CINEMA A BOMBA!

martedì 28 aprile 2026

I CLASSICI: DICK TRACY, IL NEMICO DEL MIO NEMICO È MIO NEMICO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 1990
105'
Regia: Warren Beatty
Interpreti: Warren Beatty, Al Pacino, Madonna, Dustin Hoffman, Glenne Headly, Charlie Korsmo, Seymour Cassel, William Forsythe, Mandy Patinkin, Henry Silva, Paul Sorvino, Catherine O'Hara, Dick Van Dyke, James Caan.


Anni 30: l'integerrimo supersbirro Dick Tracy (Beatty) combatte contro criminalità e corruzione.
In particolare, cerca di fermare l'ascesa dello spietato gangster Big Boy Caprice (Pacino) a boss della malavita organizzata.

Il poliziotto si prende anche cura di un orfano senza nome (Korsmo) e si ritrova diviso tra l'amore per la fidanzata storica Tess Cuorsincero (Headly) e l'attrazione verso la seducente cantante Mozzafiato Mahoney (Madonna)...


Sulla scia del miliare Batman (infatti la colonna sonora è firmata da Danny Elfman, lo stesso compositore del film di Tim Burton), ecco un altro adattamento di un celebre fumetto degli anni 30 (di Chester Gould).
Adatto a tutta la famiglia (la produzione è Disney), è caratterizzato da dialoghi hard boiled (molte le battute memorabili), colori pastello, scenografie iperrealiste e cattivi dall'aspetto grottesco.

Warren Beatty, in doppia veste di attore e regista, riuscì ad assicurarsi un cast da capogiro e contributi tecnici di altissimo livello.
Tre gli Oscar conquistati: miglior scenografia, trucco e canzone; ma avrebbero meritato anche gli splendidi costumi di Milena Canonero (Barry Lindon, Grand Budapest Hotel) e la fotografia nitida di Vittorio Storaro (Apocalypse Now, Un Colpo di Fortuna).

Tra gli attori, molti resi irriconoscibili dal make-up, si distinguono: Madonna, allora all'apice della popolarità, che canta anche le canzoni retrò del suo personaggio e per una volta non recita male; Pacino che gigioneggia a tutto spiano e Caan in un cammeo che sembra quasi parodiare Il Padrino; Hoffman in una piccola parte comica e Van Dyke (Mary Poppins) in un raro ruolo drammatico.

Beatty è perfetto nelle vesti del protagonista e il giovanissimo Korsmo è una rivelazione (peccato che la sua carriera sia praticamente iniziata e finita qui).
Brava anche Headly nel ruolo della vita.

Nonostante il successo clamoroso al box office e il plauso unanime della critica (è il miglior film di Warren regista e una delle più riuscite trasposizioni da comic book mai realizzate), non ha avuto alcun seguito, men che meno un remake o un reboot.
Per quale motivo?

La risposta è semplice: Beatty, che li aveva acquistati all'epoca, non ha mai ceduto i diritti cinematografici, riservandosi la possibilità di un sequel solo quando lo avesse ritenuto opportuno.
Evento che ad oggi non si è concretizzato: non insolito per un filmmaker che lavora col contagocce (ha girato solo due lungometraggi negli ultimi 30 anni).

A dire il vero, il divo di Gangster Story e Il Paradiso può Attendere è tornato nelle vesti del personaggio in due apparizioni televisive: Dick Tracy Special (2010), col critico Leonard Maltin, e Dick Tracy Special: Tracy Zooms In (2023), di nuovo con Maltin e il suo collega Ben Mankiewicz.
In entrambi i casi Warren è apparso sinceramente divertito e affezionato, lasciando intendere di avere ancora l'intenzione di girare l'ormai mitologico prosieguo.

Al di là di questa improbabile eventualità (Beatty ha da poco compiuto 89 anni!), Dick Tracy rimane un capolavoro del proprio genere, il fiore all'occhiello nella filmografia di un autore fuori dagli schemi classici e il testamento di un cinema fantasionamente inventivo che attualmente ha - purtroppo - ben pochi epigoni.


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mercoledì 10 novembre 2021

I CORTI: SHERLOCK JR.-LA PALLA N° 13, LA FACCIA IMPASSIBILE DELLA COMICITA' MUTA

(Clicca sulla locandina per vedere il cortometraggio). 



USA, 1924
44'
Regia: Buster Keaton
Interpreti: Buster Keaton, Kathryn McGuire, Joe Keaton, Ward Crane


Un giovane proiezionista squattrinato (Keaton) e un bellimbusto altrettanto squattrinato (Crane) si contendono la stessa ragazza (McGuire).

Il secondo ruba un orologio da tasca al padre di lei e fa incolpare il rivale, che viene ingiustamente allontanato.

Sconsolato, egli prova a mettere in pratica i suggerimenti di un manuale per aspiranti detective per cercare di scagionarsi e nello stesso tempo per trovare il vero colpevole; non riuscendoci, ritorna al lavoro.

Ma essendo molto stanco si addormenta e sogna di essere il grande investigatore Sherlock Jr., alle prese con un furto di perle.

Riuscirà il nostro eroe a risolvere il caso nel sogno e nella realtà?



Ritmo forsennato, trovate geniali, un montaggio frenetico e sorprendente per i tempi, inseguimenti a tutta velocità - ci vollero circa 50 anni per ritrovarne di altrettanto incalzanti (si veda, per esempio, Il Braccio Violento della Legge) -, acrobazie spericolate (senza controfigura!).

Una faccia impassibile, stralunata, malinconica.

E tante tante risate.

Buster Keaton (1895 - 1966) è stato uno dei comici più influenti e innovativi della storia del cinema.

Anche se definirlo comico è senz'altro molto riduttivo: come regista (di sé stesso, a volte da solo, altre in compagnia) era dotato di una eccellente padronanza dei mezzi, che lo portarono a dirigere prima cortometraggi e poi lungometraggi più impegnativi.

Nelle sue pellicole passava con disinvoltura dal sogno alla realtà, dalla normalità all'imprevisto, inventando gag e situazioni divertenti e ingegnose.

Il suo stile, alla regia e nella recitazione, era riconoscibilissimo e fece di lui una delle personalità più in vista del cinema muto.

Abbiamo scelto di recensire Sherlock Jr. (il titolo italiano è un curioso e limitativo La Palla n° 13, in riferimento ad una scena del film) perché tra le sue opere è una delle più esemplificative e inventive, ricca di colpi di scena, capovolgimenti di fronte, acrobazie, ed è una delle più spassose.

Basti vedere la scatenata scena dell'inseguimento o quella del pedinamento o quella dello sdoppiamento del protagonista (addormentato e dentro il sogno) o quella nella quale entra dentro il film proiettato al cinema o quella finale del riappacificamento in sala di proiezione per farsi un'idea dell'enorme talento di Keaton.

L'avvento del sonoro alla fine degli anni Venti del secolo scorso, problemi coniugali e di alcoolismo lo misero in crisi e solo intorno agli anni Cinquanta fu riscoperto e rivalutato - sebbene limitatamente al periodo del muto.

Cosa rimane oggi della comicità di Buster Keaton?

Più di quanto possa sembrare.

Su YouTube si trovano molti suoi cortometraggi muti - il fascino del bianco e nero non svanirà mai, speriamo -, certo, ma la sua influenza ci porta a personalità del cinema contemporaneo che si rifanno espressamente a lui.

Vi si ispira sicuramente Bill Murray, con la sua maschera sardonica (si veda Ghostbuster e soprattutto Lost In Translation); ma anche Michael Keaton, che per il suo pseudonimo (si chiama in realtà Michael Douglas, ma per non essere confuso col più celebre omonimo, il cui padre Kirk Douglas a sua volta all'anagrafe era Danielovitch, decise di cambiare nome) scelse quello di uno dei suoi modelli comici.

Anche il popolare regista Wes Anderson deve molto al maestro del cinema muto, come da lui stesso ammesso in più occasioni e come si può notare in film quali Moonrise Kingdom e Grand Budapest Hotel.

A distanza di circa 100 anni Buster Keaton riesce ancora a farci ridere e sorridere: sì, è stato davvero un genio.



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lunedì 19 luglio 2021

CANNES 2021. I VINCITORI

Dall'alto: Julia Ducournau riceve la Palma d'Oro da un' emozionatissima Sharon Stone; Leos Carax in mezzo ad Adam Driver e Marion Cotillard; il Presidente della Giuria Spike Lee, protagonista di una gaffe epica. 


La Palma d'Oro del 74° Festival di Cannes è andata al franco-belga Titane, diretto da Julia Ducournau.
Ma il vero protagonista della premiazione è stato - suo malgrado - Spike Lee.

Il regista premio Oscar, in veste di Presidente della Giuria, ha fatto un errore clamoroso annunciando in anticipo il titolo del film vincitore.
Una figuraccia che ha reggelato la platea e per la quale l'autore di Fa' La Cosa Giusta e BlackKklansman si è in seguito profondamente scusato, ma che in verità è stata l'unica sorpresa di un'edizione altrimenti piuttosto noiosa e prevedibile.

Come da pronostici, ha vinto la pellicola più accreditata alla vigilia e, come da pronostici, Leos Carax è stato insignito del riconoscimento per la miglior regia.

Amatissimo in patria, colui che qualche anno fa ci aveva "regalato" il sopravvalutatissimo Holy Motors sembra aver convinto tutti col musicarello Annette, protagonisti Marion Cotillard (Talia al-Ghul de Il Cavaliere Oscuro-Il Ritorno) e Adam Driver (Kylo Ren nell'ultima trilogia di Star Wars).

Il grande sconfitto di quest'anno? Probabilmente Wes Anderson, il regista di Moonrise Kingdom e Grand Budapest Hotel. Il suo The French Dispatch è stato accolto favorevolmente dalla stampa specializzata e aveva tutte le carte in regola per ammaliare i giurati, però è rimasto a bocca asciutta.

Nessun riconoscimento pure a Nanni Moretti, il cui Tre Piani ha diviso la critica tra chi si è profuso in lodi sperticate e chi ne ha giudicato negativamente l'assenza di umorismo, che il regista romano è altresì solito utilizzare anche in pellicole drammatiche come la precedente Mia Madre.

Ma la notizia più importante è che, dopo un anno di pausa dovuto alla pandemia, il Festival di Cannes sia tornato.
Tutto il resto è solo una chiacchera.

Leggete di seguito l'elenco completo dei vincitori!



Palma d'Oro: Titane, regia di Julia Ducournau

Grand Prix Speciale della Giuria (premio per l'opera più originale o innovativa): Hytti nro 6, regia di Juho Kuosmanen e Qahremān, regia di Asghar Farhadi (ex-aequo)

Prix de la mise en scène (premio per la migliore regia): Leos Carax per Annette

Prix du scénario (premio per la migliore sceneggiatura): Ryūsuke Hamaguchi e Takamasa Oe per Doraibu mai kā

Prix d'interprétation féminine (premio per la migliore attrice): Renate Reinsve per Verdens verste menneske

Prix d'interprétation masculine (premio per il migliore attore): Caleb Landry Jones per Nitram

Premio della Giuria (premio assegnato dalla Giuria): Hadereḵ, regia di Nadav Lapid e Memoria, regia di Apichatpong Weerasethakul (ex-aequo)



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venerdì 15 febbraio 2019

OSCAR 2019. NOMINATION: PREMI MUSICALI

Dall'alto: Kendrick Lamar nel video di All the Star (Black Panther); Lady Gaga canta Shallow con Bradley Cooper in A Star Is Born; Emily Blunt nei panni di Mary Poppins canta The Place Where Lost Things Go.  


Il cinema eccita i sensi.
Non soltanto la vista, ma pure - e non poco - l'udito.

Per quanto concerne il sonoro in sé, rimandiamo al nostro post precedente dedicato ai premi tecnici.
Qui si parla invece di musica e canzoni, che in una pellicola a volte possono davvero fare la differenza.

Quest'anno si può notare come solo due film siano candidati in entrambe le categorie dedicate.
E se Il Ritorno di Mary Poppins - in quanto musical - non è certo una sorpresa, la doppia nomina di Black Panther lascia un po' spiazzati.
Forse è la prima volta per un'opera supereroistica, certamente è una novità nell'ambito del Marvel Cinematic Universe.

Da notare l'assenza di cartoni animati: forse la Disney e suoi concorrenti hanno preferito puntare sui live action.
Nessun cartone, quindi, ma in effetti un film d'animazione sì: L'Isola dei Cani è il secondo lungometraggio in stop motion firmato dal regista di culto Wes Anderson (Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou, Moonrise Kingdom, Grand Budapest Hotel).
Il precedente Fantastic Mr. Fox non era andato oltre la nomination; questa volta andrà meglio?

In entrambe le categorie la competizione è equilibrata, nessun risultato è scontato.
Tuttavia è assodato che la nostalgica When a Cowboy Trades his Spurs for Wings (da La Ballata di Buster Scruggs dei fratelli Coen) e la struggente Shallow (già vincitrice del Golden Globe, da A Star is Born) daranno filo da torcere agli altri contendenti per la miglior canzone.

Ma ora è il momento di cliccare sui link che trovate qui di seguito.
Chiudete gli occhi, fate un bel respiro e lasciate che sia la musica a parlare...






MIGLIOR COLONNA SONORA
Ludwig Göransson – Black Panther
Terence Blanchard – BlacKkKlansman
Alexandre Desplat – L'Isola dei Cani (Isle of Dogs)
Marc Shaiman, Scott Wittman – Il Ritorno di Mary Poppins (Mary Poppins Returns)
Nicholas Britell – Se la Strada Potesse Parlare (If Beale Street Could Talk)

MIGLIOR CANZONE
All The Stars (musica e testi di Kendrick Lamar, SZA, Sounwave e Al Shux) - Black Panther
I'll Fight (musica e testi di Diane Warren) - RBG
The Place Where Lost Things Go (musica di Marc Shaiman, testi di Marc Shaiman e Scott Wittman) - Il Ritorno di Mary Poppins (Mary Poppins Returns)
Shallow (musica e testi di Lady Gaga, Mark Ronson, Anthony Rossomando e Andrew Wyatt) - A Star Is Born
When a Cowboy Trades His Spurs for Wings (musica e testi di David Rawlings e Gillian Welch) - La Ballata di Buster Scruggs (The Ballad of Buster Scruggs)




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mercoledì 17 maggio 2017

CANNES 2017. SETTANTA MI DÀ TANTO...

Il poster del 70° Festival di Cannes ritrae una giovane Claudia Cardinale.  


Il Festival di Cannes è giunto alla settantesima edizione.
Un bel traguardo per questa rassegna e un'altra bella occasione per i suoi organizzatori.

Gilles Jacob e Thierry Frémaux - rispettivamente presidente e direttore artistico - quest'anno hanno puntato su una miscela apparentemente equilibrata di opere d'autore e pellicole che strizzano l'occhio al grande pubblico.
Ma soprattutto hanno scelto di dare ampio spazio all'altra metà del cielo.

Tantissime le donne, tutte bellissime e/o bravissime: da Monica Bellucci madrina del festival a Nicole Kidman con ben 4 interpretazioni differenti (3 film + 1 serie tv), passando per Jessica Chastain nella Giuria principale - capitanata da Pedro Almodóvar e composta, tra gli altri, anche da Will Smith e dal regista di La Grande Bellezza, Paolo Sorrentino - e Uma Thurman "presidenta" di quella della sezione Un Certain Regard.
Non è neppure un caso che nella locandina dell'evento campeggi una foto giovanile della nostra Claudia Cardinale.

Scorrendo l'elenco delle pellicole in programma, si nota purtroppo anche la totale assenza di italiani nella selezione ufficiale, benché qualcuno sia riuscito a spuntare in quelle "secondarie".






Beh, almeno c'è un'italo-americana: Sofia Coppola, figlia del famoso Francis Ford (ricordate Twixt?) che sulla Croisette aveva già portato The Bling Ring nel 2013.
Stavolta ha adattato The Beguiled, romanzo già portato sul grande schermo da Don Siegel nel 1971 con protagonista Clint Eastwood (La Notte Brava del Soldato Jonathan): riuscirà a uscire dalla crisi professionale degli ultimi anni?

Ritroviamo anche l'austriaco barbuto Michael Haneke: insieme al greco Yorgos Lanthimos (candidato quest'anno agli Oscar per la sceneggiatura di The Lobster, stavolta presenta The Killing of a Sacred Deer, che ripropone la coppia di The Beguiled: Colin Farrell e Nicole Kidman) e all'americano Todd Haynes (Wonderstruck, con Julianne Moore e Michelle Williams; sulla Croisette c'era già stato nel 2015 con Carol) è il favorito per la Palma d'Oro.
Non c'è da stupirsi: Haneke è un beniamino del Festival e ha già vinto 2 volte (l'ultima nel 2012 con Amour).

Meno quotati ma potenzialmente competitivi ci sono anche Michel Hazanavicius e Noah Baumbach.
Il cineasta Premio Oscar nel 2012 per The Artist presenta Le Redoutable (su Jean-Luc Godard), con la moglie/musa Bérénice Bejo; Baumbach è più famoso come co-sceneggiatore di Wes Anderson (sì, quello di Moonrise Kingdom e Grand Budapest Hotel) che come regista, ma il suo The Meyerowitz Stories è trainato da un cast da paura: Adam Sandler, Emma Thompson, Ben Stiller, Dustin Hoffman...

Quest'ultimo e Okja, pellicola diretta dal regista coreano di Snowpiercer, sono insolitamente targati Netflix - che comunque già a Venezia 2015 aveva piazzato in cartellone Beasts of No Nation.
La famosa rete televisiva li presenta dopo i dissidi avuti alla vigilia con gli organizzatori, che vorrebbero che fossero trasmessi anche nelle sale cinematografiche francesi (Netflix non ne ha intenzione).

E proprio la presenza di serie Tv è la grande novità di quest'anno.
In un'era in cui il confine tra grande e piccolo schermo è venuto a mancare, troviamo in cartellone anche opere d'autore come Top of The Lake, a firma della pluripremiata regista Jane Campion (un'altra donna...).
Ma il vero colpaccio di Frémaux è stato assicurarsi la proiezione delle prime due puntate di Twin Peaks, il serial di culto tornato dopo oltre 25 anni per mano di quel geniaccio di David Lynch, che avevamo lasciato alle prese coi suoi estemporanei cortometraggi.

Ma sono molte le cose interessanti che fanno capolino dal programma generale: molto atteso è ad esempio Wind River di Taylor Sheridan, già sceneggiatore di Sicario di Denis Villeneuve (recentemente nominato agli Academy Award per la regia di Arrival) e di Hell or High Water, candidato quest'anno a ben 5 Oscar (miglior film, Jeff Bridges attore non protagonista, sceneggiatura originale per lo stesso Sheridan, montaggio).

Occhio anche ai documentari, categoria sottovalutata: c'è quello di esordio di Vanessa Redgrave sui migranti e quello del più che novantenne Claude Lanzmann, già protagonista di un cortometraggio documentario candidato agli Oscar 2016.
Soprattutto troviamo An Inconvenient Sequel, atteso seguito del bellissimo e spaventoso Una Scomoda Verità, ancora con l'ex vicepresidente USA Al Gore sugli scudi.

I più raffinati potrebbero invece appassionarsi a Carne y Arena, progetto in realtà virtuale del bi-oscarizzato Alejandro G. Iñárritu (nel 2015 per Birdman e nel 2016 per The Revenant), assieme al fido direttore della fotografia Emmanuel Lubezki, che di statuette ne ha vinte 3 di fila (nel 2014, nel 2015 e nel 2016).

Infine, siete fumettari indefessi? Allora How To Talk to Girls at Parties - con Nicole Kidman e Elle Fanning (entrambe già nel film della Coppola) - potrebbe fare per voi: è tratto da una graphic novel di Neil Gaiman, il quotatissimo creatore di Sandman.

Belle donne, Nicole Kidman ubiqua, serie tv che conquistano la stessa dignità delle opere cinematografiche, pellicole intriganti o addirittura innovative...
Ci sono tutte le carte in regola per un Festival di Cannes davvero memorabile.




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martedì 28 giugno 2016

I CLASSICI: INDEPENDENCE DAY, INCONTRI RAVVICINATI DEL 4 LUGLIO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 1996
145'
Regia: Roland Emmerich
Interpreti: Will Smith, Jeff Goldblum, Bill Pullman, Robert Loggia, Vivica A. Fox, Judd Hirsch, Margaret Colin, Mary McDonnell, Adam Baldwin, Brent Spiner, Randy Quaid.


2 Luglio 1996: una gigantesca astronave extra-terrestre copre il cielo. Sta per scatenarsi un terribile attacco contro la Terra e i suoi abitanti.
Lo capisce per primo uno scienziato (Goldblum), che riesce ad avvertire e convincere il Presidente degli Stati Uniti (Pullman).
Troppo tardi: gli alieni fanno un strage.

I paesi di tutto il mondo si uniscono allora per fronteggiare la minaccia, e mentre il Presidente in persona guida la Resistenza, lo scienziato - insieme a un estroso pilota aeronautico (Smith) - si incarica di attaccare direttamente la nave madre.
La resa dei conti avviene il 4 Luglio (il Giorno dell'Indipendenza negli USA, da cui il titolo della pellicola).

La Casa Bianca a Washington e l'Empire State Building a New York polverizzati da potenti raggi laser.
Astronavi immense che coprono il cielo.
Scene di distruzione e panico nelle città.
Mostruosi e cattivissimi mostri alieni (uno dei quali viene malmenato da Will Smith!).

Ma anche...
Bandiere a stelle e strisce che sventolano a profusione.
Gli USA che salvano il mondo, guidati da un Presidente coraggioso coadiuvato da un militare testa calda, un uomo di scienza fuori dagli schemi e un campagnolo apparentemente un po' tocco - tutti eroici, però.
E lo salvano proprio in concomitanza con la festa più patriottica.

Retorica e propaganda filo-americana, ne abbiamo? Eccome: ne è infarcita tutta la pellicola!
È un male? Non necessariamente.

Gli Americani avevano, in quel periodo, un gran bisogno di sentirsi uniti: basti pensare alla strage di Oklahoma City (più di un centinaio di morti in un attentato terroristico ad un edificio governativo) di appena un anno precedente all'uscita del film.

Independence Day, di conseguenza, rispondeva all'appello del motto United we stand, divided we fall (Uniti vinciamo, divisi perdiamo) invocato da più parti: di fronte ad una minaccia il popolo americano sa reagire, e alla grande.
Ovvio, non è solo questo il motivo dello straordinario successo al botteghino; però pensiamo possa aver aiutato (almeno in patria).

Inoltre c'era la scommessa - vinta - di realizzare il più colossale disaster movie fino a quel momento.
Reduci dal successo di Stargate, il regista/sceneggiatore Roland Emmerich e lo sceneggiatore/produttore Dean Devlin hanno fatto fruttare ogni centesimo dell'ingente budget a propria disposizione.

Certo, le ingenuità - come dicevamo: nazionalismo spinto, manicheismo, luoghi comuni - non mancano, ma a salvare la pellicola non sono solo gli effetti speciali.
Basta scegliere gli attori giusti per i ruoli giusti.

Lo spilungone Jeff Goldblum - che ricorderete in L'Uomo dell'Anno a fianco del compianto Robin Williams e in Grand Budapest Hotel - interpreta praticamente lo stesso personaggio di Jurassic Park, con la differenza che qui combatte contro gli alieni anziché contro i dinosauri, ma come sempre non gli mancano ironia e zelo (almeno metà dei suoi dialoghi con gli altri attori sono improvvisati).

Che strano vedere poi l'indimenticato Stella Solitaria di Balle Spaziali - ossia lo sfrontato e carismatico Bill Pullman - vestire i panni di un ultra-idealizzato Presidente degli Stati Uniti.
Il discorso che fa alle truppe nel finale, prima di salire su un caccia e andare a combattere in prima persona (cosa che farebbe qualsiasi vero capo di stato, no?), è uno dei momenti di culto della pellicola.

Tra i non protagonisti spicca invece Randy Quaid come pilota alcolizzato che si redime per amore dei propri figli: il grosso attore texano inietta alla storia una buona dose di umorismo, proprio come aveva fatto in Christmas Vacation e Cronisti d'Assalto.

Discorso a parte per Will Smith: ai tempi era solamente un rapper prestato alla TV (Willy, Principe di Bel Air), ma questo fu per lui il trampolino di lancio di una carriera cinematografica ancora oggi straordinaria.
Affermazione meritata: la scena in cui il nostro abbatte un velivolo nemico e poi con un cazzotto stende il suo mostruoso pilota dicendo "Benvenuto sulla Terra!" varrebbe da sola tutto il film.

Nel seguito uscito in questi giorni nelle sale - Independence Day: Resurgence (in Italia, Independence Day: Rigenerazione), sempre diretto da Emmerich - l'attore afroamericano purtroppo non c'è (per eccessive pretese economiche, pare) ed è plausibile che se ne sentirà la mancanza.
Ma lo staff tecnico e una buona fetta del cast originale (confermati Fox, Hirsch, Spiner e sopratutto Goldblum e Pullman) sono gli stessi di 20 anni fa.

Alieno avvisato mezzo salvato, allora...








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sabato 21 novembre 2015

SPECTRE, NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE CRIMINALE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

Regno Unito/USA, 2015
148'
Regia: Sam Mendes
Interpreti: Daniel Craig, Christoph Waltz, Léa Seydoux, Ralph Fiennes, Ben Whishaw, Naomie Harris, Dave Bautista, Monica Bellucci, Andrew Scott, Rory Kinnear, Judi Dench.


Tra Città del Messico, Roma, l'Austria, Tangeri e Londra si dipana la trama di un complotto che mira a controllare l'intelligence dei Paesi più potenti dell'orbe tramite un database.

Ad ordirla, un'organizzazione misteriosa e onnipresente: la SPECTRE, guidata dal gelido e spietato Ernst Stavro Blofeld (Waltz).
A contrastarla, l'agente dei servizi segreti britannici più famoso al mondo. Che - difficoltà nelle difficoltà - dovrà pure fare i conti con il proprio passato (prossimo e remoto).

Nel ventiquattresimo episodio della saga ispirata alle avventure del personaggio nato dalla penna di Ian Fleming, troverete ben poche novità.

Partiamo da dietro la cinepresa. Dopo il clamoroso successo ottenuto col precedente episodio Skyfall, vincitore di due Premi Oscar nel 2013, è stato confermato Sam Mendes, regista britannico di origine teatrale e unico vero Autore prestato alla serie (vanta un Premio Oscar, per il controverso e discusso American Beauty).

Tra i suoi collaboratori invece non ritroviamo più il grande direttore della fotografia Roger Deakins (quello di Il Grande Lebowski), sostituito da Hoyte Van Hoytema (DP di La Talpa e Interstellar, per dirne due).

Riguardo al cattivo: gli sceneggiatori non si sono peritati di crearne uno nuovo, ma ne hanno riesumato uno che già era comparso in altri 6 film bondeschi - che precisamente sono: Dalla Russia Con Amore, Thunderball-Operazione Tuono (in entrambi compare dal petto in giù, mentre accarezza un gatto bianco), Si Vive Solo Due Volte (personificato da Donald Pleasance), Al Servizio Segreto Di Sua Maestà (Telly Savalas, il pelato Tenente Kojak televisivo), Una Cascata Di Diamanti, Solo Per I Tuoi Occhi (dove non viene ma inquadrato in primo piano). C'è anche in un settimo, il non ufficiale Mai Dire Mai (Max von Sydow).

Ad interpretarlo, tra l'altro, l'apprezzatissimo (anche da noi di CINEMA A BOMBA!) Christoph Waltz, che non a caso
ha vinto un Oscar nel 2013 come attore non protagonista (per Django Unchained) bissando lo stesso riconoscimento ottenuto per Bastardi Senza Gloria nel 2010 - due pellicole entrambe dirette dal cineasta di Pulp Fiction e Jackie Brown (un tale di nome Quentin Tarantino...).

Ma la scelta di questo attore così talentuoso, paradossalmente, non è stata felicissima: tenuto a briglia corta, senza la possibilità di gigioneggiare alla sua maniera, impiegato in poche scene, poco caratterizzato fisicamente, Waltz appare sfruttato al di sotto delle sue (ottime) capacità.
Avesse avuto più spazio...

Analoga sorte per il suo braccio destro, Mr. Hinx (verosimile il gioco di parole con "in excess", in eccesso: effettivamente, visto quello che fa durante il film...): il personaggio affidato all'ex wrestler Dave Bautista - il Drax di Guardiani della Galassia - avrebbe dovuto essere una specie di Squalo od Oddjob dei giorni nostri, ma alla fine non ha ottenuto un ruolo così incisivo e finisce per essere liquidato in modo un po' sbrigativo.

Come ogni film di James Bond, non mancano le Bond Girl che puntualmente finiscono a letto col protagonista.
Questa volta tocca alla nostrana Monica Bellucci - quinta italiana dopo Daniela Bianchi (Dalla Russia Con Amore), Luciana Paluzzi (Thunderball), Maria Grazia Cucinotta (Il Mondo Non Basta), Caterina Murino (Casino Royale) - e a Léa Seydoux - premiata con una Palma d'Oro speciale a Cannes 2013 e già a fianco di Ralph Fiennes in Grand Budapest Hotel di Wes Anderson: un'attrice di talento, qui un po' sottoutilizzata.
La bruna e la bionda, la matura e la giovane, la debole e la forte: un po' troppi stereotipi anche per una pellicola bondiana.

Chi si giova di tutto ciò è Daniel Craig, sesto Agente 007 (non viene conteggiato David Niven, protagonista della parodia non ufficiale Casino Royale del 1967), al suo quarto film consecutivo - tutti legati tra loro nella trama e tutti premiati da ottimi riscontri di critica e pubblico.
Il suo James Bond è più muscolare che ironico e fascinoso, ma è anche tormentato, inquieto; insomma, al netto di certe esagerazioni nelle scene d'azione, è abbastanza credibile.

A proposito di esagerazioni: Spectre è entrato nel Guinness dei Primati, per la più grande esplosione (ottenuta artigianalmente e non digitalmente) nella storia dl cinema.
Nessuna sorpresa: ogni titolo del longevo franchise - e questo non fa eccezione - è ricco di inseguimenti, combattimenti, intrighi diabolici, sparatorie, scene adrenaliniche...

Ossia quanto il pubblico di appassionati cerca e pretende in un film di James Bond.
E ciò che abbiamo trovato anche in Spectre, oltre alle strizzate d'occhio ai film più o meno recenti della serie e alla presenza degli usuali tòpoi (il vodka Martini agitato-non-mescolato; "Il mio nome è Bond. James Bond"; la sequenza iniziale gunbarrel, cioè quella in cui 007 è inquadrato dalla canna della pistola, si volta di scatto, spara e fa sanguinare lo schermo).

Produttori, sceneggiatori e regista non hanno quindi voluto rischiare e sono andati sul sicuro.
Per chi anela solo a un po' di sano intrattenimento, va bene anche così.

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martedì 12 maggio 2015

CANNES 2015. CINEMA ITALIANO ALLA RISCOSSA?

Il manifesto del 68° Festival di Cannes con Ingrid Bergman. 


E se i film più attesi quest'anno a Cannes fossero film italiani?
Strano, ma vero: il nostro Paese, nell'anno dell'Expo di Milano, è sotto gli occhi del mondo anche in campo cinematografico.

Ben tre sono le opere nostrane presenti in competizione quest'anno (più una, Louisiana-The Other Side di Roberto Minervini, nella sezione Un Certain Regard); in realtà sono coproduzioni internazionali, ma concorrono per i nostri colori.

Trattasi degli ultimi lavori dei cavalli attualmente più conosciuti e apprezzati della nostra scuderia, tre registi che sono ormai habitué della Croisette e possono vantare un notevole palmarès rivierasco: il primo, un premio per la miglior regia (Caro Diario, 1994) e una Palma d'Oro (La Stanza del Figlio, 2001); il secondo, un Premio della Giuria (Il Divo, 2008); il terzo, due Grand Prix (Gomorra e Reality, nel 2008 e 2012).

Il primo, naturalmente, è Nanni Moretti, che torna al tema drammatico dell'elaborazione di un lutto 14 anni dopo la pellicola che gli aveva fatto vincere il massimo riconoscimento della kermesse.
Mia Madre, con Margherita Buy, lo stesso Moretti e John Turturro non è però un inedito, essendo già uscito nelle nostre sale, con un ottimo riscontro di critica e pubblico.

Il secondo, Paolo Sorrentino - reduce dal successo planetario del suo La Grande Bellezza culminato con la vittoria ai Golden Globe e agli Oscar nella categoria del miglior film straniero - questa volta si avvale di un cast internazionale veramente notevole per raccontare le vicende di un anziano direttore di orchestra, ospite assieme ad un amico regista dell'esclusivo Schatzalp Hotel di Davos nelle Alpi svizzere (lo stesso albergo citato da Thomas Mann in La Montagna Incantata).

Youth-La Giovinezza può fregiarsi infatti della presenza di interpreti del calibro di Michael Caine, Harvey Keitel, Jane Fonda e Rachel Weisz.
Ma anche di un direttore della fotografia come Luca Bigazzi, uno dei migliori al mondo.

Il terzo, Matteo Garrone, è invece quello che ha destato la maggiore curiosità: il suo Il Racconto dei Racconti è liberamente tratto da tre fiabe dall'opera barocca Lo Cunto de li Cunti del napoletano Giambattista Basile, e rappresenta una rarità nella cinematografia italica.
Pochi infatti sono i nostri cineasti che si sono cimentati in racconti fantastici con effetti speciali, pochissimi quelli di livello: possiamo citare, ad esempio, il Vittorio De Sica di Miracolo a Milano e il Gabriele Salvatores di Nirvana e del recente Il Ragazzo Invisibile.

Il trailer di questo film (che vi mostreremo nel prossimo post) è molto accattivante, e non solo per la presenza di Salma Hayek: coniugare il fantasy con il cinema d'autore italiano in una mega produzione è una sfida ambiziosa, che speriamo il cineasta di Roma possa vincere.
Notevole che la colonna sonora sia firmata da Alexandre Desplat (alla seconda collaborazione con Garrone, dopo Reality), fresco vincitore dell' Oscar per Grand Budapest Hotel, ma anche autore delle musiche di The Tree of Life, Le Idi di Marzo, Moonrise Kingdom, Argo, Zero Dark Thirty...

Insomma, ci aspettiamo molto dai nostri rappresentanti.
Forse troppo: la speranza è che il loro eventuale successo spinga i nostri produttori e distributori a osare di più.
In qualità, originalità, appeal internazionale già da troppi anni non siamo messi proprio benissimo...

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mercoledì 25 febbraio 2015

OSCAR 2015. MAI CON QUESTA ACADEMY, SEMMAI COL KEATON

Dall'alto: Michael Keaton omaggia Alejandro G. Iñárritu, regista di Birdman; Julianne Moore con l'Oscar come miglior attrice protagonista; J.K. Simmons, miglior non protagonista.


Una Notte degli Oscar può essere ricordata più per gli esclusi e gli sconfitti che per coloro che hanno vinto?
Sembrerebbe di sì: l'uomo-simbolo di questa edizione - Micheal Keaton, mai così bravo - è rimasto clamorosamente a bocca asciutta, sorpassato a destra da Eddie Redmayne.
Un colpo di scena che ha scatenato subito furiose polemiche.

Chiariamo subito: il giovane britannico (miglior attore protagonista) non ha affatto demeritato; la sua interpretazione in La Teoria del Tutto è straordinaria, ma si ha l'impressione che sulla sua vittoria abbia pesato soprattutto l'appoggio pubblico dello scienziato Stephen Hawking, che Redmayne impersona nel film.

E non dimentichiamo che Hollywood ha da sempre un debole per le "prove dell'handicap", quando cioè il protagonista di una pellicola è un personaggio affetto da una qualsiasi infermità o malattia che induca spettatori e critici alla compassione.
Questo potrebbe spiegare anche il trionfo annunciato della Julianne Moore di Still Alice, che ha dovuto calarsi nei panni di un'insegnante affetta da morbo di Alzheimer per potersi finalmente aggiudicare la statuetta come migliore attrice protagonista dopo 4 nomination andate a vuoto.

Ma l'ex Batman non è l'unico sconfitto: tra i delusi vanno annoverati anche gli esclusi eccellenti.

Neppure nominato lo spassoso The LEGO Movie nella categoria del miglior film d'animazione: al suo posto è stato premiato Big Hero 6, probabilmente perché prodotto dalla potente Disney; mentre quello che secondo noi è il migliore e più divertente cartoon dell'anno si è dovuto accontentare solo di una nomina per la migliore canzone.

Analogo destino per la superdiva Jessica Chastain: suvvia, neanche una nomination per la sua pluripremiata interpretazione in A Most Violent Year?!

Numerosi anche gli sconfitti.
Boyhood, 6 candidature e un solo Oscar vinto da Patricia Arquette come non protagonista (non male per l'indimenticata Alabama del tarantiniano Una Vita al Massimo), ha patito la lunga distanza: presentata in anteprima al Sundance Film Festival - la festa del cinema indie organizzata da Robert Redford - nel Gennaio 2014, la pellicola di Richard Linklater non è riuscita a replicare il successo degli ultimi Golden Globe.

Anche il campione di incassi American Sniper (ha incassato più di tutti i suoi rivali messi insieme), nonostante 6 nomination, ha avuto solo un premio per il miglior montaggio sonoro, proprio com'era successo al memorabile Zero Dark Thirty nel 2013.

Per tacere di Foxcatcher (5 nomine e nessun Oscar, nonostante il premio alla regia strappato a Cannes 2014), del divertente Guardiani della Galassia e soprattutto del capolavoro Interstellar (solo un riconoscimento per gli effetti speciali visivi).

Ma allora chi ha vinto?
Anzitutto Alejandro G. Iñárritu, che grazie a Birdman si è portato a casa 3 delle 4 statuette conquistate dal film con Michael Keaton: miglior film, regia e sceneggiatura (l'ultima è andata al grande Emmanuel Lubezki: secondo Oscar consecutivo per il direttore di fotografia caro a Terrence Malick).
L'autore messicano ha dimostrato un talento e un'immaginazione notevoli, bissando il trionfo dello scorso anno del connazionale Alfonso Cuarón (miglior regia per Gravity).

Altrettanti Oscar, ma meno pesanti, per Grand Budapest Hotel: colonna sonora (Alexandre Desplat era doppiamente candidato, anche per The Imitation Game. 8 candidature e finalmente prima vittoria), scenografia, trucco e acconciatura, ma soprattutto costumi.
9 nomination e ben 4 riconoscimenti - dopo Barry Lyndon, Momenti di Gloria e Marie Antoinettte - per la costumista torinese Milena Canonero, una delle più eleganti signore della cerimonia e unico orgoglio nostrano della serata.
Bravissima!

La vera rivelazione è stata Whiplash di Damien Chazelle (un regista da tenere d'occhio): 3 Oscar su 5 nomine.
Oltre a quelli per montaggio e sonoro, spicca il premio come attore non protagonista al caratterista J.K. Simmons: nella parte di un direttore di conservatorio stile sergente di Full Metal Jacket, il J.J. Jameson dello Spider-Man di Sam Raimi aveva l'occasione della vita ed è stato in grado di sfruttarla.

Poche sorprese - o nessuna - nelle categorie cosiddette minori.
Paweł Pawlikowski è riuscito, con Ida, laddove non sono arrivati suoi connazionali più blasonati come Andrzej Wajda, Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Zanussi: portare in Polonia l'Oscar per il miglior film straniero.
Ma l'Academy, premiando Leviathan - critica alla società russa ai tempi di Putin - o Timbuktu - dove si mette alla berlina il fondamentalismo islamico - avrebbe dimostrato più coraggio e un maggiore aggancio all'attualità di questi giorni.

Se a Citizenfour, miglior documentario, ha giovato il nome del regista Steven Soderbergh nell'elenco dei produttori esecutivi, a Selma non sono bastate le polemiche politiche delle scorse settimane: premiata solo la canzone cantata da John Legend e dal rapper Common, dopo che erano stati snobbati sia il protagonista David Oyelowo (ma almeno una nomination poteva starci) sia la regista Ava DuVernay.

Meritati infine gli Oscar alla carriera all'attrice Maureen O'Hara e allo sceneggiatore francese Jean-Claude Carrière, mentre è sacrosanto quello assegnato al maestro dell'animazione giapponese Hayao Miyazaki, che con opere quali Porco Rosso (al quale proprio Michael Keaton aveva prestato la voce nella versione in inglese: ma guarda un po' che coincidenza...), La Città Incantata, Il Castello Errante di Howl e Si Alza il Vento ha ridefinito il modo di fare cinema d'animazione.
Lui va in pensione, ma il suo Studio Ghibli - che già aveva prodotto il bellissimo La Collina dei Papaveri - continuerà a divulgare nel mondo la sua sensibilità artistica.

Speciale finito, quindi?
Sì e no: per quanto riguarda strettamente gli Oscar 2015 abbiamo concluso, ma alle porte c'è un nuovo Speciale, dedicato al vincitore morale di questa edizione.
Ormai avrete capito di chi si tratti...proprio lui, Michael Keaton.

Lo avevamo in programma già dall'estate scorsa, ma ora più che mai è divenuto attuale.
Rimanete con noi, quindi: c'è da rendere giustizia all'attore dell'anno.

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lunedì 23 febbraio 2015

OSCAR 2015. I VINCITORI

Dall'alto: Milena Canonero, vincitrice per i Migliori Costumi di Grand Budapest Hotel; pieno di Oscar per Alejandro González Iñárritu e il suo Birdman; J.K. Simmons, Patricia Arquette, Julianne Moore e Eddie Redmayne.


20 su 24 (FRA e FEDE 16).
Ecco gli Oscar che abbiamo azzeccato nelle previsioni di ieri.
Certo non siamo riusciti a bissare il successo dello scorso anno (23 su 24!), ma comunque non male, considerando anche la grande incertezza della vigilia.

Dopo l'ottima accoglienza all'ultima Mostra del Cinema di Venezia, Birdman ha sovvertito l'esito dei Golden Globe - dove invece gli era stato preferito l'indipendente Boyhood - aggiudicandosi 4 statuette che pesano: miglior film, regia, sceneggiatura originale e fotografia.
La più netta vittoria da 3 anni a questa parte, quando a trionfare fu il francese The Artist.

Altrettanti riconoscimenti sono andati anche a Grand Budapest Hotel, benché tutti in categorie tecniche, compresa quella per i migliori costumi della nostra Milena Canonero.
Complimenti a questa grande artista italiana: è la sua quarta statuetta!

Purtroppo, a macchiare l'edizione di quest'anno è stata la clamorosa mancata assegnazione dell'Oscar come miglior attore a Michael Keaton, che proprio di Birdman è l'anima e il corpo.
Una decisione controversa che ha già innescato polemiche roventi e riguardo alla quale CINEMA A BOMBA! si esprimerà presto nel post di commento.

Per ora, eccovi l'elenco completo dei vincitori di ogni categoria!


MIGLIOR FILM

Birdman, regia di Alejandro González Iñárritu

MIGLIOR REGIA
Alejandro González Iñárritu – Birdman

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
Eddie Redmayne - La teoria del tutto (The Theory of Everything)

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA
Julianne Moore - Still Alice

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
J.K. Simmons - Whiplash

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA
Patricia Arquette - Boyhood

MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE
Big Hero 6, regia di Don Hall e Chris Williams

MIGLIOR FILM STRANIERO
Ida, regia di Paweł Pawlikowski (Polonia)

MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE
Birdman - Alejandro González Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris e Armando Bo

MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
The Imitation Game - Graham Moore

MIGLIOR COLONNA SONORA
Alexandre Desplat - Grand Budapest Hotel

MIGLIOR CANZONE
Glory da Selma - John Stephens e Lonnie Lynn - cantata da John Legend e Common


Dietro le quinte di Birdman.

MIGLIOR FOTOGRAFIA
Emmanuel Lubezki - Birdman

MIGLIORI EFFETTI SPECIALI
Paul Franklin, Andrew Lockley, Ian Hunter e Scott Fisher - Interstellar

Costumi di Milena Canonero per Grand Budapest Hotel

MIGLIORI COSTUMI
Milena Canonero - Grand Budapest Hotel

MIGLIOR TRUCCO E ACCONCIATURA
Frances Hannon e Mark Coulier - Grand Budapest Hotel

MIGLIOR SCENOGRAFIA
Adam Stockhausen - Grand Budapest Hotel

MIGLIOR MONTAGGIO
Tom Cross - Whiplash

MIGLIOR SONORO
Craig Mann, Ben Wilkins and Thomas Curley - Whiplash

MIGLIOR MONTAGGIO SONORO
Alan Robert Murray e Bub Asman - American Sniper

MIGLIOR DOCUMENTARIO
Citizenfour, regia di Laura Poitras

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DOCUMENTARIO
Crisis Hotline: Veterans Press 1, regia di Ellen Goosenberg Kent

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO
The Phone Call, regia di Mat Kirkby

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO ANIMATO
Winston (Feast), regia di Patrick Osborne

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domenica 22 febbraio 2015

OSCAR 2015. LE NOSTRE PREVISIONI



Molto difficile ripetere l'exploit dell'anno scorso: nelle nostre previsioni abbiamo azzeccato 23 Premi Oscar su 24 (FRA ne ha presi ben 19!), mentre sono stati 17 (14 FRA) nel 2013 e 21 (FEDE 17) nel 2012.

Difficile, perché quest'anno un favorito certo non c'è; anzi, sono ben tre i contendenti alla posta più alta: Boyhood, Birdman e Grand Budapest Hotel.

Tre pellicole che rappresentano le punte di diamante di quel cinema indie che sembra essersi preso una bella rivincita sui grandi blockbuster.
Anche se, va detto, i grandi nomi di Hollywood non hanno fatto uscire film nel 2014 - ad eccezione di Clint Eastwood con il suo coinvolgente American Sniper, che non per niente è stato l'unico tra i candidati al premio più ambito ad aver fatto accorrere gente nelle sale.

Qualunque sia l'esito finale, abbiamo l'impressione che questa edizione degli Academy Awards non passerà alla storia come una delle più memorabili.
A meno che non rappresenti una svolta nelle premiazioni cinematografiche, dando visibilità a quegli autori indipendenti che, non potendosi permettere grandi budget e quindi un grande pubblico, puntano su originalità, narrazione e passaparola.

Chi saranno comunque i vincitori?
Consigliamo di dare un'occhiata al nostro Speciale Oscar 2015 per conoscere nel dettaglio tutti i candidati.

Per noi della redazione di CINEMA A BOMBA! le stelle che brilleranno nella notte più attesa dell'anno cinematografico saranno...


MIGLIOR FILM
Birdman, regia di Alejandro González Iñárritu (FEDE, FRA)
Boyhood, regia di Richard Linklater (ANG)

MIGLIOR REGIA
Alejandro González Iñárritu - Birdman (FEDE, ANG)
Richard Linklater - Boyhood (FRA)

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
Michael Keaton - Birdman (FEDE, ANG)
Eddie Redmayne - La Teoria del Tutto (FRA)

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA
Julianne Moore - Still Alice (FEDE, FRA)
Reese Witherspoon - Wild (ANG)

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
Ethan Hawke - Boyhood (ANG)
J. K. Simmons - Whiplash (FEDE, FRA)

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA
Patricia Arquette - Boyhood (FEDE, FRA)
Laura Dern - Wild (ANG)

MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE
Alejandro González Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris e Armando Bo - Birdman (FEDE)
Richard Linklater - Boyhood (ANG)
Wes Anderson - Grand Budapest Hotel (FRA)

MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
Jason Hall - American Sniper (ANG)
Damien Chazelle - Whiplash (FEDE, FRA)

MIGLIOR FILM STRANIERO
Ida, regia di Paweł Pawlikowski (Polonia) (FRA)
Leviathan, regia di Andrej Petrovič Zvjagincev (Russia) (FEDE)
Storie pazzesche, regia di Damián Szifrón (Argentina) (ANG)

MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE
Boxtrolls, regia di Graham Annable e Anthony Stacchi (ANG)
Dragon Trainer 2, regia di Dean DeBlois (FEDE, FRA)

MIGLIOR FOTOGRAFIA
Emmanuel Lubezki - Birdman (FEDE)
Robert Yeoman - Grand Budapest Hotel (FRA)
Roger Deakins - Unbroken (ANG)

MIGLIOR SCENOGRAFIA
Adam Stockhausen - Grand Budapest Hotel (FEDE, FRA)
Nathan Crowley - Interstellar (ANG)

MIGLIOR MONTAGGIO
Joel Cox e Gary D. Roach - American Sniper (ANG)
Sandra Adair - Boyhood (FEDE, FRA)

MIGLIOR COLONNA SONORA
Alexandre Desplat - Grand Budapest Hotel (FEDE, FRA, ANG)

MIGLIOR CANZONE
Everything Is Awesome, musica e parole di Shawn Patterson - The LEGO Movie (ANG)
Glory, musica e parole di John Stephens e Lonnie Lynn - Selma (FRA)
I'm Not Gonna Miss You, musica e parole di Glen Campbell e Julian Raymond - Glen Campbell: I'll Be Me (FEDE)

MIGLIORI EFFETTI SPECIALI
Paul Franklin, Andrew Lockley, Ian Hunter e Scott Fisher - Interstellar (FEDE, FRA, ANG)

MIGLIOR SONORO
John Reitz, Gregg Rudloff e Walt Martin - American Sniper (FEDE, FRA)
Gary A. Rizzo, Gregg Landaker e Mark Weingarten - Interstellar (ANG)

MIGLIOR MONTAGGIO SONORO
Alan Robert Murray e Bub Asman - American Sniper (FRA)
Martin Hernández e Aaron Glascock - Birdman (FEDE)
Richard King - Interstellar (ANG)

MIGLIORI COSTUMI
Milena Canonero - Grand Budapest Hotel (FEDE, FRA)
Anna B. Sheppard e Jane Clive - Maleficent (ANG)

MIGLIOR TRUCCO E ACCONCIATURA
Bill Corso e Dennis Liddiard - Foxcatcher (ANG)
Frances Hannon e Mark Coulier - Grand Budapest Hotel (FEDE)
Elizabeth Yianni-Georgiou e David White - Guardiani della Galassia (FRA)

MIGLIOR DOCUMENTARIO
Citizenfour, regia di Laura Poitras (FEDE, FRA)
Il Sale della Terra, regia di Juliano Ribeiro Salgado e Wim Wenders (ANG)

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DOCUMENTARIO
Crisis Hotline: Veterans Press 1, regia di Ellen Goosenberg Kent (FRA)
Joanna, regia di Aneta Kopacz (ANG)
White Earth, regia di Christian Jensen (FEDE)

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO
Parvaneh, regia di Jon Milano (ANG)
The Phone Call, regia di Mat Kirkby (FEDE, FRA)

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DI ANIMAZIONE
The Bigger Picture, regia di Daisy Jacobs (ANG)
Winston (Feast), regia di Patrick Osborne (FEDE, FRA)

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martedì 10 febbraio 2015

THE THEORY OF EVERYTHING, PER AMARE NON CI VUOLE UNA SCIENZA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

Regno Unito, 2014
123'
Regia: James Marsh
Interpreti: Eddie Redmayne, Felicity Jones, Charlie Cox, David Thewlis, Emily Watson, Stephen Hawking (voce).


Stephen Hawking - fisico, matematico, cosmologo, astrofisico britannico - è probabilmente lo scienziato vivente più famoso e conosciuto del mondo, per almeno due ragioni.
La prima è di sicuro la sua immagine pubblica: malato di SLA dall'età di 21 anni (ma più probabilmente di atrofia muscolare progressiva), è costretto all'immobilità e a parlare tramite un sintetizzatore vocale.

L'altra ragione è rappresentata dalle sue teorie innovative: dallo Stato di Hartle-Hawking (secondo cui l'universo non avrebbe confini) alla Radiazione di Hawking (ossia la scoperta che i buchi neri emettono calore), passando per il multiverso (ipotesi che prevede l'esistenza di universi alternativi e paralleli al nostro).

Come tutti i biopic che si rispettino, la vicenda è raccontata con uno schema classico e rodato: giovinezza-amore-successo, poi tragedia-lotta-affermazione, infine complicazioni-risoluzione-lieto fine, non senza qualche sorpresa lungo il cammino.

La Teoria del Tutto, uscito da pochissimo nelle sale e candidato dall'Academy a 5 statuette (esattamente come Whiplash, Foxcatcher e Interstellar), è tratto dal libro autobiografico di Jane Wilde, prima moglie di Hawkins.
E come tutti i biopic che si rispettino, è sviluppato secondo uno schema classico e rodato: giovinezza-amore-successo, poi tragedia-lotta-affermazione, infine complicazioni-risoluzione-lieto fine.

Se l'Oscar per il miglior film - dovendo competere contemporaneamente con Birdman, Boyhood e Grand Budapest Hotel - sarà difficile da conquistare, per quelli relativi a miglior sceneggiatura e colonna sonora le possibilità sono più numerose.

Ma il piatto forte della pellicola sono le interpretazioni: non a caso i due protagonisti - Eddie Redmayne e Felicity Jones - sono entrambi candidati.
Il primo, apprezzato attore teatrale, era nel supercast di Les Misérables (nella parte di Marius), ma è questo ruolo che lo ha reso famoso e gli ha fatto vincere numerosi riconoscimenti, come il Golden Globe per il miglior attore drammatico.

La sua trasformazione in Hawking è impressionante e credibile, frutto di un lungo e complicato lavoro di preparazione fisica e studio delle espressioni facciali.
È lui il più insidioso rivale di Michael Keaton nella conquista della statuetta per la migliore interpretazione maschile, forte anche del debole che tradizionalmente l'Academy ha per i personaggi con disabilità dotati di talento (si veda, a titolo di esempio, Rain Man e Il Mio Piede Sinistro, i cui protagonisti - rispettivamente Dustin Hoffman e Daniel Day-Lewis - sono stati infatti premiati con l'Oscar).

Certamente è favorito sull'amico Benedict Cumberbatch - anch'esso presente nella stessa categoria - che, ironia della sorte, è stato il primo ad interpretare il celebre scienziato invalido (in un film per la Tv).

La seconda, nella parte di Jane Wilde, è invece il volto decisamente meno noto tra tutte le attrici nominate - l'altra non famosissima è la Rosamund Pike di Gone Girl, che però è stata Bond Girl in La Morte può attendere a fianco di Pierce Brosnan - ma è riuscita a spuntarla su Amy Adams (Big Eyes) e Jennifer Aniston (Cake).
La nomination quasi certamente non porterà all'Oscar - salvo clamorosi colpi di scena dovrebbe essere Julianne Moore ad aggiudicarselo - ma servirà comunque a farla conoscere e a darle opportunità: in questo film se la cava egregiamente e non sfigura accanto al bravo collega.

Oltre alla scelta del cast, apprezziamo il tocco con il quale il regista James Marsh e lo sceneggiatore Anthony McCarten hanno trattato la vicenda umana di Hawking: il rischio era di risultare lacrimevoli e pietistici.
Scampato pericolo: La Teoria del Tutto si fa vedere, senza risultare troppo pesante.

In fondo, più che la storia di un disabile, La Teoria del Tutto è una realistica storia d'amore (con colpo di scena finale).

PS: come il film suggerisce, Stephen Hawking è anche una persona dotata di grande umorismo e autoironia. A titolo di esempio, andatevi a guardare qui le sue apparizioni in Star Trek e I Simpson!

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lunedì 2 febbraio 2015

I CLASSICI: GRAND BUDAPEST HOTEL, L'UOMO CHE AMAVA LE NONNE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA/Germania/Gran Bretagna, 2014
100'
Regia: Wes Anderson
Interpreti: Ralph Fiennes, Tony Revolori, Willem Dafoe, Edward Norton, Adrien Brody, Saoirse Ronan, Jeff Goldblum, Mathieu Amalric, Harvey Keitel, Tilda Swinton, Owen Wilson, F.Murray Abraham, Jude Law, Tom Wilkinson, Jason Schwartzman, Léa Seydoux, Bob Balaban, Bill Murray.


Oggi: uno scrittore (Wilkinson) racconta dell'incontro avvenuto al Grand Budapest Hotel a metà degli anni 80 tra se stesso giovane e rampante giornalista (Law) e il vecchio proprietario dello stabile (Murray Abraham), che a sua volta rievoca la propria giovinezza come fattorino al servizio di Monsieur Gustave (Fiennes), concierge del rinomato albergo.

A questo punto inizia la storia vera e propria, che ruota intorno all'omicidio dell'anziana e facoltosa Madame D. (Swinton, truccatissima), di cui viene accusato proprio M. Gustave, focoso amante della stessa vegliarda.
Seguono peripezie e colpi di scena a non finire.

Wes Anderson ha una capacità unica: sorprende e convince sia i critici che il vasto pubblico, rimanendo fedele al proprio personalissimo stile.
Non si spiegherebbero altrimenti gli oltre 175 milioni di euro (!) incassati al botteghino né le 9 candidature agli Oscar (tra le quali quelle per miglior film e migliore regia) del suo nuovo capolavoro, Grand Budapest Hotel.

Giunto all'ottava pellicola (la settima consecutiva con Bill Murray nel cast!), il regista texano lascia a casa i suoi abituali co-sceneggiatori e fa tutto da solo, adattando liberamente i libri dello scrittore viennese Stefan Zweig e aggiungendo al proprio stile una punta di spregiudicatezza e un fondo di amarezza in più.

Con il solito cast da capogiro (ma avete letto tutti i nomi?!), Wes non si limita a predicare ai convertiti e firma la propria opera più ambiziosa.
C'è la forma, cioè lo stile e gli straordinari contributi tecnici ( i costumi di Milena Canonero sono meritatamente candidati, così come fotografia e scenografia), ma anche il contenuto.

Grand Budapest Hotel non è più soltanto la classica commedia surreale "alla Anderson" stile Moonrise Kingdom: è anche un film d'azione, una parabola sull'insicurezza umana e sull'avidità, una riflessione malinconica sul tempo che passa.

Rushmore e Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou sono lontani: il film con Ralph Fiennes punta in alto, a una o più statuette, ed è probabile che le aspettative non vengano deluse.

Intanto c'è già il Golden Globe come miglior commedia/musical.
Non male per un regista indipendente.

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giovedì 29 gennaio 2015

OSCAR 2015. NOMINATION: FILM E REGIA



L'Oscar è una faccenda...a tre.
E' stato così l'anno scorso (12 Anni Schiavo contro Gravity contro American Hustle), ma anche l'anno prima (Argo contro Lincoln contro Vita di Pi) e quello prima ancora (The Artist contro Hugo Cabret contro Paradiso Amaro).

Nel 2014 e nel 2013 la statuetta più ambita andò rispettivamente a 12 Anni Schiavo e Argo, che però dovettero condividere parte della gloria con Gravity e Vita di Pi (entrambi premiati per la miglior regia).
Bisogna tornare al 2012 per registrare l'ultima vittoria "piena": quella del bellissimo The Artist.

E nel 2015?
Se è vero che i Golden Globe anticipano in approssimazione le scelte dell'Academy, allora la sfida è tra Birdman (9 nomine), Grand Budapest Hotel (9 nomine) e Boyhood (6 nomine, ma "pesanti").
Competizione mai così incerta: nessuno dei tre, sulla carta, è abbastanza hollywoodiano da poterlo considerare favorito.

Birdman è un cosiddetto "film d'attori" - anzi, d'attore: il grande Michael Keaton - girato come un unico piano sequenza da un regista messicano (ma l'Oscar vinto dal collega e connazionale Alfonso Cuarón lo scorso anno è un precedente incoraggiante per il talentuoso Alejandro G. Iñárritu).
Grand Budapest Hotel è l'ultimo fiore all'occhiello nella filmografia di Wes Anderson, uno degli autori più eccentrici, barocchi e personalisti degli ultimi 20 anni, per nulla commerciale e difficilmente "vendibile" se non si è già suoi fan.
Boyhood è infine un'opera iper-sperimentale diretta da Richard Linklater, un regista che più snob e di nicchia non si può.

Hollywood si sta forse aprendo al cinema indipendente?
Lo scopriremo il 22 febbraio.

Per adesso gustiamoci i video e le altre sorprese che si possono trovare qui di seguito, cliccando semplicemente sui link.
Buona visione!


MIGLIOR FILM


American Sniper, regia di Clint Eastwood


Birdman, regia di Alejandro González Iñárritu


Boyhood, regia di Richard Linklater


Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel), regia di Wes Anderson


The Imitation Game, regia di Morten Tyldum


Selma - La strada per la libertà (Selma), regia di Ava DuVernay


La teoria del tutto (The Theory of Everything), regia di James Marsh


Whiplash, regia di Damien Chazelle




MIGLIOR REGIA

Dall'alto: Alejandro González Iñárritu con Birdman; Richard Linklater (a sinistra) con Ellar Coltrane, Ethan Hawke e Patricia Arquette, protagonisti di Boyhood; Bennett Miller (a sinistra) con Steve Carell sul set di Foxcatcher; Wes Anderson (a destra) dirige Ralph Fiennes in Grand Budapest Hotel; Morten Tyldum (a destra) e Benedict Cumberbatch insieme per The Imitation Game.


Alejandro González Iñárritu – Birdman

Richard Linklater – Boyhood

Bennett Miller - Foxcatcher

Wes Anderson – Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel)

Morten Tyldum - The Imitation Game

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