CINEMA A BOMBA!

giovedì 30 gennaio 2025

A COMPLETE UNKNOWN, BOB DYLAN DA PROFETA A GIUDA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2024
140'
Regia: James Mangold
Interpreti: Timothée Chalamet, Edward Norton, Monica Barbaro, Elle Fanning, Dan Fogler, Boyd Holbrook.


Si racconta la prima parte della carriera di Bob Dylan, all'inizio degli anni 60: dagli esordi folk nel Greenwich Village, passando per la rapidissima ascesa a (riluttante) "voce di una generazione", fino alla controversa svolta rock di Newport che divise i suoi fan.

In mezzo ci sono le sue burrascose relazioni: con colleghi, manager, ragazze (l'italoamericana Suze Rotolo, che qui si chiama Sylvie Russo, e la cantautrice Joan Baez) e il proprio pubblico.


A James Mangold devono piacere i biopic sui musicisti famosi: anni fa girò Walk the Line su Johnny Cash, stavolta ha alzato il tiro occupandosi addirittura di un mostro sacro come Bob Dylan.
Cash - amico di Dylan - compare anche qui, ma anziché dal premio Oscar Joaquin Phoenix stavolta è interpretato - piuttosto bene - da Boyd Holbrook.

L'attore di The Sandman non è l'unico a meritare elogi: complici trucco e costumi, l'abilità mimetica del cast è stupefacente.
E se le interpreti femminili - per quanto brave - in verità non assomigliano moltissimo alle loro controparti reali (specie Fanning/Rotolo), Norton nei panni di Pete Seeger e Chalamet come Dylan lasciano a bocca aperta.

Il protagonista di Dune e Wonka non solo ha una buona somiglianza con Bob da giovane, ma si capisce che lo ha studiato a fondo: imita alla perfezione il suo modo di parlare e camminare, la sua postura, le sue espressioni facciali.
E canta esattamente come lui.

Qui sta il bello: gli attori nel film non solo cantano davvero, ma riecono pure a farlo copiando lo stile vocale dei personaggi!
Le canzoni, benché in versioni un po' scorciate, vengono proposte per intero e sono così frequenti che la pellicola potrebbe quasi essere catalogata come un musical.

Il regista di Logan e di Indiana Jones 5, anche co-sceneggiatore, si concentra sulla parte personale e artistica di Bob, trascurando quella socio-politica: si vede il protagonista diventare il riferimento della scena folk, ma non - come nella realtà - anche del contiguo movimento dei diritti civili.

Grazie anche ad un'accurata ricostruzione storica (ottimi costumi e scenografie), ci troviamo di fronte a uno dei film dell'anno, con un Chamalet magistrale che ha già le mani sull'Oscar, al netto della proverbiale miopia dell'Academy.

Rimane intatto il "mistero Dylan" che il film non cerca neppure di scalfire molto: un personaggio contraddittorio ed enigmatico, amato e odiato in maniera altrettanto esagerata, capace però col proprio genio compositivo di cambiare la storia della musica (e non solo: è l'unica persona ad aver vinto il premio Oscar, il premio Pulitzer e persino il premio Nobel alla letteratura!).

Un uomo che, nonostante la fama e il valore del proprio contributo artistico, per il grande pubblico risulta ancora oggi - come esplicitato dal titolo - "un completo sconosciuto".


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sabato 25 gennaio 2025

DAVID LYNCH. L'UOMO DEI SOGNI

David Lynch durante le riprese dell'ultima stagione di Twin Peaks.  


David Lynch è morto.
Una perdita incommensurabile per il mondo del cinema - è stato uno dei migliori e più importanti cineasti di tutti i tempi - e non solo.

Classe 1946, originario di Missoula (Montana), King David era l'ultimo Uomo del Rinascimento.
Dei suoi film era regista, sceneggiatore, produttore, sound designer, ma occasionalmente anche attore (pure per conto terzi: solo un paio di anni fa aveva interpretato John Ford in The Fabelmans di Steven Spielberg), direttore di fotografia, montatore, compositore.

Per non parlare dei suoi lavori extra-cinematografici: era un apprezzato pittore, fotografo, arredatore, vignettista; aveva realizzato alcuni dischi musicali, prima come produttore e paroliere, poi come musicista d'avanguardia, infine come cantautore sui generis; aveva aperto un esclusivo club a Parigi e fondato un'associazione di grande successo che promuove la meditazione trascendentale.

Fu tra i primi cineasti di successo a intuire le potenzialità dell'allora "snobbatissimo" mezzo televisivo, cambiando le regole del gioco col seminale serial Twin Peaks, un cult ancora oggi, a distanza di 35 anni.
Apprezzatissimo in Europa, ma Hollywood - che era diventata la sua casa - non lo capì mai davvero: vinse la Palma d'Oro a Cannes (dove fu insignito 2 volte anche come miglior regista) e il Leone d'Oro a Venezia (alla carriera), ma non ottenne mai un Oscar, nonostante diverse candidature.

Si dice che Fellini girasse film ispirati ai propri sogni; Lynch invece metteva in immagini i propri incubi, e li condivideva col mondo.
Le sue pellicole erano quasi sempre così ermetiche da risultare incomprensibili, ma lui non ci badava: dirigeva film come un pittore dipinge quadri, incurante del significato, ma interessatissimo alla reazione che avrebbero suscitato negli spettatori.

Vi lasciamo qui sotto la sua filmografia principale con le nostre recensioni, consci che non basteranno a definire la grandezza della sua opera, unica nella storia del cinema.
Grazie di tutto, David.


Eraserhead (1977)

 
Un uomo dai capelli ritti (Jack Nance) rimane sconvolto quando la sua ragazza partorisce un esserino mostruoso.

Impossibile raccontare per esteso la trama dell’opera prima di David Lynch, girata tra mille difficoltà con un budget minimo: si tratta per lo più di scene criptiche e oniriche che creano angoscia e disagio, metaforizzando la paura della paternità.

Espressionista, con una fotografia sgranata in bianco e nero, divenne il film preferito da Stanley Kubrick e un piccolo cult nei cinema d’essai.
Delirante, ma già “lynchiano” al 100%.


The Elephant Man (1980)

 
Un uomo deforme ma dall’animo gentile (John Hurt) viene portato via da un circo da un medico (Anthony Hopkins) che fa di tutto per farlo diventare un gentiluomo inglese.

Dopo diversi cortometraggi e lo sperimentale Eraserhead, David firma la sua prima regia importante sotto l’ala del produttore Mel Brooks (sì, proprio quello di Frankenstein Junior!).

Ispirato ad una storia vera, il film è l’occasione per il regista di mostrare talento e sensibilità raccontando la vicenda di un “diverso” migliore di tanti “normali”.

Buoni sentimenti sì, sentimentalismo no.
Ebbe numerose nomination agli Oscar, comprese quelle per miglior film e regia.


Dune (1984)

 
Durante una guerra intergalattica tra due casate rivali, un giovane duca (Kyle MacLachlan) diventa la guida di un popolo misterioso che vive nel desertico pianeta Dune difendendo una potente spezia.

Tratto dall’omonima saga letteraria cult di Frank Herbert e sceneggiato dallo stesso Lynch, è un film atipico per il regista.
Costò svariati milioni di dollari e fallì miseramente al botteghino, probabilmente perché risulta incomprensibile o quasi, specie per chi non ha letto il complesso romanzo di partenza.

Tuttavia le scene, i costumi, le creature (di Carlo Rambaldi), gli effetti speciali e la regia visionaria lo rendono uno strano film d’autore.
Vero che ora siamo abituati all'adattamento di Denis Villeneuve, ma questo primo tentativo di mettere in immagini il famoso romanzo sci-fi sarebbe da rivalutare.


Velluto Blu (1986)

 
Dopo aver trovato per caso un orecchio mozzato, un giovane (Kyle MacLachlan) si improvvisa detective e scopre che un gangster psicotico (Dennis Hopper) ricatta una cantante di night club (Isabella Rossellini).

Quarto lungometraggio che confermò il talento visionario del regista e fissò definitivamente i canoni del suo personalissimo stile, fece scandalo e divise la critica tra detrattori veementi e adoratori entusiasti.

Thriller inquietante e onirico, volutamente provocatorio, racconta una discesa agli inferi con catarsi finale che si può leggere come metafora del difficile passaggio dall’adolescenza all’età adulta, ma anche come riflessione sul cinema e la sua funzione voyeuristica.
Disturbante per chi ama i film classici e lineari, affascinante per chi accetta di entrare nel meccanismo della messinscena.

Numerosi i momenti di grande cinema, perfetta la colonna sonora vintage.
Hopper disegna un cattivo da antologia.


Cuore Selvaggio (1990)

 
Due sbandati (Laura Dern e Nicolas Cage) attraversano gli States per fuggire alla possessiva madre di lei, che assolda un investigatore privato (Harry Dean Stanton) e un gangster perché li rintraccino.

Grottesco noir on the road, con punte di splatter estremo, vinse a sorpresa la Palma d’oro a Cannes e confermò David Lynch come il regista più intelligente e provocatorio del nuovo cinema americano.
A conti fatti, si può considerare anche come un precursore del pulp tarantiniano.

Rispetto al romanzo di Barry Gifford da cui è tratto, il regista ha accentuato i toni onirici e fiabeschi, aggiungendo iterati riferimenti a Elvis e a Il Mago di Oz, e ribaltando completamente il finale.

Non è il film migliore di Lynch, ma è pieno di sequenze memorabili (la serenata di Cage in discoteca e l’impressionante incidente automobilistico notturno, solo per citarne due, peraltro assenti nel libro).
Solito, grande cast in cui si distingue il perverso/simpatico Dafoe.


Twin Peaks (1990-91)

 
La misteriosa uccisione di una ragazzina (Sheryl Lee) scuote Twin Peaks, paesino di provincia i cui abitanti nascondono ipocrisie e oscuri segreti.
Viene mandato a investigare un agente dell'FBI dai metodi non convenzionali (Kyle MacLachlan).

Storia di delitti e intrighi in una provincia montana americana, fu il serial più importante della storia della televisione (almeno fino a Lost).
Rivoluzionò i canoni del genere annullando il confine tra grande e piccolo schermo, segnando l’apice della popolarità del grande David Lynch che l’ideò col co-sceneggiatore Mark Frost (vedi il dittico dei Fantastici 4) e diresse alcuni episodi.

Alternando momenti di spavento e mistero a scenette quasi demenziali di umorismo surreale, costrinse gli spettatori di tutto il mondo a scervellarsi per rispondere alla domanda: "Chi ha ucciso Laura Palmer?"
Operazione di marketing geniale, ma in retrospettiva molte delle puntate che non vedono il coinvolgimento diretto di Lynch e Frost risultano deboli.

Musiche indimenticabili di Angelo Badalamenti, collaboratore storico del regista, e MacLachlan nel ruolo della vita.
Tra i comprimari spicca lo spassoso Albert impersonato da Miguel Ferrer.


Twin Peaks: Fuoco Cammina con Me (1992)

 
Indagando sulla morte di una giovane, due agenti dell’FBI (Chris Isaak e Kiefer Sutherland) scompaiono nel nulla. Un altro agente (Kyle MacLachlan) scopre di avere poteri paranormali.
Laura Palmer (Sheryl Lee), studentessa modello di giorno, conduce una vita dissoluta di notte.

Dopo un successo così clamoroso, era ovvio che David tornasse a Twin Peaks; questa versione cinematografica è però un prequel, cioè un racconto degli antefatti della vicenda.
Un fiasco totale: non risolve le lacune della serie, aggiungendone anzi di nuove, e ignora gran parte dei personaggi principali.

Il prologo è magistrale (una sequenza su tutte: la donna vestita di rosso che all’aeroporto mima messaggi in codice), poi il film diventa ridondante quando si concentra sul personaggio di Laura.
Finì per alienare critici e fan, che contestarono anche il tasso di violenza, nonostante qualche espediente sonoro di gran pregio.


Strade Perdute (1997)

 
Il sassofonista Fred (Bill Pullman) finisce in carcere per l’omicidio della moglie (Patricia Arquette), ma in cella si trasforma in un giovane meccanico (Balthazar Getty).
Questi, tornato a casa, instaura una pericolosa relazione con la pupa di un gangster (Robert Loggia), identica alla moglie del sassofonista.
A tirare le fila dell’intera vicenda sembra essere un misterioso omino ubiquo (Robert Blake).

Dopo il successo planetario di Twin Peaks, David torna al cinema con una delle sue opere più riuscite e rappresentative, probabilmente la più sottovalutata.
Il regista cerca di dare vita all’inconscio, ad un mondo onirico e irrazionale, inspiegabile come la trama del film, scritta a quattro mani col romanziere Barry Gifford (Cuore Selvaggio).

Immersa in un’atmosfera irreale, ambigua e plumbea (un po’ il marchio di fabbrica di Lynch), la pellicola si snoda incoerentemente come un incubo ad occhi aperti privilegiando lo stile alla storia, a riprova che il geniale cineasta americano era soprattutto un fabbricante di sensazioni, di emozioni forti.
Tra gli attori, perfetti Pullman e la Arquette e indimenticabile l’uomo misterioso impersonato da Blake.

Ultimo film per Jack Nance e Richard Pryor: il primo era stato con David fin dall'esordio di Eraserhead, il secondo - celebre stand-up comedian - è in uno dei suoi rari ruoli seri.


Una Storia Vera (1999)

 
Un anziano agricoltore (Richard Farnsworth) attraversa gli USA alla guida di un tagliaerba per poter rivedere il fratello malato (Harry Dean Stanton).

A 53 anni, sorprendentemente David Lynch cambia: realizza un film lento, molto ortodosso.
Bello, poetico e commovente, sereno e amaro allo stesso tempo, comincia e si conclude con la medesima contemplazione di un cielo stellato.

Pur senza rinunciare al proprio stile, ma lontano dalle provocazioni e dagli stravolgimenti che hanno fatto la sua fortuna, il regista mette parallelamente a confronto l’autunno della natura con l’inverno della vita, vincendo la scommessa di dimostrarsi un autore anche sensibile.
Bravissimo il veterano Richard Farnsworth nel ruolo principale.


Mulholland Drive (2001)

 
Hollywood: un’aspirante attrice (Naomi Watts) conosce una ragazza scampata a un incidente automobilistico (Laura Harring) e cerca di aiutarla a ricostruirne l’identità perduta.
Parallelamente, un regista (Justin Theroux) è vessato da alcuni gangster.

Premiato per la regia al Festival di Cannes e nominato agli Oscar nella medesima categoria, segna il ritorno di David Lynch al suo stile più personale, dopo la parentesi lineare e “moderata” di Una Storia Vera.
Il regista riprende e amplia il discorso da dove l’aveva lasciato con Strade Perdute: demolizione degli schemi, secondarietà della storia, perdita d’identità dei protagonisti.

Nella consueta atmosfera plumbea, tra eccessi e provocazioni, violenza ed enigmi inestricabili, cercare di dare un senso alla trama è inutile: il cinema di Lynch non ha bisogno di dar risposte, ha il solo scopo di trasmettere sensazioni violente, di scuotere lo spettatore, di mostrare (metaforicamente) la perdita di idee del cinema contemporaneo.

Considerato da alcuni critici come uno dei migliori film della storia del cinema: non esageriamo, ma è di certo l'ultimo grande lungometraggio di David e ha due protagoniste memorabili (più brava Watts, più sensuale Harring).


INLAND EMPIRE (2006)

 
Una famosa attrice (Laura Dern), impegnata nelle riprese di un film maledetto, perde progressivamente il senso della realtà e la propria identità.

Cinque anni dopo Mulholland Drive e diversi progetti “minori” (cortometraggi, animazioni, serie tv, album musicali...), Lynch torna al cinema con un film a basso costo, girato interamente con una videocamera digitale a mano che conferisce all’immagine un’accentuata sgranatura.

E’ forse, insieme all’iniziale Eraserhead, la sua opera più estrema, impegnativa anche per i suoi fan più accaniti: la durata è protratta per ben tre ore, la matassa narrativa inestricabile, la galleria dei personaggi eccessiva.
Non mancano rimandi e autocitazioni, come gli estratti da Rabbits, una sua bizzarra sit-com su una famiglia di conigli antropomorfi.

Come è più di prima Lynch si diverte a spiazzare gli spettatori lasciando molte domande irrisolte e pochi indizi: può essere considerato un genio o un folle, si può amarlo o odiarlo, ma in fondo è un regista che usa il cinema come un pittore usa il pennello sulla tela.

INLAND EMPIRE - sic, tutto in maiuscolo - è soprattutto un'opera-tributo all'ottima Laura Dern (alias Ellie di Jurassic Park), musa "lynchiana" il cui valore aggiunto è paragonabile a quello di Uma Thurman in Kill Bill di Tarantino.


Twin Peaks: Il Ritorno (2017)

 
Per ulteriori dettagli vi rimandiamo alla nostra precedente recensione.

Contro ogni previsione, a distanza di 25 anni David ritorna alla serie che lo aveva consacrato, ma stavolta scrive - in coppia col fidato Mark Frost - e dirige tutti gli episodi, approcciandosi alla materia come se fosse un lungometraggio suddiviso in capitoli piuttosto che come un telefilm a puntate.

Osannata dalla critica come e forse più delle precedenti, questa terza stagione risolve alcuni dei misteri rimasti in sospeso e ne aggiunge di nuovi, mentre i personaggi storici vengono affiancati da numerose new entry (tra queste, la più significativa è Laura Dern che dà finalmente il volto a Diane).

E' il canto del cigno di Lynch, la sua ultima opera, la chiusura del cerchio di una carriera che non ha eguali nella storia del cinema (e della tv).
Quanto ci mancherai, David.


PS: cogliete l'occasione per rileggere le recensioni che avevamo fatto ad alcuni cortometraggi del nostro! Le trovate qui sotto:
Boat + Lady Blue Shanghai + 3RS
Idem Paris
The Story of a Small Bug


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lunedì 16 dicembre 2024

I CLASSICI: WONKA, LA FAVOLA DI CIOCCOLATA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA/UK, 2023
116'
Regia: Paul King
Interpreti: Timothée Chalamet, Hugh Grant, Calah Lane, Keegan-Michael Key, Olivia Colman, Simon Farnaby, Sally Hawkins, Rowan Atkinson.


Il giovane Willy Wonka (Chalamet) arriva in una città con un sogno: aprire una cioccolateria gourmet.

Ma deve fare i conti col cartello del cioccolatai, i quali - invidiosi e preoccupati della sua concorrenza - hanno a libro paga la polizia e la Chiesa locali.

Tuttavia il nostro può contare su due strani alleati: una ragazzina in cerca della propria madre (Lane) e uno scorbutico folletto Oompa-Loompa (Grant)...


Uscito un anno fa coi favori della critica, questo è il terzo adattamento per il grande schermo del classico letterario La Fabbrica di Cioccolata di Roald Dahl.
In verità è una storia originale prequel, che ha più in comune con la pellicola originale del 1971 con Gene Wilder che non col successivo remake di Tim Burton con Johnny Depp.

Ne sono autori il regista King e il co-sceneggiatore/attore Farnaby, ossia lo stesso team dei due Paddington, come al solito coadiuvati dal produttore David Heyman (quello dei film di Harry Potter).

La loro versione del personaggio - complice l'insolita scelta di affidarne il ruolo all'ubiquo Chalamet di Dune - è sobria, family-friendly, quasi "disneiana".
Questo Wonka è più giovane, forse meno eccentrico e di certo meno inquietante di quello immortalato dai predecessori.

Ma sottostante la superficie "leggera", la pellicola serba un'anima satirica, non lesinando frecciatine alla società dei consumi, alle corporazioni economiche, alle forze dell'ordine e alle istituzioni ecclesiali.

Oltre al protagonista, nel cast si segnalano Grant in un ruolo agli antipodi del libraio di Notting Hill e Key, metà del duo comico americano Key & Peele (l'altro è il regista premio Oscar di Get Out).
Occhio anche ai cammei di Hawkins (dopo i fasti di The Shape of Water) e di Atkinson (alias Mr. Bean).

A metà strada tra musical fiabesco e commedia di buoni sentimenti, con un pizzico di neo-realismo (i dolci che si vedono nel film sono veri e sono stati realizzati appositamente da una maître chocolatier italiana!), Wonka è un gradevolissimo lungometraggio adatto a tutti.

E chissà che guardandolo, in attesa dell'inevitabile seguito, non vi venga voglia - come è successo a noi - di prepararvi una bella tazza di cioccolata calda.


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martedì 26 marzo 2024

I CLASSICI: E.T.-L'EXTRATERRESTRE, IL MESSIA VENUTO DALLO SPAZIO?

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 1982
114'
Regia: Steven Spielberg
Interpreti: Henry Thomas, Dee Wallace, Peter Coyote, Robert MacNaughton, Drew Barrymore, Erika Eleniak.


Los Angeles. Un'astronave aliena di passaggio sulla Terra è costretta a fuggire in fretta e furia lasciando sul campo il piccolo E.T.
Questi si rifugia in una casa dove vivono una madre separata (Wallace) con 3 figli.

Qui l'extraterrestre fa amicizia col giovane Elliot (Thomas), figlio di mezzo della famiglia.
Il bambino cerca di tenere nascosto il nuovo amico, ma scienziati e uomini del governo sono sulle tracce del clandestino...


Uno dei film più riconoscibili di Spielberg.
Uno degli incassi più clamorosi mai registati.
In breve, una delle opere più memorabili della storia del cinema.

La storia - parzialmente autobiografica, ma firmata dalla sceneggiatrice Melissa Mathison (la prima moglie di Harrison Ford, il quale compariva nei panni del preside della scuola in una scena poi tagliata) - presenta molti dei τòποι di Mastro Steven: il padre assente, il bambino un po' emarginato, la necessità di comprendersi con esseri (persone) anche molto distanti da noi, la dimensione fiabesca.

Alcuni critici ne hanno dato anche una lettura cristologica: scelta insolita per un ebreo come il regista, che infatti ha sempre rifiutato questa teoria.
Tuttavia le analogie, così come in altre pellicole coeve come Dune e RoboCop, si potrebbero trovare (con un po' di fantasia): E.T. come Messia venuto da un altro mondo, messaggero pacifico tra gli uomini che si "sacrifica" e "risorge", rappresentante di un bene universale e assoluto.

Al di là delle interpretazioni più o meno arrischiate, il film è esemplare in termini anche puramente tecnici: musiche (composte dal solito John Williams) ed effetti speciali vinsero complessivamente 4 Oscar, uno dei quali andò al leggendario artista italiano Carlo Rambaldi, con cui Steven aveva già lavorato in Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo e a cui si deve qui il pupazzo mobile di E.T.

Girato in larga parte ad altezza di bambino (o di piccolo alieno), a tratti in soggettiva e spesso con le teste degli adulti fuori campo (espediente registico geniale), il lungometraggio ha diversi episodi iconici: il protagonista che indica la finestra col dito, la bici che prende il volo e si staglia sulla luna, il finale strappalacrime nella foresta.

Rivendendolo a distanza di anni si può notare come gli elementi più "pesanti" o thrilling siano bilanciati da quelli "leggeri" e comici.
Tra le sequenze più divertenti ricordiamo: le gag di E.T. tramortito dalla porta del frigo o svenuto per colpa del flash della polaroid (senza che la mamma se ne accorga mai); la scena di Halloween in cui l'alieno incontra un bimbo vestito da Yoda di Star Wars e sembra riconoscerlo (Lucas ricambierà l'omaggio facendo comparire il piccolo extraterrestre tra i banchi del Senato ne La Minaccia Fantasma); il protagonista che cade nella vasca da bagno.

Estremamente influente (la serie Stranger Things lo ha "saccheggiato" in lungo e in largo) e adatto ad ogni età o quasi, E.T.-L'Extraterrestre è un capolavoro da riscoprire, una delle gemme più preziose di quel tesoro del cinema che è Steven Spielberg.


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giovedì 14 marzo 2024

DUNE - PARTE 2, L'INFLUENCER DEL PIANETA DESERTICO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2024
165'
Regia: Denis Villeneuve
Interpreti: Timothée Chalamet, Zendaya, Austin Butler, Rebecca Ferguson, Javier Bardem, Josh Brolin, Stellan Skarsgård, Dave Bautista, Charlotte Rampling, Christopher Walken, Florence Pugh, Léa Seydoux, Anya Taylor-Joy.


A seguito delle vicende narrate nella prima parte, i sopravvissuti di Casa Atreides - Paul (Chalamet) e sua madre Jessica (Ferguson), con in grembo la secondogenita Alia (Taylor-Joy) - si sono uniti ai guerrieri Fremen guidati dal coraggioso Stilgar (Bardem).

Il giovane principe si lega alla fiera Chani (Zendaya) e preparara la propria vendetta contro i perfidi Harkonnen, il cui Barone (Skarsgård) ha indentificato come proprio erede il violento e disturbato Feyd-Rautha (Butler).
E qual è il ruolo dell'imperatore (Walken), di sua figlia Irulan (Pugh) e della strega Mohiam (Rampling) nella vicenda?


Per descrivere questa pellicola, c'è chi ha tirato in ballo L'Impero Colpisce Ancora, il primo seguito della saga di Star Wars, chi invece Le Due Torri, secondo capitolo della trilogia de Il Signore degli Anelli.
Paragoni azzardati?

Non del tutto, per diverse ragioni: Dune-Parte 2 è più ricco di azione rispetto al precedente, i protagonisti e le loro motivazioni sono sviluppati e approfonditi, nuovi personaggi vengono introdotti e, benché il grosso dell'intreccio narrativo venga risolto, rimane aperta - anzi, spalancata - la porta a una terza parte (con ogni probabilità basata sul secondo romanzo del romanziere-ideatore Frank Herbert).

L'ambizioso e visionario Denis Villeneuve rinuncia almeno in parte al lirismo contemplativo che appesantiva un po' il primo capitolo, accelerando il ritmo e indugendo maggiormente sui combattimenti, splendidamente coreografati.
Non che abbia trasformato l'opera in un blockbuster "picchiatutto": i momenti di riflessione non mancano e sono piuttosto profondi.

Tra le righe del racconto c'è una critica mica tanto velata al potere (religioso, politico, economico) e soprattuto un'analisi alquanto cruda del fanatismo.
Paul è un messia riluttante, un giovane uomo animato da buone intenzioni e sinceramente affezionato ai propri amici, il che però non gli impedisce di sfruttare la loro supersitizione a proprio vantaggio.

In questo personaggio complesso (bravo Chalamet nell'esprimerne l'ambiguità etica) non è difficile individuare uno specchio della nostra società, dominata da pletore di influencer, divi, uomini (o donne) "forti" al comando, tutte/i accompagnati da un'idolatria che finisce per fomentare ego ipertrofico e culto della personalità.

Entrano a far parte del cast, tra gli altri, gli emergenti Butler (vincitore di un Golden Globe l'anno scorso), Pugh (già vista in Black Widow e Oppenheimer) e Taylor-Joy (la ricordate in The Northman?), mentre tra i "confermati" stavolta hanno più spazio Bardem e Zendaya (la MJ degli ultimi Spider-Man è praticamente una co-protagonista).

Come sempre notevoli i contributi tecnici, specie scenografie, costumi e fotografia (la battaglia nell'arena in bianco e nero è visivamente suggestiva), ma le musiche di Hans Zimmer - che la volta scorsa si aggiudicarono addirittura un Oscar! - continuano a sembrarci fastidiosamente assordanti.

Accantonati i tempi laschi di Blade Runner 2049 (un'altra controversa pellicola del regista canadese) e del precedente Dune - Parte 1, Villeneuve ha trovato il passo giusto e firmato quello che facilmente può essere considerato il suo capolavoro.

I fan della serie letteraria di Herbert possono dormire sonni tranquilli: la loro opera preferita è in buone mani.


[PS: ai cinefili più attenti non sfuggirà un omaggio esplicito al mitico David Lynch, il primo ad adattare Dune per il grande schermo esattamente 40 anni fa (battendo sul tempo Alejandro Jodorowsky, se ricordate); vi invitiamo a scovarlo, suggerendovi di aguzzare la vista e sopratutto prestare... orecchio.]


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mercoledì 11 maggio 2022

GLI INEDITI: CONFESSION OF A CHILD OF THE CENTURY, I DOLORI DEL GIOVANE PETER

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

UK/Francia/Germania, 2012
125'
Regia: Sylvie Verheyde
Con: Peter Doherty, Charlotte Gainsbourg, August Diehl, Lily Cole.


In depressione dopo la rottura con l'infedele fidanzata Elise (Cole), il giovane benestante Octave (Doherty) si immerge sempre più in un'esistenza dissoluta e apatica.
Un giorno incontra per caso Brigitte (Gainsbourg), donna più matura e single.

Tra i due nasce un'amicizia che si evolve rapidamente in un sentimento più profondo.
Basterà a salvare l'irrequieto libertino dal famigerato "male del secolo"?


L'Inghilterra ha una discreta tradizione di rocker prestati al cinema.
Si pensi ad esempio a Sting dei Police in Dune (l'originale di David Lynch, non il fresco rifacimento di Denis Villeneuve) oppure a Joe Strummer dei Clash in Straight to Hell e Mystery Train.

Ispirato all'omonima opera autobiografica scritta da Alfred de Musset nel 1836, il dramma storico che vi stiamo recensendo è il primo e finora unico excursus in ambito recitativo di Pete Doherty dei Libertines.
Purtroppo questo è anche l'unico vero motivo di interesse del film.

Poeta punk e bohémien, ex compagno della modella Kate Moss e idolo dei tabloid britannici, Pete - accreditato nei titoli come "Peter", con quella "r" finale che sa tanto di vezzeggiativo - sembra nato per interpretare questo ruolo.

Per essere un attore esordiente e dilettante, se la cava meglio di quanto si potrebbe pensare: difettando di tecnica, si appoggia al proprio carisma, adottando una strategia minimalista e infondendo al protagonista una credibile vulnerabilità.

Più brava, ma costretta in un personaggio un po' sfocato, Charlotte Gainsbourg - figlia del cantautore francese Serge e dell'attrice britannica Jane Birkin - con cui Doherty ha avuto una breve e strombazzata liaison proprio durante le riprese.

L'interprete di Independence Day: Rigenerazione compare solo dopo mezz'ora, ma ha almeno il merito di alzare il tono della pellicola.

Quello che, purtroppo, non si alza mai è il livello della regia, che rimane piatto e didascalico, con un abuso della cinepresa a spalla che dovrebbe conferire alle immagini un'idea di naturalezza e invece provoca agli spettatori un fastidioso senso di nausea.

Peccato, perché la prova complessiva del cast (tra i comprimari segnaliamo August Diehl, che era uno dei nazisti di Bastardi senza Gloria di Tarantino) e alcuni contributi tecnici (specie i costumi d'epoca) sono apprezzabili.

Presentato in concorso a Cannes 2012 nella sezione Un Certain Regard, Confession of a Child of the Century è stato massacrato dalla critica, al punto che in Italia non è uscito nelle sale, mentre in USA si è distinto solo per il fatto di essere stato il film che ha incassato di meno quell'anno (74 dollari in totale!).

Piaccia o meno, lo spleen di Pete Doherty rende meglio in musica che al cinema.


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martedì 29 marzo 2022

OSCAR 2022. CHI È SENZA PECCATO LANCI LA PRIMA SBERLA

(Dall'alto: la bellissima Jessica Chastain posa col proprio Oscar; Will Smith schiaffeggia Chris Rock; Nicole Kidman non riesce a crederci).


La 94a edizione degli Oscar - i premi cinematografici assegnati dalla Academy of Motion Picture Arts And Sciences - passerà alla storia soprattutto per lo schiaffone rifilato in diretta da un imbufalito Will Smith al comico Chris Rock, reo di aver fatto una battuta infelice sulla moglie del collega.

Un confronto all black che ha finito per mettere in ombra la vittoria del protagonista di Independence Day, così come quelle degli altri trionfatori della Notte delle Stelle, a partire dalla divina Jessica Chastain.

Gucci-vestita e bellissima come sempre, la rossa attrice californiana (e beniamina del nostro blog) l'ha spuntata nella "sfida del secolo": quella contro la bionda diva Nicole Kidman, che invece aveva prevalso ai Golden Globe.
Il biografico Gli Occhi di Tammy Faye ha finalmente permesso a Jessica di conquistare il riconoscimento che le spettava di diritto da un decennio, dopo che per ben due volte di fila si era vista soffiare la statuetta da attrici che avevano meritato meno di lei.

Ma non tutti i verdetti sono stati scontati, anzi: pochi - tra questi non c'è, modestia a parte, la nostra Redazione - si erano aspettati il trionfo del fantascientifico Dune (maggior numero di statuette vinte, per quanto tecniche) e del drammatico I Segni del Cuore (miglior film e miglior attore non protagonista allo spigoloso Troy Kotsur).
Due remake che evidenziano - più che altro nel secondo caso - scelte poco coraggiose o originali da parte dell'Academy, anche quest'anno più preocupata del "politicamente corretto" che dell'effettiva qualità delle pellicole in gara.

Così a pagare sono stati i film più amati dalla critica specializzata: il favoritissimo Il Potere del Cane e l'apprezzato West Side Story firmato Steven Spielberg.
Un solo Oscar ciascuno, benché "pesante": miglior regia al primo (Jane Campion, seconda donna consecutiva e terza assoluta, dopo Katherine Bigelow e Chloé Zhao) e miglior attrice non protagonista al secondo (Ariana DeBose, afro-portoricana di lontane origini italiane).

Se da un lato è curioso che sia stato premiato, tra gli altri, il cattivo di Venom (il rapper Riz Ahmed, co-autore del cortometraggio The Long Goodbye), dall'altro non c'è da stupirsi per i riconoscimenti ottenuti da Encanto (miglior film animato) e Drive My Car (miglior film internazionale).
Peccato per gli italiani Enrico Casarosa e Paolo Sorrentino, che concorrevano rispettivamente con Luca e È stata la Mano di Dio.

Non ce l'ha fatta nemmeno Spider-Man: No Way Home, a riprova del fatto che l'Academy non sia ancora pronta per incensare le opere di grande impatto popolare.

E l'attesissimo collegamento video col presidente ucraino Volodymyr Zelensky?
Neppure una menzione, con grande scorno di Sean Penn che l'aveva sponsorizzato molto.

Ci si può indignare per la battutaccia di un comico, ma non per una guerra che coinvolge - piaccia o meno - l'Occidente.
Anche questa è Hollywood.


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lunedì 28 marzo 2022

OSCAR 2022. I VINCITORI

(Will Smith prende a schiaffi Chris Rock).  


In un'edizione che verrà ricordata più per lo schiaffo dell'oscarizzato Will Smith al presentatore Chris Rock che per le pellicole premiate, le sorprese non sono mancate.

A vincere sono state I Segni del Cuore (miglior film) e Dune (maggior numero di statuette: ben 6), ma soprattutto la divina Jessica Chastain, finalmente insignita del riconoscimento che le spettava da un decennio.

Esce invece sconfitto il film che era strafavorito fino alla vigilia: Il Potere del Cane si deve accontentare di un solo Oscar, per la miglior regia (Jane Campion, seconda donna di fila a trionfare nella categoria).

E le previsioni di CINEMA A BOMBA?
Quest'anno ne abbiamo azzeccate complessivamente 21 su 23!

Il migliore della Redazione?
Fra ha battuto Fede di poco, 16 a 13.

Leggete tutti i premiati nell'elenco qui sotto e cliccate sui link per maggiori approfondimenti!


Miglior film:


CODA-I Segni del Cuore, regia di Sian Heder - FRA



Miglior regia:

Jane Campion - Il Potere del Cane - FEDE, FRA


Migliore attrice protagonista
Jessica Chastain - Gli Occhi di Tammy Faye - FEDE, FRA

Migliore attore protagonista
Will Smith - Una Famiglia Vincente (King Richard) - FEDE, FRA

Migliore attrice non protagonista
Ariana DeBose - West Side Story - FEDE, FRA

Migliore attore non protagonista
Troy Kotsur - I Segni del Cuore - FEDE, FRA

Miglior film d'animazione
Encanto, regia di Byron Howard e Jared Bush - FEDE, FRA

Miglior film internazionale
Drive My Car (Doraibu mai kā), regia di Ryūsuke Hamaguchi (Giappone) - FEDE, FRA

Migliore sceneggiatura originale
Kenneth Branagh - Belfast - FEDE

Migliore sceneggiatura non originale
Sian Heder - I Segni del Cuore (CODA) - FEDE

Migliore colonna sonora
Hans Zimmer - Dune

Migliore canzone
No Time To Die (musiche di Billie Eilish; testo di Billie Eilish e Finneas O'Connell) - No Time To Die - FEDE

Migliore fotografia
Greig Fraser - Dune - FRA

Migliore scenografia
Patrice Vermette - Dune- FRA

Miglior montaggio
Joe Walker - Dune - FRA

Migliori effetti speciali
Paul Lambert, Tristen Myles, Brian Connor e Gerd Nefzer - Dune - FEDE, FRA

Miglior sonoro
Mac Ruth, Mark Mangini, Theo Green, Doug Hemphill, Ron Bartlett - Dune - FRA

Migliori costumi
Jenny Beavan - Crudelia - FRA

Miglior trucco e acconciatura
Linda Dowds, Stephanie Ingram e Justin Raleigh - Gli Occhi di Tammy Faye - FEDE

Miglior documentario
Summer of Soul, regia di Questlove, Joseph Patel, Robert Fyvolent e David Dinerstein - FRA

Miglior cortometraggio documentario
The Queen of Basketball, regia di Ben Proudfoot - FRA

Miglior cortometraggio
The Long Goodbye, regia di Aneil Karia e Riz Ahmed - FEDE

Miglior cortometraggio d'animazione
The Windshield Wiper, regia di Alberto Mielgo e Leo Sanchez


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domenica 27 marzo 2022

OSCAR 2022. LE NOSTRE PREVISIONI



E siamo (quasi) arrivati alla Notte degli Oscar!
La 94a edizione degli Academy Awards avrà infatti luogo domenica.

Come da tradizione, anche quest'anno proviamo a prevedere vincitori e vinti.
Di seguito trovate le nostre scelte!
Le vostre quali sono?

Scorrete l'elenco completo dei nominati e cliccate sui link per maggiori approfondimenti!


Miglior film:


Belfast, regia di Kenneth Branagh



CODA-I Segni del Cuore, regia di Sian Heder - FRA




Don't Look Up, regia di Adam McKay



Drive My Car, regia di Ryūsuke Hamaguchi



Dune, regia di Denis Villeneuve



Una Famiglia Vincente (King Richard), regia di Reinaldo Marcus Green



Licorice Pizza, regia di Paul Thomas Anderson



Nightmare Alley-La Fiera delle Illusioni, regia di Guillermo del Toro



The Power of the Dog-Il Potere del Cane, regia di Jane Campion - FEDE



West Side Story, regia di Steven Spielberg


Miglior regia:

Kenneth Branagh - Belfast

Ryūsuke Hamaguchi - Drive My Car

Paul Thomas Anderson - Licorice Pizza

Jane Campion - Il Potere del Cane - FEDE, FRA

Steven Spielberg - West Side Story


Migliore attrice protagonista
Nicole Kidman - A Proposito dei Ricardo
Jessica Chastain - Gli Occhi di Tammy Faye - FEDE, FRA
Olivia Colman - La Figlia Oscura
Penélope Cruz - Madres Paralelas
Kristen Stewart - Spencer


Migliore attore protagonista
Javier Bardem - A Proposito dei Ricardo
Benedict Cumberbatch - Il Potere del Cane
Andrew Garfield - Tick, Tick... Boom!
Will Smith - Una Famiglia Vincente (King Richard) - FEDE, FRA
Denzel Washington - Macbeth


Migliore attrice non protagonista
Jessie Buckley - La Figlia Oscura
Ariana DeBose - West Side Story - FEDE, FRA
Judi Dench - Belfast
Kirsten Dunst - Il Potere del Cane
Aunjanue Ellis - Una Famiglia Vincente (King Richard)


Migliore attore non protagonista
Ciarán Hinds - Belfast
Troy Kotsur - I Segni del Cuore - FEDE, FRA
J.K. Simmons - A Proposito dei Ricardo
Jesse Plemons - Il Potere del Cane
Kodi Smit-McPhee - Il Potere del Cane


Miglior film d'animazione
Encanto, regia di Byron Howard e Jared Bush - FEDE, FRA
Flee (Flugt), regia di Jonas Poher Rasmussen
Luca, regia di Enrico Casarosa
I Mitchell contro le Macchine (The Mitchells vs the Machines), regia di Mike Rianda e Jeff Rowe
Raya e l'ultimo Drago (Raya and the Last Dragon), regia di Don Hall e Carlos López Estrada

Miglior film internazionale
Drive My Car (Doraibu mai kā), regia di Ryūsuke Hamaguchi (Giappone) - FEDE, FRA
Flee (Flugt), regia di Jonas Poher Rasmussen (Danimarca)
È stata la mano di Dio, regia di Paolo Sorrentino (Italia)
Lunana: a Yak in the Classroom, regia di Pawo Choyning Dorji (Bhutan)
La Persona Peggiore del Mondo (Verdens verste menneske), regia di Joachim Trier (Norvegia)

Migliore sceneggiatura originale
Kenneth Branagh - Belfast - FEDE
Adam McKay, soggetto di Adam McKay e David Sirota - Don't Look Up - FRA
Zach Baylin - Una Famiglia Vincente (King Richard)
Paul Thomas Anderson - Licorice Pizza
Eskil Vogt e Joachim Trier - La Persona Peggiore del Mondo (Verdens verste menneske)

Migliore sceneggiatura non originale
Sian Heder - I Segni del Cuore (CODA) - FEDE
Ryusuke Hamaguchi e Takamasa Oe - Drive My Car (Doraibu mai kā)
Jon Spaihts e Denis Villeneuve e Eric Roth - Dune (Dune: Part One)
Maggie Gyllenhaal - La Figlia Oscura (The Lost Daughter) - FRA
Jane Campion - Il Potere del Cane (The Power of the Dog)

Migliore colonna sonora
Nicholas Britell - Don't Look Up
Hans Zimmer - Dune
Germaine Franco - Encanto - FRA
Alberto Iglesias - Madres paralelas
Jonny Greenwood - Il Potere del Cane - FEDE

Migliore canzone
Be Alive (musiche e testo di Beyoncé e DIXSON) - Una Famiglia Vincente (King Richard)
Dos Oruguitas (musiche e testo di Lin-Manuel Miranda) - Encanto - FRA
Down to Joy (musiche e testo di Van Morrison) - Belfast
No Time To Die (musiche di Billie Eilish; testo di Billie Eilish e Finneas O'Connell) - No Time To Die - FEDE
Somehow You Do (musiche e testo di Diane Warren) - Quattro Buone Giornate

Migliore fotografia
Greig Fraser - Dune - FRA
Dan Laustsen - La Fiera delle Illusioni
Ari Wegner - Il Potere del Cane - FEDE
Bruno Delbonnel - Macbeth
Janusz Kaminski - West Side Story

Migliore scenografia
Patrice Vermette - Dune- FRA
Tamara Deverell - La Fiera delle Illusioni
Grant Major - Il Potere del Cane
Stefan Dechant - Macbeth
Adam Stockhausen - West Side Story - FEDE

Miglior montaggio
Hank Corwin - Don't Look Up
Joe Walker - Dune - FRA
Pamela Martin - Una Famiglia Vincente - FEDE
Peter Sciberras - Il Potere del Cane
Myron Kerstein e Andrew Weisblum - Tick, Tick... Boom!

Migliori effetti speciali
Paul Lambert, Tristen Myles, Brian Connor e Gerd Nefzer - Dune - FEDE, FRA
Swen Gillberg, Bryan Grill, Nikos Kalaitzidis e Dan Sudick - Free Guy
Charlie Noble, Joel Green, Jonathan Fawkner e Chris Corbould - No Time to Die
Christopher Townsend, Joe Farrell, Sean Noel Walker e Dan Oliver - Shang Chi e la Leggenda dei Dieci Anelli
Kelly Port, Chris Waegner, Scott Edelstein e Dan Sudick - Spider-Man: No Way Home

Miglior sonoro
Denise Yarde, Simon Chase, James Mather, Niv Adiri - Belfast
Mac Ruth, Mark Mangini, Theo Green, Doug Hemphill, Ron Bartlett - Dune - FRA
Simon Hayes, Oliver Tarney, James Harrison, Paul Massey, Mark Taylor - No Time To Die
Richard Flynn, Robert Mackenzie, Tara Webb - Il Potere del Cane - FEDE
Tod A. Maitland, Gary Rydstrom, Brian Chumney, Andy Nelson, Shawn Murphy - West Side Story

Migliori costumi
Jenny Beavan - Crudelia - FRA
Massimo Cantini Parrini e Jacqueline Durran - Cyrano
Jacqueline West e Bob Morgan - Dune
Luis Sequeira - La Fiera delle Illusioni - FEDE
Paul Tazewell - West Side Story

Miglior trucco e acconciatura
Mike Marino, Stacey Morris e Carla Farmer - Il Principe cerca Figlio
Nadia Stacey, Naomi Donne e Julia Vernon - Crudelia - FRA
Donald Mowat, Love Larson e Eva von Bahr - Dune
Linda Dowds, Stephanie Ingram e Justin Raleigh - Gli Occhi di Tammy Faye - FEDE
Göran Lundström, Anna Carin Lock e Frederic Aspiras - House of Gucci

Miglior documentario
Ascension, regia di Jessica Kingdon, Kira Simon-Kennedy e Nathan Truesdell
Attica, regia di Stanley Nelson e Traci A. Curry
Flee, regia di Jonas Poher Rasmussen, Monica Hellström, Signe Byrge Sørensen e Charlotte De La Gournerie - FEDE
Summer of Soul, regia di Questlove, Joseph Patel, Robert Fyvolent e David Dinerstein - FRA
Writing with Fire, regia di Rintu Thomas e Sushmit Ghosh

Miglior cortometraggio documentario
Audible, regia di Matthew Ogens e Geoff McLean - FEDE
Lead Me Home, regia di Pedro Kos e Jon Shenk
The Queen of Basketball, regia di Ben Proudfoot - FRA
Three Songs for Benazir, regia di Elizabeth Mirzaei e Gulistan Mirzaei
When We Were Bullies, regia di Jay Rosenblatt

Miglior cortometraggio
Ala Kachuu - Take and Run, regia di Maria Brendle e Nadine Lüchinger
The Dress, regia di Tadeusz Łysiak e Maciej Ślesicki
The Long Goodbye, regia di Aneil Karia e Riz Ahmed - FEDE
On My Mind, regia di Martin Strange-Hansen e Kim Magnusson
Please Hold, regia di K.D. Dávila e Levin Menekse - FRA

Miglior cortometraggio d'animazione
Affairs of the Art, regia di Joanna Quinn e Les Mills
Bestia, regia di Hugo Covarrubias e Tevo Díaz
Boxballet, regia di Anton Dyakov
Robin Robin, regia di Dan Ojari e Mikey Please - FEDE, FRA
The Windshield Wiper, regia di Alberto Mielgo e Leo Sanchez


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lunedì 21 marzo 2022

OSCAR 2022. NOMINATION: FILM E REGIA



Come ogni anno ci chiediamo chi vincerà la serata delle stelle di Hollywood.

A volte è facile pronosticare il trionfatore; altre volte è più difficile.

Ecco: questo è uno di quegli anni.

Tanti sono infatti i pretendenti (ben 10!), ognuno rappresentante di un certo tipo di cinema.

C'è il kolossal fantascientifico ( Dune), il musical (West Side Story), il noir (Nightmare Alley), il western (The Power of the Dog), la commedia satirica (Don't Look Up), il film "black" (King Richard), il film indie (CODA), il film storico in bianco e nero semi-autobiografico (Belfast), il film drammatico "esotico" (stavolta tocca al giapponese Drive My Car), il film sentimental-nostalgico (Licorice Pizza).

Di questi, alcuni sono passati per i prestigiosi festival europei - Venezia (le pellicole di Denis Villeneuve e Jane Campion) e Cannes (il rappresentante nipponico) - altri sono produzioni della piattaforma streaming Netflix (Il Potere del Cane, Don't Look Up), mentre gli altri hanno avuto alterne vicende ai botteghini (per esempio: buoni incassi per l'ambiziosa opera di Villeneuve, scarsi per il vivace musical targato Spielberg, deludenti per l'affascinante Nightmare Alley di Guillermo del Toro).

La qualità? Piuttosto alta.

Molti non avranno mai sentito parlare di alcuni dei film candidati o non li avranno reputati degni di grande attenzione; ma forse è meglio così: in caso di vittoria (a sorpresa) dei titoli più sconosciuti c'è la possibilità di scoprirli o di apprezzare qualche cineasta non propriamente mainstream.

E' un piacere quindi trovare, tra i migliori registi, Paul Thomas Anderson (degno erede del grande Robert Altman), il misconosciuto ma talentuoso Ryūsuke Hamaguchi e la troppo spesso sottovalutata Jane Campion a fianco di colleghi più popolari quali l'eclettico Kenneth Branagh e il leggendario Steven Spielberg.

Categoria piuttosto interessante, anche se si fanno notare le assenze di Denis Villeneuve e Guillermo del Toro - assenze che penalizzano le rispettive opere nell'affollata competizione per il premio più prestigioso.

Chi uscirà quindi vincitore dalla Notte degli Oscar?

Ma soprattutto: è così importante proclamare un vincitore?

In questo periodo il cinema sta attraversando uno dei periodi più neri della sua storia.

Godiamoci la Settima Arte in tutte le sue sfaccettature e riscopriamo il piacere di vedere film diversi tra di loro: è più divertente.

Qui di seguito vi riportiamo i candidati per il miglior film e la migliore regia dell'edizione numero 94 dei Premi Oscar.


Miglior film:


Belfast, regia di Kenneth Branagh



CODA-I Segni del Cuore, regia di Sian Heder




Don't Look Up, regia di Adam McKay



Drive My Car, regia di Ryūsuke Hamaguchi



Dune, regia di Denis Villeneuve



Una Famiglia Vincente (King Richard), regia di Reinaldo Marcus Green



Licorice Pizza, regia di Paul Thomas Anderson



Nightmare Alley-La Fiera delle Illusioni, regia di Guillermo del Toro



The Power of the Dog-Il Potere del Cane, regia di Jane Campion



West Side Story, regia di Steven Spielberg



Miglior regia:

Kenneth Branagh - Belfast

Ryūsuke Hamaguchi - Drive My Car

Paul Thomas Anderson - Licorice Pizza

Jane Campion - Il Potere del Cane

Steven Spielberg - West Side Story



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sabato 5 marzo 2022

OSCAR 2022. NOMINATION: FILM D'ANIMAZIONE, FILM INTERNAZIONALE, SCENEGGIATURE

Dall'alto: le locandine di Luca di Enrico Casarosa, E' stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, Dune di Denis Villeneuve. 




L'Italia, in questa edizione degli Oscar, è ben rappresentata.

Abbiamo già visto che il toscano Massimo Cantini Parrini è in competizione per i migliori costumi.

Ma fortunatamente non è l'unico: per il miglior film internazionale è candidato il campano Paolo Sorrentino, mentre tra i film d'animazione spunta il nome del ligure Enrico Casarosa.

Entrambi sono alla seconda nomination: il primo se l'era guadagnata nel 2014 per La Grande Bellezza, poi vincitrice della stautetta; ci riprova ora con E' stata la mano di Dio, dopo il successo nella Mostra di Venezia 2021.

Il secondo ci è arrivato con il delizioso Luca, dopo essere stato nominato nel 2012 per il cortometraggio animato La Luna, che non aveva vinto (ci era però piaciuto molto).

La concorrenza per i due cineasti nostrani è temibile.

Tra i film internazionali il favorito è il giapponese Drive My Car, ma occhio anche a Flee, incredibilmente candidato anche come miglior documentario e miglior film d'animazione.

In quest'ultima categoria il disneyano Encanto, più di tutti, gode i favori del pronostico.

Un po' di Italia c'è anche tra le sceneggiature, in particolare tra quelle non originali: Maggie Gyllenhaal è in lizza per The Lost Daughter, suo esordio alla regia, tratto da un romanzo di Elena Ferrante.

Ha buone chance: non c'è nella categoria un chiaro favorito (si prevede che i film di Campion, Villeneuve e Hamaguchi potrebbero già vincere in altri ambiti e ciò lascerebbe spazio ad una pellicola che negli USA è stata più apprezzata che a Venezia, dove pure aveva vinto il premio proprio per il migliore script).

Tra le sceneggiature originali troviamo un peso massimo: Paul Thomas Anderson.

Con quelle di questa edizione è a quota 11 nomination - incredibile ma vero: uno degli autori più acclamati e originali di Hollywood non ha mai vinto l'ambita statuetta. Che sia finalmente la volta buona?

Adam McKay e Kenneth Branagh, tuttavia, sono avversari agguerriti, che potrebbero prevalere se i rispettivi film dovessero deludere nelle altre categorie.

Qui di seguito vi abbiamo indicato i film che si sfideranno: si profilano sfide appassionanti e imprevedibili.

I colpi di scena potrebbero esserci. Eccome.



Miglior film d'animazione

Encanto, regia di Byron Howard e Jared Bush

Flee (Flugt), regia di Jonas Poher Rasmussen

Luca, regia di Enrico Casarosa

I Mitchell contro le macchine (The Mitchells vs the Machines), regia di Mike Rianda e Jeff Rowe

Raya e l'ultimo drago (Raya and the Last Dragon), regia di Don Hall e Carlos López Estrada


Miglior film internazionale

Drive My Car (Doraibu mai kā), regia di Ryūsuke Hamaguchi (Giappone)

Flee (Flugt), regia di Jonas Poher Rasmussen (Danimarca)

È stata la mano di Dio, regia di Paolo Sorrentino (Italia)

Lunana: a Yak in the Classroom, regia di Pawo Choyning Dorji (Bhutan)

La persona peggiore del mondo (Verdens verste menneske), regia di Joachim Trier (Norvegia)


Migliore sceneggiatura originale

Kenneth Branagh - Belfast

Adam McKay, soggetto di Adam McKay e David Sirota - Don't Look Up

Zach Baylin - Una famiglia vincente - King Richard (King Richard)

Paul Thomas Anderson - Licorice Pizza

Eskil Vogt e Joachim Trier - La persona peggiore del mondo (Verdens verste menneske)


Migliore sceneggiatura non originale

Sian Heder - I segni del cuore (CODA)

Ryusuke Hamaguchi e Takamasa Oe - Drive My Car (Doraibu mai kā)

Jon Spaihts e Denis Villeneuve e Eric Roth - Dune (Dune: Part One)

Maggie Gyllenhaal - La figlia oscura (The Lost Daughter)

Jane Campion - Il potere del cane (The Power of the Dog)


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