CINEMA A BOMBA!

mercoledì 1 giugno 2016

X-MEN: APOCALISSE, LO CHIAMAVANO CALAMITA'

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2016
131'
Regia: Bryan Singer
Interpreti: James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Oscar Isaac, Nicholas Hoult, Rose Byrne, Sophie Turner, Olivia Munn, Hugh Jackman, Stan Lee.


1983. Sono passati 10 anni dai fatti di Washington raccontati nel precedente X-Men: Giorni di un Futuro Passato.

Xavier (McAvoy, quello di The Disappearance of Eleanor Rigby) dirige la propria scuola per giovani mutanti; Magneto (Fassbender, molto più umano che in
12 Anni Schiavo) si è fatto una famiglia in Polonia sotto falso nome; La Bestia (Hoult, già visto in Mad Max: Fury Road) è diventato un insegnante; Mystica (Lawrence, fresca vincitrice del Golden Globe per Joy) si tiene lontana dalla vita pubblica.

Purtroppo c'è una società segreta che vuole far tornare in vita il primo dei mutanti, il più potente e pericoloso: Apocalisse (Isaac, ossia Poe Dameron di Star Wars: Il Risveglio della Forza), una specie di tracotante divinità egizia le cui intenzioni sono esplicitate dal proprio nome.
L'unica speranza per fermarlo è rimettere insieme gli X-Men...

Ecco la conclusione della seconda trilogia e, nel complesso, del ciclo orchestrato da Bryan Singer, regista dei primi due film - X-Men (2000) e X-Men 2 (2003) - tornato per dirigere il precedente X-Men: Giorni di un Futuro Passato.
Quest'ultimo era già di per sé conclusivo: perché allora aggiungere un nuovo capitolo?

A spingere Singer può essere stata la volontà di mantenere un controllo creativo sulla serie, dopo le "brutture" operate da chi lo aveva sostituito in regia (il mediocre X-Men: Conflitto Finale diretto da Brett Ratner è implicitamente deriso in una scena).
Oppure la possibilità di sfruttare le opportunità narrative che la nuova timeline offriva.
O semplicemente il piacere di lavorare col nuovo cast, introdotto in X-Men: L'Inizio.

L'ispirazione e il titolo originale - che doveva essere Age Of Apocalypse - derivano appunto da L'Era di Apocalisse, saga fumettistica che uscì a metà degli anni 90 e fece epoca.
In comune con quella storia, concepita da scrittori superbi come Fabian Nicieza (creatore di Deadpool) e Scott Lobdell, in realtà non c'è praticamente altro.

La furbata è invece mostrare come si sono evoluti i nostri eroi dopo che Wolverine era tornato indietro nel tempo e aveva modificato il corso della Storia (sempre in Giorni di un Futuro Passato).
Ecco quindi i personaggi che conoscevamo ritornare con un aspetto e, in alcuni casi, con una psicologia differente da come ricordavamo.

In questa occasione Fenice e Ciclope sono adolescenti alle prime armi, Nightcrawler è un emo, Tempesta ha una cresta mohicana, Xavier sfoggia finalmente la sua caratteristica pelata (ma solo alla fine) e Mystica diventa la vera protagonista del film, l'esempio cui i giovani mutanti aspirano.

Non tutti i conti tornano: Calibano è troppo diverso dalla sua controparte fumettistica, Angelo parla con un improbabile accento tedesco (ma perché?!?) e Psylocke nel combattimento conclusivo pare un'imitazione di Wonder Woman in Batman v Superman: Dawn of Justice.
La trama risulta ostica per chi non ha dimestichezza coi personaggi o non conosce a menadito i film precedenti, sicché la sarabanda di riferimenti può suscitare non poco spaesamento.

All'attivo ci sono: gli effetti speciali, mai così grandiosi; la partecipazione di Quicksilver, utilizzato come elemento comico (la sequenza in cui salva gli studenti dall'esplosione della scuola sotto le note di Sweet Dreams degli Eurythmics è davvero esilarante); la tradizionale comparsata del patriarca della Marvel Stan Lee, questa volta in compagnia della moglie.

E sì, c'è anche Hugh Jackman: il divo australiano è in scena per un minuto circa, il tempo di fare la solita strage di cattivi.
Si tratta della sua ottava apparizione consecutiva nei panni di Wolverine (in verità il personaggio è chiamato Arma X e, dati i succitati cambi temporali, non è esattamente lo stesso delle pellicole precedenti... ma non creiamo ulteriore confusione!).
Un ruolo ricoperto ininterrottamente da 16 anni: un vero record!

Occhio alla scena post credits che rimanda alla prossima pellicola "solista" dell'artigliato canadese (si presume l'ultima della serie, almeno per Jackman), con Sinistro probabile antagonista e il ritorno di Patrick Stewart come Professor X.
La fine del mondo sarà anche stata scongiurata, ma forse c'è ancora bisogno degli X-Men.




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mercoledì 13 gennaio 2016

GOLDEN GLOBE 2016. I REDIVIVI E I SOPRAVVISSUTI

Dall'alto: Leonardo DiCaprio in The Revenant; Matt Damon in una scena di The Martian; Sylvester Stallone di nuovo nei panni di Rocky Balboa in Creed


Come abbiamo visto nel post precedente, tra i vincitori poche sono state le sorprese e molti i volti noti.

Noi della redazione di CINEMA A BOMBA!, tuttavia, siamo rimasti favorevolmente colpiti dal successo di alcuni dei nostri beniamini.

Uno su tutti: il nostro compatriota Ennio Morricone, vecchia conoscenza dei Globes: questa è la sua terza affermazione (dopo Mission del 1987 e La Leggenda del Pianista sull'Oceano del 1999).
Speriamo che questo riconoscimento - ottenuto per la colonna sonora di The Hateful Eight (per il precedente film tarantiniano, Django Unchained, aveva composto solo una canzone) - serva da trampolino di lancio al nostro Ennio per vincere finalmente anche sul campo quell'Academy Award che gli è stato consegnato solo alla carriera, nel 2007.
Nel frattempo quell'istrione di Quentin Tarantino - sempre più impegnato nell'accreditarsi come il nuovo Sergio Leone - gli ha fatto un gran bell'omaggio mentre ritirava il premio in sua vece. E ha pure parlato in italiano!

Poi c'è Sylvester Stallone.
Nel 1977 era stato nominato agli Oscar come attore protagonista e sceneggiatore di Rocky, ma perse.
39 anni dopo si è preso una rivincita (parziale, finora) vincendo il globo e convincendo i critici con la sua nuova prova - la settima! - nei panni del pugile italo-americano.
Sa un po' di vintage e di déja vu; ma d'altra parte tra i film drammatici era candidato anche il nuovo capitolo della saga di Mad Max (Mad Max: Fury Road), iniziata anch'essa alla fine degli anni Settanta, mentre come migliore canzone è stata scelta quella di Spectre, 24° episodio della serie James Bond.
Siamo contenti comunque per Sly: lo merita.

E siamo soddisfatti anche per Leonardo DiCaprio, altro (al momento) non oscarizzato che ha conquistato il suo terzo Globe (dopo The Aviator del 2005 e The Wolf of Wall Street del 2014).
Da notare che, nella stessa serata, è stata premiata anche Kate Winslet (come migliore attrice non protagonista per il biopic su Steve Jobs firmato Danny Boyle), sua partner di scena in Titanic.
Li davano per spacciati come attori dopo il kolossal che li ha resi celebri, ma hanno saputo abbondantemente rifarsi e dimostrare anche questa volta tutto il loro valore.
Bravi!

Se l'ungherese Il Figlio di Saul (film straniero) e Inside Out (film d'animazione) erano dati per trionfatori certi nelle proprie categorie, ci sbalordisce la vittoria di The Martian nella sezione "commedia/musical".
Non che la pellicola non meriti premi - anzi, è una delle migliori dell'anno e a noi è piaciuta molto; e poi c'è Jessica Chastain... - ma mentre ci sta che The Revenant si sia affermata come miglior film drammatico, essa non ci pare tanto leggera...
Forse è uno stratagemma furbetto per presentarla alle nomination degli Oscar forte di un'affermazione importante, benché noi pensiamo che non abbia bisogno di questi giochetti per poter fare bella figura.

I Golden Globes rappresentano una bella rivincita anche per Alejandro González Iñárritu - lo scorso anno era stato battuto da Richard Linklater e dal suo Boyhood (poi agli Oscar la situazione si ribaltò) - e, chissà, magari un bel punto di partenza per la rivelazione Brie Larson, migliore attrice drammatica protagonista per Room: la sua vittoria ha offuscato quella di Jennifer Lawrence (migliore attrice per una commedia), pure lei al suo terzo globo (3, quest'anno, è un numero ricorrente...) dopo Il Lato Positivo del 2013 e American Hustle del 2014 (sempre diretta da David O. Russell).

Gli sconfitti invece sono stati gli outsider.
Il Caso Spotlight era il beniamino della critica americana e sembrava dovesse rilanciare Michael Keaton dopo il clamoroso Oscar mancato dello scorso anno per Birdman, ma è tornato a casa a mani vuote.
Di The Big Short-La Grande Scommessa si è parlato un gran bene nelle ultime settimane, ma anche per la pellicola prodotta da Brad Pitt non c'è stata gloria.

Tra i premi televisivi è interessante segnalare i riconoscimenti ottenuti da Lady Gaga (!) e da Oscar Isaac (Poe Dameron di Star Wars-Il Risveglio della Forza), rispettivamente come miglior attrice e miglior attore di miniserie.

Posto che i Golden Globes siano davvero un'anticipazione degli Oscar, la sfida quest'anno sembra essere tra due film che in italiano sono stati ribattezzati Sopravvissuto e Redivivo.
Praticamente un riassunto della serata che la dice anche lunga sullo stato del cinema attuale, tra vecchie glorie ripescate, attori spremuti come limoni che si fanno tre/quattro film all'anno e sequel/prequel/spin-off di serie collaudate.

Rassicurante (gli incassi sono garantiti), ma siamo sicuri che Hollywood goda di ottima salute?

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sabato 2 gennaio 2016

STAR WARS EP.VII-IL RISVEGLIO DELLA FORZA, TORNA A CASA LUKE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2015
135'
Regia: J.J. Abrams
Interpreti: Harrison Ford, Mark Hamill, Carrie Fisher, Adam Driver, Daisy Ridley, John Boyega, Oscar Isaac, Lupita Nyong'o, Andy Serkis, Domhnall Gleeson, Anthony Daniels, Peter Mayhew, Max von Sydow, Simon Pegg, Daniel Craig.


Sono passati circa 30 anni dagli eventi narrati ne Il Ritorno dello Jedi.
Luke Skywalker (Hamill) è scomparso senza lasciare traccia, l'Impero è stato rifondato col nome di Primo Ordine e la Resistenza continua la propria lotta in nome della Repubblica.

Lo stormtrooper pentito Finn (Boyega) aiuta il pilota ribelle Poe Dameron (Isaac) a fuggire da una base nemica, finisce sul pianeta Jakku e qui fa la conoscenza di Rey (Ridley), una ragazza che campa rivendendo i rottami che trova nel deserto.

Per una serie di circostanze, i due giovani sono costretti ad allearsi con Han Solo (Ford) e Chewbacca (Mayhew) per ritrovare Luke, ma le forze del male - specie il misterioso e tormentato Kylo Ren (Driver) - sono sulle loro tracce...

E' iniziata la trilogia sequel, la prima senza George Lucas, la prima targata Disney.

L'attesa è stata alle stelle perché grandi erano le aspettative: un budget imponente, un battage pubblicitario martellante, un merchandise fin troppo invasivo.

E un trailer che stuzzicava la fantasia dei fan, vista la presenza di nuovi eroi tutti da scoprire e graditissimi ritorni di vecchie conoscenze, scenari familiari, scene suggestive.

Promesse mantenute? Decisamente sì.
E considerando gli incassi già copiosi, non siamo gli unici a crederlo.

Lo spettro della delusione seguita a La Minaccia Fantasma è distante, fortunatamente: liberi dal controllo del creatore della saga, gli autori sono stati abili nel destreggiarsi nel mondo lucasiano senza perdervisi o deludere gli appassionati.

Anziché rischiare proponendo qualcosa di nuovo e diverso, quel genietto di J.J. Abrams ha preferito andare sul sicuro, assicurandosi la partecipazione di collaboratori storici della serie e puntando a rievocare lo stile visivo dei primi film.

Ecco dunque affiancarlo alla sceneggiatura il collega Lawrence Kasdan, che aveva scritto con Lucas sia L'Impero Colpisce Ancora che Il Ritorno dello Jedi.
Ed ecco di nuovo le musiche del compositore John Williams, tornato dopo il "gran rifiuto" di Michael Giacchino, che cavallerescamente ha preferito declinare l'offerta dei produttori piuttosto che rubare il posto al maestro.

Anziché un delirio di computer grafica, troviamo riprese in location reali e l'uso di modellini e miniature nello stile di Guerre Stellari, come se il tempo si fosse fermato agli anni 70-80.
Basti pensare al già iconico droide BB-8: un robot del tutto funzionante, manovrabile in remoto; altra cosa rispetto all'odiato Jar-Jar Binks, creato interamente in CGI per la trilogia prequel.

Nel complesso, il nuovo cast si amalgama bene con quello vecchio: ma se Oscar Isaac (interprete di Drive, Cristiada, A Most Violent Year) e Andy Serkis (Gollum ne Il Signore Degli Anelli e Lo Hobbit) sono attori già abbastanza noti e apprezzati, il giovane trio principale è sconosciuto o quasi.

Adam Driver - lo ricordiamo solo per la Coppa Volpi vinta a Venezia 2014 per Hungry Hearts di Saverio Costanzo - non era l'attore più in vista da proporre per il ruolo del cattivo Kylo Ren; John Boyega e Daisy Ridley sono volti del tutto nuovi (occhio a quest'ultima: potrebbe fare strada).

Insomma, la scelta di produttori e regista è stata quella di puntare su nomi poco o per nulla blasonati, proprio come aveva fatto Lucas nel 1977 con Ford, Fisher e Hamill.

E a proposito delle star originali, non si può non evidenziare come questo recupero vintage sia uno dei motivi principali del successo della pellicola.
La loro assenza nei prequel era ovvia e giustificata, ma è pesata come un macigno; quanto può essere esaltante invece per un appassionato vedere i proprio eroi - ancorché invecchiati - rivestire i panni che li hanno resi leggendari?

Harrison Ford in particolare, dopo aver riesumato il mitico Indiana Jones qualche anno fa per la delizia di fan adoranti, era molto più che atteso: rivederlo nell'altro ruolo che lo aveva reso celebre vale da solo il prezzo del biglietto e giustifica l'ingaggio stratosferico (25 milioni di dollari più una percentuale sugli incassi).

Dopo aver rinnovato i canoni televisivi con la serie Lost, essersi accreditato come il nuovo Spielberg (Super 8) e aver reso digeribile al grande pubblico quel polpettone cosmico di Star Trek, Abrams è riuscito in un'altra impresa: riportare alle origini la saga fantascientifica più amata di sempre.

In attesa di vedere e giudicare i prossimi capitoli, che saranno realizzati da altri autori (anche Kasdan non sarà più coinvolto), non resta che ringraziare questo regista newyorkese con la faccia da eterno ragazzo per aver confezionato non solo il film dell'anno, ma il film di cui si discuterà ancora negli anni a venire...

Grazie J.J., che la Forza sia con te!

PS: mimetizzate da un trucco pesante o nascoste sotto un costume integrale, in questo episodio di Star Wars potete trovare delle comparse eccellenti: provate a scoprire, senza suggerimenti, dove compaiono Lupita Nyong'o (già Oscar 2014 per 12 Anni Schiavo), Simon Pegg (visto ne Le Avventure di Tintin), il regista cult Kevin Smith e Daniel Craig (proprio lui, lo 007 di Spectre).

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lunedì 21 settembre 2015

GLI INEDITI: A MOST VIOLENT YEAR, QUEL BRAVO RAGAZZO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2014
121'
Regia: J C. Chandor
Interpreti: Oscar Isaac, Jessica Chastain, Albert Brooks, Alessandro Nivola, David Oyelowo, Elyes Gabel, Catalina Sandino Moreno, Harris Yulin.


New York, 1981. Abel (Isaac) è un ispanico arrivato: ha una bella moglie (Chastain) e due bimbi, è proprietario di una ditta di raffinazione petrolifera e gli affari vanno a gonfie vele.

Però la sua ascesa dà fastidio a molti, al punto che qualcuno fa regolarmente picchiare i suoi dipendenti e gli ruba le autocisterne.

Come se non bastasse, gli si mette alle calcagna uno zelante procuratore afroamericano (Oyelowo), proprio mentre il nostro deve chiudere un'importante operazione commerciale.

J.C. Chandor è uno dei registi più interessanti degli ultimi anni: insieme ai colleghi Jeff Nichols (quello di Take Shelter e Mud) e Ned Benson (splendido esordiente con The Disappearance of Eleanor Rigby) guida una nuova generazione di Autori che promette più che bene.

Avevamo scritto del suo All Is Lost del 2013 ed avevamo già segnalato A Most Violent Year come film da vedere.
E ora che lo abbiamo visto - nonostante in Italia sia ancora inedito - possiamo dire che l'attesa è stata ripagata ampiamente.

Il cineasta del New Jersey porta avanti anche in questa occasione il suo discorso sull'uomo contemporaneo che si trova ad affrontare forze molto più grandi di lui: nella sua pellicola d'esordio Margin Call del 2011 parla di un gruppo di analisti di una grande banca di investimenti di fronte all'inizio della crisi finanziaria; in quella con Robert Redford di un uomo solo in balia della forza della natura.

Stavolta tocca ad un imprenditore (Isaac) che prova a lavorare onestamente in condizioni veramente proibitive: la moglie (Chastain) è la figlia di un boss malavitoso ed è una maneggiona; i suoi concorrenti sono sleali e senza scrupoli; il prevenuto procuratore distrettuale (Oyelowo) lo mette sotto pressione con le sue indagini martellanti; i suoi dipendenti sono sull'orlo di una crisi di nervi per i continui atti criminali subiti (siamo nella New York del 1981 - anno statisticamente tra i più violenti nella storia della Grande Mela - e sono ancora lontani i tempi della Tolleranza Zero di Rudolph Giuliani).

Probabilmente non è un caso che il nome del protagonista sia Abel, vittima di un mondo dove tutti i Caino sembrano accanirsi contro questo loro fratello; mentre il cognome è Morales (che suona quasi come morals, ossia "morale"), ad indicarne l'integrità.
In pratica l'anti-Michael Corleone, il personaggio interpretato da Al Pacino nella saga de Il Padrino di Coppola.

Se riuscirà a rimanere fermo nei suoi principi, questo non ve lo sveliamo - anche perché vi toglieremmo il gusto di seguire lo svolgimento della storia.

L'azione volutamente frenata, una fotografia livida, i paesaggi della metropoli freddi (non solo per il clima), i vestiti d'epoca (tra i quali degli elegantissimi Armani rigorosamente del 1981!), la colonna sonora di Alex Ebert (vincitore del Golden Globe 2014 per la precedente pellicola chandoriana): tutto contribuisce a questo senso di attesa e il regista si dimostra davvero efficace nel tenere sotto pressione fino alla fine una materia pronta a deflagrare da un momento all'altro.

La specialità di Chandor, però, è la direzione degli attori, dai quali riesce a ottenere sempre notevoli prove: in Margin Call aveva a disposizione un cast che comprendeva Kevin Spacey, Demi Moore, Stanley Tucci, Jeremy Irons, Paul Bettany, Simon Baker; in All Is Lost un Robert Redford in grandissimo spolvero.

Per A Most Violent Year ha potuto contare su interpreti di un certo livello per le parti secondarie - David Oyelowo (già visto in Interstellar, Selma), Albert Brooks (Taxi Driver, Drive), Alessandro Nivola (American Hustle, Selma), Elyes Gabel (World War Z, Interstellar), Catalina Sandino Moreno (Maria Full of Grace - per il quale venne candidata agli Oscar nel 2005 come migliore attrice -, Cristiada).

Ma soprattutto sono i protagonisti a lasciare il segno.
Di Jessica Chastain, se continua così, non smetteremo mai di tessere le lodi: anche in questo caso la sua performance è eccellente.
Lo sappiamo che rischiamo di essere un po' ripetitivi quando si tratta di lei, ma con un'attrice così...

Riguardo ad Oscar Isaac - che ha recitato in film quali il Robin Hood di Ridley Scott, Drive, Cristiada, Inside Llewyn Davis-A Proposito di Davis - qui offre un'interpretazione che impressiona per intensità, espressività, presenza scenica.

La sua scelta era stata caldamente consigliata al regista dalla nostra Jessica - i due erano compagni di corso alla Juilliard School - e si è rivelata ottima: il "ragazzo" ha talento e carisma da vendere.

[P.S. Avete notato che bella rimpatriata di attori per questo film?!]

A breve i due ritorneranno sul grande schermo con due tra i film più attesi dell'anno: il grande pubblico imparerà a conoscere lui grazie al ruolo di Poe Dameron in Star Wars-Il Risveglio della Forza (settimo capitolo della saga di Guerre Stellari); mentre lei sarà l'affascinante Lady Lucille Sharpe in Crimson Peak di Guillermo del Toro.

Che i riflettori della ribalta su Jessica Chastain e Oscar Isaac convincano i distributori italiani a sfruttare il traino e a far uscire finalmente nelle sale anche il meritevole A Most Violent Year?

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venerdì 28 febbraio 2014

ALL IS LOST, IL VECCHIO REDFORD E IL MARE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2013
100'
Regia: J.C. Chandor
Interprete: Robert Redford.


Un container in mare aperto può rovinarti una bella vacanza?
Beh, non chiedetelo al protagonista di All Is Lost, visto che è proprio un gigantesco contenitore galleggiante abbandonato a speronare la sua bella barca a vela, creandogli problemi a non finire.
Primo fra tutti, quello di trovarsi naufrago da solo, nel bel mezzo dell'Oceano Indiano, lontanissimo da una qualsiasi terra emersa.

Bella sfida, quella affrontata da J.C. Chandor, alla sua seconda regia dopo l'acclamato Margin Call: se nella sua opera prima un cast affollato di star (Kevin Spacey, Paul Bettany, Jeremy Irons, Demi Moore, Stanley Tucci, Simon Baker...) era alle prese con la crisi economica e finanziaria, questa volta è un solo uomo al centro della vicenda.
Ed è pure taciturno.

E sì, in questa storia la voce del naufrago solitario non si sente quasi mai - se non in poche scene - e i suoni dominanti sono lo sciabordare del mare, il fragore della tempesta, il sibilo del vento.
La colonna sonora è, per il resto, quasi del tutto assente (e nonostante ciò ha vinto un Golden Globe!).

Candidature agli Oscar? Ne avrebbe meritate parecchie, almeno quella di miglior attore per l'immarcescibile Robert Redford, buttatosi anima e corpo in un ruolo anche fisicamente impegnativo, e non solo per un ultrasettantenne.
E invece l'Academy si è snobisticamente limitata ad una sola nomination, per il miglior montaggio sonoro. Mah...

Un po’ Il Vecchio e il Mare, un po’ Into The Wild in versione oceanica, la pellicola è tematicamente vicina al norvegese Kon-Tiki, che vi abbiamo da poco recensito.
In più però aggiunge un sottile sottotesto politico: emblematica la scena il cui il nostro – impegnato a segnalare la propria posizione nella speranza di essere salvato – viene platealmente ignorato dalla portacontainer Maersk.

Forse Redford, una vita da liberal con a cuore i temi ambientali, è venuto a conoscenza del progetto di costruzione della piattaforma portuale di Vado Ligure (Sv) – promosso dalle lobby industriali e dai principali partiti politici per compiacere la potente compagnia danese – e ha voluto esprimere implicitamente il proprio sostegno alla popolazione, che da anni combatte pacificamente contro quest'opera? Chissà...

Comunque sia, il messaggio della pellicola è invece esplicito: la speranza è l’ultima a morire, come suggella simbolicamente il bellissimo finale.
Perché forse non siamo soli.
Forse non tutto è perduto.

PS: Chandor attualmente ha in cantiere un thriller ambientato a New York dal titolo A Most Violent Year, con Oscar Isaac (protagonista di Inside Llewyn Davis e presente anche in Cristiada) e una nostra vecchia - si fa per dire, eh... - conoscenza: Jessica Chastain!
Segnato sull'agenda: da vedere!

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domenica 3 novembre 2013

GLI INEDITI: CRISTIADA, CHI HA PAURA DEI CRISTEROS?

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA/Messico, 2011
143'
Regia: Dean Wright
Interpreti: Andy Garcia, Eva Longoria, Oscar Isaac, Bruce Greenwood, Nestor Carbonell, Bruce McGill, Rubén Blades, Peter O'Toole.


Messico, 1926. Il presidente massone e anticlericale Calles impone una legge molto repressiva della libertà di religione: i sacerdoti sono deportati o ammazzati; ogni forma di culto viene bandita; i fedeli sono arrestati, torturati o fucilati; le chiese vengono chiuse, saccheggiate e profanate.

Scoppia la Cristiada, cioè la rivolta di una numerosa parte della popolazione cattolica contro il terrore e le vessazioni perpetrati dal governo: al grido di "¡Viva Cristo Rey!" (ovvero: "Viva Cristo Re!") i ribelli - detti Cristeros - ingaggiano una vera e propria guerra contro l'esercito regolare, durante la quale essi combatteranno eroicamente per 3 anni, senza però riuscire a prevalere.
Molti dei martiri di questa sollevazione verranno successivamente canonizzati e beatificati dai papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Tra di loro, il quattordicenne José Sánchez del Río.

A questa pagina sanguinosa - i morti furono parecchie decine di migliaia di persone - della storia del secolo scorso si è ispirato questo film del 2011, grande successo di pubblico in Messico (e negli USA, dove è uscito col titolo For Greater Glory), ma in Italia rimasto incredibilmente inedito.

Non si capisce infatti come mai non sia stato distribuito nel nostro Paese.
Tema troppo scottante? Cristiani che difendono la propria fede e la propria libertà religiosa: se si trattasse di una censura su questo argomento saremmo di fronte ad un caso di pura imbecillità ideologica da parte dei distributori nostrani, di pregiudizi anticattolici indegni di un Paese civile.
Scarso appeal commerciale? Andiamo, nelle nostre sale vengono proiettate pellicole che attirano solo poche decine di persone. Questa ha un cast accattivante con almeno due nomi di grande richiamo (Andy Garcia ed Eva Longoria).

Scarsa qualità artistica? Beh, il regista è un esordiente - precedentemente ha curato gli effetti speciali delle ultime due parti della trilogia di Il Signore degli Anelli - e la sua direzione è diligente ma senza guizzi; il ritmo non è molto sostenuto, se non verso la fine.
Ma la fotografia è curata; le interpretazioni sono dignitose - bravi, in particolare, il divo Garcia e quell'Oscar Isaac che tanto ha impressionato nell'edizione di quest'anno del Festival di Cannes; la colonna sonora è curata nientepopodimeno che da James Horner (quello di Braveheart, Titanic e Avatar, per intenderci).

Insomma, pur non potendo definire Cristiada un film perfetto, non possiamo non consigliarlo, nonostante tutto.
Se non altro, perché rappresenta una testimonianza importante su un periodo oscuro della storia del Novecento, un periodo di barbarie indicibile macchiato dal sangue di tanti innocenti: alla fine della pellicola scorrono foto e filmati d'epoca con i volti dei veri protagonisti della vicenda, immagini impressionanti di un passato dimenticato e rimosso.
Anche dai cinema italiani, purtroppo.

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