CINEMA A BOMBA!

mercoledì 23 settembre 2020

TENET, UN QUADRATO MAGICO DOVE NON TUTTO QUADRA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA/Regno Unito, 2020
150'
Regia: Christopher Nolan
Interpreti: John David Washington, Robert Pattinson, Kenneth Branagh, Elizabeth Debicki, Dimple Kapadia, Michael Caine, Martin Donovan, Fiona Diurif, Himesh Patel, Clémence Poésy, Aaron Taylor-Johnson


Scienziati e politici dal futuro stanno cercando di cambiare il loro passato (che è anche il nostro presente) come soluzione per contrastare disastri ambientali gravissimi.

Attraverso portelli girevoli che permettono alle due ere di comunicare, essi comunicano con un loro agente che vive ai giorni nostri (Branagh) e lo incaricano di trovare indizi che, una volta raccolti, consentiranno di ricostruire un algoritmo in grado, potenzialmente, di distruggere la razza umana attuale.

La misteriosa organizzazione Tenet cercherà in tutti i modi di fermarlo, assoldando un agente speciale sveglio e coriaceo (Washington) e affiancandolo all'enigmatico Neil (Pattinson).






Innanzitutto iniziamo dal titolo: cosa vuol dire "Tenet"?

In inglese significa "principio", "dottrina".

Ma il riferimento probabilmente più voluto dal regista è quello riferito ad una ricorrente iscrizione latina in forma di quadrato magico, composta dalle parole SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS, che compongono una frase palindroma dal significato mai del tutto chiarito.

Le stesse possono essere lette da sinistra verso destra, da destra verso sinistra, dall'alto in basso da sinistra verso destra, dal basso in alto da destra verso sinistra.

E al centro, come una croce, c'è proprio la parola "tenet", che in latino sta per "tiene", "guida", "regge"

Tali parole sono celate all'interno dell'intero film: Sator è il cognome dell'antagonista; Arepo, quello di un pittore autore di falsi che ha innescato una crisi familiare tra Sator e la moglie; Tenet è il nome dell'organizzazione segreta per la quale lavora il protagonista; Opera si riferisce al teatro dell'opera di Kiev dal quale inizia tutta la vicenda; Rotas è la denominazione di un'impresa edile che fa da copertura alle attività di Sator.

L'intento di Nolan è chiaro: giocare ancora con lo spazio e con il tempo - come già aveva fatto con Inception, Interstellar e Dunkirk - cercando di alterarne il normale corso e soffermandosi soprattutto sul secondo.

La vicenda è cervellotica e difficile da seguire, con tutte le inversioni di tempo che ci sono.

Ma il risultato è comunque un'opera audace, sontuosa, che compensa i tanti punti criptici con una resa scenica spettacolare.

Come tutti i film di Nolan.

E come tutti i film di Nolan richiede spettatori attenti e di essere vista più volte per essere meglio compresa e apprezzata.

Sapete che a noi di CINEMA A BOMBA! il cineasta britannico piace molto, ma la sceneggiatura questa volta è ancora più ostica dei lavori precedenti - se va avanti così, potremmo rivalutare il pur complicato Sokurov.

Ma sappiamo che non è lo script il suo punto forte.

Di Tenet apprezziamo soprattutto la regia - inconfondibile la mano dell'autore della saga del Cavaliere Oscuro -, ma anche la scelta dei luoghi delle riprese (c'è anche la Costiera Amalfitana) e dei collaboratori per le musiche (questa volta il fidato Hans Zimmer è stato sostituito dal compositore svedese Ludwig Göransson, che ha composto un'interessante colonna sonora rimbombante e martellante), il suono, la fotografia (magnifica, di Hoyte van Hoytema).

Anche gli effetti speciali sono notevoli - ma attenzione: l'aereo che viene fatto schiantare è un aereo vero!

Non male la selezione degli interpreti.

John David Washington, figlio di Denzel, dopo la bella prova in BlacKkKlansman, si conferma pure qui attore talentuoso e capace di non vivere all'ombra di un padre tanto ingombrante.

Robert Pattinson dimostra che la saga Twilight, che pure gli ha dato notorietà mondiale, è stato solo un incidente di percorso in termini di qualità recitativa.

Di Kenneth Branagh conosciamo già la bravura - il suo accento russo è credibile ed ha pure recitato imparando intere frasi al contrario!

L'australiana Elizabeth Debicki è eterea e algida come richiede il personaggio affidatole.

Tra gli altri, non ci ha sorpreso trovare nel cast Michael Caine, vero prezzemolino nolaniano.

Ma sapete cos'è la cosa che ci è piaciuta di più di Tenet?

È ciò che rappresenta per il cinema tutto, colpito gravemente dal Covid-19: cioè un tentativo di ripartire, di riportare il pubblico nelle sale.

In mezzo a tante produzioni rimandate ai prossimi mesi (per poter concorrere agli Oscar) o passate direttamente in streaming, si è creduto nel potenziale di questo film e si è provato a distribuirlo in modo tradizionale.

Vedremo se, alla fine, i numeri daranno ragione a Nolan & C.

Noi non possiamo che apprezzarne il coraggio e la fiducia nella rinascita dell'industria cinematografica.

Tenet e la Mostra di Venezia di quest'anno sono una bella dimostrazione che il cinema non è ancora morto.

Speriamo che si riprenda presto.




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domenica 19 gennaio 2020

I MIGLIORI FILM DEL DECENNIO (2010-2019)

Dall'alto: Jessica Chastain e Brad Pitt in The Tree of Life; gli Avengers Chris Evans e Robert Downey Jr.; Joaquin Phoenix nei panni del Joker


Ora che sono ufficialmente iniziati gli Anni 20 del Nuovo Millennio, sono in molti a chiedersi: quali sono stati i film migliori nel decennio appena trascorso?

Una domanda alla quale stanno provando a rispondere molti giornali e siti specializzati, con risultati a dir poco eterogenei.
Anche noi di CINEMA A BOMBA! ci siamo prestati al gioco, stilando due personali classifiche.

Di seguito le trovate entrambe, divise in cinque categorie: Top 10, Top 20, Top 30, Top 40 e Top 50.
All'interno di ognuna di esse, le pellicole sono riportate in mero ordine cronologico.

Leggete e provate anche voi a fare la vostra personale selezione!
Chissà quanti gusti abbiamo in comune...






Qui di seguito la selezione di Fran:

TOP 10
Inception 2010
The Tree of Life 2011
Zero Dark Thirty 2012
American Sniper 2014
Whiplash 2014
Il Ponte delle Spie 2015
Mad Max: Fury Road 2015
La Battaglia di Hacksaw Ridge 2016
Dunkirk 2017
Joker 2019

TOP 20
Wilde Salomé 2011
Le Avventure di Tintin 2011
The Master 2012
Il Cavaliere Oscuro-Il Ritorno 2012
The Lego Movie 2014
La La Land 2016
Tre Manifesti a Ebbing, Missouri 2017
A Star Is Born 2018
Spider-Man: Un Nuovo Universo 2018
Roma 2018

TOP 30
Killer Joe 2011
Le Idi di Marzo 2011
The Artist 2011
Mud 2012
The Wolf of Wall Street 2013
Gravity 2013
Babadook 2014
Guardiani della Galassia 2014
Animali Notturni 2016
Ready Player One 2018

TOP 40
Take Shelter 2011
Django Unchained 2012
The Disappearance of Eleanor Rigby 2013
Interstellar 2014
Birdman 2014
The Revenant 2015
Deadpool 2016
Hell or High Water 2016
Avengers: Infinity War 2018
Venom 2018

TOP 50
Cave of Forgotten Dreams 2010
Alois Nebel 2011
Drive 2011
Boyhood 2014
A Most Violent Year 2014
Lion-La Strada Verso Casa 2016
The Shape of Water 2017
Scappa-Get Out 2017
First Man 2018
Bohemian Rhapsody 2018






Qui di seguito la selezione di Fede:

TOP 10
The Artist 2011
The Tree of Life 2011
Zero Dark Thirty 2012
The Disappearance of Eleanor Rigby 2013
Interstellar 2014
Birdman 2014
Star Wars-Il Risveglio della Forza 2015
La La Land 2016
Wonder Woman 2017
Avengers: Endgame 2019

TOP 20
Inception 2010
Wilde Salomé 2011
Le Avventure di Tintin 2011
Le Idi di Marzo 2011
Django Unchained 2012
Les Misérables 2012
The Martian 2015
Batman v Superman: Dawn of Justice 2016
Spider-Man: Homecoming 2017
Avengers: Infinity War 2018

TOP 30
Road To Nowhere 2010
Killer Joe 2011
Drive 2011
The Lego Movie 2014
Whiplash 2014
Deadpool 2016
Captain America: Civil War 2016
Twin Peaks-The Return 2017
The Greatest Showman 2017
Ready Player One 2018

TOP 40
Argo 2012
Lo Hobbit-La Battaglia delle 5 Armate 2014
Boyhood 2014
Il Ponte delle Spie 2015
Il Caso Spotlight 2015
Inside Out 2015
Justice League 2017
Thor: Ragnarok 2017
The Devil and Father Amorth 2018
Spider-Man: Un Nuovo Universo 2018

TOP 50
Alois Nebel 2011
Take Shelter 2011
Pearl Jam Twenty 2011
Twixt 2011
Captain America: Il Primo Vendicatore 2011
To The Wonder 2012
L'Uomo d'Acciaio 2013
Babadook 2014
Guardiani della Galassia 2014
The Shape of Water 2017




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venerdì 13 dicembre 2019

I CLASSICI: INCEPTION, NEL LABIRINTO DELLA MENTE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA/Regno Unito, 2010
148'
Regia: Christopher Nolan
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Joseph Gordon-Levitt, Ellen Page, Tom Hardy, Marion Cotillard, Ken Watanabe, Cillian Murphy, Michael Caine, Pete Postlethwaite, Dileep Rao, Lukas Haas, Tom Berenger.


Dom Cobb (DiCaprio) e il suo staff hanno un'abilità particolare: grazie ad una tecnologia all'avanguardia sono in grado di entrare nei sogni delle persone e carpire informazioni segrete.

Il gruppo viene ingaggiato da un facoltoso magnate giapponese (Watanabe), che vuole che si instilli nella mente del figlio (Murphy) del suo più pericoloso ma morente concorrente (Postlethwaite, in una delle sue ultime interpretazioni) l'idea di smembrare l'impero economico ereditato.

Le cose, però, prenderanno una brutta piega.






Chi non è mai rimasto affascinato guardando figure impossibili, immagini con inganni spaziali e visivi, con illusioni ottiche?

Chi non è mai rimasto a bocca aperta davanti alle incisioni delle Carceri del veneziano Giovanni Battista Piranesi o alle scale che salgono (o scendono) sempre di Escher o al triangolo di Penrose?

Ora pensate ad un film che attinge a piene mani a questo tipo di illustrazioni per creare un mondo sospeso tra sogno e realtà, un mondo che fa da sfondo ad una trama fatta di scatole cinesi, labirinti e vertigine nei quali i protagonisti si perdono e non riescono a distinguere tra sonno e veglia.

Christopher Nolan è riuscito a creare uno di quei rari casi di "film d'azione d'autore", opere che hanno l'intento da una parte di intrattenere un vasto pubblico e dall'altro di veicolare messaggi e contenuti pescando da una pluralità di fonti "alte".

A tal proposito, numerosi sono le citazioni e i rimandi: Calderón de La Barca (si veda il suo dramma La Vita è Sogno), Jorge Luis Borges, Platone, Freud, Schopenauer...

Al primo obiettivo (raggiunto, visti gli incassi notevoli), invece, hanno concorso l'immaginario visivo (reso in modo strepitoso da un uso intelligente di effetti speciali all'avanguardia, non per niente premiati con l'Oscar, una delle 4 statuette vinte - le altre, per la fotografia, il sonoro e il montaggio sonoro), il ritmo incalzante, la suggestiva colonna sonora di Hans Zimmer, le invenzioni registiche.

Poi, ovviamente, un ricco cast fatto di fidati attori talentuosi e di richiamo aiuta parecchio.

Accanto al divo Leonardo DiCaprio (bravissimo, ma l'Oscar arriverà solo nel 2016 con Revenant-Redivivo) troviamo infatti interpreti che hanno già collaborato o che collaboreranno anche successivamente con il cineasta britannico: Michael Caine (molto presente nella filmografia nolaniana), Ken Watanabe, Joseph Gordon-Levitt, Cillian Murphy, Marion Cotillard, Tom Hardy.

Proprio quest'ultimo si è fatto conoscere dal grande pubblico grazie alla pellicola della quale stiamo parlando: dopo la prova molto convincente in Bronson, il prestante londinese si è distinto in La Talpa, Il Cavaliere Oscuro-Il Ritorno (sempre di Nolan, assieme a Murphy, Caine, Cotillard, Gordon-Levitt), Mad Max: Fury Road, il già citato Revenant, Dunkirk (ancora Nolan), Venom, affermandosi come uno dei volti più riconoscibili del cinema mondiale.

Il regista della trilogia del Cavaliere Oscuro e di Interstellar e Dunkirk è solito avvalersi del lavoro di persone già collaudate; ma quel che ci piace in lui è che, nonostante questa comfort zone, egli mette in gioco se stesso in progetti via via più ambiziosi e originali, seguendo la propria ispirazione e proponendo sempre cose nuove.

Il fatto, poi, che sia lasciata al pubblico la comprensione del significato delle sue opere dimostra un profondo rispetto per lo spettatore - non considerato come un soggetto passivo, ma come un soggetto stimolato a farsi una propria opinione su quello che ha visto sullo schermo - e per la sua intelligenza.

Inception è emblematico dell'idea di cinema di Nolan: sono presenti i suoi temi ricorrenti (il tormento interiore, l'ossessione, il ricordo, l'inganno...), una narrazione temporale non lineare, il suo approccio scientifico, il suo senso della spettacolarità e dell'azione.

Ed è ricco, ricchissimo di suggestioni e in grado, anche a distanza di anni, di generare stupore.

Borges affermava (nel breve saggio Metamorfosi della Tartaruga): L'arte vuol sempre irrealtà visibili.

Pensiamo che anche il grande scrittore argentino avrebbe apprezzato questo film.




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domenica 17 settembre 2017

DUNKIRK, NOLAN VA ALLA GUERRA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

Regno Unito, 2017
106'
Regia: Christopher Nolan
Interpreti: Fionn Whitehead, Kenneth Branagh, Tom Hardy, Cillian Murphy, Mark Rylance, Tom Glynn-Carney, Aneurin Barnard, Barry Keoghan, Jack Lowden, James D'Arcy, Harry Styles.


1940.
Le armate della Germania nazista, aggirando la Linea Maginot, sono dilagate in Francia.
L'invasione, rapidissima e inarrestabile, sorprende centinaia di migliaia di soldati britannici che, sulle spiagge di Dunkerque (Dunkirk, in inglese), aspettano di essere salvati.

Ma essi sono accerchiati e continuamente bombardati.
Ogni piano di evacuazione sembra destinato all'insuccesso e la disfatta sembra inevitabile. Ma...






Ha scelto un episodio poco conosciuto della Seconda Guerra Mondiale Christopher Nolan per il suo primo film tratto da vicende veramente accadute.

Colui che è considerato uno dei registi più popolari e talentuosi del nuovo secolo - da Memento (2000) in poi non ha fato altro che accumulare successi su successi, dalla trilogia del Cavaliere Oscuro a Interstellar, passando per Insomnia, The Prestige, Inception - ha deciso di mettersi nuovamente in gioco e di cimentarsi in un genere (quello bellico) non ancora affrontato prima, sebbene il progetto di fare una pellicola sull'evacuazione di Dunkerque covasse in lui già da parecchi anni.

Attesa ripagata dall'attuale acclamazione di critica e pubblico che, nonostante l'uscita prematura (fine luglio negli USA, un mesetto dopo in Italia) rispetto alla cosiddetta stagione di preparazione ai Golden Globe e agli Oscar - che tradizionalmente inizia con la Mostra di Venezia ed ha il suo culmine a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno - potrebbe spingere Dunkirk verso traguardi importanti.

E sì, perché non ci troviamo di fronte ad un war movie come gli altri - e da Nolan non ci aspettavamo di certo un film pieno di cliché che svolgesse in modo diligente il compitino di narrare fatti storici - bensì ad un'opera che da una parte sovverte i tópoi del genere e dall'altra dà loro nuova linfa.

Innanzitutto non ci sono protagonisti, bensì singoli personaggi che emergono: piccole storie in una storia più grande che si compone sì di atti di valore e di senso del dovere, ma soprattutto di paura, angoscia, vigliaccheria, istinto di sopravvivenza, disperazione.

È la guerra vissuta non dai politici (che non compaiono e che tutt'al più sono citati nei discorsi) o dai generali ma dai soldati - ragazzi in balia degli eventi che gli orrori del conflitto li vivono in prima persona, un'intera generazione allo sbando mandata al macello e ritrovatasi a doversi battere con le unghie e con i denti per portare a casa la pelle - e da chi ha perso un proprio caro nelle ostilità.
È la guerra, ma quella raccontata dal basso.

Tre sono le ambientazioni.

La spiaggia di Dunkerque, dove i militari britannici, continuo bersaglio dei Tedeschi che li circondano, aspettano di essere evacuati.
L'azione si svolge nell'arco temporale di una settimana.

Il mare dinnanzi a Dunkerque, da dove si vede la costa inglese, così vicina e così disperatamente difficile da raggiungere, ma dalla quale partono le piccole imbarcazioni da diporto requisite dalla Royal Navy o condotte dai proprietari con il compito di aggirare il blocco navale imposto dagli occupanti.
L'azione si svolge nell'arco temporale di un giorno.

I cieli sopra Dunkerque, teatro di scontri aerei senza esclusione di colpi.
L'azione si svolge nell'arco temporale di un'ora.

Grazie al sapiente montaggio dell'australiano Lee Smith, queste differenze di durata - che sembrerebbero inconciliabili tra di loro - non ingolfano però la narrazione, ma anzi - pur risultando spiazzanti in certi momenti - sono amalgamate in modo tale da creare una certa continuità.

Tale continuità contribuisce, a sua volta, al crescendo di tensione, al senso di attesa nel quale veniamo trascinati pure noi spettatori, per merito anche di una colonna sonora (firmata Hans Zimmer!) quasi non percepita tanto è poco invasiva, ma che si fonde con le immagini in modo molto efficace.

Il coinvolgimento emotivo è reso anche dalla fotografia ad alta definizione (grazie alle pellicole IMAX 65mm e alle pellicole a grande formato 65 mm) di Hoyte Van Hoytema (lo stesso di La Talpa, Lei-Her, Interstellar, Spectre), che rende le immagini nitidissime.

L'accuratezza nella composizione delle inquadrature si vede anche dei dettagli - le navi e gli aerei utilizzati sono quelli del tempo - mentre il ricorso ad effetti speciali è limitato e comunque funzionale alla storia.

Non aspettatevi un film verboso, pieno di frasi e monologhi da citare e ri-citare: i dialoghi sono scarni - d'altra parte Nolan, all'inizio, aveva addirittura pensato di rinunciare alla sceneggiatura per focalizzarsi maggiormente sull'azione - e a parlare sono soprattutto i volti degli attori, quasi tutti ben scelti (non ce ne vogliano le fan degli One Direction, ma quel "quasi" è proprio per Harry Styles...) e ben impiegati.

Nel cast troviamo veterani inglesi del calibro di Kenneth Branagh, Mark Rylance, Tom Hardy - rispettivamente uno dei più famosi interpreti britannici sia al cinema che a teatro, candidato a 5 Academy Award e a 5 Golden Globe; il vincitore del Premio Oscar per il miglior attore non protagonista nel 2016 per Il Ponte delle Spie; il candidato battuto nella stessa categoria e nello stesso anno per The Revenant, però iconico protagonista di pellicole quali Bronson e Mad Max: Fury Road - oltre all'irlandese Cillian Murphy, uno dei pupilli del regista.

Quest'ultimo, però, ha il merito di aver dato loro il giusto spazio senza soffocare i ruoli dei giovani ed espressivi comprimari - l'esordiente sul grande schermo Fionn Whitehead (quello che paradossalmente ha il ruolo più incisivo di tutta la pellicola) e i poco più esperti Tom Glynn-Carney e Aneurin Barnard (solo per citarne due) - ai quali sono affidate parti tutt'altro che facili.

E i soldati tedeschi?
La novità - soprattutto per un film che parla della Seconda Guerra Mondiale - è che essi non compaiano praticamente mai: si avverte la loro ingombrante presenza, si subisce le loro azioni, ma essi sono come invisibili; sono come fantasmi, ma terribilmente concreti e pericolosi.

L'angoscia dei militari britannici è resa benissimo: come si fa a combattere, che speranza si ha di sopravvivere se si è in balia di un nemico che non si vede?

Insomma, è riduttivo (e fuorviante) definire Dunkirk un film di genere: va molto oltre per visione, innovazioni, ambizioni, budget ed eccellenza di regia e contributi tecnici.

Possiamo parlare di un kolossal - ma anche di un film d'autore - che riesce ad intrattenere pur non perdendo profondità, a far pensare e a suscitare discussioni: cosa che solo pochi autori sono in grado di fare.

Abbiamo l'impressione che Dunkirk sarà ricordato ancora a lungo.
Sempre che Nolan non riesca a superarsi nuovamente.




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mercoledì 12 ottobre 2016

I DOC: ENCOUNTERS AT THE END OF THE WORLD, LA FREDDA SCIENZA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2007
99'
Regia: Werner Herzog


Pensate ad un pianeta come quello rappresentato in Interstellar, dove l'atmosfera è di varie sfumature di azzurro e il cielo è di ghiaccio.
Pensate a solitarie figure che vi fluttuano come la Sandra Bullock di Gravity.
Pensate di girare un film in condizioni estreme, come ha fatto Alejandro González Iñárritu per The Revenant.

Questo pianeta esiste e non si trova a milioni di anni luce da noi: è l'Antartide, il continente più freddo - in certe aree la temperatura media può raggiungere i -50° C! - e inospitale della Terra.

Entusiasmato dalle riprese subacquee effettuate da Henry Kaiser sotto i ghiacci del Polo Sud per la sua opera di fantascienza metafisica L'Ignoto Spazio Profondo (2005), il tedesco Werner Herzog - probabilmente il più geniale regista europeo vivente - ha deciso di andare di persona a vedere i paesaggi che tanto lo avevano affascinato, senza delegare nessuno.

Beh, chi ha visto i suoi film non può certo dire che il cineasta bavarese sia un tipo da tirarsi indietro, quando si tratta di andare in posti insoliti e lontani dalla "civiltà": per Fata Morgana era stato nel deserto del Sahara, per Aguirre, furore di Dio e Fitzcarraldo nella foresta amazzonica, per La Soufrière nell'isola di Guadalupa nell'imminenza di un'eruzione vulcanica (poi non avvenuta, fortunatamente).

La natura selvaggia e primordiale, d'altra parte, ha spesso un ruolo di primo piano nelle sue opere, con la sua potenza, la sua maestosità, la sua imprevedibilità: è in fondo il riflesso dell'animo umano, in particolare suo e di quei personaggi borderline che rappresenta così spesso.

Anche in Encounters at the End of the World - candidato all'Oscar per il miglior documentario nel 2009 e dedicato al celebre critico cinematografico Roger Ebert (morto nel 2013) - gli uomini e le donne descritti sono ai margini della società: sono gli scienziati e il personale di servizio che vivono nella stazione antartica USA McMurdo, un mondo a sé con porto, tre piste di atterraggio, eliporto, 100 edifici, una cappella per riti religiosi cattolici e anglicani, un campo da bowling, un campo da disc golf a nove buche, l'unico bancomat del continente.
Ma in mezzo al nulla.






Sono una comunità di professional dreamers (cioè sognatori professionisti, come vengono definiti da Herzog), avventurieri, persone che vogliono lasciarsi alle spalle un passato difficile, tutti uniti dalla scienza.

Le spettacolari riprese dei paesaggi si alternano così a scene di vita di tutti i giorni, con pizzichi di humour - come le esercitazioni con i secchi in testa sui quali sono dipinte delle facce - dando vita alla narrazione di una quotidianità nella quale Uomo e Natura interagiscono tra di loro, ma in un equilibrio instabile: il ghiaccio scricchiola paurosamente ed è minacciato dal surriscaldamento globale, gli scienziati devono prendere mille precauzioni per non soccombere a condizioni climatiche proibitive.

Secondo la visione di Herzog, la Natura infatti non è buona - né lo è in sé l'Uomo, con la sua invadenza e la sua smania di civilizzare ogni angolo del pianeta - ma ogni tentativo di comprenderla con parametri e criteri umani risulta inutile.
Come si può spiegare infatti il comportamento di un pinguino che si allontana dal branco, attraversa senza timore la stazione in mezzo agli uomini e va verso le montagne incontro ad una probabile morte solitaria?

Nei suoi film e documentari - tra i quali ricordiamo e raccomandiamo il suggestivo Cave of Forgotten Dreams - lo sguardo del cineasta tedesco è quello di uno scienziato e di un osservatore curioso ma distaccato, piuttosto che quello di un giudice.

Ciò non toglie, tuttavia, che egli si diverta a sovvertire le regole che distinguono documentari e opere di finzione: così nei primi inserisce scene ricostruite in studio, e nelle seconde sprazzi di realtà.

Anche grazie a questi espedienti, le sue storie risultano spesso accattivanti e le immagini non rimandano solamente alla bellezza della natura, bensì fanno sorgere riflessioni e interrogativi.

Ma se aspettate di trovarvi delle risposte - in questa occasione è proprio il caso di dirlo - state... freschi.




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martedì 14 giugno 2016

I CLASSICI: THE MARTIAN, NON CHIAMATELO SPIN-OFF

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2015
141'
Regia: Ridley Scott
Interpreti: Matt Damon, Jessica Chastain, Chiwetel Ejiofor, Jeff Daniels, Michael Peña, Kate Mara, Kristen Wiig, Mackenzie Davis, Sebastian Stan, Sean Bean, Donald Glover.


Abbandonato dalla propria squadra perché ritenuto morto dopo un incidente causato da una terribile tempesta, un astronauta (Damon) si ritrova da solo sul pianeta Marte.
Dovrà cercare di sopravvivere coi pochi mezzi di cui dispone, in attesa che la Nasa organizzi una nuova spedizione per andare a recuperarlo.

Spazio, astronavi, Jessica Chastain, Matt Damon disperso in un pianeta lontano...
Calma, calma: nonostante tutte queste cose in comune, non si tratta di uno spin-off di Interstellar, il capolavoro cosmo-filosofico diretto da Christopher Nolan (quello di Memento, Inception e della trilogia di Batman con Christian Bale).

Ridley Scott - che di fantascienza se ne intende, avendo diretto Alien e Blade Runner - è stato molto chiaro fin da subito: se il film con Matthew McConaughey, pur fisicamente abbastanza accurato, poteva permettersi qualche forzatura scientifica, The Martian-Sopravvissuto avrebbe dovuto essere il più credibile possibile.

Il regista ha lavorato con tecnici e consulenti della NASA per ogni aspetto della pellicola, curandone ogni dettaglio e assicurandosi che la storia - benché inventata - risultasse non solo verosimile, ma realistica.
Siamo quindi molto lontani dall'epica fantastica di Star Wars e dintorni, dalle baracconate trash stile Iron Sky, ma anche dai suoi precedenti lavori sci-fi.

Le sfide che Scott si è trovato ad affrontare non erano delle più semplici: parlare di scienza senza risultare noioso, incentrare la trama principalmente su un solo personaggio sperduto in un pianeta dove non c'è nulla, riguadagnare pubblico dopo troppi anni di flop commerciali.

Questa volta ha fatto centro.
Nonostante l'argomento, The Martian ha un buon ritmo e riesce a stemperare con riuscitissimi - e divertenti - momenti di alleggerimento un tema di per sé piuttosto angoscioso: il dramma di un uomo abbandonato da tutti a parecchi milioni di chilometri di distanza dalla salvezza.

Certo, il tono è più leggero di Interstellar - più malinconico ed emotivamente coinvolgente - e mancano le ambiziose allegorie che rischiavano di far ingolfare l'opera di Nolan: il film di Scott risulta meno impegnativo da seguire (non solo perché dura una mezz'oretta di meno) e più intrattenente.

Merito di una regia esperta e scafata, di una sceneggiatura molto brillante, di effetti speciali efficaci e non invadenti e di un cast davvero azzeccato.

Beh, di Jessica Chastain i nostri lettori sanno già che è una nostra pupilla (fatevi un'idea guardando qui): di un'attrice così brava non smetteremo mai di fare le lodi.

Matt Damon offre un'interpretazione convincente e riesce a reggere il peso di un personaggio che compare praticamente da solo per quasi tutta la durata del film.
È simpatico e il pubblico trepida e patteggia per lui, proprio come in Will Hunting-Genio Ribelle.

Chiwetel Ejiofor lo avevamo già apprezzato in 12 Anni Schiavo, ma qui compare troppo poco. Peccato.

Jeff Daniels riscatta con un ruolo serio il disastroso Scemo & + Scemo 2, mentre Donald Glover della serie Tv Community ruba il ruolo di comprimario "comico" alla solitamente pimpante Kristen Wiig, prossima protagonista del controverso reboot in chiave femminile di Ghostbuster.

Bene anche gli altri: il caratterista Michael Peña, la Kate Mara di House of Cards, la biondina canadese Mackenzie Davies, il Sebastian Stan già Soldato d'Inverno in Captain America: Civil War e il popolare Sean Bean.

Alla fine i risultati hanno confermato la pellicola come una delle più riuscite della stagione: grande successo al botteghino, critiche positive, 2 Golden Globe e 7 nomination agli Oscar 2016 (miglior film, Matt Damon come attore protagonista, sceneggiatura non originale, scenografia, sonoro, montaggio sonoro, effetti speciali) - sebbene poi alla fine non abbia ricevuto alcuna statuetta.

E un ritorno in grande stile del buon Ridley, che potrebbe sfatare il detto popolare "Né di Venere né di Marte non si arriva né si parte".
Chissà che proprio dal Pianeta Rosso non inizi invece un altro periodo ricco di soddisfazioni e successi...




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sabato 21 novembre 2015

SPECTRE, NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE CRIMINALE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

Regno Unito/USA, 2015
148'
Regia: Sam Mendes
Interpreti: Daniel Craig, Christoph Waltz, Léa Seydoux, Ralph Fiennes, Ben Whishaw, Naomie Harris, Dave Bautista, Monica Bellucci, Andrew Scott, Rory Kinnear, Judi Dench.


Tra Città del Messico, Roma, l'Austria, Tangeri e Londra si dipana la trama di un complotto che mira a controllare l'intelligence dei Paesi più potenti dell'orbe tramite un database.

Ad ordirla, un'organizzazione misteriosa e onnipresente: la SPECTRE, guidata dal gelido e spietato Ernst Stavro Blofeld (Waltz).
A contrastarla, l'agente dei servizi segreti britannici più famoso al mondo. Che - difficoltà nelle difficoltà - dovrà pure fare i conti con il proprio passato (prossimo e remoto).

Nel ventiquattresimo episodio della saga ispirata alle avventure del personaggio nato dalla penna di Ian Fleming, troverete ben poche novità.

Partiamo da dietro la cinepresa. Dopo il clamoroso successo ottenuto col precedente episodio Skyfall, vincitore di due Premi Oscar nel 2013, è stato confermato Sam Mendes, regista britannico di origine teatrale e unico vero Autore prestato alla serie (vanta un Premio Oscar, per il controverso e discusso American Beauty).

Tra i suoi collaboratori invece non ritroviamo più il grande direttore della fotografia Roger Deakins (quello di Il Grande Lebowski), sostituito da Hoyte Van Hoytema (DP di La Talpa e Interstellar, per dirne due).

Riguardo al cattivo: gli sceneggiatori non si sono peritati di crearne uno nuovo, ma ne hanno riesumato uno che già era comparso in altri 6 film bondeschi - che precisamente sono: Dalla Russia Con Amore, Thunderball-Operazione Tuono (in entrambi compare dal petto in giù, mentre accarezza un gatto bianco), Si Vive Solo Due Volte (personificato da Donald Pleasance), Al Servizio Segreto Di Sua Maestà (Telly Savalas, il pelato Tenente Kojak televisivo), Una Cascata Di Diamanti, Solo Per I Tuoi Occhi (dove non viene ma inquadrato in primo piano). C'è anche in un settimo, il non ufficiale Mai Dire Mai (Max von Sydow).

Ad interpretarlo, tra l'altro, l'apprezzatissimo (anche da noi di CINEMA A BOMBA!) Christoph Waltz, che non a caso
ha vinto un Oscar nel 2013 come attore non protagonista (per Django Unchained) bissando lo stesso riconoscimento ottenuto per Bastardi Senza Gloria nel 2010 - due pellicole entrambe dirette dal cineasta di Pulp Fiction e Jackie Brown (un tale di nome Quentin Tarantino...).

Ma la scelta di questo attore così talentuoso, paradossalmente, non è stata felicissima: tenuto a briglia corta, senza la possibilità di gigioneggiare alla sua maniera, impiegato in poche scene, poco caratterizzato fisicamente, Waltz appare sfruttato al di sotto delle sue (ottime) capacità.
Avesse avuto più spazio...

Analoga sorte per il suo braccio destro, Mr. Hinx (verosimile il gioco di parole con "in excess", in eccesso: effettivamente, visto quello che fa durante il film...): il personaggio affidato all'ex wrestler Dave Bautista - il Drax di Guardiani della Galassia - avrebbe dovuto essere una specie di Squalo od Oddjob dei giorni nostri, ma alla fine non ha ottenuto un ruolo così incisivo e finisce per essere liquidato in modo un po' sbrigativo.

Come ogni film di James Bond, non mancano le Bond Girl che puntualmente finiscono a letto col protagonista.
Questa volta tocca alla nostrana Monica Bellucci - quinta italiana dopo Daniela Bianchi (Dalla Russia Con Amore), Luciana Paluzzi (Thunderball), Maria Grazia Cucinotta (Il Mondo Non Basta), Caterina Murino (Casino Royale) - e a Léa Seydoux - premiata con una Palma d'Oro speciale a Cannes 2013 e già a fianco di Ralph Fiennes in Grand Budapest Hotel di Wes Anderson: un'attrice di talento, qui un po' sottoutilizzata.
La bruna e la bionda, la matura e la giovane, la debole e la forte: un po' troppi stereotipi anche per una pellicola bondiana.

Chi si giova di tutto ciò è Daniel Craig, sesto Agente 007 (non viene conteggiato David Niven, protagonista della parodia non ufficiale Casino Royale del 1967), al suo quarto film consecutivo - tutti legati tra loro nella trama e tutti premiati da ottimi riscontri di critica e pubblico.
Il suo James Bond è più muscolare che ironico e fascinoso, ma è anche tormentato, inquieto; insomma, al netto di certe esagerazioni nelle scene d'azione, è abbastanza credibile.

A proposito di esagerazioni: Spectre è entrato nel Guinness dei Primati, per la più grande esplosione (ottenuta artigianalmente e non digitalmente) nella storia dl cinema.
Nessuna sorpresa: ogni titolo del longevo franchise - e questo non fa eccezione - è ricco di inseguimenti, combattimenti, intrighi diabolici, sparatorie, scene adrenaliniche...

Ossia quanto il pubblico di appassionati cerca e pretende in un film di James Bond.
E ciò che abbiamo trovato anche in Spectre, oltre alle strizzate d'occhio ai film più o meno recenti della serie e alla presenza degli usuali tòpoi (il vodka Martini agitato-non-mescolato; "Il mio nome è Bond. James Bond"; la sequenza iniziale gunbarrel, cioè quella in cui 007 è inquadrato dalla canna della pistola, si volta di scatto, spara e fa sanguinare lo schermo).

Produttori, sceneggiatori e regista non hanno quindi voluto rischiare e sono andati sul sicuro.
Per chi anela solo a un po' di sano intrattenimento, va bene anche così.

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lunedì 21 settembre 2015

GLI INEDITI: A MOST VIOLENT YEAR, QUEL BRAVO RAGAZZO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2014
121'
Regia: J C. Chandor
Interpreti: Oscar Isaac, Jessica Chastain, Albert Brooks, Alessandro Nivola, David Oyelowo, Elyes Gabel, Catalina Sandino Moreno, Harris Yulin.


New York, 1981. Abel (Isaac) è un ispanico arrivato: ha una bella moglie (Chastain) e due bimbi, è proprietario di una ditta di raffinazione petrolifera e gli affari vanno a gonfie vele.

Però la sua ascesa dà fastidio a molti, al punto che qualcuno fa regolarmente picchiare i suoi dipendenti e gli ruba le autocisterne.

Come se non bastasse, gli si mette alle calcagna uno zelante procuratore afroamericano (Oyelowo), proprio mentre il nostro deve chiudere un'importante operazione commerciale.

J.C. Chandor è uno dei registi più interessanti degli ultimi anni: insieme ai colleghi Jeff Nichols (quello di Take Shelter e Mud) e Ned Benson (splendido esordiente con The Disappearance of Eleanor Rigby) guida una nuova generazione di Autori che promette più che bene.

Avevamo scritto del suo All Is Lost del 2013 ed avevamo già segnalato A Most Violent Year come film da vedere.
E ora che lo abbiamo visto - nonostante in Italia sia ancora inedito - possiamo dire che l'attesa è stata ripagata ampiamente.

Il cineasta del New Jersey porta avanti anche in questa occasione il suo discorso sull'uomo contemporaneo che si trova ad affrontare forze molto più grandi di lui: nella sua pellicola d'esordio Margin Call del 2011 parla di un gruppo di analisti di una grande banca di investimenti di fronte all'inizio della crisi finanziaria; in quella con Robert Redford di un uomo solo in balia della forza della natura.

Stavolta tocca ad un imprenditore (Isaac) che prova a lavorare onestamente in condizioni veramente proibitive: la moglie (Chastain) è la figlia di un boss malavitoso ed è una maneggiona; i suoi concorrenti sono sleali e senza scrupoli; il prevenuto procuratore distrettuale (Oyelowo) lo mette sotto pressione con le sue indagini martellanti; i suoi dipendenti sono sull'orlo di una crisi di nervi per i continui atti criminali subiti (siamo nella New York del 1981 - anno statisticamente tra i più violenti nella storia della Grande Mela - e sono ancora lontani i tempi della Tolleranza Zero di Rudolph Giuliani).

Probabilmente non è un caso che il nome del protagonista sia Abel, vittima di un mondo dove tutti i Caino sembrano accanirsi contro questo loro fratello; mentre il cognome è Morales (che suona quasi come morals, ossia "morale"), ad indicarne l'integrità.
In pratica l'anti-Michael Corleone, il personaggio interpretato da Al Pacino nella saga de Il Padrino di Coppola.

Se riuscirà a rimanere fermo nei suoi principi, questo non ve lo sveliamo - anche perché vi toglieremmo il gusto di seguire lo svolgimento della storia.

L'azione volutamente frenata, una fotografia livida, i paesaggi della metropoli freddi (non solo per il clima), i vestiti d'epoca (tra i quali degli elegantissimi Armani rigorosamente del 1981!), la colonna sonora di Alex Ebert (vincitore del Golden Globe 2014 per la precedente pellicola chandoriana): tutto contribuisce a questo senso di attesa e il regista si dimostra davvero efficace nel tenere sotto pressione fino alla fine una materia pronta a deflagrare da un momento all'altro.

La specialità di Chandor, però, è la direzione degli attori, dai quali riesce a ottenere sempre notevoli prove: in Margin Call aveva a disposizione un cast che comprendeva Kevin Spacey, Demi Moore, Stanley Tucci, Jeremy Irons, Paul Bettany, Simon Baker; in All Is Lost un Robert Redford in grandissimo spolvero.

Per A Most Violent Year ha potuto contare su interpreti di un certo livello per le parti secondarie - David Oyelowo (già visto in Interstellar, Selma), Albert Brooks (Taxi Driver, Drive), Alessandro Nivola (American Hustle, Selma), Elyes Gabel (World War Z, Interstellar), Catalina Sandino Moreno (Maria Full of Grace - per il quale venne candidata agli Oscar nel 2005 come migliore attrice -, Cristiada).

Ma soprattutto sono i protagonisti a lasciare il segno.
Di Jessica Chastain, se continua così, non smetteremo mai di tessere le lodi: anche in questo caso la sua performance è eccellente.
Lo sappiamo che rischiamo di essere un po' ripetitivi quando si tratta di lei, ma con un'attrice così...

Riguardo ad Oscar Isaac - che ha recitato in film quali il Robin Hood di Ridley Scott, Drive, Cristiada, Inside Llewyn Davis-A Proposito di Davis - qui offre un'interpretazione che impressiona per intensità, espressività, presenza scenica.

La sua scelta era stata caldamente consigliata al regista dalla nostra Jessica - i due erano compagni di corso alla Juilliard School - e si è rivelata ottima: il "ragazzo" ha talento e carisma da vendere.

[P.S. Avete notato che bella rimpatriata di attori per questo film?!]

A breve i due ritorneranno sul grande schermo con due tra i film più attesi dell'anno: il grande pubblico imparerà a conoscere lui grazie al ruolo di Poe Dameron in Star Wars-Il Risveglio della Forza (settimo capitolo della saga di Guerre Stellari); mentre lei sarà l'affascinante Lady Lucille Sharpe in Crimson Peak di Guillermo del Toro.

Che i riflettori della ribalta su Jessica Chastain e Oscar Isaac convincano i distributori italiani a sfruttare il traino e a far uscire finalmente nelle sale anche il meritevole A Most Violent Year?

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martedì 15 settembre 2015

VENEZIA 2015. LA FINE DEI FESTIVAL?

(Il direttore della Mostra Alberto Barbera) 


E se la 72a Mostra del Cinema di Venezia segnasse la fine dei festival cinematografici?

Prendiamo un anno topico per le kermesse di questo tipo: il 2011 (anno di nascita del nostro blog, non a caso).
A Cannes vengono presentati - e premiati - film che entrano di diritto nella Storia: da The Tree of Life di Terrence Malick con Jessica Chastain al francese The Artist col simpatico Jean Dujardin (poi plurioscarizzato l'anno successivo), passando per il discusso Drive del danese Nicolas Winding Refn.

Pochi mesi dopo, a Venezia, siamo stati testimoni diretti di una sfilata notevole di pellicole di alto livello: il bellissimo Le Idi di Marzo di George Clooney, l'ancora inedito Wilde Salomé di Al Pacino con - ancora lei! - Jessica Chastain, il disturbante Killer Joe del Maestro William Friedkin con un Matthew McConaughey pre-Oscar e pre-Interstellar, il cartone cecoslovacco Alois Nebel (che in una memorabile proiezione notturna fece appisolare James Franco nella fila davanti alla nostra), il poliziesco d'autore Texas Killing Fields...

E dopo?
Negli anni successivi la qualità delle proposte cinematografiche è calata progressivamente e in modo inesorabile.
Se prima mettevamo in discussione più che altro le scelte delle varie giurie, ora guardiamo con preoccupazione alla media delle pellicole in rassegna.

Già in un vecchio post di qualche anno fa avevamo provato a profetizzare un adeguamento dei festival alle esigenze del grande pubblico, piuttosto che a quelle della critica, sempre più minoritaria e autoreferenziale.

Previsione - ci duole ammetterlo - completamente errata.
È vero che i direttori artistici lavorano col materiale che hanno: annate di film generalmente mediocri producono inevitabilmente mostre mediocri.

Tuttavia, è davvero possibile che i film selezionati siano davvero il meglio che ci sia in circolazione?
Che senso può avere continuare a segnalare e onorare pellicole che quasi nessuno poi conoscerà e andrà a vedere?

Diciamoci la verità: tali rassegne non fanno più da volano alle piccole e medie produzioni - chi paga il biglietto nelle sale difficilmente sceglie un film che ha vinto la Palma d'Oro o il Leone d'Oro - e neppure le grandi case di produzione ormai sono interessate a presentare le proprie anteprime - quelle che davvero suscitano interesse e hanno appeal - in un contesto in cui vengono fatte sentire fuori posto.

La scorsa edizione di Cannes e questa di Venezia sembrano suggerire che mai come ora si è fatto ampio il divario fra spettatori comuni e intellettuali.
E se questa fosse la fine dei festival?
Né il Lido né la Croisette lo meriterebbero.

Rilanciamo quindi l'appello a Thierry Frémaux e Alberto Barbera: prima che sia troppo tardi, cercate di essere più coraggiosi e modernizzate le vostre kermesse, ad esempio coinvolgendo - anche nelle giurie - i giovani e il pubblico che va a vedere prodotti mainstream e diffidando da chi si sbrodola all'idea della proiezione di una pellicola di un qualche Paese asiatico che persino Google Maps avrebbe difficoltà a trovare, magari diretta da un regista sconosciuto anche in patria e recitata da attori non professionisti.

Va bene, non vi chiediamo di far concorrere solo i reboot dei remake degli spin-off di qualche saga di origine fumettistica, ma almeno di alternare potenziali blockbuster e film hollywoodiani a cinema "d'autore".
La formula del 2011 andava bene.

Ma l'ideale sarebbe tornare allo spirito degli anni Ottanta, quando Carlo Lizzani (non propriamente un regista per tutti) come direttore di una Mostra che sembrava avviluppata in una crisi senza sbocchi aveva avuto l'ardire di proporre opere veramente popolari quali L'Impero colpisce ancora, I Cancelli del Cielo, I Predatori dell'Arca Perduta, E.T. l'Extra-Terrestre, Poltergeist-Demoniache Presenze... accanto a prodotti d'essai e aveva risollevato le sorti della rassegna senza farle perdere autorevolezza.

Insomma, ci piacerebbe esclamare, parlando agli amici: "Wow! Ma hai visto cosa danno a Cannes/Venezia quest'anno? Non possiamo mancare!"

Non deludeteci: il futuro è nelle vostre mani.
(Giusto per non caricarvi di responsabilità.)

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domenica 29 marzo 2015

GLI INEDITI: THE DISAPPEARANCE OF ELEANOR RIGBY-THEM, L'AMORE RITORNA?

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2013
120'
Regia: Ned Benson
Interpreti: Jessica Chastain, James McAvoy, Viola Davis, Bill Hader, Ciarán Hinds, Jess Weixler, Isabelle Huppert, William Hurt.


Eleanor Rigby - solo omonima della celebre protagonista della canzone dei Beatles - e Conor Ludlow ridono e scherzano assieme; si amano di un amore dolce.
Nelle loro vite irrompe però una tragedia terribile che li allontanerà sempre più.
Riusciranno a tornare insieme, rinsaldando la propria unione?

Dopo Boyhood ci siamo imbattuti in un'altra storia che solo apparentemente potrebbe sembrare semplice, ma che nella propria originalità risulta in realtà piuttosto ambiziosa .
L'esordiente Ned Benson ha pensato infatti di narrare le vicende di una coppia in crisi attraverso due opere distinte: una, dal punto di vista di lei; l'altra, dal punto di vista di lui.

I frutti di questo sforzo sono stati The Disappearance of Eleanor Rigby-Her e The Disappearance of Eleanor Rigby-Him, presentati in anteprima mondiale a Toronto nel 2013, dove hanno ottenuto una calda accoglienza da parte dei critici.

Ciononostante, il cineasta non ha avuto fiducia fino in fondo nel suo progetto: forse temendo che il pubblico avrebbe scelto di vedere solo uno dei due film anziché entrambi, ha deciso di farne un terzo che fondesse le due versioni e rendesse la sua idea commercialmente un po' più appetibile: The Disappearance of Eleanor Rigby-Them, presentato a Cannes 2014 nella sezione Un Certain Regard.

Il film perde quindi un po' del suo carattere sperimentale, ma Benson continua a tenere separati gli sguardi della donna e del marito e riesce a rimanere equidistante dai due, sebbene nello stesso tempo sia partecipe dei loro conflitti interiori, delle loro preoccupazioni, dei loro dubbi.

Il tocco è quello di un artista sensibile che si immedesima in entrambi i protagonisti e si rifiuta di giudicarli: in fondo l'amore è una faccenda così intima...
Il Claude Lelouch di Un uomo, una donna con Jean-Louis Trintignant e Anouk Aimée non è poi così distante.

È mai possibile quindi che una delle pellicole più emozionanti e significative dell'anno - anzi, degli ultimi anni - venga snobbata sia ai Golden Globe sia ai Premi Oscar e, come se non bastasse, ignorata dalla distribuzione italiana?

Evidentemente sì, purtroppo: anche quest'anno una delusione cocente per un'ancora straordinaria Jessica Chastain (qui anche produttrice), che con questo film - o alternativamente col suggestivo Interstellar - avrebbe potuto portarsi a casa senza sforzi un globo o una statuetta, se solo fosse stata candidata.

Per non parlare del fatto che nel nostro paese questo piccolo e importante lungometraggio salterà le sale per finire direttamente nel settore home video.
Da non crederci.

Polemiche a parte, consigliamo la visione del film e ci auguriamo un ripescaggio del breve The Westerner, prima collaborazione tra Benson e Jessica (ai tempi i due avevano avuto pure una liaison): sarebbe bello presentarlo nella sezione I CORTI.

Fino ad allora, abbiamo The Disappearance of Eleanor Rigby-Them a insegnarci che - come dice William Hurt in una scena - "La tragedia è un paese straniero", ma anche che la felicità, se lo si vuole, ritorna sempre.
Come l'amore, che - pur covando sotto la cenere - può divampare di nuovo, più forte di tutto, più forte che mai.

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mercoledì 25 febbraio 2015

OSCAR 2015. MAI CON QUESTA ACADEMY, SEMMAI COL KEATON

Dall'alto: Michael Keaton omaggia Alejandro G. Iñárritu, regista di Birdman; Julianne Moore con l'Oscar come miglior attrice protagonista; J.K. Simmons, miglior non protagonista.


Una Notte degli Oscar può essere ricordata più per gli esclusi e gli sconfitti che per coloro che hanno vinto?
Sembrerebbe di sì: l'uomo-simbolo di questa edizione - Micheal Keaton, mai così bravo - è rimasto clamorosamente a bocca asciutta, sorpassato a destra da Eddie Redmayne.
Un colpo di scena che ha scatenato subito furiose polemiche.

Chiariamo subito: il giovane britannico (miglior attore protagonista) non ha affatto demeritato; la sua interpretazione in La Teoria del Tutto è straordinaria, ma si ha l'impressione che sulla sua vittoria abbia pesato soprattutto l'appoggio pubblico dello scienziato Stephen Hawking, che Redmayne impersona nel film.

E non dimentichiamo che Hollywood ha da sempre un debole per le "prove dell'handicap", quando cioè il protagonista di una pellicola è un personaggio affetto da una qualsiasi infermità o malattia che induca spettatori e critici alla compassione.
Questo potrebbe spiegare anche il trionfo annunciato della Julianne Moore di Still Alice, che ha dovuto calarsi nei panni di un'insegnante affetta da morbo di Alzheimer per potersi finalmente aggiudicare la statuetta come migliore attrice protagonista dopo 4 nomination andate a vuoto.

Ma l'ex Batman non è l'unico sconfitto: tra i delusi vanno annoverati anche gli esclusi eccellenti.

Neppure nominato lo spassoso The LEGO Movie nella categoria del miglior film d'animazione: al suo posto è stato premiato Big Hero 6, probabilmente perché prodotto dalla potente Disney; mentre quello che secondo noi è il migliore e più divertente cartoon dell'anno si è dovuto accontentare solo di una nomina per la migliore canzone.

Analogo destino per la superdiva Jessica Chastain: suvvia, neanche una nomination per la sua pluripremiata interpretazione in A Most Violent Year?!

Numerosi anche gli sconfitti.
Boyhood, 6 candidature e un solo Oscar vinto da Patricia Arquette come non protagonista (non male per l'indimenticata Alabama del tarantiniano Una Vita al Massimo), ha patito la lunga distanza: presentata in anteprima al Sundance Film Festival - la festa del cinema indie organizzata da Robert Redford - nel Gennaio 2014, la pellicola di Richard Linklater non è riuscita a replicare il successo degli ultimi Golden Globe.

Anche il campione di incassi American Sniper (ha incassato più di tutti i suoi rivali messi insieme), nonostante 6 nomination, ha avuto solo un premio per il miglior montaggio sonoro, proprio com'era successo al memorabile Zero Dark Thirty nel 2013.

Per tacere di Foxcatcher (5 nomine e nessun Oscar, nonostante il premio alla regia strappato a Cannes 2014), del divertente Guardiani della Galassia e soprattutto del capolavoro Interstellar (solo un riconoscimento per gli effetti speciali visivi).

Ma allora chi ha vinto?
Anzitutto Alejandro G. Iñárritu, che grazie a Birdman si è portato a casa 3 delle 4 statuette conquistate dal film con Michael Keaton: miglior film, regia e sceneggiatura (l'ultima è andata al grande Emmanuel Lubezki: secondo Oscar consecutivo per il direttore di fotografia caro a Terrence Malick).
L'autore messicano ha dimostrato un talento e un'immaginazione notevoli, bissando il trionfo dello scorso anno del connazionale Alfonso Cuarón (miglior regia per Gravity).

Altrettanti Oscar, ma meno pesanti, per Grand Budapest Hotel: colonna sonora (Alexandre Desplat era doppiamente candidato, anche per The Imitation Game. 8 candidature e finalmente prima vittoria), scenografia, trucco e acconciatura, ma soprattutto costumi.
9 nomination e ben 4 riconoscimenti - dopo Barry Lyndon, Momenti di Gloria e Marie Antoinettte - per la costumista torinese Milena Canonero, una delle più eleganti signore della cerimonia e unico orgoglio nostrano della serata.
Bravissima!

La vera rivelazione è stata Whiplash di Damien Chazelle (un regista da tenere d'occhio): 3 Oscar su 5 nomine.
Oltre a quelli per montaggio e sonoro, spicca il premio come attore non protagonista al caratterista J.K. Simmons: nella parte di un direttore di conservatorio stile sergente di Full Metal Jacket, il J.J. Jameson dello Spider-Man di Sam Raimi aveva l'occasione della vita ed è stato in grado di sfruttarla.

Poche sorprese - o nessuna - nelle categorie cosiddette minori.
Paweł Pawlikowski è riuscito, con Ida, laddove non sono arrivati suoi connazionali più blasonati come Andrzej Wajda, Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Zanussi: portare in Polonia l'Oscar per il miglior film straniero.
Ma l'Academy, premiando Leviathan - critica alla società russa ai tempi di Putin - o Timbuktu - dove si mette alla berlina il fondamentalismo islamico - avrebbe dimostrato più coraggio e un maggiore aggancio all'attualità di questi giorni.

Se a Citizenfour, miglior documentario, ha giovato il nome del regista Steven Soderbergh nell'elenco dei produttori esecutivi, a Selma non sono bastate le polemiche politiche delle scorse settimane: premiata solo la canzone cantata da John Legend e dal rapper Common, dopo che erano stati snobbati sia il protagonista David Oyelowo (ma almeno una nomination poteva starci) sia la regista Ava DuVernay.

Meritati infine gli Oscar alla carriera all'attrice Maureen O'Hara e allo sceneggiatore francese Jean-Claude Carrière, mentre è sacrosanto quello assegnato al maestro dell'animazione giapponese Hayao Miyazaki, che con opere quali Porco Rosso (al quale proprio Michael Keaton aveva prestato la voce nella versione in inglese: ma guarda un po' che coincidenza...), La Città Incantata, Il Castello Errante di Howl e Si Alza il Vento ha ridefinito il modo di fare cinema d'animazione.
Lui va in pensione, ma il suo Studio Ghibli - che già aveva prodotto il bellissimo La Collina dei Papaveri - continuerà a divulgare nel mondo la sua sensibilità artistica.

Speciale finito, quindi?
Sì e no: per quanto riguarda strettamente gli Oscar 2015 abbiamo concluso, ma alle porte c'è un nuovo Speciale, dedicato al vincitore morale di questa edizione.
Ormai avrete capito di chi si tratti...proprio lui, Michael Keaton.

Lo avevamo in programma già dall'estate scorsa, ma ora più che mai è divenuto attuale.
Rimanete con noi, quindi: c'è da rendere giustizia all'attore dell'anno.

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