CINEMA A BOMBA!

martedì 17 gennaio 2023

GLASS ONION-KNIVES OUT, IL DELITTO È (RI-)SERVITO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2022
139'
Regia: Rian Johnson
Con: Daniel Craig, Edward Norton, Janelle Monáe, Dave Bautista, Kate Hudson, Kathryn Hahn, Madeline Cline, Ethan Hawke, Hugh Grant, Yo-Yo Ma, Serena Williams, Stephen Sondheim, Kareem Abdul-Jabbar, Angela Lansbury.


2020, nel pieno della Pandemia.
Un multimilionario egomaniaco (Norton) invita la cerchia ristretta dei suoi amici nella propria megavilla su un'isola del Mar Egeo.

Sbarcano però due persone che hanno ricevuto l'invito, ma apparentemente non dal padrone di casa: la sua ex socia in affari (Monáe) e il famoso detective privato Benoit Blanc (Craig).

Lo scopo di questo weekend vacanziero è giocare ad una "cena con delitto" organizzata proprio dal magnate, ma durante la serata qualcuno muore davvero...


Rian Johnson ce l'ha fatta ancora.
Ossia è riuscito per la seconda volta a far dimenticare al mondo intero di essere il principale responsabile di Episodio VIII - Gli Ultimi Jedi, uno dei peggiori capitoli - se non il peggiore in assoluto - della saga di Star Wars.

E ci è riuscito dando un seguito al proprio film più riuscito e interessante: quel Knives Out che una manciata di anni fa si era fatto notare per il cast da capogiro e la sceneggiatura a prova di bomba, omaggio vintage ai vecchi whodunit (i gialli in cui bisogna scoprire l'assassino).

Riecco quindi la struttura narrativa degna dei romanzi di Agatha Christie e riecco anche il raffinato investigatore interpretato da Daniel Craig, una versione moderna e aggiornata di Hercules Poirot, un personaggio agli antipodi di James "007" Bond.

Il gruppo di interpreti, poi, è di nuovo di alto livello: si va dal wrestler Bautista (Drax dei Guardiani della Galassia) alla cantante Monáe (la ricordate in Moonlight?), passando per un paio di brevi apparizioni di Hugh Grant (ricordiamo il protagonista di Notting Hill per la sua candidatura ai Golden Globe del 2017) e di Ethan Hawke (rivisto recentemente in The Northman).

Ma la carta migliore del mazzo è probabilmente Edward Norton.
L'ex Incredibile Hulk - in un personaggio che è 50% Elon Musk, 25% Steve Jobs e 25% Tom Cruise in Magnolia - gigioneggia senza freni e ruba la scena a tutte/i.

Il regista-sceneggiatore si diverte inoltre a inserire brevi cammei di celebrità nella parte di se stesse: su tutte, la partecipazione-lampo dell'indimenticata Signora in Giallo Angela Lansbury - qui nella sua ultima performance recitativa - non sembra affatto casuale.

Rispetto alla precedente pellicola, viene forse data meno enfasi all'intreccio per privilegiare gli elementi da commedia, ma i risvolti di critica sociale ci sono ancora tutti: la satira non risparmia né i negazionisti del Covid né la tossicità patriarcale, con i vizi e stravizi dei ricchi e/o famosi come bersaglio principale.

Glass Onion - allusione alla forma del palazzo in cui è ambientata la vicenda, ma anche titolo di una canzone dei Beatles - è un giallo senza eccessive pretese, ma realizzato con garbo e intelligenza.
E soprattutto originale, benché derivativo.

In un'epoca di remake, reboot, sequel e adattamenti di romanzi/fumetti/videogiochi, ce ne fossero di film come questo.


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martedì 26 aprile 2022

THE NORTHMAN, C'È DEL MARCIO NEL VALHALLA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA/Cina, 2022
137'
Regia: Robert Eggers
Con: Alexander Skarsgård, Nicole Kidman, Anya Taylor-Joy, Ethan Hawke, Willem Dafoe, Björk.


Il giovane Amleth è un principe vichingo destinato a succedere al padre, il re Aurvandill (Hawke).
Ma questi viene ucciso dal fratellastro Fjölnir, che gli ruba il trono e la moglie Gudrun (Kidman) con un colpo di stato.

Il ragazzino è costretto alla fuga; crescendo, diventa uno spietato schiavo-guerriero (Skarsgård) e, una volta scoperto che il suo nemico si è trasferito con i sudditi e la nuova famiglia in Islanda, si infiltra alle sue dipendenze e prepara la propria vendetta...


Robert Eggers è un grande cineasta o semplicemente un autore velleitario e sopravvalutato?

Adattamento "vichingo" della più celebre tragedia di Shakespeare, The Northman mantiene quello che ci si potrebbe aspettare dal regista di The Lighthouse: oltre due ore di sfacciati sbudellamenti, inquadrature statiche riccamente composite, una colonna sonora martellante, ritmo lasco, la totale assenza di (auto)ironia.

Sadicamente prolisso (chi scrive si è ritrovato spesso a guardare l'orologio durante la proiezione) e inutilmente violento à la Nicolas Winding Refn, questo incrocio tra Walhalla Rising e Vikings sfiora costantemente il ridicolo involontario e in più di un'occasione vi ci sprofonda.

La sequenza più trash?
Probabilmente l'iniziazione del giovane principe, con annessa comparsata superflua di Willem Dafoe in versione Goblin druido.

Il resto del cast fa quel che può: Hawke compare troppo poco, la recentemente globizzata Kidman è sprecata, Skarsgård sembra possedere solo due espressioni (ricoperto di sangue e non).
Chi se la cava meglio è l'emergente Anya Taylor-Joy (La Regina degli Scacchi), per quanto in un ruolo di supporto.

Tutto da buttare, allora?
No, i contributi tecnici - costumi, scenografie e fotografia in particolare - sono di prim'ordine ed Eggers possiede un certo talento visionario che, benché non raggiunga mai il lirismo cui aspira, dimostra quantomeno una personale idea di cinema.

Per rispondere alla domanda di inizio recensione: questo giovane newyorkese barbuto ha i numeri per diventare un giorno un buon regista, ma deve imparare a limare i propri eccessi stilistici.
E, soprattutto, trovare qualcuno che gli scriva dialoghi migliori.


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domenica 15 marzo 2015

BOYHOOD, UN FILM LUNGO UNA VITA

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USA, 2014
165'
Regia: Richard Linklater
Interpreti: Ellar Coltrane, Ethan Hawke, Patricia Arquette, Lorelei Linklater, Jenni Tooley, Charlie Sexton.


E' stato il vincitore degli ultimi Golden Globe (miglior film drammatico, regia e attrice non protagonista) e al contempo il grande sconfitto agli Academy Awards (solo 1 Oscar su 6 nomination).
Segno che Richard Linklater rimane un autore apprezzato soprattutto all'estero, troppo lontano dai canoni commerciali per fare breccia ad Hollywood.

Amico fraterno di Quentin Tarantino e fonte d'ispirazione per Kevin Smith, il regista-sceneggiatore texano è in effetti influenzato da uno stile più europeo che americano: gli interessa soprattutto filmare lo scorrere del tempo, la crescita, la maturazione, lo sviluppo dei suoi personaggi e delle loro storie.

Si prenda ad esempio la sua Before Trilogy (Before Sunrise, 1995; Before Sunset, 2004; Before Midnight, 2013), con protagonisti Ethan Hawke - attore feticcio e grande amico del regista - e la francese Julie Delpy, dove si vedono gli attori invecchiare come i propri alter ego dello schermo e il rapporto della coppia evolversi col passare del tempo.

Con Boyhood, Linklater ha tentato un'impresa ancora più ambiziosa: cercare di catturare lo scorrere del tempo e mostrare il passaggio dall'infanzia all'adolescenza all'età adulta di un personaggio che cresce fisicamente e caratterialmente.
E questo senza la rapida e facile scorciatoia di dover utilizzare interpreti diversi - uno per il bambino, uno per l'adolescente, uno per il giovane uomo.

Coraggiosa l'idea del regista, allora, di utilizzare lo stesso attore - ripreso in un arco di tempo piuttosto lungo - e di documentarne i cambiamenti via via che passa il tempo.
E lo stesso fa con gli altri personaggi, che invecchiano a mano a mano che il film procede.

Una bella sfida, vinta grazie all'idea di realizzare la pellicola cucendo insieme cortometraggi di 14 minuti circa ciascuno, girati con gli stessi attori nell'arco di una dozzina d'anni.
Il sapiente e indispensabile lavoro di legarli tra loro per dare al tutto un flusso fluido e coerente è stato affidato alla montatrice Sandra Adair: un Oscar sarebbe stato un riconoscimento più che legittimo (la statuetta relativa a quest categoria è invece andata a Whiplash).

Ecco quindi che vediamo dipanarsi 12 anni nella vita di Mason (Ellar Coltrane): prima bambino, poi adolescente, poi giovane uomo.
Il rapporto con i genitori, separati: lei (Patricia Arquette, indimenticata nel tarantiniano Una Vita al Massimo e qui meritatamente oscarizzata come miglior attrice non protagonista), madre sempre preoccupata di far quadrare i conti e incapace di scegliersi gli uomini giusti; lui (Ethan Hawke), velleitario e bambinone, padre poco presente ma amorevole e pieno di buoni consigli.
Una sorella, Samantha (la figlia del regista Lorelei Linklater), dapprima bambina petulante, poi via via più complice col fratello.

E poi i continui trasferimenti di casa, le amicizie, la scuola, la scoperta dell'altro sesso, le delusioni, le piccole trasgressioni, i primi lavoretti.

Tutto qui: 12 anni di vita normale di un una persona normale che fa cose normali.
Niente colpi di scena, niente effetti speciali, niente storie d'amore tumultuose.
E niente flashback: l'intreccio si svolge in ordine cronologico, con naturale continuità.

Una piccola e intima storia quindi, nata dalla costanza e dalla pazienza di tutti coloro che sono stati coinvolti nella realizzazione del film.
Ne è valsa la pena: al di là dell'acclamazione unanime della critica e dei tanti riconoscimenti ottenuti, Boyhood riesce ad emozionare e a creare un'empatia tra i protagonisti e lo spettatore.
E questo nonostante la pellicola sia lunga - 2 ore e 45 minuti.

Di certo, per il giovane Ellar Coltrane rappresenta un'esperienza che forse non gli aprirà le porte del divismo, ma rimarrà unica e indimenticabile.
Perché, si sa, la vita non è un film.
Ma a volte un film può essere lungo una vita.

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lunedì 15 settembre 2014

ROBIN WILLIAMS. L'ATTIMO FUGGENTE, TUTTI A SCUOLA DAL "CAPITANO"!

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USA, 1989
124'
Regia: Peter Weir
Con: Robin Williams, Ethan Hawke, Robert Sean Leonard, Josh Charles, Gale Hansen, Melora Walters.


"Tradizione. Onore. Disciplina. Eccellenza".
Questi sono i quattro pilastri sui quali si fonda il prestigio della Welton Academy (il nome è di fantasia), scuola privata immersa in una natura quieta e dai colori suggestivi, frequentata dai rampolli di famiglie molto benestanti e/o ambiziose.

Ma questa oasi di conservatorismo, rigore e serietà verrà scombussolata dall'arrivo del professor John Keating (Williams), ex alunno della stessa scuola e ora insegnante piuttosto poco convenzionale.
Sarà lui a far riscoprire ai suoi allievi la bellezza della letteratura e della vita, a spingerli a pensare con la propria testa.
E riuscirà a far breccia nei loro cuori e nelle loro menti, come mostrato nello struggente e indimenticabile finale.

Dead Poets Society, nel film è tradotto come "La Setta dei Poeti Estinti", è il titolo originale di quello che è probabilmente - e giustamente - il lavoro più celebre del talentuoso regista australiano Peter Weir (prima, aveva diretto Picnic ad Hanging Rock, L'Ultima Onda, Gli Anni Spezzati, Un Anno Vissuto Pericolosamente, Witness-Il Testimone, Mosquito Coast; successivi sono Green Card-Matrimonio di Convenienza, The Truman Show, Master and Commander).

Baciata da un successo di pubblico (ottimo: fu un inatteso campione d'incassi) e critica (buono; purtroppo ottenne un solo Oscar, per la miglior sceneggiatura originale di Tom Schulman), quest'opera si inserisce nel filone delle pellicole di formazione, ma con molti tratti distintivi.

Innanzitutto, il disegno dei personaggi: i ragazzi sono ben caratterizzati ed è facile immedesimarsi nelle loro aspirazioni, nelle loro ansie, nei loro piccoli e grandi problemi.
I giovani attori che li interpretano, ai tempi tutti sconosciuti, sono veramente molto bravi: Ethan Hawke - l'unico che successivamente ha saputo costruirsi una carriera di tutto rispetto (si veda, per esempio, Before Midnight) - è stato lanciato dal ruolo dell'introverso Todd Anderson, Robert Sean Leonard (Neil Perry) ha la faccia e la personalità giusta, così come Josh Charles (Knox Overstreet) e Gale Hansen (che nel ruolo di Charlie "Nuwanda" Dalton offre una prova decisamente convincente, benché in seguito sia scomparso dal grande schermo).

Più difficile trovare nella realtà, invece, uno come il Professor Keating.
Il vero protagonista del film è l'insegnante che tutti abbiamo sognato: appassionato, coinvolgente, simpatico, fuori dagli schemi, disponibile, rispettoso, aperto al dialogo, onesto, conscio del proprio ruolo educativo.

Robin Williams offre qui una prova attoriale memorabile ed è perfetto nella parte: il nostro correva il rischio di fare del suo personaggio una macchietta o - peggio ancora - uno stereotipo o un modello ideale; ha invece saputo renderlo buffo e convincente, divertente e profondo, evitando i cliché del genere.
Gli hanno dato l'Oscar per Will Hunting-Genio Ribelle, per un ruolo simile.
Ma lo meritava maggiormente per L'Attimo Fuggente.

Altri punti di forza della pellicola sono la regia di Weir (uno che gli attori sa dirigerli bene) e la splendida fotografia di John Seale.
Senza dimenticare la sunnominata sceneggiatura di Schulman, con citazioni da Thoreau, Whitman ("Oh Capitano! Mio Capitano!", ma non solo), Tennyson, Emerson, Shakespeare e con la locuzione-tormentone "Carpe Diem", presa da Orazio e qui un po' liberamente tradotta come "cogli l'attimo" (il significato letterale sarebbe "cogli il giorno", cioè vivi il presente senza curarti troppo del futuro).

Risultato? Un film indimenticabile, che emoziona e tocca nel profondo.
Un'ode ad un anticonformismo che non sia di facciata, ma cominci dal pensiero: più eversivo e potenzialmente esplosivo.

Per la redazione di CINEMA A BOMBA!, una delle opere cinematografiche - e pedagogiche - migliori di tutti i tempi.
Più che consigliato: imperdibile.

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sabato 9 novembre 2013

BEFORE MIDNIGHT, PAROLE PAROLE PAROLE (SOLTANTO PAROLE?)

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USA, 2013
109'
Regia: Richard Linklater
Interpreti: Ethan Hawke, Julie Delpy, Walter Lassally, Panos Koronis.


Richard Linklater è un regista indipendente amico di Quentin Tarantino, benché lontanissimo per stile e contenuti dall'autore di Django Unchained.
Influenzato dal cinema francese - quello di Eric Romher sopra tutti - nel 1995 gira un piccolo film incentrato esclusivamente su due personaggi: l'americano Jesse (Ethan Hawke) e la francese Céline (Julie Delpy), due giovani che si incontrano per caso e passano insieme una notte a Vienna.
La pellicola è Before Sunrise (da noi uscita come Prima dell'Alba) e il successo è inatteso e folgorante, tanto che si inizia presto a parlare di cult.

Sarà per il nutrito seguito di appassionati, sarà per la magica alchimia tra i due protagonisti, a Linklater viene un'idea: sviluppare la storia di Jesse e Céline aggiornandola ogni 9 anni, lasciando che crescano ed invecchino parallelamente ai due attori, e inoltre coinvolgendo questi in fase di scrittura, così che possano inserirvi riferimenti autobiografici.
Ecco allora che nel 2004 esce Before Sunset (in Italia Prima del Tramonto), ambientato a Parigi e con la coppia ormai trentacinquenne.

L'ultimo capitolo della trilogia è arrivato puntualmente nelle nostre sale in questi giorni: in Before Midnight (perché non intitolarlo Prima di Mezzanotte?) i nostri hanno ormai passato i 40 anni, hanno due bambine e si trovano in vacanza in Messenia (Grecia).
Ma continuano a parlare, confrontandosi e interrogandosi sulla propria relazione e sulle proprie vite.

Se il primo era un apologo romantico e un po' idealista, e il secondo una malinconica riflessione sulle occasioni perdute e non, questo terzo capitolo si distingue per una maggiore dose di realismo, se non proprio di cinismo.
Una volta che uno riesce a ottenere ciò che desidera, che cosa ne fa? E soprattutto: lo desidera ancora?
Come di consueto il finale è aperto, lasciando che sia lo spettatore a decidere la sorte della coppia.

Confermata la professionalità degli interpreti (basti il piano sequenza in auto: ben 13 minuti senza stacchi) e l'abilità del regista nel dirigerli, resta solo da chiedersi: ci sarà un quarto capitolo?
Lo scopriremo insieme. Nel 2022.

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