CINEMA A BOMBA!

martedì 26 maggio 2026

CANNES 2026. QUANTI PAREGGI

Dall'alto: Cristian Mungiu con la Palma d'Oro, in mezzo al cast del suo Fjord; Tao Okamoto e Virginie Efira, migliori attrici; Peter Jackson (a destra) premiato alla carriera da Elijah Wood.


L'edizione numero 79 del Festival di Cannes è stata vinta da Fjord, che come il titolo suggerisce è un dramma d'ambientazione scandinava (Norvegia, per la precisione), benché diretto da un cineasta rumeno.
Cristian Mungiu, che avevamo correttamente indicato come uno dei favoriti alla Palma d'Oro, è un abitué della Croisette e nel 2012 l'avevamo visto conquistare il Prix du scénario, come ricorderete.

Scorrendo l'elenco dei vincitori salta all'occhio quanti premi siano stati assegnati ex aequo, come se il regista Park Chan-wook e la Giuria da lui capitanata - di cui facevano parte, tra gli altri, anche la collega Chloé Zhao, lo sceneggiatore/avvocato Paul Laverty e l'attore Isaach de Bankolé - non avesse voluto far torto a nessuno.

Un "cerchiobottismo" che purtroppo abbiamo già pervenuto altre volte in questa kermesse e va di pari passo con una penuria quasi cronica di opere e autori "forti" in competizione.
Da diversi anni ormai i divi e i cineasti di prima sembrano prediligere la concorrente Mostra del Cinema di Venezia, con grande scorno dell'eterno direttore artistico di Cannes, Thierry Frémaux.

In attesa di scoprire quali assi nella manica tirerà fuori l'omologo Alberto Barbera per la Laguna, dall'altra parte delle Alpi nessuno ha obiettato per il premio assegnato alle protagoniste Tao Okamoto e Virginie Efira di Kyū ni guai ga waruku naru (traducibile come: "sentirsi male all'improvviso"), mentre il contentino a Hollywood è arrivato dalle Palme alla carriera.

Assente la "cantattrice" Barbra Streisand per problemi personali, a ritirare il riconoscimento sono stati John Travolta, che ha presentato il proprio esordio dietro la cinepresa (una commedia dal bizzarro titolo Propeller One-Way Night Coach), e Peter Jackson.
Il regista neozelandese de Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit ha ricevuto il premio dalla mani di uno dei suoi attori prediletti, Elijah Wood, in quello che è stato uno dei momenti più toccanti della rassegna.

Poco altro da segnalare in questa edizione, tra le più incolori degli ultimi anni. Ci si rifarà l'anno prossimo?
Intanto vedremo come andrà, tra pochi mesi, la Mostra di Venezia.


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martedì 28 giugno 2022

ANDALUSA. THE LIMITS OF CONTROL, USATE LA VOSTRA IMMAGINAZIONE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2009
116'
Regia: Jim Jarmusch
Con: Isaach de Bankolé, Paz de la Huerta, Tilda Swinton, Gael García Bernal, John Hurt, Bill Murray.


Ricordate lo speciale AMERICANA del 2015?
Ora che anche l'ultimo co-fondatore del nostro blog è convolato a nozze, non possiamo che recensire un film ambientato proprio nella terra che Fran sta visitando in questi giorni insieme alla sua bellissima neosposa Debora: l'Andalusia!

La comunità autonoma spagnola è la vera protagonista di un lungometraggio tra i più ostici e criptici di Jim Jarmusch, cineasta indipendente che ricordiamo per Daunbailò, Mystery Train e il più recente I Morti non Muoiono (presentato in concorso a Cannes 2019, per chi lo avesse dimenticato).

Quasi impossibile riassumerne la trama: un killer professionista (de Bankolé) è incaricato di uccidere un uomo d'affari americano (Murray), ma lungo il tragitto incontra tutta una serie di personaggi misteriosi, tra cui una donna sempre nuda o seminuda (de la Huerta) che sembra conoscerlo bene...

Tempi dilatati, dialoghi ridotti all'osso e comunque indecifrabili, intreccio inesplicabile: in The Limits of Control contano soprattutto l'atmosfera, la classe registica e il cast.

E che cast: tra i tanti amici e collaboratori storici di Jarmusch fanno macchia Paz de la Huerta (non un granché a recitare, ma almeno un bel vedere), l'anziano John Hurt (da noi incontrato a Venezia 2011) e il comico Bill Murray in uno dei suoi rari ruoli seri.

Curiosamente, guardando la pellicola abbiamo avuto la sensazione che ad essa - pur fatta la tara dei difetti - manchi qualcosa.
Ci è voluto un po' per capirlo: manca Joe Strummer.

Il compianto cantautore inglese sarebbe stato perfetto in un ruolo di supporto, considerando tanto la reciproca stima col regista quanto l'ambientazione: verso la metà degli anni 80 Joe andò a vivere per un certo periodo di tempo proprio in quelle zone, in incognito, per riprendersi dal traumatico scioglimento dei suoi Clash.

Inutile dire che la sua presenza avrebbe alzato l'asticella qualitativa di un film che così com'è risulta un mero esercizio di stile, un in-joke, un'amenità cinematografica.
For fans only? Sì, oppure per spettatori molto pazienti e/o dotati di tanta, tanta immaginazione.


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