(Dall'alto: Zoe Saldana; Timothée Chalamet nei panni di Bob Dylan; Demi Moore; Sebastian Stan in versione Donald Trump).
Tradizionalmente, tra i post più apprezzati da chi legge CINEMA A BOMBA - almeno in termini di visualizzazioni - c'è quello relativo alle nomination legate alla recitazione!
Per capire chi vincerà gli Oscar in questa categoria una cosa utile può essere partire dai Golden Globe, benchè l'Academy distingua solo tra protagoniste/i e non, mentre i "globi" raddoppiano, separando film drammatici e commedie.
Ormai probabilmente eliminata dalla corsa Karla Sofía Gascón, sommersa dalle polemiche per alcuni discutibilissimi tweet, la sfida al femminile è tra Fernanda Torres e Demi Moore, guarda a caso proprio le attrici selezionate dalla stampa estera il mese scorso.
La prima è una rivelazione solo per chi non conosce la sua lunga carriera in Brasile; la seconda è tornata alla ribalta dopo essere quasi finita nel dimenticatoio.
Tra le non protagoniste invece non dovrebbe esserci storia: Zoe Saldana parte nettamente favorita.
A sfidare l'attrice del dittico di Avatar e della trilogia dei Guardiani della Galassia c'è però Isabella Rossellini, ex compagna storica del compianto David Lynch e unica candidatura tricolore di questa edizione.
Tra gli uomini l'esito è più incerto: la competizione sembrava tra la "sorpresa" Sebastian Stan e il redivivo Adrien Brody, ma tra il Soldato d'Inverno e il premio Oscar per The Pianist potrebbe insinuarsi... Bob Dylan!
Dopo aver visto Timothée Chalamet nei panni del grande artista folk in A Complete Unknown, ci resta difficile credere che possa essere qualcun'altro a vincere l'Oscar.
Il biopic diretto dal James Mangold di Indiana Jones 5 è ben rappresentato in queste categorie: oltre al protagonista di Wonka e Dune, hanno ricevuto una nomina anche Monica Barbato/Joan Baez e Edward Norton/Pete Seeger.
Quest'ultimo dovrebbe avere qualche chance, ma Kieran Culkin è quotatissimo, anche in virtù - indovinate un po' - del Globo d'Oro vinto per A Real Pain.
Insomma, la competizione è come sempre serratissima, ma per scoprire chi riuscirà a portarsi a casa la statuetta dovremo aspettare ancora un po'.
Nel frattempo leggete qui sotto tutti i nomi delle/dei candidate/i e continuate a seguirci!
Migliore attrice protagonista
Cynthia Erivo – Wicked
Karla Sofía Gascón – Emilia Pérez
Mikey Madison – Anora
Demi Moore – The Substance
Fernanda Torres – Io sono ancora qui
Migliore attore protagonista
Adrien Brody – The Brutalist
Timothée Chalamet – A Complete Unknown
Colman Domingo – Sing Sing
Ralph Fiennes – Conclave
Sebastian Stan – The Apprentice
Migliore attrice non protagonista
Monica Barbaro – A Complete Unknown
Ariana Grande – Wicked
Felicity Jones – The Brutalist
Isabella Rossellini – Conclave
Zoe Saldana – Emilia Pérez
Migliore attore non protagonista
Jurij Borisov – Anora
Kieran Culkin – A Real Pain
Edward Norton – A Complete Unknown
Guy Pearce – The Brutalist
Jeremy Strong – The Apprentice
USA, 2024
140'
Regia: James Mangold
Interpreti: Timothée Chalamet, Edward Norton, Monica Barbaro, Elle Fanning, Dan Fogler, Boyd Holbrook.
Si racconta la prima parte della carriera di Bob Dylan, all'inizio degli anni 60: dagli esordi folk nel Greenwich Village, passando per la rapidissima ascesa a (riluttante) "voce di una generazione", fino alla controversa svolta rock di Newport che divise i suoi fan.
In mezzo ci sono le sue burrascose relazioni: con colleghi, manager, ragazze (l'italoamericana Suze Rotolo, che qui si chiama Sylvie Russo, e la cantautrice Joan Baez) e il proprio pubblico.
A James Mangold devono piacere i biopic sui musicisti famosi: anni fa girò Walk the Line su Johnny Cash, stavolta ha alzato il tiro occupandosi addirittura di un mostro sacro come Bob Dylan.
Cash - amico di Dylan - compare anche qui, ma anziché dal premio Oscar Joaquin Phoenix stavolta è interpretato - piuttosto bene - da Boyd Holbrook.
L'attore di The Sandman non è l'unico a meritare elogi: complici trucco e costumi, l'abilità mimetica del cast è stupefacente.
E se le interpreti femminili - per quanto brave - in verità non assomigliano moltissimo alle loro controparti reali (specie Fanning/Rotolo), Norton nei panni di Pete Seeger e Chalamet come Dylan lasciano a bocca aperta.
Il protagonista di Dune e Wonka non solo ha una buona somiglianza con Bob da giovane, ma si capisce che lo ha studiato a fondo: imita alla perfezione il suo modo di parlare e camminare, la sua postura, le sue espressioni facciali.
E canta esattamente come lui.
Qui sta il bello: gli attori nel film non solo cantano davvero, ma riecono pure a farlo copiando lo stile vocale dei personaggi!
Le canzoni, benché in versioni un po' scorciate, vengono proposte per intero e sono così frequenti che la pellicola potrebbe quasi essere catalogata come un musical.
Il regista di Logan e di Indiana Jones 5, anche co-sceneggiatore, si concentra sulla parte personale e artistica di Bob, trascurando quella socio-politica: si vede il protagonista diventare il riferimento della scena folk, ma non - come nella realtà - anche del contiguo movimento dei diritti civili.
Grazie anche ad un'accurata ricostruzione storica (ottimi costumi e scenografie), ci troviamo di fronte a uno dei film dell'anno, con un Chamalet magistrale che ha già le mani sull'Oscar, al netto della proverbiale miopia dell'Academy.
Rimane intatto il "mistero Dylan" che il film non cerca neppure di scalfire molto: un personaggio contraddittorio ed enigmatico, amato e odiato in maniera altrettanto esagerata, capace però col proprio genio compositivo di cambiare la storia della musica (e non solo: è l'unica persona ad aver vinto il premio Oscar, il premio Pulitzer e persino il premio Nobel alla letteratura!).
Un uomo che, nonostante la fama e il valore del proprio contributo artistico, per il grande pubblico risulta ancora oggi - come esplicitato dal titolo - "un completo sconosciuto".
USA, 2022
139'
Regia: Rian Johnson
Con: Daniel Craig, Edward Norton, Janelle Monáe, Dave Bautista, Kate Hudson, Kathryn Hahn, Madeline Cline, Ethan Hawke, Hugh Grant, Yo-Yo Ma, Serena Williams, Stephen Sondheim, Kareem Abdul-Jabbar, Angela Lansbury.
2020, nel pieno della Pandemia.
Un multimilionario egomaniaco (Norton) invita la cerchia ristretta dei suoi amici nella propria megavilla su un'isola del Mar Egeo.
Sbarcano però due persone che hanno ricevuto l'invito, ma apparentemente non dal padrone di casa: la sua ex socia in affari (Monáe) e il famoso detective privato Benoit Blanc (Craig).
Lo scopo di questo weekend vacanziero è giocare ad una "cena con delitto" organizzata proprio dal magnate, ma durante la serata qualcuno muore davvero...
Rian Johnson ce l'ha fatta ancora.
Ossia è riuscito per la seconda volta a far dimenticare al mondo intero di essere il principale responsabile di Episodio VIII - Gli Ultimi Jedi, uno dei peggiori capitoli - se non il peggiore in assoluto - della saga di Star Wars.
E ci è riuscito dando un seguito al proprio film più riuscito e interessante: quel Knives Out che una manciata di anni fa si era fatto notare per il cast da capogiro e la sceneggiatura a prova di bomba, omaggio vintage ai vecchi whodunit (i gialli in cui bisogna scoprire l'assassino).
Riecco quindi la struttura narrativa degna dei romanzi di Agatha Christie e riecco anche il raffinato investigatore interpretato da Daniel Craig, una versione moderna e aggiornata di Hercules Poirot, un personaggio agli antipodi di James "007" Bond.
Il gruppo di interpreti, poi, è di nuovo di alto livello: si va dal wrestler Bautista (Drax dei Guardiani della Galassia) alla cantante Monáe (la ricordate in Moonlight?), passando per un paio di brevi apparizioni di Hugh Grant (ricordiamo il protagonista di Notting Hill per la sua candidatura ai Golden Globe del 2017) e di Ethan Hawke (rivisto recentemente in The Northman).
Ma la carta migliore del mazzo è probabilmente Edward Norton.
L'ex Incredibile Hulk - in un personaggio che è 50% Elon Musk, 25% Steve Jobs e 25% Tom Cruise in Magnolia - gigioneggia senza freni e ruba la scena a tutte/i.
Il regista-sceneggiatore si diverte inoltre a inserire brevi cammei di celebrità nella parte di se stesse: su tutte, la partecipazione-lampo dell'indimenticata Signora in Giallo Angela Lansbury - qui nella sua ultima performance recitativa - non sembra affatto casuale.
Rispetto alla precedente pellicola, viene forse data meno enfasi all'intreccio per privilegiare gli elementi da commedia, ma i risvolti di critica sociale ci sono ancora tutti: la satira non risparmia né i negazionisti del Covid né la tossicità patriarcale, con i vizi e stravizi dei ricchi e/o famosi come bersaglio principale.
Glass Onion - allusione alla forma del palazzo in cui è ambientata la vicenda, ma anche titolo di una canzone dei Beatles - è un giallo senza eccessive pretese, ma realizzato con garbo e intelligenza.
E soprattutto originale, benché derivativo.
In un'epoca di remake, reboot, sequel e adattamenti di romanzi/fumetti/videogiochi, ce ne fossero di film come questo.
Dall'alto: Hulk interpretato, rispettivamente, da Lou Ferrigno, Eric Bana, Edward Norton, Mark Ruffalo.
"Hulk spacca"!
L'esplosione di una bomba a raggi gamma in un laboratorio espone a radiazioni il timido, introverso, geniale scienziato Bruce Banner che vi stava lavorando.
Risultato? Il malcapitato, ogni qual volta prova un'emozione forte - rabbia, tensione, stress, paura... -, si trasforma suo malgrado in Hulk, una gigantesca creatura dalla pelle verde dotata di un'incredibile forza distruttrice, che egli però non riesce a controllare.
Il personaggio creato dalla fervida mente di Stan Lee (testi) e Jack Kirby (disegni) nel 1962 - coetaneo quindi di Spider-Man e più vecchio di un anno rispetto agli X-Men -, ebbe subito un successo molto buono come fumetto.
Molti lo hanno visto come una versione di Lo Strano Caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde di Robert Louis Stevenson aggiornata ai tempi moderni e visivamente più forte e accattivante per il pubblico degli adolescenti delle sue numerose trasposizioni cinematografiche.
In effetti, i debiti nei confronti del romanzo sono evidentissimi.
Fumettisticamente parlando, il periodo d'oro del personaggio fu a partire dal 1987, grazie all'apporto dello scrittore Peter David che ne curò le storie per 11 anni.
Ma la popolarità di Hulk era già saldissima dalla fine degli anni Settanta, quando venne trasmessa una fortunata serie televisiva a lui dedicata, seguita poi da cinque film Tv.
Ad incarnare il gigante verde fu scelto il culturista professionista Lou Ferrigno, che da allora ne è rimasto indissolubilmente legato: nell'immaginario collettivo, nonostante gli interpreti che si sono susseguiti dopo di lui al cinema, è a lui che si pensa subito quando viene nominato "Hulk".
Nonostante trucco, recitazione ed effetti speciali risultino oggi un po' datati, senza dubbio la serie era originale, divertente, gradevole da guardare e adatta anche ai bambini.
La prima delle famose comparsate di Stan Lee avvenne proprio qui (in un episodio compare come membro della giuria in un processo).
Caso più unico che raro, modernizzare il personaggio e renderlo più "cinematografico", però, non gli ha giovato.
Hulk (2003)
Il trailer di Hulk.
Per primo ci ha provato Ang Lee.
Sì, lo stesso regista di pellicole come Mangiare Bere Uomo Donna (1994), Ragione e Sentimento (1995), La Tigre e il Dragone (2000; Oscar per miglior film straniero, scenografia, fotografia, colonna sonora) e poi I Segreti di Brokeback Mountain (2005; Leone d'Oro a Venezia e Oscar per migliore regia allo stesso Lee, sceneggiatura originale, colonna sonora), Lussuria-Seduzione e Tradimento (2007; altro Leone d'Oro), Vita di Pi (2012; secondo Oscar alla regia e statuette anche per colonna sonora, effetti speciali, fotografia) e autore del prossimo e attesissimo Billy Lynn's Long Halftime Walk.
Cioè uno dei cineasti più importanti e acclamati degli ultimi decenni.
Lo ribadiamo perché il film, clamorosamente, fu un fiasco e rappresenta un passo falso nella brillante carriera del taiwanese.
Cos'è andato storto?
Innanzitutto, proprio la scelta del regista - ci spiace ammetterlo.
Lee, autore di pellicole raffinate ed eleganti, ha provato a fare un film di supereroi "d'autore", profondo e con invenzioni registiche suggestive - notevole l'utilizzo di più sequenze una accanto all'altra costruite e incorniciate in modo tale da far sembrare la scena come la pagina di un albo a fumetti.
Ma da un personaggio che ha come motto "Hulk spacca!" il pubblico non si attende certo grandi momenti di introspezione psicologica, che difatti stridono.
Insomma, non era una pellicola da Ang Lee, e lo stesso non ha saputo o potuto salvare una storia già di per sé piuttosto sconclusionata (si veda il finale, per esempio, con lo scontro padre-figlio).
Né lo ha aiutato il casting.
Salviamo Jennifer Connelly e Sam Elliott; ma Eric Bana è un protagonista inespressivo e senza carisma, mentre Nick Nolte fa Nick Nolte - cioè gigioneggia senza un perché - per tutto il film.
E anche gli effetti speciali - cosa strana per un film di Ang Lee - sono piuttosto grossolani.
Per la pellicola successiva dedicata al gigante verde si decise pertanto di cambiare registro.
L'Incredibile Hulk (2008)
Il trailer di L'Incredibile Hulk.
Uscito cinque anni dopo il predecessore, L'Incredibile Hulk non rappresenta un seguito, ma un vero e proprio reboot.
Dove cambia tutto.
Attori diversi: Edward Norton (anche co-sceneggiatore, benché non accreditato) al posto di Eric Bana, Liv Tyler di Jennifer Connelly, William Hurt di Sam Elliott.
Anche l'approccio è diverso: al fine Ang Lee subentra il più grossolano Louis Leterrier, regista francese di pellicole d'azione quali The Transporter e Transporter: Extreme.
Ciò si traduce in più scene spettacolari, più combattimenti, effetti speciali più fracassoni, una psicologia dei personaggi tagliata con l'accetta.
Insomma, si è barattata l'autorialità con la baracconata; e, paradossalmente, lo scambio ha funzionato meglio: pur non essendo un capolavoro né memorabile, il film si fa guardare.
Ma anche allora gli incassi non furono esaltanti, di poco superiori a quelli del precedente.
Che fare, quindi, con un supereroe che non riesce più a fare breccia nel cuore del pubblico?
La soluzione forse sminuirà il personaggio, ma di sicuro aiuterà a rilanciarlo.
The Avengers (2012)
Il trailer di The Avengers.
Avengers: Age of Ultron (2015)
Il trailer di Avengers: Age of Ultron.
Innanzitutto, si cambia di nuovo attore: questa volta è il turno di Mark Ruffalo, uno degli attori più riconoscibili della sua generazione e candidato agli Oscar nel 2011 (I Ragazzi Stanno Bene), 2015 (Foxcatcher, presentato a Cannes 2014) e 2016 (per il vincitore Il Caso Spotlight, accanto a Michael Keaton).
Poi si inserisce il personaggio all'interno di un super gruppo di supereroi all stars: non più al centro dell'attenzione, quindi, ma parte - seppure importante - di un team, quello degli Avengers, accanto ai leader Capitan America e Iron Man e a Thor, Vedova Nera, Occhio di Falco...
Nei blockbuster campioni di incassi, Hulk fa quello che ci si aspetta da Hulk, ma questa volta riuscendo a tenere in equilibrio i tormenti di Bruce Banner e la furia distruttrice del gigante verde in modo più efficace (anche grazie ad effetti speciali finalmente adatti).
Il pubblico ha gradito e, visti i fiaschi precedenti, ciò rappresenta un ottimo risultato; risultato che ha garantito un futuro più sereno al personaggio.
Ma quale?
Sicuramente lo rivedremo nel 2017 in Thor: Ragnarok, nel 2018 in Avengers: Infinity War e nel 2019 nell'ultima pellicola dedicata ai Vendicatori.
Per ciò che concerne un nuovo film da "solista", invece, chissà: se ne parla, ma vedremo se il progetto andrà avanti.
Riuscirà nel frattempo Mark Ruffalo a sostituire Lou Ferrigno nel cuore dei fan?
Certo, la Marvel ci sta puntando decisamente.
Ma il fatto che l'ex culturista sia stato chiamato a comparire in Hulk e L'Incredibile Hulk come guardia di sicurezza e che presti la sua voce (nella versione originale) al mutante in tutti film da L'Incredibile Hulk compreso in poi, vuol dire che sì, siamo di fronte ad un'"operazione nostalgia", ma anche che, a distanza di tanto tempo, sono tanti ancora quelli che lo identificano col personaggio che lo ha reso celebre.
Sarà dura per il pur bravo Ruffalo: nonostante l'età non più verde, Lou Ferrigno... spacca!
MICHAEL KEATON. BIRDMAN, KEATON E IÑÁRRITU VOLANO ALTO
(Clicca sulla locandina per vedere il trailer)
USA, 2014
119'
Regia: Alejandro González Iñárritu
Interpreti: Michael Keaton, Edward Norton, Emma Stone, Naomi Watts, Zach Galifianakis, Andrea Riseborough, Amy Ryan, Martin Scorsese.
Tu sei Riggan Thompson: pensi che sia facile reinventarsi una carriera? Da più di vent'anni sei per tutti Birdman, il protagonista di una saga campione d'incassi.
Che cosa ti spinge a cimentarti in una trasposizione teatrale del racconto di Raymond Carver What We Talk About (When We Talk About Love) ["Di che cosa parliamo (quando parliamo d'amore)"], se non riesci a scrollarti di dosso la tentazione di tornare al successo di una volta riprendendo il personaggio che ti ha dato la fama?
Perché ti sei ridotto a stare in camerini maleodoranti, ad avere a che fare con attori vanesi pieni di fisime, con una figlia tossicodipendente che non riesce a disintossicarsi, con critici prevenuti che pregustano la tua caduta, con gente che non ti capisce?
Tu sei una star cinematografica, non appartieni al mondo spocchioso del teatro: vuoi rischiare che Broadway ti massacri e ti faccia sprofondare nell'abisso dell'oblio e del fallimento o preferisci rinunciare alle tue ambizioni e tornare a risplendere a Hollywood?
Un ex-attore di film supereroistici che cerca di riproporsi come interprete e autore serio: chi se non Michael Keaton - il Batman per antonomasia - poteva impersonarlo?
E chi poteva altrimenti farlo in modo così magistrale?
Birdman, inizialmente snobbato a Venezia 2014, è diventato il film dell'anno grazie a 4 Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura originale e fotografia), 2 Golden Globe (miglior attore protagonista, sceneggiatura) e innumerevoli altri premi raccolti in giro per il mondo.
È mancata però la statuetta a Keaton: al suo posto è stato scelto Eddie Redmayne per La Teoria del Tutto.
Una svista imperdonabile per l'Academy: Michael è il motore e l'anima della pellicola, il vero motivo del suo successo.
Mai così bravo, il nostro si è calato in un personaggio che - ipse dixit - è il più lontano possibile da se stesso ("il ruolo più impegnativo della mia carriera", ha detto in un'intervista).
Una scommessa vinta: il trionfatore morale di quest'ultima edizione degli Academy Awards è lui, senza alcun dubbio.
Ma se Birdman è diventato, un po' a sorpresa, il film dell'anno, il merito è anche di Alejandro G. Iñárritu, del resto del cast e dei contributi tecnici.
L'autore di 21 Grammi si è preso una bella soddisfazione, portandosi a casa 3 statuette su 4: miglior film (in qualità di co-produttore), miglior regia (è il secondo messicano consecutivo a emergere in questa categoria, dopo Alfonso Cuarón con Gravity) e miglior sceneggiatura.
Alla faccia di quelli che, dopo la traumatica separazione artistica con lo scrittore e amico Guillermo Arriaga, suo collaboratore da Amores Perros a Babel, lo davano per finito (a cominciare dallo stesso Arriaga).
Iñárritu si è assicurato il miglior direttore di fotografia sulla piazza - Emmanuel Lubezki, messicano anch'egli e artigiano caro a Terrence Malick (vedi The Tree of Life e To The Wonder) - e ha girato Birdman come un unico piano sequenza.
Si tratta in realtà di un insieme di scene nelle quali gli stacchi sono abilmente nascosti (ma noi ne abbiamo scoperti almeno un paio visibili): una prova di precisione e perizia artistica che non ha lasciato indifferenti i professionisti del mestiere.
Risultato: un'azione che viene resa fluida da un montaggio che non sembra neppure un montaggio tanto è ben camuffato, e che catapulta lo spettatore in scena assieme ai protagonisti e lo trascina nel ritmo del film, imprevedibile come un'improvvisazione jazzistica (non è un caso che la colonna sonora sia costituita da assoli di batteria degni di Whiplash).
Una tecnica virtuosistica che riporta sicuramente a Nodo alla Gola del maestro inglese Alfred Hitchcock - la prima pellicola di questo tipo - e che ha come predecessore più congruo Running Time, misconosciuto ma interessante B movie del 1997 con Bruce Campbell (chissà, forse un giorno ve lo proporremo nella sezione GLI INEDITI).
Ma l'alta qualità formale non è il solo fiore all'occhiello di Birdman: lo straordinario Michael Keaton è circondato da uno stuolo di comprimari da leccarsi i baffi.
Tra Edward Norton che gioca coi propri tic e manie (ha fama di essere insopportabilmente pedante) e Naomi Watts che si concede una piccante autocitazione (da Mulholland Drive di David Lynch), spiccano Emma Stone e Zach Galifianakis in personaggi lontani anni luce da quelli rispettivamente impersonati in Magic in the Moonlight e Una Notte da Leoni.
E occhio a Martin Scorsese: compare per un attimo tra la folla quando Riggan/Keaton attraversa Times Square in mutande, una delle scene più divertenti e dinamicamente coinvolgenti del film.
Il grande autore italoamericano è inoltre esplicitamente tirato in ballo nei dialoghi, e non è l'unico: nel corso della pellicola si fanno spesso nomi e cognomi di attori e registi davvero esistenti, non senza una dissacrante ironia.
Il mondo dello spettacolo e ciò che gli gravita attorno non ne esce benissimo: attori dissociati da una vita normale megalomani ed egocentrici, critici snob, agenti senza scrupoli, fan superficiali che incatenano i loro idoli in cliché ripetuti all'infinito.
Il tutto all'interno e nei pressi di un teatro di Broadway che esiste davvero: l'onusto di gloria St.James Theater al numero 246 della 44a Ovest, tra la 7th e l'8th Avenue.
D'altra parte, in questo contesto di verosimiglianza, Iñárritu ha innestato inaspettati elementi fantastici: da buon latino-americano, il cineasta messicano ha realizzato una storia che ha molto di quel realismo magico che caratterizza le migliori opere di Gabriel García Márquez, Jorge Luis Borges, Luis Sepúlveda, ma anche di William Faulkner e dei nostri Dino Buzzati, Italo Calvino, Gianni Rodari.
In definitiva, ci troviamo di fronte a un'opera che parla a nuora perché suocera intenda: la vicenda è ambientata nel mondo del teatro, ma è di cinema che si tratta.
Broadway diventa dunque lo specchio di Hollywood, così come la storia di Riggan Thompson rieccheggia quella del suo interprete.
Ma tu sei Michael Keaton: non hai bisogno di un Oscar.
La tua carriera è appena ricominciata.
I CLASSICI: GRAND BUDAPEST HOTEL, L'UOMO CHE AMAVA LE NONNE
(Clicca sulla locandina per vedere il trailer)
USA/Germania/Gran Bretagna, 2014
100'
Regia: Wes Anderson
Interpreti: Ralph Fiennes, Tony Revolori, Willem Dafoe, Edward Norton, Adrien Brody, Saoirse Ronan, Jeff Goldblum, Mathieu Amalric, Harvey Keitel, Tilda Swinton, Owen Wilson, F.Murray Abraham, Jude Law, Tom Wilkinson, Jason Schwartzman, Léa Seydoux, Bob Balaban, Bill Murray.
Oggi: uno scrittore (Wilkinson) racconta dell'incontro avvenuto al Grand Budapest Hotel a metà degli anni 80 tra se stesso giovane e rampante giornalista (Law) e il vecchio proprietario dello stabile (Murray Abraham), che a sua volta rievoca la propria giovinezza come fattorino al servizio di Monsieur Gustave (Fiennes), concierge del rinomato albergo.
A questo punto inizia la storia vera e propria, che ruota intorno all'omicidio dell'anziana e facoltosa Madame D. (Swinton, truccatissima), di cui viene accusato proprio M. Gustave, focoso amante della stessa vegliarda.
Seguono peripezie e colpi di scena a non finire.
Wes Anderson ha una capacità unica: sorprende e convince sia i critici che il vasto pubblico, rimanendo fedele al proprio personalissimo stile.
Non si spiegherebbero altrimenti gli oltre 175 milioni di euro (!) incassati al botteghino né le 9 candidature agli Oscar (tra le quali quelle per miglior film e migliore regia) del suo nuovo capolavoro, Grand Budapest Hotel.
Giunto all'ottava pellicola (la settima consecutiva con Bill Murray nel cast!), il regista texano lascia a casa i suoi abituali co-sceneggiatori e fa tutto da solo, adattando liberamente i libri dello scrittore viennese Stefan Zweig e aggiungendo al proprio stile una punta di spregiudicatezza e un fondo di amarezza in più.
Con il solito cast da capogiro (ma avete letto tutti i nomi?!), Wes non si limita a predicare ai convertiti e firma la propria opera più ambiziosa.
C'è la forma, cioè lo stile e gli straordinari contributi tecnici (i costumi di Milena Canonero sono meritatamente candidati, così come fotografia e scenografia), ma anche il contenuto.
Grand Budapest Hotel non è più soltanto la classica commedia surreale "alla Anderson" stile Moonrise Kingdom: è anche un film d'azione, una parabola sull'insicurezza umana e sull'avidità, una riflessione malinconica sul tempo che passa.
Rushmore e Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou sono lontani: il film con Ralph Fiennes punta in alto, a una o più statuette, ed è probabile che le aspettative non vengano deluse.
Intanto c'è già il Golden Globe come miglior commedia/musical.
Non male per un regista indipendente.
Il 2015 sarà l'anno di Michael Keaton?
Il buon senso - e il buon gusto - dovrebbero suggerirlo, ma ad Hollywood mai dire mai.
Di certo l'ex-Batman è già il vincitore morale di questa edizione degli Oscar, non solo per il traino del recente Golden Globe: i riconoscimenti - anche solo verbali - che stanno piovendo da ogni parte del globo rendono ben giustizia a uno degli interpreti più talentuosi e sottovalutati della propria generazione.
A contendergli la statuetta come miglior protagonista c'è però un quartetto di tutto rispetto: in prima fila l'insolitamente serio Steve Carell (irriconoscibile in Foxcatcher) e l'intenso Bradley Cooper di American Sniper, ma anche i britannici Eddie Redmayne (anch'egli "globizzato" come attore drammatico) e Benedict Cumberbatch sono da tenere d'occhio.
In campo femminile il verdetto sembra altrettanto scontato.
Già forte del premio strappato allo scorso Festival di Cannes per Maps to the Stars di David Cronenberg, la rossa Julianne Moore - che in Still Alice interpreta un'insegnante affetta da Alzheimer - non sembra avere rivali (5 nomination: che questa sia finalmente la volta buona?), eccetto forse la mora Marion Cotillard (già Oscar nel 2008) e la bionda Rosamund Pike (la sua è l'unica nomina ottenuta dal controverso Gone Girl di David Fincher).
Nelle categorie riservate ad attori e attrici "di supporto" la competizione è più aperta.
Tra gli interpreti maschili ad avere più possibilità è probabilmente J.K. Simmons, caratterista che come dittatoriale direttore d'orchestra di Whiplash ha trovato il ruolo della vita.
Seguono a ruota Ethan Hawke (Boyhood) e Edward Norton (Birdman), mentre Mark Ruffalo e il vecchio Robert Duvall dovrebbero avere meno chance.
Sull'Oscar come miglior attrice non protagonista pesa come un macigno l'assenza di Jessica Chastain, che continua ad essere misteriosamente snobbata dall'Academy: se fosse stata nominata per Interstellar avrebbe vinto a mani basse.
La sfida è allora tra l'immortale Meryl Streep - 19 nomination (diciannove!) e 3 statuette già in tasca - e la Patricia Arquette di Boyhood, con la lynchiana Laura Dern come terza incomoda.
Volete approfondire ancora?
Cliccate i link che trovate qui sotto: ne vedrete delle belle.
USA, 2012
94'
Regia: Wes Anderson
Interpreti: Bill Murray, Bruce Willis, Edward Norton, Frances McDormand, Tilda Swinton, Jason Schwartzman, Harvey Keitel.
CINEMA A BOMBA! vi presenta una nuova anteprima assoluta: il film uscirà nelle sale italiane solo a partire da mercoledì 5.
New England, anni 60: due adolescenti - lui orfano, lei un po' trascurata - compiono una fuga d'amore.
Per cercarli e riportarli a casa si mobilitano i genitori di lei (Murray e McDormand), uno sceriffo (Willis), un capo scout (Norton) e una perfida assistente sociale (Swinton).
Presentata in apertura allo scorso Festival di Cannes e accompagnata da un corto animato diretto dallo stesso regista, è l'opera n. 7 di uno dei più originali ed eccentrici autori indipendenti americani.
Affiliato al clan Coppola (Roman, figlio del patriarca Francis Ford, risulta qui come co-sceneggiatore), Wes Anderson è un cineasta intellettuale e snob, dotato di uno stile personalissimo e barocco fatto di inquadrature fisse riccamente composite, significative sequenze in slow motion, una fotografia sempre coloratissima e un umorismo surreale e sapido.
In linea coi temi cari al suo autore - nostalgia del passato, incomunicabilità generazionale - e grazie anche all'apporto dei consueti collaboratori del regista (dal fido operatore Robert Yeoman all'incanutito Bill Murray), questa sensibile storia d'amore scout è in grado di conquistare i cuori degli spettatori più romantici.
Moonrise Kingdom forse non raggiunge le vette comiche del geniale Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou (ad oggi il più riuscito film di Anderson), ma possiede comunque una grazia rara nel panorama cinematografico contemporaneo.