha dato il meglio di sé, rinnovando e reinventando quella categoria cinematografica nota come neo-noir.

The Killer si situa in questa scia, ma stavolta, a differenza delle opere precedenti, il protagonista è un assassino di professione, algido, freddo, calcolatore, meticoloso.

Non un antieroe romantico e decadente, quindi, ma un metodico esecutore il cui cinismo e disincanto lo rendono immune da una qualsiasi forma di empatia nei confronti delle sue vittime.

Fincher lavora di sottrazione, con sobrietà, mantenendo il controllo (come il suo protagonista) e i toni cupi e lividi che caratterizzano i suoi lavori migliori.

Ma l'eleganza crepuscolare del film è fredda come i personaggi di Michael Fassbender (un'interpretazione, la sua, che si avvicina per intensità a quella in Hunger) e Tilda Swinton (malinconica come in A Bigger Splash), che nulla hanno a che fare con omologhi quali, per esempio, il paterno Jean Reno del Léon di Luc Besson, il fascinoso Alain Delon di Le Samouraï di Jean-Pierre Melville, lo spietato Keanu Reeves di John Wick, lo psicopatico Tom Cruise di Collateral di Michael Mann, il filosofico Forest Whitaker del Ghost Dog di Jim Jarmusch.

Il risultato?
Una pellicola impeccabilmente ben confezionata, che riesce a tenere desta l'attenzione nonostante le poche scene d'azione e l'anticlimax; un thriller meno pessimista rispetto ad altre opere del cineasta, ma comunque fosco.

Ad ogni modo, è difficile che lo spettatore possa provare empatia nei confronti del personaggio interpretato da Fassbender, troppo distaccato: un contrappasso per un criminale che non prova pietà, compassione, pena nei confronti delle sue vittime.

Non è che anche The Killer tra qualche tempo si ritroverà dimenticato, condannato a quello stesso anonimato tanto cercato dal suo protagonista?

Tutto sommato, speriamo di no.


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martedì 28 giugno 2022

ANDALUSA. THE LIMITS OF CONTROL, USATE LA VOSTRA IMMAGINAZIONE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2009
116'
Regia: Jim Jarmusch
Con: Isaach de Bankolé, Paz de la Huerta, Tilda Swinton, Gael García Bernal, John Hurt, Bill Murray.


Ricordate lo speciale AMERICANA del 2015?
Ora che anche l'ultimo co-fondatore del nostro blog è convolato a nozze, non possiamo che recensire un film ambientato proprio nella terra che Fran sta visitando in questi giorni insieme alla sua bellissima neosposa Debora: l'Andalusia!

La comunità autonoma spagnola è la vera protagonista di un lungometraggio tra i più ostici e criptici di Jim Jarmusch, cineasta indipendente che ricordiamo per Daunbailò, Mystery Train e il più recente I Morti non Muoiono (presentato in concorso a Cannes 2019, per chi lo avesse dimenticato).

Quasi impossibile riassumerne la trama: un killer professionista (de Bankolé) è incaricato di uccidere un uomo d'affari americano (Murray), ma lungo il tragitto incontra tutta una serie di personaggi misteriosi, tra cui una donna sempre nuda o seminuda (de la Huerta) che sembra conoscerlo bene...

Tempi dilatati, dialoghi ridotti all'osso e comunque indecifrabili, intreccio inesplicabile: in The Limits of Control contano soprattutto l'atmosfera, la classe registica e il cast.

E che cast: tra i tanti amici e collaboratori storici di Jarmusch fanno macchia Paz de la Huerta (non un granché a recitare, ma almeno un bel vedere), l'anziano John Hurt (da noi incontrato a Venezia 2011) e il comico Bill Murray in uno dei suoi rari ruoli seri.

Curiosamente, guardando la pellicola abbiamo avuto la sensazione che ad essa - pur fatta la tara dei difetti - manchi qualcosa.
Ci è voluto un po' per capirlo: manca Joe Strummer.

Il compianto cantautore inglese sarebbe stato perfetto in un ruolo di supporto, considerando tanto la reciproca stima col regista quanto l'ambientazione: verso la metà degli anni 80 Joe andò a vivere per un certo periodo di tempo proprio in quelle zone, in incognito, per riprendersi dal traumatico scioglimento dei suoi Clash.

Inutile dire che la sua presenza avrebbe alzato l'asticella qualitativa di un film che così com'è risulta un mero esercizio di stile, un in-joke, un'amenità cinematografica.
For fans only? Sì, oppure per spettatori molto pazienti e/o dotati di tanta, tanta immaginazione.


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mercoledì 2 settembre 2020

VENEZIA 2020. LA MOSTRA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Il logo dell'edizione n. 77 della Mostra del Cinema di Venezia. 


E così, dopo avervi presentato le diverse sezioni (vedi post precedente), parliamo un po' di questa edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

Come avrete visto, causa coronavirus, questa volta non ci sono opere in grado di accendere entusiasmo o grande curiosità alla vigilia - negli anni scorsi erano passati al Lido titoli strepitosi quali Le Idi di Marzo, Killer Joe, Wilde Salomé (2011), The Master, To The Wonder (2012), Gravity (2013), Birdman (2014), A Bigger Splash, Il Caso Spotlight (2015), La La Land, Animali Notturni, La Battaglia di Hacksaw Ridge (2016), La Forma dell'Acqua, Madre!, Tre Manifesti a Ebbing. Missouri (2017), Roma, Opera senza Autore, First Man, La Ballata di Buster Scruggs, A Star Is Born (2018), Joker (2019).

E molti di questi sono poi finiti nella nostra lista dei migliori film degli ultimi 10 anni.

Quest'anno le grandi case di produzione - soprattutto quelle americane - hanno dovuto dare forfait e hanno preferito proporre i propri pretendenti all'Oscar più in là nel tempo (visto che le date dei premi sono state tutte posticipate).

Risultato: la Mostra probabilmente sarà snobbata dal grande pubblico, ma potrebbe piacere ai cinefili più duri e puri, quelli che mal sopportano l'invadenza della cinematografia a stelle e strisce.

Tale vuoto ha anche avuto come conseguenza una presenza più massiccia del solito di film diretti da donne.

Si sa, sebbene recentemente siano stati fatti passi avanti, gli studios difficilmente affidano progetti ambiziosi a registe, costrette pertanto a sgomitare nell'affollatissimo ma poco redditizio (in termini di incassi) campo del cinema indipendente.

Questa volta sono proprio le cineaste il fiore all'occhiello di questa edizione.






Si va dalle nostre Susanna Nicchiarelli - che dopo la vittoria nella sezione Orizzonti nel 2017 con il suo Nico, 1988 questa volta approda nel tabellone principale con il biopic sulla notevole vita di Elanor Marx, figlia del più celebre Karl - ed Emma Dante (premiata nel 2013 per Via Castellana Bandiera, ora presenta un film tratto da una sua pièce teatrale) all'emergente Chloé Zhao, che porta l'atteso Nomadland, impreziosito dalla presenza di Frances McDormand come protagonista, passando per la polacca Małgorzata Szumowska, la norvegese Mona Fastvold (promette bene, il suo The World To Come), la tedesca Julia von Heinz (idem), la bosniaca Jasmila Žbanić, la veterana francese Nicole Garcia.

Nelle altre sezioni, segnaliamo l'esordio alla regia dell'attrice Premio Oscar Regina King (fuori concorso) e i cortometraggi di Alice Rohrwacher e Jasmine Trinca, oltre a numerose altre opere.

Comunque, la giuria è presieduta dalla grande Cate Blanchett e gli uomini sono in minoranza: chissà se sarà la volta buona per una vittoria finalmente al femminile...






Tra i colleghi maschi, occhio al messicano Michel Franco (il favorito della vigilia?), al discontinuo Andrej Končalovskij, all'ungherese Kornél Mundruczó, mentre la sorpresa potrebbe essere l'azero Hilal Baydarov.

Seguiamo poi con attenzione i nostri Gianfranco Rosi, documentarista tra i più apprezzati al mondo (è riuscito persino a vincere il Leone d'Oro nel 2013 con Sacro GRA!), e Claudio Noce (nel suo Padrenostro il protagonista è Pierfrancesco Favino).

A proposito di documentari, notiamo che ormai Venezia è diventata il palcoscenico principale per i migliori autori del genere: oltre al già citato Rosi, ci sono i maestri Wiseman e Gibney, il bravo Andrea Segre, la sempre interessante coppia D'Anolfi-Parenti, ma anche registi di finzione affermati come Abel Ferrara e Luca Guadagnino (presente addirittura con due lavori), nonché un'opera postuma del grande Orson Welles sul compianto Dennis Hopper.

Fuori concorso c'è pure - guarda un po'! - Pedro Almodóvar, che però presenta un cortometraggio di finzione, con Tilda Swinton, che sarà premiata (con la regista cinese Ann Hui) con il Leone d'Oro alla carriera.

Sempre fuori concorso sarà presentato il film di apertura: Lacci di Daniele Luchetti - era da 11 anni (da Baarìa di Tornatore) che un'opera nostrana non battezzava la Mostra.
Nel cast, i soliti Alba Rohrwacher, Luigi Lo Cascio, Laura Morante, Silvio Orlando, Giovanna Mezzogiorno: un must per gli amanti del cinema italiano anni Novanta.

Gradite sorprese potrebbero giungere da The Book of Vision, prodotto da Terrence Malick e dal simpatico Gnomes and Goblins, cartone animato in realtà virtuale firmato da Jon Favreau (proprio il regista di Iron Man, nonché attore in numerosi film Marvel, tra i quali il super campione d'incassi Avengers: Endgame).

Insomma, è vero che i divi saranno meno numerosi del solito, che nessuno dei titoli è da attesa spasmodica, che il pubblico non sarà quello delle grandi occasioni, che il red carpet sarà in tono minore, che il film chiamato ad aprire la rassegna non è dei più glamour, che criticare non costa nulla.

Però va dato atto al direttore Alberto Barbera di aver saputo allestire, pur tra innumerevoli difficoltà, un'edizione sulla carta piuttosto interessante e stimolante, tutto sommato.

Il mondo del cinema ha bisogno di ripartire dopo il lockdown e la conseguente grave crisi economica del settore.

Barbera & C. hanno avuto coraggio nell'aver voluto organizzare la kermesse nonostante tutte le incertezze del caso.

Sarà una Mostra anomala, ma ci sarà.

E questo è già un buon segno.




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domenica 16 luglio 2017

I CLASSICI: A BIGGER SPLASH, PANTELLERIA PORTALI VIA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

Italia, 2015
120'
Regia: Luca Guadagnino
Interpreti: Tilda Swinton, Ralph Fiennes, Matthias Schoenaerts, Dakota Johnson, Corrado Guzzanti, Aurore Clément, Elena Bucci


È un'estate particolarmente calda, a Pantelleria: calda per l'incombere dell'afa e per l'imminente arrivo dello scirocco; calda per l'arrivo massiccio di migranti dalla vicina Africa.

Ma alla famosa rockstar Marianne (Swinton) e al suo aitante toy boy Paul (Schoenaerts) questo interessa poco o niente: sono in vacanza ed hanno intenzione di rilassarsi, essendo reduci lei da un intervento alle corde vocali che l'ha lasciata temporaneamente afona, lui da un tentativo di suicidio.

La loro tranquillità ed il loro isolamento finiranno, però, con l'arrivo nell'isola dello scatenato Harry (Fiennes), ex di lei e produttore musicale, e della giovane sua figlia Penelope (Johnson).

Che innescheranno un turbinoso maelstrom di desiderio, attrazione, tentazione dagli esiti drammatici.






Caso più unico che raro: c'è un regista italiano più famoso negli States che in patria.

Se state pensando a Paolo Sorrentino, vi sbagliate: nel 2014, vincendo Golden Globe e Oscar per La Grande Bellezza si è fatto notare anche oltre Oceano e ha potuto così permettersi di utilizzare attori di caratura internazionale per le sue opere successive - Michael Caine per Youth-La Giovinezza (in concorso a Cannes 2015) e Jude Law per la serie Tv The Young Pope (presentata in anteprima a Venezia 2016).
Ma già precedentemente si era fatto apprezzare per i suoi film, soprattutto per Le Conseguenze dell'Amore (2004) e Il Divo (Premio della giuria a Cannes 2008 e candidato per il miglior trucco agli Oscar 2010).

No, stiamo parlando del siciliano Luca Guadagnino.

Dopo l'esordio con The Protagonist (1999) e il dimenticabile Melissa P. (2005), ha fatto il botto con Io Sono l'Amore, uscito un po' in sordina nel nostro Paese nel 2009, ma in grado di fare buoni incassi negli USA dopo critiche molto benevole e di ottenere addirittura una nomina agli Academy Award 2011 (per i costumi di Antonella Cannarozzi).

Buoni riscontri di critica e pubblico all'estero ha avuto anche A Bigger Splash - comunque in lizza per il Leone d'Oro a Venezia 2015 -, remake di La Piscina del 1969 di Jacques Deray con Alain Delon, Romy Schneider e Jane Birkin e "ispirato" anche all'omonimo quadro di David Hockney del 1967.

A cosa è dovuta tutta questa attenzione al di fuori dei patrii confini?

Sicuramente c'entra il talento: Guadagnino ha una grande padronanza tecnica, che lo porta a costruire le scene in modo efficace, a utilizzare al meglio gli attori, a creare atmosfere.

E poi sa scegliere molto bene ambientazioni - che diventano esse stesse centrali nella storia, "esotiche" protagoniste affascinanti e misteriose - si tratti della Riviera Ligure di Ponente (Sanremo, Dolceacqua, Castel Vittorio, Buggio), di Villa Necchi Campiglio a Milano o di Pantelleria - e collaboratori (tra questi citiamo l'ottimo montatore Walter Fasano).

Senza contare tematiche e stile: abbiamo già visto con Ratataplan, Cosimo e Nicole, Lo Chiamavano Jeeg Robot la necessità di alcuni nostri autori di distinguersi da una cinematografia italica generalmente ripetitiva e avvitata in se stessa.

Il siciliano ha scelto di venire incontro più ai gusti americani che a quelli europei e italiani - e il grande credito che gli viene dato nel Nuovo Continente è la conferma della bontà della scelta.

Ma probabilmente ci si è accorti delle capacità del regista grazie soprattutto alla collaborazione con una delle attrici più acclamate al mondo, la versatile Tilda Swinton, capace di passare con bravura e disinvoltura da pellicole impegnate a blockbuster quali Doctor Strange della Marvel.

I due hanno lavorato assieme finora per ben tre volte (solo nel film del 2005 l'interprete britannica non compare); ma si parla già di altri progetti comuni, come la rilettura di Suspiria di Dario Argento.

La Swinton è per Guadagnino una musa androgina, algida, distaccata ma troppo debole per resistere alla forza sconvolgente del desiderio e della passione.

E lo dimostra anche nella pellicola che stiamo trattando, storia di un quadrilatero amoroso anomalo, nel quale i personaggi "anziani" sono molto più vitali di quelli "giovani".

La gattamorta Penelope (Dakota Johnson, figlia di Don Johnson e Melanie Griffith, è la protagonista anche di Cinquanta Sfumature di Grigio e sequel) e il fusto depresso Paul (Schoenaerts), infatti, non hanno l'energia della rockstar Marianne né l'esuberanza invadente di Harry - un Ralph Fiennes estremo, mai così su di giri e scatenato: una vera forza della natura, figura ben lontana dai ruoli che solitamente gli vengono affidati o che si affida da solo (stiamo parlando, in questo caso, del suo esordio alla regia Coriolanus).

Sono proprio i due attori britannici il fulcro dell'intero film, ennesima dimostrazione che, se ti appoggi a interpreti credibili e professionali che portano gente al cinema e applausi della critica, il lavoro da cineasta è un po' più facile.

Guadagnino, in America, anche per i suoi progetti futuri avrà a disposizione budget e cast importanti - avrà a suo fianco Benedict Cumberbatch, Jake Gyllenhaal, Felicity Jones ( La Teoria del Tutto, Rogue One: A Star Wars Story), tra gli altri.

Speriamo che la nostra industria cinematografica si dia una svegliata: e se i talenti che stanno emigrando all'estero per mancanze di opportunità in Italia non dovessero più rientrare?

Il Paese di Federico Fellini, di Vittorio De Sica, dei maestri del Neorealismo e degli spaghetti western vuole giocare un ruolo da protagonista nel cinema mondiale - proponendo nuove idee e prospettive, raccontando storie universali con una propria originale sensibilità - o si accontenterà di fare da spettatore dei successi dei suoi figli all'estero?

Meglio darsi delle risposte il prima possibile, prima che altri talenti scappino altrove.




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lunedì 1 maggio 2017

MARVEL. ANT-MAN E DOCTOR STRANGE, LE SECONDE FILE (MA NON TROPPO)

Ant-man nelle versioni a fumetti e cinematografica.  


Di tutti i personaggi che ruotano intorno agli Avengers, Ant-Man e il Dottor Strange sono sempre stati - vuoi per il nome poco suggestivo, vuoi per la "concorrenza" di eroi più blasonati come Capitan America e Thor - tra i meno importanti e considerati.
Eppure, e i film di cui sono protagonisti lo dimostrano, sono supereroi che si prestano ad essere portati sul grande schermo.

Prendiamo il primo.
Nato nel lontano 1962 dalla mente di Stan Lee (sempre lui...) e dalla matita dell'indimenticato Jack Kirby, il nostro ha come vera identità quella dello scienziato Hank Pym, poi il suo posto viene preso dal ladruncolo Scott Lang e infine dall'agente dello SHIELD Eric O'Grady.






Ant-Man (2015)

Il trailer di Ant-Man.

La pellicola a lui dedicata, uscita nel 2015, racconta la sua seconda incarnazione, ossia quella di Scott Lang (Paul Rudd), delinquente da due soldi ma col cuore d'oro: affezionatissimo alla figlioletta e dotato di un coraggio - e di un'etica - da eroe.

Quando penetra in casa dell'anziano Hank Pym (Michael Douglas, grande recupero vintage) e indossa la tuta sperimentale da questi ideata, cambia e viene convinto dallo scienziato e dalla bella Hope (Evangeline Lilly, già elfa innamorata nella trilogia de Lo Hobbit) a diventare Ant-Man.

La sua missione è recuperare il prototipo della tuta, finito in mano all'ambizioso e malvagio Darren (Corey Stoll, già tra i protagonisti della serie Tv House of Cards), ex allievo di Pym, che intende usarlo a fini militari.
Ma prima il nostro dovrà penetrare nella base degli Avengers per recuperare un dispositivo...

Pubblicizzato un po' impunemente come il film "comico" della Marvel, Ant-Man ha in realtà poco a che spartire con altre pellicole cui la definizione calza meglio: Deadpool e Guardiani della Galassia, su tutti.
Siamo semmai vicini all'umorismo goliardico e brillante di Iron Man (il che non è affatto un male).

Buona parte della riuscita della pellicola è infatti merito dei dialoghi e delle scene "leggere", cui hanno contribuito - in modi e tempi diversi - ben 4 sceneggiatori, tra i quali lo stesso Paul Rudd e il talentuoso Edgar Wright, regista di successo (Hot Fuzz, Scott Pilgrim vs. The World) e già co-autore del copione del sottovalutato Le Avventure di Tintin.

Per il resto, siamo di fronte al classico prodotto del Marvel Cinematic Universe, ossia una robusta iniezione di azione e divertimento per famiglie.
E il consueto cammeo del vecchio Stan Lee? C'è, c'è: basta avere pazienza e arrivare in fondo alla pellicola...

Abbiamo visto di nuovo l'Uomo-Formica l'anno scorso, nel corale Captain America: Civil War, in cui il nostro entrava a far parte degli Avengers - in quota Iron Man - e durante la famigerata battaglia all'aeroporto si trasformava in Giant-Man, per la gioia dei suoi fan (tra cui un entusiasta Kevin Smith).

Non è chiaro se il personaggio comparirà nell'atteso Avengers: Infinity War; di certo è già in lavorazione Ant-Man & The Wasp, che uscirà nel 2018 e vedrà Evangeline Lilly assurgere a co-protagonista, come lasciava intendere la breve scena a metà dei titoli di coda di Ant-Man.
Siamo curiosi di seguire le nuove avventure di questo strano duo: ha del potenziale, nel suo... ehm, piccolo.






Il Doctor Strange disegnato e quello interpretato da Benedict Cumberbatch.  


Il Doctor Strange, invece, è nientemeno che Stephen Strange, un arrogante neurochirurgo di fama, egocentrico, bohemien, che, in seguito ad un terribile incidente d'auto, perde la piena funzionalità delle mani.

Per guarire le prova tutte e dilapida una fortuna, finché non sente parlare dell'Antico, un potente taumaturgo che abita nell'Himalaya.

Si mette così in viaggio, lo trova, ma questi si rifiuta di guarirlo e si offre di insegnarli invece le arti mistiche.

Strange cambierà stile di vita, imparerà velocemente a padroneggiare la magia - parliamo di cose tipo trasmutare la materia, generare campi di forza, viaggiare tra mondi paralleli, spostare oggetti col pensiero... - e , anche grazie alla Cappa della Levitazione (un mantello che può colpire gli avversari e gli consente di volare) e ad un amuleto che amplifica i poteri della mente, diventerà il più potente stregone della Terra, impegnato a tempo pieno a difendere il pianeta da minacce di natura magica.

Siamo nel 1963.
La Beat Generation sta aprendo la strada al movimento hippy - On The Road e I Vagabondi del Dharma di Jack Kerouac sono del 1957 e 1958: il misticismo orientale e la psichedelia stanno diventando di moda, sebbene non siano ancora esplosi definitivamente.

In questo contesto di ribellione giovanile, la coppia Stan Lee-Steve Ditko dà vita al Doctor Strange, la cui prima apparizione è nell'albo antologico Strange Tales.

Le sue storie avranno un immediato successo, soprattutto tra gli studenti dei college, grazie alle immagini allucinogene e allucinate e alle storie piuttosto surreali - gli autori hanno però sempre smentito indignati l'uso di sostanze stupefacenti per creare un immaginario così bislacco - ma l'interesse, tuttavia, scemerà con gli anni: verrà ripreso qua e là, ma senza il riscontro di pubblico iniziale.

Quando, qualche anno fa, la Marvel annunciò una pellicola a lui dedicata, il livello di popolarità era tale che molti si domandarono chi fosse mai questo personaggio, mentre tra i fan della casa fumettistica ci fu una certa curiosità nel vedere come sarebbe stato trattato questo supereroe divenuto ormai di secondo piano.






Doctor Strange (2016)

Il trailer di Doctor Strange.

Prima sorpresa del film: gli interpreti.

A incarnare lo Stregone Supremo è stato chiamato uno degli attori più popolari sui social: quel Benedict Cumberbatch che avevamo incontrato al Lido in occasione della presentazione di La Talpa, che è divenuto popolare come protagonista della serie Tv Sherlock, che è stato candidato all'Oscar come miglior attore protagonista nel 2015.

Nei panni dell'Antico, la versatile attrice - vincitrice, tra gli altri di un Premio Oscar (per Michael Clayton nel 2008) e di una Coppa Volpi (nel 1992), e già vista in Moonrise Kingdom e Grand Budapest Hotel - Tilda Swinton, mentre il ruolo del cattivo è affidato a Mads Mikkelsen, premiato come miglior attore a Cannes 2012.

In ruoli di contorno ci sono Chiwetel Ejiofor (candidato all'Oscar come attore protagonista nel 2014 per 12 Anni Schiavo) e Rachel McAdams (nomination nel 2016 come attrice non protagonista per Il Caso Spotlight e nel cast del malickiano To The Wonder).

Cioè cinque attori molto apprezzati da critica e pubblico e molto premiati, al servizio di una pellicola con qualche ambizione, ma pur sempre pensata per incassare il più possibile.

Altra sorpresa è il regista, Scott Derrickson, specializzato in horror (The Exorcism of Emily Rose e Liberaci dal male, a tema esorcismo).

Utilizzando effetti speciali mirabolanti - candidati agli Oscar - che devono e rimandano molto a Inception, egli riesce a rendere in modo suggestivo le atmosfere misticheggianti e psichedeliche tipiche del fumetto, adattandole ai gusti contemporanei.

Sorpresa, ancora: il film funziona e si discosta come stile e narrazione (non sempre chiarissima, a dire il vero) dalle altre pellicole targate Marvel, trovando una propria originalità e un proprio motivo di esistere.

Certo, se vi piacciono opere più rarefatte, intimiste e senza troppi fronzoli, Doctor Strange non fa per voi, ridondante com'è di trucchi al computer; ma se cercate un po' di intrattenimento senza tanti pensieri...

Troveremo l'eroe interpretato da Cumberbatch nei prossimi Thor: Ragnarok di quest'anno e Avengers: Infinity War del prossimo.

Gli Avengers si sono arricchiti di un nuovo interessante personaggio e siamo curiosi di vedere come interagirà con Captain America, Iron Man & C.

Vediamo se saprà aggiungere magia alla magia dei più tradizionali eroi Marvel.


Beh, il nostro lungo e intenso Speciale finisce con questo post.

Giusto per rinfrescarvi la memoria, ci siamo occupati di:

X-Men,
Spider-Man,
DareDevil,
Hulk,
I Fantastici Quattro,
Iron Man,
Capitan America,
Thor,
Avengers,
Guardiani della Galassia,
nonché, appunto, Ant-Man e Doctor Strange e, precedentemente, Deadpool.

Praticamente, alcuni tra i film più popolari e fortunati degli ultimi anni, vere e proprie pietre miliari del cinema di intrattenimento capaci di influenzare enormemente l'immaginario collettivo e la recente cultura pop.
E di fruttarci un bel po' di visualizzazioni, ad essere sinceri.

Una cosa è sicura: non smetteremo certo di occuparci della fabbrica di sogni, film e soldi creata da Stan Lee e soci: molti sono ancora i personaggi da sfruttare commercialmente - prossimamente vedremo monografie dedicate a Black Panther e Captain Marvel e già da tempo se ne parla per Occhio di Falco e Vedova Nera - e molte le pellicole pianificate per i prossimi anni - ne avremo almeno fino al 2019, al ritmo di tre all'anno.

Ma siamo sicuri che i nostri eroi non si fermeranno lì.




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domenica 2 dicembre 2012

MOONRISE KINGDOM, UNA STORIA D'AMORE SCOUT

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2012
94'
Regia: Wes Anderson
Interpreti: Bill Murray, Bruce Willis, Edward Norton, Frances McDormand, Tilda Swinton, Jason Schwartzman, Harvey Keitel.


CINEMA A BOMBA! vi presenta una nuova anteprima assoluta: il film uscirà nelle sale italiane solo a partire da mercoledì 5.


New England, anni 60: due adolescenti - lui orfano, lei un po' trascurata - compiono una fuga d'amore.
Per cercarli e riportarli a casa si mobilitano i genitori di lei (Murray e McDormand), uno sceriffo (Willis), un capo scout (Norton) e una perfida assistente sociale (Swinton).

Presentata in apertura allo scorso Festival di Cannes e accompagnata da un corto animato diretto dallo stesso regista, è l'opera n. 7 di uno dei più originali ed eccentrici autori indipendenti americani.

Affiliato al clan Coppola (Roman, figlio del patriarca Francis Ford, risulta qui come co-sceneggiatore), Wes Anderson è un cineasta intellettuale e snob, dotato di uno stile personalissimo e barocco fatto di inquadrature fisse riccamente composite, significative sequenze in slow motion, una fotografia sempre coloratissima e un umorismo surreale e sapido.

In linea coi temi cari al suo autore - nostalgia del passato, incomunicabilità generazionale - e grazie anche all'apporto dei consueti collaboratori del regista (dal fido operatore Robert Yeoman all'incanutito Bill Murray), questa sensibile storia d'amore scout è in grado di conquistare i cuori degli spettatori più romantici.

Moonrise Kingdom forse non raggiunge le vette comiche del geniale Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou (ad oggi il più riuscito film di Anderson), ma possiede comunque una grazia rara nel panorama cinematografico contemporaneo.

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