CINEMA A BOMBA!

lunedì 19 gennaio 2026

I DOC: FRIEDKIN UNCUT, IL MAESTRO SALE IN CATTEDRA

Il Maestro presenta Friedkin Uncut a Venezia (clicca sulla foto per guardare il trailer). 

Italia, 2018
106'
Regia: Francesco Zippel
Con: William Friedkin, Damien Chazelle, Wes Anderson, Matthew McConaughey, Juno Temple, Gina Gershon, Francis Ford Coppola, William Petersen, Michael Shannon, Walter Hill, Edgar Wright, Quentin Tarantino.


I documentari su William Friedkin non sono mai abbastanza, e quello che vi stiamo recensendo è uno dei più intriganti, divertenti e completi a lui dedicati.
Ha un'altra particolarità: è una produzione... italiana!

Il Maestro ha avuto nei suoi ultimi anni un legame particolarmente stretto col Belpaese, a partire dalla sua prima partecipazione alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2011, quando presentò in concorso Killer Joe e avemmo l'onore di incontrarlo e di diventare - come lui stesso ci avrebbe successivamente appellato - i suoi "italian friends".

In seguito, Billy sarebbe tornato in Italia a più riprese: al Lido per ricevere il meritatissimo Leone d'Oro alla carriera o per le anteprime dei suoi lavori successivi (l'ultima, purtroppo postuma, è stata quella di The Caine Mutiny Court-Martial nel 2023); a Firenze e Torino per dirigere opere liriche; a Roma per conoscere e intervistare l'esorcista del Vaticano, Padre Gabriele Amorth.

Proprio a questo incontro nella Capitale, da cui scaturì una memorabile cronaca pubblicata da Vanity Fair, è legato il nome dell'autore del film che vi stiamo recensendo.
Zippel è probabilmente il "Francesco" che Friedkin nomina nell'articolo come suo accompagnatore ed interprete; di certo è lo stesso che viene accreditato come line producer nel documentario che il nostro realizzò da quell'esperienza, The Devil and Father Amorth.

In Friedkin Uncut - proiettato in anteprima a Venezia 2018 - la carriera del cineasta di Chicago viene ripercorsa in ordine per lo più cronologico e lineare, in modo succinto ma esaustivo; a filmati di repertorio si alternano interviste ad amici, attori, colleghi, estimatori; le parti migliori sono però gli interventi dello stesso Billy dalla sua casa di Bel-Air.

Da grande oratore qual era, il Maestro gigioneggia a tutto vapore, si lancia in ardite considerazioni filosofiche e col suo umorismo caustico strappa spesso una risata.
Il risultato è un documento accorato e sincero che pende verso l'agiografia, il ritratto di un uomo di spettacolo larger than life che potrebbe durare tranquillamente il doppio e non risulterebbe noioso né pesante.

Diciamo la verità: si potrebbe ascoltare William Friedkin per ore perché parla di cinema meglio di chiunque altro; quanto manca la sua presenza autorevole oggi!
Consigliato non solo ai suoi fan, ma a tutti i cinefili degni di questo nome.


[PS: se voleste approfondire, qui sotto trovate una filmografia parziale del Maestro in ordine cornologico; cliccate sui link per guardare i trailer e soprattutto leggere le nostre recensioni!]

1971 - Il Braccio Violento della Legge.
1973 - L'Esorcista.
1977 - Il Salario della Paura.
1985 - I Serprenti della Notte.
1985 - Vivere e Morire a Los Angeles.
1986 - C.A.T. Squad.
1988 - C.A.T. Squad: Python Wolf.
1990 - L'Albero del Male.
1992 - Segno di Morte.
1995 - Jade.
1998 - Ce Que Je Sais.
2006 - Bug.
2011 - Killer Joe.
2017 - The Devil and Father Amorth.
2023 - The Caine Mutiny Court-Martial.


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lunedì 12 maggio 2025

I CLASSICI: VENOM-THE LAST DANCE, NELLA BUONA SORTE E NELLE AVVERSITÀ

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2024
109'
Regia: Kelly Marcel
Interpreti: Tom Hardy, Juno Temple, Chiwetel Ejiofor, Rhys Ifans, Stephen Graham, Andy Serkis.


Ritornati nel proprio universo dopo una capatina nel Marvel Cinematic Universe, il simbionte Venom e il suo "ospite" umano Eddie (Hardy) si ritrovano ad affrontare degli Xenophage, mostruosi alieni al servizio del loro creatore cosmico, il malvagio Knull (Serkis).

Dopo un lungo road trip, convergeranno nella famigerata Area 51, base di un'operazione governativa impegnata nello studio dei simbionti: qui un militare (Ejiofor) e una scienziata (Temple) hanno idee diverse su come gestire i soggetti...


Venom.
Venom: La Furia di Carnage.
Spider-Man: No Way Home.

Questa è la ufficialmente la 4a apparizione di Tom Hardy nel doppio ruolo dell'extraterrestre linguacciuto per eccellenza e del suo buddy umano.
L'attore britannico viene confermato anche co-autore del soggetto insieme a Kelly Marcel, sceneggiatrice dei capitoli precedenti qui promossa alla regia.

Dietro la macchina da presa la signora se la cava egregiamente, per essere un'esordiente, e l'ennesimo cambio al comando - già la volta scorsa Andy Serkis aveva sostituito il collega Ruben Fleischer - non inficia la continuità stilistica complessiva della trilogia.

A proposito dell'Alfred di The Batman, questi ritorna in realtà per dare voce al cattivo principale (nonostante lo scarso screen time: appare praticamente in due sole scene), mentre tra i nuovi ingressi si segnalano Ejiofor di Doctor Strange e soprattutto l'indimenticata Temple di Killer Joe.

Ma la parte migliore è - come sempre - l'interazione tra i due protagonisti, tra battibecchi e reciproche dichiarazioni d'affetto che avvicinano il trittico più alle commedie romantiche che ai fanta-horror.
Ma stavolta Venom è meno icona LGBTQIA+ (specie rispetto al film precedente) e sempre più idolo dei bambini: espunte le scene violente o paurose, potrebbe stare benissimo tra Paw Patrol e Tartarughe Ninja.

La sequenza probabilmente più divertente - nell'accezione camp dell'aggettivo - è quella del ballo tra il protagonista e la Sig.ra Chen già comparsa nei capitoli precedenti, mentre tra le novità la più significativa è l'esordio di una Venom-femmina che potrebbe essere una risposta ironica al gender-switch di Thor 4 e Black Panther 2.

Che ne sarà del nostro ora che la sua serie pare essersi conclusa?
Sembra essere giunto al capolinea l'intero cine-universo di cui l'antieroe alieno faceva parte: dopo una fila di pellicole ridicole e ridicolizzate (vi basti Morbius), gli executive della Sony apparentemente hanno deciso di smettere di perdere soldi facendo lungometraggi ambientati nel mondo di Spider-Man (ma senza Spider-Man), che molti odiano e pochi vanno a vedere.

Ma quelli di Venom sono stati un'eccezione, e ci piacerebbe davvero scoprire un giorno che l'indizio suggerito nella sequenza post-credits di The Last Dance ha avuto un seguito.
Magari, una volta tanto, in coppia con il Ragnetto...


[PS: come forse ricorderete, al trailer del primo film avevamo dedicato anche un episodio del nostro podcast, il mitico BOMBCAST! Andatevelo a (ri)ascoltare!]


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lunedì 24 marzo 2025

I CLASSICI: THE LINCOLN LAWYER, OBIEZIONE ACCOLTA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2011
118'
Regia: Brad Furman
Interpreti: Matthew McConaughey, Marisa Tomei, Ryan Philippe, William H. Macy, Michael Peña, John Leguizamo, Frances Fisher, Bryan Cranston.


Los Angeles. Lo spregiudicato avvocato Mickey Haller (McConaughey) viene ingaggiato per difendere il rampollo di una famiglia facoltosa (Philippe), accusato di aver brutalmente aggredito una escort.

Ben presto, il nostro capisce che forse le cose non sono come sembrano e che la somiglianza di questo caso con un altro suo caso precedente potrebbe non essere una coincidenza...


Se state guardando l'omonima (e bella) serie tv su Netflix, oppure siete fan del romanziere giallista Michael Connelly, potrebbe farvi piacere riscoprire questo legal thriller di qualche anno fa.

Vi si trova, tra gli altri, McConaughey prima di Killer Joe - e del premio Oscar - e Tomei prima di diventare l'amata zia May di Spider-Man nel Marvel Cinematic Universe.

Adattato con dovizia di dettagli e diretto con passo svelto (pure troppo), il film potrebbe risultare un po' difficile da seguire, ma è fedele al libro da cui è tratto (Connelly stesso se ne disse entusiasta) e ha tutte le carte in regola per piacere agli appassionati del genere.

La parte più interessante è il dilemma etico del protagonista: tutti hanno diritto ad un avvocato difensore, ma qual è il confine tra dovere professionale e connivenza?

Il film risponde alla domanda lasciando intendere che gli avvocati siano in effetti degli squali, ma dotati di un proprio codice.

Un lungometraggio da (ri)scoprire, che siate fan della serie oppure no.


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lunedì 6 novembre 2023

THE CAINE MUTINY COURT-MARTIAL, L'ULTIMA LEZIONE DEL MAESTRO

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA, 2023
109'
Regia: William Friedkin
Interpreti: Kiefer Sutherland, Jason Clarke, Lance Reddick, Monica Raymund, Jake Lacy, Dale Dye.


Il tenente Greenwald (Clarke), avvocato militare, accetta con riluttanza di difendere il giovane ufficiale di Marina Maryk (Lacy) in un processo che vede questi accusato di ammutinamento nei confronti del capitano Queeg (Sutherland).

L'imputato ha preso il comando della nave - la Caine del titolo - durante un violento uragano nel Golfo Persico.
Eccesso di zelo o inevitabile extrema ratio per sottrarre il comando ad un uomo dispotico e ossessivo, inadeguato al ruolo?


Ho scoperto che [...] dei tanti strumenti nell'arsenale di Billy, la gentilezza era uno dei più efficaci.

Parole del due volte premio Oscar Guillermo del Toro, chiamato dalla Paramount a supervisionare - per mere questioni assicurative - le due settimane di riprese dell'ultimo lavoro firmato William Friedkin (il cineasta messicano si è limitato a guardare il collega al lavoro e, come egli stesso ha raccontato, si è goduto lo spettacolo).

Il bel tributo di GdT potrebbe benissimo essere nostro.
Il compianto cineasta di Chicago - scomparso lo scorso agosto, poche settimane prima di compiere 88 anni - è stato una figura fondamentale per questo blog.

Ricordiamo: l'incontro sul red carpet di Venezia nel 2011, dove coniammo per lui l'epiteto - poi usato anche da altri - di Maestro (sic, con la maiuscola); le occasionali interazioni via social, in cui Billy ci aveva inorgoglito chiamandoci "my italian friends"; la campagna da noi condotta affinchè venisse insignito del Leone d'Oro alla carriera; lo Speciale del 2013, le recensioni, gli articoli e l'episodio del podcast che in varie occasioni gli dedicammo.

The Caine Mutiny, presentato postumo proprio alla scorsa Mostra del Cinema, è una chiusura del cerchio non solo per noi, ma anche per lo stesso Friedkin, che aveva avviato la carriera girando documentari per la tv (medium al quale era tornato solo occasionalmente).

In origine c'è un'acclamata pièce teatrale del romanziere premio Pulitzer Herman Wouk, già adattata per le sale nel 1954 (con Humphrey Bogart nel ruolo di Queeg) e per il piccolo schermo nel 1988 (con la regia di Robert Altman).
Billy ha riscritto personalmente il copione, modificando alcuni dettagli e rendendolo contemporaneo.

Il nostro non è nuovo al genere legal thriller, avendo già girato in passato l'ottimo La Parola ai Giurati (altro remake di un celebre film degli anni 50) e il controverso Regole d'Onore: questa pellicola condivide col primo lo svolgimento dell'intreccio in un'unica stanza (o quasi), col secondo l'ambientazione militare.

Il regista non tradisce la dimensione teatrale, ma riesce a trascenderla, mantenendo alta la tensione nonostante la totale assenza di azione (in questo il Maestro era davvero... un maestro!) e adottando una messinscena tanto minimale quanto geniale.
Si vedano i movimenti della macchina da presa: l'inquadratura si stringe quando i personaggi hanno il controllo o sono in una posizione di superiorità, mentre si allarga per enfatizzarne la debolezza o i momenti di difficoltà.

Un film che si affida alla forza della parola, quindi, ma anche alle performance dei suoi interpreti.
In un cast di grande livello fanno macchia Reddick nella parte del giudice (all'attore di Lost e Godzilla vs. Kong, morto anch'egli poco dopo le riprese, è dedicata la pellicola) e Sutherland nei panni di Queeg (bravo il protagonista di 24 a non imitare Bogart).

Ma più di tutti emerge Jason Clark, cui Billy cuce addosso il ruolo della vita come precedentemente aveva fatto con Michael Shannon in Bug e con Matthew McConaughey in Killer Joe.
L'interprete di Zero Dark Thirty e Oppenheimer offre una prova sublime, esaltata dal monologo conclusivo che è il climax e la chiave di volta di tutto il lungometraggio.

Un finale che è un ribaltamento inaspettato, la virtuale rivincita del capitano del Bounty (riferimento ad un altro famoso ammutinamento cinematografico!), il testamento morale dell'intero film e probabilmente del suo autore.
È un invito a pensare e ad agire fuori dagli schemi, così come Friedkin ha sempre fatto nel corso della sua lunga carriera.

L'inquadratura che chiude l'opera, un attimo prima che una canzone funk accompagni i titoli di coda (scelta bizzarra), è l'ultima zampata di un vecchio leone, il colpo di coda di un cineasta come non ce n'è quasi più.
A parziale consolazione di ciò, condividiamo l'affermazione dell'amico e critico britannico Mark Kermode: è morto l'uomo, ma almeno ci rimangono i suoi film.

Grazie di tutto, Billy.
Grazie di tutto, Maestro.


[PS: se volete approfondire l'argomento, qui sotto trovate una filmografia parziale, in ordine cornologico; cliccate sui link per leggere le nostre recensioni e guardare i trailer!]

1971: Il Braccio Violento della Legge.
1973: L'Esorcista.
1977: Il Salario della Paura.
1986: Vivere e Morire a Los Angeles.
1990: L'Albero del Male.
1995: Jade.
2006: Bug.
2011: Killer Joe.
2017: The Devil and Father Amorth.


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venerdì 17 giugno 2022

DEEP WATER-ACQUE PROFONDE, IL TALENTO DI MR. AFFLECK

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer). 

USA/Canada, 2022
115'
Regia: Adrian Lyne
Con: Ben Affleck, Ana de Armas, Tracy Letts, Rachel Blanchard, Kristen Connolly, Lil Rel Howery.


Il matrimonio di un arricchito ingegnere di mezza età (Affleck), che vive con la giovane moglie (de Armas) e la figlioletta in una cittadina di provincia, è in crisi nera.
Egli mal sopporta gli amanti - o i potenziali tali - della disinibita consorte, che non si vergogna di flirtare con chiunque proprio davanti agli occhi del marito.

Ma l'uomo mette in giro la voce di aver ucciso uno di questi "amichetti", scomparso misteriosamente tempo prima, e qualcuno comincia a crederci.
Possibile che dietro quell'apparenza distaccata e taciturna si celi un assassino a sangue freddo?


Ci sono voluti due decenni per far tornare in attività il regista di 9 Settimane e 1/2.
L'ultimo lavoro di Lyne - re dell'erotismo patinato hollywoodiano che ricordiamo anche per Attrazione Fatale e Proposta Indecente - era stato infatti Unfaithful-L'Amore Infedele (2002).

Tratto da un romanzo di Patricia Highsmith (Il Talento di Mr. Ripley), questo nuovo film vorrebbe essere un thriller sexy che però ha poco del sostantivo quanto dell'aggettivo.
O meglio: Ana de Armas - la giovane attrice cubana che avevamo già molto apprezzato in Knives Out - di sensualità ne ha da vendere a pacchi, ma il regista stranamente non riesce a valorizzarla appieno.

La tensione è invece annacquata da un ritmo lasco che finisce per annoiare gli spettatori meno attenti e da uno sviluppo narrativo che annega nell'inverosimiglianza, in particolare nel terzo atto.

Sicché il meglio della pellicola è rappresentato dai suoi interpreti: tra il comico Howery (già visto in Get Out) e il drammaturgo Letts (proprio lo sceneggiatore di Bug e Killer Joe, qui in trasferta recitativa), la parte del leone la fa Ben Affleck.

L'ex (?) Batman ci regala una prova tra le più convincenti della propria carriera, misurata e sottile, ricca di accenti e sfumature.
I suoi duetti con Ana sembrano reali, non realistici; e non stupisce che i due, durante e dopo le riprese, abbiamo avuto davvero una breve e assai pubblicizzata relazione.

Deep Water (titolo curioso, più adatto ad un horror acquatico che ad un thriller psicologico) potrebbe stare all'attore/regista di Argo come Presunto Innocente - film del 1990 per certi aspetti non dissimile - stava a Harrison Ford.
Ma per capire perché dovreste vederli entrambi.


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domenica 6 giugno 2021

I CORTI: I SERPENTI DELLA NOTTE + SEGNO DI MORTE, PILLOLE DI "MAESTRIA"

Dall'alto: due sequenze tratte rispettivamente da I Serpenti della Notte e Segno di Morte


I SERPENTI DELLA NOTTE
USA, 1985
18'
Regia: William Friedkin
Interpreti: Scott Paulin, James Whitmore Jr., Robert Swan, Exene Cervenka.

SEGNO DI MORTE
USA, 1992
29'
Regia: William Friedkin
Interpreti: Yul Vazquez, Sherrie Rose, Tia Carrere, Gregg Allman, Steve Jones.


Che lo conosciate come Billy, Hurricane (a causa del suo carattere temepestoso) oppure Maestro (ricordate la nostra gag di quasi un decennio fa a Venezia?), dovreste sapere che William Friedkin è uno dei più grandi cineasti viventi.

Premio Oscar per Il Braccio Violento della Legge e autore di alcuni dei lungometraggi più memorabili della storia del cinema (dall'epocale horror L'Esorcista al grottesco neo-pulp Killer Joe, passando per il poliziesco cult Vivere e Morire a Los Angeles), il regista di Chicago iniziò la propria carriera dalla televisione.

Siccome il primo amore non si scorda mai, il nostro è occasionalmente tornato al piccolo schermo nel corso degli anni, con risultati tuttavia altalenanti.

Un paio dei contributi più significativi ve li presentiamo di seguito.
Qual è dei due il vostro preferito? Scrivetelo nei commenti!



I Serpenti della Notte (1985)

Notte. In uno sperduto diner di provincia entra un uomo misterioso.
È un reduce dal Vietnam, pieno di rimorsi per aver abbandonato i propri commilitoni nella giungla e vittima di un incubo ricorrente in cui proprio la sua vecchia unità ritorna dal mondo dei morti per vendicarsi.

Lo sceriffo sospetta che sia lui il responsabile della strage avvenuta in un motel lì vicino, e lo tempesta di domande sempre più insistenti.
Il soldato svela il proprio temibile segreto, e all'improvviso...

Non aggiungiamo altro per non rovinare il colpo di scena di finale.
Che pure è previdibile e tutto sommato non fondamentale: il punto di forza di questo episodio della serie Ai Confini della Realtà (in originale The Twilight Zone) è in realtà l'atmosfera sospesa della prima parte, carica di tensione e pronta a esplodere in efficaci effetti pirotecnici.

Girato on location in soli 5 giorni con una perizia da lungometraggio, è in pratica l'unico excursus televisivo che Friedkin nomina nella propria autobiografia.
Non è un caso: si tratta di uno dei migliori cimenti del Maestro col piccolo schermo.

La morale antibellicista è nascosta tra le righe del racconto, ma neppure tanto.
Alla faccia dei detrattori che da sempre etichettano Billy come un regista "reazionario" (uh-uh, come no).

Da segnalare, nel ruolo della cameriera, Exene Cervenka del gruppo country-punk X (vedi The Decline of the Western Civilization).



Segno di Morte (1992)

Il cantante di un emergente gruppo grunge/metal odia a tal punto la moglie del suo chitarrista e migliore amico che... si fa tatuare la sua faccia sul petto.

Peccato che il tatuaggio prenda vita: basterà asportarselo e far fuori la ragazza per liberarsi della maledizione?

La trama non è certo la cosa migliore di questo corto, realizzato per la serie tv I Racconti della Cripta (in originale Tales from the Crypt).
Non lo è neppure il fatto che la band si chiami Exorcist, lampante - e poco originale - riferimento al film più famoso di Friedkin, per l'appunto L'Esorcista.

Benché inferiore a I Serpenti della Notte, questo grandguignolesco mini-horror vale però per il sotteso umorismo nero (merito più del regista che del copione, probabilmente) e per le comparsate di alcuni veri musicisti.

In ruoli secondari si possono infatti scorgere Gregg Allman degli Allman Brothers e Steve Jones dei Sex Pistols (vedi Oscenità e Furore).

Notevole anche il reparto femminile, con la mora Tia Carrere (Relic Hunter, Sol Levante) in una parte alla Yoko Ono e la bionda Sherrie Rose come groupie a contendersi fisicamente la scena.


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sabato 9 dicembre 2017

I CORTI: CE QUE JE SAIS, ADIEU MONSIEUR HALLYDAY

Johnny Hallyday a fianco di William Friedkin. (Clicca sull'immagine per vedere il video). 

Francia, 1998
4'
Regia: William Friedkin
Interpreti: Johnny Hallyday.


Il 6 Dicembre 2017 è morto Johnny Hallyday, uno dei più amati e apprezzati cantanti francesi, interprete di grandi successi (uno anche in italiano: Quanto T'Amo).
Per i suoi connazionali è stato una specie di Elvis, per i suoi ottusi detrattori italiani solo un Ligabue o un Vasco transalpino.

Alla carriera musicale l'artista parigino aveva sempre affiancato quella cinematografica, arrivando a lavorare con registi del calibro di Jean-Luc Godard (Detective), Costa-Gavras (Consiglio di Famiglia), Patrice Leconte (L'Uomo del Treno) e Johnnie To (l'autore di Life Without Principle lo aveva scelto come protagonista di Vendicami).

Questo cortometraggio, che in realtà è un videoclip, rappresenta l'equilibrio tra le due anime di Hallyday, che ha la possibilità di mostrare le proprie doti canore in un contesto attoriale dove può godere della direzione di uno dei più grandi di Hollywood: William Friedkin alias "il Maestro", regista tra le altre cose di L'Esorcista e Killer Joe.

Che cosa? Un cineasta da Oscar che firma un video musicale?
Sì, perché nonostante tutto Billy è avvezzo al medium, avendo già diretto due clip a metà degli anni 80: To Live and Die in LA dei Wang Chung (singolo della colonna sonora di Vivere e Morire a Los Angeles) e Self-Control dell'ormai purtroppo dimenticata Laura Branigan.






Qui l'ambientazione rimanda inevitabilmente ad un'altra sua opera, quella che lo ha reso famoso: Il Braccio Violento della Legge, il cui titolo originale - forse non a caso - è The French Connection.
In una New York deserta, grigia, crepuscolare e spettrale che sembra riflettere lo stato d'animo del protagonista, Hallyday si muove con uno sguardo che buca lo schermo.

Il volto stropicciato dalle rughe e dall'età, l'inconfondibile voce potente e intensa, la solita presenza scenica: Friedkin confeziona un piccolo gioiello di virtuosismo registico e di stile sfruttando fascino e carisma del maturo rocker francese e il paesaggio urbano di una Brooklyn in chiaroscuro e malinconica.

Il potenziale da "uomo vissuto ma ancora virile" verrà esaltato, poi, soprattutto dai successivi e già citati film di Leconte e To, dei quali si dimostrerà un protagonista perfetto; ma è il Maestro che per primo lo ha messo in mostra.

Pensiamo quindi che questo videoclip possa essere un degno omaggio ad un grande cantante che col tempo si è dimostrato anche ottimo attore, ad un uomo di spettacolo che verrà ricordato a lungo in Francia e non solo.

Adieu, Monsieur Hallyday.




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martedì 15 settembre 2015

VENEZIA 2015. LA FINE DEI FESTIVAL?

(Il direttore della Mostra Alberto Barbera) 


E se la 72a Mostra del Cinema di Venezia segnasse la fine dei festival cinematografici?

Prendiamo un anno topico per le kermesse di questo tipo: il 2011 (anno di nascita del nostro blog, non a caso).
A Cannes vengono presentati - e premiati - film che entrano di diritto nella Storia: da The Tree of Life di Terrence Malick con Jessica Chastain al francese The Artist col simpatico Jean Dujardin (poi plurioscarizzato l'anno successivo), passando per il discusso Drive del danese Nicolas Winding Refn.

Pochi mesi dopo, a Venezia, siamo stati testimoni diretti di una sfilata notevole di pellicole di alto livello: il bellissimo Le Idi di Marzo di George Clooney, l'ancora inedito Wilde Salomé di Al Pacino con - ancora lei! - Jessica Chastain, il disturbante Killer Joe del Maestro William Friedkin con un Matthew McConaughey pre-Oscar e pre-Interstellar, il cartone cecoslovacco Alois Nebel (che in una memorabile proiezione notturna fece appisolare James Franco nella fila davanti alla nostra), il poliziesco d'autore Texas Killing Fields...

E dopo?
Negli anni successivi la qualità delle proposte cinematografiche è calata progressivamente e in modo inesorabile.
Se prima mettevamo in discussione più che altro le scelte delle varie giurie, ora guardiamo con preoccupazione alla media delle pellicole in rassegna.

Già in un vecchio post di qualche anno fa avevamo provato a profetizzare un adeguamento dei festival alle esigenze del grande pubblico, piuttosto che a quelle della critica, sempre più minoritaria e autoreferenziale.

Previsione - ci duole ammetterlo - completamente errata.
È vero che i direttori artistici lavorano col materiale che hanno: annate di film generalmente mediocri producono inevitabilmente mostre mediocri.

Tuttavia, è davvero possibile che i film selezionati siano davvero il meglio che ci sia in circolazione?
Che senso può avere continuare a segnalare e onorare pellicole che quasi nessuno poi conoscerà e andrà a vedere?

Diciamoci la verità: tali rassegne non fanno più da volano alle piccole e medie produzioni - chi paga il biglietto nelle sale difficilmente sceglie un film che ha vinto la Palma d'Oro o il Leone d'Oro - e neppure le grandi case di produzione ormai sono interessate a presentare le proprie anteprime - quelle che davvero suscitano interesse e hanno appeal - in un contesto in cui vengono fatte sentire fuori posto.

La scorsa edizione di Cannes e questa di Venezia sembrano suggerire che mai come ora si è fatto ampio il divario fra spettatori comuni e intellettuali.
E se questa fosse la fine dei festival?
Né il Lido né la Croisette lo meriterebbero.

Rilanciamo quindi l'appello a Thierry Frémaux e Alberto Barbera: prima che sia troppo tardi, cercate di essere più coraggiosi e modernizzate le vostre kermesse, ad esempio coinvolgendo - anche nelle giurie - i giovani e il pubblico che va a vedere prodotti mainstream e diffidando da chi si sbrodola all'idea della proiezione di una pellicola di un qualche Paese asiatico che persino Google Maps avrebbe difficoltà a trovare, magari diretta da un regista sconosciuto anche in patria e recitata da attori non professionisti.

Va bene, non vi chiediamo di far concorrere solo i reboot dei remake degli spin-off di qualche saga di origine fumettistica, ma almeno di alternare potenziali blockbuster e film hollywoodiani a cinema "d'autore".
La formula del 2011 andava bene.

Ma l'ideale sarebbe tornare allo spirito degli anni Ottanta, quando Carlo Lizzani (non propriamente un regista per tutti) come direttore di una Mostra che sembrava avviluppata in una crisi senza sbocchi aveva avuto l'ardire di proporre opere veramente popolari quali L'Impero colpisce ancora, I Cancelli del Cielo, I Predatori dell'Arca Perduta, E.T. l'Extra-Terrestre, Poltergeist-Demoniache Presenze... accanto a prodotti d'essai e aveva risollevato le sorti della rassegna senza farle perdere autorevolezza.

Insomma, ci piacerebbe esclamare, parlando agli amici: "Wow! Ma hai visto cosa danno a Cannes/Venezia quest'anno? Non possiamo mancare!"

Non deludeteci: il futuro è nelle vostre mani.
(Giusto per non caricarvi di responsabilità.)

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mercoledì 19 novembre 2014

INTERSTELLAR, L'ASTROFISICA SPIEGATA A SUA FIGLIA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2014
169'
Regia: Christopher Nolan
Con: Matthew McConaughey, Jessica Chastain, Anne Hathaway, Michael Caine, Mackenzie Foy, John Lithgow, Wes Bentley, Casey Affleck, Ellen Burstyn, William Devane, Topher Grace, Matt Damon (non accreditato), Timothée Chalamet.


Le risorse naturali della Terra stanno per finire e continue tempeste di sabbia flagellano le città, mettendo così in serio pericolo la sopravvivenza della popolazione.
Un gruppo di astronauti temerari capitanati dal maturo Cooper (McConaughey) - padre amorevole di due figli, un figlio e una figlia che egli adora - partirà allora per lo spazio ignoto per una missione disperata, unica speranza per salvare l'intero genere umano: cercare un altro pianeta nel quale poter vivere.

Un anno dopo l'uscita nelle sale e qualche mese dopo il trionfo agli Oscar di quest'anno di Gravity, ecco un altro kolossal ambientato nello spazio.

Anche la nuova e a lungo attesa fatica di Christopher Nolan può vantare effetti speciali mirabolanti, ma - a differenza della pellicola di Alfonso Cuarón - una maggiore accuratezza scientifica.
Questo, grazie alla presenza - come produttore esecutivo e consulente - di Kip Thorne, fisico teorico noto per gli studi sui buchi neri e per le idee circa la possibilità di compiere viaggi tra sistemi stellari tramite cunicoli spazio-temporali (i cosiddetti wormhole).
E proprio le sue teorie sono alla base dello svolgimento della storia, che esige spettatori attenti e interessati, pena la non completa comprensione dell'intreccio.

Ma il regista dell'ultima trilogia "batmaniana", come al solito pure sceneggiatore insieme al fratello Jonathan, non è soltanto un virtuoso della messinscena (benché buona parte del merito, visivamente parlando, vada condiviso col direttore di fotografia Hoyte Van Hoytema: degno del miglior Emmanuel Lubezki) e un accurato storyteller: è anche un maestro nella direzione degli attori, da cui riesce a cavare sempre il meglio.

A guidare un cast da leccarsi i baffi ci sono ovviamente l'ex Killer Joe McConaughey, fresco dell'Oscar per Dallas Buyers Club (ma leggenda vuole che Nolan l'abbia scelto dopo averlo notato in Mud), e la sempre deliziosa Jessica Chastain (ennesima nomination in vista per la nostra beniamina?).
Ma meritano una menzione anche la bella Anne Hathaway - Oscar a sua volta per Les Misérables, qui con capello corto stile Sandra Bullock - e il sempreverde Michael Caine, ormai attore-feticcio del regista (è il sesto film che fanno insieme!).
Sfiziose, infine, le comparsate di Matt Damon (apparizione a sorpresa) ed Ellen Burstyn (ricordate? Era la protagonista di L'Esorcista di William Friedkin).

Da attori di questo calibro ci aspettavamo molto, e dobbiamo dire di non essere rimasti delusi.
Interstellar è riuscito in ogni caso a mantenere ciò che aveva promesso: intrattenimento spettacolare e spunti di riflessione, buoni sentimenti e suspense.

E una trama all'altezza dei precedenti lavori del cineasta inglese, qui particolarmente prodigo di rimandi, citazioni, omaggi: oltre all'ovvio accostamento al capolavoro di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello Spazio (e a quello di Terrence Malick The Tree of Life, non solo per la presenza della Chastain), abbiamo notato, tra gli altri, riferimenti anche a due pellicole del 1997: Punto di Non Ritorno di Paul W.S. Anderson (da cui deriva la spiegazione dei wormhole con una matita e un foglio di carta) e Contact di Robert Zemeckis.

Più curiose le fonti letterarie: passi il cenno a Dalla Terra alla Luna di Jules Verne, ma chi avrebbe mai pensato al poeta gallese Dylan Thomas (Do not go gentle into that good night, tradotta come "Non andartene docile in quella buona notte") o a Gargantua (il gigante dall'appetito insaziabile nato dalla penna di François Rabelais)?

Tuttavia, sebbene la componente relativa alla scienza sia molto ben presente, a dominare è però quella che mette in gioco una forza più forte della gravità: l'amore.
È l'amore per la figlia a muovere Cooper, così come è l'amore per un collega a spingere la Dottoressa Brand (Hathaway) ad intraprendere una missione tanto perigliosa.
E sarà l'amore di una figlia per il proprio padre a salvare l'umanità.

Perché - è proprio il caso di dirlo, prendendo in prestito una frase del film - "l'amore è l'unica cosa che trascende il tempo e lo spazio".

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martedì 15 luglio 2014

I DOC: DOGTOWN AND Z-BOYS, I RAGAZZINI TERRIBILI CHE RIVOLUZIONARONO LO SKATE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2001
91'
Regia: Stacy Peralta
Con: Jay Adams, Tony Alva, Jeff Ament, Stacy Peralta, Craig Stecyk, Skip Engblom, Jeff Ho, Tony Hawk, Sean Penn (voce narrante).


Tra la fine degli Anni '60 e l'inizio dei '70 il sobborgo californiano di Dogtown - situato tra Santa Monica e Venice e non distante da Beverly Hills e Hollywood - era tutto fuorché un luogo tranquillo, frequentato com'era da spacciatori, delinquenti e sbandati di vario genere.

Nonostante ciò la zona, fino a poco tempo prima, era molto frequentata dai turisti, attirati soprattutto da un enorme luna park costruito sopra un pontile.
Dieci anni dopo, di questa enorme struttura - collassata nel frattempo per un cedimento di quest'ultimo - rimanevano soltanto rovine e pericolosi piloni sfasciati affioranti dal mare.

Eppure un gruppetto di adolescenti dalla vita sballata, per il gusto del rischio, si misero a praticare illegalmente surf proprio in questo tratto di costa, prendendo a frequentare assiduamente un negozio che realizzava in modo artigianale tavole personalizzate: il "Jeff Ho & Zephyr Shop" (Z-Boys sta per "i ragazzi dello Zephyr Shop"), gestito dallo stesso Ho e dal carismatico Skip Engblom.

Ma le onde grosse, a Dogtown, ci sono soltanto al mattino presto e, per passare il resto della giornata, i ragazzi decisero così di darsi allo skateboard, sforzandosi di replicare i movimenti del surf e utilizzando tavole assemblate da loro stessi con quattro ruote in poliuretano, più resistenti e scorrevoli di quelle in gomma sintetica utilizzate dagli skater fino ad allora.

Nacque così un nuovo modo di fare skate - più dinamico e spettacolare - dapprima limitato ad esibizioni per pochi intimi nei cortili deserti delle scuole e all'interno di piscine svuotate dalla siccità, e poi diffusosi rapidamente grazie sia all'affermazione degli Z-Boys in gare ufficiali che alle fotografie cool di Craig Stecyk sulle riviste specializzate.

Presto personaggi come Jay Adams, Tony Alva e Stacy Peralta - i più talentuosi del gruppo - divennero molto popolari all'interno del circuito underground.
Alcuni di essi - come gli ultimi due - riuscirono a sfruttare il successo anche commercialmente, ma ciò creò divisioni e incomprensioni nel gruppo guidato da Ho e Engblom, che infine si sciolse.

Adams - il più duro-e-puro degli Z-Boys, colui che mai ha voluto diventare professionista e vendersi - è quello che ha avuto più problemi, con la legge e con la dipendenza alla droga.
Alva ha fondato una propria compagnia di skate e oggi è un businessman di successo.
Peralta è diventato regista di video ed è anche l'autore di questo bellissimo documentario, realizzato con materiale di repertorio, foto d'epoca, una colonna sonora accattivante e interviste ai protagonisti di questa esaltante avventura.

Un'avventura narrata con partecipazione emotiva e nostalgia. Un vero omaggio a quel periodo irripetibile, pieno di novità e promesse, che è l'adolescenza.

PS: anche a causa del successo di questo documentario, pochi anni dopo è stato realizzato il film di fiction Lord of Dogtown, scritto dal solito Peralta e interpretato tra gli altri dall'Emile Hirsch di Killer Joe.
Presto la nostra recensione nella sezione I CLASSICI!

PPS: tempo fa uno dei redattori di CINEMA A BOMBA! si è cimentato con lo skate.
Dopo aver visto Dogtown and Z-Boys - che lo ha esaltato - prevediamo quindi una ricaduta e... altre cadute.
Quindi un consiglio dal resto dello staff, proteggendo il più possibile la sua privacy: Fede, la prossima volta ricordati almeno le ginocchiere!

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giovedì 17 aprile 2014

GLI INEDITI: MUD, L'AVVENTURA CORRE SUL FIUME

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2012
135'
Regia: Jeff Nichols
Interpreti: Matthew McConaughey, Reese Witherspoon, Tye Sheridan, Jacob Lofland, Sam Shepard, Michael Shannon, Sarah Paulson.


In un paesino fluviale dell'Arkansas (profondo Sud degli States), due ragazzini si recano su un'isolotto in mezzo al Mississippi per vedere un motoscafo sulla cima di un albero.
Oltre al natante non più natante trovano anche un tipo bizzarro (il Mud del titolo, soprannome che in inglese vuol dire "fango"), che si è accampato lì aspettando il momento di incontrare una ragazza e di fuggire con lei lontano dai tanti pericoli che stanno riaffiorando dal loro passato drammatico.
A dargli una mano sarà soprattutto uno dei due giovani, che nei guai dello spostato vede riflessi i propri problemi familiari e affettivi.

Se non lo avete già fatto, segnatevi questo nome: Jeff Nichols.
Questo regista-sceneggiatore, che i lettori di CINEMA A BOMBA! già conoscono per l’inquietante e suggestivo Take Shelter con Jessica Chastain, non è una promessa. E’ una realtà.
Non farà grandi cose. Le sta già facendo.

In un’intervista, il giovane cineasta ha definito il proprio film come "un racconto di Mark Twain diretto da Sam Peckinpah".
Se l'autoaccostamento col mitico regista de Il Mucchio Selvaggio ci sembra un po' azzardato (se non altro per le differenze stilistiche tra i due), quello col grande romanziere americano è invece calzante.
Mud - specie attraverso le figure dei due adolescenti - rievoca lo spirito avventuroso e nostalgico delle storie di Tom Sawyer e Huckleberry Finn.

Ma Nichols non è soltanto un autore rigoroso, come dimostra - ancora una volta - la scelta e la direzione del cast: dal "rinato" Matthew McConaughey (in una performance successiva a Killer Joe e precedente al Premio Oscar conquistato con Dallas Buyers Club) alla bionda Reese Whitherspoon, dall'ex drammaturgo Sam Shepard all'ottimo Michael Shannon (il protagonista di Bug è l'attore-feticcio del regista, avendo recitato in tutti i suoi lavori).

Presentato in concorso a Cannes 2012 (dove, clamorosamente, non ottenne alcun premio), Mud è ancora inedito in Italia (ma ancora per poco, parrebbe): probabilmente i distributori nostrani - a differenza di chi vi scrive - non nutrono molta fiducia nelle prospettive commerciali delle opere del buon Jeff.

Un'ultima segnalazione la merita il giovanissimo Tye Sheridan, che ha esordito nientepopodimeno che in The Tree of Life, si è fatto notare con questa pellicola, e infine è stato consacrato definitivamente come uno dei talenti più promettenti del cinema americano con Joe di David Gordon Green, che gli è valso il Premio Mastroianni come miglior attore emergente all'ultima Mostra del Cinema di Venezia.

Lo terremo d'occhio: anche perché tra i suoi progetti futuri è prevista la partecipazione ad una commedia-horror che vede un gruppo di scout far fronte ad un'invasione di morti viventi nel bel mezzo di un campo estivo, facendo affidamento ai (pochi) mezzi a propria disposizione.
Il titolo dice già tutto: Scouts Vs. Zombies.
Siate pronti! Oppure, se avete maggiore dimestichezza con il latino o col movimento fondato da Baden-Powell: Estote parati!

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domenica 16 marzo 2014

DALLAS BUYERS CLUB, DA "KILLER JOE" ALL'OSCAR LA STRADA E' BREVE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2013
116'
Regia: Jean-Marc Vallée
Interpreti: Matthew McConaughey, Jared Leto, Jennifer Garner, Steve Zahn, Griffin Dunne.


Si può riassumere la carriera di Matthew McConaughey dividendola in due sole parti: prima e dopo Killer Joe.
Prima il nostro è un bellimbusto monocorde, che spazia – con poche eccezioni – da commedie romantiche a filmetti d’avventura, sempre coi boccoli biondastri al vento e spesso coi muscoli toracici in bella mostra, per la gioia delle fan.

Ma poi avviene l’incontro che gli cambia la vita: il maestro William Friedkin in persona lo vuole nel suo nuovo film, nel ruolo principale.
Si tratta di una black comedy che ha come protagonista uno sbirro tanto carismatico quanto mefistofelico, che arrotonda lo stipendio come killer mercenario. Non proprio un ruolo consueto per l’attore texano.

La pellicola è, appunto, Killer Joe, che viene presentata in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2011, riceve recensioni importanti e diventa in brevissimo tempo un cult.
La carriera di Matthew prende una svolta: a Hollywood adesso viene preso sul serio, e tutti iniziano a corteggialo e richiederlo.
Basti menzionare Martin Scorsese, che gli riserva una breve e divertente apparizione all’inizio di The Wolf of Wall Street (a proposito, presto la recensione di CINEMA A BOMBA!).

Ecco allora che il nostro si impone una dieta ferrea, fino a dimagrire - si dice - di 23 kg (ma sullo schermo sembrano molti, molti di più) per interpretare il cowboy sieropositivo di questo Dallas Buyers Club.
La trasformazione è impressionante: McConaughey è irriconoscibile e la sua prova recitativa superba.
I premi fioccano, meritatissimi: prima il Golden Globe, poi l'Oscar come miglior attore.

Il film è ispirato - con qualche libertà - alla storia vera di Ron Woodroof, elettricista etero e "macho" appassionato di rodei, che scopre da un giorno all'altro di aver contratto l'AIDS e di avere solo un mese di vita.
Dopo un iniziale scoramento, l'uomo comincia a trafficare illegalmente farmici sperimentali in grado di rallentare il decorso della malattia, sfidando apertamente il Dipartimento della Salute e facendosi aiutare da una riluttante dottoressa (Garner, moglie di Ben Affleck) e da un giovane travestito (Leto, anch'egli oscarizzato).

Molto lontana dall'affettazione di tanti cancer movie (e dintorni), la pellicola diretta dal canadese Vallée fa intelligentemente del protagonista una sorta di Robin Hood improvvisato e spaccone, concedendo più di un momento di alleggerimento umoristico, nonostante la tragicità dell'argomento trattato.
Matthew McConaughey regge sulle spalle tutto il film da vero mattatore, ma non gli sono da meno né il cast di supporto né la sceneggiatura, che dribbla agevolmente molti luoghi comuni tipici del genere.

Una menzione finale merita il reparto trucco: pur avendo a disposizione un budget minimo (solo 250 dollari!), questi artisti del make-up sono riusciti a fare un lavoro egregio, arrivando addirittura a vincere l'Oscar della categoria.

Dallas Buyers Club è in definitiva un film da vedere in compagnia e di cui discutere insieme.
Un'opera contro i pregiudizi e a favore della vita.

PS: quanti volessero continuare a seguire la nuova carriera "autoriale" del buon Matthew sappiano che il prossimo appuntamento è con l'attesissimo Interstellar. Regista: Christopher Nolan, quello dell'ultima trilogia di Batman. Coprotagonista: la diva Jessica Chastain.
Vi basta?

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venerdì 7 marzo 2014

OSCAR 2014. MO' BASTA CON 'STO "POLITICAMENTE CORRETTO"!

Dall'alto: Brad Pitt festeggia con un divertito Will Smith la vittoria di 12 Anni Schiavo; Paolo Sorrentino fa il timido coi fotografi reggendo la statuetta per il miglior film straniero, vinta con La Grande Bellezza; Leonardo DiCaprio si congratula sportivamente con Matthew McConaughey, che gli ha soffiato l'Oscar come miglior attore. 


Domanda provocatoria: e se la rassegna dei Golden Globe - i premi cinematografici stabiliti ogni anno dalla stampa estera e spesso considerati come una semplice anteprima degli Oscar - fosse più importante e significativa di quella degli Academy Award?

Per la seconda volta consecutiva abbiamo la sensazione che i primi vengano assegnati secondo meriti genuinamente artistici, mentre i secondi siano almeno in parte legati a mere logiche politiche/economiche.
Insomma, anche quest'anno le statuette sembrano essere state distribuite un po' a casaccio, nel maldestro tentativo di accontentare tutti.
Ma chi ha vinto davvero? Chi ha perso?

Tra i trionfi c'è sicuramente quello de La Grande Bellezza, premiato come miglior film straniero: uno splendido risultato per Paolo Sorrentino e i suoi collaboratori, non certo per il cinema italiano in sé, che nel complesso continua a galleggiare su un livello di imbarazzante mediocrità.
Opere come quella interpretata da Toni Servillo sono un'eccezione nel panorama nostrano, non certo la regola. Speriamo che questa vittoria sia un incentivo per i nostri cineasti ad osare di più e ad essere meno provinciali e autoreferenziali.

Brad Pitt si è invece preso una bella soddisfazione aggiudicandosi il suo primo Oscar.
Era già successo lo scorso anno a Ben Affleck e George Clooney con Argo che un divo di Hollywood vincesse come produttore, ma questa volta è toccato al marito di Angelina Jolie portarsi a casa la statuetta per il miglior film, conquistato da 12 Anni Schiavo-12 Years a Slave (un colpo di coda dell'era Obama?).

Come miglior regista, al cineasta inglese black Steve McQueen l'Academy ha preferito il messicano Alfonso Cuarón.
Niente male per l'autore di Gravity, partito come outsider e man mano divenuto sempre più competitivo: il blockbuster fantascientifico ha collezionato in tutto 7 riconoscimenti (tra cui quello per la fotografia del grande Emmanuel Lubezki, già magistrale nei malickiani The Tree of Life e To The Wonder), diventando di fatto il vincitore morale di questa edizione.
Ma essendosi aggiudicato più premi di tutte le pellicole in concorso – compresa 12 Anni Schiavo, fermatasi a 3 – allora perché non assegnargli anche quello per il miglior film? Mah...

In ambito recitativo, è stata la volta di Cate Blanchett e Matthew McConaughey.
Lei – al secondo Oscar – conferma in Blue Jasmine la straordinaria abilità di Woody Allen nella direzione degli attori (ma spiace per Amy Adams, sua principale contendente: quinta candidatura andata a vuoto in 8 anni!).
Lui corona invece la propria seconda giovinezza artistica: folgorato dal maestro William Friedkin sulla via di Killer Joe, l'ex bellone texano da allora ha abbandonato i ruoli romantici per intraprendere una carriera "impegnata" con cui ha rivelato le proprie doti di star non monocorde, fino alla fragorosa vittoria come attore protagonista.

Tornano a casa col sorriso anche la squadra di Frozen, miglior film d'animazione e miglior canzone (meritatamente: è la più riuscita pellicola Disney da qualche anno a questa parte), e il cineasta indie Spike Jonze, premiato per la sceneggiatura di Lei-Her (prossimamente l’anteprima esclusiva di CINEMA A BOMBA!).

Gli sconfitti? In primo luogo American Hustle, fino all'ultimo dato tra i favoriti: zero statuette su 10 nomination!
Un verdetto forse troppo duro per la commedia interpretata tra gli altri dalla lanciatissima Jennifer Lawrence, che si è vista portar via anche l'Oscar per la miglior attrice non protagonista, pur presentandosi alla vigilia come frontrunner.
Senza nulla togliere all'esordiente Lupita Nyong'o, messicana naturalizzata kenyota (il suo nome deriva da un'abbreviazione di Nuestra Señora de Guadalupe, appellativo con cui viene venerata Maria in seguito ad un'apparizione in Messico nel 1531), questa ci pare una mossa dettata unicamente dal politically correct, similmente a quanto accadde 2 anni fa quando Octavia Spencer (who?) venne inspiegabilmente favorita a scapito della straordinaria Jessica Chastain.

Non dimentichiamo il sempre ottimo Michael Fassbender, che come non protagonista ha dovuto cedere la statuetta al "cantattore" Jared Leto, idolo delle ragazzine tramutatosi in transgender per Dallas Buyers Club.
E che dire di Leonardo DiCaprio, per l'ennesima volta snobbato dall'Academy nonostante lo sforzo profuso in The Wolf of Wall Street? Beh, non si rassegni: il suo mentore Martin Scorsese arrivò all'Oscar solo al 7° tentativo...

Spazio a qualche delusione anche nelle categorie minori: al coraggioso ed innovativo documentario The Act of Killing è stato preferito il più scontato 20 Feet from Stardom, mentre come miglior corto animato è emerso a sorpresa Mr. Hublot, di produzione franco-lussemburghese, anziché lo strafavorito Tutti in Scena, proiettato prima di Frozen nei cinema.

Insomma, come avrete capito, questa è stata un'edizione che non ci ha convinti fino in fondo. Ma per rifarci potrebbe essere sufficiente aspettare un altro anno, no?
Una sola cosa è certa: CINEMA A BOMBA! ci sarà. Come sempre.

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mercoledì 2 ottobre 2013

WILLIAM FRIEDKIN. BUG, TUTTO IL RESTO È (PARA)NOIA

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 2006
102'
Regia: William Friedkin
Interpreti: Ashley Judd, Michael Shannon, Lynn Collins, Brian F. O'Byrne, Harry Connick, Jr.


Anni 70: Il Braccio Violento della Legge, L'Esorcista, Il Salario della Paura.
Anni 80: Vivere e Morire a Los Angeles.
Anni 90: Jade.
Anni 10 (del nuovo secolo): Killer Joe.

All’appello manca solo il primo decennio del 2000: qual è il film di William Friedkin più rappresentativo di quegli anni?
La nostra scelta è caduta su Bug, colpevolmente ignorato dai distributori italiani, tanto che da noi è uscito in ritardo e soltanto in DVD.
Presentato al Festival di Cannes, ottiene buone recensioni e vince a sorpresa il premio Fipresci, tradizionalmente assegnato a opere prime o a giovani cineasti, non certo a ultrasettantenni leoni del cinema.

Billy sta attraversando un periodo di forte insoddisfazione professionale – il suo ultimo lavoro davvero memorabile risale ad almeno 20 anni prima! – quando fa un incontro che darà una nuova svolta alla propria carriera.
Si tratta del drammaturgo/attore Tracy Letts, che ha adattato per il cinema una propria pièce e sta cercando un regista per trasferirla sul grande schermo.

Agnes (Judd), cameriera con un figlio scomparso e un ex marito violento, vive di alcol e droghe in uno squallido motel nel deserto.
Qui incontra Peter (Shannon), timido e disadattato reduce dalla guerra del Golfo, ossessionato dagli insetti e dai complotti governativi.
Insieme, i due percorreranno un’allucinante spirale di follia e violenza, che li porterà a compiere un gesto estremo e definitivo.

Dramma esistenziale, love story non ortodossa o horror psicologico? Nessuna delle tre, o forse tutte ("Non rientra facilmente in alcuna categoria", ha affermato Friedkin in un'intervista).
Opera n.20 del regista, è una pellicola essenziale, girata con pochi mezzi, un piccolo set e due protagonisti in stato di grazia.
L'italoamericana Ashley Judd - vero cognome Ciminella - si immerge anima e corpo (soprattutto corpo) in un personaggio non facile con vibrante emotività, mentre il collega Michael Shannon - che riprende il ruolo già interpretato on stage - è un ottimo attore cui basta alzare un sopraciglio per sembrare ora rassicurante ora minaccioso (ve lo ricordate in Take Shelter?).

Il meglio del film è rappresentato dalla capacità del Maestro - quando è in vena è davvero tale - di trascendere la dimensione teatrale del copione e puntare all'allegoria.
Bug rappresenta infatti l'ennesima doccia fredda per i detrattori "politici" del nostro, da sempre accusato di reazionarismo (ma è anche lo stesso che ha diretto L'Affare del Secolo, lampante satira antimilitarista col comico liberal Chevy Chase).
La paranoia schizoide del reduce Peter (ma poi è davvero pazzo?) dice molto più sulla crisi americana post 11 Settembre e post Iraq di tante altre pellicole più esplicitamente dedicate all'argomento.

E' in fondo la storia di due solitudini che soltanto nell'amore reciproco trovano rifugio dalle minacce esterne (l'ex marito violento, il dottore) ed interne (gli insetti, che lo spettatore non vede mai), sommersi in un mondo estraneo, indifferente o ostile.
Forse qui non si parla solo degli USA. Forse si parla di tutti noi.

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domenica 29 settembre 2013

WILLIAM FRIEDKIN. JADE, ECCESSO BUGIE E VIDEOTAPE

(Clicca sulla locandina per vedere il trailer) 

USA, 1995
95'
Regia: William Friedkin
Interpreti: David Caruso, Linda Fiorentino, Chazz Palminteri, Michael Biehn, Richard Crenna, Angie Everhart, Victor Wong.


Vecchio porco, appartenente all'aristocrazia di San Francisco, viene trovato orribilmente assassinato nel proprio megavillone.
Si incarica del caso un ambizioso viceprocuratore distrettuale (Caruso), che concentra i sospetti su una sua vecchia fiamma (Fiorentino), ora sposata con un potente e cinico avvocato (Palminteri).
Ma nelle indagini è coinvolto persino il Governatore (Crenna)...

Un regista Premio Oscar, autore di capolavori che hanno rivoluzionato il cinema (indovinate di chi stiamo parlando).
Una bella attrice reduce da lodi sperticate per la sua interpretazione da femme fatale in un piccolo film dai buoni incassi, L'Ultima Seduzione (Linda Fiorentino).
Un popolare divo televisivo in cerca della consacrazione definitiva sul grande schermo (David Caruso).
Un attore fresco di nomination per Pallottole su Broadway di Woody Allen, nonché autore del copione di Bronx, convincente esordio dietro alla macchina da presa di Robert De Niro (Chazz Palminteri).
Lo sceneggiatore più pagato del momento (Joe Eszterhas, quello di Basic Instinct, per intenderci).
Un apprezzato autore di colonne sonore (James Horner).

Gli ingredienti per fare di Jade un successo c'erano tutti, almeno sulla carta. Il problema è che in gran parte sulla carta sono rimasti.
Non che il sottogenere "thriller erotico" faccia normalmente accorrere il pubblico a frotte nelle sale; ma se aggiungiamo a ciò alcuni gravi errori, ecco che non risulta poi inspiegabile il flop di questa pellicola.

Qualche esempio.
La scelta dei protagonisti: Caruso è ancora lontano dal ruolo dell'iconico eroe televisivo Horatio Caine di CSI: Miami; la Fiorentino è poco credibile e qui sfoggia un sex appeal pari a quello di una triglia bollita.
La fotografia: patinata come quella dei tipici porno soft di quegli anni.
Il copione: infarcito di luoghi comuni e con colpi di scena poco scioccanti.
Le scene di sesso: più o meno esplicite, ma fintamente trasgressive, cercano di provocare lo spettatore facendolo diventare – suo malgrado – un voyeur come i personaggi del film (insomma, la tipica "eszterhasata").

Allora perché recensire nello Speciale Friedkin un film che nel complesso non ci è piaciuto?
Perché dopo i fasti di Il Braccio Violento della Legge e L'Esorcista, e dopo film notevoli ma incompresi come Il Salario della Paura e Vivere e Morire a Los Angeles, il nostro ha vissuto un lungo periodo di crisi artistica.
E Jade - che pure negli anni Novanta tra i suoi lavori è il meno peggio - ne è la dimostrazione.

Ma non tutto è da buttare, anzi.
A partire dalla lunga sequenza - 8 minuti buoni - dell’inseguimento automobilistico, vero marchio di fabbrica del Maestro, che questa volta si diverte a giocare col ritmo: prima forsennato tra le ripide strade di San Francisco; poi di una lentezza esasperata quando inseguitore e inseguito si ritrovano rallentati dal carnevale cinese; infine sospeso, ma carico di tensione e attesa, nel finale sul porticciolo, con le due vetture che sembrano muoversi come predatori in procinto di attaccare la preda.
Un pezzo di rara maestria registica che da solo vale la visione del film.

Tra le altre cose da salvare: la colonna sonora, con brani di Loreena Mckennitt e di Stravinskij; la descrizione ambientale, condotta con virtuosismo quasi compiaciuto (vedere l’inizio, mentre scorrono i titoli di testa); la sottile satira antiborghese, probabilmente dovuta alle modifiche effettuate sulla sceneggiatura personalmente da Friedkin.

Per queste ragioni, nonostante tutto, Jade ha lasciato un ottimo ricordo ad Hurricane Billy, che ancora oggi lo annovera tra i suoi lavori più riusciti.
Sarà poi l’incontro con il drammaturgo Tracy Letts - autore prima delle pièce e poi dei copioni di Bug e Killer Joe - a ravvivare nel nostro, una volta per tutte, l’ispirazione dei tempi migliori.
Ma questa è un’altra storia.

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giovedì 29 agosto 2013

WILLIAM FRIEDKIN. PERCHE' UNO SPECIALE



Oggi, 29 Agosto 2013, compie gli anni William Friedkin.

Il suo nome dirà forse poco a chi non frequenta assiduamente CINEMA A BOMBA!: dopo averne parlato in parecchi post, abbiamo finalmente deciso di dedicare a questo grande regista uno speciale per festeggiare il meritatissimo Leone d'Oro alla carriera che la Mostra del Cinema di Venezia gli ha attribuito proprio il giorno del suo 78o compleanno.
Per l'occasione verrà presentata altresì una nuova versione di Il Salario della Paura, ambizioso ma sfortunato capolavoro (che non mancheremo di recensire a breve!) il cui insuccesso di pubblico pose fine alla sua vorticosa ascesa verso l'empireo hollywoodiano.

Il nostro era infatti reduce dai trionfi ottenuti da due pellicole che fecero epoca: Il Braccio Violento della Legge (che gli permise di vincere il suo finora unico Oscar, per la regia) e L'Esorcista (uno dei più eclatanti campioni d'incassi di tutti i tempi).
Nulla sembrava in grado di fermarlo.

Friedkin non riuscirà più, invece, a replicare i fasti delle sue opere più famose.
Un vero peccato, perché un film come Vivere e Morire a Los Angeles - rivalutato in ritardo dalla critica - avrebbe meritato una sorte più benigna.
Nonostante ciò, il Maestro è recentemente tornato a far parlare di sé con un noir provocatorio e immaginifico, che col passare del tempo sta assurgendo sempre più allo status di cult: Killer Joe, presentato in concorso a Venezia nel 2011.

Col riaccendersi delle luci della ribalta e sull'onda dell'entusiasmo, il cineasta di Chicago si è scatenato: oltre al riconoscimento che riceverà al Lido e al ritorno nelle sale di Il Salario della Paura in versione rimasterizzata, egli ha dato alle stampe la sua autobiografia (The Friedkin Connection - gioco di parole col titolo originale di Il Braccio Violento della Legge, cioé The French Connection; in Italia esce oggi con il modesto titolo Il Buio e la Luce) e sta lavorando ad un nuovo film - Trapped - con Demián Bichir.

Insomma, Hurricane Billy - com'è chiamato per il suo carattere turbolento - sta tornando alla grande, e dopo aver gigioneggiato in occasione della sua ultima apparizione sul red carpet del Lido (ricordate il simpatico siparietto che ha fatto con noi della redazione di CINEMA A BOMBA! due anni fa?), promette ancora sicuro spettacolo.
Vai così, Maestro!

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domenica 5 maggio 2013

LEONE D'ORO A FRIEDKIN, GRAZIE ANCHE A CINEMA A BOMBA!




Il Leone d'Oro alla carriera quest'anno verrà assegnato al Maestro.
William Friedkin lo riceverà a Venezia in concomitanza col proprio compleanno, il 29 agosto.
Nell'occasione, Hurricane Billy - come il nostro viene chiamato per il carattere turbolento - presenterà una versione restaurata del suo classico del 1977, Il Salario della Paura.

Il film - remake di una pellicola francese del 1953, Vite Vendute - non è tra i più famosi del nostro, ma è assurto allo stato di cult a causa della travagliatissime riprese nella giungla dominicana, e lo stesso William lo considera uno dei propri lavori più personali e riusciti.

Nella motivazione del premio, il direttore della Mostra del Cinema Alberto Barbera ha riconosciuto a Friedkin: “una fedeltà rischiosa ai propri ideali che, allontanandolo dal centro del cinema hollywoodiano, lo ha spinto a cercare nel cinema indipendente quella libertà necessaria a perseguire la ricerca di un linguaggio fatto di spiazzamenti continui, di istinto visivo folgorante, visionario, allucinatorio, eppure insaziabilmente affamato di realtà anche quando sembra perdersi nel delirio cinetico, astratto e perfezionistico delle prepotenti sequenze d’azione e d’inseguimento che caratterizzano la sua opera in maniera emblematica.
William Friedkin rappresenta ancora oggi l’esempio di un cinema esigente, intellettualmente onesto, emotivamente intenso, programmaticamente avventuroso ed erratico: un antidoto potente e generoso al crescente livellamento del cinema contemporaneo
”.

Visti gli articoli entusiastici che abbiamo dedicato al nostro e il bombardamento mediatico di post e tweet nei principali social network a favore suo e del restauro di Il Salario della Paura, ci piace pensare di aver contribuito - anche se in minima parte - alla rivalutazione di uno dei cineasti più originali ed innovativi della storia del cinema, ingiustamente incompreso ed emarginato dal giro che conta ad Hollywood nel corso della sua carriera, per le sue scelte troppo in anticipo sui tempi.

Per festeggiare quindi degnamente l'importante riconoscimento, CINEMA A BOMBA! ha in serbo per il futuro uno speciale sul regista di Chicago.

Così, dopo avervi fatto conoscere Killer Joe e riscoprire Vivere e Morire a Los Angeles, continueremo insieme lo sconvolgente viaggio negli inferi di un'America in balia del male, specchio della crisi materiale e di valori della nostra società occidentale.

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